CONOSCERE SAN PAOLO (5)

CONOSCERE S. PAOLO (5)

[F. Prat, S. J. : La Teologia di San Paolo, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1945]

LETTERE AI CORINTI

La chiesa di Corinto. (1)

CAPO I.

Disordini e scandali.

I . PARTITI A CORINTO.

1 . STATO DELLA CHIESA DI CORINTO. — 2. COMBRICOLE E FAZIONI.— 3. SAPIENZA UMANA E VERA SAPIENZA. — 4. L’APOSTOLO COLLABORATORE DI DIO . — 5. L’APOSTOLO SERVO DEL CRISTO.

1- Sono trascorsi quattro o cinque anni dalla corrispondenza con i Tessalonicesi. Il racconto di San Luca, nonostante la sua concisione, ci permette di seguire passo per passo i movimenti dell’Apostolo. Lo abbiamo lasciato a Corinto, che insegnava in casa di Tizio il Giusto, vicino alla sinagoga (Act. XVIII, 7) . Esposto agli assalti degli Ebrei, furiosi nel vedere alcuni dei loro capi (ivi, 8-11) passare alla nuova fede, poco difeso dalla benevolenza platonica del proconsole Gallione (ivi, 12-17), egli si decide finalmente a lasciare Corinto dopo più di diciotto mesi di dimora (ivi, 18). I suoi ospiti, Priscilla e Aquila, lo accompagnano, ed egli si separa da essi a Efeso, dove ha stabilito di ritornare a stabilirsi un giorno, continua il suo pellegrinaggio in Palestina e va a riprendere lena nel suo alloggio di passaggio in Antiochia. Ma non vi si ferma a lungo: il suo zelo lo trasporta nuovamente, ed egli attraversa la Galazia e la Frigia, moltiplicando le sue fermate per completare l’istruzione dei neofiti; finalmente, secondo il suo disegno prestabilito, arriva ad Efeso. – Qui, in questo frattempo, era accaduto un fatto assai importante: un Ebreo di Alessandria chiamato Apollo, il quale si diceva discepolo del Signore ed era effettivamente stato catecumeno (ivi, 25), forse prima di lasciare la sua patria, predicava nella sinagoga quanto sapeva di Gesù e incominciava a fare proseliti. Disgraziatamente si era fermato ai preliminari della fede e non conosceva ancora il Battesimo cristiano (ivi, 25). Aquila e Priscilla ne ultimarono l’istruzione e, siccome egli desiderava di passare in Acaia, lo raccomandarono ai fratelli; ma qui pare che si sia fermato il loro proselitismo. Entrando in Efeso, Paolo vi trovò una dozzina di discepoli — probabilmente proseliti di Apollo — i quali non conoscevano altro battesimo che quello di Giovanni e non avevano mai udito parlare dello Spirito Santo. Egli, li battezzò e conferì loro lo Spirito con l’imposizione delle mani (Act. XIX, 5-6). La chiesa di Efeso deve dunque a lui la sua origine, poiché qui egli non edificò sopra fondamenta di altri. -Apollo possedeva un’eloquenza naturale, entusiasmo religioso, una parola nobile e corretta, arte di adattare le sublimi speculazioni della filosofia greca ai racconti della Bibbia, e di dare ai fatti scritturali un’interpretazione allegorica secondo il metodo di Filone (9); egli aveva dunque tutto ciò che incanta e che seduce le folle, soprattutto in una popolazione mobile e volubile come era allora quella di Corinto, ed era accaduto, suo malgrado, che egli si creasse ammiratori fanatici, decisi di abbassare qualunque altro per meglio esaltare lui. Che contrasto con le maniere semplici e familiari di Paolo, col suo stile rozzo e persino scorretto, con i suoi discorsi densi di concetti, ma privi di ricercatezze oratorie! L’autorità dell’Apostolo, in certi spiriti leggeri, veniva a soffrirne. – Erano poi sorte anche altre cause di dissenso: erano nati scandali tra i neofiti, e Paolo aveva dovuto colpire. In una lettera che non abbiamo più, egli prescriveva di tenersi in disparte dagli impudichi, e, fosse errore o fosse malizia, si era voluto in quello vedere un ordine espresso di evitare il commercio con qualunque pagano di cattiva vita, e con ragione si era trovato eccessivo quel comando. Egli voleva semplicemente proibire, come spiegò in seguito (1 Cor. V, 9-12), le relazioni con i cristiani scandalosi; ma questo stesso malinteso dimostra come certi discepoli fossero proclivi a censurare i suoi atti e ad emanciparsi dalla sua regola. La chiesa di Corinto, da lui fondata con tanti sudori, diventava di giorno in giorno meno compatta, meno omogenea, e in essa si manifestava un fermento di discordia. Quei di Cloe gli avevano recate brutte notizie (1Cor. I, 11): il fervore antico si raffreddava, si facevano combriccole che minacciavano di diventare scismi; avvenivano scandali pubblici senza provocare una repressione abbastanza energica, c’erano singolarità strane, esagerazioni di dottrina e, nel tempo stesso, attenuazioni dolorose. – L’avvenire di quella cristianità era in grave pericolo. Poco tempo dopo, Stefano, Fortunato e Acaico sbarcavano a Efeso portando una lettera in cui i Corinzi domandavano a Paolo la soluzione di parecchi casi di coscienza imbarazzanti (VII, 1). I tre messaggeri dovevano ritornare in patria per via di mare, e l’Apostolo affidò loro una seconda lettera la quale è ora la nostra prima ai Corinzi. In essa tratta gli argomenti più vari, senza altro ordine e altro legame, che i dubbi e i bisogni dei suoi corrispondenti; però in essa si vedono subito alla prima occhiata due sezioni ben distinte: la correzione degli abusi (I – VI) e la risposta ai casi di coscienza (VI – XVI).

