DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2020)

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2020)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti venti.

La liturgia di questa Domenica è consacrata al perdono delle offese. La lettura evangelica mette in risalto questa lezione non meno che quella d’un passo delle Epistole di S. Pietro, la cui festa è celebra in questo tempo: infatti la settimana della V Domenica di Pentecoste era in altri tempi detta settimana dopo la festa degli Apostoli. – Quando David riportò la sua vittoria su Golia, il popolo d’Israele ritornò trionfante nelle sue città e al suono dei tamburi cantò: «Saul ha ucciso mille e David diecimila! ». Il re Saul allora si adirò e la gelosia lo colpi. Egli  pensava: « Io mille e David diecimila: David è dunque superiore a me? Che cosa gli manca ormai se non d’essere re al mio posto? » Da quel giorno lo guardò con occhio malevolo come se avesse indovinato che David era stato scelto da Dio. Cosi la gelosia  rese Saul cattivo. Per due volte mentre David suonava la cetra per calmare i suoi furori, Saul gli lanciò contro il giavellotto e per due volte David evitò il colpo con agilità, mentre il giavellotto andava a conficcarsi nel muro. Allora Saul lo mandò a combattere, sperando che sarebbe rimasto ucciso. Ma David vittorioso tornò sano e salvo alla testa dell’esercito. Saul allora ancor più perseguitò David. Una sera entrò in una  caverna profonda e scura, ove già si trovava David. Uno dei compagni disse a quest’ultimo: « È il re. Il Signore te lo consegna, ecco il momento di ucciderlo con la tua lancia ». Ma David rispose: « Io non colpirò giammai colui che ha ricevuto la santa unzione e tagliò solamente con la sua spada un lembo del mantello di Saul e uscì. All’alba mostrò da lontano a Saul il lembo del suo mantello. Saul pianse e disse: « Figlio mio, David, tu sei migliore di me ». Un’altra volta ancora David lo sorprese di notte addormentato profondamente, con la lancia fissata in terra, al suo capezzale e non gli prese altro che la lancia e la sua ciotola. E Saul lo benedisse di nuovo; ma non smise per questo di perseguitarlo. Più tardi i Filistei ricominciarono la guerra e gli Israeliti furono sconfitti; Saul allora si uccise gettandosi sulla spada. Quando apprese la morte di Saul non si rallegrò ma, anzi, si stracciò le vesti, fece uccidere l’Amalecita che, attribuendosi falsamente il merito di avere ucciso il nemico di David, gli annunciò la morte apportandogli la corona di Saul, e cantò questo canto funebre: « O montagne di Gelboe, non scenda più su di voi né rugiada, né pioggia, o montagne perfide! Poiché su voi sono caduti gli eroi di Israele, Saul e Gionata, amabili e graziosi, né in vita, né in morte non furono separati l’uno dall’altro » (Bisogna riaccostare questo testo a quello nel quale la Chiesa dice, in questo tempo, che S Pietro e S. Paolo sono morti nello stesso giorno). – Da tutta questa considerazione nasce una grande lezione di carità, poiché come David ha risparmiato il suo nemico Saul e gli ha reso bene per male, così Dio perdona anche ai Giudei; non ostante la loro infedeltà, è sempre pronto ad accoglierli nel regno ove Cristo, loro vittima, è il re. Si comprende allora la ragione della scelta dell’Epistola e del Vangelo di questo giorno: predicano il grande dovere del perdono delle ingiurie « Siate dunque uniti di cuore nella preghiera, non rendendo male per bene, né offesa per offesa » dice l’Epistola. « Se tu presenti la tua offerta all’altare, dice il Vangelo, e ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta davanti all’altare, e va prima a riconciliarti con tuo fratello ». — David, unto re di Israele. dagli anziani a Ebron, prende la cittadella di Sion che divenne la sua città, e vi pose l’arca di Dio nel santuario (Cam.). Fu questa la ricompensa della sua grande carità, virtù indispensabile perché il culto degli uomini nel santuario sia gradito a Dio (id.). Ed è per questo che l’Epistola e il Vangelo ribadiscono che è soprattutto quando noi ci riuniamo per la preghiera che dobbiamo essere uniti di cuore. Senza dubbio la giustizia di Dio ha i suoi diritti, come lo mostrano la storia di Saul e la Messa di oggi, ma se esprime una sentenza, che è un giudizio finale, è soltanto dopo che Dio ha adoperato tutti i mezzi ispirati dal suo amore. Il miglior mezzo per arrivare a possedere questa carità è d’amare Dio e di desiderare i beni eterni (Or.) e il possesso della felicità (Epist.) nella dimora celeste (Com.), ove non si entra se non mediante la pratica continua di questa bella virtù.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7; 9 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus.

[Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timébo? [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò?]

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus.

[Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Oratio

Orémus.

Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur.

[O Dio, che a quanti Ti amano preparasti beni invisibili, infondi nel nostro cuore la tenerezza del tuo amore, affinché, amandoti in tutto e sopra tutto, conseguiamo quei beni da Te promessi, che sorpassano ogni desiderio.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet III: 8-15

“Caríssimi: Omnes unánimes in oratióne estóte, compatiéntes, fraternitátis amatóres, misericórdes, modésti, húmiles: non reddéntes malum pro malo, nec maledíctum pro maledícto, sed e contrário benedicéntes: quia in hoc vocáti estis, ut benedictiónem hereditáte possideátis. Qui enim vult vitam dilígere et dies vidére bonos, coérceat linguam suam a malo, et lábia ejus ne loquántur dolum. Declínet a malo, et fáciat bonum: inquírat pacem, et sequátur eam. Quia óculi Dómini super justos, et aures ejus in preces eórum: vultus autem Dómini super faciéntes mala. Et quis est, qui vobis nóceat, si boni æmulatóres fuéritis? Sed et si quid patímini propter justítiam, beáti. Timórem autem eórum ne timuéritis: et non conturbémini. Dóminum autem Christum sanctificáte in córdibus vestris.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA PACE

“Carissimi: Siate tutti uniti nella preghiera, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedite, poiché siete stati chiamati a questo: a ereditare la benedizione. In vero, chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla. Perché gli occhi del Signore sono rivolti al giusto e le orecchie di lui alle loro preghiere. Ma la faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bere! E arche aveste a patire per la giustizia, beati voi! Non temete la loro minaccia, e non vi turbate: santificate nei vostri cuori Gesù Cristo”. – (1. Pietr. 3, 8-15).

Anche l’Epistola di quest’oggi è tolta dalla I. lettera di S. Pietro. E’ naturale che, scrivendo ai cristiani dispersi dell’Asia minore, tenga sempre presente la condizione in cui si trovano: sono pochi fedeli tra numerosi pagani, e sono sotto la persecuzione di Nerone. Come devono diportarsi? devono vivere in stretta unione fra di loro, mediante la misericordia, la compassione, la condiscendenza; essendo stati chiamati al Cristianesimo a render bene per male, affinché abbiano per eredità la benedizione celeste. Non trattino con la stessa misura quelli che fanno loro del male. La vita felice è per chi raffrena la lingua, evita il male e procura di aver pace con il prossimo. Del resto i giusti non sono abbandonati dal Signore, e nessuno può loro nuocere, se sono zelanti del bene. Quanto alla persecuzione, beati loro se hanno a soffrire qualche cosa per la religione cristiana. Siano, quindi, calmi, senza ombra di timore: onorino, invece, e temano Gesù Cristo. Anche noi, dobbiamo procurare di vivere una vita felice, per quanto è possibile tra le miserie e le persecuzioni di questo mondo. Sforziamoci di vivere in pace, ciò che ci è possibile con l’aiuto di Dio, anche tra le tempeste di quaggiù. Per avere la pace:

1 Bisogna astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose,

2 Vivere nella concordia col prossimo,

3 Non aver paura di soffrire per la giustizia.

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene. Chi vuol vivere una vita non turbata da agitazioni e da ‘rimorsi deve astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose. La vita felice quaggiù consiste principalmente nella tranquillità della propria coscienza. Gli uomini più felici sono i Santi. Noi vediamole loro mortificazioni, e, quasi, ce ne scandalizziamo; vediamole loro penitenze, e ci sentiamo come sgomentati. Non vediamo, però, il loro interno. Se vedessimo la pace e la tranquillità della loro coscienza, ci farebbero invidia.L’affermazione dell’Apostolo: «Quasi tristi, ma pur sempre allegri» (Cor. VI, 10), è l’affermazione di tutti i Santi, i quali potrebbero dire: All’esterno siamo stimati come persone viventi una vita di melanconia, eppure viviamo nell’allegrezza. Dove c’è Dio, c’è la pace. Quello che Gesù disse un giorno agli Apostoli, dice a tutti coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come ve la dà il mondo» (Giov. XIV, 27). – Sul fiume ingrossato o sul lago mosso dai venti, il barcaiolo adopera tutta la sua vigoria e tutta la sua prudenza per condurre la barca a riva, lottando con le onde. Ma il fanciullo che vi si trova, se ne sta tranquillo divertendosi con gli spruzzi d’acqua che v’entrano. Nella barca c’è il padre; perché temere? Quando noi con il peccato, non allontaniamo dall’anima nostra Dio, perché dobbiamo turbarci? – Finché la coscienza è in pace con Dio, vengano pure le tribolazioni da qualsiasi parte: Dio è il rifugio del tribolato che in lui trova consolazione. Ma se il peccato ne ha scacciato Dio, egli non può trovar rifugio o consolazione. Nessuna pena è più grave della rea coscienza. Noi vediamo delle volte piante intarlate o marce esternamente. Chi deve farne uso non si preoccupa tanto della superficie: osserva se la pianta sia sana internamente. Se internamente non fosse sana, a nulla varrebbe, anche se avesse buona apparenza esterna. «Così, quando l’uomo non trova in se stesso una buona coscienza, che gli giova essere in buon stato esternamente, se è putrefatto il midollo della sua coscienza?» (S. Agost. En. In Ps. XLV,3) Se può ingannare l’occhio degli uomini che lo credono felice, non può ingannar Dio. «Dio solo vede il cuore degli uomini» (2 Paral. VI. 30) ed egli ci assicura che «per gli empi non c’è pace» (Is. XLVIII, 22). – Chi vuol vivere giorni felici, oltre essere in pace con Dio, deve procurare di essere in pace con il prossimo. Cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla, studiandosi di vivere in concordia col prossimo, e ponendo ogni premura per impedire che la pace non si rompa. È tanto facile rompere la pace con il nostro prossimo! Le sue abitudini, i suoi gusti, le sue parole ci sono frequentemente occasione d’impazienza, di risentimento. Per non rompere l’armonia che deve regnare con tutti, è necessario prender sempre le cose in buona parte; non lasciarsi mai prendere dal cattivo umore; e sopportar pazientemente il cattivo umore degli altri. Io sarei felice, se quel vicino non s’interessasse dei fatti miei, se quella persona non mi portasse invidia, se quell’altra non mi odiasse, tu dici. Sarà verissimo. Ma siccome anche tu sei di carne e ossa come coloro che ti recano noia, è naturale che gli stessi lamenti che tu muovi rispetto a loro, essi potrebbero muovere rispetto a te. Sai bene che cosa dice S. Giacomo : «Tutti manchiamo in molte cose» (III, 2). Via, oggi a me, domani a te. Se oggi sono altri che ti offrono motivo di lamento, domani potresti esser tu a offrire motivo di lamento ad altri. È meglio considerare la partita pari, e sopportarsi a vicenda, avendo sempre in vista la conservazione della pace. Quanto ai sussurroni che cercano di turbare la concordia non c’è che far orecchie da mercante. Un buon paio d’orecchie stancano cento male lingue. Col tempo taceranno anch’essi. Esser indulgenti con i nostri fratelli è condizione indispensabile per conservar la pace e la felicità. Il Signore l’ha inculcata insistentemente questa indulgenza verso il prossimo. E il cristiano non può esimersi dal praticarla. Dimentichi, quindi, i dispiaceri che gli furon dati; non badi alle parole sfavorevoli; non si lamenti delle dimenticanze; passi sopra ai torti ricevuti, ripaghi l’odio con il perdono, anzi con l’amore. Allora soltanto avrà la pace. «Se c’è carità, ci sarà anche la pace» (S. Giov. Cris. In Epist. Ad Eph. Hom. XXIV, 4). Senza abnegazione non si può aver la pace. È una verità troppo dimenticata. Forse mai, come ai nostri giorni, si è sentito parlare di pace; eppure tutti sentiamo che la pace manca. Si vuol la pace, senza cessare di guardarsi in cagnesco; si vuol la riconciliazione, pur mantenendo vivo l’odio; si vuole l’armonia, senza rinunziare all’orgoglio e all’egoismo. Si vuol la pace, mettendo a base non l’amore, ma il timore. La pace si avrà solamente allora che le si metterà per base l’amor di Dio col conseguente amor degli uomini. Senza questa base possono moltiplicarsi i convegni, le riunioni, i tentativi d’ogni genere: tutto, però, finirà con la melanconica constatazione del profeta «E curarono le piaghe della figlia del popol mio con burlarsi di lei, dicendo: Pace, pace; e pace non era» (Ger. VI, 14). E non dobbiamo accontentarci della pace di un giorno, o di una pace molto facile. I tesori si acquistano con grandi sacrifici, e si conservano con molta cura. Altrettanto dobbiam fare con il tesoro della pace. Chi vuol vivere i giorni felici cerchi la pace, e si sforzi di raggiungerla «Non basta cercarla; — commenta S. Gerolamo — se, trovatala, cerca di sfuggire, tienle dietro con ogni alacrità! » (Epis. 124, 14 ad Rost.). – E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bene? Nessuno può nuocere a chi conduce una vita irreprensibile, dedita al bene. Tutt’al più può nuocere al corpo, non all’anima. Su questo punto è troppo chiarala parola del Divin Maestro, perché abbiamo ad aver un momento solo di titubanza. «Non temete coloro che possono uccidere il corpo, e non l’anima: temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matth. X, 28). Tutti i patimenti che i persecutori facevano soffrire ai Cristiani, se tormentavano le loro membra, lasciavano imperturbato il loro spirito. «Noi siamo persuasi — affermava S. Giustino M. — di non poter soffrir male di sorta da nessuno, se non quando siamo convinti d’esser caduti in colpa» (Apol. 1, ). Anzi, la persecuzione noi dobbiam considerarla come un bene. E se anche aveste a patire per la giustizia, beati voi!, aggiunge S. Pietro. Quando si soffre per una causa giusta, si è più degni di ammirazione di chi trionfa. Chi soffre per una causa santa, deve fare più invidia che compassione. «Essere prigioniero per Cristo — dice il Crisostomo — è gloria più grande che essere Apostolo, dottore, evengelista. E chi ama Cristo ben intende quel che dico» (In Ep. Ad Eph. Hom. 8, 1). La Beata Giovanna Antida Thouret, non reggendole il cuore di vedere, durante la rivoluzione francese, il suo paese senza culto, senza preghiera, prese a radunar gente in casa sua, nei giorni domenicali e festivi, perché potessero attendere a qualche atto di pietà. Talora poté venire anche qualche sacerdote a celebrare e a ministrare i Sacramenti. – La cosa non poteva sfuggire ai nemici della religione, e la Thouret è chiamata a comparire davanti al comitato rivoluzionario di Baumes-Les-Dames. Mentre si reca davanti ai commissari la gente, che temeva per la sua sorte, le diceva: — Dove andate mai ? — Vado a festa. Non temete; non ho paura; si tratta della causa di Dio — (La Beata Giovanna Antida Thouret Roma, 1926). Quando si tratta della causa di Dio dobbiamo considerare le sofferenze come una vera festa. Anche Gesù Cristo aveva detto, prima di S. Pietro : « Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno » (Matth. V, 11). Qualunque croce, accettata con spirito cristiano ci porta vantaggi incalcolabili. « Beato l’uomo che soffre tentazioni; perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, promessa da Dio a coloro che lo amano » (Giac. I, 12). Quindi, in nessuna circostanza della vita c’è motivo di perder la pace, «Si logori pure la mia carne e il mio cuore: — esclama il Salmista — fortezza del mio cuore e mia porzione eterna è Dio» (Ps. LXXII, 26). E quando pensiamo che Dio è nostra porzione eterna, non possono turbarci le privazioni che logorano la vita, i dolori che amareggiano il cuore. Le tribolazioni e le persecuzioni devono, invece, consolarci perché «la momentanea e leggera tribolazione nostra procaccia a noi, oltre ogni misura, smisurato peso di gloria» (II Cor. IV, 17).

