TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (9) “da Pelagio I a Bonifacio V”

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (9)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

(Da Pelagio I a Bonifacio V)

PELAGIO I:  16 aprile 556 – 3, (4)? Mar.561

Lettera “Humani generis” al re Childeberto I, 3 febbraio 557

Fides Pelagii Papæ

441 – [La Trinità divina] Credo dunque in un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo: cioè nel Padre onnipotente, eterno, non generato; nel Figlio generato dalla sostanza o dalla natura dello stesso Padre, prima di qualsiasi inizio di tempo o di eternità, cioè (dell’Onnipotente) onnipotente, uguale, coeterno e consustanziale a Colui che lo ha generato; anche nello Spirito Santo, onnipotente, uguale a entrambi, cioè al Padre e al Figlio, coeterno e consustanziale; che, procedendo dal Padre fuori dal tempo, è lo Spirito del Padre e del Figlio; quindi in tre Persone o tre ipostasi di una sola essenza o natura, di una sola forza, di una sola operazione, di una sola beatitudine e di una sola potenza; così che l’unità è trina e la Trinità è una, secondo la verità della parola del Signore che dice: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. Mt XXVIII: 19. Dice “nel nome” e non “nei nomi”, sia per mostrare l’unico Dio attraverso il Nome indistinto dell’essenza divina, sia per far conoscere la distinzione delle Persone manifestata dalle loro proprietà (cfr. 415); Infatti, il fatto che i tre abbiano un solo Nome per quanto riguarda la Divinità, manifesta l’uguaglianza delle Persone, e viceversa l’uguaglianza delle Persone non permette di riconoscere in esse qualcosa che sarebbe estraneo ad esse o che si aggiungerebbe ad esse, in modo che ciascuno di essi sia veramente e perfettamente Dio, e tutti e tre siano veramente e perfettamente un unico Dio, vale a dire che la pienezza della divinità debba essere riconosciuta in ciascuno di essi senza che vi sia nulla di mancante in nessuno di essi e senza che vi sia nulla di più nei tre.

442 – [Il Figlio di Dio incarnato]. Ma di questa santa, beatissima e consustanziale Trinità, credo e professo che una sola Persona, cioè il Figlio di Dio, sia sceso dal cielo negli ultimi tempi per la salvezza del genere umano, ma senza lasciare il trono del Padre e il governo del mondo; e quando lo Spirito Santo discese sulla beata Vergine Maria e la potenza dell’Altissimo la coprì con la sua ombra, questo stesso Verbo e Figlio di Dio entrò misericordiosamente nel grembo di questa stessa santa Vergine Maria, e si unì alla carne della sua carne, animata da un’anima ragionevole e intellettuale; e la carne non fu creata prima, il Figlio di Dio venne su di essa dopo, ma come è scritto: “Quando la Sapienza si costruì una dimora”, Pr IX,11, immediatamente la carne nel grembo della Vergine divenne carne del Verbo di Dio. Perciò il Verbo e Figlio di Dio si è fatto uomo senza alcun cambiamento o conversione della natura del Verbo e della carne, l’una e l’altra natura, la divina e l’umana, e così Cristo Gesù è apparso, cioè è nato, vero Dio e, allo stesso modo, vero uomo, mantenendo intatta la verginità della Madre, che lo ha generato rimanendo Vergine così come lo ha concepito vergine. Per questo confessiamo la stessa beata Vergine Maria Madre di Dio in tutta verità, poiché ha portato il Verbo incarnato di  di Dio. C’è dunque un solo e medesimo Cristo Gesù, vero Figlio di Dio e lo stesso che è vero Figlio dell’uomo, perfetto nella divinità lo stesso perfetto nell’umanità, poiché è interamente in ciò che è suo e, lo stesso, interamente in ciò che è nostro (cfr. 293); con la seconda natività ha preso dalla Madre umana, ciò che non era, ma senza cessare di essere ciò che era con la prima, quella per cui è nato dal Padre. Perciò crediamo che Egli sia di due e in due nature che rimangono senza divisione o confusione: senza divisione, poiché dopo l’assunzione della nostra natura anche l’unico Cristo è rimasto e rimane il Figlio di Dio; senza confusione, perché crediamo che le nature siano state unite in una sola Persona e ipostasi in modo tale che, essendo salvaguardata la proprietà di ciascuna, nessuna delle due si sia trasformata nell’altra. E perciò, come abbiamo spesso detto, confessiamo che un solo e medesimo Cristo è vero Figlio di Dio e che lo stesso è vero Figlio dell’uomo, consustanziale al Padre secondo la divinità e consustanziale a noi secondo l’umanità, simile a noi in tutto tranne che nel peccato; passibile nella carne e impassibile nella divinità. Noi professiamo che sotto Ponzio Pilato egli ha liberamente sofferto per la nostra salvezza nella carne, che è stato crocifisso nella carne, che è morto nella carne, che è risorto il terzo giorno nella stessa carne, glorificato e incorruttibile, e… che è salito al cielo e siede anche alla destra del Padre.

443 – [Il compimento del mondo]. Credo e professo… che come è salito al cielo, così verrà a giudicare i vivi e i morti. Per tutti gli uomini che sono nati e morti da Adamo fino alla consumazione dei secoli, con Adamo stesso e sua moglie, che non sono nati da altri genitori, ma sono stati creati, l’uno dalla terra e l’altra da una costola dell’uomo (cfr. Gen. II, 7 Gen II: 22). Professo che poi risorgeranno e staranno “davanti al seggio del giudizio di Cristo, per ricevere la ricompensa di ciascuno per ciò che ha fatto nel suo corpo, sia in bene che in male” Rm XIV: 10 2 Cor V:10 ; e i giusti, come “vasi di misericordia preparati per la gloria” (cfr. Rm IX, 23), li ricompenserà per la sovrabbondante grazia di Dio con i premi della vita eterna e vivranno all’infinito in compagnia degli Angeli, senza alcun timore di ricadere; Quanto agli empi, che per loro scelta rimarranno come “vasi d’ira, destinati alla perdizione” (Rm IX, 22), che non hanno riconosciuto la voce del Signore, oppure l’hanno riconosciuta ma l’hanno abbandonata di nuovo perché sedotti da trasgressioni di ogni genere, Egli li consegnerà con il suo giustissimo giudizio alle pene del fuoco eterno e inestinguibile, affinché brucino senza fine. Questa è dunque la mia fede e la mia speranza, che è in me per dono della misericordia di Dio; e per essa, come ci comanda il beato Apostolo Pietro, dobbiamo essere pronti soprattutto a rispondere a chiunque ce ne chieda conto (cfr. 1 Pt III, 5 ).