2. Il pericolo più urgente nasce dallo spirito di parte, e l’Apostolo gli dedica il primo quarto della sua lettera: “Vi scongiuro, o fratelli, in nome del Signore nostro Gesù Cristo, che diciate tutti il medesimo, e non siano scismi tra voi, ma siate perfetti nello stesso spirito e nello stesso sentimento. Poiché riguardo a voi, o fratelli miei, mi fu significato da quei di Cloe, che sono, tra voi, contese. Parlo di quello che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo; e io di Apollo; e io di Cefa; ed io di Cristo. È egli diviso Cristo? È forse stato crocifisso per voi Paolo? Ovvero siete stati battezzati nel nome di Pania? Rendo grazie a Dio, che ho battezzato nessuno di voi, fuori che Crispo e Caio; perché alcuno non dica che siete stati battezzati nel mio nome. E battezzai pure la famiglia di Stefana; del resto non so che abbia battezzato alcun altro. Poiché Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma a predicare il Vangelo; non con la sapienza delle parole, affinché non diventi inutile la croce di Cristo” (1 Cor. 1-17). – Siccome la storia dei partiti a Corinto è quasi tutta limitata a queste informazioni, non è da meravigliarsi se i critici si sono abbandonati a supposizioni. Si sono fatte quasi tutte le combinazioni possibili: ma prima di tutto, che cosa erano questi partiti! Non erano scismi, perché la parola σχίσμα (schisma) non aveva ancora il significato teologico che ebbe in seguito; non erano sette, perché tutti professavano la medesima fede, frequentavano le medesime assemblee e prendevano parte al medesimo banchetto eucaristico; non erano neppure gruppi ben definiti, perché tutti riconoscevano l’autorità di Paolo il quale ora li incoraggia, ora li esorta, ora li riprende, ora li minaccia come suoi figliuoli in Cristo. Il deposito della fede rimaneva intatto, il vincolo della carità non era spezzato, ma tutto consisteva in brighe, in rivalità personali di cui le antiche fazioni di Bisanzio e del Basso Impero, oppure le cricche che si formano anche ai nostri giorni intorno a un predicatore o ad un conferenziere rinomato, possono dare un’idea abbastanza esatta. A Corinto gli uni si dicevano di Paolo, perché egli era il loro apostolo, il loro maestro e il loro padre; altri parteggiavano per Apollo il cui ingegno li incantava; molti mettevano innanzi il nome di Pietro, il capo del collegio apostolico, la colonna della Chiesa; finalmente alcuni, credendosi più saggi e meglio ispirati, quasi che sdegnassero di infeudarsi ad un uomo, non volevano dipendere che da Cristo. Ma questa stessa pretesa di appropriarsi tutto il Cristo, disprezzando i ministri umani, dimostrava una segreta superbia e un’arroganza tracotante. Si è messa in dubbio l’esistenza a Corinto di un partito del Cristo, anche perché Clemente di Roma, scrivendo ai Corinzi circa quarant’anni dopo, non vi fa nessuna allusione, benché ricordi gli altri tre gruppi (XLVII, 3, Funk). Certi interpreti pensano che il motto: « Io sono di Cristo! » ben lungi dall’essere la parola d’ordine di un partito, sarebbe la parola d’ordine dello stesso Paolo. Ma in queste espressioni: « Sento che ciascuno di voi dice: Io sono di Paolo; e io di Apollo; e io di Cefa; e io del Cristo; è dunque diviso il Cristo? » a noi sembra arbitrario e poco naturale staccare l’ultimo membro per vedere in esso la formola stessa di Paolo, formola che egli condanna come un controsenso, domandando se il Cristo è diviso, e se sia lecito a ciascuno l’appropriarselo. Questo si vede con maggiore chiarezza in un altro passo della seconda ai Corinzi: « Se qualcuno si lusinga di appartenere al Cristo, sappia bene che anche noi gli apparteniamo (1 Cor. X, 7) », e a migliore titolo che non gli autori di tale esclusiva rivendicazione. – Un fatto incontestabile è che i personaggi il cui nome offriva ai faziosi un motto di riconoscimento, non entravano per nulla in quelle meschine rivalità, e per parte sua Paolo ne geme e se ne sdegna; ben lungi dall’attribuire a Pietro una parte equivoca, ne parla sempre con deferenza; Apollo poi è così poco sospetto d’intrighi, che è stato continuamente pregato di ritornare a Corinto, ma egli vi si è rifiutato, temendo forse d’inasprire il male con la sua presenza, e malcontento del rumore che si va facendo intorno al suo nome (1 Cor. XVI, 12). Del resto il tono della lettera dimostra abbastanza che tra i due operai evangelici regna l’armonia più perfetta; Paolo non è geloso, e Apollo non è ambizioso, ma l’Apostolo non vuol essere abbassato a danno del suo ministero e della sua legittima autorità.