Graduale

Ps LXXXIII: 10; 9

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice super servos tuos,

[O Dio, nostro protettore, volgi il tuo sguardo a noi, tuoi servi]

V. Dómine, Deus virtútum, exáudi preces servórum tuórum. Allelúja, allelúja

[O Signore, Dio degli eserciti, esaudisci le preghiere dei tuoi servi. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XX: 1

Alleluja, alleluja Dómine, in virtúte tua lætábitur rex: et super salutáre tuum exsultábit veheménter. Allelúja.

[O Signore, nella tua potenza si allieta il re; e quanto esulta per il tuo soccorso! Allelúia].

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt. V: 20-24

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nisi abundáverit justítia vestra plus quam scribárum et pharisæórum, non intrábitis in regnum coelórum. Audístis, quia dic tum est antíquis: Non occídes: qui autem occídent, reus erit judício. Ego autem dico vobis: quia omnis, qui iráscitur fratri suo, reus erit judício. Qui autem díxerit fratri suo, raca: reus erit concílio. Qui autem díxerit, fatue: reus erit gehénnæ ignis Si ergo offers munus tuum ad altáre, et ibi recordátus fúeris, quia frater tuus habet áliquid advérsum te: relínque ibi munus tuum ante altáre et vade prius reconciliári fratri tuo: et tunc véniens ófferes munus tuum.”

(In quel tempo: Gesú disse ai suoi discepoli: Se la vostra giustizia non sarà stata più grande di quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli. Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non uccidere; chi infatti avrà ucciso sarà condannato in giudizio. Ma io vi dico che chiunque si adira col fratello sarà condannato in giudizio. Chi avrà detto a suo fratello: raca, imbecille, sarà condannato nel Sinedrio. E chi gli avrà detto: pazzo; sarà condannato al fuoco della geenna. Se dunque porti la tua offerta all’altare e allora ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta all’altare e va prima a riconciliarti con tuo fratello, e poi, ritornato, fa la tua offerta.)

Omelia II

“Sopra la falsa e la vera divozione.”

Nis iabundaverit iustitia vestra plusquam scribarum et pharisæorum, non intrabitis in regnum cœlorum (Matth. V.)

Chi l’avrebbe creduto, fratelli miei, che una giustizia, la quale compariva agli occhi degli uomini così abbondante, così perfetta come quella dei farisei, dovesse essere riprovata da Gesù Cristo come indegna d’essere ricompensata nel regno de’ cieli? Che cosa erano i farisei ed in che consisteva la loro giustizia? I farisei erano una società d’uomini separati dal comune del popolo, che facevano professione d’una divozione straordinaria, che erano tenuti anche per santi; facevano lunghe orazioni, davano grandi limosine ai poveri, pagavano esattamente le decime, digiunavano due volte la settimana. Chiunque facesse altrettanto al giorno d’oggi non si avrebbe per santo? Perché  dunque Gesù Cristo condanna sì altamente la giustizia dei farisei? Le azioni che essi facevano erano forse in sé stesse degne di condanna? L’orazione, il digiuno, la limosina non sono forse atti di virtù cui Gesù Cristo medesimo ha promesso magnifiche ricompense? Sì, senza dubbio, queste azioni sono lodevoli in se stesse, degne di ricompense eterne quando sono accompagnate dalle condizioni che debbono renderle tali: ma la pretesa giustizia dei farisei mancava di queste condizioni; e perciò fu riprovata da Gesù Cristo. In che i farisei erano dunque degni di condanna? Eccolo, fratelli miei; si è che costoro, i quali comparivano così santi e regolati agli occhi del pubblico, tali non erano agli occhi di Dio. Gli uomini, che giudicano solo dall’esteriore, canonizzano per l’ordinario tutto ciò che al di fuori porta i segni della santità; ma Dio, che conosce il fondo del cuore, ne giudica molto diversamente. Per esser santo agli occhi degli uomini, basta salvare le apparenze; ma per esser santo agli occhi di Dio bisogna esser tale qual si comparisce. Convien osservar fedelmente tutti i punti della legge; è necessario principalmente che la pietà e la virtù risiedano nel fondo del cuore. Ora questo è in che mancavano i farisei. Contenti d’osservar certi precetti, d’evitare certi delitti che da se stessi fanno orrore alla natura, trasgredivano la legge del Signore in molte cose che essi riguardavano come di poca conseguenza, ma che non erano tali avanti a Dio. Le loro azioni, benché lodevoli comparissero agli occhi degli uomini, non erano quindi animate dal principio e dal fine che dovevano renderle accette a Dio. In due parole, la loro giustizia non era intera, ma era una giustizia mancante: la loro giustizia non era interiore, ma solo apparente; due difetti che la fecero riprovare da Gesù Cristo, e che non si ritrovano, oimè! che troppo sovente nella virtù di molti Cristiani, come se ne potrà giudicare del parallelo che ne faremo con quelle dei farisei. Donde noi conchiuderemo che la pietà, per esser vera, deve essere intera ed interiore; intera per adempier tutta la legge; interiore per seguire lo spirito della legge. Cominciamo.

