FESTA DELL’EPIFANIA (2022)

MESSA DELLA FESTA DELL’EPIFANIA (2021)

Stazione a S. Pietro

Doppio di I classe con Ottava privil. di II Ord.- Pararti, bianchi.

Questa festa si celebrava in Oriente dal III secolo e si estese in Occidente verso la fine del IV secolo. La parola “Epifania” significa: manifestazione. Come il Natale anche l’Epifania è il mistero di un Dio che si fa visibile; ma non più soltanto ai Giudei, bensì anche ai Gentili, cui in questo giorno Dio rivela il suo Figlio (Or.). Isaia scorge in una grandiosa visione, la Chiesa, rappresentata da Gerusalemme, alla quale accorrono i re, le nazioni, la moltitudine dei popoli. Essi vengono di lontano con le loro numerose carovane, cantando le lodi del Signore e offrendogli oro e incenso (Ep.). – I re della terra adoreranno Dio e le nazioni gli saranno sottomesse (Off.). Il Vangelo mostra la realizzazione di questa profezia. – Mentre il Natale celebra l’unione della divinità con l’umanità di Cristo, l’Epifania celebra l’unione mistica delle anime con Gesù. – Oggi – dice la liturgia – la Chiesa è unita al suo celeste Sposo, poiché, oggi Cristo ha voluto essere battezzato da Giovanni nel Giordano: oggi una stella conduce i Magi con i loro doni al presepio: oggi alle nozze l’acqua è stata trasformata in vino. Ad Alessandria d’Egitto pubblicavasi ogni anno, il 6 gennaio, l’Epistola Festalis, lettera pastorale in cui il Vescovo annunziava la festa di Pasqua dell’anno corrente. Di qui nacque l’uso delle lettere pastorali in principio di Quaresima. In Occidente, il IV sinodo d’Orléans (541) ed il sinodo d’Auxerre (tra il 573 ed il 603) introdussero la stessa usanza. Nel medioevo vi si aggiunse la data di tutte le feste mobili. II Pontificale Romano prescrive di cantar oggi solennemente, dopo il Vangelo, detto annunzio (Liturgia, Paris, Bloud et Gay, 1931, pag. 628 sg.).

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Malach 3:1 – 1 Par XXIX :12
Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium

[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]

Ps LXXI: 1
Deus, judícium tuum Regi da: et justítiam tuam Fílio Regis.

[O Dio, concedi al re il tuo giudizio, e la tua giustizia al figlio del re.]

Ecce, advénit dominátor Dóminus: et regnum in manu ejus et potéstas et impérium

[Ecco, giunge il sovrano Signore: e ha nelle sue mani il regno, la potestà e l’impero.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui hodiérna die Unigénitum tuum géntibus stella duce revelásti: concéde propítius; ut, qui jam te ex fide cognóvimus, usque ad contemplándam spéciem tuæ celsitúdinis perducámur.

[O Dio, che oggi rivelasti alle genti il tuo Unigenito con la guida di una stella, concedi benigno che, dopo averti conosciuto mediante la fede, possiamo giungere a contemplare lo splendore della tua maestà.]

Lectio

Léctio Isaíæ Prophétæ.
Is LX:1-6
Surge, illumináre, Jerúsalem: quia venit lumen tuum, et glória Dómini super te orta est. Quia ecce, ténebræ opérient terram et caligo pópulos: super te autem oriétur Dóminus, et glória ejus in te vidébitur.
Et ambulábunt gentes in lúmine tuo, et reges in splendóre ortus tui. Leva in circúitu óculos tuos, et vide: omnes isti congregáti sunt, venérunt tibi: fílii tui de longe vénient, et fíliæ tuæ de látere surgent. Tunc vidébis et áfflues, mirábitur et dilatábitur cor tuum, quando convérsa fúerit ad te multitúdo maris, fortitúdo géntium vénerit tibi. Inundátio camelórum opériet te dromedárii Mádian et Epha: omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.

“Levati, o Gerusalemme, e sii illuminata, perché la tua luce è venuta, e la gloria del Signore è sorta su te. Poiché, ecco le tenebre ricoprono la terra e l’oscurità avvolge le nazioni; su te, invece, spunta il Signore, e in te si vede la sua gloria. Le nazioni cammineranno; alla tua luce, e i re allo splendore della tua aurora. Alza i tuoi occhi all’intorno, e guarda: tutti costoro si son radunati per venire a te. I tuoi figli verranno da lontano, e le tue figlie ti sorgeranno a lato. Allora vedrai e sarai piena di gioia; il tuo cuore si stupirà e sarà dilatato, quando le ricchezze del mare si volgeranno verso di te, quando verranno a te popoli potenti. Sarai inondata da una moltitudine di cammelli, di dromedari di Madian e di Efa: verranno tutti insieme da Saba, portando oro e incenso, e celebrando le glorie del Signore”

[Artig. Pavia, A. Castellazzi, La scuola degli Apostoli, Pavia, 1929]

GESÙ CRISTO RE

Isaia, il profeta suscitato da Dio a rimproverare e a consolare il popolo eletto in tempo di grande afflizione, ci dipinge in esilio, prostrato a terra, immerso nel dolore per voltate le spalle a Dio. È bisognoso d’una consolazione; e il profeta questa parola la fa sentire. Gerusalemme risorgerà. Il Messia vi comparirà come un faro risplendente sulla sponda di un mare in burrasca. E nella sua luce accorreranno le nazioni uscendo dalle tenebre dell’idolatria. Gerusalemme deve alzar gli occhi e contemplar lo spettacolo consolante dei suoi figli dispersi che ritornano, e dei popoli della terra che verranno ad essa, cominciando da quei dell’oriente, recando oro ed incenso, annunziando le lodi del Signore. Questa profezia ha compimento nel giorno dell’Epifania, poiché in questo giorno comincia il movimento delle nazioni verso la Chiesa, la nuova Gerusalemme. I Magi che venuti dall’oriente domandano ove è il nato Re dei Giudei, ci invitano a far conoscenza con questo Re.