Lettera circolare “Vas electionis” a tutto il popolo di Dio, ca. 557.

L’autorità dei Concili ecumenici.

444 – Per quanto riguarda i quattro santi Concili, cioè quello di Nicea dei trecentodiciotto (padri), quello di Costantinopoli dei centocinquanta, il primo di Efeso dei duecento, ma anche (per quanto riguarda) quello di Calcedonia dei seicentotrenta. Professo di aver condotto i miei pensieri sotto la protezione della misericordia divina e di farlo fino alla fine della mia vita, con tutto il mio cuore e le mie forze, per conservarli con piena devozione nella difesa della santa fede e nella condanna delle eresie e degli eretici, poiché questi pensieri sono stati confermati dallo Spirito Santo. Professo che la loro solidità, perché è la solidità di tutta la Chiesa, la proteggerò e la difenderò come hanno fatto senza dubbio i miei predecessori. In questo desidero seguire e imitare soprattutto colui che sappiamo essere stato l’autore del Concilio di Calcedonia (Papa Leone I), il quale, in accordo con il suo nome, si dimostrò chiaramente, con il suo ardentissimo zelo per la fede, un membro di quel leone che nacque dalla tribù di Giuda (cfr. Ap V, 5 ). Così sono convinto che mostrerò sempre la stessa riverenza per i suddetti sinodi, che tutti coloro che sono stati assolti da questi quattro Concili li riterrò ortodossi, e che mai nella mia vita… toglierò qualcosa all’autorità della loro santa e vera predicazione. Ma seguo e venero anche i canoni che la Sede Apostolica accetta… Professo che conservo anche le lettere di papa Celestino di benedetta memoria… e di Agapeto, per la difesa della fede cattolica, per la solidità dei quattro sinodi suddetti e contro gli eretici, e tutti coloro che essi hanno condannato li ritengo condannati, e tutti coloro che essi hanno accolto, specialmente i venerabili vescovi Teodoreto e Ibas, li venero tra gli ortodossi.

445 – Lettera “Admonemus ut” al Vescovo Gaudenzio di Volterra,

(tra il settembre 558 e il febbraio 559).

La forma del battesimo.

Riguardo agli eretici (che vogliono tornare alla fede cattolica, riguardo a chi)… avete pensato di dover consultare noi…. se devono essere battezzati o solo riconciliati, vogliamo la vostra deferenza per mantenere questo… :… affermano di essere battezzati solo nel nome di Cristo e con una sola immersione, ma il precetto del Vangelo …. ci avverte di conferire a ciascuno il santo Battesimo nel Nome della Trinità e con una triplice immersione, poiché nostro Signore dice ai suoi discepoli: “Andate, battezzate tutte le nazioni nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo – Mt XXVIII,19; pertanto, se di fatto le persone che fanno parte dei suddetti eretici, … dovessero riconoscere di essere stati battezzati nel solo Nome del Signore, se passeranno alla fede cattolica, li battezzerete, senza alcuna incertezza, nel nome della Santissima Trinità. Ma… se affermano chiaramente con una professione manifesta di essere stati battezzati nel nome della Trinità, vi affretterete a unirli alla fede cattolica con la sola grazia della riconciliazione, che sarà loro concessa.

446 – Lettera “Adeone te” al Vescovo (Giovanni), inizio 559.

La necessità di unità con la Sede Apostolica.

Voi, che siete collocati nel più alto grado del sacerdozio, siete stati così privi della verità della madre cattolica da non considerarvi subito scismatici quando vi siete allontanati dalla Sede Apostolica? Non avete letto che la Chiesa è stata fondata da Cristo nostro Dio sul principe degli Apostoli, e su un fondamento tale che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa (cfr. Mt XVI, 18)? E se avete letto questo, dove pensate che sia la Chiesa, se non presso colui nel quale solo si trovano tutte le sedi apostoliche, al quale, come a colui che ha ricevuto le chiavi, è stato concesso il potere di legare e sciogliere? Ma ciò che ha voluto dare a uno, lo ha dato anche a tutti, affinché, secondo le parole del beato martire Cipriano, che spiega questo, si dimostri che la Chiesa sia una. Dove hai vagato, separato da lei, carissimo fratello in Cristo, o quale speranza di salvezza avevi?

Lettera ‘Relegentes autem’ al patrizio Valeriano, marzo oaprile 559.

Il Papa interpreta i decreti dei Concili

447 – Non è mai stato permesso, né sarà mai permesso, che un concilio particolare si riunisca per giudicare un Concilio generale. Ma ogni volta che ad alcuni sorge un dubbio su un Concilio universale – per avere chiarimenti su ciò che non capiscono – o coloro che desiderano la salvezza delle loro anime vengono di propria iniziativa alle sedi apostoliche per essere illuminati, o… se dovessero essere così ostinati e testardi da non voler essere istruiti, è necessario che siano attirati alla salvezza in ogni modo da queste stesse sedi apostoliche, o che siano perseguiti dai poteri secolari secondo i canoni, per non poter essere causa di perdizione per altri.

GIOVANNI III: (17 luglio561-13 luglio 574)

Primo Concilio di Braga (Portogallo), iniziato il 1° maggio 551

Anatemi contro i priscillianisti ed altri.

La Trinità e il Cristo.

451 – 1. Se qualcuno non confessa che il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo siano tre Persone di una sola sostanza, forza e potenza, come insegna la Chiesa cattolica e apostolica, ma dice che siano una Persona sola e solitaria, in modo che il Padre sarebbe lo stesso del Figlio e che lo stesso sarebbe anche lo Spirito Paraclito, come hanno detto Sabellio e Priscilliano, sia anatema!

452 – 2 Se qualcuno introduce al di fuori della Santa Trinità altri nomi della Divinità, dicendo che nella Divinità stessa c’è una Trinità di Trinità, come hanno detto gli gnostici e Priscilliano, sia anatema!

