LE VIRTÙ CRISTIANE (1)

LE VIRTÙ CRISTIANE (1)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO

Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni

Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

INTRODUZIONE

I PRODIGI di sapienza, di virtù e di civiltà, onde da quasi diciannove secoli è rallegrato l’universo, derivano in gran parte da che il Cristianesimo armonizza in sé stupendamente, e congiunge in nodo strettissimo la vita religiosa e la vita morale dell’uomo. Cotesta unione delle due mirabili vite, nella Paganità fu nulla o quasi: nella religione poi, data da Dio agl’Israeliti, non mancò ma non raggiunse mai, neanche da lontano, la profondità e l’universalità, che ha presso le genti cristiane. Or questa unione così nobile e così ricca di armonie in sé stessa, riuscì di grandissima efficacia in tutta la storia della cristianità. Però io stimo che il risorgere e il decadere del Cattolicismo, e anche il fruttificare e l’isterilirsi di esso presso questo o quel popolo sia derivato e derivi sempre, in massima parte, dal mantener salda o no questa unione della Religione e della morale nel pensiero, negli affetti e nella vita. In vero nel Cristianesimo la Religione che c’induce a credere i dommi insegnatici da Dio, onorandolo con culto e orazioni, e la morale che intende praticamente a dirigere, secondo rettitudine, i costumi e la vita, procedono da un medesimo principio che è Gesù Cristo, Dio e Uomo, Verità e Bontà, Maestro e Legislatore sapientissimo. Laonde il Vangelo suo, com’è inteso dalla Chiesa, esso è fonte ubertoso e ricchissimo tesoro sì della nostra fede e sì della nostra morale. E senza dubbio in ogni verità della fede cristiana spunta e si matura un germe di qualche virtù cristiana; come nella pratica di ciascuna virtù cristiana ci ha uno stimolo a rinvigorire la nostra fede. L’intelletto che crede, e la volontà che, bene amando, dà frutti di vita, l’uno illumina e l’altra infiamma. Ma la luce della fede è luce intellettuale piena d’amore, e la fiamma della volontà che santamente ama, diffonde ad ogni tratto luce viva e scintillante di fede nelle nostre menti. Dal conoscimento di Dio, secondo il Vangelo e la Chiesa, procede il conoscimento di ciò che è l’uomo; e dal conoscimento di ciò che è l’uomo, si perfeziona e si chiarisce in noi il conoscimento di Dio stesso. Il tipo di ogni nostra virtù morale lo troviamo in qualche attributo di Dio, insegnatoci dalla fede, o in qualche virtù predicata e messa in pratica da Cristo; « intanto, quando l’animo nostro si è sposato intimamente alla morale cristiana; ecco che esso comprende meglio i divini attributi, e le ineffabili virtù di Gesù Signore. Infine tutta la sustanza della Religione è amore di Dio, che si diffonde nel prossimo: e tutta la sustanza della morale è amore del prossimo, che si eleva a Dio. E poiché l’amore di Dio e l’amore del prossimo nel Cristianesimo, come sarà dichiarato meglio appresso, non sono due amori ma un solo amore: si conchiude che la Religione e la morale noi Cattolici le consideriamo come un solo bene, guardato in due aspetti diversi. – Nella divina Scrittura si legge che, quando Iddio volle, per mezzo di Salomone, elevare a sé stesso un tempio, il quale esprimesse esteriormente in qualche maniera l’ineffabile perfezione divina, e pure insieme riuscisse un possente incentivo alla vita religiosa e morale, tra le altre cose, ordinò questa: nella parte più veneranda e più nobile del tempio, che era il Santo dei Santi, si scolpiscano due cherubini di grande bellezza e riccamente dorati. I due cherubini, con l’ampiezza delle loro ali distese, occupino tutto, quanto è ampio il luogo. E il testo della Bibbia aggiunge che, mentre due ali dei cherubini arrivavano alle pareti opposte, le altre due si toccavano l’una con l’altra, nel punto di mezzo del tempio. Ora a me pare che i due cherubini del tempio, e più le due ali, ciascuna d’un cherubino, le quali si toccavano e si univano nel mezzo della Casa del Signore, sieno un’immagine parlante di ciò che ho detto. I cherubini e le ali così unite significano che noi dobbiamo volare in alto verso Dio, con due ali, dateci da Dio stesso, cioè con l’ala della Religione e con quella della morale. Le quali due ali si toccano l’una con l’altra; e chi volesse volare con una soltanto, o non potrebbe o, dopo un primo sforzo, ricadrebbe in giù. – Ma disgraziatamente gli uomini, corrotti dalla originale prevaricazione, assai spesso tentano di separare la vita religiosa dalla vita morale; e oggidì più che mai. Ma questa separazione riesce sempre a grande e irreparabile danno. Non parlo qui dei miscredenti, i quali sognano una morale senza Dio o senza vita soprannaturale o senza Religione di sorta, e le danno nome di morale indipendente. Il sogno loro, o