Graduale

Isa LX: 6;1
Omnes de Saba vénient, aurum et thus deferéntes, et laudem Dómino annuntiántes.

[Verranno tutti i Sabei portando oro e incenso, e celebreranno le lodi del Signore.]

Surge et illumináre, Jerúsalem: quia glória Dómini super te orta est. Allelúja, allelúja.

[Sorgi, o Gerusalemme, e sii raggiante: poiché la gloria del Signore è spuntata sopra di te.

Allelúja.

Allelúia, allelúia
Matt II:2.
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum. Allelúja.

 [Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni per adorare il Signore. Allelúia.]

Evangelium


Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum
Matt II:1-12

Cum natus esset Jesus in Béthlehem Juda in diébus Heródis regis, ecce, Magi ab Oriénte venerunt Jerosólymam, dicéntes: Ubi est, qui natus est rex Judæórum? Vidimus enim stellam ejus in Oriénte, et vénimus adoráre eum. Audiens autem Heródes rex, turbatus est, et omnis Jerosólyma cum illo. Et cóngregans omnes principes sacerdotum et scribas pópuli, sciscitabátur ab eis, ubi Christus nasceretur. At illi dixérunt ei: In Béthlehem Judæ: sic enim scriptum est per Prophétam: Et tu, Béthlehem terra Juda, nequaquam mínima es in princípibus Juda; ex te enim éxiet dux, qui regat pópulum meum Israel. Tunc Heródes, clam vocátis Magis, diligénter dídicit ab eis tempus stellæ, quæ appáruit eis: et mittens illos in Béthlehem, dixit: Ite, et interrogáte diligénter de púero: et cum invenéritis, renuntiáte mihi, ut et ego véniens adórem eum. Qui cum audíssent regem, abiérunt. Et ecce, stella, quam víderant in Oriénte, antecedébat eos, usque dum véniens staret supra, ubi erat Puer. Vidéntes autem stellam, gavísi sunt gáudio magno valde. Et intrántes domum, invenérunt Púerum cum María Matre ejus, hic genuflectitur ei procidéntes adoravérunt eum. Et, apértis thesáuris suis, obtulérunt ei múnera, aurum, thus et myrrham. Et re sponso accépto in somnis, ne redírent ad Heródem, per aliam viam revérsi sunt in regiónem suam,”

[Nato Gesù, in Betlemme di Giuda, al tempo del re Erode, ecco arrivare dei Magi dall’Oriente, dicendo: Dov’è nato il Re dei Giudei? Abbiamo visto la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo. Sentite tali cose, il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme. E, adunati tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, voleva sapere da loro dove doveva nascere Cristo. E questi gli risposero: A Betlemme di Giuda, perché così è stato scritto dal Profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei la minima tra i prìncipi di Giuda: poiché da te uscirà il duce che reggerà il mio popolo Israele. Allora Erode, chiamati a sé di nascosto i Magi, si informò minutamente circa il tempo dell’apparizione della stella e, mandandoli a Betlemme, disse loro: Andate e cercate diligentemente il bambino, e quando l’avrete trovato fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo. Quelli, udito il re, partirono: ed ecco che la stella che avevano già vista ad Oriente li precedeva, finché, arrivata sopra il luogo dov’era il bambino, si fermò. Veduta la stella, i Magi gioirono di grandissima gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino con Maria sua madre qui ci si inginocchia e prostratisi, lo adorarono. E aperti i loro tesori, gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non passare da Erode, tornarono al loro paese per un altra strada.]

Omelia

FESTA DELL’EPIFANIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

I RE. Gi Israeliti ormai erano in cospetto della terra Promessa; solo il Giordano li separava ancora. – Ma il re di Moab, Spaventato dall’irruenza della nuova gente che distruggeva ogni popolo in suo cammino, mandò à chiamare con gran premura l’indovino Balaam. Con dipinto sul volto il terrore, gli disse: « Ecco, un popolo è uscito dall’Egitto, e copre la faccia della terra, e s’accampa dirimpetto à me. Io so che è benedetto colui che tu benedici, e maledetto colui che tu maledici: Va, e Scaglia su lui la maledizione pessima ». Balaam, il falso profeta, prese la via per maledire Israele; ma Iddio s’impossessò di lui, e quando apri bocca per gridare contro le tende del Popolo eletto accampato nelle steppe di Moab, gli uscirono questi accenti: « Parola di Balaam figlio di Beor. Parola dell’uomo che ha l’occhio chiuso. Parola di colui che scorge la visione dell’Onnipotente. Io lo vedo, ma non adesso: io lo contemplo, ma non da vicino. Una stella spunterà da Giacobbe, e uno 8cettro si leverà da Israele ». Orietur Stella ex Iacob et consurget virga de Israel (Num. XXIV, 17). – Quindici secoli dopo, grande, lucida, nuova, apparve nel cielo una Stella. Gesù, che nel Vangelo è chiamato luce del mondo, nascendo si fa annunciare da una Stella che s’accende, e morendo dal sole che si spegne.

