DA SAN PIETRO A PIO XII (7)

[G. Sbuttoni: Da Pietro a Pio XII, Edit. A. B. E. S. Bologna, 1953; nihil ob. et imprim. Dic. 1952]

CAP. VIII

LA CADUTA DELL’IMPERO ROMANO

 PREAMBOIO

Sic transit gloria mundi

Fino alla morte di Teodosio il Grande (395) i confini dell’Impero Romano si mantennero a un dipresso quali furono ai tempi della sua massima floridezza; vale a dire, ad Occidente l’Atlantico; a settentrione il muro dei Caledoni (nella Brettagna), il Mar del Nord (Mare Germanicum), i corsi del Reno e del Danubio; ad Oriente il Mar Nero, l’Altopiano Armeno, il corso dell’Eufrate, il deserto di Siria; a sud il Mar Rosso, l’Egitto fino alla prima cateratta del Nilo, i deserti di Libia, la catena del grande Atlante. Ad eccezione della Dacia di Traiano, che, invasa dai Goti nella seconda metà del sec. III, era stata abbandonata dall’Imperatore Aureliano, Roma aveva potuto conservare fino al principio del sec. V le sue frontiere quasi intatte. Questa stabilità di confini era dovuta principalmente al fatto che le frontiere militari erano ad un tempo frontiere naturali. Vi contribuì pure l’opera degl’imperatori così detti Restauratori, quali Diocleziano, Costantino, Teodosio. Se non che la morte di Teodosio e la divisione dell’ impero tra i suoi due figli, Àrcadio e Onorio, oltre rompere l’unità di azione, tanto necessaria in quei momenti, contribuì ad aumentare l’antagonismo tra le due stirpi; la latina e la greca; antagonismo che si rileva tosto potentissimo anche nella gelosia tra le due corti. Di questa condizione di cose approfittarono tosto i barbari che circondavano l’Impero. E prima i Visigoti, poi gli Unni, i Vandali, gli Ostrogoti ne provocarono la irreparabile caduta.

D. Che avvenne nel 476?

— La caduta del Romano Impero per opera dei Barbari, che, guidati da Odoacre, capo degli Eruli, deposero l’ultimo imperatore Romolo Augusto, il cui nome raccoglieva, per colmo d’ironia, le glorie del fondatore di Roma (Romolo) e gli splendori dell’età d’oro dell’impero (Augusto); glorie e splendori che ora andavano interamente sciupati.

D. Che impressione fece la caduta dell’impero romano?

— Lasciò nei contemporanei un’impressione così tremenda, che ne rimasero come trasognati. Sembrò loro che ogni cosa crollasse, e si parlò sul serio della imminente fine del mondo.

D. Non erano esagerate quelle previsioni così nere?

— Sì, a guardarle a tanti secoli di distanza e dopo che dalle rovine della vecchia civiltà si è veduto sorgere una più vigorosa civiltà nuova. Ma se ci riportiamo a quei tempi, le dobbiamo dire giustificate.

D. Che cosa si riteneva allora?

— … che il mondo non avesse potuto sussistere, quando Roma non l’avesse governato con le sue leggi e tenuto in pace con la sua forza.

D. Ora qual era lo spettacolo che si presentava alla vista di tutti?

— Quello di torme di barbari feroci, che, con la furia di un ciclone, percorrevano da un capo all’altro le regioni occidentali e talvolta anche le orientali, lasciando sul loro passaggio stragi e rovine spaventose; mentre i cittadini dell’impero erano condotti via schiavi, con le catene al collo, a branchi, come bestie; la città stessa di Roma, la dominatrice dell’universo, era presa e saccheggiata per ben due volte in meno di cinquantanni; dovunque era il disordine, la morte, il terrore.

D . Come mai uno Stato così potente crollò così presto e con tanta rovina?

— L e ragioni sono varie.

D. Sono fondate le accuse che incolpano di tale caduta il Cristianesimo?

— No e presentano buona dose di ingenuità, per non dire malignità.

D. Quali sono queste accuse?

— Allora si diceva: il sorgere e l’affermarsi del Cristianesimo coincide con il decadere e lo sfasciarsi dell’impero, dunque il Cristianesimo fu la causa della rovina di Roma.