3. A Corinto si trovava che egli non aveva quello che il suo collaboratore possedeva in alto grado, la La sapienza destava l’idea di speculazioni profonde o di un’arte consumata; Aristotele l’aveva definita: La scienza dei princìpi e delle cause prime; per gli stoici, era la scienza delle cose divine e umane, la regina delle virtù e lo scopo della vita. Ma l’arte, nei generi più differenti, si chiamava pure sapienza, e Omero e Sofocle, Fidia e Policleto erano sapienti come Socrate e Platone. Secondo i Corinzi, Paolo non aveva diritto a quel titolo né come filosofo né come artista né come bel parlatore. Dopo l’esperimento di Atene, egli aveva capito che né la filosofia né l’eloquenza né gli artifizi della parola avrebbero convertito il mondo, ma che bisognava predicare semplicemente il verbum crucis e lasciare che la parola germogliasse e facesse frutto da sé. Paolo non volle più sapere altro che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso. Evitò a bella posta « i discorsi persuasivi della sapienza » umana (1 Cor. II, 1-5), « per non rendere vana la croce del Cristo ». Egli non afferma che il suo metodo sia il solo buono, ma esso era il solo applicabile a Corinto, in quel centro di spiriti ragionatori, prevenuti da una falsa sapienza contro la quale si sarebbero venuti a infrangere gli argomenti migliori. Infatti la chiesa di Corinto ha reclutati « pochi sapienti secondo la carne, pochi potenti, pochi nobili (I Cor. I, 26) ». Dio, secondo la sua tattica ordinaria, vi ha scelto quello che è insensato agli occhi del mondo, quello che è debole, quello che è vile, quello che non conta nulla, quello che non esiste, per confondere i sapienti e i potenti. Così nessuna carne potrà glorificarsi dinanzi a Lui (I Cor. I, 26-31). – Se gli scrittori profani per sapienza intendevano le alte concezioni della filosofia o l’abilità dell’artista, gli autori dell’Antico Testamento vedevano nella Sapienza la figlia dell’Altissimo e il più prezioso dei suoi doni. A questi due significati, il Nuovo Testamento aggiunge un senso peggiorativo, nato forse dall’abuso di questa parola nei sofisti greci e nei teologi rabbinici. Bisognava dunque distinguere tra la sapienza umana, la sapienza mondana, la sapienza carnale che i Corinzi attendevano invano da Paolo e di cui questi ripete loro il nome a sazietà con un’ironia vendicativa, e la sapienza vera, la sapienza divina che egli colma sempre di elogi e che augura ardentemente a tutti i neofiti (I. Cor. I, 21). – Perciò non vi è nessuna contradizione nelle sue asserzioni e nei suoi giudizi: egli non ha voluto adoperare la sapienza umana come indegna del suo ministero e ingiuriosa al Cristo; egli non ha potuto insegnare la sapienza divina agli uditori carnali, psichici, umani. – La sapienza vera e « nascosta nel mistero, predestinata da Dio prima di tutti i secoli per la gloria nostra, ignorata da tutti i principi di questo secolo, perché se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria (I Cor. II, 7-8) ». Da questa descrizione risulta che la sapienza divina concerne i disegni della redenzione e sembra confondersi con quello che San Paolo chiamerà più tardi il Mistero per eccellenza, cioè il gran segreto di Dio. relativo all’incorporazione degli uomini col Cristo nell’unità del corpo mistico. Come il Mistero, essa è nascosta nelle profondità della volontà divina; come il Mistero, ha per oggetto la nostra eterna felicità; come il Mistero, essa fu appena intraveduta nel passato, e gli stessi Angeli non la conobbero se non mediante la Chiesa, quando la contemplarono nella sua realtà concreta (Ef. III, 10): come il Mistero, essa non può essere rivelata che da Dio o dallo Spirito che scruta tutti i segreti di Dio (I Cor. II, 10); finalmente, come il Mistero, essa ha la sua realizzazione ideale in Gesù Cristo (I Cor. I, 24). La sapienza divina è dunque qualche cosa fuori dell’uomo: è la meravigliosa economia della nostra salute. Chiunque arriva a comprenderla — il che è proprio degli apostoli e dei profeti — è veramente sapiente, perché è iniziato nella sapienza di Dio. Se egli nel tempo stesso possiede a un grado eminente la facoltà di spiegarla agli altri, ha il carisma speciale chiamato « discorso di sapienza » (λόγος σοφίας), ben diverso dalla « sapienza del discorso » (σοφία τοῦ λόγου) (I Cor. I, 17). Sotto questi due aspetti, Paolo si lusinga di non cederla a nessuno.