Intanto, in regioni straniere i Magi la vedono e dicono: «Se la Stella è spuntata, anche il Re deve essere nato: andiamo a trovarlo ». E vanno. Chi sono i Magi? Alcuni dissero ch’erano re. Altri dissero che re non erano, ma comandavano agli stessi re, perché, più sapienti di tutti, essi possedevano i segreti della terra e del cielo e scrutavano il futuro e il destino. – Donde vengono i Magi? Forse da Ecbatana o forse dalle Sponde del mar Caspio? In groppa dei cammelli e dei dromedari avevano varcato i deserti, guadato i fiumi, divorato la Strada lunghissima in pochi giorni, o invece la Stella era apparsa a loro prima che nascesse Gesù perché potessero giungere in tempo? Quanti erano i Magi? La tradizione, basandosi sui doni ha fissato il loro numero a tre, e ricorda tre nomi: Gaspare, Baldassare, Melchiorre. Ma quanti erano il Vangelo non lo dice, né la Chiesa lo decide. Che importa a noi di queste questioni? a noi interessa considerare come i Re si muovono e tutti s’agitano in cerca di un Bambino avvolto in poveri panni, che vagisce: chi cerca per adorarlo, chi cerca per ucciderlo. Così fu allora. Così fu di secolo in secolo, così oggi, e sarà così sempre perché s’adempia quella parola che disse il Santo Vecchio nel tempio: « Questo fanciullo sarà il segno della rovina e della salvezza ». È sorprendente però come la medesima luce susciti negli uomini opposte impressioni: per gli uni è luce che letifica e illumina, per gli altri è luce che irrita e acceca. La medesima Stella trova nei re Magi un cuore docile e sincero, e in Erode un cuore indurito e corrotto. Meditiamo il Vangelo, ché non poche cose ci possono insegnare i re dell’Epifania. –

I RE MAGI- Sulle contrade d’oriente, una notte che il cielo netto e profondo ostentava tutte le sue fiamme, ecco una strana luce raggiare il suo lume nuovo. Fu un grido di gioia che eruppe dal cuore dei Magi: « Ecco è sorta da Giacobbe la Stella aspettata ». Vidimus stellam in oriente. Ma perché solo i Magi, e pochi altri forse, la videro quando era tanto in alto che tutti i popoli avrebbero potuto facilmente scorgerla? Perché solo essi levavano gli occhi in alto emettevano i loro pensieri nel cielo: tutti gli altri guardavano sul fango della terra e nelle cose basse. Seppellivano ogni aspirazione. La luce di Dio non appare agli uomini curvi sui piaceri, attaccati alle cose che duran poco, ma solo a quelli che scrutano il cielo, e pensano alle cose eterne. – Appena i Magi videro l’astro, senza indugio accorsero. Vidimus et venimus. Anch’essi avevano una famiglia: e la diletta consorte scarmigliata e piangente si sarà distesa sulla soglia per non lasciarli passare; e i figliuoli avran proteso le mani innocenti per trattenere il padre che li abbandonava. Eppure partirono: vidimus et venimus. Anch’essi avevano affari urgenti: il governo di tutto un popolo, i nemici da respingere, il trono da rassicurare. Eppure partono: che importa a loro se al ritorno non troveranno più casa, più trono, e scherniti da tutti dovranno esulare mendicando? E vanno: Vidimus et venimus. Anch’essi sapevano ben valutare la difficoltà e i pericoli dell’impresa; avevano una reggia di marmo e d’oro, e si mettevano in cammino per selve e deserti, sotto la pioggia e il sole. Avevano guardie ed eserciti e si esponevano quasi inermi agli assassini della strada e delle tenebre. Avevano cibi squisiti e vini profumati e andavano incontro alla fame e alla sete e anche alla morte. Vidimus et venimus. Così operarono i Magi: ma a confrontar noi con essi, quanti rimorsi dovremmo sentire! È da anni che Dio ci chiama e noi gli resistiamo perché non sappiamo rinunciare ai legami del sangue e dell’amicizia, ai piaceri della vita, agli abiti cattivi. – Vanno i Magi: il rumore della loro carovana che passa sotto le case addormentate sveglia qualcuno. Viene alla finestra, guarda quei viandanti che corrono, nella notte scura e fredda, dietro a una stella. « Sono matti » dice e torna a letto. Vanno i Magi: e traversano villaggi in festa. La folla che danza, che suona, che canta, che mangia, li guarda passare grigi di polvere e li deride. Ma quelli non si fermano: avanti, avanti verso la cuna del Re dei re. Noi, invece, quante volte ci siamo fermati dal compiere un’opera buona, un atto di fede, perché qualcuno ha osato insultarci o schernirci. – Nell’entrare in Gerusalemme la stella disparve: i Magi si trovarono sperduti, dopo tanto cammino e tanta fatica, in una terra straniera e ostile. Il Dio che cercavano li ripagava adunque così?… Non erano questi i sentimenti dei Magi: essi senza tremar nella fede si rivolsero ai sacerdoti domandarono dov’era nato il Re dei re. Ubi est qui natus est rex Judeorum? Bell’esempio di tranquillità nelle tribolazioni! – Finalmente, in una povera casa trovarono il Fanciullo divino con Maria sua madre. Invenerunt puerum, cum Maria matre eius. È impossibile trovare Gesù senza Maria. Quelli che non vogliono bene alla Madonna, non troveranno mai Gesù. Inginocchiati, dentro ai lussuosi manti reali, sulla paglia dello  strame, i tre potenti venuti da lontano, offrirono i doni: Oro, incenso e mirra. Tre doni anche noi offriamo alla culla del Bambino Redentore: l’oro delle opere buone, ché le parole e i propositi non bastano; l’incenso della Preghiera che ogni giorno dal nostro cuore come un turibolo sale in alto, la mirra amara dei nostri peccati. Si, anche i nostri peccati offriamogli, perché li perdoni: e ci faccia in petto un cuor nuovo e nelle viscere uno Spirito nuovo. –