I . Riflessione. Primieramente, la giustizia dei Farisei non era intiera, perché si contentavano d’osservare solo alcuni punti della legge. Erano essi anche attaccati scrupolosamente a certe cerimonie, ad alcune tradizioni che avevano ricevute dai loro padri e che non li obbligavano, mentre si prendevano la libertà di trasgredire la legge del Signore in molte cose che li obbligavano indispensabilmente: non avrebbero essi osato bestemmiare, giurar il falso, commettere un omicidio; ma non avevano difficoltà di prender il santo Nome di Dio invano, di giurar per le creature, a fine di accertare ciò che persuader volevano. Non riguardavano come un gran male il lasciarsi trasportare dai moti dell’ira, di conservare sentimenti d’odio, di vendetta contro il loro prossimo, e di manifestarli con parole ingiuriose, che offendevano la carità; e quel che è più, insegnavano agli altri queste perniciose massime, di cui erano essi infetti. Che però Gesù Cristo per preservare i suoi Apostoli dalle illusioni di quei falsi dottori, dà ai suoi discepoli questa bella istruzione che vien riportata nel nostro Vangelo: Voi avete appreso, dice loro, che è stato detto ai vostri antenati, non farete alcun omicidio, e chi ne farà, meriterà d’esser condannato al tribunale del giudizio; ma io vi dico che chi tratterà suo fratello da uomo di poco senno, meriterà di essere condannato al tribunale del consiglio; che chi dirà: “uomo insensato”, meriterà il supplizio del fuoco. Se dunque voi vi ricordate, facendo la vostra offerta all’altare, che il vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, lasciate ivi la vostra offerta ed andate a riconciliarvi con lui. Tale è, fratelli miei, la perfezione che Gesù Cristo domandava dai suoi discepoli, affinché la loro giustizia superasse quella de’ farisei. Laonde ben lungi di abolire la legge antica, non faceva che compirla e perfezionarla; Egli voleva che la sua morale sussistesse in tutto il suo vigore, e che fosse osservata in tutta la sua estensione, di modo che non si dovesse mancare ad un sol punto; Jota unum aut unus apex non præteribit a lege (Matt. V). Non era che all’intera osservanza della legge, che prometteva il suo regno, e chiunque ne avesse violato un solo precetto, non poteva avervi pretensione alcuna, Non bisogna dunque stupirsi che Egli dichiari così apertamente ai suoi discepoli che se la loro giustizia non supera quella dei farisei, non avranno alcuna parte nel suo regno: Nisi abundaverit iustitia vestra etc. Or a quanti Cristiani si possono al giorno d’oggi indirizzare le medesime minacce che il Salvatore indirizzava ai suoi discepoli, e i medesimi rimproveri che faceva ai farisei? Quanti, infatti, che si contentano di osservare la legge del Signore in certi punti che non li molestano, o perché il loro onore, il loro interesse vi sono attaccati; che non si credono in niun modo colpevoli perché evitano certi delitti che portano in se stessi un carattere d’infamia; ma si perdonano facilmente molti mancamenti contro questa divina legge, tosto che la passione del piacere o dell’interesse si trova il suo conto? Taluno che ha orrore, come deve averne ogni uomo ragionevole, di lordarsi le mani nel sangue di suo fratello, nutrirà nel suo cuore sentimenti d’amarezza, d’animosità che niente è capace di soffocare; lacererà la riputazione altrui con nere calunnie, con colpi mortali d’una maligna maldicenza, non temerà anche d’offendere con parole ingiuriose ed oltraggianti. Or a che serve, fratelli miei, che voi non siate né omicidi né ladri, se siete collerici e detrattori, se conservate nel vostro cuore odio contro il vostro prossimo? Gesù Cristo non vi dice forse nel Vangelo che chi si metterà in collera contro suo fratello subirà il rigore del giudizio di Dio; che chi l’oltraggerà con parole che distruggono la carità sarà condannato al supplizio del fuoco? A che vi serviranno anche tutte le buone azioni che farete, se non avete quella carità, che fa il carattere dei discepoli di Gesù Cristo? Voi rassomigliate, dice il grande Apostolo, ad un cembalo che tinnisce e al bronzo che risuona: invano recitereste lunghe preghiere come i farisei; invano dareste, come essi, grandi limosine e più grandi ancora, sino al segno d’abbandonare tutti i vostri beni ai poveri; invano digiunereste due volte la settimana, come i saggi del giudaismo, e tutti i giorni della settimana più austeramente che essi; invano dareste il vostro corpo ad esser bruciato; tutti questi sacrifici senza la carità nulla vi servirebbero. Gesù Cristo non vi dice forse nel Vangelo che se, offrendo il vostro dono all’altare, vi ricordate che vostro fratello ha qualche cosa contro di voi, bisogna prima andarvi a riconciliare con lui, altrimenti la vostra offerta non sarà in verun modo ricevuta? Si offers munus tuum ad altare, et ibi recordatus fueris quia frater tuus habet aliquid adversum te …; vade prius reconciliari fratri tuo (Matth.V). – Non vi crediate dunque molto avanzati nella virtù perché non siete omicidi: voi non avete ancora, dice s. Agostino, salito che un grado; salirete più alto, se non dite alcune parole ingiuriose: ma non basta ancor questo: dovete soffocare sino al minimo risentimento di collera e di rancore contro del vostro prossimo; tale è la perfezione che la legge di Gesù Cristo esige da voi. Or io voglio, fratelli miei, che voi non siate soggetti né all’ira né alla maldicenza, che non facciate alcun torto al vostro prossimo; la vostra giustizia non avrà ancora l’integrità che deve avere se voi siete dominati da qualche altra passione che la legge del Signore vi proibisce; se il vostro cuore è schiavo d’un amor profano; se voi mantenete corrispondenze peccaminose con quella persona che non dovete neppure mirare; se fate servire i vostri beni ad appagare la vostra vanità, la vostra sensualità; in una parola, se contravvenite a qualcheduno dei comandamenti del Signore, sebben non fosse che ad un solo, tutte le vostre virtù saranno contate per nulla al giudizio di Dio, voi non sarete meno riprovati che se aveste trasgredita tutta la legge: Quicumque totam legem servaverit, offendat autem in uno, factus est omnium reus (Jac.2). – Invano voi fareste pompa, come i farisei, di certe apparenze di virtù; invano avreste fatte opere di supererogazione che vi avessero attirata la stima degli uomini; se siete stati infedeli a qualcheduna delle vostre obbligazioni, la vostra giustizia sarà riprovata, come quella di quei falsi dottori della legge: Nisi abundaverit iustitia vestra etc. Tale è nulladimeno l’abuso che s’introduce nella maggior parte delle divozioni che si veggono nel mondo cristiano: simili ai farisei, che erano scrupolosamente attaccati a certe osservanze della legge, alle quali non erano obbligati, e che trascuravano i doveri essenziali, moltissimi di coloro che fanno al giorno d’oggi profession di divozione saranno esatti anche fino allo scrupolo in certe pratiche di pietà, che sono di puro consiglio, a recitare alcune preci delle confraternita a cui sono aggregati, saranno assidui ad udire la Messa nei giorni che non sono di precetto, visiteranno chiese, ospedali, abbracceranno con piacere esercizi di divozione che non sono al loro stato necessari, perché l’onore, il costume, una certa convenienza ve li portano, ma del resto non si mettono troppo in pena di adempiere i doveri del loro stato, perché questi doveri loro recano molestia e incomodo. Quell’uomo farà dei viaggi di divozione, e non assiste punto agli uffizi della sua parrocchia, non frequenta i sacramenti, dà cattivo esempio alla sua famiglia; quella donna recita lunghe preghiere in chiesa, e non avrà alcuna compiacenza per suo marito, sarà dura ed intrattabile con i domestici, trascurerà l’educazione dei figliuoli, che lascia vivere nel disordine; quell’altro si farà un dovere d’assistere ad un’adunanza di pietà, ma commette delle frodi nel commercio, trascura gli affari di cui è incaricato. Di grazia, queste sono esse divozioni regolate secondo lo spirito del Vangelo? No, senza dubbio; ogni divozione che non si concilia coi doveri essenziali dello stato in cui uno è impegnato, e non permette che s’adempiano in tutta la loro estensione, ella è una divozione farisaica, riprovata da Dio; a più forte ragione quella che allontana dall’adempiere questi doveri. – Ma che? pretendo io forse qui biasimare le pratiche di pietà, i santi esercizi della Religione, le opere di supererogazione, che esser possono sorgente di grandi meriti? A Dio non piaccia; la vera pietà, ben lungi dal rigettarle, le abbraccia al contrario come mezzi acconci a meritar le grazie di Dio e a mantenersi nel fervore del Cristianesimo; ma ella s’attacca agli obblighi dello stato a preferenza delle opere che nol sono; adempie i precetti prima dei consigli; ella sa talmente riunire gli uni con gli altri che, tacendo ciò che è di precetto, non dimentica ciò che è di consiglio: Haec oportuit facere, et illa non omittere (Matth. XXIII 23). Imperciocché starsene precisamente a ciò che è d’obbligo e trascurare affatto ciò che è di supererogazione, egli è mancar di generosità verso Dio ed esporsi al rischio di mancare alle sue obbligazioni. Egli è difficile l’adempiere perfettamente i propri doveri, senza fare qualche cosa di più. Se voi contate, per esempio, con tutto rigore ciò che dovete precisamente dar in limosina per sollievo dei poveri, non arriverete forse al punto ove la vostra carità deve portarsi; vi è d’uopo dunque sforzarvi più di quel che dovete per essere sicuri di farlo perfettamente; la vera virtù non teme d’esser liberale a riguardo d’un Dio che non si lascia vincere in liberalità. Se la vostra è tale, fratelli miei, essa sorpasserà quella dei farisei e vi assicurerà un diritto al regno dei cieli, purché però sia anche interiore, cioè abbia la sua sorgente dal cuore, e sia conforme allo spirito della legge.