— Si diceva inoltre: si sono abbandonati gli dei dell’Impero, si sono tralasciati i sacrifici in loro onore, si sono chiusi i loro templi; ora essi si vendicano. E lanciano contro di noi le schiere feroci dei barbari, e non aiutano più come una volta gli eserciti romani. (De Civitate Dei).

D. Quali sono le accuse moderne ?

— Poiché le accuse citate fanno sorridere i moderni, questi le formulano in altro modo, cioè incolpano della caduta dell’impero il Cristianesimo, perché esso ha inaugurato il disinteresse per i beni della terra, predicando che i veri beni sono soltanto quelli dell’altra vita, mentre questo mondo è come un’ombra che passa, è come erba che inaridisce. Dopo questa predicazione gli uomini si chiesero : — A che lavorare, combattere, soffrire per la potenza dello Stato? Il nostro attaccamento dev’essere non per le cose della terra, ma del cielo. E intanto i barbari travolsero e abbatterono l’Impero.

D. Quale altra causa si porta?

— Che la Chiesa avrebbe creato ostacoli all’opera dello Stato.

D. Quali ostacoli?

— Innanzitutto, la Chiesa, perché vincitrice della lotta di tre secoli con l’Impero, agiva ormai come potere indipendente e in molte cose contrario. Per esempio, lo Stato aveva bisogno di soldati e la Chiesa gli strappava a migliaia uomini validi, per farne chierici e monaci. Aveva bisogno di popolazione numerosa e la Chiesa, predicando l’eccellenza della verginità, popolava i deserti e i monasteri di gioventù che non dava più discendenti alla patria. Aveva bisogno di spirito combattivo e la Chiesa insegnando l’amore per tutti, anche per i nemici, spegneva o attenuava quell’odio, senza il quale la lotta o non è possibile, o non si porta a fondo.

D. Sono queste le vere ragioni?

— No, certo.

D. Quali dunque?

— Vediamo quali erano le condizioni dell’Impero Romano: Bisogna tener presente che nell’Impero il potere supremo era tutto, in realtà, nelle mani dell’esercito, il quale difendeva le frontiere dai barbari e manteneva l’ordine interno; non solo, ma altresì faceva e disfaceva gl’imperatori e ne contrapponeva l’uno all’altro. Di qui guerre continue. – In una sola parola, il governo dell’Impero Romano non era che una « dittatura militare » . Imperatore infatti significa generalissimo d’esercito.

D. Quale altro fatto bisogna tener presente?

— L’imbarbarirsi dell’esercito romano, attraverso l’arruolamento di barbari, che arrivarono a costituirne la quasi totalità. Tali barbari miravano a far bottino nelle guerre e a passare sotto il comando di chi li pagava di più. L’amor di patria non lo conoscevano neppur di nome.

D. Che cosa ci fu a dare il tracollo?

— L’ammissione nei territori dell’Impero di intere tribù barbare, che continuavano a vivere con le loro consuetudini, ubbidire ai loro capi, armarsi e combattere a modo loro, con il solo obbligo di difendere i confini dell’Impero.

D. Che risultato finale si ebbe?

— L’esercito così imbarbarito si fece sempre più turbolento; le ribellioni erano a getto continuo; veri padroni dell’Impero divennero i generali, i quali spadroneggiavano dovunque, eleggevano e deponevano l’imperatore. Intanto le tribù barbare dei confini facevano continue scorrerie, razzie, … sicché i barbari fuori dell’Impero trovarono le frontiere senza difesa e ne approfittarono per le loro invasioni.

D. Come mai s’arrivò a tal disastro senza pensare a qualche rimedio?

— Lo impedì l’allargamento dell’Impero e l’esercito permanente. Finché lo Stato fu piccolo, le sue sorti erano quelle di tutti i cittadini; in caso di bisogno ognuno era soldato. Estesosi lo Stato, fu necessario un esercito permanente, che, disgraziatamente, fu composto non di sudditi, ma di volontari, sicché il servizio militare fu, non un dovere per tutti, ma un mestiere per pochi. Il peggio però si fu che l’esercito fu sempre più lasciato a schiavi liberati, a servi della gleba, a barbari. – Tuttavia la causa più grave di tanta rovina fu la profonda corruzione della società romana, sia nobili che plebei, tutta gente oziosa e guasta. Se la Chiesa non fosse stata, per ben 300 anni, perseguitata, avrebbe potuto esserne la salvezza.