RE ERODE. Erode, il barbaro Idumeo, figlio di un traditore, a tradimento aveva raggiunto la corona regale della Giudea. Questo mostro di perfidia, che per ingiusti sospetti aveva fatto ammazzare Mariamne sua moglie, che aveva trucidato Alessandra sua suocera, che aveva fatto strangolare due suoi figli per timore che insorgessero a vendicare la madre, che aveva fatto affogare il cognato Aristobulo e sgozzare il cognato Giuseppe, quando conobbe che dal fondo della Caldea erano giunti tre Magi a cercare il nuovo Re dei Giudei sobbalzò di spavento. Tremebondo come un malfattore che si sente la giustizia alle calcagna, chiamò i Magi, con tutta segretezza, al suo palazzo e s’informò da loro sul tempo in cui era apparsa la stella: poi li congedò, dicendo: « Andate, trovate il Bambino: poi ditemi dove sia, ch’io pure venga e l’adori! ». Ma l’impostore già covava il tradimento. Ecco l’arte con cui ancor oggi si perseguita Gesù nelle anime: sotto la vernice di una falsa pietà e con l’astuzia si trascinano alla perdizione. Ad una persona che adempie fedelmente i suoi doveri religiosi il mondo dice: « Tu sei un esagerato: non à necessario tutto quello che fai per salvarti; è troppo, è troppo ». Ad una persona che vive mortificata e premurosa per la sua famiglia, il mondo dice: « Ma perché vuoi amareggiarti la vita? perché ti ostini à vivere come un frate? Il Signore ci ha fatti di carne per godere nell’allegria, come fan tutti ». Guai a quelli che si lasciano ingannare da queste lusinghe, e sfiduciati si voltano indietro verso il mondo: tradirebbero il Bambino Gesù in mano ad Erode. – Costui, non vedendo tornare i Magi a rivelargli il luogo dove era apparso il nuovo erede del trono di Davide, s’accorse d’essere stato beffato. In un impeto bestiale di ferocia comandò che si uccidessero tutti i fanciulli. Occidit omnes pueros a bimatu et infra. Ma l’inerme Re dei re era già in salvo, verso l’Egitto. Il solo ricordo della crudeltà di questo principe ci fa orrore e non possiamo immaginare che un esempio così barbaro trovi ancora in mezzo a noi degli imitatori. Eppure ii mondo è pieno di questa razza di persecutori, e se la Chiesa non è più afflitta da tiranni sanguinari, è dilaniata dagli scandali che rinnovano la strage degli innocenti. Certe Stampe più o meno illustrate o certe mode più o meno immodeste, certi discorsi blasfemi e scurrili che altro sono se non le spade con cui si tenta di uccidere spiritualmente tutte le nuove generazioni con un’educazione atea e pagana? Lo scandalo ivi è diventato collettivo e comandato. – O seandalosi, dice S. Agostino, voi perseguitate nei vostri fratelli ciò che Erode stesso non ha perseguitato: egli non spegneva che la vita, voi spegnete l’innocenza e la virtù: egli non violava che i corpi, voi violate le anime. – Un ultimo insegnamento ci danno i re dell’Epifania. Il lussurioso e superstizioso Erode, che pur di godere la vita, fece guerra a Cristo non ebbe più un istante di pace né in Giudea né dentro di sé. Herodes rex turbatus est, et omnis Ierosolyma cum illo. I tre Magi che, Pur di adorare Cristo, avevano rinunziato a tutti i godimenti che può dare la vita, trovarono la vera gioia che disseta l’anima per sempre. Gavisi sunt gaudio magno valde. Chi cerca Gesù, cerca la propria felicità: e chi lo trova, trova la felicità. – Tiburzio, figlio di Cromazio prefetto di Roma fu imprigionato per la fede. « O adori gli idoli o cammini sopra carboni accesi. Rispose il martire:  « Meglio sui carboni accesi correre incontro à Gesù ». Si fece il segno della croce, poi a Piedi nudi andò sul fuoco. Mentre le sue carni friggevano abbrustolendosi, egli sorrise beatamente e disse: « Mi par d’andare sopra petali di gigli e di rose ». – Cristiani! cerchiamo Gesù, viviamo per Lui. In ogni ora della vita, lieta o triste, ci parrà d’andare sopra un prato fiorito di consolazioni intime, di pace profonda e insospettata.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps LXXI:10-11
Reges Tharsis, et ínsulæ múnera ófferent: reges Arabum et Saba dona addúcent: et adorábunt eum omnes reges terræ, omnes gentes sérvient ei.

[I re di Tharsis e le genti offriranno i doni: i re degli Arabi e di Saba gli porteranno regali: e l’adoreranno tutti i re della terra: e tutte le genti gli saranno soggette.]

Secreta

Ecclésiæ tuæ, quǽsumus, Dómine, dona propítius intuere: quibus non jam aurum, thus et myrrha profertur; sed quod eisdem munéribus declarátur, immolátur et súmitur, Jesus Christus, fílius tuus, Dóminus noster:

[Guarda benigno, o Signore, Te ne preghiamo, alle offerte della tua Chiesa, con le quali non si offre più oro, incenso e mirra, bensì, Colui stesso che, mediante le medesime, è rappresentato, offerto e ricevuto: Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore:

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt II:2
Vídimus stellam ejus in Oriénte, et vénimus cum munéribus adoráre Dóminum.