II. Riflessione. Ciò che la radice è all’albero, è il cuore alla pietà: ogni albero che non ha radice non può produrre frutti; cosi la pietà che non è nel cuore è sterile ed infruttuosa. Tale era la giustizia dei farisei: avevano essi un bell’esteriore, belle apparenze di pietà; ma queste apparenze gravi ed autorevoli servivano di velo ai vizi enormi di cui eran infetti, sotto la pelle di pecora nascondevano essi la voracità di lupi rapaci: quindi quelle terribili maledizioni che Gesù Cristo pronunzia sì spesso contro di essi nel Vangelo. Guai a voi, loro dice, scribi e farisei ipocriti, che nettate l’esteriore della tazza e al di dentro siete pieni di rapine e d’immondezze! Guai a voi, che rassomigliate ai sepolcri imbiancati, il cui di fuori comparisce bello, ma il di dentro è tutto ripieno d’ossa di morti e di corruzione: Vœ vobis, quia similes estis sepulchris dealbatis (Mat. XXV). In questa guisa, fratelli miei, questo supremo scrutatore dei cuori giudicava la pretesa giustizia dei farisei, perché ne conosceva tutto il cattivo fondo e non poteva essere ingannato dallo specioso esteriore di cui servivansi gli uomini. Infatti, se essi facevano belle azioni, ciò era piuttosto per guadagnarsi la stima degli uomini che quella di Dio; se recitavano lunghe preghiere, i loro cuori erano lontani da Dio, perché desideravano più di essere osservati dagli uomini che ascoltati da Dio; se facevano limosine ai poveri, le facevan pubblicare a suono di tromba, non per chiamare a sé i poveri che dovevan soccorrere, ma piuttosto per attirarsi ammiratori che loro facessero applausi: se digiunavano due volte la settimana, ciò era con un’aria abbattuta che affettavano per far vedere la loro penitenza; in una parola, la vanità era il principio di tutte le loro belle azioni; perciò fu essa lo scoglio del loro merito. Cercavano essi con premura la gloria e la stima degli uomini, e questa fu pur anche tutta la ricompensa che ricevettero della loro falsa virtù: Receperunt mercedem suam (Matth. VI). Paragoniamo ora la virtù d’un gran numero di Cristiani con quella di quei falsi saggi del giudaismo. Oh quanti Cristiani vi sono che hanno avuto in retaggio vizi de’ farisei, e la cui pietà è tanto superficiale quanto quella di quegli ipocriti. Quanti falsi devoti che sotto il manto d’una virtù apparente nascondono enormi vizi! Al vedere la condotta della maggior parte di essi, voi li credereste santi; danno tutti i segni esteriori di religione, pregano, digiunano, fanno limosine, frequentano tutte le divozioni, entrano volentieri in tutte le intraprese di carità e di buone opere che si faranno in una parrocchia, in una città; ma sotto quella maschera di devozione conservano uno spirito superbo, un cuor sensuale ed immortificato, attaccato ai comodi della vita, nemici d’ogni soggezione e d’ogni ritenutezza, spesse volte corrotti da infami piaceri. Al vedere quell’uomo, quella donna recitare lunghe preghiere in chiesa, leggere un libro di pietà o girare una corona fra le mani, chi crederebbe che l’uno è un usurpatore dell’avere altrui, un furbo, un ingannatore; e l’altra una maldicente, una collerica nel suo governo domestico, una rissosa con le sue vicine? Al vedere quel giovane, quella fanciulla nelle adunanze di pietà, accostarsi spesso ai sacramenti, chi crederebbe che l’uno è un libertino, un dissoluto, l’altra una superba, un’impudica, che mantiene rei commerci, che fa tanti sacrilegi, quanti sacramenti riceve, perché o non vuole scoprire i suoi disordini o non vuole correggersene? – Oh se ci fosse dato di penetrare il muro, come diceva altre volte il Signore ad un profeta, quante abbominazioni nascoste non iscopriremmo! Se si aprissero quei sepolcri imbiancati, sì ornati al di fuori, che odor pestilenziale ne uscirebbe! Non appartiene che a Dio, che investiga il fondo dei cuori, di giudicarne: gli uomini sono ingannati dalle apparenze; ma al giudizio di Dio, ove tutti i segreti de’ cuori saranno svelati, si conoscerà la verità di quanto dico. Coloro che ingannano così gli occhi degli uomini ne sono di già convinti dalla testimonianza della loro coscienza: felici, se sensibili al rimprovero che essa fa loro, prendessero le misure convenevoli per essere tali al di dentro, quali compariscono al di fuori. Mentre finalmente ogni divozione, ogni virtù che non è nel cuore, non è che una virtù superficiale; ella e una divozione ingiuriosa a Dio, inutile a chi la professa. Dico divozione ingiuriosa a Dio; perché gli è al cuore che Dio principalmente si attiene, è il sacrificio del cuore ch’Egli domanda a preferenza d’ogni altra vittima e sul quale egli ha i diritti più incontrastabili; per conseguenza è fargli un’ingiustizia il ricusargli quest’olocausto. Dissi che ogni divozione che non è nel cuore è inutile ed anche perniciosa; perché con tutta la pena, che si ha a praticare la virtù al di fuori, se ne perde il merito e si attira sopra di sé la maledizione di Dio. Questi falsi devoti sono per verità lodati ed applauditi dagli uomini, come lo furono i farisei; ma questa è tutta la ricompensa che essi ricevono delle loro buone azioni. Colui che nel fondo è un usuraio nascosto, un ingannatore, passerà per uomo dabbene; quella donna maledica, per una devota; quel giovane, quella fanciulla, per persone modeste e riserbate; quelli che non li conoscono daran loro molte lodi, ma avanti a Dio sono tanti riprovati: siccome cercano di piacere agli uomini piuttosto che a Dio, così riceveranno la loro ricompensa quaggiù; ma il Signore li rigetterà dalla sua presenza, e dirà loro d’andar a cercare il loro salario presso padroni stranieri ch’essi hanno servito in pregiudizio della sua gloria: Nescio vos. lo non vi conosco, ritiratevi da me, voi tutti che non avete avuto che la scorza della pietà, senza averne lo spirito: voi avete potuto ingannare gli uomini con una virtù apparente; ma non avete ingannato me che conosceva il fondo delle vostre iniquità: voi non m’avete servito in spirito ed in verità come dovevate; io non ho ricompensa veruna a darvi: Discedite a me qui operamini iniquitatem (Marc.7). – Egli è dunque un ingannare se stesso, egli è un faticare invano l’attaccarsi all’esteriore della divozione, senza averne lo spirito. La pietà, è vero, deve manifestarsi con le opere, senza di che ella sarebbe imperfetta e sterile; ma se queste opere non sono animate da un buon principio, se non sono nobilitate da un buon fine, la pietà diventa un corpo senz’anima, un albero senza frutti che non produce al più che fiori, i quali nulla servono. Tutta la gloria della figlia del re, dice il profeta viene dalla sua bellezza interiore; benché magnifica ella sia al di fuori per la diversità de’ suoi ornamenti, ella è ancora più leggiadra e vezzosa per le belle qualità di cui è fregiata l’anima sua: Omnìs gloria filiœ regis ab intus (Ps. XLIV). Tale è il ritratto di un’anima veramente devota; quest’anima deve prima d’ogni cosa applicarsi a ben regolare il suo interiore per attirarsi gli sguardi del suo divino Sposo, e adornarsi in appresso degli ornamenti esteriori delle virtù, che sono le buone azioni: In fimbriis Circumamictæ varietatibus. Allorché Dio comandò a Mosè d’indorare l’arca dell’alleanza, volle che cominciasse dal di dentro prima d’indorarla al di fuori. Tale è la regola che si deve seguire nella divozione; bisogna che questa divozione sia nell’interiore prima di manifestarsi con le opere. L’anima devota deve riguardarsi come un tempio vivo, ove ella deve offrire a Dio l’incenso delle preghiere più ferventi, il sacrificio delle più care inclinazioni. Questo tempio dee esser ornato al di dentro coll’oro della più pura carità, dell’umiltà più profonda, della purità più inviolabile, in una parola, di tutte le virtù che ne facciano una dimora degna dell’Altissimo. Questo tempio deve altresì esser ornato al di fuori dallo splendore delle buone azioni, che manifestano la bellezza che è al di dentro, azioni che sieno animate dal solo desiderio di piacere a Dio, di edificare il prossimo, di santificare se stesso; che partano, in una parola, da una retta intenzione, che ne è come l’anima e che ne fa tutto il prezzo. Tal è, in poche parole, il carattere della vera pietà e della soda devozione: attenta a nulla trascurare di tutto ciò che può contribuire alla gloria di Dio e alla salute dell’uomo, ella sa unire tutti i doveri della religione con quelli della società per rendere nell’istesso tempo a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio; vale a dire, per adempiere i suoi obblighi a riguardo di Dio e del prossimo. Osservate, fratelli miei, quali sono i vostri doveri per adempirli in tutta la loro estensione: mirate ciò che voi dovete a Dio, ciò che dovete al prossimo, ciò che dovete a voi medesimi. Voi dovete a Dio, il sacrificio d’una viva fede colla sommissione del vostro spirito alle verità ch’Egli vi ha rivelate; gli dovete il sacrificio della volontà per fare tutto ciò che vi ha comandato; gli dovete il culto più religioso, l’amore più perfetto l’attaccamento più inviolabile; attaccamento che sia costante nelle aridità e nei rigori della divozione, come nelle dolcezze; di modo che cerchiate meno le consolazioni di Dio che il Dio delle consolazioni, e siate sempre pronti a fare ciò che non sarebbe di vostro gusto, come ciò che sarebbe più conforme alle vostre inclinazioni, perché vi troverete più la volontà di Dio. Voi siete anche incaricati a riguardo del prossimo di certi doveri che la giustizia e la carità v’impongono; doveri di giustizia, per rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto; doveri di carità, per soccorrere il prossimo nei suoi bisogni; doveri di società, che vi rendono utili ed anche piacevoli a coloro che vi frequentano: mentre la vera divozione, benché severa a se stessa, è dolce a riguardo degli altri; essa vorrebbe sola portar la pena della virtù per loro risparmiarla. Molto differente in questo dalla pretesa virtù dei farisei, che imponevano gravi pesi sopra le spalle degli altri, mentre essi non volevano neppure toccarli con la punta delle dita. Ella non conosce quell’umore stizzoso che rende odiosa la virtù, ma si attrae l’amore e la stima di tutti, perché comparisce sempre gioviale nell’adempimento dei suoi doveri. Ella evita egualmente gli eccessi dell’allegrezza e della tristezza, che sono segni d’una virtù poca soda, ma conserva un giusto temperamento tra l’una e l’altra. Se è triste, lo è d’una tristezza secondo Dio, che opera la salute, dice s. Paolo; se si rallegra, il Signore è il principio ed il fine della sua allegrezza: Gaudete in Domino. Nemica dell’inganno e delta menzogna, che regnano nel commercio degli uomini, ella cammina con la semplicità della colomba e con la prudenza del serpente; ella fassi tutta a tutti per guadagnare tutto il mondo a Gesù Cristo. – Finalmente la divozione v’impone dei doveri riguardo a voi medesimi, che sono la rinuncia agli onori, ai beni, ai piaceri del secolo, la mortificazione delle passioni, il crocifiggimento della carne, la pazienza nelle afflizioni. Voler esser devoto senza farsi alcuna violenza per seguire le massime del Vangelo, pretendere punire la divozione con tutti i comodi della vita è un’illusione; questo non è conoscere il carattere, poiché la vera divozione consiste principalmente nell’imitazione delle virtù di Gesù Cristo. Volete voi dunque essere veramente devoti, fratelli miei? Prendete questo divino originale per modello di vostra condotta. Tutto ciò che voi fate anche di più indifferente fatelo nel nome di Gesù Cristo ed in unione di ciò che Egli ha fatto di somigliante sopra la terra; questa è la miglior pratica di divozione che io possa proporvi per meritare la felicità eterna. Così sia.