4. Chiusa la bocca ai suoi detrattori, Paolo affronta la questione dei partiti. I Corinzi confrontano tra loro e giudicano i predicatori del Vangelo, assegnano loro i gradi, preferendo l’uno e disprezzando l’altro. Ora non vi è cosa più irragionevole, per chi comprende il carattere, la funzione e la missione degli operai apostolici. Difatti poiché gli apostoli sono « i collaboratori di Dio », l’opposizione che si cerca di mettere tra loro è ingiuriosa verso Colui che li delega e li impiega. Come « servi del Cristo e dispensatori dei misteri divini », essi non sono giudicabili dai loro subordinati e non devono rendere conto che al loro Padrone (I Cor. III, 5-23). A ciascuna di queste due idee è legato un celebre passo il cui contesto le farà meglio comprendere. Se la Chiesa è un campo, gli apostoli ne sono i coltivatori; se la Chiesa è un edificio, gli apostoli ne sono i costruttori; ma di per se stessi essi non sono nulla, assolutamente nulla. Paolo pianta, Apollo irriga, ma Dio solo fa crescere; Paolo, da abile architetto, pone il fondamento indispensabile che è Gesù Cristo, altri costruiscono su questo fondamento, ma Dio solo ha dato alla costruzione la solidità e la coesione. Propriamente parlando, Dio è il solo agricoltore, il solo costruttore, e i fedeli sono « la coltura di Dio, l’edificio di Dio ». Gli operai apostolici non sono che manuali la cui attività, senza Dio, sarebbe totalmente Vana. Formando una cosa sola con il loro Padrone, formano una cosa sola tra loro; perciò le preferenze di cui possono essere oggetto, sono ingiuriose e ingiuste. Paolo mette in scena se stesso con Apollo, sicuro che nessuno s’ingannerà sui loro sentimenti reciproci; ma citando un caso particolare, egli ha di mira e condanna tutte le chiesuole (IV). – Dal fatto che i predicatori del Vangelo lavorano come subalterni, non ne segue che non abbiano meriti né responsabilità; anzi essi hanno diritto a una ricompensa, a un salario proporzionato al loro lavoro (III, 8). Questo salario è indipendente dall’impiego esercitato, dall’ingegno adoperato e dai frutti raccolti, ma si misura unicamente dalla fatica spesa; è personale e incomunicabile, come il lavoro che esso rimunera. E poiché si tratta di salario, è una vana arguzia il pretendere che si ottenga secondo il lavoro e non in vista del lavoro, per riconoscerlo e per retribuirlo. – All’allegoria dell’agricoltura succede senza transizione quella dell’edificio da costruire. Benché, propriamente parlando, Dio sia il solo costruttore, come è il solo agricoltore, gli operai apostolici costruiscono anch’essi come subalterni, gli uni più o meno bene, altri più o meno male, mentre un terzo gruppo, di cui non dobbiamo qui occuparci, lavora soltanto a distruggere. “Noi siamo cooperatori di Dio: voi siete coltura, edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che è stata a me concessa, da perito architetto io gettai il fondamento: un altro poi vi fabbrica sopra. Badi però ciascuno come vi fabbrichi sopra. Poiché nessuno può porre altro fondamento fuori di quello che è stato posto, che è Cristo Gesù. Che se uno sopra questo fondamento fabbrica oro, argento, pietre preziose, legna, fieno, stoppie, si farà manifesto il lavoro di ciascuno; poiché il giorno del Signore lo porrà in chiaro, perché sarà disvelato per mezzo del fuoco, ed il fuoco proverà quale sia il lavoro di ciascuno. Se sussisterà il lavoro che uno vi ha sopra edificato, ne avrà la ricompensa. Se il lavoro di alcuno arderà, egli ne soffrirà danno: ma sarà salvato, così però, come per mezzo del fuoco” (I Cor. III, 10-15). – In quest’allegoria dobbiamo considerare tre termini: la natura dell’edificio, il giorno del Signore e il fuoco che prova il lavoro degli operai. – Qual è l’edifizio che gli operai apostolici hanno la missione di compiere? Non è certamente il tempio interiore che ogni cristiano innalza nell’anima sua, dallo sbocciare della fede che ne è il fondamento, fino alla perfezione della carità che ne è il comignolo, perché questo tempio di cui i fedeli sono, ciascuno per sé, gli architetti, si moltiplica secondo il numero degli individui, mentre l’Apostolo parla costantemente di un solo edificio costruito dai predicatori del Vangelo. Non è neppure la Chiesa, questo tempio dello Spirito Santo costruito con pietre viventi su la pietra