[Vedemmo la sua stella in Oriente, e venimmo con doni ad adorare il Signore.]

Postcommunio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quæ sollémni celebrámus officio, purificátæ mentis intellegéntia consequámur.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, che i misteri oggi solennemente celebrati, li comprendiamo con l’intelligenza di uno spirito purificato.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (9)

TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO (9)

TITOLO ORIGINALE: TRAITÉ DU SAINT – ESPRIT – Edit. Bloud-Gay.- Paris 1950

V. Per la Curia Generalizia Roma, 11 – 2 – 1952 – Sac. G. ALBERIONE

Nulla osta alla stampa Alba, 20 – 2 – 1952 Sac. S. Trosso, Sup.

lmprimatur Alba, 28 – 2 – 1952 Mons. Gianolio, Vic. GEN.

Capo SETTIMO

LO SPIRITO SANTO È DIO, CONSUSTANZIALE AL PADRE ED AL FIGLIO

III. – LA TRADIZIONE DEI PADRI DEL II E DEL III SECOLO

Il carattere particolarmente definitivo del Nuovo Testamento, in ciò che concerne la concezione di Dio è stata, come abbiamo visto, la rivelazione ben Chiara dell’esistenza di un solo Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio è uno; ma nonostante questa unità essenziale che essa mantiene, la divinità appare d’ora innanzi, secondo l’espressione dei Padri, come distribuita tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. – Ora tale dottrina è stata pure la credenza fondamentale dei Padri apologisti e dei Padri del terzo secolo. Gli scritti degli stessi eretici, sebbene non possano venir considerati quali testimonianze dirette della fede della Chiesa, sono testimonianze. indirette di grande importanza. Essi conservano, falsandone il senso, dei termini che, nella Chiesa, corrispondono alla vera dottrina, e le condanne di cui sono stati oggetto fanno meglio risaltare l’opposizione che esiste fra i loro errori e l’insegnamento autentico. Ma bisogna forse ridurre l’insegnamento dei Padri del secondo e del terzo secolo a questo minimo di fede trinitaria? Se è così, si dovrà dire che i Padri dei primi secoli non hanno fatto che riprodurre l’insegnamento del Nuovo Testamento, e che la Chiesa ha sviluppato di colpo il dogma della consustanzialità nel momento in cui scoppiò l’arianesimo. – Esaminiamo con la massima cura i nostri documenti tradizionali e cerchiamo una risposta a tale domanda. Ai filosofi giudaici che si ostinavano a rinchiudersi nel monoteismo dell’Antica Legge e rimproveravano ai Cristiani di ammettere più dèi, come ai pagani che lanciavano ai Cristiani il rimprovero di ateismo, gli apologisti del secondo secolo rispondevano: « Affermiamo un Dio Padre, un Figlio Dio e uno Spirito Santo e dimostriamo la loro potenza nell’unità e la loro distinzione nella processione » (ATHENAGOR, Leg. pro christ. 10.). Essi ammettono dunque in Dio un legame per mezzo del quale l’unità e la trinità si confondono: ed anche lo dimostrano. Esso consiste in ciò, che il Figlio è generato dal Padre avanti ogni creatura, scrive San Giustino (Dial.48; 56; 61). Ma tale generazione – aggiunge Taziano – si fa senza divisione della sostanza, nello stesso modo che il fuoco di una torcia si comunica ad altre torce (Or. Adv. Gr. 5). Confessiamo che la dottrina del legame che unisce il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non ha ancora raggiunto la Perfezione che gli daranno i Padri del Concilio di Nicea; riconosciamo tuttavia che, per condurvela sarebbe bastato sottoporla ad un’analisi un po’ rigorosa. –  Impotente à Spiegare la trinità nell’unità, r temendo che 1a dottrina delle tre Persone in un solo Dio conducesse gli spiriti ad ammettere l’esistenza di tre dèi Subordinati l’uno all’altro in natura e in Potenza, Sabellio insegnò che il Figlio non è che un altro nome del Padre; i modalisti pretesero che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono che modalità transitorie di una medesima sostanza divina. –  Sant’Ippolito e Tertulliano, in Occidente; Origene e San Dionigi di Alessandria, in Oriente, protestarono, dicendo che in Dio, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono distinti da tutta l’’eternità, per la loro relazione di origine, e posseggono una sola e medesima sostanza. Il Figlio, dice Origene, è della sostanza del Padre, ὀμοούσιος [= omousios ](La Sapienza che procede dal Padre, dice Origene, «È generata dalla sostanza stessa di Dio »; poiché « é un’emanazione della gloria dell’Onnipotente », e « l’emanazione consustanziale (ὀμοούσιος = omousios) è ciò da cui deriva ». Tale dottrina è contenuta in un frammento del Commentario sulla Lettera agli Ebrei). La parola è trovata. E tuttavia, prosegue l’illustre Alessandrino, se il Figlio possiede la sostanza divina, la possiede meno pienamente del Padre: essa è in Lui come attenuata, diminuita; poiché il Figlio in quanto Figlio deve essere inferiore al Padre, come l’effetto è inferiore alla causa (Contra Celsum, I, 6, 60; Periarchon, L 1, 2, 13; In Jo., l.2, 12, l.32, 18). I – Per aver esagerato troppo tale dottrina, San Dionigi di Alessandria si vede obbligato a fornire spiegazioni a san Dionigi di Roma (De sent. Dion. 6-12; P.G. 25, 488-497). Così il dogma della consustanzialità ê l’unica soluzione per Spiegare il mistero della trinità nell’unità; si afferma solo in parte questo dogma, si intuisce il resto: Si condannano le esagerazioni di tendenze unitarie o triteiste; il termine ὀμοούσιος [omousios] esiste; resta tuttavia un’ultima determinazione dottrinale che ancora non si è potuto afferrare, ma verso la quale lo Spirito di Dio spinge l’anima cristiana. Ora, ecco che la parola ὀμοούσιος prende un senso Sabelliano. Cristo non può essere Dio, scrive Paolo di Samosata, se non costituisce una sola e medesima persona o sostanza con Dio, se non è ὀμοούσιος con Dio. La dottrina di Paolo di Samosata, con la terminologia che la esprime, è condannata nel Concilio di Antiochia, nel 267 0 268. È difficile dissociare un termine dall’idea che essa rappresentata. Perciò, ancora per molto tempo numerosi Padri non potranno udir pronunziate l’ὀμοούσιος senza che questa parola risvegli nel loro Spirito un sospetto di sabellianismo in coloro che la useranno. – Perciò dunque, dal secondo secolo fino alla fine del terzo, non si è cessato di cercare il modo di conciliare in Dio la trinità nell’unità. Bisogna ammettere in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Tutti e tre sono eternamente distinti per la loro relazione di origine; e tuttavia non vi é che un solo Dio. L’unità tra il Padre e il Figlio viene da ciò, che il Padre comunica al Figlio la Sua propria sostanza. Il Figlio prende la sostanza del Padre ma, affermano parecchi Padri, perché gli è comunicata dal Padre, non può possederla che in una pienezza inferiore. – Ario accelerò la conclusione di tale controversia varcando a un tratto i confini del subordinazionismo e affermando categoricamente che il Cristo Preesistente era soltanto la prima creatura del Padre