453 – 3 Se qualcuno dice che il Figlio di Dio, nostro Signore, non esisteva prima di nascere dalla Vergine, come hanno detto Paolo di Samosata, Fotino e Priscilliano, sia anatema!

454 – 4 Se qualcuno non onora il giorno della nascita di Cristo secondo la carne, ma finge di onorarlo, e digiuna in quel giorno e nella domenica perché non crede che Cristo sia nato nella vera natura di uomo, come hanno detto Cerdone, Marcione, Mani e Priscilliano, sia anatema!

Creazione e governo del mondo

455 – 5 Se qualcuno crede che le anime umane o gli Angeli provengano dalla sostanza di Dio, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

456 – 6 Se qualcuno dice che le anime umane peccarono per la prima volta nelle dimore celesti e furono quindi gettate sulla terra in corpi umani, come ha detto Priscilliano, sia anatema!

457 – 7. Se qualcuno dice che il diavolo non fosse all’inizio un Angelo buono, creato da Dio, e che la sua natura non è opera di Dio, ma dice che sia uscito dalle tenebre, che nessuno lo ha creato, ma che egli stesso è il principio e la sostanza del male, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

458 – 8. Se qualcuno crede che il diavolo abbia creato alcune creature nel mondo e che abbia prodotto tuoni, fulmini, tempeste e siccità con il proprio potere, come ha detto Priscilliano sia anatema!

459 – 9. Se qualcuno pensa che le anime umane siano legate a stelle che ne regolano il destino, come dicevano i pagani e Priscilliano, sia anatema!

460 10. Se qualcuno crede che i dodici segni delle stelle che gli astrologi sono soliti osservare siano disposti secondo le varie membra dell’anima o del corpo, e dice che siano attribuiti ai nomi dei Patriarchi, come ha detto Priscilliano, sia anatema!

461 – 11. Se qualcuno condanna il matrimonio umano e aborre la procreazione dei figli, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

462 – 12. Se qualcuno dice che la formazione del corpo umano sia opera del demonio e che il concepimento nel grembo materno è opera dei demoni, e se per questo non crede nella risurrezione della carne, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

463 – 13. Se qualcuno dice che la creazione di ogni carne non sia opera di Dio, ma degli angeli cattivi, come ha detto Priscilliano, sia anatema!

464 – 14 Se qualcuno considera impure le carni che Dio ha dato all’uomo per il suo uso e si astiene dal mangiarle, non per punire il suo corpo, ma perché le considera impure e non gusta neppure le verdure cucinate con la carne, come hanno detto Mani e Priscilliano, sia anatema!

BENEDETTO I: 2 giugno 575-30 luglio 579

PELAGIO II: 26 novembre 579-7 febbraio 590

Lettera “Dilectioni vestræ” ai Vescovi scismatici dell’Istria, 585 o 586

La necessità dell’unione con la Sede romana.

468. – Sebbene sia chiaro dalla stessa parola del Signore nel Santo Vangelo dove si trova il fondamento della Chiesa, ascoltiamo tuttavia ciò che il beato Agostino ha stabilito, ricordando la stessa parola. La Chiesa di Dio è fondata, dice, su coloro che sono riconosciuti, in ragione della successione dei Vescovi, come coloro che hanno presieduto le sedi apostoliche; e chi si è separato dalla Comunione o dall’autorità di queste sedi, si dimostra scismatico. E dopo altre cose: “stando fuori, sarete anche morti per il Nome di Cristo. Tra le membra di Cristo, soffri per Cristo, essendo attaccato al corpo; combatti per il capo [Non sarai annoverato tra le membra di Cristo, soffri per Cristo, essendo attaccato al corpo combatti per il Capo,].

469 – Ma anche il beato Cipriano… dice tra l’altro: “L’inizio procede dall’unità, e il primato è dato a Pietro, affinché si dimostri che la Chiesa di Cristo e il pulpito sono una cosa sola”; e pastori lo sono tutti, ma il gregge è dimostrato essere uno, quel gregge che deve essere condotto al pascolo dagli Apostoli in accordo unanime. E poco dopo: “Colui che non mantiene l’unità della Chiesa crede forse di possedere la fede? Colui che abbandona la cattedra di Pietro, su cui la Chiesa è fondata, e le resiste, si vanta forse di essere nella Chiesa?”… Non possono abitare con Dio coloro che non hanno voluto vivere unanimemente nella Chiesa di Dio; e anche se bruciano nelle fiamme, se espongono la loro vita al rogo e alle belve, non otterranno la corona della fede, ma la punizione della loro malafede, né la gloria finale, ma la morte della disperazione. Un tale uomo può essere messo a morte, ma non può ricevere la corona”… “Il crimine dello scisma è peggiore del crimine di coloro che hanno sacrificato; questi almeno si sottomettono alla penitenza del loro crimine e implorano Dio pagando pienamente la soddisfazione richiesta. Qui si cerca e si chiede la Chiesa, lì si combatte la Chiesa. Qui chi ha fallito ha danneggiato solo se stesso; qui chi si sforza di fare uno scisma porta molte persone nell’errore con lui. Qui si danneggia solo un’anima, lì il pericolo è per molti. Quello, almeno, riconosce di aver peccato e piange e si lamenta; quello si vanta della sua colpa, si compiace della sua offesa, separa i figli dalla madre, allontana le pecore dal loro pastore, turba i Sacramenti di Dio, e mentre quello che ha fallito ha peccato una sola volta, questo pecca ogni giorno. Infine, colui che ha fallito, se in seguito ottiene il martirio, può ricevere le promesse del Regno; costui, se viene messo a morte fuori dalla Chiesa, non può ottenere le ricompense della Chiesa. “

3° Concilio di Toledo, iniziato l’8 maggio 589

Professione di fede del re Reccardo.

470La Trinità divina.