piuttosto i varj e diversi sogni di ciascuno di loro sono vani. In vero, sebbene la coscienza interiormente ci suggerisca leggi morali, essa non vale a darcene una veramente autorevole, certa, universale e universalmente accettata. Parlo sì bene dei Cattolici, e dei Cattolici quali li vediamo ora nella cristianità. Essi, salvo la parte veramente buona e ferverosa, sono o soprattutto malamente credenti, o soprattutto malamente operanti. Però, secondo che appartengono ad uno piuttosto che ad un altro ordine della cittadinanza, per lo più si dividono in due schiere differenti. Coloro che hanno una certa coltura intellettuale, e vivono agiatamente e comodamente, i più, vinti dall’orgoglio e dall’egoismo, poco o punto si curano della fede, della Religione e delle pratiche sue. Non le negano recisamente, ma il cuor loro ne è affatto lontano. Quasi sempre l’orgoglio impedisce ad essi di pensare alle verità della fede che sono la sapienza degli umili, e molto più di meditarle, di approfondirle e di vederne le inenarrabili bellezze. L’ orgoglio medesimo poi, unito con l’egoismo, li tengono lontani dalla pietà, e dai sacramenti rigeneratori della nostra vita morale. Spacciano che ciò, che rileva soprattutto all’uomo colto, è la vita morale, della quale, per poco non si dicono innamorati. Ma, a ben giudicare, la morale loro, in pratica è disgraziatamente assai monca e imperfetta. Talvolta anzi pare un’ombra della vera morale cristiana; onde ci piange il cuore a vedere come l’etica di alcuni Cattolici, predicatori di morale, sia scesa tanto in basso, e sia così piena di miserie e di vanità. Lasciando stare che una parte della vita morale, secondo il Cristianesimo, sta nelle nostre relazioni religiose con Dio; si vede chiaramente che la morale degli stessi Cattolici, quando sia separata della Religione, si riduce alla pratica di quei soli comandamenti, per i quali non è necessario di vincere le proprie passioni e di sacrificare sé medesimo. Quanto poi agli altri precetti, cotesti Cattolici facilmente s’ inducono a credere che o non obbligano punto la coscienza di un uomo spregiudicato o son buoni soltanto per i bigotti o s’hanno da stimare precetti leggeri, sicché il tascurarli si debba tenere quasi come un nonnulla. – Per lo contrario la gente poco colta, come gli artigiani delle città e i contadini delle campagne (principalmente tra essi le donne) credono che le pratiche esteriori della pietà bastino a tutto. In essi la vita religiosa, considerata nella sua parte esteriore, prevale alla vita morale. Le processioni, le feste, il culto esteriore, l’atteggiamento riverente della persona in Chiesa (ottime cose in sè), le orazioni profferite. a fior di labbra, i sacramenti ricevuti spesso senza buone disposizioni interne, costituiscono la sustanza di tutta la loro vita cristiana. Intanto, a volte sono maledici, a volte poco casti, a volte ingiusti, rapaci, avari, iracondi, spregiatori del prossimo; e nondimeno sperano che questi mali siano facilmente riparati con la loro pietà esteriore. Ma anch’essi s’ingannano a partito. La Religione di costoro rassomiglia a una vite, che ha pampini belli a vedere e grappoli appetitosi, ma nutre un tarlo dentro che la corrode. A poco a poco nella vite non corre o corre assai lento il succo vitale: prima dà grappoli d’uva magri e malaticci, e poi non ne dà punto, insino a che le foglie stesse s’ingialliscono, e avvizzite cadono. Insomma, a dir tutto in uno, la Religione di costoro, perché soltanto esteriore, è appena un’ombra della Religione vera; onde il frutto desiderabilissimo della vita morale manca o quasi. – Dalle cose dette sin qui si rIleva assai facilmente che il fervente ministro di Gesù Cristo, e molto più il buon Pastore di anime, debba spendersi tutto nel persuadere i Cristiani che, allora soltanto saranno degni del nome che portano, quando ei vivano insieme le due vite del Cattolicismo, cioè la vita religiosa, e la vita morale. Con questi pensieri nell’animo, parecchi anni addietro, io scrissi un libro della Dottrina Cattolica; nel quale, dichiarando, come potei, i dommi della fede di Gesù Cristo, mi sforzai di promuovere principalmente la vita religiosa tra i Cattolici. In quel libro volsi pure talvolta amorosamente lo sguardo alla vita morale del Cristiano, parendomi gran bene di non separar mai luna dall’altra, anche nello scrivere libri. Ma il feci solo incidentemente. Non pertanto sin d’allora mi balenò nella mente il pensiero di scrivere qualcosa di proposito intorno alla Dottrina morale del Cattolicismo. E questo pensiero o piuttosto questo desiderio mi si è incalorito nell’animo, col passare degli anni, e mi ha fatto compagnia per lungo tempo. Però se non ho potuto metterlo ad effetto prima, è stato contro mia voglia, e ne ho inteso rammarico. Ora