IV. – IL DOGMA DELLA CONSUSTANZIALITÀ E IL CONCILIO DI NICEA.

La prima parte del simbolo riassume le conclusioni dei primi tentativi intrapresi Per spiegare L’Unità nella trinità in Dio. Noi crediamo, dicono i Padri, « in un solo Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, generato unico dal Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio, da vero Dio». Riprendendo la dottrina Precedente, i Padri la oppongono quindi à quella di Ario che essi condannano. Cosi dunque, dicono, il Figlio é « generato e non fatto». Di più, aggiungono, generato dal Padre da tutta l’eternità, e « consustanziale al Padre, ὀμοούσιος τῷ πατρί [omousios to patri] », cioë della medesima essenza o sostanza del Padre, lo stesso del Padre quanto all’essere intimo e assoluto. La differenza è unicamente nella relazione di origine che esiste eternamente tra Padre ed il Figlio.

V. – DOTTRINA ED APOLOGETICA DI SANT’ATANASIO

Come ê sempre avvenuto in Seguito alle definizioni dei Concili, la definizione molto netta e fermissima del Concilio di Nicea Provocò la reazione di coloro che negavano o contestavano tale definizione. I Padri della Chiesa consacrarono tutto il loro pensiero e la loro alta pietà ad insegnare e difendere il dogma fondamentale della consustanzialità delle tre Persone divine, definito dal Concilio di Nicea, il Figlio consustanziale al Padre e allo Spirito Santo, lo Spirito Santo consustanziale al Figlio ed al Padre, la consustanzialità del Figli su cui si concentra tutto lo sforzo dottrinale, portando seco la consustanzialità dello Spirito Santo. Fra questi Padri, citeremo soprattutto sant’Atanasio.  – Da un lato sono gli Ariani puri che affermane che il Figlio è una semplice creatura del Padre [ktisma tou patros]. Per conseguenza Egli è di un’alta essenza sostanza, [ex eteras usias]. È di un’essenza o sostanza UNiesSeNz4 0 8So5tañza, che, essi dicono, non è affatto eguale a quella del Padre, [anomoios]. Egli non è né omousios, come affetma il Concilio di Nicea, e neppure semplicemente omoios.  Essi stati chiamati anomei. Oppure allora, dicono alcuni, se si vuol dire che il Figlio à eguale al Padre, si aggiunga almeno che à eguale al Padre secondo le Scritture Omoios kata tas omoios grafas. Questi sono gli omei. Ma, in fondo, anomei ed omei sono d’accordo.Gli argomenti sui quali essi si appoggiano sono tolti dalla Sacra Scrittura. È il testo dei Proverbi, nel quale la Sapienza dice parlando di sé: «Il Signore mi creò [ektise], per essere l’inizio delle sue vie » (Prov. VIII, 22). Nel Nuovo Testamento è il testo di San Marco: «In quanto poi al giorno ed all’ora (del gran giudizio), nessuno li sa, né gli Angeli del cielo, né il Figlio; ma solo il Padre » (Mc. XIII, 22), oppure quest’altro di san Luca: «E Gesù cresceva in sapienza, in età e in grazia dinanzi à Dio ed agli uomini » (Lc. II, 52). E in san Giovanni raccolgono tutti i Passi che attestano la dipendenza del Figlio rispetto al Padre: « Il Figlio non può far nulla da sè » (Gv. V, 19); il Padre che mi ha mandato è più grande di me» (Gv. XIV, 28); «la vita eterna è questa: che conoscano te, solo vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv. XVII, 3). Sebbene abbiano avuto verso i Padri — che del resto li contraddicono — una deferenza mediocre, tanto agli anomei, quanto agli omei, piace appoggiarsi alla dottrina di Origene e di Dionigi di Alessandria. – Ma agli argomenti autorevoli preferiscono assai più il ragionamento puro e semplice. Un essere generato, essi dicono, non può avere in se stesso la ragione della propria esistenza; dipende necessariamente dall’ingenerato. Ora, in Dio, vi sono o no due ingenerati? Se sì: dunque vi sono due principi totalmente distinti o separati, ciò che è quanto dire che vi sono due dèi. Se no: dunque il Figlio non può essere che la creatura del Padre. Agli argomenti degli anomei ecco la risposta di Sant’Atanasio. Quasi tutti i testi della Sacra Scrittura che accusano una certa inferiorità del Figlio rispetto al Padre – dichiara sant’Atanasio – si riferiscono non al Figlio ma all’umanità da Lui assunta, il giorno dell’Incarnazione. Così, « è come uomo che il Salvatore ha detto: il Signore mi ha creato ». Egli ha voluto rendere il seguente pensiero: « Il Padre mi ha formato un corpo, mi ha creato per |a Salvezza degli uomini. In questo passo, il verbo ektise si applica non al Verbo, ma al corpo creato di cui il Verbo è rivestito » (Contra arianos, Or. 2, 47; P.G. 26, 258). Uguale tagionamento riguardo al testo di San Marco: « Ciascuno sa che il Salvatore ha tenuto tale linguaggio a motivo della carne, come uomo. Infatti, una simile imperfezione non ha potuto appartenere al Verbo, ma alla natura umana la cui proprietà è ignorare » (ivi, or. 3, 43). Il testo di san Luca ha evidentemente