Confessiamo che c’è un Padre, che ha generato dalla sua sostanza il Figlio, che è co-uguale e co-eterno a lui, non però che lo stesso sia nato e generato (nato non generato), ma in modo tale che secondo la persona un altro è il Padre che ha generato, e un altro il Figlio, che è stato generato, e tuttavia secondo la Divinità entrambi sono della stessa sostanza: il Padre, da cui è il Figlio, non è altro da sé; il Figlio, che ha un Padre, esiste senza inizio né diminuzione in questa Divinità, perché è co-uguale e co-eterno al Padre. Allo stesso modo dobbiamo confessare e predicare che lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio e che con il Padre e il Figlio è di una sola sostanza; la terza persona della Trinità è quella dello Spirito Santo, che tuttavia possiede l’essenza della divinità in comune con il Padre e il Figlio. Questa santa Trinità è davvero un solo Dio, Padre e Figlio e Spirito Santo, e per la sua bontà tutte le creature (la natura dell’uomo) sono state create buone, ma dalla forma dell’aspetto umano assunto dal Padre e dal Figlio.

la forma dell’aspetto umano assunto dal Figlio, dalla generazione dannata siamo restituiti alla prima beatitudine.

GREGORIO MAGNO I: 3 settembre 590-12 maggio

Lettera “Consideranti mihi” ai Patriarchi. Febbraio 591.

L’autorità dei concili ecumenici.

472 – … Oltre ai quattro libri del Santo Vangelo, confesso di ricevere e venerare i quattro Concili: Infatti abbraccio con piena devozione e custodisco con pieno assenso quello di Nicea, dove viene distrutta la perversa dottrina di Ario; quello di Costantinopoli, dove viene confutato l’errore di Eunomio e di Macedonio; così pure il primo di Efeso, dove viene giudicata l’empietà di Nestorio, e quello di Calcedonia, dove viene condannato l’errore di Eutiche e di Dioscoro; Perché su di essi si regge l’edificio della santa fede, come su una pietra a quattro lati, e su di essi poggia l’edificio di tutta la vita e l’azione; e chi non si attiene alla loro solidità, anche se è considerato una pietra, si trova comunque fuori dall’edificio. Veneriamo anche il quinto Concilio, nel quale la lettera di Ibas viene condannata come piena di errori, e nel quale Teodoro, che separa la persona del Mediatore di Dio e degli uomini in due ipostasi, viene condannato per essere caduto nel crimine di empietà, e nel quale gli scritti di Teodoreto, che sono opera di un’impresa folle, e nei quali viene biasimata la fede del beato Cirillo, vengono ugualmente respinti. Tutti coloro che i suddetti venerabili Concili respingono, io li respingo; quelli che essi venerano, li riconosco; poiché essi sono fondati su un consenso universale, è lui stesso e non loro che distrugge chi ha l’ardire di sciogliere coloro che essi legano o di legare coloro che essi sciolgono. Se qualcuno, quindi, la pensa diversamente, che sia anatema!

Lettera “O quam bona” al Vescovo Virgilio di Arles, 12 agosto 595.

Simonia

473 –  … Ho saputo che nelle regioni della Gallia e della Germania nessuno raggiunge l’ordine sacro senza aver concesso un dono adeguato. Se è così, lo dico con lacrime e lo proclamo con gemiti: se l’ordine sacerdotale è crollato dall’interno, non potrà resistere a lungo all’esterno. Sappiamo infatti dal Vangelo cosa fece il nostro stesso Redentore: entrando nel Tempio, rovesciò i seggi dei venditori di colombe, Mt XXI,12. Vendere colombe significa, infatti, ricevere un beneficio temporale dallo Spirito Santo, che Dio onnipotente conferisce agli uomini come consustanziali a Lui mediante l’imposizione delle mani. Ciò che risulta da questo male, come ho detto, è già indicato; per coloro che hanno l’audacia di vendere colombe nel Tempio di Dio, i loro posti sono caduti secondo il giudizio di Dio. Perché questo errore viene amplificato e diffuso tra i subordinati. Infatti, colui che viene condotto all’onore (ordine) sacro dietro compenso è già corrotto alla radice della sua promozione, ed è più disposto a vendere ad altri ciò che ha comprato. E dov’è allora ciò che è scritto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” Mt X, 8? E poiché l’eresia simoniaca è sorta come la prima eresia contro la santa Chiesa, perché non si considera, perché non si vede, che se si ordina qualcuno dietro compenso, lo si rende eretico promuovendolo?

Lettera “Sicut aqua” al patriarca Eulogio di Alessandria, agosto 600.

La scienza di Cristo (contro gli agnostici)

474 – Per quanto riguarda… il passo della Scrittura secondo cui “né il Figlio né gli Angeli conoscono il giorno e l’ora” (cfr. Mc XIII, 32), Vostra Santità pensa giustamente che non sia da riferirsi a questo stesso Figlio considerato come capo, ma considerato nel suo corpo, che noi siamo… Agostino fa uso di questo significato in molti luoghi. Dice anche un’altra cosa, che può essere ascoltata da questo stesso Figlio, e cioè che il Dio onnipotente a volte parla in modo umano, per esempio quando dice ad Abramo: “Ora so che tu temi Dio” (Gen XXII,12), non perché Dio sapesse allora di essere temuto, ma perché Abramo riconosceva allora attraverso di lui di temere Dio. Come si parla di un giorno felice, non perché il giorno stesso sia felice, ma perché ci rende felici, così il Figlio onnipotente dice di ignorare il giorno che Egli stesso fa conoscere, non perché lo ignori, ma perché non permette assolutamente che sia conosciuto.

475 – Perciò si dice anche che solo il Padre conosce, perché il Figlio, che gli è consustanziale per la sua natura, per cui è al di sopra degli Angeli, ha il potere di conoscere ciò che gli Angeli ignorano. Quindi questo può essere inteso in modo più sottile dicendo che il Figlio unigenito, fatto per noi uomo perfetto, conosceva il giorno e l’ora del giudizio nella natura umana e tuttavia non lo conosceva dalla natura umana. Ciò che dunque conosceva in essa, non lo conosceva attraverso di essa, perché era per il potere della sua divinità che il Dio fatto uomo conosceva il giorno e l’ora del giudizio… Perciò la conoscenza che non aveva per mezzo della natura umana, che lo rendeva una creatura con gli Angeli, egli la rifiutò agli Angeli, ha rifiutato di averla con gli Angeli che sono creature. Il Dio-uomo conosce dunque il giorno e l’ora del giudizio, ma proprio perché Dio è uomo.