Credo …

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Offertorium

Orémus

Ps XV: 7 et 8. Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear.

[Benedirò il Signore che mi dato senno: tengo Dio sempre a me presente, con lui alla mia destra non sarò smosso.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris: et has oblatiónes famulórum famularúmque tuárum benígnus assúme; ut, quod sínguli obtulérunt ad honórem nóminis tui, cunctis profíciat ad salútem.

[Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche, e accogli benigno queste oblazioni dei tuoi servi e delle tue serve, affinché ciò che i singoli offersero a gloria del tuo nome, giovi a tutti per la loro salvezza.]

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XXVI: 4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. 

[Una cosa sola chiedo e chiederò al Signore: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita].

Postcommunio

Orémus.

Quos cœlésti, Dómine, dono satiásti: præsta, quæsumus; ut a nostris mundémur occúltis et ab hóstium liberémur insídiis.

(O Signore, che ci hai saziato col dono celeste; fa che siamo mondati dalle nostre occulte mancanze, e liberati dalle insidie dei nemici.)

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https://www.exsurgatdeus.org/2018/09/14/ringraziamento-dopo-la-comunione-2/

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (118)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

PARTE PRIMA

CAPO XXX.

Che non si può negare l’immortalità, dell’anima umana, senza accusare la natura dì stolta.

I. L’arte del giardiniere non consiste nel fornire il terreno di quelle piante che son più elette; consiste in fornirlo di quelle che son più atte ad appigliarsi nel suolo a lui dato in cura. Non vi nego io però, che le ragioni fisiche dianzi addotte non sieno di natura loro le più gagliarde a manifestare, che l’anima non perisca insieme col corpo: ma perché la mente di molti non n’è capace, giusto è ricorrere ad altre, che forse più facilmente vi alligneranno: e tali son le morali. Eccomi pertanto a provar tre proposizioni, che bene intese guadagneranno la causa, se l’anima non fosse immortale, la natura sarebbe stolta; la virtù sarebbe vizio; il vizio sarebbe virtù.

Vada alle altre innanzi la prima.

I.

II. Due insanie distinguono i più intendenti (Ibid.). L’una, che si oppone alla mansuetudine, ed è crudele: l’altra, che si oppone alla ragione, ed è sciocca: ed ambedue queste insanie dovrebbonsi confessare nella natura, se ella avesse soggettata l’anima umana a leggi di tempo.

III. Sarebbe in prima stata ella verso dell’uomo insanamente spietata. Conciossiachè, se l’uomo morendo morisse tutto, ne seguirebbe, che egli solo fra tutti gli altri viventi

fosse un lavoro imperfetto, e si rimanesse quasi una bozza, bella al certo, ma difettosa; né mai fosse un’opra condotta a fine. Considerate i più sordidi animaluzzi: quei che appena distinguonsi da quel fango, onde sono schiusi, quei, dico, stessi furono pur tanto amati dalla natura, che non volle questa in cuor loro accendere alcuna brama, benché lievissima, senza dare loro anche il modo di soddisfarla. Ma forse avrebbe verso l’uomo osservato nel caso nostro un riguardo simile? Tutto il contrario: perché anzi lo avrebbe formato in guisa, che non potesse mai sperare di giungere dove aspira con ardor sommo.

IV. La capacità dell’intendimento umano è sì vasta, che a riempirla non sono bastevoli tutte le cose che sono, mentre vi sopravanza luogo quasi infinito alla cognizione di quelle ancor che non sono, ma posson essere. E la sfera del volere umano è sì ampia, che non basterebbero a renderla giammai paga neppure quegli innumerabili mondi, a cui sospirava Alessandro, quando ben tutti avessero un esser vero, e non puramente fantastico nel cervello di un delirante. Ora, se l’uomo morendo, morisse tutto, quando mai verrebbe a saziarsi in lui questa fame sì prodigiosa di tutto il vero, non ancora a lui noto, e di tutto il buono? Sicuramente non potrebbe essere ciò nella vita presente, dove egli non possiede né tempo, né mezzi, né modo, né forze a tanto. Adunque converrebbe , che in lui si venisse a trovare questo gran vacuo, sì abborrito per altro dalla natura, e che si vedesse un appetito veemente non solamente non pago, ma inappagabile, contra il costume onninamente serbato dalla medesima ne’ suoi parti, di non farvi mai nulla invano.

V. Più beneficati dunque sarebbero in tale evento quelli i quali mai non uscissero a veder luce: o se non tanto, più fortunate sarebbero almen le bestie, cui non s’intorbida giammai punto il sereno del ben presente dalla sollecitudine del futuro, non ancor posseduto, né giammai dal rammarico del trascorso: non le punge l’invidia dell’altrui sorte, non le stimola l’ambizione, non le strugge l’avarizia; ma contente del loro stato, passano i dì quietamente, provvedute le più con piccolo studio di quanto si ricerca ad alimentarle.

VI. Che se pure anche alle bestie convien morire, quanto è per loro meno amaro un tal calice: mentre lo bevono, per così dire, ad un fiato, senza averlo prima dovuto quasi ricevere a sorso a sorso nel pensier della loro mortalità: e mentre ancora lo bevono, dopo aver bene spesso gustato della vita più lungamente che non fa l’uomo! L’uomo vive poco: e in quel poco è comunemente soggetto a mille cure angosciose, a timori, a tedi, a gelosie, a pentimenti, a pianti, a querele; incontentabile nei prosperi avvenimenti, inconsolabile negli avversi: sempre al giogo di quella servitù, che ugualmente è propria della bassa fortuna e della eminente. In ogni caso le fraudi, i fallimenti, le morti de’ più congiunti, le calunnie, i contrasti, le liti, le infamie, le insolenze, le soverchierie che ricevonsi dai potenti, le necessità di vestirsi, di trafficare di trattare, di spendere, son tutti aggravi, de’ quali, quanto è più caricata la vita umana, tanto è più sgombra la vita universale de’ bruti. Onde, se l’uomo sortisse in fine una morte, qual e la loro, non. vi sarebbe tra’ viventi verun di lui più misero, mentre essendo egli per altro superiore d’infiniti gradì nel conoscimento a quello de’ bruti, conviene, a soddisfarsi, che egli abbia pascoli infinitamente ancora più sostanziosi e più soprabbondanti di tutti i loro.

VII. Oltre a che, quel medesimo vivere così corto che gli è prescritto dalla natura, come potrebbe salvare da crudeltà cosi strana madre? Excellens in arte non debet mori, gridavan da per tutto le leggi (L. ad Best. ff. de pœn.). Però, se la natura ha queste leggi dettate ai legislatori, come ella nelle sue opere le disprezza? anzi non le disprezza no , ma le adempie fedelissimamente con tutte l’altre sostanze, fuorché coll’uomo? Veggiamo pure, che tra le sostanze inanimate, quelle che son le più nobili, sono esenti da corruzione, come i cieli, i pianeti, le stelle. E perché dunque tra le viventi non va così, ma invece di vedere l’anima umana adorna di sì bella prerogativa, vederla, non pur morire, ma morir tosto, sicché talora dalla culla alla tomba non sia per lei quasi altro che un breve passo? Non vi pare una cosa stravagantissima, che potendo la natura esentare dalla falce del tempo la miglior parte dell’uomo, ve la sottoponesse sì crudamente, che si dovesse da noi portare invidia ai corvi, alle cornacchie, ed ai cervi del loro lungo durare sopra la terra, e fino alle serpi del loro ringiovanirsi? Io so che ad un uomo grande (Card. Sforza Pallavicini) facea gran forza a tenere per evidente l’immortalità dell’anima umana, mirar quanti erano quei che morivano in fasce.

VIII. Aggiungete, che la natura, non solamente sarebbe stata crudele con tutti gli uomini, se avesse fatte mortali l’anime nostre, ma crudele anche più coi più virtuosi. Quanto l’uomo è più scienziato e più saggio, tanto più conosce egli il pregio dei beni eterni, e più vi sospira, come a sua limpida fonte. Qual dubbio dunque, che tanto più dovrebbe allora egli vivere sempre afflitto, veggendosi ad ora ad ora cader sul capo quella spada fatale, che invece de’ beni eterni, gli ha da recare un sempiterno esterminio?

IX. Anzi da ciò seguirebbe, che crescendo ne’ buoni ogni giorno il merito di vivere lungamente per la loro virtù, e diminuendosi dall’altro canto la vita, verrebbesi dunque sempre a diminuire quel capitale di premio che loro avanza: onde non solamente dovrebbero militare, già veterani, alle spese proprie, senza speranza più di retribuzione, ma vi dovrebbero rimettere ancora tanto, che mai non divenissero più infelici, che quando avessero già finito di vincere: mercecchè per trionfo darebbesj allor ad essi il gastigo sommo, che è il rimanere privi in eterno di ogni essere, tuttoché tanto bene speso.

X. Per lo contrario, se la natura usasse con alcun uomo, in tale presupposizione di cose, alcuna pietà, guardate a chi l’userebbe: l’userebbe solo cogli empi.

XI. E non è pietà grande a un reo condannato, ingannarlo tanto, che non si accorga diavvicinarsi al patibolo? Questa pietà usa la natura co’ bruti, a cui, come non discuopre alcun bene eterno, per l’incapacità la qual hanno di conseguirlo, così tien loro ascosto l’eterno disfacimento, per non affliggere coll’aspettazione del mal futuro chi non può godere altro bene che il ben presente. Ora, una pietà somigliante verrebbe la natura ad usar cogli empi, cioè con quei che, benché uomini, menano vita da bruti: perché, quantunque non asconderebbe loro del tutto l’ultimo fato, né anche molto con esso gli inquieterebbe, mentre eglino, inebriati da’ loro piaceri, si studiano di tener lontano da sé qualsisia, benché lieve, pensier di morte: vittime, è vero, destinate al macello, ma vittime ben pasciute per ogni prato di trastullo corporeo. Così la prudenza e la pietà sarebbero allora i carnefici più crudeli dell’uman genere, e l’inconsiderazione e l’intemperanza sarebbero i suoi maggiori benefattori: onde pur troppo in tal caso si avvererebbero quei sentimenti di Plinio così stravolti, di riconoscere la natura cogli uomini per matrigna più che per madre, mentre ne’ migliori di loro avrebb’egli infuso, più che in altri, un intimo desiderio di beni eterni, quando al tempo stesso voleva, che fosse loro impossibile il conseguirli.

II.

XII. Senonchè con questo io sono disceso parimente a mostrare nella natura l’altra maniera d’insania, la quale, come sciocca, opponendosi alla ragione, consiste singolarmente in non sapere adattare ad un fine degno i mezzi proporzionati. La natura vuole in primo luogo, che l’uomo sia virtuoso, cioè, che egli serbi nel vivere quelle leggi ch’ella gli ha scolpite nel cuore. Ma quali mezzi avrebbe ella adoperati nel caso nostro a conseguir tanto fine? Mezzi impropri ed inefficaci: mentre la malvagità appena avrebbe di che temere, e la bontà di che consolarsi.