angolare del Cristo, perché allora i materiali perituri che non resistono alla prova del fuoco sarebbero i peccatori e i reprobi, e allora come mai sarebbero salvi coloro che li hanno fatti entrare nella costruzione della Chiesa? Si tratta dunque evidentemente del Vangelo di cui Paolo ha stabilito a Corinto la prima base, predicando Gesù Cristo morto per la nostra giustificazione e risuscitato per la nostra gloria. Nessuno ha il diritto di spostare questo fondamento o di sostituirne un altro, ma ogni predicatore del Vangelo ha il diritto e il dovere di continuare l’edificio. Ora, siccome la costruzione è dello stesso ordine e della stessa natura del fondamento, le parti sovrapposte all’edificio fondato da Paolo saranno necessariamente le dottrine del Cristianesimo, non dottrine morte, puramente speculative, senza influenza su l’accrescimento del corpo mistico, ma dottrine viventi, operanti, capaci di trasformare la mente e il cuore di coloro che ne fanno la loro regola di vita. L’oro, l’argento, le pietre preziose sono, in gradi diversi, le dottrine utili e fruttuose; il legno, il fieno, le stoppie, materie fragili e di poca durata, simboleggiano non gli errori e le eresie, ma gl’insegnamenti frivoli, i racconti futili che servono a pascere la curiosità degli uditori, ma che non hanno una seria azione su la loro vita morale. Il sommo Giudice appare improvviso, preceduto da un fuoco divoratore. L’oro, l’argento, le pietre preziose resistono alla prova; il legno, il fieno, le stoppie sono distrutti, e gl’imprudenti operai che se ne saranno serviti, vedendo distruggersi l’opera loro, si salveranno attraverso le fiamme. – L’Apostolo, secondo il suo solito, si porta ad un tratto all’ultimo giorno che egli chiama il Giorno per antonomasia, in cui avviene la divisione dei buoni e dei cattivi con la distribuzione delle pene e delle ricompense. Ci rappresenta gli operai del Vangelo intenti ad innalzare l’edificio della fede. Essi si dividono in tre classi: gli uni demoliscono o fanno crollare invece di edificare, e il loro castigo sarà terribile, perché Dio li distruggerà, come essi cercano di distruggere il tempio di Dio. Altri costruiscono un monumento solido e vi adoperano i materiali migliori: essi riceveranno la ricompensa speciale dovuta agli operai saggi e fedeli. Gli ultimi finalmente adoperano materiali perituri: essi soffriranno danno; San Paolo non dice precisamente in che cosa, ma per lo meno non avranno le distinzioni onorifiche concesse agli apostoli ed avranno il rammarico di aver lavorato senza guadagno. Ma non è tutto: « Essi si salveranno così come per mezzo del fuoco », simili all’operaio che, adoperando materiali combustibili invece di materiali che resistano al fuoco, vedesse divampare l’incendio nell’edificio in costruzione, e fuggisse attraverso le fiamme non senza qualche scottatura, oltre il timore e lo spavento. Vi sono dunque colpe non abbastanza gravi per chiudere il cielo e aprire l’inferno, le quali tuttavia sono punite con un castigo proporzionato. Il dogma cattolico del purgatorio e dei peccati veniali trova anche nel nostro testo un saldissimo appoggio. – Non già che il fuoco di cui parla l’Apostolo sia il fuoco del purgatorio, perché questo purifica, ma non prova, senza contare che non ha nulla da fare con le opere eccellenti rappresentate dall’oro, dall’argento e dalle pietre preziose. Meno ancora è il fuoco dell’inferno, come suppongono San Giovanni Grisostomo e alcuni suoi discepoli: il fuoco dell’inferno punisce ma non prova, e si può dire, senza fare violenza al testo, che il dannato sarà salvato, cioè conservato vivo, per soffrire eternamente? Bisogna dunque scegliere tra il fuoco del giudizio e il fuoco della conflagrazione finale. Ma il fuoco del giudizio è così spesso ricordato nella Scrittura, e quello della conflagrazione lo è così poco, che non è molto probabile che San Paolo abbia voluto parlare di quest’ultimo. – L’Apostolo parla di un fuoco che prova le dottrine e le azioni degli uomini, di un fuoco che accompagna e manifesta il giorno del Signore: ora questo fuoco non può essere altro che il fuoco del giudizio. Questo fuoco che fa una parte obbligata delle teofanie, accompagna il cocchio del Signore che viene a giudicare il mondo; è un fuoco intelligente il quale renderà manifesto il contrasto