il medesimo significato. Quanto ai passi di san Giovanni, uno solo sembra presentare alcune difficoltà, ed è quello che contiene questa dichiarazione del Salvatore. « Il Padre che mi ha mandato è più grande di me ». Ora, dice sant’Atanasio, questo testo enuncia una certa Superiorità del Padre sul Figlio, ma non fa che esprimere la relazione di paternità e di figliazione che unisce il Padre ed il Figlio, non contiene nulla che possa intaccate la perfetta eguaglianza del Padre e del Figlio o la consustanzialità delle Persone divine (ivi, or. 1, 58). – Dopo aver esposto il Significato delle Sacre Scritture, Sant’Atanasio si applica à mostrare che gli ariani non hanno il diritto di appellarsi all’autorità di Origene o di Dionigi di Alessandria. Senza dubbio – egli dice – s’incontrano talvolta nei loro scritti delle espressioni strane, ma se si ha cura d’interpretarle secondo il contesto e le circostanze, si vede: che la lors dottrina è ortodossa. (De decretios, 27; P.G. 25, 465) A proposito di san Dionigi, egli lancia agli ariani la seguente apostrofe: « Poiché questi fautori d’empietà pretendono che Dionigi é con essi, scrivano dunque e confessino ciò che egli stesso ha scritto, proclamino quanto egli ha insegnato sulla consustanzialità, sull’eternità del Figlio e accettino i suoi paragoni » (De sent., Dion. 24). Nelle loro discussioni, abbiamo detto, gli ariani ricorrevano meno agli argomenti autorevoli che alla dialettica. Sant’Atanasio non esita di attaccarli in nome di questa medesima Scienza. – Tutta l’argomentazione degli ariani riposava sopra un equivoco introdotto dal termine Aghénneton. Infatti questa parola pus avere due sensi;: o significa « ciò che non é stato fatto, ciò che non à stato creato, quel che è eterno », e, in questo senso, si applica egualmente al Padre ed al Figlio; oppure Significa « ciò che non è stato generato », e, in questo senso, si applica soltanto al Padre. Non facendo tale distinzione si cade nell’errore. «È dunque a torto che gli ariani credono trionfare col loro dilemma: vi è un solo  aghennetos oppure due? Se vogliono definire aghennetos “ciò che non è fatto o creato, ciò che à eterno”, che essi intendano non una volta, ma mille, che, secondo questo significato, il Figlio è anch’esso aghennetos; poiché non è del numero dei Ghenneton; non é fatto, Egli coesiste col Padre Suo da tutta l’eternità. Se dunque, vinti da questo lato vogliono dare alla parola il senso di “non venuto da qualcuno, non avente Padre”, intenderanno da noi che secondo tale Significazione, non vi è che un solo ed unico aghennetos, che è il Padre. Ma in tale dichiarazione non guadagnano nulla; poiché dire che il Padre è aghennetos in questo senso, non è che dire che il Figlio è Aghennetos nel senso di fatto o creato, poiché è stato dimostrato precedentemente che Egli è il Verbo, e tale quale Colui che lo ha generato. Se dunque Dio é Aghennetos, sua immagine, cioè Verbo, non è ghennetos (cioë fatto o creato), ma ennema (ossia colui che é generato, il rampollo) » (Contra arianos, or. 1, 31; P. G. 26, 76). È così che Sant’Atanasio ha confuso gli ariani, gli anomei od omei ed, ha affermato e giustificato il dogma della consustanzialità del Figlio definito dal Concilio di Nicea. Nel medesimo tempo egli affermava e giustificava il dogma della consustanzialità dello Spirito Santo. Ma accanto agli ariani, vi erano i semi-ariani, la cui dottrina meno assoluta, tendeva ai medesimi scopi, cioè la negazione della dottrina della consustanzialità del Figlio definita dal Concilio di Nicea, e per conseguenza la negazione della consustanzialità dello Spirito Santo, la negazione della divinità del Figlio e dello Spirito Santo. – Contro di loro, come contro gli ariani, con la stessa fermezza e la medesima intelligenza dell’errore, dell’eresia, con tutto il suo genio, si è levato Sant’Atanasio, colui che tutta la tradizione saluta quale Dottore del dogma della Santissima Trinità, come Saluta Sant’Agostino quale Dottore della grazia. I semi-ariani rigettavano il termine omousios di cui si era servito il Concilio di Nicea per definire l’unità di essenza, di sostanza, del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, la consustanzialità delle tre Persone divine, per due principali ragioni, una filosofica e l’altra scritturale. Poiché il Figlio sia Figlio deve possedere la sostanza del Padre. Ogni generazione suppone infatti [a comunicazione della sostanza del padre. Ma il Figlio deve possedere col Padre una sostanza numericamente identica. Ammettere il contrario, sarebbe riconoscere due sostanze in Dio, e per conseguenza due dèi. Tuttavia, poiché il Figlio è semplicemente il Figlio, deve senza dubbio possedere la sostanza divina, ma con minore pienezza del Padre, poiché l’effetto è sempre inferiore alla causa. Ora, continuavano i Semi-ariani, il termine omousios, che afferma l’identità assoluta della sostanza del Padre e della sostanza del Figlio, enuncia equivalentemente che il Figlio non ê realmente il Figlio, e non è che una modalità passeggera della sostanza divina. Detto in altri termini, la parola omousios non può avere che un significato sabelliano. Invece il termine afferma solamente la similitudine che il Figlio possiede in virtù della generazione eterna, e rigetta l’economia della vita trinitaria.  – Del resto la parola omousios, poiché non fa che enunciare la similitudine che risulta dalla generazione eterna, può essere considerata come l’equivalente del termine scritturale « Figlio ». Quanto alla parola omousios è una novità di espressione che enuncia un’idea nuova e non scritturale (Non consideriamo, qui che i Semi-ariani della nota di Eusebio di Cesarea  di Basilio di Ancira). Essi non facevano insomma che riprendere le idee subordinaziane di Origene o di Dionigi di Alessandria. Che vi siano Stati dei semi-ariani per i quali la generazione del Figlio sia consistita nella comunicazione di una parte soltanto della sostanza del Padre, non lo contestiamo. Perciò sant’Atanasio nelle sue polemiche ha spesso di mira queste dottrine. Ma è evidente che teorie di tale natura non differivano se non per l’espressione dall’arianesimo puro). È facile vedere che le affermazioni dei semiariani differivano completamente da quelle degli ariani. Per gli ariani, il Figlio era di una sostanza numericamente distinta da quella del Padre e creata dal Padre. Per i semi-ariani la sostanza del Figlio era numericamente la stessa di quella del Padre: ma il Figlio, in quanto Figlio, non poteva possederla che in grado inferiore. Tattavia il semi-arianesimo non poteva concepirsi, quando si cercava di rappresentarsi ciò che potesse significare in Dio. Se il Padre genera un Figlio, non può essere che per mezzo della comunicazione di tutta la sostanza divina. Dunque tutta la sostanza apparterrà al Figlio come al Padre: in altre parole, il Figlio sarà omousios al Padre. Gli Sforzi di Sant’Atanasio ebbero per scopo di Stabilire tale dimostrazione (De synodis 41, 53). Gli veniva fatta l’obiezione che dal momento che il Figlio era semplicemente il Figlio, bisognava concepirlo come un effetto del Padre. Ora, si aggiungeva, l’effetto è necessariamente inferiore alla causa. Non vi è – ribatteva sant’Atanasio, tra il Padre e il Figlio, il carattere di causa ad effetto che esiste fra gli uomini fra un padre che genera e il figlio che è generato. In Dio, il Padre è la radice e il Figlio è lo stelo di questa radice. Come la sorgente e la radice non sono la causa efficiente del ruscello o dello stelo, ma soltanto il punto di partenza, l’origine, il semplice principio: così, in Dio, il Padre non è la causa efficiente del Figlio, ma il punto di  partenza, l’origine, il semplice principio (Contra arianos, or. 1, 19). Queste parole, « sorgente » e «radice », sono scelte bene; risvegliano l’idea non di una produzione per via di casualità efficiente, ma di una estensione per comunicazione di sostanza. E che non si dica – continuava, Sant’Atanasio – che l’omousia del Padre e del Figlio non sia indicata nella Scrittura. San Giovanni non ricorda forse questa parola del Salvatore: «Io ed il Padre mio, siamo una sola cosa »? (X, 30). E quest’altra: «lo sono nel Padre ed il Padre é in me? (Gio. XIV, 10). Egli insegna con ciò l’identità di sostanza del Padre e del Figlio (Contra arianos, or. 3, 3). Tali ragionamenti dovettero influenzare lo spirito dei semi-ariani. Ma ciò ché soprattutto contribuì |a condurli all’ortodossia, furono le esagerazioni di molti membri del loro partito, i quali caddero nell’arianesirmo puro, e molto più, forse, i procedimenti poco onesti degli stessi ariani. Perciò i semi-ariani giunsero a poco a poco ad affermare che il Figlio, eguale al Padre in virtù della generazione eterna, possedeva la sostanza Stessa del Padre, perfettamente quanto il Padre. Era in conclusione tutto ciò che significava l’omousios del Concilio di Nicea. Tuttavia essi rifiutarono ancora di accettare questo termine, e gli preferirono quello di omoiusios. Non vi è dubbio: la questione non era più che una contesa di parole. Sant’Atanasio lo comprese così bene che, al Concilio di Alessandria del 362, permise di conservare l’omoiusios purché sotto tale espressione si riconoscesse che il Figlio possedeva la sostanza stessa del Padre, perfettamente quanto il Padre (È stato insinuato che sant’Atanasio, verso la fine della vita, aveva semplicemente accettato l’omoiusios. Nessun’asserzione più falsa. Sant’Atanasio tollerò il termine omoiusiois, quando si avvide che si dava a questa parola, un significato accettabile.).