476 – Questo è chiarissimo, perché chi non è nestoriano non può in alcun modo essere agnostico. Infatti, chi confessa che la Sapienza di Dio si è incarnata, come può dire che c’è qualcosa che la Sapienza di Dio non conosca? È scritto: “In principio era il Verbo e il Verbo era Dio. Da Lui sono state fatte tutte le cose” (Gv 1, 1-3). Se è “tutto”, è senza dubbio anche il giorno e l’ora del giudizio. Chi è dunque così sciocco da osare dire che il Verbo del Padre ha fatto ciò che non conosceva? È scritto ancora: Gesù sapendo che il Padre aveva dato tutto nelle sue mani Gv XIII, 3. Se è “tutto” è ovviamente anche il giorno e l’ora del giudizio. Chi è dunque così sciocco da dire che il Figlio ha ricevuto nelle sue mani ciò che non conosce? Quanto al passo in cui dice alle donne a proposito di Lazzaro: “Dove l’avete deposto? “Noi abbiamo pensato esattamente quello che avete pensato voi, e cioè che se dicono che il Signore non sapeva dove era sepolto Lazzaro e che lo chiedeva per questo motivo, sono costretti senza dubbio a riconoscere che il Signore non sapeva in quali luoghi si erano nascosti Adamo ed Eva dopo il loro peccato quando nel paradiso disse: “Adamo, dove sei?” (Gen III, 9), o quando rimproverò Caino dicendo: “Dov’è Abele, tuo fratello? “Gen. IV, 9”. Se non lo sapeva, perché ha subito aggiunto: “Il sangue di tuo fratello grida a me dalla terra”?

Lettera “Litterarum tuarum primordia” al Vescovo Sereno Massiliense, ottobre 600.

Il diritto dei fedeli di venerare le immagini dei Santi.

477 – Ci è stato riferito… che avete rotto le immagini dei santi, adducendo la scusa che non dovevano essere venerate. Noi lodiamo pienamente il fatto che abbiate proibito di venerarle; ma vi biasimiamo per averle rotte…. Perché una cosa è venerare un’immagine, e un’altra cosa è imparare da ciò che l’immagine dice, cosa si deve venerare. Infatti, ciò che le Scritture sono per coloro che sanno leggere, l’immagine lo realizza per i semplici che la guardano, poiché gli ignoranti vedono ciò a cui devono attaccarsi, e coloro che non conoscono le lettere leggono in essa; perciò, per i popoli principalmente, l’immagine prende il posto della lettura… Se qualcuno vuole fare immagini, non vietateglielo in alcun modo; ma il culto delle immagini evitatelo in ogni modo. La vostra fraternità, al contrario, esorti a far sì che la visione di ciò che è accaduto faccia sentire loro l’ardore del pentimento, e che si prostrino umilmente nell’adorazione dell’unica, onnipotente e santa Trinità.

Lettera “Quia caritati nihil” ai Vescovi di Iberia (Georgia), 22 giugno 601 circa

Battesimo e Ordini sacri degli eretici.

478 – Abbiamo appreso dall’antico insegnamento dei Padri che tutti coloro che sono stati battezzati in eresia nel nome della Trinità, quando ritornano alla santa Chiesa, devono essere richiamati nel seno della Madre Chiesa o con l’unzione del crisma, o con l’imposizione della mano, o con la semplice professione di fede. Per questo l’Occidente rigenera gli ariani con l’imposizione della mano, l’Oriente con l’unzione del santo crisma in vista dell’ingresso nella Chiesa cattolica. Ma i monofisiti e gli altri li riceve solo con la vera professione di fede, perché il santo battesimo che hanno ottenuto dagli eretici riceva poi in loro i poteri della purificazione, quando alcuni hanno ricevuto lo Spirito Santo con l’imposizione della mano e altri sono stati uniti nel seno della Chiesa santa e universale con la professione della vera fede. Quanto agli eretici che non sono stati battezzati nel nome della Trinità, come i Bonosi e i Catafrigi, perché alcuni non credono in Cristo Signore e altri credono falsamente che lo Spirito Santo sia un depravato di nome Montan, essi vengono battezzati quando vengono nella santa Chiesa, perché quello che hanno ricevuto, quando erano nell’errore, senza il Nome della Santissima Trinità, non era un Battesimo. Né può essere chiamato un battesimo ripetuto, poiché, come è stato detto, il primo non è stato dato nel nome della Trinità… Vostra Santità deve accoglierli (i nestoriani) senza alcuna esitazione nella sua comunità, rispettando i loro ordini, in modo che… non suscitando con la vostra indulgenza alcuna opposizione o difficoltà riguardo ai loro ordini, li strapperete dalla bocca dell’antico nemico.

Il momento dell’unione ipostatica.

479 – Ora, la carne non è stata prima concepita nel grembo della Vergine e poi la divinità è entrata nella carne; ma non appena il Verbo è entrato nel grembo, il Verbo si è fatto carne, conservando la virtù della propria natura. … Né fu prima concepito e poi unto; ma essere concepito dallo Spirito Santo dalla carne della Vergine fu lo stesso che essere unto dallo Spirito Santo.

Lettera “Qui sincera” al Vescovo Pascasio di Napoli, novembre 602,

Tolleranza delle diverse credenze religiose

480 – Coloro che, con retta intenzione, desiderano avvicinare gli estranei alla Religione cristiana, alla retta fede, devono sforzarsi di farlo con parole gentili e non con parole dure, affinché l’inimicizia non allontani coloro il cui animo potrebbe essere stato smosso dall’indicazione di una chiara ragione. Per tutti coloro che fanno diversamente e che con questa scusa vogliono allontanarli dalla pratica abituale del loro rito, sembra che lavorino per la propria causa piuttosto che per quella di Dio. In effetti, i Giudei che vivono a Napoli si sono lamentati con noi del fatto che alcune persone stiano facendo sforzi irragionevoli per impedire loro di osservare alcune celebrazioni delle loro feste, in modo da non essere più autorizzati a osservare le celebrazioni delle loro feste come a loro ed ai loro parenti è stato permesso da tempo di osservarle o eseguirle. Se le cose stanno davvero così, sembra che si stiano impegnando in un’impresa inutile. Infatti, a che cosa serve se, anche se è vietato loro di farlo contro le consuetudini di lunga data, non ne traggono alcun vantaggio per la fede e la conversione? O ancora, perché stabilire regole per i Giudei sul modo in cui devono celebrare le loro cerimonie, se poi non riusciamo a conquistarli? Dobbiamo quindi fare in modo che, incoraggiati piuttosto dalla ragione e dalla gentilezza, vogliano seguirci e non fuggire da noi, in modo che, spiegando loro con le Scritture ciò che diciamo, possiamo con l’aiuto di Dio convertirli al seno della Madre Chiesa. Perciò la vostra fraternità li inciti alla conversione con le monizioni, per quanto può con l’aiuto di Dio, e non sia più turbata a causa delle loro celebrazioni; al contrario, abbia piena libertà di osservare e celebrare le proprie feste e ricorrenze, come ha fatto finora.