fra le buone dottrine, durature come l’oro, l’argento e il marmo, e le dottrine frivole, corruttibili come il legno, il fieno e la paglia. Questo medesimo fuoco scandaglierà le coscienze degli imprudenti architetti, infliggendo loro il meritato castigo: « Saranno salvati come per mezzo del fuoco ». Qui la parola « fuoco » , ha il suo significato ordinario, ma si fa un paragone che potrebbe svilupparsi così: Saranno salvati, ma non senza dolore e senza angoscia, come si salvano attraverso le fiamma quelli che sono sorpresi improvvisamente da un incendio. – Gli apostoli sono ancora « i servi del Cristo e i dispensatori dei misteri di Dio » (I Cor. IV, 1): non soltanto i banditori, ma i dispensatori, poiché i misteri comprendono, con verità da credere, istituzioni salutari da amministrare. Come servi, essi non dipendono che dal loro padrone; come dispensatori, non agiscono che a nome e per ordine di colui che li manda. In ogni maniera essi dipendono soltanto dal giudizio di Dio, e i verdetti pronunziati sul conto loro, non hanno né valore, né certezza, né giustizia. Paolo li chiama sdegnosamente « il giorno dell’uomo », per opposizione al « Giorno del Signore »; non ne fa nessun conto, anzi egli stesso si astiene dal giudicarsi: per quanto non abbia coscienza di alcuna colpa nell’adempimento dei suoi doveri apostolici a Corinto, non è sicuro di essere giustificato dinanzi a Dio (ivi, IV, 4). È una gran lezione di umiltà e un insegnamento da non dimenticare: ancorché sentissimo di essere come era Paolo, dobbiamo operare la nostra salvezza con timore e con tremore. Non solo i Corinzi giudicavano i ministri del Vangelo e assegnavano loro dei gradi secondo le loro preferenze e i loro capricci, ma prendevano motivo di vanità dalle loro relazioni con essi e si vantavano di appartenere piuttosto all’uno che all’altro. Paolo colpisce con la satira questo ridicolo errore: « Chi dunque ti distingue? (38) ». Chi pensa, fuori di te, a riconoscerti una superiorità qualunque? Ma supposto che questa superiorità di cui ti vanti, non sia immaginaria, « che cosa possiedi tu che non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti » come di una distinzione personale? Che tu l’abbia da Pietro, da Apollo o da Paolo, che importa? In fin dei conti bisognerà sempre risalire fino a Dio. Così si verificherà la massima: « Chi vuole vantarsi, si vanti nel Signore » e non negli uomini. Non vi è nulla che autorizzi l’opinione di certi esegeti i quali suppongono che i capi di fazione siano i soli presi di mira in queste parole: i capi di fazione non sono né nominati né indicati in nessuna maniera. Paolo si rivolge a tutti i Corinzi e li avverte di non « gonfiarsi in favore di qualcuno a danno di un altro »; non in favore di Pietro o di Paolo, come neppure in favore di Apollo o di qualche altro predicatore sconosciuto. « Poiché, egli soggiunge, chi dunque ti distingue? » Chi ti riconosce quei sognati vantaggi di cui tu dai l’onore a questo o a quell’operario apostolico? Subito dopo si parla di nuovo dei Corinzi, e non si fa nessuna menzione dei mestatori. – È noto che, verso la fine della sua vita, Sant’Agostino, contro l’opinione comune, intese il Quis te discernit come allusione al discernimento divino stabilito dalla predestinazione tra gli uomini. D’allora in poi il nostro testo è divenuto classico nei trattati della grazia. Tuttavia gli atti dei Concili non deducono la necessità della grazia dal Quis te discernit stesso, ma da tutto il contesto, o più precisamente dalla frase: Quid habes quod non accestisti? da cui infatti si può dedurre. È vero che bisogna ricorrere a un doppio ragionamento, ma abbastanza semplice: si deve anzitutto ricorrere ad un argomento di parità per estendere a tutti gli uomini le parole che l’Apostolo rivolge ai soli Corinzi, anzi, secondo alcuni interpreti, ai soli fautori dei disordini; poi con un argomento a fortiori si applica ai doni della grazia ciò che Paolo dice dei vantaggi esteriori. Ma ammesso il fatto della nostra elevazione soprannaturale, resta evidente che tutto, nell’ordine della grazia, più ancora che nell’ordine della natura, dal primo raggio delia fede fino alla visione beatifica, è un dono della liberalità divina, e che l’uomo non se ne può vantare senza disconoscere la sua dipendenza e il supremo dominio di Dio.