il Signore mi ha concesso di compiere un libro intorno a questo argomento: e, benché ni accorga che l’opera mia sia riuscita assai monca e imperfetta; pure mi consolo, pensando di avere obbedito a una buon ispirazione dell’animo, e vivo nella dolce speranza che un qualche piccol bene ne debba derivare alla cara famiglia dei miei lettori. Questo nobilissimo tema della morale cattolica lo si può guardare in due modi differenti. Il primo modo si ha, quando altri scriva di Teologia morale; ed esso serve soprattutto alla retta e salutare amministrazione del Sacramento della penitenza; onde si può dire libro proprio dei sacerdoti. È invero la Teologia morale un libro prezioso, che sottilmente e profondamente scruta soprattutto la scienza dei vizj, e l’applica ai casi molti e diversi della coscienza. Benché si occupi incidentemente del bene da fare, il suo primo pensiero si volge al male da fuggire; perciocché il vizio è disposizione abituale al male. Di questa scienza i maestri sono molti nella Chiesa; ma nessuno l’ha illuminata di più viva luce, di quel, che abbia fatto il mio dilettissimo sant’Alfonso. Onde, come mi accadde di dire nella Vita che scrissi di lui, egli e san Tommaso sono come due fari di luce della Chiesa cattolica; san Tommaso nella dommatica, sant’Alfonso nella morale. L’altro modo di considerare la morale cristiana consiste nello studiarne la parte positiva, e per questo rispetto essa potrebbe chiamarsi la scienza del bene, o piuttosto la scienza delle virtù; perciocché virtù sia abituale propensione dell’animo al bene. Or anche cotesta scienza non è mancata nella Chiesa del Signore, benché sia più facile trovarla, sparsa qua e là negli scritti dei Padri e dei Teologi, anzi che unita in un solo libro; come è avvenuto, dal secolo XIII in poi, di quella che ho chiamata scienza dei vizj. Se alcuno ce la desse nei nostri tempi ringiovanita e accomodata alle presenti condizioni della vita, certo, farebbe un gran bene. Io non ho voluto, e non avrei potuto elevarmi tant’alto. Tratto sì in questo mio libro delle virtù cristiane; ma l’intendimento mio non è strettamente scientifico. Mi sono sforzato piuttosto di considerare un po’ addentro le principali virtù cristiane, di spiegare ciò che veramente sono, e specialmente di mostrare l’ineffabile bellezza loro, e le armonie soavissime, che corrono tra esse e quanto ci ha di luminoso, di grande e di nobile in tutti gli uomini, splendenti come sono, dell’immagine di Dio. Per tal guisa i nobili sentimenti d’un animo, scevro di passioni e considerato naturalmente, e quelli più nobili e santi dell’animo medesimo, elevato al soprannaturale, riescono per me quasi due corde d’una medesima lira, le quali suonano all’unisono, benchè il suono che manda la seconda sia incommensurabilmente più soave e più vibrato dell’altro. Queste considerazioni intorno alle virtù cristiane le ho scritte non per effetto di molto studio, ché la mia vita pastorale e l’ età non me lo avrebbero consentito, ma, secondo che me le hanno dettate dentro il cuore e la mente. Talvolta mi sono giovato delle Scritture e dei Padri e teologi; ed è stato sempre che la memoria me lo ha suggerito. Infine, ho pure spesso addotte le testimonianze di Dante, per due ragioni. In prima io non conosco altri, che abbia, meglio del grande Alighieri, effigiate e poetizzate le sovrumane bellezze del Cristianesimo; e la bellezza, a ben giudicarne, è quasi un fermaglio d’oro, che unisce la verità alla bontà; e fa risplender l’una e l’altra. Ancora, il nome di Dante oggi è caro a tutti, e presso taluni, che di autorità religiosa non vogliono più saperne, l’autorità di lui resta tuttora invulnerata, quasi come una dolce ricordanza dei tempi andati, e come un testimonio di quel che valga tuttora la bellezza letteraria presso l’universo cristiano. Il lettore vedrà da sé l’ordine, onde ho trattato delle principali virtù cristiane; e, se taluna non si trova menzionata in modo particolare, egli è perché, o rassomiglia molto alle altre, o nelle altre è compresa. Infine ei s’avverrà in un Appendice intorno al godere e alla felicità umana, che è un Discorso da me scritto parecchi anni indietro, e che mi pare abbia diverse attinenze col resto del libro, e forse in qualche maniera lo completi. A me non rimane ora dunque che di conchiudere questa mia Introduzione, esprimendo il desiderio di mettere ad effetto, in questo scorcio della mia vita, con fervente amore, le cose che il Signore mi ha fatto scrivere: “Oh! volesse Iddio che nella via del bene non mi addormentassi affatto io, che tanti esempj ho veduto, e sì spesso, di anime fervorose!”

Capua 20 Decembre 1896.

LE VIRTÙ CRISTIANE (2)

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

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