SABINIANO: 13 settembre 604 – 22 febbraio

BONIFACIO III: 19 febbraio – 12 novembre

BONIFACIO IV: 25 agosto 608 – 8 maggio 615

DEUSDEDIT (Adéodato I): 19 ottobre 61

BONIFACIO V: 23 dicembre 619 – 25 ottobre 625

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA (10) “da Onorio I a Martino I”

FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2023)

S. JOSEPH OPIFICIS

La Chiesa, madre provvidentissima di tutti, consacra massima cura nel difendere e promuovere la classe operaia, istituendo associazioni di lavoratori e sostenendole con il suo favore. Negli anni passati, inoltre, il sommo pontefice Pio XII volle che esse venissero poste sotto il validissimo patrocinio di san Giuseppe. San Giuseppe infatti, essendo padre putativo di Cristo – il quale fu pure lavoratore, anzi si tenne onorato di venir chiamato «figlio del falegname» – per i molteplici vincoli d’affetto mediante i quali era unito a Gesù, poté attingere abbondantemente quello spirito, in forza del quale il lavoro viene nobilitato ed elevato. Tutte le associazioni di lavoratori, ad imitazione di lui, devono sforzarsi perché Cristo sia sempre presente in esse, in ogni loro membro, in ogni loro famiglia, in ogni raggruppamento di operai. Precipuo fine, infatti, di queste associazioni è quello di conservare e alimentare la vita cristiana nei loro membri e di propagare più largamente il regno di Dio, soprattutto fra i componenti dello stesso ambiente di lavoro. Lo stesso Pontefice ebbe una nuova occasione di mostrare la sollecitudine della Chiesa verso gli operai: gli fu offerta dal raduno degli operai il 1° maggio 1955, organizzato a Roma. Parlando alla folla radunata in piazza san Pietro, incoraggiò quell’associazione operaia che in questo tempo si assume il compito di difendere i lavoratori, attraverso un’adeguata formazione cristiana, dal contagio di alcune dottrine errate, che trattano argomenti sociali ed economici. Essa si impegna pure di far conoscere agli operai l’ordine prescritto da Dio, esposto ed interpretato dalla Chiesa, che riguarda i diritti e i doveri del lavoratore, affinché collaborino attivamente al bene dell’impresa, della quale devono avere la partecipazione. Prima Cristo e poi la Chiesa diffusero nel mondo quei principi operativi che servono per sempre a risolvere la questione operaia. Pio XII, per rendere più incisivi la dignità del lavoro umano e i princìpi che la sostengono, istituì la festa di san Giuseppe artigiano, affinché fosse di esempio e di protezione a tutto il mondo del lavoro. Dal suo esempio i lavoratori devono apprendere in che modo e con quale spirito devono esercitare il loro mestiere. E così obbediranno al più antico comando di Dio, quello che ordina di sottomettere la terra, riuscendo così a ricavarne il benessere economico e i meriti per la vita eterna. Inoltre, l’oculato capofamiglia di Nazareth non mancherà nemmeno di proteggere i suoi compagni di lavoro e di rendere felici le loro famiglie. – Il Papa volutamente istituì questa solennità il 1° maggio, perché questo è un giorno dedicato ai lavoratori. E si spera che un tale giorno, dedicato a san Giuseppe artigiano, da ora in poi non fomenti odio e lotte, ma, ripresentandosi ogni anno, sproni tutti ad attuare quei provvedimenti che ancora mancano alla prosperità dei cittadini; anzi, stimoli anche i governi ad amministrare ciò che è richiesto dalle giuste esigenze della vita civile.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Sap. 10:17
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.
Ps 126:1
Nisi Dóminus ædificáverit domum, in vanum labórant qui ædíficant eam.
V. Glória Patri, et Fílio, et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, et in sǽcula sæculórum. Amen.
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

Ap. 10:17
[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia.
Ps 126:1
Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori.
V. Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo.
R. Come era nel principio e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen.
La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Joseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quæ præcipis, et præmia consequámur quæ promíttis.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
R. Amen.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. 3:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.
R. Deo grátias.
Col. 3:14-15, 17, 23-24
[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore
R. Grazie a Dio.]

Alleluja

Allelúja, allelúja.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúja.
V. Fac nos innócuam, Joseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio. Allelúja.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt 13:54-58
In illo témpore: Véniens Jesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María, et fratres ejus Jacóbus et Joseph et Simon et Judas? Et soróres ejus nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Jesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità.]

OMELIA

Omelia di s. Alberto Magno Vescovo
Sul Vangelo di Luca, cap. 4

Gesù entrò un sabato nella sinagoga, dove tutti si recano ad imparare. Tutti lo guardavano. Chi lo guardava per affetto, chi per curiosità e chi per spiarlo e coglierlo in errore. Gli scribi e i farisei dicevano alla gente che già credeva ed era affezionata a Gesù: « Ma questo tale non è il figlio di Giuseppe?». È segno di disprezzo il non voler chiamare Gesù per nome. « Figlio di Giuseppe», nota qui in breve l’evangelista, mentre Matteo e Marco scrivono addirittura, con maggiori particolari: «Non è questo il figlio del falegname? Non è lui stesso un falegname?, Lui, il figlio di Maria?». In queste frasi si nota un vero disprezzo. Si sa che Giuseppe era falegname. Viveva del suo lavoro, e non perdeva il tempo nell’ozio e nei bagordi, come facevano gli scribi ed i farisei. Anche Maria si procurava da vivere attendendo alla filatura e servendosi dell’opera delle sue mani. Il senso della frase dei farisei è chiaro: « Non può essere il Signore messia, l’inviato da Dio, questo tale che è di origine vile e plebea. Perciò non si può avere fede in un tipo così rozzo e disprezzabile ». Anche il Signore era falegname: il profeta di lui dice: « Tu hai costruito l’aurora e il sole ». Un modo di disprezzare, analogo a quello usato dai farisei contro Gesù, lo troviamo anche nel libro dei Re, quando di Saul, elevato alla dignità di re, si diceva: « Che cosa mai è capitato al figlio di Cis? Che anche Saul sia un profeta? ». Una breve frase avvelenata da immisurabile alterigia. Il Signore risponde: « Veramente nessun profeta è accolto dai propri familiari ». Con questa frase il Signore si proclama profeta. Lui ebbe l’illuminazione profetica non attraverso una rivelazione, ma attraverso la sua stessa divinità. Per «familiari» qui vuol indicare il paese della sua nascita e della sua fanciullezza. Or dunque è chiaro che non era stato accolto dai suoi compaesani, che erano attizzati contro di lui soltanto per invidia.