GLI SCANDALI DI CORINTO.

– 1.LA QUESTIONE DELL’INCESTUOSO. — 2. I PROCESSI DINANZI AI PAGANI.

1 . Erano avvenuti a Corinto due fatti scandalosi dei quali si era resa complice tutta la comunità, con la sua troppo tollerante indulgenza. Venere, patrona di Corinto, vi era onorata con un culto in cui l’impudicizia dell’Afrodite greca si alleava con le turpitudini dell’Astarte orientale, Nel suo tempio mille hieroduli apertamente facevano traffico del proprio corpo, a suo profitto e onore: la prostituzione sacra era innalzata all’altezza di un sacerdozio. I costumi pubblici erano per conseguenza anch’essi di una deplorevole rilassatezza, e vivere alla corinzia era, anche per i pagani, un’ignominia. – In quell’atmosfera avvelenata, alcuni cristiani avevano subito il contagio, e uno di essi viveva in concubinato con sua matrigna, certamente vedova o divorziata. –à “Si parla di fornicazione tra voi, e di tale fornicazione quale neppure tra i Gentili, talmente che uno ritenga la moglie del proprio padre. E voi siete gonfi: e non piuttosto avete pianto, affinché fosse tolto di mezzo a voi chi ha fatto tal cosa!” (I Cor. V, 1-2). Non si tratta di commercio passeggero, ma di una unione stabile, come quella di Erode Antipa con Erodiade, moglie del suo fratello Filippo. La legge romana, così larga in materia di matrimoni, proibiva tali unioni, e gli esempi che la storia profana ne poteva offrire, erano riprovati dal sentimento pubblico, d’accordo in questo con l’istinto naturale. Ora i fedeli di Corinto non sembravano commuoversene troppo: continuavano a frequentare il colpevole e lo ammettevano nelle loro assemblee. Forse si lasciavano illudere da questa falsa massima, che il Battesimo fa del cristiano un essere nuovo, libero da tutti i suoi vincoli antecedenti ed esente da qualsiasi proibizione legale. Così agli occhi dei rabbini la conversione al giudaismo rompeva tutte le relazioni di parentela, e Maimonide insegna espressamente che è lecito al proselito sposare la sua matrigna. – L’indignazione di Paolo fu al colmo. Era sua pratica costante il sottoporre tutti gli scandalosi a una specie di scomunica la quale portava con sé la cessazione anche delle relazioni di convenienza e di civiltà. Egli aveva minacciato questa pena agli arruffoni e agli scioperati di Tessalonica, se non avessero obbedito ai suoi ordini; più tardi imporrà a Tito di evitare l’eretico ostinato, cioè il fautore di divisioni e di disordini. Nella lettera ai Corinzi, che andò perduta, ingiungeva loro espressamente di troncare ogni relazione con gli impudichi (II Tess. III). Qual è dunque ora il suo dolore nel vedere che tollerano l’infame! Presto! si allontani l’incestuoso, affinché non siano contaminati da lui. Si era, a quanto pare, verso la Pasqua, e veniva molto a proposito questa esortazione: « Non sapete che un poco di lievito fa fermentare tutto l’impasto? Togliete via il vecchio fermento, affinché siate una nuova pasta, come siete senza fermento; perché il nostro agnello pasquale Cristo è stato immolato. Solennizziamo dunque la festa non col vecchio lievito, né col lievito della malizia e della malvagità, ma. con gli azzimi della purità e della verità… Togliete di mezzo a voi il cattivo (I Cor. V, 6-8, 13) ». Queste ultime parole che contengono la sentenza definitiva di Paolo, sono un’allusione al Deuteronomio (XVII, 7, XIX, 19, etc.) il quale stabilisce la pena di morte per certi delitti. La scomunica, specie di morte simbolica, nel Vangelo sostituisce la morte reale dell’antica Legge. Egli aveva prima pensato a una pena assai più grave e più proporzionata all’enormità del delitto. – “Io però assente corporalmente, ma presente in ispirito, ho già come presente giudicato che colui il quale ha attentato tal cosa — congregati voi e il mio spirito nel nome del Signor nostro Gesù Cristo — con la potestà del Signore nostro Gesù, sia dato questo tale nelle mani di satana per morte della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo (ivi, V, 3-5). – I canonisti, desiderosi di trovare qui un esempio di scomunica maggiore secondo le forme attualmente in uso nella Chiesa, si domandano come mai Paolo abbia potuto fulminarla e dare ordine ai Corinzi di fulminarla in nome suo, senza istruzione del processo, senza citazione né interrogatorio. Ma sono tutte questioni superflue: Paolo non pronunzia la sentenza e non impone ai Corinzi di pronunziarla; egli esprime soltanto il suo parere su la pena dovuta all’incestuoso notorio; forse insinua il castigo rigoroso che egli è risoluto di infliggere, nel caso in cui i fedeli non facessero nulla da parte loro. Per quello che lo riguarda, egli crede giusto e conveniente di abbandonare il colpevole a satana, ma non dice quali formalità si dovrebbero osservare se si dovesse venire a tale castigo. Questo castigo terribile evidentemente supponeva la scomunica, cioè l’esclusione della Chiesa con la privazione delle grazie e degli aiuti di cui la comunione dei santi è il canale; ma comprendeva pure qualche cosa di più spaventevole. Gli Apostoli che avevano ricevuto dal Signore il potere d’incatenare i demoni, avevano pure il potere di scatenarli. Il delinquente colpito da questa condanna più grave che la scomunica, veniva abbandonato alla vendetta dell’eterno nemico degli uomini e diventava preda e zimbello di satana. Ma siccome tutte le pene inflitte dalla Chiesa sono medicinali, lo scopo finale era sempre la conversione e la salvezza del peccatore. Almeno una volta nella sua vita, Paolo si servì di questo terribile potere: egli abbandonò a satana Imeneo e Alessandro per insegnare loro a non più bestemmiare (I Tim. I, 20), o piuttosto perché lo imparassero a loro spese quando fossero abbandonati, senza protezione e senza scampo, alla tirannia del demonio. Con l’incestuoso di Corinto egli è meno rigoroso; si accontenta dell’esclusione del colpevole e, se per un momento ha pensato ad un castigo più severo, lo ha fatto sempre per salvare l’anima del peccatore, affiggendo la sua carne. – Da questa dottrina si devono trarre tre corollari: la Chiesa, per comando del Salvatore e seguendo l’esempio dell’Apostolo (Matt. XVIII, 17), rivendicò sempre a sé il diritto di escludere dal suo seno i cristiani scandalosi; ma questa penalità che mira direttamente all’immunità dei buoni, mira anche alla correzione del colpevole. Né l’Apostolo né la Chiesa non si arrogano nessun potere su gli infedeli (I Cor. V,12-13): tocca a Dio il giudicarli. — Ben lungi dall’abolire l’interdizione dei matrimoni tra parenti nei casi previsti dalla Legge mosaica (ivi, V, 1), la Chiesa nascente si affrettò a sanzionarla e la estese anche di più, e infatti la troviamo in vigore dappertutto, nelle origini. — Il profondo orrore che i vizi carnali ispirano ai banditori del Vangelo, è dovuto in parte alla reazione contro la dissoluzione dei costumi pagani e in parte è ereditata dagli Ebrei presso i quali la fornicazione e l’idolatria si esprimevano con la medesima parola (πορνεία). Paolo sente il bisogno d’inculcare ai neofiti un’avversione ragionata contro quei disordini vergognosi che forse si erano abituati a guardare con occhio indifferente. I tre motivi che espone loro per distorglierli dall’impurità, derivano dalle profondità della sua teologia mistica. – La fornicazione è un’ingiustizia, un sacrilegio e una profanazione: un’ingiustizia verso Colui al quale apparteniamo corpo e anima, un sacrilegio verso Gesù Cristo di cui siamo membri, una profanazione del tempio dello Spirito Santo. –