XIII. Io so, che il vizio è pena di se medesimo, per lo tormento che dà la mala coscienza: Prima est hæc ultio, quod, se indice, nemo nocem absoìvitur (Iuvenal.). E così pure premio di se medesima è la virtù, per la tranquillità della mente che reca seco. Ma ciò non può essere né tutto il premio delle operazioni rette, né tutto il castigo delle malvagie. Convenne per necessità, che la maggior parte del bene e del male meritato si riserbasse al tempo futuro, come dimostrano ad evidenza que’ due notabili affetti, la speranza e il timore: la speranza propria de’ buoni, e il timor degli empi (Suar. de an. 1. I c. 10. n. 30).

XIV. È per verità, chi non vede, che il buon governo così ricerca? L’agitamento della mala coscienza non è propriamente pena di essa, è natura. La pena convien che sia qualche male distinto dal male innato, che sempre è nella colpa. Altrimenti, che savio legislatore sarebbe mai quello il quale non stabilisse altro supplizio più terribile ai ladri, agli adulteri, agli assassini, di quel che porta nel loro cuore il rubare, l’adulterare, l’assassinare? I più perversi fra i ribaldi sarebbero i men puniti. E dovremo noi figurarci nella natura quella politica insana che non si tollererebbe in un infimo governante? Anzi dobbiamo confessare, che agli empi riserbi questa una pena, non solo contraddistinta da’ loro eccessi, ma ancor perpetua: conciossiaehè tutto quel male che finisce col tempo, può disprezzarsi, senza imprudenza notabile, come quello che non è male assolutamente, ma è male con eccezione, cioè male a tempo: onde l’uomo non sarebbe stato dalla natura intimorito bastantemente a fuggire i vizi, se non dovesse mai temerne altra multa di quella che può ricevere nella sua vita breve sopra la terra. Quid potest grande esse, quod habet finem? dice un Girolamo (In Ps. 89).

XV. Il somigliarne dite altresì del premio dovuto sempre alle opere virtuose: massimamente che la natura. come ricchissima, non poteva essere men cortese di quello che tra noi sieno i principi dominanti. i quali, con tutta la miseria del loro erario, propongono giornalmente ai popoli loro ricompense distinte da quel bene che porta seco il vivere onesto. Anzi conveniva, che la natura procedesse in ciò maggiormente da pari sua, non assegnando premi corti e caduchi, come fanno i principi nostri, ma premi eterni: altrimenti non avrebbe ella a sufficienza allettato il genere umano a calcare animosamente i sentieri spinosi dell’onestà, a fronte ancora di tutti quei prati ameni, da cui lo lusinga a sé la dissolutezza.

XVI. Tanto più che il genere umano, pur ora detto, per altre ragioni ancora non si può reggere senza questa persuasione, che l’anima sia immortale. Questa credenza, che nacque al nascere del mondo, è stata sempre comune a tutte le genti, come argomentò Cicerone (1. Tusc.) dall’alta stima che tutte le genti fecero de’ sepolcri, nulla stimabili, se dopo morte nessuno v’è, né può esservi, che li curi. Che se qualche ingegno stravolto ha tentato di ripugnare al sentimento concorde di tutti i popoli come già fece Epicuro, è stato giudicato un bruto che parli. Ond’è, che contra Epicuro si sollevarono a gara tanti migliori filosofi d’alto grido (Cic. de senect. I. ult.). Ora quale stoltezza maggiore potrebbe figurarsi nella natura, che l’aver lei scritto di sua mano in tutti i cuori un errore di tanto peso, quale sarebbe questo, se fosse errore, che l’anime ragionevoli siano eterne?

XVII. Direte forse, che il buon governo degli uomini così porta: che questi si persuadano di esser tutti immortali nella miglior parte di sé. Sia come dite. Ma se il buon governo degli uomini porta che si persuadano di esser tali, dunque porta ancora che siano. La natura non ha da reggere l’universo per via d’inganni. E qual ragione aveva ella di non far gli uomini quali era meglio che fossero? Miriamo che ella non ha mancato a veruno degli animali in ciò che era necessario a viver da bestie corrispondenti alle spezie loro: e come dunque avrà ella mancato agli uomini in ciò che è necessario a vivere da sensati?

XVIII. E tuttavia quanto si è divisato fin qui, riguarda solamente il bene dell’uomo. Rimane quello che riguarda anche il bene, se pur vogliamo intitolarlo così, della natura medesima.

XIX. E per qual cagione formò già ella questo mondo sì bello, con tanta varietà di lavori, i più artifiziosi che possano immaginarsi? Non lo formò per fare in esso campeggiare la gloria della sua sapienza inaudita? Ora quali hanno ad essere quegli spettatori che lo vagheggino? Non già i bruti, perché non sono abili a tanto. Hanno ad esser gli uomini. Ma dite a me: Come mai potrebbero gli uomini ciò eseguire, se durassero solo quel poco tratto che albergano in su la terra? Nella loro vita mortale è sì leggera la cognizione che hanno essi di quanto per loro fece il loro Creatore, e sì ristretta e sì rozza e sì grossolana, che appena trapassa la superficie, dirò così, delle cose, senza penetrar sino all’intimo, dove è il meglio. Conviene adunque, che tal contezza riservisi ad altro tempo. Altrimenti questa manifattura dell’universo potrebbe quasi dirsi un lavoro gettato, mentre essa, da chi si deve, non sarebbe mai conosciuta perfettamente. E quale dipintor giudizioso sarebbe quello il quale formasse un quadro di beltà somma, in grazia d’una chiesa, o di una città, e di poi glielo desso con legge tale che non si dovesse finir giammai di rimoverne quella tela che lo ricopre? Eppure non altrimenti avrebbe la natura operato nel caso nostro.

XX. Né state a dirmi, che bastavano gli angeli a vagheggiare sì degna tavola non velabile agli occhi loro. Prima, perché gli Angeli non hanno punto bisogno di argomentare da questo mondo corporeo la vasta mente di quell’artefice sommo che lo formò: la sanno in sé molto bene conoscere da se stessi. Poi, perché questo mondo corporeo di cui si parla, non fu prodotto in grazia di alcun di loro: fu prodotto in grazia’ dell’uomo, il qual, siccome da tante opere belle, soggette a’ sensi, doveva sicuramente ricevere il maggior prò, così era giusto, che con modo ancora speziale le conoscesse, affine di potere indi rendere al fattor d’esse quell’omaggio di lodi e di ammirazione, di amore e di gradimento, che gli doveva per un dono tanto magnifico.

XXI. Non è almen certo, troppo essere conveniente, che l’uomo conosca sé, le sue potenze, le sue passioni, i suoi atti, e quanto in sé racchiude di più stimabile, per tenersi da quel ch’egli è? Ma dov’è che qui possa farlo bastantemente? Lascio dunque a voi giudicare, se sia probabile, che in grazia dell’uomo, sia stato fabbricato, oltre al mondo grande, pieno di tanto creature, anche il mondo piccolo, cioè l’uomo stesso, colmo di tante eccellenze; e poi non abbia l’uomo a finir mai di conoscere tutto ciò che per lui è fatto, ma dopo una occhiata datagli di passaggio, abbia da mancare, e da mancare per sempre, senza avere intesa di tante cose, che pur a lui si appartengono, una millesima parte, e questa parte stessa, più indovinando ancora, che argomentando, e più sognandola, dirò così, che sapendola. Tanto apparato di fiumi, di mari, di monti, di animali e di cieli sì riguardevoli; un corpo umano, organizzato con immenso artifizio: un’anima dotata di tanti pregi, che è uno stupore a pensarvi anche grossamente; per nulla più che per un vivere corto, che appena si sa discernere dal perire? Folle dunque natura, che intende un fine dell’anima ragionevole, e poi non le dà neppur agio da conseguirlo! Ma folle al certo la natura non è: folle è chi la finge tale, negando all’anima l’immortalità, tanto propria di ogni sostanza intellettuale.

XXII. Concludiamo dunque così. Se nella natura non si può fingere insania di alcuna razza, né insania di crudeltà, né insania di balordaggine; conviene adunque che tali abbia fatti gli uomini, quali doveva farli una formatrice pietosa insieme e prudente nel suo operare, cioè capaci di una vita anche eterna