Il Vangelo chiama Giuseppe « tékton », che possiamo tradurre per il senso con « falegname » e anche « legnaiuolo ». Essendo di tale professione, egli faceva aratri, gioghi, rastrelli e quegli altri arnesi di maggior uso nell’agricoltura, che a quell’epoca era certamente ancor molto semplice. Egli forniva quanto occorreva per la casa e il focolare: le travi per il tetto, le porte con i loro catenacci, i recinti e gli oggetti di legno necessari per la cucina. Non sono certo da accogliere le ciarle che a questo proposito leggiamo in uno scritto apocrifo: Giuseppe avrebbe costruito nientemeno che il trono del re Erode, veramente poi riuscito male, e questo lo si comprenderebbe psicologicamente. Alcuni antichi scrittori ecclesiastici tentarono fare di lui, semplice carpentiere, un ingegnere o addirittura un architetto; dobbiamo però respingere questa opinione, anche perché in Palestina le case non sono mai fabbricate in legno, ma in pietra o con mattoni cotti. Giuseppe al contrario, date le condizioni primitive del suo tempo, che ancor non conosceva né si valeva della meticolosa divisione e distinzione dei vari mestieri, dovette senza dubbio eseguire anche quei lavori, che in qualche modo si ricollegano con la professione del falegname; in quel tempo ancora non si doveva chiamare successivamente per un semplice telaio il muratore, il falegname, il fabbro e infine anche il pittore, come oggi; tutto questo poté apprestare da solo il buon Giuseppe. Il Vangelo di Matteo chiama Gesù « il figlio del falegname », il Vangelo di Marco lo dice semplicemente « il falegname; le due indicazioni non si contraddicono, ma si completano; perché dopo la morte di Giuseppe Gesù dovette continuare a esercitare, ormai da solo, il mestiere del padre e appreso da lui, come ancor oggi è in uso spesso anche presso di noi. Colui, che qual Figlio di Dio ha fatto l’universo e, secondo una bella espressione della Scrittura, ha ordinato « tutto in misura, in numero e peso », qual Figlio dell’uomo lavorò con la squadra, la sega e l’accetta; Egli è qui come lassù « fabri filius »: lassù Figlio dell’Architetto divino, quaggiù il Figlio del falegname. Nella storia dell’umanità, il legno ha un senso quasi magico: cresciuto all’aria libera, diviene il silenzioso servitore dell’uomo dalla culla alla tomba; nel legno l’umanità trovò rovina, sul legno l’umanità trovò risurrezione. È significativo che già prima della redenzione Gesù abbia avuto a che fare, per la sua professione, col legno; così la creatura del legno fu da Lui liberata prima d’ogni altra dal gemito di quella cattività, della quale con misteriose parole scrive una volta S. Paolo. La professione del falegname ebbe una risonanza anche nella predicazione di Gesù, meno intensa veramente di quello che ci saremmo aspettata. Nel Vangelo Gesù dice della «porta stretta », chiama se stesso « la porta », parla della «casa fabbricata» solidamente e non solidamente, dell’« aratro », del suo « giogo », che è leggero, della «siepe e dello strettoio »: immagini tolte dalla conoscenza e dall’esperienza d’un falegname; esse però sono di gran lunga superate dalle parabole di Gesù desunte dall’agricoltura, dalla pesca e dalla vita pastorizia. Per Maria, l’augusta e cara Signora, il mestiere di falegname del Figlio e del suo sposo importava non infrequentemente una pena nascosta. Gesù e Giuseppe non poche sere, dopo essere stati esposti per un lavoro pressante al sole ardente, erano tanto stanchi, tanto stanchi; e la Benigna li circondava delle sue premure; padre e Figlio Le sorridevano riconoscenti, tutti e due però non sentivano che il bisogno dì dormire; Maria risentiva nel suo cuore tutto il dolore — modello a tutte le donne, in questo campo così importante della vita domestica! — che ai suoi Due fosse imposto un lavoro così duro. Maggior pena ancora soffriva quando doveva constatare che tutti e due, a motivo della loro modesta professione, erano stimati poco dai benestanti e dai superiori. Lo sprezzo velenoso si insinua anche nel Vangelo: « Non è costui il figlio del falegname, il falegname! »; essi non contavano nulla. Ella dovette provare tutta l’asprezza d’una condizione sociale povera anche nel governo della casa. Quanto volentieri la Benedetta avrebbe voluto mettere in tavola per i suoi Due pietanze migliori! Come avrebbe avuto bisogno Gesù, già dall’ultima Pasqua, d’un vestito nuovo… il Giovane era così cresciuto! Ma il guadagno non lo consentiva. Giuseppe doveva fare i suoi calcoli, dividere, risparmiare. Le tasse, che i ricchi principotti elevavano, erano ingiuste e senz’altro pazzesche ai tempi di Erode, che per le sue millantate splendide costruzioni aveva bisogno di somme favolose. Le parole tanto dure di Gesù contro i ricchi — « Guai a voi, o ricchi! » — riflettono anche le privazioni della sua giovinezza. Non pochi poveri contadinelli, cui Giuseppe aveva preparato aratro e giogo, non potevano pagare il buon uomo per interi mesi; ne seguiva che egli stesso veniva a trovarsi in angustie, perché anche a lui, come al contadino, veniva senz’altro confiscato in valori reali: tavoli, banchi, brocche della sua bottega, quanto doveva per tasse e tributi. E così spesso era ospite della casa di Nazaret donna preoccupazione, e donna povertà era la direttrice di cucina… Anche Giuseppe fu chiamato ad aver parte nel mistero dell’Incarnazione, non parte essenziale come Maria, e però una parte marginale; e Giuseppe pure era pronto per l’imminente miracolo con la sua verginità. Egli fu vergine per mezzo di Maria, la Vergine, e a causa di Maria, la Vergine. Il suo amore per Lei dovette essere ben intenso e tenero, se diede il suo consenso a tanto sacrificio. Egli era giovane — un Giuseppe ” vecchio ” non spiega la virtù della sua purezza, ma