D . Che cosa ha sempre inculcato la Chiesa?

— Austera onestà della vita, generosità e sacrificio per il bene comune; ha sempre fatto obbligo a chiunque, anche ai governanti, di rispettare scrupolosamente i giusti diritti e la giusta libertà degli altri.

D. Furono praticate queste dottrine dalla società romana?

— No; se le avesse praticate, sarebbe guarita dalla sua spaventosa corruzione e dal suo egoismo gretto, causa fondamentale del sorgere, del persistere, dell’aggravarsi di tutti gli altri mali.

D. Negli ultimi tempi dell’Impero non divennero quasi tutti Cristiani?

— Per molti il Cristianesimo non era che la religione di moda; si accettava esteriormente, ma nella pratica della vita si rimaneva pagani; perciò la mancata pratica della dottrina cristiana contribuì alla rovina e non già il Cristianesimo veramente vissuto.

N O T A . – Con la pace costantiniana si chiuse l’èra dei martiri nell’Impero; i Cristiani, che finora erano relativamente pochi, si vedevano raggiunti da innumerevoli fratelli; le conversioni, prima difficili, diventavano facili, troppo facili; le chiese erano poche e piccole a contenere la folla dei cattolici…. Spettacolo in parte consolante; ma anche terribilmente ammonitore. – Quella folla, infatti, trascinava con sé non solo i buoni, ì bravi, i leali — che cercavamo la Fede — ma anche i deboli, gli opportunisti, i profittatori, le « canne al vento » che, nella conciliazione (tra Chiesa e Stato) vedevano un’ottima occasione di abbandonarsi alla corrente e, forse, di fare gli affari loro. – Il pericolo era mortale. La vita cristiana rischiava di perdere quella legge di eroismo che fa di essa una continua lotta e un continuo esercizio contro il male e il peccato.

D. Che vale l’accusa che la Chiesa abbia strappato migliaia dì uomini validi per farne chierici e monaci?

— Nulla, perché l’Impero Romano non adottò mai la coscrizione obbligatoria generale; inoltre il monachismo acquistò importanza per il numero apprezzabile di militanti solo intorno al 350. Tale numero però, di fronte alla massa, è sempre esiguo e fatto di uomini non tutti validi, né tutti obbligati al servizio militare. Sicché si può esser certi che l’esercito romano non si sentì mai in crisi per la loro esenzione.

D. La Chiesa ha contribuito ‘allo spopolamento predicando la verginità!

— L o spopolamento, dovuto soprattutto alla corruzione dei costumi, era già in atto fin dai tempi di Augusto, che tentò porvi riparo con leggi tendenti a combattere la denatalità. La pratica della verginità fu di pochi m confronto alla massa, (« Chi ha mai cercato moglie e non l’ha trovata?», chiede s. Ambrogio nel « De Virginitate » 35-36) , e quella pratica fu una vigorosa forza di opposizione al male, cioè a quella deficienza di senso morale, che è la causa fondamentale della decadenza demografica.

D. E’ ammissibile che lo spirito guerriero si affievolisse per effetto delle dottrine cristiane?

— Neppure. Come osserva s. Agostino, i precetti del Cristianesimo

(amore per tutti, anche per 1 nemici) non si oppongono a una guerra giusta, ma solo a quei sentimenti inumani di vendetta e di crudeltà, che anche i migliori tra i pagani avevano riprovato. Al soldato fu detto sempre di combattere con coraggio, ma non per spirito di odio, bensì di amore, per la giustizia e per l a Patria. E l’amore accende fortemente gli animi alla lotta, eleva moralmente il combattente e ne fa il costruttore della civiltà. Del resto va notato che l’Impero Romano era in decadenza quando le dottrine cristiane non potevano ancora avere nessuna sensibile efficacia sulla politica.

D. Che dire della coincidenza tra l’avvento del Cristianesimo e la rovina dell’Impero?

— Quando il Cristianesimo intraprese a percorrere la strada dell’Impero, questi era già stanco per il lungo cammino già percorso; aveva infatti già mostrato dei gravi sintomi di malessere prima che venisse il Cristianesimo, quali le guerre civili che portarono all’abolizione della Repubblica e alla costituzione dell’Impero.