– Un’ingiustizia. Si chiamano indifferenti le azioni conformi all’istinto naturale, che non ledono i diritti di nessuno e non hanno relazione diretta con la vita morale, come il bere e il mangiare. Lo stomaco è fatto per gli alimenti, e gli alimenti per lo stomaco; ma il rapporto del corpo con la fornicazione è ben diverso. « Il corpo appartiene al Signore, non alla fornicazione, e il Signore appartiene al corpo ». Il corpo appartiene al Signore come il membro appartiene al capo, e reciprocamente; e il segno di questa reciproca appartenenza è che Dio li risuscita, l’uno per causa dell’altro. La fornicazione, violando i diritti del Cristo su noi, è dunque un’ingiustizia. – Un sacrilegio. Chiunque abbia presenti alla mente queste due verità elementari della dottrina di Paolo, che cioè il corpo del cristiano è un membro del Cristo, e che nell’unione sessuale l’uomo e la donna diventano un solo corpo e ima medesima carne, deve logicamente conchiudere che la fornicazione prostituisce un membro del Cristo a una donna impura, in modo da identificarlo con essa: basta nominare un tale atto per mostrarne la sacrilega abbominazione.

– Una profanazione. Il nostro corpo santificato dalla grazia, diventa, come l’anima, un tempio consacrato dalla presenza delle tre Persone divine e dall’abitazione speciale dello Spirito Santo. Ora la fornicazione imbratta e viola questo tempio. In tutte le altre colpe, il peccatore abusa di una creatura estranea e pecca contro di essa distogliendola dal suo fine; qui invece egli abusa del suo stesso corpo e pecca contro di lui. Formando i complici una sola carne, non v’interviene nulla di estraneo; il corpo non è soltanto lo strumento del peccato, come nelle altre colpe, ma ne è lo stesso oggetto.

2. Nei nostri costumi presenti, il secondo abuso biasimato dall’Apostolo sembrerebbe molto leggero: un cristiano ne aveva citato un altro in tribunale. Egli aveva « chiesto giustizia agli ingiusti » (I Cor. VI, 1): così si solevano chiamare i pagani. Di qui un doppio scandalo: la stessa querela e la pubblicità clamorosa del processo. Era preferibile soffrire l’ingiustizia, che il dare ai pagani un così pericoloso esempio e mettere nelle loro mani quest’arma contro i fedeli. – Si sa che gli Ebrei, dovunque erano numerosi, avevano tribunali speciali dinanzi ai quali regolavano i loro litigi. L’autorità romana generalmente tollerava, qualche volta riconosceva quella giurisdizione eccezionale che al bisogno pronunziava, come dice Origene, anche sentenze di morte (Ep. Ad Afric., 14, – XI, 84), che però dovevano avere l’approvazione del potere supremo, oppure si dovevano eseguire clandestinamente, come nel medioevo le sentenze della Santa Veheme in Germania. Bisogna credere che gli Ebrei spontaneamente concedessero ai loro magistrati la massima competenza, e San Paolo stesso sembra che più di una volta si sia assoggettato al loro verdetto, mentre la sua qualità di cittadino romano poteva sottrarvelo: così si spiegherebbero le cinque flagellazioni di trentanove colpi, che sembrano essergli state inflitte secondo le usanze ebraiche e dopo un regolare processo. Comunque sia, egli desidera per i Cristiani un’istituzione simile: « Se avete dei processi, dice, scegliete come giudici i membri più abbietti della Chiesa ». Poi, riprendendosi subito per timore che i Corinzi non prendano sul serio la sua mordace ironia, soggiunge: « Come! non si trova in mezzo a voi un uomo saggio capace di essere arbitro tra i suoi fratelli, perché un fratello vada a querelarsi contro un fratello, e dinanzi a infedeli! (VI, 4-5) ». – I santi — e tutti i Cristiani portano questo nome — possono benissimo decidere in una querela di minima importanza, essi che un giorno giudicheranno il mondo e gli stessi Angeli (VI, 3). I teologi, imbarazzati intorno a questo giudizio, ne hanno immaginate cinque o sei specie: giudizio di comparazione, giudizio di approvazione, ecc. Ma si sono data una pena affatto inutile: il pensiero dell’Apostolo è molto più semplice. I santi giudicheranno con Gesù Cristo, come risusciteranno con Lui, saranno glorificati con lui e regneranno con Lui. Formando una cosa sola con Lui nell’unità del corpo mistico, partecipano a tutte le sue prerogative e per conseguenza anche a quella del giudizio universale. Gli Angeli sottoposti alla prova come gli uomini, saranno giudicati come gli uomini, e saranno gli eletti, con Gesù Cristo a cui sono indissolubilmente uniti, che li giudicheranno. E dunque superfluo il supporre che « gli angeli » potrebbero qui significare i sacerdoti o i demoni: ipotesi che non si può accettare, perché affatto contraria all’uso. – Sappiamo quanto Paolo fosse geloso di edificare i pagani, perché in questo vedeva un mezzo di apostolato talora efficace quanto la predicazione diretta. Questo è il principale motivo della regola che impone, la quale per natura sua doveva essere transitoria. Rimase infatti in vigore per tre secoli; fino alla conversione ufficiale dell’Impero a Gesù Cristo, quando perdette la sua ragione di essere e cadde in disuso, non si troverebbe forse esempio di un processo intentato da un Cristiano contro un altro Cristiano.

[Continua …]