la indebolisce semplicemente! — e anche in lui scorreva il sangue caldo; anche in lui pulsava l’esigenza della natura all’ultima realizzazione nella Sposa e alla più intima felicità d’un proprio figlio. Per amore rinunciò all’amore. Il suo e l’amore di Maria, come un fiume che abbia accolto due torrenti, scorsero gorgogliando nel mare dell’amore di Dio. Giuseppe aveva offerto questo sacrificio della natura ancor prima che Gesù avesse annunziato l’ideale dei « celibi per il regno dei Cieli », quasi santamente lo presentisse; ma già egli era sempre immerso in sogni e presagi divini. E rimase fedele alla sua immolazione — « O Giuseppe fedelissimo! » lo invocano le Litanie —, e dopo i miracoli del Natale il senso ultimo del suo sacrificio si dischiuse al suo sguardo sempre più chiaramente. « Giuseppe, capo della Sacra Famiglia ». Ma a quale felicità non s’accompagnò quella sua rinuncia! Maria era la sua sposa e Gesù era il suo piccolo. Anche la Sacra Scrittura celebra la felicità dell’uomo, cui è toccata una buona sposa: « Felice l’uomo che ha una brava sposa! Il numero dei suoi giorni si raddoppia… Una buona sposa è una buona porzione. Essa è destinata a chi teme il Signore». Giuseppe aveva una Sposa, che starà dinanzi a tutti gli uomini della terra come l’ideale irraggiungibile della perfetta femminilità. Nessun marito è a conoscenza di tutto quello che passa nell’animo della sposa; tanto meno poteva Giuseppe abbracciare col suo sguardo le grandezze pure e incommensurabili dell’anima di Maria. Neppure si parlavano di quello che parola umana non può esprimere, Maria anzi tacque persino la sua divina Maternità. Giuseppe però sapeva del miracolo del suo ventre, che cioè « era dallo Spirito Santo quello ch’era in Lei concepito ». Molte volte andava riflettendo anche a quell’altra parola, che « una spada avrebbe trapassata l’anima » di Maria, perché era presente quando a Maria era stata fatta questa dura profezia e L’aveva vista tremare come un albero di primavera dinanzi alla prima tempesta. Spesso, quand’Ella gli sedeva vicina, La contemplava con venerazione e amore e timido stupore, perchè quel Fiore grazioso e puro era stato affidato a lui, proprio a lui. Sentiva che Le era tanto più vicino quanto più vicino era a Dio; e così Maria divenne per lui la scala di Giacobbe che di gradino in gradino lo conduceva sempre più in alto verso il Signore, il quale aveva preso il loro matrimonio a suo servizio. E là stava pure il secondo e più mirabile miracolo, quel Fanciullo divino, che osservava Giuseppe amabilmente sino in fondo, quasi dall’eternità e con la bontà di Dio, tanto che egli rabbrividiva per il Mistero e per la felicità. Donde veniva quel Fanciullo? chi era quel Fanciullo? « Libererà il suo popolo dai peccati », gli aveva svelato nel sogno l’Angelo; porta « la gloria a Dio e la pace agli uomini », avevan raccontato i pastori nella felicità della Notte Santa. E più incomprensibili ancora erano state le parole profetiche di Simeone nel Tempio, che quel Bambino sarebbe « la salvezza di tutti i popoli », « una luce per illuminare i pagani », « e una gloria per il popolo d’Israele ». Non ci meravigliamo ch’egli e persino Maria « stupissero » a queste sublimi parole “, poiché accanto c’erano la stalla e la fuga e la perfetta povertà. Che mistero è un figlio! che mistero è questo Figlio! La Chiesa in una sua preghiera a Giuseppe esclama ammirata: « O felicem virum, beatum Joseph! — o uomo felice, San Giuseppe! A te fu concesso non solo di vedere e sentire, ma anche di portare, baciare, vestire e custodire Iddio, che molti re vollero vedere e non videro, vollero sentire e non sentirono ». Quale sorte! Giuseppe vide Iddio fatto uomo qual neonato impotente, qual incantevole bambino, qual fanciullo in fiore. Giuseppe sentì il suo gemito sulla greppia, il suo balbettio sorridente e il suo primo “papà “. Giuseppe Lo portò nella stalla qual oggetto prezioso ma fragile, Lo portò nella fuga come un gioiello cui s’insidia, e alla sera, quando era stanco e felice d’aver compiuto l’opera del giorno, come un delicatissimo tesoro. Giuseppe Lo vestì del piccolo e bell’abito a vari colori, come il patriarca Giacobbe il suo prediletto Giuseppe, e Lo avvolse talmente col profumo d’amore e col vigore dell’autorità paterna, che Gesù se ne sentiva riscaldato e rassicurato. E Giuseppe Lo baciò con timore come si bacia una cosa sacra, e con affetto, come si bacia una cosa propria; e allora anche il Fanciullo gettava le sue braccia snelle al collo di Giuseppe e anch’Egli lo baciava, e tutto questo era beatificante come il bacio di Dio stesso. Oh sì, felice uomo San Giuseppe! [Otto Hophan: Maria, Marietti ed. Torini, 1953].

IL CREDO

Offertorium

Orémus.
Ps 89:17
Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúja.

E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia.

Secreta

Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Joseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis.
Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitáte Spíritus Sancti Deus, per ómnia sǽcula sæculórum.
[O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
R. Amen. Amen.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.


de S. Joseph
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Solemnitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[E’ veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 13:54-55
Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María? Allelúja.

[Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? alleluia.]

Postcommunio

Orémus.
Hæc sancta quæ súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Joseph; et operatiónem nostram cómpleant, et prǽmia confírment.
[O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA