DOMENICA IV DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA QUARTA dopo PASQUA [2019]

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps CXVII: 1-2

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Salvávit sibi déxtera ejus: et bráchium sanctum ejus. [Gli diedero la vittoria la sua destra e il suo santo braccio.]

Cantáte Dómino cánticum novum, allelúja: quia mirabília fecit Dóminus, allelúja: ante conspéctum géntium revelávit justítiam suam, allelúja, allelúja, allelúja. [Cantate al Signore un cantico nuovo, allelúia: perché il Signore ha fatto meraviglie, allelúia: ha rivelato la sua giustizia agli occhi delle genti, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui fidélium mentes uníus éfficis voluntátis: da pópulis tuis id amáre quod praecipis, id desideráre quod promíttis; ut inter mundánas varietátes ibi nostra fixa sint corda, ubi vera sunt gáudia. [O Dio, che rendi di un sol volere gli animi dei fedeli: concedi ai tuoi popoli di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti; affinché, in mezzo al fluttuare delle umane vicende, i nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Jacóbi Apóstoli. Jac. I: 17-21.

“Caríssimi: Omne datum óptimum, et omne donum perféctum desúrsum est, descéndens a Patre lúminum, apud quem non est transmutátio nec vicissitúdinis obumbrátio. Voluntárie enim génuit nos verbo veritátis, ut simus inítium áliquod creatúræ ejus. Scitis, fratres mei dilectíssimi. Sit autem omnis homo velox ad audiéndum: tardus autem ad loquéndum et tardus ad iram. Ira enim viri justítiam Dei non operátur. Propter quod abjiciéntes omnem immundítiam et abundántiam malítiæ, in mansuetúdine suscípite ínsitum verbum, quod potest salváre ánimas vestras.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA MANSUETUDINE

“Carissimi: Ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto vien dall’alto dal Padre dei lumi, nel quale non è variazione, né ombra di mutamento. Egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, ché siamo quali primizie delle sue creature. Voi lo sapete, fratelli miei dilettissimi. Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Perciò rigettando ogni sozzura e sovrabbondanza di malizia, accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre”. (Giac. 1, 17-21).

L’Apostolo S. Giacomo, detto il Minore, era venuto a conoscere che tra i Cristiani convertiti dal Giudaismo e disseminati fuori della Palestina serpeggiavano gravi errori, nell’interpretazione della dottrina loro insegnata, specialmente rispetto alla necessità delle buone opere. Inoltre, in mezzo alle tribolazioni cui andavano soggetti, c’era pericolo che riuscissero a farsi strada le vecchie abitudini. Per premunire contro l’errore questi suoi connazionali dispersi, e per richiamarli a una vita più austera, S. Giacomo scrive loro una lettera. In essa si insiste sulla necessità che alla fede vadano congiunte le buone opere. Si danno, poi, varie norme, perché  tanto nella vita privata, quanto nelle relazioni sociali siano guidati da uno spirito veramente cristiano; e vengono confortati nelle loro tribolazioni. L’Epistola è tolta dal cap. 1 di questa lettera. Da Dio deriva ogni bene. Da Lui abbiamo avuto il dono inestimabile della vita della grazia, per mezzo della predicazione del Vangelo, parola di verità. Questa parola di verità ciascuno deve accogliere con prontezza, con semplicità, con spirito di mansuetudine. Parliamo appunto quest’oggi della mansuetudine, la quale

1. È l’opposto del falso zelo,

2. Non ha a che fare con l’ignavia.

3. È un apostolato efficace.

1.

Che ogni uomo sia pronto ad ascoltare, lento al parlare, lento all’ira. Nelle dispute e nelle discussioni è molto facile l’accalorarsi, il risentirsi e, infine, l’ira. Coloro, ai quali si rivolge S. Giacomo, potevano dire che, trattandosi di discussioni sulla parola di Dio ad essi predicata, la loro ira era frutto di zelo. Non è difficile osservare che la loro ira, invece di edificare, distruggeva, perché contrariava le eventuali buone disposizioni dell’altra parte. Nessuna cosa è più raccomandabile dello zelo. Basterebbe ricordare la consolantissima promessa che leggiamo, un po’ più avanti, nella lettera di S. Giacomo: « Fratelli miei, se alcuno di voi abbia deviato dalla verità, e un altrove lo riconduce, sappia che egli ha ricondotto un peccatore dall’errore della sua via salverà l’anima sua dalla morte, e coprirà la moltitudine dei suoi peccati » (Giac. V, 20.). Ma non è encomiabile uno zelo incomposto, a base di sentimenti e di invettive fuori di luogo. Noi ammiriamo la grandezza dello zelo di S. Paolo. Restiamo come sbalorditi, considerando quanto egli ha operato per la gloria di Dio e per la salvezza delle anime. Sentiamo, però, da lui stesso di che sorta era il suo zelo: «Mi son fatto debole coi deboli: mi faccio tutto a tutti, per fare a ogni costo alcuni salvi» (1 Cor. IX, 22). Non vuol imporsi senza necessità; non fa valere, senza bisogno, la sua superiorità, ma si adatta a tutti, pur di poter trarre anime a Dio. Anche il medico, quando può ottenere la guarigione con mezzi blandi, non ricorre ai mezzi forti. Questi li riserva per il caso di inutilità degli altri mezzi. Gesù ci ha detto tutta la grandezza del suo zelo in quelle parole: «Sono venuto a portar fuoco sulla terra, e che cosa desidero, se non che si accenda?» (Luc. XII, 49). Ma il suo zelo si esercita nella più perfetta mansuetudine. Il Profeta, parlando di Lui, aveva detto: «Egli non griderà e non sarà accettator di persone, né si udrà di fuori la sua voce. Egli non spezzerà la canna fessa, e non spegnerà il lucignolo che fuma…» (Is. XLII, 2-3). Ed infatti, egli mostra sempre e in tutto una mansuetudine inarrivabile. Con grande pazienza e carità avvicina i deboli, i vacillanti, e ravviva in loro la vita dello spirito, che sta per spegnersi. La sua mansuetudine risalta nelle contraddizioni, nelle derisioni, nelle contumelie, nelle insolenze, nelle minacce, nell’abbandono, nella negazione, nel tradimento. « Egli maledetto, non rispondeva con maledizioni, e, maltrattato, non minacciava ». Per non sbagliare quando esercitiamo lo zelo facciamoci questa domanda: Come farebbe Gesù Cristo, se fosse al mio posto?

2.

S. Giacomo dà la ragione del perché l’uomo deve lasciarsi dominare non dall’ira, ma dallo spirito di mansuetudine: poiché l’ira dell’uomo non opera ciò che è giusto davanti a Dio. Chi si lascia prendere dall’ira non può operare virtuosamente; anzi si metterebbe nella circostanza di trasgredire su molti punti la legge di Dio. Con l’animo tranquillo e sereno, invece, si è nella miglior disposizione per accogliere la parola di Dio, farla fruttificare e progredire così, di virtù in virtù. Stiamo attenti, però, a non scambiare la mansuetudine con l’ignavia, pericolo molto facile e assai comune, «Bisogna far attenzione — osserva in proposito il Crisostomo — che uno, avendo un vizio, non creda di possedere una virtù… che cosa è dunque la mansuetudine, che cosa è l’ignavia? Quando tacciamo, invece di prender le difese, se altri sono maltrattati, è ignavia; quando, al contrario, essendo maltrattati noi, sopportiamo, è mansuetudine » ( In Act. Ap. Hom. 48, 3). Quando p. e. si commette il male alla nostra presenza, e noi, intervenendo, potremmo impedirlo, il tacere non è mansuetudine, ma ignavia. Un bel tacer non fu mai scritto, diciamo per scusarci. Verissimo; ma a suo tempo e a suo luogo, non qui. Quando i genitori, i superiori, i padroni chiudono gli occhi sulle mancanze dei figli e dei dipendenti; non cercano di porre un freno al loro malfare, non sono dei mansueti, ma dei cani muti. E spesso, la loro creduta mansuetudine è una vera cooperazione al male degli altri. La scusa non manca mai. Io ho un cuore troppo buono, ho un carattere mite. Ci sono di quelli che hanno un carattere austero e pensano di dover trattare con austerità: io, invece, preferisco vivere e lasciar vivere. Scuse che, ridotte al loro vero valore, vogliono dire: Non voglio noie; ho paura a fare il mio dovere; ci tengo ai privilegi del mio stato, ma non ne voglio i pesi. Costoro scambiano un atto di debolezza con una virtù che richiede dell’eroismo. «La mansuetudine — dice ancora il Crisostomo — è indizio di grande fortezza; essa richiede un animo generoso e virile». Di fatti, si tratta di vincere noi stessi, cosa assai più difficile che vincere gli altri. I genitori non devono provocare i figli all’ira, trattandoli con durezza o con soverchio rigore; sarebbe uno sbaglio. Ma sarebbe uno sbaglio ancor peggiore non ammonirli, e, quando è il caso, non castigarli. I superiori devono trattare con benevolenza i loro dipendenti e soggetti; ma quando si tratta di preservare i buoni dal contagio e dallo scandalo, è santo e lodevole il rigore, è giusta la punizione. Nessuno oserebbe condannare il pastore che percuote il lupo per salvare le pecore. Quando si tratta di por fine all’ingiustizia degli uni, e di mettere al riparo dai soprusi gli altri, nessun superiore sarà criticato, se prende delle misure severe; e, nessuno potrebbe, ragionevolmente, fargli appunto di mancanza di mansuetudine. L’Apostolo che era tanto mansueto da poter dire: « Maledetti, noi benediciamo; perseguitati, sopportiamo: ingiuriati, supplichiamo» (1 Cor. IV, 12-13); quando a Corinto un Cristiano dà un gravissimo scandalo pubblico, non solo, per mezzo della scomunica, separa il peccatore dalla Chiesa; ma lo sottopone al dominio di satana, perché lo tormenti nel corpo con malattie e dolori, che servano ad indurlo al pentimento. Gesù Cristo, che si presenta a noi come modello di mansuetudine; non ha mancato di usare parole roventi contro gli scandalosi, contro i Farisei, contro i profanatori del tempio. In certi casi è nostro dovere usare del rigore, e allora, «beato chi sa unire insieme la severità e la mansuetudine» (S. Ambrogio. Epist. 74, 10).

3.

Accogliete docilmente la parola inserita in voi, la quale può salvare le anime vostre. Come la superbia è di ostacolo a ricevere con frutto la parola di Dio, similmente, come abbiamo già osservato, la mansuetudine è condizione favorevole ad accoglierla e a farla fruttificare. Ora vogliamo far notare che non solo la mansuetudine cristiana è ottima disposizione ad accogliere e a far fruttificare per la vita eterna la parola di Dio in noi; ma è un’ottima condizione a farla ricevere con frutto dagli altri. Generalmente, l’uomo che non si inquieta per un affronto, che non si scoraggia per una ripulsa, che non si turba per un’ingiuria, esercita molta forza sopra i suoi oppositori. Se è costante, riesce a vincerli e a dominarli. E questo avviene nel mondo, dove il comportamento mansueto è effetto di temperamento, più spesso di calcolo, non raramente di propositi malvagi. Più efficace deve, necessariamente, riuscire un contegno mansueto, quando è ispirato dalla fede. Chi è assuefatto a dominare il proprio cuore con la vittoria sulle passioni, trova la via a dominare il cuore degli altri. Gli Apostoli, cresciuti alla scuola di Gesù Cristo, compivano la missione loro affidata tra numerosi contrasti e difficoltà; ma senza che si potesse scorgere in essi un’ombra di amarezza, di risentimento, di collera. I loro successori, che vanno a portar la luce del Vangelo tra le nazioni che vivono nell’ignoranza e nell’errore, cominciano a guadagnar gli animi, magari dopo anni e anni, quando hanno dato una prova costante del loro animo mite e mansueto. Accolti male, osservati con diffidenza, importunati, angariati in mille modi, si mostrano sempre uguali a se stessi. Non parole aspre, non inquietudini, non ripicchi. A questo modo si comincia a vincere la diffidenza degli abitanti e le loro prevenzioni, e si finisce con edificarli mediante l’esercizio delle altre virtù. Allora la via delle conversioni è aperta. Gesù Cristo ha detto: «Beati i mansueti, perché essi possederanno la terra (Matt. V, 4). I banditori del Vangelo son riusciti a farlo trionfare in tutte le parti della terra, con l’arma della mansuetudine. Anche nella nostra vita quotidiana, nel piccolo cerchio dei parenti, degli amici, dei compagni, in circostanze diverse, possiamo esercitare un apostolato salutare con un contegno mansueto. Un giovanotto si reca un giorno, a Milano, dalla Venerabile Maddalena di Canossa a chiederle, con minacce, ove si trovava una giovane, che, per sfuggire alle sue insidie, si era rifugiata presso la santa fondatrice. Maddalena risponde che dal suo labbro non l’avrebbe saputo mai. Allora il giovanotto, estratta una pistola, l’accosta alle tempia di Maddalena. Ma essa, con tranquillo sorriso, gli disse: «Oh, povero giovane! Quanto mi fate pietà!… Orsù, date a me quell’arma, ed io ne farò assai miglior uso». Il giovane, commosso e meravigliato della calma imperturbabile della Madre, piega il capo e le consegna l’arma, e s’avvia confuso alla porta. Maddalena lo accompagna, e gli dà una medaglietta d’argento come pegno di gratitudine per la visita che le aveva fatto. Qualche tempo dopo, un rispettabile Sacerdote viene dalla Madre a raccontarle il pentimento del giovane. La fondatrice le consegna l’arma pregandolo di appenderla a un Santuario dell’Addolorata (L’angelo di Canossa. Pavia 1922, p. 60-62). Proprio vero che « nulla è più forte della mansuetudine » (S. Giov. Crisostomo. In Gen. Hom. 58, 5). Quante volte abbiamo lasciato passare la circostanza di far del bene a qualche anima con la nostra dolcezza, e forse di ricondurla a Dio! Quel che non abbiam fatto per il passato, lo faremo per l’avvenire. Vogliamo usare del rigore? Usiamolo con noi. «Poiché, che cosa v’ha di più giusto, che ciascuno si adiri dei propri peccati, anziché dei peccati degli altri?» (S. Agostino. En. in Ps. IV, 7).

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CXVII: 16. Déxtera Dómini fecit virtútem: déxtera Dómini exaltávit me. Allelúja [La destra del Signore operò grandi cose: la destra del Signore mi ha esaltato. Allelúia.]

Rom VI:9 Christus resúrgens ex mórtuis jam non móritur: mors illi ultra non dominábitur. Allelúja. [Cristo, risorto da morte, non muore più: la morte non ha più potere su di Lui. Allelúia]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XVI: 5-14

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Vado ad eum, qui misit me: et nemo ex vobis intérrogat me: Quo vadis? Sed quia hæc locútus sum vobis, tristítia implévit cor vestrum. Sed ego veritátem dico vobis: expédit vobis, ut ego vadam: si enim non abíero, Paráclitus non véniet ad vos: si autem abíero, mittam eum ad vos. Et cum vénerit ille, árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício. De peccáto quidem, quia non credidérunt in me: de justítia vero, quia ad Patrem vado, et jam non vidébitis me: de judício autem, quia princeps hujus mundi jam judicátus est. Adhuc multa hábeo vobis dícere: sed non potéstis portáre modo. Cum autem vénerit ille Spíritus veritátis, docébit vos omnem veritátem. Non enim loquétur a semetípso: sed quæcúmque áudiet, loquétur, et quæ ventúra sunt, annuntiábit vobis. Ille me clarificábit: quia de meo accípiet et annuntiábit vobis.

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXV.

“In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Ora vo a Colui che mi ha mandato; e nissun di voi mi domanda: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ripieno il vostro cuore. Ma io vi dico il vero: È spediente per voi che io men vada : perché, se io non me ne vo, non verrà a voi il Paracleto; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. E venuto ch’egli sia, sarà convinto il mondo riguardo al peccato, riguardo alla giustizia, perché io vo al Padre, e già non mi vedrete: riguardo al giudizio poi, perché il principe di questo mondo è già stato giudicato. Molte cose ho ancora da dirvi: ma non ne siete capaci adesso. Ma venuto che sia quello Spirito di verità, v’insegnerà tutte le verità: imperocché non vi parlerà da se stesso, ma dirà tutto quello che avrà udito, e vi annunzierà quello che ha da essere. Egli mi glorificherà, perché riceverà del mio, e ve lo annunzierà. Tutto quello che ha il Padre, è mio. Per questo ho detto che egli riceverà del mio, e ve lo annunzierà” (Jo. XVI, 5-15).

Un padre affettuoso, che si accorga di essere ormai al termine della sua vita, non può far a meno di raccogliere d’intorno a sé i suoi amati figliuoli per discorrere con essi un’ultima volta, per dar loro gli ultimi ammonimenti, per fare ai medesimi le ultime manifestazioni del suo amore. Così appunto fece il divin Redentore co’ suoi cari discepoli. Essendo Egli vicino alla sua passione e ascensione al Cielo, raccolse i suoi discepoli nel cenacolo d’intorno a sé e compiuta con essi la cena legale, lavati loro i piedi, data ai medesimi la estrema prova di amore con l’istituzione ammirabile della SS. Eucaristia, si pose ad intrattenersi ancora con essi con un discorso ripieno dei più sublimi ed importanti ammaestramenti. Ed è appunto un tratto di questo discorso, che la Chiesa nel Vangelo di questa domenica richiama alla nostra considerazione.

1. In quel tempo disse Gesù ai suoi discepoli: Ora vado a chi mi ha mandato; e nessuno di voi mi domanda: Dove vai tu? Ma perché vi ho dette queste cose, la tristezza ha ripieno il vostro cuore.

Gesù istesso adunque attesta con la sua parola quanto i suoi discepoli si trovassero afflitti nel sapere che era giunto il tempo, in cui si sarebbe separato da loro. E non avevano ragione i discepoli di affliggersi? Gesù li aveva amato tanto, Gesù si era mostrato con essi così indulgente ed affezionato, Gesù era stato il loro amico, il loro maestro, il loro benefattore, il loro padre; ed ora da questo caro Gesù avrebbero dovuto separarsi? Certamente tutte le separazioni sono dolorose, ma chi sa dire quanto fosse dolorosa quella separazione, a cui venivano assoggettati gli Apostoli con la dipartita di Gesù da questa terra! Eppure quella separazione non sarebbe stata che corporale e sensibile. Perciocché quando il Salvatore asceso al cielo avrebbe collocata l’adorabile sua umanità sul trono della gloria, avrebbe dimenticati i suoi discepoli, che aveva scelti per la conquista del mondo? No, certamente. Dall’alto del suo splendore li avrebbe seguiti nella laboriosa loro missione, li avrebbe assistiti nelle fatiche del loro apostolato; sarebbe stato con essi col suo spirito e con la divina sua forza per sempre. Eppure tanto si affliggevano di quella separazione. Or bene, o carissimi, non vedete qui lo strano contrasto tra la condotta degli Apostoli e quella di certi giovani e Cristiani infelici, i quali, avendo commesso il peccato, ed essendosi con esso separati da Dio non ne provano pena alcuna? Quando il figliuol prodigo ebbe ricevuta dal suo buon padre la parte di eredità, che gli aveva chiesta, dice il Vangelo che, messa insieme ogni cosa, se ne andò in lontano paese: profectus est in regionem longinquam (Luc. XV, 15). Ma quando un disgraziato commette una colpa grave, con assai maggior precipizio si separa da Dio, ed assai più lontano è il luogo, dove si trafuga. Mentre son necessari molti giorni, molte settimane, molti mesi e persino molti anni per fare acquisto di un po’ di virtù, al contrario in un istante solo si varca la spaventevole distanza che separa Iddio buonissimo e santissimo dal peccato. Una sola colpa mortale, che non consiste che in un godimento di un minuto, basta anche in un minuto, anzi in un attimo per separare un’anima da Dio, ne è soltanto separarla ma portarla lontano in modo spaventevole. Certamente questa distanza non è materiale, né si può con una misura materiale misurare, con tutto ciò non lascia di essere verissima. E sebbene Iddio, che riempie con la sua immensità gli spazi tutti di tutti i mondi creati, non cessi di essere presente a chi ha commesso il peccato, non è tuttavia men vero, che i peccatori si sono allontanati da Dio, come dice appunto il Signore stesso per bocca di Geremia: Elongaverunt se a me (Ier. XI, 5): e non è men vero, che Iddio resta allontanato dai peccatori: Longe est Dominus ab impiis (Prov. XV. 29). Di fatti che cosa è il peccato? Così appunto lo definisce S. Tommaso: Una separazione da Dio fatta con disprezzo per unirsi invece alle creature: Aversio a Deo et conversio ad creaturas. Chi commette il peccato volta villanamente le spalle e si separa violentemente dal suo Dio, dal suo Padre, dal suo Creatore, dal suo Redentore, dal suo sommo bene per darsi invece alle misere creature di questa terra, ai nefandi piaceri dei sensi. Separarsi da Dio! E si può immaginare una più grande sventura? Ma almeno almeno, quando questa sventura è capitata, si pensasse tosto a ripararla con la pronta risoluzione di ritornare a Dio e di riacquistare la sua unione col domandargli perdono! Ma invece molte volte vi ha chi rimane in questo stato per tanti giorni, per tanti mesi e persino per tanti anni. E quel che è peggio, si è che rinnovando costui le sue colpe sempre più si stordisce, si dissipa, s’ingolfa nell’abisso; ed allora soffoca i rimorsi, impone silenzio alla voce importuna della coscienza, cerca d’ingannarsi e di farsi a credere che è tranquillo e a forza di ripetersi che possiede la pace, giunge financo a persuadersi di realmente possederla. Di fatti è cessato il suo spavento: nell’ora del sonno più non vede i fantasmi, che dapprima lo atterrivano; la calma sembra rientrata del tutto nel suo cuore. Ma ahimè! Quando il malato non sente più il dolore, la è finita, il male è senza rimedio; altro più non resta, che fare gli apparecchi dei funerali. Così quando il peccatore, separato da Dio dall’abisso del peccato mortale, più non sente il dolore di tale separazione, è finita anche per lui; a meno di un miracolo, non ritornerà più a Dio; camminerà a grandi passi verso la separazione, che sarà eterna. Ah miei cari! Noi teniamoci stretti al nostro caro Gesù. Evitiamo diligentemente tutto ciò che potrebbe separarci da lui. Ripetiamo ancor noi Con l’Apostolo Paolo: « Chi ci separerà dalla carità di Cristo? non già la tribolazione, non l’angustia, non la fame, non la nudità, non il pericolo non la persecuzione, non la spada; no, nessuna cosa varrà a staccarci dal nostro Dio » (Rom. VIII, 35). Ma se per isventura ci fossimo da Lui separati, non ritardiamo un istante a ritornare pentiti ai suoi piedi. Ed Egli, che non disprezza un cuor pentito ed umiliato, ci accoglierà con misericordia, anzi con gioia e ci riunirà al suo Cuore divino.

2. Proseguiva il divin Redentore, dicendo: Ma io vi dico il vero: È spediente per voi che io men vada: perché se io non me ne vo, non verrà a voi il Paracleto; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò. Or bene, o carissimi, perché mai, secondo quel che dice ai suoi Apostoli il divin Redentore, perché mai quella visita dello Spirito Santo è ella incompatibile con la presenza di nostro Signore! Eccolo: Gli Apostoli amavano il loro divin Maestro, ma in un modo troppo sensibile e troppo umano. Tale attaccamento di ordine troppo naturale era un ostacolo a ricevere lo Spirito Santo nella sua pienezza. Quando il profeta Eliseo volle moltiplicare l’olio della vedova di Sarepta, chiese dei vasi totalmente vuoti: così quando lo Spirito divino vuol recare ad un cuore gli adorabili suoi Doni, figurati dall’olio miracoloso, esige che quel cuore sia vuoto da ogni affetto, non dirò peccaminoso, ciò s’intende, ma eziandio dagli affetti permessi, quando hanno alcun che di troppo terreno e troppo umano. Gli Apostoli pertanto faranno il loro sacrificio; sarà duro, ma sarà pure molto meritorio; e quando verrà il giorno della Pentecoste, il Salvatore manderà loro il divino suo Spirito, ed essi lo riceveranno con l’abbondanza delle sue grazie; e saranno interamente rivestiti di quella forza divina, che assicurerà il buon esito del loro ministero evangelico e del loro Apostolato. Or dunque, o miei cari, se a ricevere in noi con abbondanza le grazie del Signore, è necessario avere il cuore mondo eziandio da certi attacchi che non sono cattivi, quanta maggior attenzione non si dovrà mettere alfine di preservarlo dalle affezioni e dalle amicizie, che sono realmente cattive, od anche solo pericolose! E qui, o miei cari, dacché mi si presenta l’occasione, lasciate che vi dica qualche parola, secondo gli insegnamenti di S. Francesco di Sales, intorno alle amicizie ed alle affezioni, affinché riconosciate bene quali sono le buone, che potete coltivare e quali sono invece le cattive o pericolose, che dovete assolutamente fuggire. Dice adunque questo Santo che diversa è l’amicizia secondo la diversità del fine a cui tende. Non merita nome di amicizia, quella che brutalmente ha per fine il peccato. Ed in vero come mai dovrei io riguardare come amico colui, che insegnandomi, od eccitandomi a fare del male, tendesse per tal guisa a rovinare l’anima mia? Per certo colui, il quale osasse dirmi certe parole, farmi certe proposte, darmi certi consigli…, sarebbe un perfido traditore, dal quale dovrei guardarmi come da un serpente. E se io sgraziatamente facessi relazione con lui, tutt’altro che avere un’amicizia avrei una relazione diabolica. L’amicizia, poi che ha per mira di compiacere i sensi, che si fonda cioè sulla bellezza esteriore del volto, sulla singolarità della voce, sull’eleganza del vestire, sull’abilità del giuocare e simili, è tutta materiale e indegna pur essa del nome di amicizia. E ciò anzitutto perché quest’amicizia è basata su cose vane e frivole, ma poi eziandio perché un’amicizia siffatta non apporta alcun profitto, né onore, né contentezza. Generalmente queste amicizie sensibili fanno perder il tempo e arrischiar l’onore, senza dar altro gusto, fuorché quello d’un’ansietà di pretendere e di sperare, senza saper ciò che si voglia o pretendasi. Imperciocché gli animi meschini e deboli, che sono presi, credono sempre che negli attestati di reciproco amore, coi quali si corrispondono, rimanga sempre qualche cosa ad aggiungere e questo desiderio insaziabile di affezione va sempre straziando il cuor loro con diffidenze, gelosie ed inquietudini incessanti. Epperò quale danno arrecano all’anima tali amicizie! Esse l’occupano in tal modo, e attraggono con tal forza i suoi movimenti, che ella poi non può più esser valevole per alcuna opera buona; i pensieri dell’amicizia sono frequenti a segno, che dissipano tutto il tempo; e in fine chiamano tante tentazioni, distrazioni, sospetti ed altre conseguenze, che tutto il cuore ne rimane conturbato e guasto; senza dire che talvolta vanno poi a terminare in gravi peccati. Insomma queste amicizie sbandiscono non solo l’amor celeste, ma ancor il timor di Dio, in una parola sono la peste de’ cuori. Se invece voi avete amicizia con taluno e trattate amichevolmente con lui per ragione dì virtù, allora sarà buona e virtuosa l’amicizia vostra. Anzi quanto più squisite saranno le virtù, sulle quali verserà il trattar vostro, tanto più sarà perfetta la vostra amicizia. Quindi se la vostra scambievole e reciproca corrispondenza avrà per oggetto la carità, la divozione, la perfezione cristiana, oh allora sarà assai preziosa la vostra amicizia! Sarà eccellente perché verrà da Dio; eccellente perché tenderà a Dio; eccellente perché il suo vincolo sarà Dio; eccellente perché durerà eternamente in Dio. Che bell’amare in terra, come si ama nel cielo, e apprendere ad aver in questo mondo quella vicendevole tenerezza, che avremo eternamente nell’altro! E non si parla qui del solo amore di carità, dovendosi questo avere per ogni persona; ma si parla dell’amicizia spirituale, pel cui mezzo due o tre, o più anime si comunicano la lor divozione, i loro affetti spirituali, e divengono un solo spirito. Quanto giustamente possono cantare queste felici anime: Oh è pur buona e piacevole cosa, che i fratelli soggiornino insieme! Così è propriamente, perché il soave balsamo della divozione stilla da un cuore nell’altro, mediante una partecipazione continua; talché si può dire, che Dio ha versato su questa amicizia la sua santa benedizione. Ed oh come piacciono al Signore queste sante amicizie. Niuno potrebbe certamente negare, che nostro Signore amasse con una più dolce e più speciale amicizia S. Giovanni, Lazzaro, Marta e Maddalena: perché la Scrittura ce ne fa fede. Sappiamo che S. Pietro aveva un tenero amore per S. Marco e per S. Petronilla, come S. Paolo pel suo Timoteo e per S. Tecla. S. Gregorio Nazianzeno si gloria in più luoghi dell’impareggiabile amicizia che passò tra lui e il grande S. Basilio, e la descrive in tal modo: Sembrava non esser in ambedue noi, se non un’anima sola, che movesse due corpi. Una sola mira avevamo entrambi, di coltivar la virtù e di conformare i disegni della nostra vita alle speranze future, uscendo così dalla terra mortale, prima di lasciarvi la vita. S. Agostino attesta, che S. Ambrogio amava singolarmente Santa Monica per le rare virtù, che scorgeva in lei, e che ella reciprocamente l’aveva caro come un angelo di Dio. S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio, S. Bernardo e tutti i maggiori servi di Dio ebbero amicizie particolarissime, senza discapito della lor perfezione. S. Paolo, biasimando la depravazione dei gentili, li taccia d’essere stati gente senza affezione; vale a dire, che non aveva alcuna amicizia. E S. Tommaso, come tutti i buoni filosofi, confessa che l’amicizia è una virtù. Non consiste dunque la perfezione in non aver alcuna amicizia; ma in non averne veruna, che non sia buona, non sia santa, che non sia sacra. Ecco, o miei cari, come insegna S. Francesco di Sales intorno alle amicizie. Questi suoi insegnamenti sono molto chiari; tuttavia io vi esorto a procedere sempre assai guardinghi nel contrarre delle amicizie, anzi a non stringerne alcuna senza esservi prima consigliati da chi per ragione della sua esperienza e del suo ufficio può intorno a questo consigliarvi bene. Così facendo non correrete mai rischio di accogliere e nutrire in cuor vostro delle affezioni, che vi impediscano di ricevere e conservare nello stesso i Doni dello Spirito Santo.

3. Da ultimo il divin Maestro parlando agli Apostoli di quel che sarebbe venuto a fare lo Spirito Santo, da lui inviato, tra le altre cose disse loro: Io avrei da dirvi ancora molte cose; ma adesso non ne siete capaci. Tuttavia quando sarà venuto lo Spirito Santo, che è Spirito di verità v’insegnerà tutte le verità, ed Egli che ha la stessa mia scienza, vi annunzierà tutto quello che ha da essere.Con le quali parole, voi lo vedete, Gesù Cristo intese a suscitare negli Apostoli una viva brama di apprendere meglio con l’aiuto dello Spirito Santo le verità della fede, in cui essi dovevano credere e che avrebbero pur dovuto predicare agli altri. E così il divin Redentore fece pure intendere a noi, che se vi è cosa, di cui dobbiamo essere sommamente solleciti è la conoscenza, epperò lo studio della nostra santissima Religione. Che se questo studio e questa conoscenza fu utile e necessaria in ogni tempo, chi può dire quanto necessaria ed utile sia ai tempi nostri, in cui tanti e così gravi errori son diffusi nel mondo contro le verità della Fede Cattolica? Eppure è doloroso a dirsi, ma pur vero, non vi ha studio, che sia più di questo negletto! Una certa classe di giovani e di Cristiani non sa nemmeno più che cosa sia lo studio della Religione, e ciò non ostante essi divorano con avidità tutto quello che si scrive contro la verità delle loro credenze. Si leggono e si ascoltano le obbiezioni e gli errori, e non si ascoltano e non si leggono le risposte. Ma allora, dov’è l’amore della verità, dov’è la buona fede e la sincerità dalla parte di cotesti Cristiani? Eppure tralasciano forse i sacerdoti ai dì nostri di farsi a spiegare nelle istruzioni, nei catechismi e nelle prediche le verità della fede? Anzi, forse non si è mai così abbondantemente dispensata la parola di Dio e in modo così adatto a tutte le intelligenze. Si potrà dire che non vi siano ai dì nostri buoni libri, che trattino della Religione in modo acconcio a tutte le menti? No, senza dubbio. Anche qui, si può dire che tali libri abbondano assai più che pel passato. Eppure molti giovani e molti Cristiani rifuggono volontariamente dalle prediche, dai catechismi e dalle istruzioni religiose e gettano via ben presto, se pur loro capita alle mani, un libro che tratti in buon senso di Religione e dei doveri che essa impone. Se il libro solletica il loro amor proprio, se lusinga le loro passioni, se è cosparso di fiori e di tinte romantiche, e talvolta ben anche se contiene cose lubriche, allora lo leggono sino alla fine ad onta dei rimorsi di coscienza, che si studiano di far tacere. Ma se invece è un libro che miri a far loro del bene, ad illuminare la loro mente, ad accendere di amore per Iddio il loro cuore, oh allora lo respingono come un libro noioso, scritto senza garbo e intorno a cose, che già conoscono abbastanza. Non sia così di alcuno di voi. Riconoscendo che la prima scienza è quella della nostra eterna salute, studiatevi di applicarvi con impegno alla stessa con intervenire mai sempre volentieri ad ascoltare umilmente qui in chiesa la parola di Dio. Non paghi di ciò, rifuggendo dalle letture vane e frivole, amate invece le letture buone e di soda dottrina, soprattutto quelle religiose. Procuratevi di tali libri, leggetene volentieri almeno qualcuno, e leggetelo con una seria attenzione e un desiderio sincero di conoscere la verità, e vedrete che, dopo cotali letture, non tornerà più a voi possibile nutrir de’ dubbi sulla verità e sulla santità delle nostre credenze, ed al caso sarete anche in grado di rispondere a chi osasse parlar male di esse. E per tal modo corrisponderete al desiderio di Gesù Cristo, ben conoscerete la verità della fede, ben conoscendole le amerete e le praticherete, ed amandole e praticandole meriterete il premio eterno del cielo.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps LXV: 1-2; LXXXV: 16

Jubiláte Deo, univérsa terra, psalmum dícite nómini ejus: veníte et audíte, et narrábo vobis, omnes qui timétis Deum, quanta fecit Dóminus ánimæ meæ, allelúja. [Acclama a Dio, o terra tutta, canta un inno al suo nome: venite e ascoltate, tutti voi che temete Iddio, e vi narrerò quanto il Signore ha fatto all’anima mia, allelúia.]

Secreta

Deus, qui nos, per hujus sacrificii veneránda commércia, uníus summæ divinitátis partícipes effecísti: præsta, quaesumus; ut, sicut tuam cognóscimus veritátem, sic eam dignis móribus assequámur. [O Dio, che per mezzo degli scambi venerandi di questo sacrificio ci rendesti partecipi dell’unica somma divinità: concedici, Te ne preghiamo, che come conosciamo la tua verità, così la conseguiamo mediante una buona condotta.]

Communio

Joann XVI:8

Cum vénerit Paráclitus Spíritus veritátis, ille árguet mundum de peccáto et de justítia et de judício, allelúja, allelúja. [Quando verrà il Paràclito, Spirito di verità, convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Adésto nobis, Dómine, Deus noster: ut per hæc, quæ fidéliter súmpsimus, et purgémur a vítiis et a perículis ómnibus eruámur. [Concédici, o Signore Dio nostro, che mediante questi misteri fedelmente ricevuti, siamo purificati dai nostri peccati e liberati da ogni pericolo.]

LO SCUDO DELLA FEDE (61)

LO SCUDO DELLA FEDE (61)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

CAPITOLO XII.

SI CONVINCE FALSO IL PROTESTANTISMO PERCHÈ CI TOGLIE LA CONFESSIONE.

Uno dei maggiori benefizi che Gesù Cristo con la sua piissima venuta abbia fatto al mondo, è quello di avere stabilito il Sacramento della Penitenza: perocché come gli uomini sono tanto fragili che sempre peccano, e sempre hanno bisogno di ricevere il perdono: così non vi è grazia maggiore che quella di avercelo agevolato. – Ecco come andò la cosa. Gesù Cristo fattosi presente dopo la sua gloriosa Resurrezione agli Apostoli, soffiò sopra di loro con la sua bocca Divina e comunicò loro lo Spirito Santo; poi conferì ad essi la solenne potestà di perdonare i peccati, dicendo: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti (Giov. XX, 23). Così ce lo dice il S. Vangelo. Ora come si può mettere ad effetto quest’ordine Divino? Il sacerdote qui è apertamente costituito giudice da Gesù Cristo: non è vero? E come fa dunque un giudice per assolvere o condannare un accusato? L’interroga, sente i testimoni, e poi o lo assolve o lo condanna. Lo stesso deve fare il Sacerdote, con questa differenza, che il Giudice esterno si può valere dei testimoni esterni; il Confessore che è giudice non di atti esterni, ma di peccati che si fanno principalmente col cuore, deve impiegare la testimonianza della stessa persona che vuole essere assoluta: e però è che il peccatore deve da sé medesimo manifestare le sue colpe. In questo solo modo può mettersi in pratica la parola ineffabile di Gesù, con cui ha voluto che gli Apostoli ed i suoi successori legassero o sciogliessero dal peccato. Ed infatti così sempre si è poi praticato nella S. Chiesa di Dio in tutti i secoli. S. Clemente discepolo e successore di S. Pietro, raccomandava caldamente la Confessione. Origene consigliava per questo che si scegliesse il Confessore adattato. S. Cipriano martire esortava a farlo, mentre avevamo tempo, affinché non ci sorprendesse la morte senza Confessione. S. Girolamo avvertiva che il Confessore sa egli quando debba perdonare i peccati o ritenerli. S. Agostino esorta i Fedeli, che non si lascino prendere dalla vergogna e che dicano tutto chiaramente quello che conoscono di aver fatto male, e così andate dicendo di tutti gli antichi Santi. E quello che è anche più, tanto rimase ferma questa obbligazione, che mai nessuno ne fu dispensato: che si confessarono i più gran Santi, gl’Imperatori Cattolici, i Religiosi, i Sacerdoti, gli stessi Sommi Pontefici, riconoscendo tutti l’indispensabile necessità di osservare la parola immutabile di Gesù Cristo. – Ed ora ecco che cosa avviene: dopo sedici secoli in cui tutta la S. Chiesa guidata dallo Spirito Santo ha fatto così, e l’ha fatto sulla parola medesima di Gesù, spuntano i Protestanti e spacciano che non è necessaria la Confessione, che la Confessione è un’invenzione degli uomini, e che basta confessarsi a Dio. Ma non ci vuole una fronte di bronzo a dire tutto ciò? La Confessione è inventata dagli uomini, dicono; ebbene dunque rispondeteci, chi sono stati gl’inventori della Confessione? In quale tempo fu essa trovata? In quale paese fu messa in uso la prima volta? Chi furono i primi a lasciarsi imporre quel giogo mentre prima ne erano esenti? Probabilmente anche in antico, prima di sottomettersi tutti i fedeli ad un tal peso, avrebbero fatta qualche rimostranza, se gli uomini allora non erano pecore. Alcuni che si credono più sapienti rispondono, che fu inventata dal Concilio Lateranense l’anno 1215: ma o non sanno leggere o sono maligni, perché in quel Concilio si prescrive solamente in riguardo ai trascurati (cheve n’erano allora, come ve ne ha al presente) che dovessero farla almeno una volta l’anno e per apparecchio alla S. Pasqua: e tanto non s’inventò per la prima volta la Confessione: che anzi presupposto già che i Cristiani, ne avessero l’obbligo, si prescrisse soltanto il tempo in cui soddisfarvi: come per esempio ad uno che vi dovesse pagare la pigione, voi gli prescrivereste di pagarla per S. Michele o per S. Giovanni. L’altra bella ragione che vi apportano è questa: Basta confessarsi a Dio. Sì eh? Ma se Dio avesse prescritto che ci confessassimo anche ai Sacerdoti basterebbe poi anche allora confessarsi solo a Dio? Ora chi è che ha stabilito questo Sacramento? Non è lo stesso Gesù, come abbiamo veduto sopra? Chi siete dunque voi che venite a dirci che basta confessarsi a Dio? No, non basta, perché Gesù ha voluto diversamente; non basta perché ha significata chiarissima la sua volontà; non basta perché non tocca a voi fare la legge a Dio, ma tocca a Dio il farla a voi; non basta, perché Gesù ha detto che i peccati ritenuti cioè non assoluti dai suoi ministri, saranno ritenuti anche in Cielo. É pure estrema in ciò l’arroganza di questi Signori. Gesù si compiace, invece di mandarci all’Inferno, come meriterebbero i nostri gravi peccati, di perdonarceli purché li detestiamo col cuore e li manifestiamo ad un suo ministro e ne riceviamo l’assoluzione; e noi superbi diciamo a Dio che non ci piace questa sua istituzione e la trascuriamo, e vogliamo invece confessarci a Lui solo. Dite, se per questa nostra arroganza Iddio ci manderà in fondo all’Inferno, non ne avrà tutta la ragione? – Finalmente alcuni dicono che la Confessione è immorale. E perché? Perché dà ansa a commettere più facilmente il peccato. Ah si vede bene che costoro sono stati poco al Catechismo e che però non lo conoscono gran fatto! Che cosa ci vuole perché uno si rimuova dal commettere il peccato? A detta di tutti, ciò non avverrà mai se non se ne concepisce un grand’odio, una grande detestazione, congiunta con una risoluzione molto ferma di non commetterlo più. Ma e non sono questi precisamente gli atti necessari per la confessione? Non è questo quello che raccomandano tutti i Catechisti, tutti i Predicatori, tutti i Missionari, che non si stancano mai di gridare, che se non abbiamo dolore, se non abbiamo proposito, non ci gioverà né punto né poco la Confessione? È dunque chiaro che nella S. Confessione si fanno quegli atti che sono più efficaci a rimuoverci dalla colpa. L’abbaglio di quei che riprendono la Confessione, consiste in ciò che suppongono che noi Cattolici crediamo perdonati i peccati senza odio o detestazione di essi e senza proponimento di più non commetterli: ma ciò è falsissimo. Perché apporci una dottrina assurda, per avere poi il piacere di trovarla falsa? Riconoscano la dottrina quale la rappresenta la S. Chiesa e poi la riprendano se possono. – Né la esperienza vien poi meno a confermare quanto gran bene apporti la Confessione. Parliamo chiaro. Chi sono quelli che più bestemmiano nel paese, che più mormorano, che più frequentano certe case e certe persone, che danno più da dire di sé? Son quelli che si confessano spesso, oppure quelli che si confessano una volta l’anno e cambiano ogni anno Confessore per non essere conosciuti? Se voi aveste da fare un contratto, di chi vi fidereste più? Se aveste da prender moglie, come la vorreste? Se vi sopravviene una necessità, a chi fate ricorso? A quelli che stanno attorno a’ Confessionali, o a certi altri che sapete voi? Eh via lascino stare la S. Confessione che è quella che mantiene viva la pietà nei popoli, che consola le nostre anime, che ristora le nostre perdite spirituali, che ci riconcilia con Gesù, e che in vita ci chiude l’Inferno, ed in morte ci apre il Paradiso. Nella città di Norimberga i Protestanti tanto fecero e dissero che riuscirono di mandare in disuso la Confessione. Ma che? I furti, le rapine, le carnalità, i delitti di ogni fatta inondarono sì fattamente, che i Magistrati mandarono una deputazione all’Imperatore Carlo V perché la rimettesse in piedi, poiché tolta la Confessione dicevano che non si poteva più vivere. Ecco come è immorale la Confessione! – I Protestanti però che non credono alla istituzione divina di questo Sacramento e che però non hanno Sacerdoti che adempiano il comando divino di rimettere o di ritenere i peccati, dimostrano chiaramente che non sono la Chiesa di Gesù, la quale è quella sola che gode questo gran privilegio.

SAN PASQUALE BAYLON

San Pasquale Baylon

(Panegirico recitato il 17 maggio, giorno dell’Ascensione nel 1798 dal p. m. Vincenzo Cassitti In Ariano nella Chiesa dei PP. Riformati – Da: Saggio di Eloquenza Sacra, parte Seconda; Napoli, tipogr. De Cristofaro – 1854]

Videntibus illìs elevatus est, et nubes suscepìt eum,

Negli atti Apostolici capo 1,

Tra i molti e segnalati benefici, che fece Iddio al popol d’Israello, l’ultimo luogo certamente quello non merita col quale per mezzo di una nuvola prodigiosa, che dal tabernacolo usciva, e che su del popolo pellegrino bellamente stendevasi per luoghi aridi, deserti, e scabrosi libero dalle sferze cocenti del sole lo conduceva. Il perché  Davidde in impegno di rinfacciare alla sempre ingrata e rivoltosa gente le sue sconoscenze, quella nube di protezione singolarmente rammenta. Ma poiché quanto nell’antico Testamento avvenne, ombra soltanto fu e figura dei futuri beni, che nella Legge novella doveva a noi toccare con altra più maestosa nube, che pur esce dal Tabernacolo, e che su dei Fedeli tutti distendesi, in questo misero pellegrinaggio ci accompagna e difende. Voi ben lo intendete, accorti Ascoltanti, che dell’augusto Sagramento dell’Altare senzappiù, io intenda parlare, dove velato come da nube sotto gli Eucaristici accidenti lo stesso Dio, Re Signor degli Eserciti adoriamo, che della Chiesa è il refrigerio, il conduttore, il Maestro. Ed oh! veramente tre e quattro volte felici que’ fedeli che da questa nube amorevole non rifuggono, e si fan da quella amorevolmente condurre! Illustrati singolarmente nell’intelletto, accesi prodigiosamente nel cuore s’innalzeranno eglino dal basso tenebrìo della terra, andranno di virtù in virtù, ed in carne fuor di carne vivendo l’amorevole protezione del Sacramentato Iddio potranno sperimentare. E felice, e fortunato voi ben conchiuderò che foste il pria Pastorello, e poi umile Laico, ma infervorato amante ed Apostolo del Sacramento, onor delle Spagne, gioiello illustre dell’Ordine de’ Minori fecondo mai sempre di Eroi, S. Pasquale Baylon, che a cagion di onore nomino io qui per la prima volta solennemente. E chi meglio si fece condurre dall’Eucaristica nube, chi più di lui fu del sacramentato Iddio e nell’intelletto, e nel cuore singolarmente favorito? Or poiché di sì gran Santo a scioglier voto in suo onore già fatto, imprender devesi da me a tesserne serto di lodi, rallegromi meco stesso non poco che abbia a farlo nel dì in cui la memoria rinnova dell’Ascensione prodigiosa di Gesù Cristo nel Cielo. Io veggio non esser ciò senza occulta disposizion di provvidenza accaduto, perché congiunto osservo in modo l’elogio del Santo con le circostanze che, al riferir di S. Luca negli atti Apostolici l’odierno mistero accompagnarono, che ne resto sopraffatto oltremodo e sbalordito. Elevossi di terra il Redentore, così il Sagro Storico, ed una nuvola tutto ingombrollo. Videntibus illis elevatus est, et nubes suscepit eum. Or quel che accadde in quel dì memorando, veramente accadde moralmente nell’anima del Baylon. Una nube, e ben l’udiste, che fu il Sacramento Eucaristico, l’ingombrò tutto, e mente e cuore, innalzò sua mente, elevò suo cuore, cosicché di lui possiam dir altrettanto, benché in moral senso e spirituale; Elevatus est, et nubes suscepit eum. Egli dunque il gran Santo investito da questa nuvola, elevato fu sinpolarmente nella mente: Posuit nubem ascensum tuum. Egli per ajuto, difesa, e virtù di questa mistica nuvola, elevato venne singolarmente nel cuore. Accensiones in corde suo disposuit. Elevatus diciamolo poi in una parola, elevatus est et nubes suscepit eum. Questi saranno i due riflessi, che senza partirmi dall’odierna geminata solennità, e dall’odierno mistero, in onor di S. Pasquale io andrò proponendo, onde convinti esser possiate quanto più dell’antica sia potente a proteggere, a difendere, ad accompagnare la nube che dal nostro Santuario ascende, cioè il Sacramento dell’Altare; e quanto avventurato fu il nostro Santo che si fè da quella amorevolmente condurre, in virtù di cui ad imitazion dell’ascendente Signore elevossi di terra con la mente, e col cuore; Elevatus est; et nubes suscepit eum.

I . Egli è ben certo, o Signori, che l’uomo non peraltro è creato che per lo Cielo, e che là dovrebbero esser fissi i nostri pensieri, e i nostri affetti indirizzati, dove sono, come nell’orazione dell’odierna festività dice la Chiesa, i veri gaudi riposti: Ibi nostra fixa sunt corda, ubi vera sunt gaudia. Questa è la morale riflessione, che dall’augusto mistero dell’Ascensione vuol che i suoi figliuoli ritraggano l’amorevole Madre S. Chiesa. Come fare però, se per funesto retaggio della colpa primiera si sente l’anima a basso tratta così ed inchinata, che difficil troppo sperimenta e malagevole il volar sempre mai all’unico stato beato, eterno principio e fine? Come fare: un occhio a quel Sacramentato Iddio. Egli velato sotto 1’eucaristica nube, laddove l’anima investa, all’alto la rapisce, la conduce, la trasporta. Ed eccone il bellissimo esempio nel gran Santo del Sacramento, S. Pasquale Baylon. – Anche pria di nascer egli nel Villaggio di Torre Formosa in Aragona, rinchiuso ancora nel seno della Madre Isabella dà segno già, che doveva per 1’Eucaristia esser elevato nella mente e nel cuore. E che altro di fatti voglion dire quei salti che dà il portato gentile, emulando quasi la virtù del gran Battista, nel portarsi in sua Casa l’Uomo Dio medesimo dalle Sacramentali specie coperto e velato, approssimandosi per conforto estremo del già vicino agli ultimi aneliti genitor di lui Martino? Voglion dire, che siccome a quella presenza s’intese muovere, e sollevare nel corpo, così doveva poi e con la mente col cuore e corpo dietro la mistica nuvola sollevarsi. Che cresca pure sotto auspici sì fausti Bambinello sì amabile, e con la bocca spruzzolata ancora di latte non parli che degli altissimi Misteri della Religione; s’involi benché muova ancor titubante il picciol piede agli occhi degli uomini, ed o nel più remoto angolo della casa, o nel più ascoso tugurio della vicina selva si asconda, che non farà che additar al Mondo come da superna forza aveva sua mente investita, e come questa era rapita al Cielo dietro la nube Eucaristica. Ponit ut nubem. – Non giunge di fatti se non al primo fiore di sua giovinezza, e già corre veloce nel tempio, e nell’offrirsi a Dio Padre l’adorata incruenta vittima in guisa di celeste ardore si accende, che sembra un nobello Mosè dopo il memorando colloquio sul Sina; e immobile, modesto, con occhi bassi innanzi al Sacramentato Iddio non fa che meditare, che contemplare. Che preme intanto, che destinato egli venga alla custodia del lanuto armento? Egli ancor nelle foreste non fa che volgersi alle più vicine Chiese, e meditare. Bel vederlo , quando in cava spelonca ritrovarsi mentre sicure pascevano le pecorelle, e quivi impennar le ali, e verso il suo Dio nel Sacramento rivolgersi. Bel vederlo svellere dagli alberi i tronchi, il riverito segno della Redenzione formando contemplar il sacrificio, che da quello operato sulla Croce sol perché senza sangue differisce. Oh quante volte conducendo innanzi le pecorelle, ricordavasi del buon Pastore Gesù; oh! quante volte conducendole a pastura, ricordavasi dell’amor del Pastore medesimo Uomo-Dio, che noi sue pecorelle col sangue proprio, e con le carni sue ne pasce! Puro nelle mani, e di cuore innocente in somma si fa scala delle creature a contemplare Iddio e nelle valli, nelle colline, e ne’ monti e negli alberi, e nell’erbe e nelle piante, e nel fiume o nel rio ritrova sempre somiglianze, che lo ricordano dell’Eucaristia, questa sempre medita, sempre questa  contempla. – Or se così dalla misteriosa nuvola era di Pasquale la mente ingombrata e posseduta, se tanto alto ella poggiava per la contemplazione, figuratevi se poteva farsi trattenere dalle basse cose del mondo, dalle pie ricchezze e da Martino Garzia, e da Giovanni Apparizio offertegli. Che anzi spiccando Aquila generosa di grandi ali ardito il suo volo, d’ogni impaccio di secol togliendosi nei Chiostri di S. Francesco sen fugge, che insiem con Chiara ve lo aveva invitato, e propriamente nella sì romita solitudine di S. Pietro d’Alcantara, che inaccessibil si rende all’armento, al pastore, al bifolco, al pellegrino. – Oh! Quì sì che nella Casa ammesso del suo Dio Sacramentato, felice veramente si stima. Le ore, le notti in santa contemplazione dinanzi a lui ne impiega, né ha riposo, né si sazia, né si stanca dal contemplare. Ha ben dunque a designare questa sublime sua elevazione di mente, ha ben destinato il Cielo che ora tra sontuose Basiliche prodigiosamente da invisibil destra innalzate ai tremendi sacrifici assister si vegga: ed ora tra nobil coro di Angeli si osservi dell’Eucaristia cibarsi. Sia dall’obbedienza inviato di porta in porta ad accattar il necessario vitto; sia impiegato in esercizi meccanici, in servigi annosi, e che preme? Eh! che Pasquale ne punto né poco sa discostarsi dalla contemplazione, e dovunque si porti, qualunque cosa ne operi non pensa che al suo Sacramentato Dio. –  Ed or si che intender possiamo donde e come il Baylon, senza studio, senza lettere, passato dallo stato di Pastorello a quello di umile Laico, tanta dottrina abbia imparato quanta ne dimostrò in ogni rincontro. Nella scuola del Sacramento, nella contemplazione, nella meditazione elevata venne in modo sua mente, che non vi son già dubbiosi, che ei non consigli; non ignoranti, che non siano ammaestrali da lui; e quel che reca più stupore, non sono scolastiche difficoltà, non sono nelle sagre pagine oscure antilogie,

sono di mistica acute questioni, che egli il bel Santo non isviluppi, non ispieghi, non decida o scrivendo o parlando dell’ineffabil mistero della Incarnazione del Verbo, della Triade Sacrosanta, dei Divini attributi, dell’Eucaristico pane con tal precisione, con tal profondità di sentimenti, che stupidi fa esclamare i popoli; E donde Pasquale Baylon semplice idiota cotanto sapere apprese? Quomodo hic scit, eum litteras non didicerit? Donde lo apprese tanto sapere? E non lo vedete investito, ripieno lutto nella mente dell’Eucaristica nube, e non lo vedete sempre a contemplare, ad orare? Ecco la sua scuola, ecco l’origine della elevatezza di sua fortunata mente. Elevatus est, et nubes suscepit eum. Posuit nubem ascensum suum. – Ma se è così, che più si aspetta? Spediscasi pure per obbedienza il Laico Baylon in Francia (ed oh! fosse vissuto a dì nostri per andarvi). A che fare? A predicare, a convincere, a confutare Quingliani, Sociniani, Ugonotti, Luterani con la parola, con la dottrina, cogli esempli, coi prodigi? Eccolo intanto accinto al grand’uopo. Egli verso Parigi a pie nudi incamminasi, mal coperto da poveri cenci; passa i monti Pirenei tra i rigor del Verno, perviene ferito, straziato, e giunto finalmente a fronte degli scherni, delle contumelie, delle minacce, de’ sassi, de’ veleni, delle prigioni, delle ferite, dei pugnali, delle lance, qual altro Stefano pieno di fortezza e di grazia, qua difende la real presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia contro i seguaci di Berengario, di Carlo Stadio, di Zuinglio, di Calvino; là convince Pascasio Roberio e i Luterani, l’uno della impanazione, gli altri della consustanziazione nella Eucaristia acerrimi sostenitori. Or di Filippo Melantone gli audaci discepoli rampogna, che nell’ ostia Santissima non esservi sempre il Signore, ma sol quando ai popoli si distribuisce sostengono: ora altri dommi della Religione contro Pietro Vermiglio, e contro Teodoro Beza, e contro gli Ubiquisti, e contro gli Ugonotti tutti, ed altri innumerevoli settari, con tal felice successo, che moltissimi attoniti e confusi i loro errori detestano. – O mente davvero elevata dal Sacramento, o mirabili ascensioni dell’intelletto di Pasquale da quella nuvola mistica condotto, illustrato, sollevato, difeso: Ponit ut nubem ascensum. Io sbalordisco, Signori, io mi confondo, e sol meco stesso non fo che replicare quante volte queste cose contemplo. Ah ! mio Dio! cosi è, mio Dio creator del Cielo e della terra, è, che ai superbi negaste i misteri vostri, e li deste agli umili, agli idioti: Confiteor tibi Pater. Il perché non fidandomi più di tener dietro ai voli spicca il nostro Santo colla mente, miglior partito stimo che sia se mi rivolga a contemplar le ascensioni del suo cuore: Ascensiones in corde suo disposuit, giacché della nube stessa Eucaristica e l’intelletto, e il cuor di lui sono elevati: Elevalus est, et nubes suscepit eum. Ponit nubem ascensum tuum; ascensiones in corde suo disposuit.

II. Per ammirabile comunicazione non può la volontà e il cuore volere se non quello, che l’intelletto le presenti. Quindi ben persuaso l’intelletto, facil cosa è penetrar per occulte vie nel cuore. Or poiché la mente di Pasquale Baylon fu così ben elevata e sublimata a contemplare il Sacramento, e i misteri, inferir giustamente possiamo, che il cuore suo ancora sia stato tratto dalla mente, poiché l’uno e l’altra furono dall’Eucaristica nube investiti. – Ed oh! se tutti espor vi potessi gli amorosi slanci di quel cuore, i sussulti, i voli, le alterazioni meravigliose! Deh! Quante volte poiché contemplato aveva grandezze del suo Dio e Signore, a se stesso rivolgevasi, ed alto coll’Apostolo sclamava, chi mi spezzerà queste catene? chi mi libererà dai legami di questa morte? Oh! quante volte poi la terra guardando, chiama a gran voce ed invita le creature tutte, le stupide finanche e le insensate ad accompagnar suoi cantici di benedizione e di ringraziamento, ed al risponder degli antri, de’ macigni, degli alberi curvi ed annosi disfogasi in amorosi lamenti! Oh! quante fiate posto in dimenticanza il suo frale, senza moto, senza fiate, e pressocchè senza vita nell’abisso tuffasi della Divina Luce, con esso lei si mischia, si unisce, si confonde in guisa, che già comprensore, e non più viatore comparisce. – Uditelo in grazia, come l’Eucaristico Pane contemplando fuor di se stesso rapito variamente seco stesso favella secondo che vari sono gli affetti, che lo sorprendono: Ahi di me… Il mio Gesù… Dunque per me Sacramentato… Il freddo mio cuore… E dietro a tal voci con occhi ruggiadosi, con volto proprio di Angelo, con pianto non interrotto sospira, geme, grida, si  lamenta. – Qual mirammo noi aerostatico globo per forza di attrazione, e reso specificamente dell’aere più leggiero incamminarsi per le vie del Cielo, tal direi il cuor di Pasquale verso Dio s’indirizza, s’innalza, sen vola, se non conoscessi che scarso pur troppo ei l’è il paragone Pensate voi poi se un cuor così innamorato del Sacramento, non fosse ad imitazion del suo Dio Sacramentato stato amante ancor degli uomini. Si sa bene che, che nella puerile età or il cibo scarso a se destinato riserbava pei poveri, e più grandicello arrivò a togliersi per vestirli il suo pastorale pelliccio. Si sa che egli ora sgrava di pesi i passaggieri, e qual vile giumento sulle sue spalle sacchi interi di frumento, e fasci ben grandi di legna si caricava; ed ora illuminava per carità i ciechi, raddrizzava zoppi, guariva infermi, suscitava defunti, consolava, istruiva – Pensate, se un cuor così innamorato del Sacramento non sapeva umiliarsi ed ubbidire ad imitazione dal suo caro Dio nell’Eucaristia umiliato ed ubbidiente, se il suo stato non fu che di umiltà e di ubbidienza per lo appunto. Ma che dirò della virginea purità, della severa penitenza, della rigida povertà, c del coro delle virtù tutte nelle quali egli andò anzicché profittando, volando a passi di gigante per la contemplazione ed amore del Sacramento? Dirò, che se lingue cento io avessi e cento bocche non potrei fil filo tutto narrare; dirò che tutte queste virtù tutte in eroico grado, sublime egli ebbe; dirò, che il suo cuore infiammato di amore con tutto il treno delle virtù fu elevato dal Sacramento in modo che di pochi si legga altrettanto. Ascensiones in corde suo disposuit. De virtute in virtutem. – Volete convincervene senzappiù, o Signori? Miratelo in grazia disteso sul povero letticciuolo nei giorni di Pentecoste, in quelli appunto nei quali venuto era al mondo, e nei quali è per dipartirsi dal mondo? Penetriamo in quel cuore, esaminiamone i sentimenti. Ah! sono essi un complesso di tulle le virtù dominanti, elevate, condotte dall’amore verso Gesù Sacramentato. Io per me par che lo sento coll’infervorato Davide in quegli ultimi istanti di sua illibatissima vita ripetere: Oh Sacro Altare, o Ciborio, o Tabernacolo del mio Dio, quanto a me siete cari, quanto da me siete amati. Non solo il mio intelletto è rapito in estasi di meraviglia a contemplarvi, ma il cuore altresì s’innammora, ed il corpo sollevasi, s’innalza, esulta per voi: Quam dilecta tabernacula tua. E come non sentirmi rapito, mio Dio, se io penso se anche il passerino sa ritrovarsi una comoda abitazione, un buon nido, voi scegliete ad abitarne mio Dio, mio Re, i Sacri Aliati, e sotto l’umiltà degli Eucaristici accidenti vi nascondete. Ah! beato chi vi sta dappresso sempre, e vi loda in eterno. Ah! beato chi cibato dalle vostre carni, salirà col cuore di virtù in virtù, e malgrado le miserie di questa vita gusterà la felicità dell’altra. Sì, mio Dio, ascoltate le mie preghiere; fate, che dopo di avervi contemplato ed amato Sacramentato in terra venga a contemplarvi ed amarvi in Cielo. Benedetto quel dì che venni nella vostra casa, benedetto quel punto che mi scelsi di star abietto in vostra casa anziché rimanermi nel mondo a mezzo a ricchezze e piaceri, che almen ho speranza così, che voi, che siete tanto pieno di bontà mi darete grazia e gloria, perché sta scritto che arricchirete di beni coloro che camminano nell’innocenza, e beato è l’uomo che in Voi confida: Non privabit bonis, qui ambulant in innocentia. – Queste dovettero esser le voci, e i sentimenti estremi di Pasquale Baylon; queste le tenere espressioni di suo cuore amante. Voli intanto la bell’alma innocente in Cielo, e resti a noi il suo corpo incorrotto per sempre esser testimonio di sua verginità prodigioso. Resti il suo corpo in terra, questo ancora benché senz’anima dimostrerà con inusitato prodigio come fu elevata la mente, il cuor dal Baylon dall’Eucaristica nube, poiché in elevarsi la Sacra Ostia, alza il capo dalla bara più volte, balza, si muove, apre gli occhi prodigiosamente, e li chiude. Resti con noi il suo corpo e sian le sue reliquie, che dimostrano l’amore, ch’ei portò al prossimo, ed ora con festosi rimbombi arrivino le speranze de’ miseri, ora con mesti colpi presagiscano imminenti castighi. Voli al Cielo l’anima e resti il suo corpo con noi, e sia egli in Cielo a vegliare, come dice nel suo antico officio la Chiesa, al ben degli uomini con impegno. Mortalium bono sollicitam vigilantiam. – Ma che vado io più trattenendovi, o Signori, a dimostrare che S. Pasquale Baylon fu elevato nella mente, elevato nel cuore in virtù ed in forza di quella nube Eucaristica che tutto riempillo? La Chiesa stessa che nelle orazioni in onor dei Santi le virtù di essi principali ne addita, non altre ha saputo trovarne infra mille per decorar la memoria e i merito del Baylon, che quella dell’amore verso il Santissimo Sacramento dell’Altare. Gli scultori stessi ed i Pittori in atto di estasi cel rappresentano verso il Sacramento che in mezzo a nuvole un Angelo gli dimostra, quasi per indicar quelle elevazioni di mente, quelle di cuore che dalla nuvola Eucaristica ebbe il Baylon, il caro l’amabile Santo del Sacramento; onde ripeter noi siamo a ragione: Elevatus est, et nubes suscepit eum, cioè quanto veramente avvenne nell’Ascensione del Signore, moralmente nell’anima di S. Pasquale avvenne.  Si elevò colla mente per virtù di quella nuvola benedetta: Posuit nubem ascensum suum, si elevò col cuore; Ascensiones in corde suo disposuit. Elevatus et nubes suscepit eum. – Or che rimane a fare in più di questo vostro qualunque siasi Elogio, o gran Santo, se non pregarvi dall’intimo del cuore, che per le vostre preghiere, per lo vostro merito facciate, che siano i nostri pensieri ancora i nostri desideri al Cielo rivolti, dove l’Autore della solennità odierna ne entra, dove aveste voi rivolta e la mente vostra e i1 cuore. Deh! per quella pinguedine meravigliosa, che voi dall’Eucaristico cibo ricavaste; Deh! per quel meraviglioso amore che portaste al Sacramentato Iddio, fate, o gran Santo, che quella mente, e quell’amore noi abbiamo, onde volar coi pensieri, volar col cuore, dove voi volaste; ut quam ex illo Divino convivio spiritus percepisti pinguedinem, eamdem et nos percipere mereamur; ch’è quanto per i meriti vostri la Chiesa prega in questo giorno il Signore. Ho detto.

Leone XIII, in Mirae caritatis (28 maggio 1902):… di aver curato che i congressi eucaristici fossero numerosi e fruttuosi come conviene; di avere ad essi e ad altre opere simili assegnato per protettore celeste san Pasquale Baylon, che si segnalò nella devozione e nel culto verso il mistero eucaristico.

I SACRI MISTERI (10)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (10)

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887 PARIS, impr.]

XXXVI

Il servente Messa

Alla Messa bassa non deve esserci che un solo servente, anche alla Messa del Curato della parrocchia, dell’Arciprete e del gran Vicario (a meno che un secondo ragazzo non accompagni il servente propriamente detto, per imparare a ben servire Messa, cosa che succede nelle campagne). Nelle comunità, alla Messa principale possono esservene due, così come alla Messa bassa prelatrice. Io ho visto buoni curati impiegarne fino a quattro, sempre secondo il famoso principio riportato in precedenza, «… perché questo è più bello,. » Il servente Messa deve essere, potendo, un ecclesiastico: se è un laico, deve, possibilmente, essere vestito da chierico. Seguendo un recente decreto della Congregazione dei Riti, la sottana del servente Messa, deve essere nera e senza coda; non deve essere né rossa, né viola. Deve avere la testa nuda; non calotta rossa, ancor mano beretta rossa (come talvolta ho visto); la calotta o la beretta rossa sono esclusivamente insegne cardinalizie. I fanciulli del coro non devono portare né rocchette a maniche strette, né alba con cintura rossa o blu o bianca, ma unicamente una piccola cotta a maniche larghe. Alle gran Messa e agli altri uffici, devono avere la beretta nera liturgica a tre corni. Ogni altro abbigliamento, rientra nella deplorevole categoria delle invenzioni anti liturgiche, proibite dall’autorità ecclesiastiche. Il Sacerdote deve istruire al meglio possibile il suo servente Messa dei riti e delle funzioni che gli competono all’altare. Egli deve in particolare, imparare a “scampanellare” come si deve e quando si deve, e non più del necessario. Grazie a certi piccoli serventi dall’indole chiassosa, vi sono delle Messe nelle quali non si sente che il campanello, dall’inizio alla fine. Per il campanello, come per tutto il resto delle rubriche della Messa, ciò che non è prescritto, è proibito; è sempre il medesimo grande principio: serventur rubricæ. Niente scampanellii rivoluzionari, non serventi Messa liberali! È alla porta della sacrestia e non ai piedi dell’altare che si deve suonare l’inizio della Messa; e durante la Messa, non si deve suonare che due volte: 1° al Sanctus, ove il servente deve agitare tre volte il campanellino; 2° alla Consacrazione, ove il servente deve scampanellare tre volte a ciascuna delle due Elevazioni. Egli risuona un primo colpo quando il Sacerdote fa la genuflessione davanti all’Ostia santa, un secondo colpo quando la eleva per farla adorare, un terzo quando fa di nuovo la genuflessione. Allo stesso modo fa per la consacrazione e l’elevazione del Calice; tre colpi. Né più, né meno. Dopo le due Elevazioni, può dare qualche piccolo colpo per avvertire che la Consacrazione è finita. È contro le regole suonare, come troppo spesso avviene, qualche istante prima della Consacrazione; la suoneria che annunzia l’avvicinarsi di questo istante solenne, è la suoneria del Sanctus, quando tutti devono mettersi in ginocchio, raccogliersi, prepararsi all’Adorazione. Il piccolo colpo prima della Consacrazione è un’invenzione dei pigri che vogliono aspettare fino all’ultimo momento per inginocchiarsi. Ugualmente è proibito, sia alla gran Messa che alla Messa bassa, suonare e neanche accennare, prima del Pater, alla piccola Elevazione. Il servente Messa non ha il diritto di farlo, e il Sacerdote ha il diritto di impedirglielo. Non ci sono usanze che tengano; il grande compito dei veri Cattolici, è l’obbedienza. Mai ci si comporta contro le rubriche del Messale. Questo assioma di diritto è stato proclamato varie volte dalla Santa Sede, e non concerne solamente i semplici Sacerdoti, ma restringe anche il potere del Vescovo nella sua diocesi. Ogni prescrizione, ogni uso contrario alla rubrica, è illecito di diritto pieno ed interessa la coscienza. Infine, secondo la lettera della legge, non si dovrebbe suonare né scampanellare per la Comunione; essendo prevalso l’uso contrario quasi dappertutto in Francia, la Congregazione dei Riti, ha dichiarato formalmente che questo uso poteva essere conservato, soprattutto nelle chiese grandi, ove potrebbe essere se non necessario, almeno utile. Il servente Messa, chiunque sia, deve obbedire alle prescrizioni della suoneria liturgica. Anche nelle comunità, anche nei Seminari, vi sono ben pochi serventi che compiono il loro ministero senza difetti, e sovente non c’è nessuno che lo riprenda e lo istruisca. Non bisogna temere di essere rigidi su questo punto; non bisogna far passare nulla al piccolo clero. Questa esattezza perfetta, oltre che un dovere di coscienza sia per il servente che per il celebrante; i fanciulli amano le cerimonie; essi amano conoscerle bene e farle bene, ed è talvolta da questo zelo religioso nei riguardi del Santissimo Sacramento, che nasce nel loro cuoricino, il primo germe della loro vocazione ecclesiastica. Io lo ripeto, non bisogna far passare nulla al servente Messa, chierico o laico, ed esigere da lui quello che da se stesso si rende a Nostro Signore: una obbedienza fedelissima e molto minuziosa. Il servente deve essere in ginocchio tutto il tempo della Messa, dal lato opposto al Messale, salvo nel momento in cui il suo dovere lo fa andare e venire. Tutte le volte che passa al centro dell’altare, deve far compiutamente e piamente, la genuflessione fino a terra, sia davanti al Crocifisso, sia davanti al Tabernacolo. La piccola riverenza non è sufficiente; egli deve avere le due mani giunte, come il Sacerdote, tutte le volte che non porta nulla. Egli deve essere compito, ben lavato, ben pettinato. Anche in campagna, non si devono tollerare le ciabatte ai piedi del piccolo chierico durante la Messa. il lasciarsi andare dei fanciulli del coro è proverbiale, e non sempre la colpa è loro. Quando ero laico, ne ho visto uno che, dopo avere borbottato le prime preghiere ed il Confiteor, se ne andava a sedersi su di un banco, lontano dall’altare e là, prendeva dalla sua tasca un gomitolo di spago e durante tutta la Messa, ne legava il capo ad uno dei suoi piedi e intrecciava delle fruste. Si degnava alzarsi per l’Elevazione, suonava, e si rimetteva “piamente” al lavoro, il Curato guardava e non diceva parola. Mi si raccontava di due altri piccoli serventi che durante la Messa, giocavano a biglie sugli scalini dell’altare. Ve ne sono di quelli che chiacchierano, ridono, si battono. Una volta un buon Curato, al Memento dei viventi, scese dall’altare, diede un bel ceffone (senza dubbio alla maniera del Dominus vobiscum), al suo servente troppo discolo e continuò la sua Messa in pace. Bisogna confessare che questo era contro tutte le regole immaginabili, ma il piccolo l’aveva ben meritato; egli restò per tutto il tempo della Messa a testa bassa, l’aria infuriata, un braccio levato per nascondere la sua figura e meglio celare il suo schiaffo. In sagrestia bisogna abituare i fanciulli del coro ad un buon comportamento ed al silenzio, a non avere con essi eccessiva confidenza e non lasciar loro toccare nulla. – Un degno Curato di campagna, aveva creduto di poter affidare al suo piccolo chierico, la cura delle ampolle; dopo tre mesi il povero Sacerdote si accorse che il fanciullo beveva la metà del suo vino, e “battezzava” l’altra metà, di modo che, per tutto questo tempo, la Consacrazione non era stata valida; il Sacrificio non era stato realmente offerto. Dovette ricordarsi di tutto il passato, dal punto di vista degli onorari. Fortunatamente questa infedeltà del servente, non aveva impedito la validità della Consacrazione sotto la specie del pane, e la pietà del Sacerdote e dei fedeli non era stata frustrata, almeno quanto alla Comunione. – È molto importante insegnare al servente Messa, a leggere bene e pronunziare bene il latino, scandire le parole e non mangiarsi metà delle frasi. Su dieci fanciulli del coro presi a caso, non ve ne sono forse che tre in grado di recitare il Confiteor in modo ortodosso. Nulla è più edificante ed amabile del vedere come un fanciullo pio ben raccolto ai piedi dell’altare, ben applicato al suo ufficio, che non giri la testa al primo brusio e comprenda la dignità delle funzioni che egli compie vicino al Sacerdote. Alla Messa, il servente rappresenta tutta la Chiesa; egli deve dunque avere tutta la fede, tutta la Religione.

XXXVII

Il Tabernacolo ove viene riposto il Santo-Sacramento

Il Tabernacolo nel quale si conserva la Santissima Eucaristia deve essere tenuto con una cura ancor più religiosa, se possibile, dello stesso altare e del restante della chiesa. Secondo le regole tracciate dalla Santa Sede, il Tabernacolo deve essere dorato, se non tutto d’oro « Tabernaculum aureum », a meno che non sia un oggetto d’arte preziosa in marmo, pietra, o legno scolpito, o in mosaico, etc. All’interno deve essere tutto dorato e rivestito completamente di seta bianca. Quando il Santissimo Sacramento vi è chiuso, il Tabernacolo deve essere interamente ricoperto da un velo, chiamato conopea, di colore bianco, colore liturgico della santa Eucaristia (Nelle nostre piccole liturgie gallicane, ci si era voluto raffinare e, in vista del sacrificio, si era adottato il colore rosso come colore liturgico dell’Eucaristia. Era questo un doppio errore teologico; era confondere, innanzitutto il Sacramento con il Sacrificio, poi il Sacrificio incruento con il Sacrificio cruento. Non ci si guadagna mai nulla a volere essere più saggi della Chiesa), e che deve essere di una estrema pulizia. Si tollera che la conopea sia del colore del giorno. Anche alle Messe dei morti, essa non deve essere mai di colore nero, ma violaceo. Il Santo Ciborio deve riposare, nel Tabernacolo, su di un Corporale o su una Palla; esso deve essere coperto interamente da un velo di seta bianca, che si cerca di arricchire con bei ricami. La Conopea non è obbligatoria quando il tabernacolo è, come detto, un’opera d’arte veramente preziosa. È rigorosamente proibito lasciare la chiave sulla porta del Tabernacolo, fuori dalla Messa e nel momento in cui si distribuisce la Comunione; questa regola obbliga sotto pena di peccato grave. È pure comandato di conservare la chiave del Tabernacolo in un posto segreto e conveniente, in cui nessuno possa toccarla. La negligenza su questo punto ha dato luogo a lamentevoli sacrilegi. Se la disposizione della chiesa lo permette, l’altare ove si conserva l’adorabile Sacramento, deve essere sormontato da un baldacchino reale, o in stoffa bianca, o in velluto, o scolpito. GESÙ è il Re dei re, il Re degli Angeli, il Re della Chiesa, e questo baldacchino è l’insegna della sua regalità. Se ne è quasi perduto l’uso, ed è gran danno. Questi segni esterni di riverenza e di adorazione servono per lo più per la conservazione dello spirito di fede, non solo delle popolazioni, ma pure per gli stessi Sacerdoti. Lo stesso è per le lampade del santuario, delle quali abbiamo già detto delle parole, la cui negligenza, poco scusata dalla povertà, si era diffusa, dopo la Rivoluzione, in un gran numero di chiese. In Francia soltanto, più di trenta mila lampade sono state riaccese davanti al Santissimo Sacramento, dopo il ritorno della liturgia romana. La liturgia desiderava che sette lampade bruciassero, notte e giorno, davanti agli altari  ove risiede il Santissimo Sacramento. (Sono i “Septem Spiritus qui adstant ante Dominum dei quali abbiamo parlato trattando dei ceri).  In difetto di sette, ne richiede cinque; in difetto di cinque, tre; se non si possono averne tre, essa esige che ve ne sia almeno uno, acceso giorno e notte senza interruzione. L’autorità del Vescovo non è sufficiente a legittimarne la dispensa, il Sovrano Pontefice, rifiutando questa dispensa ad un pio Vescovo, che gliela chiedeva per una chiesa moto povera, ed egli me lo ha riferito, dichiarava che questo non era in suo potere, perché, aggiungeva il Santo Padre, l’illuminazione della chiesa è di istituzione apostolica, per non dire di istituzione divina. » Questo non è in effetti che la più perfetta e santa continuazione dell’illuminazione sacra del Tempio antico, e ciascuno sa che è per ordine stesso del Signore, che Mosè aveva posto davanti al Santo dei Santi e l’Arca dell’Alleanza, il candeliere d’oro a sette braccia, la cui luce non si spegneva mai. Se era così nel culto figurativo, è forse strano che non sia lo stesso nel culto delle divine Realtà? L’olio della lampada liturgica del santuario, dovrebbe essere di olio di ulivo purissimo; nei paesi in cui l’olio di olivo è raro e costa molto caro, occorre almeno l’olio vegetale di buona qualità. La sostanza grassa e maleodorante che si chiama olio di petrolio, è assolutamente proibita dalla Congregazione dei Riti. Oltre che per l’odore, è malsano ed infetto, e l’uso dannoso, il sedicente olio di petrolio non è oltretutto, come l’olio propriamente detto, il simbolo dello Spirito di luce e d’amore che riempì Nostro Signore e che, per mezzo di esso, illumina, anima, infiamma tutti i suoi fedeli. Tutti i santi Dottori hanno in effetti sottolineato le belle analogie delle proprietà dell’olio che simbolizza lo Spirito Santo; come Lui, esso illumina, guarisce, nutre, brucia, accende, fortifica. Non si soddisfa dunque al precetto liturgico facendo bruciare del petrolio davanti al Santo Tabernacolo; è un affare di coscienza, che la considerazione del buon mercato non può modificare. In ogni caso, il Sacerdote è tenuto, sub gravi, a tenere accesa perpetuamente, sia di notte che di giorno, almeno una lampada davanti al Santissimo Sacramento. Questa lampada, che è un oggetto liturgico, deve essere sospeso davanti all’altare, e non star di lato; ancor meno posta sopra una credenza. Entrando un giorno davanti ad una chiesa nella quale sapevo essere la santa “riserva”, mi stupii di non vedere la lampada accesa; dopo la mia adorazione, mi avvicinai all’altare ed intravidi una lampada. Cercavo di indovinare da dove venisse questa lampada: un vecchio fondo di bottiglia rotta, riempito a metà di una sorta di pasta disgustosa, formata dal deposito di vecchi oli, di antichi residui di polvere, di farfalle notturne; là sopra galleggiava una povera vecchio povero piccolo lume, nascosto agli sguardi dalle spesse pareti della bottiglia!!! Era questa la lampada del santuario, l’illuminazione liturgica di questa parrocchia. Se la lampada del santuario simboleggia, come detto, Nostro Signore GESÙ-CRISTO glorificato, luce eterna della sua Chiesa, essa rappresenta ugualmente davanti a GESÙ gli Angeli adoratori, poi i Sacerdoti ed i fedeli di ogni parrocchia; perché Nostro Signore, dopo aver detto Egli stesso: « Io sono la luce del mondo, » ha detto dei suoi Apostoli e dei suoi discepoli che essi erano anche « la luce del mondo: vos estis lux mumndi ». Questa lampada del santuario dà luogo giornalmente a dei fatti di una edificazione ammirevole. Quanti pii Curati, Superiori di comunità, sovraccarichi di lavoro, tengono in onore di illuminare essi stessi la lampada del Santissimo Sacramento, senza voler fare affidamento a nessuno in questa cura? Il venerabile Mons. De Prilly, antico Vescovo di Châlonns morto a quasi novanta anni, andava ogni giorno a fare la sua adorazione nella sua chiesa Cattedrale, in racchetta e camaglia; e là lo si vedeva ogni giorno curare con le sue mani la lampada che lo rappresentava, come la sua diocesi, davanti al suo Maestro e suo DIO. Il Papa Pio IX fa altrettanto. Egli diceva ad una santa persona di mia conoscenza, che vegliava egli stesso alla manutenzione delle lampade della sua cappella privata, al Vaticano. Che esempio per tutti noi che per nostra vocazione siamo tutti specialmente votati al culto della santissima Eucaristia.

XXXVIII

Gli onorari della Messa.

Consacrato al culto di DIO ed alla salvezza dei suoi fratelli, il Prete rinuncia alle carriere, ai lavori che assicurano nel mondo l’esistenza dei laici. È dunque molto normale che egli viva dell’altare. Del resto è una istituzione non solo apostolica, ma evangelica e divina. Il Prete ha diritto di vivere del suo santo Ministero. Tra le funzioni che l’autorità ecclesiastica ha designato essere occasione di un sussidio, la celebrazione della Messa, con questa o quest’altra intenzione particolare, tiene uno dei primi posti. Le calunnie dei protestanti dapprima, dei voltairiani e di tutti i loro discendenti, hanno accreditato questa menzogna blasfema, « che una Messa vale venti soldi, … che i Preti vendono la Messa, etc. » Inutile è rispondere a queste grossolanità. I Sacerdoti non vendono la Messa più di quanto i magistrati non vendano la giustizia, i militari non vendano la loro devozione ed il loro sangue, benché gli uni e gli altri ricevano un compenso dallo Stato. La Messa è una funzione sacra alla quale la Chiesa ha legato una piccola offerta, detta da noi onorario; in Italia si chiama con un nome più toccante ed umile: la limosina, cioè l’elemosina. Queste elemosina, questo onorario, è la cosa più ovvia del mondo. No, i Preti non vendono la Messa; non più dei fedeli non la comprano. Non c’è Giuda che vende il sangue di DIO, e non c’è che Caifa che sia costretto a comperarla. Il tasso dell’onorario della Messa varia a seconda dei Paesi. Di regola è il Vescovo che, nella sollecitudine paterna, veglia simultaneamente sugli interessi dei suoi Sacerdoti e quelli del suo popolo. Non sono dunque i preti o i curati che reclamano personalmente gli onorari delle Messe che si domandano loro; è la Chiesa che li chiede per lui ai fedeli. Occorre dire che, ad onore del clero, sia molto raro incontrare Sacerdoti che esigano rigorosamente tutti i loro diritti su questo articolo così delicato, soprattutto quando sono i poveri che chiedono delle Messe. Il disinteresse è una tal bella cosa ed un dovere fondamentale per il Prete di GESÙ-CRISTO. Bisogna pure diffidare di ogni tendenza contraria. La piaga del denaro è particolarmente crudele nel cuore della Chiesa. Un Seminarista, pieno di talento e di virtù, mi raccontava un giorno la sua indignazione ascoltando due suoi confratelli, due diaconi, parlare con una compiacenza molto poco mascherata della « fortuna » che essi avevano avuto durante le loro ultime vacanze di occupare tale e tal altra funzione ecclesiastica, « … che aveva riempito bene il loro taschino. » Un altro non arrossiva nel dire ad un pio confratello che « … quando sarà ordinato Prete, la sua prima cura sarà quella di assicurarsi un buon posto. Se non avrò delle solide entrate, farò il precettore. »  Grazie a DIO, questa bassezza di sentimento è rara. Bisogna evitare ad ogni prezzo soprattutto in ciò che tocca più da vicino il culto della Santissima Eucaristia. Nella Chiesa, i « buoni posti » sono quelli in cui c’è più da lavorare, da soffrire per Nostro Signore: sono i posti in cui ci sono più anime da accogliere, servire, santificare ed amare. I grandi onorari dei Preti non si corrispondono che in Paradiso. Una parola ancora sul soggetto degli onorari della Messa: noi dobbiamo tenerne un conto esatto; nel dubbio fare più che meno, e non esporre mai i buoni fedeli a vedersi frustrati nelle loro pie intenzioni per le nostre cose. È affare di coscienza, di rigorosa giustizia. Se ne risponde davanti al tribunale di DIO. 

XXXIX

Come i Santi hanno circondato la Messa e la liturgia del loro più profondo rispetto.

Essendo il Santo Sacramento realmente e personalmente Colui che è il Sovrano Amore, la vita e l’unico Tesoro dei Santi, è naturale che essi lo abbiano amato, adorato, riverito, servito con tutta la loro anima. Si può dire che nella vita di tutti i santi Preti e di tutti i santi Vescovi, senza eccezione, l’amore ed il culto dell’adorabile Eucaristia tenga il primo posto. San Vincenzo de Paoli diceva Messa con tale raccoglimento, che tutti gli astanti erano pieni di ammirazione. « Mio DIO, diceva un giorno uscendo dalla chiesa della Missione, un signore che era entrato per pregarvi e non conosceva M. Vincenzo: mio DIO! Ecco un Prete che dice bene la Messa. » Si informò del suo nome e corse immediatamente a farsi confessare da lui. Fino alla estrema vecchiaia, san Vincenzo dei Paoli osservava, con una obbedienza ed una pietà da novizio, le minime rubriche della liturgia, ed esigeva pure rigorosamente questa stessa osservanza da parte di tutti i Sacerdoti della Missione. Malgrado le sue gambe inferme, ci teneva a fare la sua genuflessione fino a terra e non credeva in coscienza di dispensarsi dai minimi dettagli. In effetti non c’è nulla di piccolo nel culto di DIO. Lo stesso, e forse ancor di più, era per il santo abate Olier, amico intimo di san Vincenzo de Paoli. Il suo spirito di Religione verso il Santo Sacrificio ed il Santo Sacramento risplendevano in tutto ciò che faceva, diceva, scriveva ed istituiva. Egli era molto ricco, e tutto il suo denaro era dispensato in onore della santa Eucaristia, non meno che per il sollievo dei poveri. La magnifica casula della sua prima Messa era costata trenta mila scudi, e si doleva che essa fosse così indegna del divino mistero al quale era riservata. Il suo Calice di oro massiccio è ancora conservato nel tesoro della pia cappella del Loreto, nel Seminario di Issy. Una delle sue preoccupazioni dominanti era quella di ispirare questo stesso spirito di Religione profonda in tutti gli ecclesiastici del Seminario, e bisogna dire che i Preti di San Sulpizio hanno conservato interamente questa santa eredità del loro fondatore. È impossibile non trattare di cose sante, ed in particolare di tutto ciò che ha rapporto con la Messa con una Religione più seria, più vera, più sentita di quanto non lo si faccia nei Seminari di San Sulpizio. E certamente, questo punto è di una grande importanza nell’opera della santificazione personale del Sacerdote. San Francesco di Sales era ammirevole nella sua devozione e deferenza nei confronti dell’altare durante gli Uffici. Nella deposizione ufficiale che fece san Giovanna de Chantal per la beatificazione e canonizzazione del Santo Vescovo, si trova questa bella testimonianza: « Il nostro beato recitava gli Uffici nella chiesa con una attenzione, riverenza e devozione tutta straordinaria. Non girava quasi mai gli occhi né la testa, se non richiesto, e se ne stava con una gravità umilissima, sempre in piedi, senza mai sedersi, per quanto fosse stanco e debole per tante malattie. Egli ne riceveva gran sentimenti da DIO e delle grandi illuminazioni. Mi scriveva una volta che, durante la celebrazione di una gran festa, gli sembrava di essere tra i cori degli Angeli.  – Egli diceva tutti i giorni Messa senza mai mancare. Essendo questo beato all’altare, era facile vedere che si teneva in uno stato di profonda riverenza ed attenzione davanti a DIO. Aveva gli occhi modestamente abbassati, il suo volto era tutto raccolto, con una dolcezza ed una serenità sì grande, che in vero coloro che lo guardavano con attenzione ne erano toccati e commossi per la devozione. – Soprattutto nella santa Consacrazione e Comunione, si vedeva un candore nel suo volto così pacifico che toccava i cuori. Così questo divino Sacrificio era la sua vera vita e la sua forza, e in questa azione sembrava un uomo trasformato in DIO. – Egli pronunciava la sua Messa con voce mediocre e dolce, grave e posata, senza pressare, qualunque affare fosse. Egli mi dice che, da tanti anni, quando si volta verso il lato dell’altare, non soffre di nessuna distrazione. – Io so di persone che avendolo visto comunicare in questo stato talmente preso da devozione, che non ne hanno mai potuto perderne l’idea. – Il nostro beato possedeva in un grado eminente la virtù della santa Religione Cattolica, Apostolica, Romana; egli aveva in grandissimo rispetto tutto ciò che riguardava il culto divino, del quale faceva le azioni con profonda riverenza, gravità e devozione, avendo davanti agli occhi la grandezza di Colui che serviva. Egli celebrava gli Uffici sacri con una sì profonda attenzione, un sì gran raccoglimento ed una maestà sì umile, che in verità rapiva gli astanti. » Che esempio per noi tutti! Il grande Arcivescovo di Milano, san Carlo Borromeo, che si potrebbe definire l’ecclesiastico per eccellenza, si avvicinava ugualmente ogni giorno al santo altare. Egli si preparava alla Messa, con il Sacramento della Penitenza, che riceveva ogni mattino, e con una lunga preghiera. Egli non voleva che gli si parlasse di alcun affare prima che celebrasse la santa Messa, ed aveva l’abitudine di dire che fosse cosa indegna di un Sacerdote di GESÙ-CRISTO, occupare il proprio spirito con un qualsiasi affare temporale, prima di aver compiuto il suo gran dovere. Salvo che per malattia, nulla era capace di impedirgli di dire Messa, né viaggi, né lavori, né affari; e nelle sue malattie, riceveva la santa Comunione almeno ogni giorno. « Egli riempiva con una santa gioia le sacre funzioni, e le faceva con tanta applicazione, maestosità e buona grazia, riporta un testimone oculare, che parecchi passavano quasi l’intero giorno in chiesa, tanto avevano consolazione nel cederlo officiare. » Lo stesso testimone aggiunge: « Il grande zelo che egli aveva per l’onore delle chiese e dei luoghi consacrati del Signore, veniva da questo gran fondo di Religione da cui era penetrato. Egli proibiva ad ogni sorta di persone di passeggiarvi, muovere, o di fare alcuna cosa indegna della santità di questi luoghi. Egli voleva che tutti vi entrassero modestamente vestiti, specialmente le donne. Voleva che i suoi Curati fossero moto vigilanti al proposito; quando egli stesso ne riprendeva qualcuno che non si comportava con la dovuta riverenza a questi santi luoghi, lo riprendeva sul campo, facendogli una forte correzione. Per rispetto dei santi altari, proibiva a tutti i secolari, qualunque essi fossero, di prender posto nel coro. Egli ingiungeva agli ecclesiastici di rivestirsi di cotta tutte le volte che dovevano avvicinarsi all’altare per prepararlo, per pulirlo e per ornarlo; prendeva cura egli stesso di mostrare ai giovani sacerdoti come bisognava fare la genuflessione e gli inchini passando davanti agli altari. « Egli riformò la musica delle chiese, ordinando che tutti i cantori fossero vestiti di sottana e di cotta quando cantavano nel coro. Escluse totalmente le arie profane e gli strumenti musicali che risentivano di mondanità. Egli attribuì una tale importanza alle sue ordinanze liturgiche che non ne dispensava mai nessuno. » – Fu lui che instituì sotto la forma attuale, o che almeno fece istituire a Roma da suo zio, il santo Papa Pio IV, la Congregazione dei Riti, che ha reso sì grande servizio alla Chiesa intera, e con la quale il Sovrano-Pontefice, primo e fedele guardiano del culto divino nella Chiesa, regola, ordina, difende ciò che è conforme o meno alle vere tradizioni liturgiche. San Carlo Borromeo può essere considerato come un perfetto modello di questo spirito di Religione che deve risplendere in tutta la vita di un Prete e che deve portare soprattutto alla celebrazione dei santi Misteri. Ciò che abbiamo detto per San Carlo, San Francesco di Sales, San Vincenzo de Pauli, del venerabile abate Olier, speriamo poterlo dire con altrettanta giustizia, di tutti i santi Preti; per tutti, la celebrazione della Messa ed il culto del Santo Sacramento sia l’affare principale, il centro, il cuore delle loro giornate. Bisogna leggere gli ammirevoli dettagli che riportano su questi punti gli autori contemporanei della vita di San Filippo Neri, della vita di S. Ignazio, della vita di San Francesco Borgia. Tutti congiungevano ad un ardente amore, un fervore più angelico che umano, il rispetto più assoluto delle sante regole liturgiche, e non permettevano mai di infrangerne alcuna. È tutto semplice; la santità non è la perfezione dell’obbedienza e dell’amore? Nulla è più edificante che vedere un Prete che dice bene la Messa: così prega, parla a DIO più di ogni sermone. È una manifestazione irresistibile della santità della Chiesa, della sublimità del sacerdozio, della presenza adorabile di GESÙ sui nostri altari. Uno dei nostri più dotti Vescovi mi riportava un giorno questa parola infantile, ma profondamente cera e toccante, di una povera donna della sua diocesi: « … che è dunque bello un Prete che prega bene il buon DIO. » Ah! Diamo tutti e sempre questo bello spettacolo, soprattutto quando siamo ai piedi degli altari!

EPILOGO

UN BEL RICORDO  LITURGICO

Uno dei più toccanti ricordi della mia vita (con cui mi si permetta di concludere questo libretto), è quello di Pio IX celebrante Messa e distribuente la Comunione, sul grande altare papale, nella Basilica di San Pietro. Era la festa di San Pietro, io avevo avuto l’onore di assistere all’altare come Suddiacono. La maestosa bellezza del suo viso, sì raccolto, sì profondamente e con semplicità applicato alla preghiera, era rigato da grosse lacrime, lacrime che bagnavano continuamente le sue gote; eravamo tutti commossi, penetrati di venerazione solo guardandolo. Dopo la prima di queste tre magnifiche preghiere che precedono immediatamente la Comunione, il Santo Padre raggiunge il suo trono, lasciando sull’altare, in adorazione ed inginocchiato, l’uno di faccia all’altro, a destra ed a sinistra del santo Sacramento, il Diacono, che è sempre un Cardinale, ed il Suddiacono che è sempre un uditore di Rota. Quando il Papa è sul suo trono, il Suddiacono si alza, fa la genuflessione, e prende, con le mani coperte da un velo di lino, la Patena con l’Ostia santa; egli la fa adorare al Diacono sempre inginocchiato; poi, tenendo il Santo Sacramento con grandissimo rispetto all’altezza dei suoi occhi, avanza con passo grave verso il Papa, che si alza e che adora Colui di cui è il Vicario. Il Suddiacono resta un po’ alla sinistra del Papa girato al coro, tenendo sempre il Santo Sacramento sulla Patena. Allora il Diacono si alza a sua volta, fa la genuflessione in mezzo all’altare, prende il Calice santo ed avanza anch’egli verso il Sovrano-Pontefice, tutto solo, nel silenzio più profondo. Il Papa ed il Suddiacono sono in piedi; tutti gli assistenti, Cardinali, Vescovi, Prelati sono in ginocchio: è un momento incomparabilmente maestoso. Dopo avere un istante adorato il prezioso Sangue, e dopo che il Diacono, tenendo il Calice, si è portato alla destra del Papa, in coro, di fronte al Suddiacono, il Santo Padre recita a mezza voce le due orazioni della Comunione; poi il Suddiacono si dispone davanti a lui, affinché possa comunicarsi. Egli prende solamente la metà della santa Ostia e se ne comunica. Il Diacono si avvicina a sua volta, presenta il prezioso Sangue, di cui il Papa prende una parte per mezzo di un lungo cannello d’oro che resta in seguito nel Calice, immerso nel resto del vino consacrato. Dopo un momento solenne di raccoglimento, il Diacono ed il Suddiacono rimettono il Calice e la Patena ai due Vescovi assistenti, si mettono in piedi, uno di lato all’altro davanti al Vicario di GESÙ-CRISTO, il quale spezza in due parti la seconda metà dell’Ostia santa e comunica in silenzio prima il Diacono poi il Suddiacono, dopo di ché dà ad entrambi il bacio di pace sulla gota. Oh! È in questo memento che ho abbracciato Pio IX con amore! Era Nostro-Signore stesso che mi abbracciava e che io abbracciavo. Ed io ho sentito le sue calde lacrime che hanno bagnato il mio volto. – Dopo qualche istante di raccoglimento, il Cardinal Diacono ha ripreso il Calice con il restante del prezioso Sangue ed il cannello; il Vescovo assistente mi ha riconsegnato la Patena vuota; entrambi siamo tornati sull’altare. Là il Diacono, ripreso il cannello d’oro, si è comunicato egli stesso, aspirando la metà di ciò che restava del vino consacrato; poi mi ha passato il calice; io ho deposto il cannello sopra una Patena d’oro; io ho comunicato a questo stesso Calice ed ho preso la particella, come il Sacerdote fa ordinariamente sull’altare; con del vino puro prima, poi con del vino ed acqua, ho purificato (secondo l’espressione liturgica) il cannello ed il Calice e preso le abluzioni; ed il Sovrano Pontefice ha terminato la Messa cantando il Post-Communio ed impartendo la grande benedizione finale.

Io offro nuovamente ed in modo particolare questo piccolo trattato, alla pietà degli allievi del Santuario, pregandoli di profittare al meglio possibile e di non lasciarsi mai indebolire il cuore nel gusto delle cose sante, il rispetto e lo zelo della liturgia, la perfezione dell’obbedienza ai precetti ed alle direttive della Santa Chiesa Romana, Madre e Maestra di tutte le Chiese. – Queste spiegazioni del Santo Sacrificio serviranno ugualmente, io spero, ai miei venerati fratelli del giovane clero. Io prego Nostro Signore di benedire il mio lavoro e tutti i miei lettori.

I SANTI MISTERI (9)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (9)

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887 PARIS, impr.]

XXXI

Dalla Comunione, al termine della Messa.

Dopo la Comunione del popolo, quando il Santo Sacramento è rientrato nel Tabernacolo, il Celebrante prende la prima abluzione, del puro vino, poi la seconda, di vino ed acqua, alfine di far sparire i resti più impercettibile della divina Eucaristia che avrebbero potuto aderire alle pareti interne del Calice o alle dita che lo hanno toccato. Sul soggetto delle abluzioni, ricordo una buona storia, capitata a questo stesso direttore di Seminario che aveva la cattiva abitudine del tono alto ed esclamare durate la Messa, e che interruppe una volta il Canone, come abbiamo già detto. Un giorno che era in “devozione”, e le sue orazioni giaculatorie si moltiplicavano senza misura, alla seconda abluzione, egli aveva, come prescritto, le dita sopra il Calice e di conseguenza, le mani e le braccia sollevate; l’altare, in effetti, era troppo alto per lui, ed il Calice era grande. Il servente Messa, che mi ha raccontato il fatto, ammirava interiormente la devozione del sant’uomo, e versava il vino sulle sue dita. « Signore, mormorava questi, voi mi inondate. » Il servente, intenerito, versava ancora l’acqua, versava sempre. « Voi mi inondate, mio DIO! » ripeteva il buon vecchio. Tutto d’un tratto cambia tono e con aria seccata, dice al servente: « Quando dico che mi inondate!!! Ne ho piene le maniche! » Sorpreso ed imbarazzato, il povero servente si trattenne per non scoppiare a ridere. L’infortunato direttore ne aveva fino al gomito. Dopo le abluzioni, il Sacerdote riprende posto in mezzo all’altare, con i vasi ed i sacri lini, copre il tutto con il velo e recita la breve preghiera chiamata Communio, al lato sinistro dell’altare, nell’angolo dell’Epistola. Come l’introito, il Communio ricorda lo spirito del santo Mistero del giorno. Poi il Sacerdote ritorna al centro, dice il sesto Dominus vobiscum, recita o canta, di nuovo a sinistra, l’orazione chiamata: Post-Communio, chiude il Messale, dà il settimo ed ultimo saluto con il Dominus vobiscum, e congeda l’assemblea annunciando che la Messa è finita: « Ite, Missa est. » Alla Messa solenne, è il Diacono che compie questo ufficio. Tutto il popolo in ginocchio riceve la benedizione che conclude l’adorabile Sacrificio. Mi sembra evidente che il senso liturgico di tutti questi riti si rapporti a quanto detto in precedenza del regno finale di Nostro-Signore e della sua Chiesa, al settimo giorno del mondo, prima della chiusura definitiva dei secoli. In effetti il Sacerdote è pieno di GESÙ, che è disceso in lui ed è corporalmente presente nel suo corpo, come lo sarà nell’ultimo Avvento quando apparirà sulla terra in mezzo alla sua Chiesa glorificata; nello stesso modo in cui ha cominciato il Sacrificio recitando l’Introito, poi il Post-Communio, le quali rappresentano, se non mi sbaglio, la preghiera perfetta, le adorazioni e le azioni di grazie che GESÙ e la Chiesa daranno nel salire, all’epoca della rigenerazione, verso il trono della Maestà divina. Questo sarà il cantico del cielo; questa sarà la santità del cielo sulla terra. Quale darà, in dettaglio, questo stato ultimo della Chiesa? Noi non ne abbiamo alcuna idea; non più dell’idea che abbiamo dello stato della santa umanità del Salvatore resuscitato, tra la Resurrezione e l’Ascensione; non più dell’idea soprannaturale che noi abbiamo dello stato nel quale si trovavano Adamo ed il mondo nel Paradiso terrestre prima della caduta. Non sarà l’uomo solamente, sarà l’umanità intera che regnerà pacificamente su tutti gli elementi e su tutto l’universo; sarà il corpo intero, saranno tutte le membra che, trionfando sulla morte, condurranno sulla terra la vita del cielo, la vita resuscitata, preludio della vita eterna propriamente detta. Noi sappiamo dello stato di beatitudine della Chiesa resuscitata, ed allora « … DIO asciugherà per sempre le lacrime dei suoi eletti; che per essi non ci sarà più morte, più doglia, più gemiti, più dolore; perché il primo stato delle cose sarà sparito: Quia omnia abierunt; perché tutte le cose saranno rinnovate. » È quello che noi sappiamo, ciò che ci ha detto il Signore Nostro medesimo nel Vangelo: « Nel giorno della rigenerazione, quando il Figlio dell’uomo sederà sul trono della sua maestà … nello stato di resurrezione, gli uomini non si mariteranno più, essi saranno come gli Angeli di DIO nel cielo; » essi non saranno degli Angeli, ma « saranno simili agli Angeli: sicut Angeli DEI; » essi non saranno puri spiriti, ma i loro corpi resusciteranno spirituali, spiritualizzati « resurget corpus spirituale », dice S. Paolo. I nostri corpi saranno simili a quello di Nostro-Signore dopo la sua Resurrezione, prima della sua Ascensione. Dopo questa manifestazione terrestre della divinità, della potenza, della gloria, della santità e della bellezza senza macchia di GESÙ-CRISTO e della Chiesa, la grande settimana dell’umanità sarà compiuta; dopo il settimo giorno, dopo il riposo trionfale della settima età della Chiesa, verrà la Domenica eterna, il grande giorno del Signore, il giorno dell’Ottava, dell’accordo perfetto. I riprovati, resuscitati per il giudizio nel momento stesso della fine dei secoli (Nostro-Signore distingue completamente la resurrezione degli eletti dalla resurrezione generale e finale; Egli parla della prima al cap. XXIV, e della seconda al capitolo XXV di San Matteo. Gli eletti della prima resurrezione sono le vergini sagge; i riprovati della seconda, sono le vergini stolte con cui la parabola inizia il cap. XXV; tunc, erit regnum cœlorum), saranno gettati fuori per sempre « con satana ed i suoi angeli, nel fuoco eterno come escrementi della Creazione; « ed essi saranno nel supplizio eterno, mentre i giusti andranno alla vita eterna, » avvolti, come in un vestito immortale, di gloria e di felicità, dalla benedizione suprema del Padre e del Figlio, e dello Spirito-Santo, che Nostro Signore GESÙ-CRISTO darà a tutti i suoi Eletti. È quanto figurano gli ultimi riti della santa Messa. Con quali profondi sentimenti di speranza, con quale gioia non dobbiamo dire queste belle parole finali, ed esprimere a GESÙ il nostro amore! Dapprima Egli ci invita al banchetto nunziale, alle nozze dell’Agnello. « Andate, la Messa è finita; venite, voi tutti, benedetti dal Padre; voi tutti fedeli della mia Chiesa; tutto è consumato; il grande mistero di Cristo, della Chiesa, della creazione, della Redenzione, della grazia è compiuto; voi avete ricevuto il vostro DIO: restate in Lui e Lui in voi! » I fedeli della terra rispondono: DEO gratias, povera e piccola eco anticipata del DEO gratias eterno che nel Paradiso sgorgherà dai loro cuori. Il passaggio dal regno celeste della santa Chiesa sulla terra al suo regno celeste nei cieli, è figurato dal passaggio del Celebrante, del Diacono e del Suddiacono al lato destro dell’altare, dove si recita nel segreto l’ultimo Vangelo. Il Celebrante è allora il Cristo nella sua gloria; il Diacono è la Chiesa degli Angeli; il Suddiacono la Chiesa degli uomini; entrambi in GESÙ-CRISTO e con GESÙ-CRISTO, nella gloria di DIO Padre. Dopo l’Epistola, questo passaggio da un lato all’altro, significava il passaggio dall’antica Alleanza alla nuova, ed il Celebrante si umiliava, si inchinava tra i due; ora questo passaggio, glorioso e gioioso, significa la transizione dal regno della Chiesa sulla terra, al suo Regno nel cielo; dallo stato perfetto della resurrezione, allo stato piuccheperfetto e assolutamente divino dell’Ascensione e dell’Eternità. Così, in mezzo all’altare, il Sacerdote, figura di GESÙ-CRISTO, ribalta le umiliazioni della greppia e del Calvario, con la maestà della pubblica benedizione (Nelle liturgie moderne francesi, il semplice Sacerdote cantava questa benedizione alla fine della Messa solenne e talvolta della Messa bassa (!!!). Si tratta ancora una volta di un’invenzione dell’89, una usurpazione del Prete sul Vescovo). Noi abbiamo già detto che il Dominus vobiscum che segue la comunione è quello che precede la benedizione, e sembra esprimere il Dono dell’Intelletto ed il Dono della Sapienza che Nostro Signore effonderà in quest’ultima età della Chiesa su tutti gli eletti. Oh! Quanti comprenderanno allora e quanti gusteranno le ineffabili beltà, le profondità divine e le eccellenze del mistero di GESÙ-CRISTO! Alla Messa solenne, l’ottavo Dominus vobiscum, si dice a voce bassa, così come il Vangelo della generazione eterna del Verbo, per significare che la beatitudine del Paradiso, cioè l’unione beatifica e la visione intuitiva, appartengono a quest’ordine di parole segrete « … che non è dato all’uomo dire quaggiù; … l’occhio dell’uomo non ha mai visto, né orecchio mai inteso, il suo spirito non può comprendere ciò che DIO ha riservato ai suoi eletti, » sulla terra, ed a maggior ragione nel cielo. Nulla è così toccante come la pia recita di questo bel Vangelo, quando si pensa che il Verbo eterno, il Principe della Vita, la vera Luce è là, sostanzialmente e corporalmente presente in noi, consolandosi con noi ed in noi dell’ingratitudine di coloro che non vogliono riceverlo, e facendo di noi dei figli di DIO! Il Verbo incarnato è in noi, vi è per sempre, pieno di grazia e di verità. – La Messa è finita; il Sacerdote e coloro che lo assistono all’altare rientrano in sacrestia, recitando a voce bassale preghiere dell’azione di grazie. Non è certo che queste preghiere siano obbligatorie, ma è d’uso il non ometterle.

XXXII

Il rispetto dovuto alle sacrestie.

Bisogna rispettare fortemente la Sagrestia delle Chiese, che è un luogo santo, come il suo nome ci indica. La sacrestia fa parte della Chiesa: non vi si deve parlare senza necessità, né ad alta voce, come in una camera ordinaria; ancor meno si deve chiacchierare, scherzare, ridere. Quando è possibile, è preferibile che i cantori e gli impiegati inferiori della chiesa non entrino abitualmente nella sagrestia del clero, propriamente detta. Al Curato ed al Prete sacrestano incombe il dovere, dovere serissimo ed importantissimo, di vegliare sul buon ordine della sagrestia; alle suppellettili più minuziose, non solo dei sacri vasi, dei lini, degli ornamenti, etc. inoltre dei mobili, armadi, tavoli, etc. … vi sono delle sacrestie ove è tutto sottosopra; in cui i teli e gli ornamenti sacri sono riposti alla rinfusa senza ordine negli armadi, a volte con spezzoni di ceri, ampolle con equivoche proprietà, bottiglie vuote, vecchi stracci; le cotte, le sottane dei ragazzi del coro e dei cantori vengono ammassate in un angolo. Tutto questo è sconveniente e poco edificante; un vero Sacerdote non tratta così, in malo modo, le cose del culto di DIO. In più, questo disordine, questo disordine costa caro: così negletti, i paramenti si deteriorano rapidamente; e con una cura maggiore si possono risparmiare centinaia di franchi. Inoltre, le pie dame, i buoni e ricchi donatori vengono pure scoraggiati nella loro generosità verso la Chiesa con la prospettiva della quasi inutilità dei loro sacrifici! « A che pro dare questa casula, questa cotta, questo ornamento d’altare? Si dice: se il nostro curato è così poco accorto, lasciamo perdere tutto questo! Tra pochi mesi, o un anno, non resterà più nulla » Bisogna valutare bene nel non disprezzare il valore di queste cose, per non scoraggiare tanti sacrifici fatti senza profitto. Nulla è più edificante che l’aspetto di una sagrestia ben organizzata e ben tenuta; questo rivela immediatamente l’indole di un Sacerdote pio, zelante della gloria di Nostro-Signore. La povertà non è in causa;  essa può essere propria, ma, grazie al cielo, povertà dignitosa e mala povertà non sono sinonimi.  

XXXIII

 Tempo che conviene consacrare alla celebrazione della Messa

Diciamo una parola sul tempo che bisogna consacrare abitualmente alla celebrazione della Messa. Il Papa Benedetto XIV, dichiara formalmente che la Santa Messa non debba mai durare meno di 20 minuti, anche le Messe da Requiem o le Messe votive, nelle quali le preghiere sono abbreviate. L’esperienza conferma questa decisione dell’Autorità suprema: un Sacerdote che vuole osservare tutte le rubriche e dir Messa con la religione conveniente, a mala pena rientra nei venti minuti. Quasi tutti coloro che dicono la Messa velocemente, a stento vi arrivano, arrampicandosi, preghiera su preghiera, cerimonia su cerimonia; essi terminano le orazioni mettendosi al centro dell’altare; dal corno dell’Epistola iniziano marciando a recitare il Kyrie, il Munda cor meum, e terminano, ancora camminando, con mancamenti simili a regole obbligatorie. Essi “arronzano”, come si dice, questo non è un pregare sacerdotalmente, non è celebrare bene la Messa. Io ho visto una volta un Sacerdote, per altro eccellente e da me conosciuto personalmente come tale, impiegare solo sedici minuti dal segno della croce, in basso all’altare, fino al “Deo gratias” finale. Questa Messa, buona davanti a Dio, senza dubbio, lo era molto poco per gli astanti, tanto che una persona pia mi pregò di avvertire questo buon Prete, che se continuava a dire la Messa “al galoppo”, non vi avrebbe assistito mai più: « … non si sa più ove ci si trova, aggiungeva con assoluta ragione; è un pasticcio, una specie di corsa a cronometro; si direbbe che questo Prete non abbia altra idea che di finirla quanto prima; se non lo conoscessi, gli si potrebbe chiedere se abbia fede! »  I Sacerdoti che prendono la deplorevole abitudine di dire così la Messa, cioè di corsa, hanno certamente la fede, ma io garantisco che essi non hanno al massimo grado lo spirito di fede, il sentimento attuale della fede, la fede viva, efficace, pratica nella divina presenza di Nostro Signore nel suo grande mistero. Mai un uomo penetrato di questa fede viva, ricordando che GESÙ, il bon DIO, il DIO eterno ed onnipotente che sta per scendere nelle sue mani; che è proprio Lui, il Figlio adorabile della Santissima Vergine, il gran Salvatore, il Re degli Angeli, il Santo dei Santi, che è là, nelle sue mani, sotto i suoi occhi, realmente presente e vivente con la sua infinita santità ed il suo amore infinito,… mai, io dico, un uomo, un Sacerdote che penserà a questo, balbetterà le sante preghiere, come spesso accade; mai farà delle genuflessioni tronche o precipitate, non tratterà alla leggera sì grandi cose, non darà la comunione “cotta al vapore”; in una parola, non dirà Messa con una velocità tale da essere in disaccordo con la santità intrinseca del Sacrificio, con il rispetto necessario della liturgia e l’edificazione dovuta al popolo fedele. Quasi sempre si dice la Messa troppo veloce. Quante volta ho sentito i fedeli lamentarsi di questo abuso! Alcuni Sacerdoti, lo so, dicono la Messa troppo lentamente e rischiano così, soprattutto nelle chiese parrocchiali, in cui il pubblico è più disomogeneo, di stancare un certo numero di persone; ma questi abusi, oltre che essere più rari degli altri, si comprendono presto: essi vengono da un raccoglimento più profondo da parte del Sacerdote, da un’osservazione più rigorosa delle rubriche, ed insomma anche se “abuso”, non malefica nessuno, tutt’altro. Per di più non espone il Sacerdote al danno così terribile della routine e della negligenza. – La Messa bassa dovrebbe sempre durare circa una mezz’ora. Questa mi sembra una regola perfetta, tipica; una mezz’ora, più o meno due o tre minuti. È il tempo che impiega ordinariamente il nostro Santo e Santissimo Padre, il Papa Pio IX, che dice la Messa sì mirabilmente come l’abbiamo raccontata adesso. È il tempo che consacrava sempre San Francesco di Sales, il Sacerdote perfetto: una bella e buona mezz’ora.

XXXIV

Come bisogna cantare e recitare le preghiere della Messa.

Alla Messa solenne, bisogna cercare di cantare bene ciò che deve essere cantato; cantare nel modo giusto, se possibile; cantare piamente e semplicemente, senza negligenza, affettazione, rallentamenti. Bisogna cercare di imparare il canto senza nulla aggiungere o alterare del canto liturgico; le fioriture, i gorgheggi, gli svolazzi, sono buoni per il teatro; ma all’altare di DIO, il canto deve essere grave e degno. Nulla è più bello del canto piano (romano) ben cantato. Uno dei più celebri compositori moderni, mi diceva l’altro giorno « il puro cantus planus (canto semplice – vocale a cappella, monodico, gregoriano) non può essere comparato a nessun altra musica, non più di quanto la Chiesa possa essere comparata alle altre società della terra. Il Canto semplice sta alla musica profana, come la preghiera alla conversazione. » I Curati dovrebbero vegliare a che i cantori non “compongano” al leggio; soprattutto nelle campagne, queste composizioni sono disastrose; io vedo ancora un bravo mugnaio, cantore emerito, primo cantore nella sua parrocchia da venti anni, urlante, muggendo un Magnificat impossibile, per non so quale grande festa, in mezzo allo stupore generale, stravolgendo le parole in modo incomprensibile … Magnificat, ficat … fificat … cat ani … cat anima … cat Dominum … ed il “minum” non finiva mai! E l’omaccione rosso come un gallo, con il pollice della mano destra appoggiata sotto il mento per darsi più forza, voltandosi verso l’assistente, occhio brillante e bocca torta, testa alta, alla fine di ogni versetto, come per dire al popolo: « Hei, che ne dite? » Ed il Curato lasciava fare! Quando si canta puramente e semplicemente il canto piano, si ha uno stato di grazia, e non si cade in queste eccentricità. Un altro punto molto importante per il canto delle Messe solenni, ed in generale di tutti gli uffici, è il protrarsi interminabile del canto e nelle grandi città, il suonare all’infinito l’organo; questo rende gli Offici di una lunghezza noiosa. « È edificante, dicono taluni; » no, è noioso e molte persone si lasciano prendere dalla noia. Io ho assistito una volta ad una Messa solenne che è durata, senza predica, quasi due ore e mezza. Più è lunga, più è bella!! Una Messa solenne, senza predica, dovrebbe durare appena un’ora. Tuttavia bisogna prendersi cura di non eccedere nel senso opposto: per guadagnare del tempo, certi buoni Curati, credono di potersi permettere di sopprimere i canti, questa o quella parte del canto liturgico. Vi sono dei paesi in cui non si canta che la metà del Gloria e del Credo; in cui il celebrante, dopo aver recitato a tono basso il Credo, comincia immediatamente l’offertorio tagliando il Credo dal momento che il sacerdote dice l’orate fratres. Alle gran Messe che si cantano durante la settimana, si sopprime il canto del povero Gloria; mai il graduale, mai il Communio cantato. Infine, abuso ancor più strano, nei servizi funebri in cui devono essere celebrate due Gran Messe consecutive, il canto della prima Messa cessa al Sanctus; la Messa cantata diviene subito una Messa bassa; e sempre per guadagnar tempo, la seconda Messa comincia su di un altro altare, immediatamente dopo l’Elevazione della prima, la quale termina come “in segreto”. Tutto questo costituisce una serie di abusi sui quali occorrerebbe richiamare l’attenzione del clero. Il Sacerdote che si permette queste cose, viola delle regole obbligatorie in coscienza; egli deve reagire con tutte le sue forze contro ogni ostacolo. Vi è interessata certamente la sua coscienza sacerdotale. Alla Messa bassa, noi dobbiamo pronunciare distintamente, né troppo alto, né basso, né veloce, né troppo lentamente: ciò che è segnato che debba essere pronunciato basso, sia pronunciato basso, di modo tale che gli assistenti non sentano nulla. Per le parole della Consacrazione, vi si è tenuti sub gravi. Vi sono dei Preti che dicono in tono basso tutte le preghiere; talvolta è per tener più raccolti; tuttavia è un abuso, che solo la stanchezza del torace o del laringe può scusare. In questo, come per tutto il resto, bisogna obbedire alle prescrizioni liturgiche che vogliono che la Messa bassa sia letta con voce intellegibile, distinta e mediocremente elevata. Io ho assistito una volta ad una Messa di un devotissimo abate che “declamava” la sua Messa; era toccante e nello stesso tempo molto ridicolo. Il Vangelo era quello della resurrezione di Lazzaro. Alle parole: « Lazare! Veni foras!!!, Lazzaro, esci dalla tomba! » il buon abate lanciò un vero grido di angoscia, e gli assistenti non poterono trattenersi dal ridere. Il maestro di cerimonia di uno dei nostri Seminari, mi raccontava che durante un viaggio in Italia, aveva ascoltato un Sacerdote dire con voce talmente elevata, stridente, le preghiere della Messa bassa che, entrando in chiesa, aveva creduto che vi si pregasse. Se all’altare, non bisogna parlare troppo forte, bisogna pure evitate con cura il tono di voce languido, biascicato, il tono di voce nasale, o rauco e rude; ci sono Sacerdoti che hanno preso la sgradevole abitudine di dir Messa cavallerescamente, bruscamente; si direbbero piuttosto capitani di dragoni che uomini di preghiera; fanno quasi paura ai bambini. Non è così che parlava Nostro-Signore. Come per il tempo della celebrazione, anche qui c’è un modo giusto da osservare, e bisogna dare al buon DIO, alla Messa, la nostra parola nel modo più perfetto possibile. Nella forma come nel fondo, bisogna rappresentare pienamente GESÙ, il Sacerdote dei Sacerdoti, il Santo dei Santi.  

XXXV

Celebrando la Messa, occorre evitare manie, bizzarrie e singolarità

Si chiamano manie, certe abitudini più o meno singolari che poco a poco si lasciano radicare nella vita di ogni giorno, divenendo quasi un diritto, un nostro modo di fare abituale. Le bizzarre, dappertutto rigettabili, le manie all’altare, sono non solamente proibite, ma assolutamente sconvenienti, inopportune e talvolta anche scandalose. In coscienza, noi non dobbiamo permetterle. Vi sono manie nella posa, nella postura. Io ho conosciuto a Parigi un Sacerdote che, durante tutto il tempo in cui il celebrante resta al centro dell’altare, si teneva su una sola gamba, l’altra ripiegata in aria ed appesa, penso, al polpaccio! Un altro molto anziano, aveva preso l’abitudine bizzarra, tutte le volte che si girava per dire: Dominus vobiscum, di stendere quanto più poteva le braccia a destra ed a sinistra, come un crocifisso, e di salutare profondamente il popolo; inoltre più che dire, cantava: Dominus vobiscum, oremus, etc., con una punta culminante in falsetto su tutti gli “us” e gli “um”. La sua Messa appena si intendeva, anche se si vedeva bene che pregasse di buon cuore. Vi sono dei degni Sacerdoti che prorompono con grande schiamazzo regolarmente in questo tal momento della Messa, né prima né dopo; è sacramentale! Vi sono alcuni che aspirano tabacco, senza mai omettere, alla fine del Credo (cosa che non è notata, che io sappia, nella rubrica; altri più “coscienziosi” aspettano fino all’ultima benedizione; ma giunti qua, si arenano, e la santa tabacchiera, destramente tratta dalla tasca, diviene, sembrerebbe, una sorgente di coraggio e di consolazione spirituale durante l’ultimo Vangelo. C’è poi chi tiene la testa penzoloni o il collo torto; chi dopo aver bevuto il prezioso Sangue, ritiene, per così dire, il Calice a lungo e con strepitio; chi ad un dato momento alza i suoi occhiali sulla fronte, coloro che recitano invariabilmente tali preghiere con un certo tono, ed altri ne impiegano uno diverso; chi durante l’Epistola poggia le mani semplicemente sul Messale o sull’altare, e durante l’ultimo Vangelo, quando devono essere giunte, non si evitano di pulirsi meccanicamente le unghie, etc., etc. Manie nella pronunzia, nel canto, manie nei movimenti; quali esse siano, si evitino queste cattive abitudini con spirito di fede e per amor di obbedienza; e noi celebreremo la Messa più perfettamente ed edificheremo più solidamente i fedeli. Talvolta la mania sfocia in eccentricità, soprattutto negli scrupolosi. Un sant’uomo vivendo in comunità, ebbe un giorno la strana idea di farsi purificare la punta del naso dal servente Messa alla seconda abluzione! Egli credeva che l’Ostia santa gli avesse toccato il naso al momento della Comunione; e, troppo fedele osservatore della rubrica che ordina di purificare con il vino e l’acqua ciò che il Santo Sacramento ha toccato inavvertitamente, mette il suo naso con le quattro dita sopra il Calice, ordinando al povero servente stupito di versargli del vino sulla punta del naso. A sua discolpa, bisogna aggiungere che era un po’ infantile. Dunque evitiamo all’altare ogni singolarità; osserviamo le sante rubriche con esattezza estrema ed una semplicità tutta sacerdotale. 

I SANTI MISTERI (8)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (8)

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887 PARIS, impr.]

XXIX

Il seguito del PATER, fino all’AGNUS DEI.

Il Sacerdote traccia su se stesso un gran segno di Croce con la Patena, dicendo le parole della preghiera “secreta” che segue immediatamente il Pater: « degnatevi di accordare la pace ai giorni in cui viviamo; » e bacia la Patena che fa scivolare tra l’Ostia santa ed il Corporale, di modo tale che il Santo Sacramento riposi su di essa, ed essa sul Corporale. Egli prende poi l’Ostia, la spezza a mezzo in due parti uguali, al di sopra del Calice; tenendo con una mano sul Calice la metà dell’Ostia, depone l’altra metà sulla Patena; poi stacca dalla prima metà dell’Ostia un frammento che tiene con la mano destra, mentre riporta sulla Patena il restante della santa Ostia che vi si ricompone tutta intera, salvo la particella sospesa sopra il divin Sangue. Con questa particella il Sacerdote forma tre segni di Croce all’interno del Calice dicendo: « La pace del Signore sia sempre con voi! » e lascia cadere la particella nel Calice. Egli recita poi i tre Agnus Dei, terminando i due primi con: Miserere nobis, ed il terzo con: Dona nobis pacem. Questa pace, frutto della liberazione, è il seguito naturale e lo sviluppo del: Libera nos a malo. Con la bocca del Sacerdote, la Chiesa domanda, a nome di GESÙ-CRISTO, che la pace di DIO le venga accordata, e che sia da ora liberata dai suoi nemici interni ed esterni, per quanto lo permetta la sua condizione militante. Essa chiede anche che la grande, sovrana pace del trionfo, arrivi il più presto possibile. Essa chiama con tutte le sue voci il glorioso Avvento del suo Re e Liberatore. Ma prima bisogna che Essa soffra la grande tribolazione che le ha predetto GESÙ stesso nel Vangelo, la suprema persecuzione dell’anticristo; questa prova spaventosa sarà la Passione della Chiesa, la Passione dei membri, complemento della Passione del Capo. Secondo l’Apostolo san Giovanni, essa deve durare quarantadue mesi (Et civitatem sanctam calcabunt mensibus quadraginta duobus. – Apoc. XI, 2. – Et data est ei (bestiæ, id est, autichristo) potestas facere menses quadraginta duos. – ibid., XIII, 5), tre anni e mezzo ed accompagnerà o seguirà da vicino la conversione di Israele. – Secondo ogni apparenza, essa è significata dal gran segno di Croce che traccia su di sé il Sacerdote, cioè la Chiesa, nel momento in cui bacia la Patena; nel momento in cui l’antica Alleanza, oramai riconciliata con la nuova, ritroverà infine GESÙ-CRISTO; la Patena in effetti, come noi abbiamo visto più in alto, simbolizza all’altare la Chiesa giudaica. Allora la Santa Vergine sarà la Regina d’Israele convertito; il Corporale porta la Patena che a sua volta sostiene la Santa Ostia. Questo frazionamento della santa Chiesa, all’epoca della grande tribolazione, è ancora espressa dalla frazione dell’Ostia; e la particella che il Sacerdote lascia cadere nel Calice, simbolizza ciò che san Giovanni chiamava la “prima resurrezione” resurrectio prima, cioè la resurrezione degli Eletti, che seguirà immediatamente alla distruzione dell’anticristo e all’apparizione gloriosa del Signore GESÙ; « il Figlio dell’uomo, dice espressamente il Vangelo, radunerà allora i suoi eletti dai quattro angoli della terra. (Et congregabit electos suos a quatuor ventis. (Ev. Marc, XIII, 27; Matth. XXIV, 31; Luc. XXII). » Sottolineiamolo, Nostro Signore non parla che dei suoi Eletti: « electos suos ». Non è ancora in questione la resurrezione dei riprovati. Il Sacerdote, unendo anche al prezioso Sangue un frammento dell’Ostia, fa all’interno del Calice tre segni di croce con la santa particella, che rappresenta qui tutti gli Eletti del triplice trionfo. Egli desidera che i suoi astanti facciano parte di questa beato gregge dicendo: « La pace del Signore sia con voi! » Nostro Signore, presente sulla Patena come Ostia fratturata, e nel Calice con la mescolanza delle due specie sacramentali, ci viene mostrato come Crocifisso e Resuscitato con tutti i membri mistici, con tutti gli Eletti. La frazione significa la morte sia del Capo che dei suoi membri; la riunione del Corpo e del Sangue, della santa particella al vino consacrato, simbolizza la Resurrezione gloriosa. Ed è la grazia di questo mistero di morte e di resurrezione, di cui noi stiamo per appropriarci a breve, ricevendolo in noi con la Comunione, la Vittima del Sacrificio. Il Corpo di Nostro Signore si trova dunque nello stesso tempo sulla Patena e nel Calice. Questa prescrizione liturgica non significherebbe forse ancora ciò che già abbiamo indicato, cioè che la Chiesa resuscitata e glorificata regnerà, trionferà simultaneamente sulla terra e nel cielo e prima di entrare per l’eternità nel seno del Padre (ciò che viene espresso dalla Comunione), la sua gloria sulla terra avrà una eclatante manifestazione? Per quanto mi riguarda, pur riconoscendo che si tratti di una semplice opinione, io lo credo fermamente, e mi rallegro già nel Signore Nostro, per questo regno pacifico ed universale del vero Salomone. San Giovanni sembra insegnarlo in maniera formale. Nel ventiquattresimo capitolo dell’Apocalisse, egli dice che l’Avvento del Re di gloria, satana sarà legato per mille anni. I martiri di Gesù e coloro che non avranno voluto ricevere il segno dell’anticristo resusciteranno e regneranno con il Cristo per mille anni. Gli altri morti non resusciteranno prima del compiersi di questi mille anni. È questa la prima Resurrezione. Felici e santi tutti coloro che avranno parte alla prima Resurrezione! La seconda morte (cioè la morte eterna) non avrà più presa su di essi; che invece saranno i Sacerdoti di DIO e del suo Cristo, e regneranno con Lui per mille anni  (Et apprehendit draconem, serpentem antiquum, qui est diabolus, Satanas, et ligavit eum per annos mille… et vidi animas decollatorum propter testimonium JESU… et qui non adoraverunt bestiam, neque imaginem ejus, nec acceperunt characterem ejus in frontibus, aut in manibus suis, et vixerunt, et regnaverunt cum Christo mille annis, Cœteri mortuorum non vixerunt, donec con-summentur mille anni. Hæc est resurrectio prima. Beatus et sanctus qui habet partem in resurrectione prima; in his secunda mors non habet potestatem, sed erunt sacerdotes Dei et Christi, et regnabunt cum illo mille annis). – Sembra che il rito della Messa che abbiamo ricordato abbia per oggetto l’esprimere questo bel trionfo, questo riposo, « questo sabbat » della grande settimana della Chiesa. Quel che è certo è che questo rito, che fa parte della liturgia fin dalle origini, copre e raffigura un Mistero di grande importanza. È superfluo, penso, sottolineare che la spiegazione che noi esponiamo non abbia nulla in comune con la grossolana ed assurda eresia del millenarismo o del semi-millenarismo; si tratta qui di un regno spirituale e divino, e non di questa amalgama impuro, sensuale, impossibile, sognato già dagli gnostici, più giudeo che cristiano. San Girolamo attesta che al suo tempo « molti Cattolici credevano alla manifestazione terrestre della regalità e della sua Chiesa alla fine dei tempi, prima del giudizio universale. Sant’Agostino dichiara che tale era ugualmente la credenza e che non ne era stato allontanato se non dagli eccessi dei millenaristi. Ragione ben più perentoria; perché gli abusi che si sono fatti di una dottrina non distruggono in alcun modo né il fondo né la verità di questa dottrina. In tal guisa non si potrebbe leggere la Sacra-Scrittura solo perché i protestanti ne abusano. Un sapiente ecclesiastico, che ha studiato a fondo la questione, mi diceva un giorno che tra i Padri ed i dottori dei primi tre secoli, ne aveva trovato più di diciotto apertamente favorevoli a questo regno terrestre, spirituale e trionfale di GESÙ-CRISTO e della sua Chiesa. Il grande e dotto Ireneo, tra gli altri, erede quasi immediato delle tradizioni apostoliche, espone in lungo e largo questo sentimento, e lo appoggia su numerosi testi che parlano del regno terrestre del Cristo e dei suoi Santi come di un fatto incontestabile ed incontestato. – (Dopo aver riportato diversi passaggi delle sacre Scritture, san Ireneo aggiunge – Adv. Hæres., lib. V, cap. XXXV e XXXVI – « Hæc enim et alia universa in resurrectionem justorum sine controversia dicta sunt, qure fit post adventum Antichristi, et perditionern omnium gentium sub eo existentium, in qua regnabunt justi in terra, orescontes ex visione Domini, et per ipsum assuescent capere gloriam DEI Patris, et cum sanctis Angelis conversationem et communionem et unitatem spiritalium in regno capient. – San Ireneo dice che ciò che i Profeti e gli Apostoli hanno scritto di questo regno del Cristo, non deve intendersi in senso allegorico: Et nihil allegorizari potest, sed omnia firma et vera, et substantiam habentia. » – « Diligenter ergo Joannes prævidit primam justorem resurrectionem, et in regno terræ hæreditatem: consonanter autem et Prophètes prophetaverunt, de ea. Hæc enim et Dominus docuit, mistionem calicis novam in regno cum discipulis habiturum se pollicitus. Et Apostolus libérant futuram creaturam a servi tu te corruptelæ in libertatem gloriæ filiorum DEI, confessus est. » Bisogna leggere nella loro interezza i due importanti capitoli in cui San Ireneo espone, con tutta l’autorità dell’insegnamento teologale, cioè di tradizione puramente apostolica, il bel punto di dottrina che qui ricordiamo). – Questo riposo, questo regno di Cristo e della sua Chiesa non avrà fine; esso passerà dalla terra al cielo, senza interruzione. Cornelius, commentando il bel testo di Daniele: « Magnitudo regni, quæ est subter omne cœlum, detur populum sanctorum, » scarta all’inizio il millenarismo ed aggiunge: «  Certo è che questo regno del Cristo e dei suoi Santi sarà non solo un regno spirituale come quello che ha luogo ora sulla terra in mezzo alle lotte ed alle persecuzioni, ma anche un regno corporale e glorioso, « Corporale e glorioso, » in cui i Santi resuscitati regneranno corporalmente con il Cristo nel cielo, per l’eternità. Ma questo regno, il Cristo ed i Santi, lo cominceranno sulla terra, « inchoabunt in terra, », immediatamente dopo la morte dell’anticristo. Allora la Chiesa regnerà nell’universo intero, e Giudei e Gentili non formeranno che “ … un solo gregge ed un solo Pastore”. In seguito questo regno sarà confermato e glorificato per tutta l’eternità« Confirmabitur et glorificabitur in omnem æternitatem» . Questo punto di dottrina così grande, così consolante e così poco meditato ai nostri giorni, mi sembra essere la chiave delle misteriose cerimonie del punto della Messa di cui ci occupiamo. Il secondo Avvento di Nostro-Signore, che occupa un posto così importante nelle Profezie e nelle Epistole degli Apostoli, dovrebbe essere l’oggetto principale dei nostri studi, così com’è l’oggetto delle nostre speranze più care.  

XXX

Dall’AGNUS DEI al dopo Comunione.

Ai tre Agnus DEI, il Sacerdote, e con lui tutta la Chiesa, riconoscono che con il suo Sacrificio, GESÙ solo, l’Anello di DIO, immolato per i peccati di tutti, è l’Autore della salvezza e della futura beatitudine di tutti i fedeli, da Adamo fino all’ultimo Cristiano della Chiesa militante. I due Miserere, sono i due giorni di lotta che separano i due avvenimenti. Il « dona nobis pacem, » è il giorno del riposo, il gran giorno del Paradiso terrestre dell’umanità. Poi vengono le tre orazioni “secrete” che preparano il Sacerdote alla Comunione. La prima, che non si dice alle Messe dei morti, domanda nuovamente a nostro Signore di realizzare la promessa che Egli si è degnato di fare alla sua Chiesa, di questo regno di pace e di unità, dove non ci sarà sulla terra che un “solo gregge ed un solo Pastore”. Le due altre sono un mirabile atto di contrizione, di umiltà e di amore. Prima di comunicarsi, il celebrante proclama tre volte a voce alta, a nome suo e di tutti i Cristiani, che egli non è degno che GESÙ entri in lui; egli nondimeno lo riceve con umile e dolce confidenza, esprimendo il voto che il Corpo ed il Sangue del suo Salvatore glorificato custodiranno la sua anima per la vita eterna. In effetti, l’unione a GESÙ eucaristico è il pegno dell’unione a GESÙ, Re di gloria. – Il Sacerdote, ricevendo in lui il Corpo ed il Sangue del Signore, ricorda dapprima GESÙ-CRISTO comunicantesi Egli stesso nel Cenacolo, e profetizzante con ciò che la sua Chiesa entrerà un giorno in Lui, tutta deificata e tutta gloriosa, per vivere eternamente con Lui ed in Lui, della vita di suo Padre. Egli rappresenta GESÙ, Re del Paradiso, cielo dei cieli, facente entrare per sempre nella gioia del Signore la Chiesa, sua Sposa, suo Corpo mistico e vivente, formato da tutti gli eletti. In GESÙ, Re di gloria, essi verranno e possederanno eternamente il Padre ed il Figlio e lo Spirito Santo. Poi viene la Comunione del popolo, preceduta dal Confiteor, ultima purificazione dei peccati veniali e delle imperfezioni che respingerebbero la santità di GESÙ. La Santa Comunione è il frutto dell’albero di vita; è un frutto, un rimedio di immortalità che ci preserva dal peccato mortale e ci purifica dalle nostre colpe quotidiane, come recita il Concilio di Trento. Non è una ricompensa della virtù acquisita, come voleva la scuola giansenista; è un mezzo per fortificare l’anima, sviluppare i germi seri di buona volontà, un mezzo per diventare santo. Ecco perché il Sacerdote deve essere misericordioso in quel che riguarda la Comunione, e spingervi le anime con uno zelo infaticabile. I fedeli non saprebbero avvicinarvisi con troppo amore e fiducia da una parte, e dall’altra con troppa riverenza e fervore. Dare GESÙ alle anime, è la grande missione del Sacerdote, « dispensatore dei Misteri di DIO; » questa è la grande consolazione, la gioia suprema del suo ministero. Insegnar loro a ben comunicarsi e spesso, questo deve essere il grande officio, nei Catechismi, al confessionale, dappertutto. Che lo si sappia bene, la Comunione frequente è la rigenerazione di una parrocchia, di una diocesi, di un intero Paese (Si veda il mio libricino sulla Santissima Comunione, in cui ho riassunto e confutato le numerose obiezioni alla Comunione confidente e frequente). Il Sacerdote deve infondere una profonda pietà in questo sublime ministero della distribuzione della Comunione ai fedeli; egli deve dare la Comunione con amore piacevole e gioioso, senza forzature, e sempre unito a GESÙ, che attraverso di lui si dona alle anime con tanta bontà. Egli deve fare il segno della Croce con ogni Ostia, stare molto attento alle particelle che minacciano di staccarsi, e pronunciare, ad ogni Comunione, la formula intera ordinata dalla Chiesa. – Io ho conosciuto un eccellente curato che, per andare più velocemente, dava tre o quattro Comunioni mentre recitava, devotamente e gravemente la formula: Corpus – una Comunione – Domini nostro – un’altra Comunione – JESU-CHRISTI – un’altra Comunione – custodiat animam – … una quarta – tuam in vitam æternam – … una quinta – Amen, cominciava la sesta. A volte ci sono coloro che apostrofano i fedeli quando non tengono la testa come si deve. Si deve fare attenzione a rispettare Nostro Signore, che è là presente e che vuole che siamo docili e pazienti come Lui, anche per non danneggiare nessuno. È bene istruirsi su tutto ciò che concerne la santa Comunione. L’ignoranza, o quanto meno l’oblio delle regole, può far cadere in strani eccessi. Pochi anni orsono, un curato di una grande città francese, distribuiva la Comunione pasquale ad una numerosa assemblea di operai la Domenica di Quasimodo, alla chiusura di un ritiro; egli non era forte in materia liturgica né in diritto canonico; e per disgrazia, il Diacono che l’assisteva non era migliore di lui. In seguito a non so qual malinteso, il numero di Ostie consacrate si dimostrò insufficiente; il buon curato, desolato da questo contrattempo, consulta il suo Diacono: se consacro un ciborio per questa povera gente? Diceva esitante … Credete che possa farlo? « Mi sembra di sì » risponde senza cipiglio l’illustre Diacono. E ciò che fu detto, fu fatto. Era questa un’enormità e senza alcun dubbio, se il Vescovo ne fosse venuto a conoscenza, avrebbe rimandato questo troppo caritatevole curato e senza altro consiglio, al Seminario per studiare il trattato dell’Eucaristia e le rubriche del Messale. Avrebbero meritato di essere citati entrambi ex æquo davanti al Santo-Officio. Altra importante osservazione: è permesso, e perfettamente regolare comunicare fuori dalla Messa. Le Domeniche ed i giorni di festa, quando le Comunioni sono numerose, è più prudente distribuire la santa Comunione prima e dopo la Messa. altrimenti si espongono tante povere persone, domestiche, operai, che hanno giusto il tempo di ascoltare la Messa, a vedersi obbligati a lasciare la Chiesa durante la Comunione. Ci sono buoni Sacerdoti che non ci sentono da questo orecchio e che giungono perfino a rifiutare la Comunione fuori dalla Messa. Ce n’è di quelli che non consentono a darla, se non a condizione che si ascolti la Messa. Tutto questo è un abuso in violazione delle regole. Due o tre persone molto pie, abituate a comunicarsi quasi ogni giorno, avevano trovato in campagna due curati che rifiutavano loro la Comunione quando essi non si recavano ad ascoltare la Messa (il cui orario non coincideva sempre con i loro doveri familiari), consultarono Roma e fu loro risposto che solo in caso di pubblico scandalo previsto dal Rituale romano, era assolutamente proibito ai Sacerdoti rifiutare a chiunque e sotto qualsiasi pretesto, la Comunione prima, durante o dopo la Messa. « Vi è per il Sacerdote un obbligo, sotto pena di peccato mortale, » aggiungeva il Consultore. La Comunione è, in realtà, affatto indipendente dal Sacrificio. Il Sacramento è il frutto del Sacrificio, il Tabernacolo è la riserva in cui questo frutto divino è deposto per l’uso dei figli di DIO. Quando si distribuisce la Comunione fuori dalla Messa, occorre che ci sia almeno un cero illuminato sull’altare e che il Sacerdote sia rivestito della cotta (non di rocchetto) e con la stola. Il rocchetto non è in effetti un abito sacerdotale; è una insegna ecclesiastica, un’insegna prelatizia, come la sottana color violetto; i Canonici stessi non portano il rocchetto se non da dopo la Rivoluzione: è un abuso introdotto dai preti costituzionali (1) e sul quale la Chiesa ha creduto di dover chiudere gli occhi. Il semplice Sacerdote non ha mai diritto al rocchetto, e mai se ne deve servire nell’amministrare i Sacramenti.

(1) A quest’epoca disastrosa risalgono la maggior parte degli abusi liturgici francesi; tra gli altri l’uso del rocchetto, come detto, la sottana a coda, il portare la stola per cantare i Vespri e le altre ore canoniche; il canto alla benedizione con il Santissimo Sacramento – È una regola generale in liturgia che la benedizione data ai fedeli con un oggetto sacro qualunque, si dia sempre in silenzio; ed è molto logico, venendo la benedizione dall’oggetto sacro con cui si benedice, (una reliquia, una particella della vera Croce, etc.); a fortiori ciò è vero per il Santissimo Sacramento. In realtà è il Corpo di Nostro Signore che benedice direttamente il popolo fedele. La preghiera benedicat vos, etc., che si era introdotta in Francia, è un vero controsenso; non è il Padre, il Figlio e lo Spirito-Santo che benedicono l’assemblea, ma il Corpo del Signore, e Lui solo. Inoltre non è un desiderio: “benedicat”, bensì un fatto; occorrerebbe almeno: “Benedicit”. Per essere logico e ragionevole, bisognerebbe dire: « Benedicit vos Corpus Domini Nostri JESU-CHRISTI »; e francamente a chi dirlo?

I SANTI MISTERI (7)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (7 )

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887 PARIS, impr.]

XXV

Bella manifestazione della presenza reale del Salvatore.

La storia della Chiesa e la vita dei Santi sono piene di manifestazioni miracolose della presenza reale di GESÙ tra le mani dei Sacerdoti. (Si veda un riassunto di questi bei miracoli eucaristici nel mio trattato “Sulla presenza reale”. Io ho composto questo opuscolo per illuminare e fortificare la fede di tanti buoni Cristiani che sono poco istruiti nella Religione e che praticherebbero con maggiore zelo se vedessero più chiaramente la verità della loro fede, ed in particolare la verità del gran Mistero della pietà cristiana, cioè della Presenza reale di Nostro-Signore nel Santo Sacramento dell’altare – A questo titolo ne oso raccomandare la lettura innanzitutto, poi la diffusione a tutti coloro che amano GESÙ e che amano le anime). Ognuno sa come il nostro incomparabile San Luigi rifiutò un giorno, per squisita delicatezza di fede, di presentarsi alla santa Cappella dove il Divin Salvatore degnava di mostrarsi a tutti i fedeli sotto forma di un mirabile bambino. « E voi, disse il santo re, andateci e rallegratevi nel vederlo. Quanto a me mi è sufficiente la fede della santa Chiesa, e non ho alcun bisogno di vedere per credere. » Queste manifestazioni miracolose della presenza reale sono state senza dubbio accordate da Nostro-Signore, sia per ricompensare la fedeltà di alcune anime perfette, sia per raffermare la fede dei deboli. Tra mille altre, eccone una molto recente e la cui storia sembra proprio adatta a nutrire la pietà dei Sacerdoti e dei fedeli. Suor Marie Lataste, morta in odore di eminente santità al Sacré-Coeur di Rennes nel 1847, fu favorita dall’infanzia di meravigliose grazie. Per due anni consecutivi, dal 1840 al 1842, quando non era ancora che una povera ragazza di campagna, i veli dell’Eucarestia non esistevano per lei, e dopo la Consacrazione, GESÙ si mostrava ad ella pieno di grazia e di maestà. Ecco come elle stessa racconta due di queste sacre manifestazioni: « Al momento dell’Elevazione, allorché il Sacerdote faceva la genuflessione, dopo aver pronunciato le parole della Consacrazione, io vedevo un immenso chiarore diffondersi nel santuario e GESÙ apparire sull’altare, ove restava fino alla Comunione. Il suo viso era ordinariamente pieno di bontà e di dolcezza, ma talvolta pure serio e sembrava irritato. Il suo splendore oltrepassava quello del sole. La sua maestà non aveva nulla di paragonabile sulla terra. Il suo trono era d’oro brillante. La sua veste non era di stoffa, neanche la più fine; oppure, se stoffa era, io non ne ho mai visto una simile; sembrava tutta trasparente e gettava fuoco come un diamante o una pietra preziosa (Si tratta dei bei vestiti ed ornamenti celesti formati di luce, che si ritrovano sempre nei racconti che ne hanno lasciato i Santi in occasione delle apparizioni del Salvatore, della Santa Vergine o dei Beati). Egli era seduto su di un trono; la sua mano sinistra poggiava sul suo cuore, e la destra poggiava dolcemente sulle ginocchia. I suoi occhi erano d’ordinario fissati sul popolo; in certi momenti, ad esempio durante il Pater o l’Agnus Dei, sempre sul Sacerdote (Œuvres de Marie Lataste, 1° édit., t, III, lettera XII). »  Dopo la Comunione, ciò che aveva visto sull’altare, lo vedeva trasportato nel suo cuore; e nel suo santuario vivente, che ella soleva chiamare « il tabernacolo mirabile », restava con il suo Salvatore, lo adorava, lo ascoltava, e per suo amore, dimenticava ogni cosa. « Un giorno dell’ottava dell’Epifania – dice ancora – ero già venuta a rendere i miei doveri di adorazione a GESÙ nel Sacramento dell’altare. Assistevo alla santa Messa. All’Elevazione il Salvatore GESÙ mi apparve sull’altare. L’altare divenne simile ad un trono immenso di oro massiccio e tutto brillante di pietre preziose. In mezzo si trovava una sedia guarnita da una stoffa simile a del velluto bianco. Questo velluto non era intessuto; non saprei dire come fosse, e non posso meglio farmi comprendere che affermando che apparisse ai miei occhi come foglie di rose bianche saldate l’una all’altra, conservando inalterate la loro freschezza e la loro bellezza anche quando ci si sedeva sopra. Il Salvatore era su questa sedia che non poggiava sull’altare, ma era sospesa in aria dalle mani degli Angeli che circondavano GESÙ. La grande croce dell’altare mi sembrava tre volte più grande, come mai l’avevo vista in precedenza. Essa era tra le mani di GESÙ. Infine una magnifica corona cingeva la fronte di GESÙ; era una corona di spine, e queste spine somigliavano a del cristallo nel quale erano concentrati i raggi del sole. Io guardai per lungo tempo il Salvatore GESÙ; mi sembrava che stesse per parlarmi. Io lo desideravo molto, ma nondimeno rinunciai volentieri alla soddisfazione di questo desiderio e dissi a GESÙ:  Mio dolce Salvatore, sia fatta la vostra volontà e non la mia. » (Œuvres de Marie Lataste, I° édit,, t. II. libro II). » Sarebbe ben dolce e desiderabile ricevere da DIO dell’altare dei simili favori; ma oltre al fatto che il miracolo è essenzialmente una eccezione che non viene accordata che per motivi impenetrabili alla nostra piccola mente, bisogna, come San Luigi, preferire l’ordinario allo straordinario, la fede ai miracoli e fare così di necessità virtù. Dopo la consacrazione, adoriamo GESÙ eucaristico con una fede più fervida che se lo vedessimo con gli occhi, lo ascoltassimo con i nostri occhi e lo toccassimo con le nostre mani. Non dimentichiamo che attraverso il velo della sante specie, Egli ci osserva tutti, guarda ognuno di noi come lo vedeva Suor Marie Lataste. Noi altri Sacerdoti, in particolare, ricordiamoci dello sguardo di GESÙ al Pater e all’Agnus DEI. Guardiamolo come Egli ci guarda, e rendiamo amore per amore. Oh come diremmo bene la Messa, come l’ascolteremmo bene se non perdessimo mai di vista questo sguardo scrutatore, questo sguardo misericordioso, questo sguardo fecondante del nostro Salvatore. 

XXVI

Le sante cerimonie che seguono alla Consacrazione.

A partire dalla consacrazione, quello che si può chiamare il dramma liturgico della Messa, cambia di aspetto completamente; non è più la preparazione, non sono più i rapporti dell’antica e della nuova Alleanza; è il primo ed il secondo Avvento del Figlio di DIO, che sono l’anima, il segreto delle mistiche cerimonie compiute sull’altare. Già questo duplice avvenimento, che forma il mistero completo dell’Incarnazione e della Redenzione, è simbolizzato dalla duplice Consacrazione dell’Ostia e del Calice. GESÙ-CRISTO è interamente nell’Ostia santa, e tuttavia il Mistero eucaristico non è completo se non dopo la consacrazione del calice; questa seconda consacrazione è anche talmente indispensabile al Sacrificio, che senza di essa c’è il Santo Sacramento, ma non c’è Sacrificio: il Sacrificio dell’Eucarestia consiste essenzialmente nella consacrazione del pane e del vino. Questo perché? Perché la consacrazione del Calie è essenziale al Sacrificio? Innanzitutto perché Nostro-Signore ha unito le due consacrazioni, il Giovedì santo, al Cenacolo; poi, poiché il rito del Sacrificio eucaristico è la rappresentazione fedele del grande Mistero di GESÙ-CRISTO, cominciato solamente nel primo Avvento e consumato con il secondo. Fino al secondo Avvento, GESÙ, che non è che uno con la sua Chiesa, combatte con Essa ed in Essa; e la sua opera di salvezza non è che abbozzata. In secondo luogo, Egli raccoglierà pienamente e la sua Chiesa raccoglierà con Lui il frutto dei suoi lavori, delle sue sofferenze, del suo sacrificio. I due Avventi del Salvatore sono anche distinti e dipendenti l’uno dall’altro, come lo sono sull’altare la consacrazione dell’Ostia e quella del santo Calice. Il disegno di DIO  resta sospeso se lo si divide. Questa unione delle due Consacrazioni è talmente indivisibile che la liturgia (la liturgia romana, che sola fu autorizzata in maniera assoluta) ordina che se, in seguito ad un qualsiasi incidente, si fosse obbligati a consacrare di nuovo il Calice, dopo la Comunione, si consacra una nuova Ostia prima di consacrare il Calice, benché la Consacrazione della prima Ostia sia stata certamente valida – (Questo può succedere quando, per errore, si versa all’Offertorio, l’acqua a posto del vino. Questo incidente è da temere quando si dice la Messa prima del giorno, o quando ci si serve di ampolline di metallo – privilegio riservato ai Prelati).- Noi abbiamo notato che nella prima parte del Santo Sacrificio, destinato a ricordare i rapporti e l’unione dell’antica Alleanza e della nuova, il pane restava al coperto sotto il Corporale, mentre il vino era nascosto nel Calice dalla Palla; dopo la Consacrazione lo stesso rito continua, ma ne cambia il significato: l’Ostia santa, posta sul Corporale e visibile allo sguardo del celebrante, significa il mistero del primo Avvento che la Chiesa conosce, vede ed adora; mentre il vino consacrato, velato agli sguardi dalla Palla, significa il secondo Avvento al quale noi crediamo ma non vediamo ancora. Per GESÙ-CRISTO, questo secondo Avvento è già consumato nel mondo celeste ed eterno; ma per noi è ancora da venire. Subito dopo la Consacrazione, il Sacerdote ricorda che il Mistero che si sta per compiere è, sotto forma di Sacramento, lo stesso mistero, lo stesso sacrificio che si è già consumato nella Passione, nella Resurrezione e nell’Ascensione dello stesso Signore GESÙ presente sull’altare; e per significarlo al meglio, egli traccia tre segni di Croce sull’Ostia ed il Calice, sul Corpo ed il Sangue di questo stesso Redentore che è stato sulla Croce: « Ostia pura »; alla sua Resurrezione « Ostia santa »; all’Ascensione al cielo « Ostia immacolata »; e che è ormai nell’Eucaristia, « il pane sacro della vita eterna ed il Calice della eterna salvezza. » Dicendo queste due ultime parole, il Sacerdote fa un segno di Croce prima sull’Ostia santa, poi sul Calice, per mostrare come l’Eucaristia, che riassume il Mistero intero di GESÙ-CRISTO, con i suoi combattimenti e il suo trionfo, sia il legame che unisce insieme il primo con il secondo Avvento del Salvatore. Questa triplice benedizione rinnova, dopo la Consacrazione, la benedizione del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, diffusa sulle oblazioni per prepararle immediatamente alla Santissima Consacrazione. Ora, questa benedizione che ha prodotto il suo effetto quanto al Capo, si applica direttamente a tutti i membri di questo Capo divino, a tutti i fedeli che, con la loro unione a GESÙ-CRISTO e con la Comunione Sacramentale del suo Corpo e del suo Sangue, sono chiamati a divenire, come dice San Paolo, « il corpo del Cristo: Corpus ejus, quod est Ecclesia. » Che cos’è in effetti la Chiesa se non l’umanità incorporata a GESÙ-CRISTO, vivente della sua vita divina, santificata, soprannaturalizzata, deificata, ed un giorno glorificata dallo Spirito-Santo che il divino Capo effonde in essa, come il suo sangue, come la sua vita? Ciascuno di noi deve lasciarsi trasformare e transustanziare spiritualmente in GESÙ-CRISTO, e divenire, per Lui, con Lui ed in Lui, un’Ostia, cioè una vittima pura, santa ed immacolata. È questo lo scopo de Sacrificio  e della Comunione e di tutta la Religione Cristiana. Il Sacerdote si inchina profondamente, scongiura GESÙ-CRISTO, l’Angelo del gran Consiglio, di supplire alla sua indegnità e presentare Egli stesso alla divina Maestà, nell’alto dei cieli, il Sacrificio che per le sue mani la Chiesa offre in questo momento sull’altare della terra, e degnarsi di riempire di tutte le benedizioni celesti tutti coloro che, i fedeli alla grazia del primo Avvento, trionferanno un giorno nella gloria del secondo. Come per spingere in GESÙ crocifisso dapprima e poi GESÙ glorificato, questa benedizione, egli traccia un segno di Croce sull’Ostia santa, poi sul Calice, poi infine su se stesso che rappresenta là tutti gli eletti. Egli prega poi per tutti coloro tra questi Eletti che soffrono le espiazioni del Purgatorio prima di entrare in cielo, supplicando la misericordia divina « di accordare loro il luogo del refrigerio, della luce e della pace a tutti coloro che riposano nel Cristo, » in questo medesimo Cristo, di cui il Corpo ed il Sangue sono la vittima del Sacrificio di propiziazione che egli celebra. E così si completa intorno a GESÙ, Re della grazia e della gloria, il grande Mistero della Comunione dei Santi, così poco meditato, compreso in questo secolo di naturalismo. La « Comunione dei Santi » è l’unione della Chiesa trionfante, della Chiesa militante e della Chiesa purificante in GESÙ-CRISTO. al Santissimo Sacrificio, questa mirabile comunione, di cui lo Spirito-Santo è l’anima, è manifestata con le invocazioni del Prefazio, del Sanctus e del Communicantes, prima della Consacrazione e, dopo la Consacrazione, con la commemorazione esplicita dei fedeli trapassati. Il Sacerdote, ministro e rappresentante della Chiesa militante, offre un Sacrificio in unione con la Beata Vergine, Regina del cielo, e con la Chiesa angelica, con la Chiesa trionfante dei Santi; ed egli l’offre per i fedeli che riposano « nel sonno della pace, » affinché essi entrino, senza ritardo alcuno, « nel luogo del refrigerio  e della luce. » La preghiera degli Angeli e dei Santi, unita all’altare, a quella del Sacerdote, ottiene alla Chiesa militante e alla Chiesa purgante una effusione sovrabbondante di grazie, di pace e di benedizione. Tutto questo è di insegnamento ed istituzione apostolica. – In mezzo al silenzio delle lunghe preghiere del Canone, il Sacerdote alza solo una volta la voce: è per proclamarsi peccatore ed umiliarsi con tutti i suoi fratelli nella santa presenza di DIO, dell’Eucaristia: « Nobis quoque peccatoribus, » dice battendosi il petto, come il buon pubblicano del Vangelo, come il buon ladrone del Calvario; « e anche a noi peccatori che speriamo nella moltitudine delle sue misericordie, degnatevi di accordare, Signore, un piccolo posto nella società dei vostri Santi e dei vostri Martiri. » Egli ne nomina pure alcuni, tutti dei primi secoli, ma non più, questa volta, tutti martiri a Roma. In questa seconda enumerazione di Santi, si trovano citate diverse Vergini martiri: Agata, Lucia, Agnese e Cecilia, Anastasia, ricordano graziosamente le Vergini sagge della parabola, figure di tutti le anime predestinate.

XXVII

I segni di Croce e le altre misteriose cerimonie che concludono il Canone.

Verso la fine delle preghiere del Canone, il Sacerdote congiunge le mani nel nome di GESÙ-CRISTO perché dice al Padre celeste, « Voi create, Signore, santificate, vivificate, benedite e ci date tutti questi beni. » – « Per Lui, con Lui ed in Lui, vi arriva ogni gloria ed onore, a Voi, DIO, Padre onnipotente, nell’unita dello Spirito-Santo, nei secoli dei secoli. » E dicendo: « Santificate, vivificate, benedite, » il Sacerdote traccia tre segni di croce sull’Ostia ed il Calice uniti; queste non sono benedizioni propriamente dette, ma dei segni destinati ad esprimere dei Misteri. Poi con la santa Ostia che egli tiene con la mano destra, mentre la sinistra mantiene il Calice, egli traccia tre altri segni di Croce all’interno del Calice, sopra il prezioso Sangue; poi due altri segni di Croce, sempre con l’Ostia santa, tra il suo petto ed il Calice; e riportando l’Ostia sopra del calice sul quale egli appoggia le sue due dita, eleva in poco sia il Calice che l’Ostia sul Corporale, ricopre il Calice e fa la genuflessione. È così che terminano le grandi, ineffabili preghiere del Canone. – Ecco in poche parole ciò che richiamano alla nostra fede questi riti pieni di misteri: innanzitutto ed essenzialmente essi ci ricordano la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, discesa, come diciamo subito in virtù del Sacrificio di GESÙ-CRISTO, su tutti gli Eletti, membri viventi di questo divino Capo, per consacrarli e renderli capaci di glorificare degnamente il Padre celeste, con GESÙ e come GESÙ, in tutti i secoli dei secoli. – Ogni benedizione, ogni vita, ogni santità arrivano alle creature da GESÙ, unico Mediatore di DIO e degli uomini; e GESÙ, Autore della natura, della grazia e della gloria, è là, sotto i veli del pane e del vino, con tutte le benedizioni, tutti i tesori di vita e di santità che, dopo il primo momento della creazione deli Angeli e degli uomini, sono stati diffusi nel mondo dal Padre celeste. Dopo aver richiamato questa grande verità con i tre primi segni di croce, il Sacerdote ne esprime un’altra, ancora più profonda. GESÙ-CRISTO, Capo della Chiesa e degli Eletti, compie la sua opera in tre combattimenti, nei quali trionfa di satana e dei peccatori; Egli trionfa dapprima al diluvio con l’acqua; poi sul Calvario con il Sangue; poi infine, Egli trionferà definitivamente ed eternamente quando, scendendo di nuovo sulla terra alla fine della sesta era del mondo, rinnoverà l’universo intero con il fuoco e lo Spirito-Santo. Questi tre trionfi del Cristo non ne fanno che uno, e compongono l’insieme del grande mistero della gloria di DIO e della salvezza delle creature. È questo il senso della parola di San Giovanni, nella sua prima epistola: « Tre sono quelli che rendono testimonianza sulla terra: lo Spirito, l’acqua ed il Sangue, e questi tre sono una sola cosa. » Gli esemplari antichi aggiungevano: « Nel Cristo GESÙ, nostro Signore. » I tre segni di croce che il Sacerdote forma con il Corpo del Signore all’interno del Calice, sul Sangue prezioso, esprimono il triplice trionfo del Figlio di DIO vivente nei suoi Eletti: da Adamo fino al diluvio, poi dal diluvio fino al Calvario, poi dal Calvario fino al secondo Avvento del Redentore. Il Calice rappresenta qui GESÙ trionfante nella gloria del cielo; l’Ostia santa, che contiene lo stesso GESÙ del GESÙ del Calice, lo rappresenta vivente e combattente quaggiù nella sua Chiesa militante, in questa Chiesa che San Paolo chiama « il Corpo del Cristo. » C’è unione intima tra la Chiesa militante e la Chiesa trionfante, tra il combattimento del Cristo ed il trionfo del Cristo, tra il primo Avvento, in cui il Capo della Chiesa universale, immolato sulla Croce, risuscita e sale al cielo, ed il secondo, in cui questo stesso Capo, Re di gloria eterna, chiama a sé, per la resurrezione, tutti i suoi membri umiliati con Lui e li rende partecipi del trionfo, dopo averli resi partecipi delle sue prove. Il doppio segno di Croce che di seguito il Sacerdote traccia con il Corpo sacro di GESÙ, tra il suo petto ed il Calice, raffigura la Chiesa cristiana, combattente in GESÙ-CRISTO, con GESÙ-CRISTO, durante le due ultime età del mondo che devono intercorrere tre il primo ed il secondo Avvento. Quando i tempi saranno compiuti, la Chiesa cesserà di combattere; essa entrerà nella gloria celeste di GESÙ resuscitato; ed allora per GESÙ, con GESÙ, ed in GESÙ, vivendo e trionfando nella sua Chiesa tutta intera, ogni onore e gloria saranno resi a Dio Padre, nell’unità dello Spirito-Santo. Ora il Sacrificio dell’Eucaristia, contiene tutti i misteri di Nostro Signore, quelli che ancora sono da venire e quelli che sono già passati, e ne risulta che la Messa dà a DIO questa gloria in anticipo. Quale Mistero divino è il ministero sacerdotale! E quanto il Sacerdote deve essere santo per toccare, contemplare così da vicino e per compiere Misteri così terrificanti! San Giovanni Crisostomo chiamava le mani consacrate del Sacerdote, « le portanti il Cristo “bajulans Christi”! Egli diceva che esse sono « più splendide dei raggi del sole: solari radio splendidiores », e Tertulliano proclamava che, se mai il peccato viene a profanarle, esse dovrebbero essere con mille ragioni in più, delle mani criminali che scandalizzano gli uomini; perché, queste « scandalizzano il Corpo stesso di Dio:  « O prœcidendæ manus quibus Corpus DEI scandalizatur! »

XXVIII

Il PATER

Il Sacerdote dice ad alta voce, e nella Messa solenne canta l’ultima parola del Canone: « Per omnia sæcula sæculorum » Ciò che ha fatto, durante il lungo silenzio del Canone della Messa, non è altro in effetti, che la rappresentazione sacramentale del Mistero del Re dell’eternità. Il popolo fedele risponde: Amen! … Aderendo così con tutto il cuore a tutto ciò che il Sacerdote ha appena fatto e detto sull’altare. Amen è un atto di fede, di speranza e di adorazione. Il Sacerdote recita il Pater, con gli occhi fissi sull’Ostia santa, non sul Calice; tiene le due mani sollevate ed estese, come al Prefatio (salvo l’indice ed il pollice che devono restare uniti, dopo che hanno toccato il Santo Sacramento). Il Sacerdote stendendo il braccio ricorda innanzitutto che questo è lo stesso Sacrificio, la stessa Vittima del Calvario; ed egli recita, a nome di GESÙ, e GESÙ recita per lui, la preghiera per eccellenza: l’Orazione domenicale, di cui tutte le parole sono un mondo di misteri. Le due mani del Sacerdote richiamano ancora, lo abbiamo detto, i due Serafini di oro puro che si stavano in adorazione a destra ed a sinistra dell’Arca dell’alleanza, ed in generale, tutta la Chiesa angelica che dall’inizio fino alla fine dei tempi, adora con GESÙ-CRISTO, il suo ed il nostro DIO. Esse esprimono anche la fede, la Religione, l’amore dell’Antico e del Nuovo Testamento verso il Figlio di DIO e di MARIA, presente sotto le specie del pane sul Corporale. Alla quarta domanda  del Pater: « Dacci oggi il nostro pane quotidiano, » il Suddiacono alla Messa solenne, risale all’altare, dà la Patena al Diacono che, alla fine della sesta domanda: « Non lasciateci soccombere nella tentazione, » fa la genuflessione e presenta la Patena al Sacerdote; questi, abbassando le due mani, la prende con la mano destra. Alla Messa bassa, la Patena, nascosta dopo l’Offertorio sotto il Purificatoio ed il Corporale, è estratta di là dal Sacerdote, in questo momento del Pater, al termine della sesta domanda, né prima né dopo. Il senso di tutta questa cerimonia è manifesto e molto bello. Le sei domande sacre della preghiera, corrispondono alle sei Età della Chiesa militante: nella quarta età, il Pane vivente è disceso dal cielo; ma il suo popolo non lo ha ricevuto; risalito al cielo, nel giorno della sua Ascensione, ne ridiscenderà alla fine della sesta età, e troverà Israele convertito; il Sacerdote vede oramai il Suddiacono a lato del Diacono sull’altare, ed entrambi lo servono fino alla fine della Messa. la tentazione, di cui è detto alla sesta domanda, è senza dubbio, in maniera generale, la guerra incessante ed accanita che ci porta satana; ma è soprattutto la tentazione suprema che riassume tutte le altre e che coronerà la lotta sacrilega di satana e del mondo contro il Cristo e la Chiesa: l’apparizione dell’anticristo. Nel Vangelo, GESÙ ci predice che « … questa tribolazione sarà tale che non ce ne è stata una simile dall’inizio della creazione; » (Erit enim tunc tribulatio magna, qualis non fuit ab initio mundi, usque modo, neque fiet. – Ev. Matth., XXIV) e ci spinge a chiedere di non vivere in quei tempi. Egli ci fa dire nel Pater: « Ne nos inducas in tentationem », cioè “non conduceteci alla grande tentazione; non permettete che abbiamo ad attraversare questa prova”.  Il Sacerdote abbassando le due mani dopo questa sesta domanda, rappresenta alla nostra fede, alla nostra speranza ed al nostro amore, il Redentore discendente dai cieli, facendo cessare la lotta con il suo secondo Avvento. La settima domanda del Pater: « … Ma liberaci dal male », si riferisce al riposo della Chiesa dopo il lavoro delle sei Età, dopo la sua lotta di seimila anni contro satana ed il mondo. Nella creazione soprannaturale, che è la Chiesa, ci sono, come nella creazione naturale, sei giorni di lavoro, seguiti da un giorno di riposo. Il settimo giorno deve essere diverso dagli altri: questo è espresso dalla parola “sed”, che indica un cambiamento, una opposizione. Questa sarà la pace opposta alla guerra; il riposo, dopo il lavoro della lotta. Allora la Chiesa, resuscitata e glorificata con il suo Capo regnerà eternamente con Lui. – La questione è quella di sapere se questo regno sarà immediatamente la beatitudine eterna assoluta, oppure se, prima del cielo propriamente detto, ci sarà, per GESÙ-CRISTO e per la Chiesa, un’epoca di trionfo e di gloria sulla terra, un regno visibile benché tutto spirituale, di GESÙ-CRISTO e di tutti i suoi Eletti, una manifestazione terrena e temporale del loro trionfo celeste e della loro gloria eterna. In altri termini, la questione è di sapere se il secondo Avvento del Figlio di DIO non sarà un’epoca, come lo è stata la prima, e se, dopo la Resurrezione degli Eletti, non ci sarà per essi, fino alla loro Ascensione definitiva al cielo, un’età, un’epoca di trionfo, corrispondente ai quaranta giorni trascorsi tra la Resurrezione e l’Ascensione di GESÙ. Comunque sia, la settima domanda del Pater, che la Chiesa mette sulla bocca del servente, cioè il popolo cristiano è una preghiera di liberazione. È come se i fedeli dicessero al Signore: « Liberaci dal male, cioè da satana, dal peccato, dalle conseguenze del peccato e dall’inferno, per i meriti di Figlio vostro GESÙ, immolato su questo altare a gloria vostra e per la salvezza del mondo. » Amen, così sia, è il coronamento del Pater e della settima domanda; così come la beatitudine nel Paradiso sarà il coronamento e la consumazione del riposo trionfale della Chiesa. Il numero otto è, nel simbolismo cristiano, il numero della beatitudine e l’ottava è la perfezione, il fine ultimo raggiunto.

I SANTI MISTERI (6)

G. De SEGUR: I SANTI MISTERI (6)

[Opere di Mgr. G. De Ségur, Tomo X, 3a Ed. – LIBRAIRIE SAINT- JOSEPH TOLRA, LIBRAIRE-ÉDITEUR, 112, RUE DE RENNES, 112 – 1887 PARIS, impr.]

XXII

Dalle oblazioni fino al Canone della Messa

In vista dei gradi misteri figurati da tutto ciò che precede, la Chiesa vuole che il Sacerdote si ricordi che egli non è dopotutto che un uomo ed un peccatore, indegno di offrire un sì augusto Sacrificio: egli si inchina dunque profondamente, rinnova l’espressione della contrizione per i suoi peccati e l’umiliazione che ne prova; poi si rialza, leva gli occhi e le mani verso il Crocifisso e fa un gran segno della Croce sull’Ostia e sul Calice, per ricordare ancora che il Sacrificio che sta per offrire è lo stesso di quello della Croce, e per sottolineare l’unità di fede e di Religione tra la Legge antica, che rappresenta più direttamente la Patena e l’Ostia, e la Legge della grazia, che rappresenta il santo Calice. Bisogna osservare, in effetti, che il calice è coperto da un velo, che si chiama Palla, e che il vino benedetto è così sottratto allo sguardo del Celebrante, mentre il pane resta visibile e scoperto. Questo significa che il Sacrificio della nuova Alleanza era ancora nascosto agli occhi dell’antico sacerdote, mentre gli era dato di vedere e toccare i sacrifici figurativi e le vittime del culto mosaico. – La Palla, non era un tempo che il Corporale ripiegato sul Calice; per maggiore comodità, si sono fatti del Corporale e della Palla dei veli sacri separati. Questa comunità di origine e di destinazione è la ragione per la quale le Palle devono essere, come il Corporale, di semplice lino bianco, senza ricami; lo si appesantisce un poco per facilitarne l’uso. Il Sacerdote si porta poi al lato dell’Epistola, e là si lava le mani. È un ricordo degli usi antichi: già al momento dell’Offertorio, i fedeli portano all’altare, ed in quantità spesso considerevole, il pane ed il vino del sacrificio, così come dell’olio e della cera per i bisogni del culto divino. Nel nome di Nostro-Signore, il celebrante riceve egli stesso queste offerte; il Diacono, ed il Suddiacono riservano ciò che è attualmente necessario per la Messa; il resto era destinato a nutrire il clero ed i poveri. Il Sacerdote andava dunque naturalmente a lavarsi le mani dopo l’offerta. La Chiesa ha voluto conservare questo lavaggio di mani, per ricordare innanzitutto ai suoi ministri l’estrema purezza di coscienza con la quale essi dovevano servire DIO all’altare. – Il costume di presentare il pane benedetto in questo momento della Messa è un residuo di questa pratica dei tempi antichi. – Tornato in mezzo all’altare, il celebrante si inclina, richiama l’intenzione generale dell’oblazione del Santo-Sacrificio a gloria della Santissima Trinità ed in onore della Santa Vergine, dei santi Apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi; poi bacia l’altare, si volge verso il popolo e gli domanda di raddoppiare le preghiere, perché il gran momento si avvicina. Egli recita la “Secreta”, orazione così chiamata perché non si recita né ad alta voce né con il canto; essa è simbolo della preghiera interiore e sconosciuta degli uomini, infusa da Nostro-Signore nel cuore dei suoi fedeli. – All’altare, il Sacerdote è tutto in GESÙ-CRISTO; a misura che egli va avanti nella Messa, è sempre più nei cieli e nel Cristo, « in cœlestibus, in Christo; » come dice San Paolo.  È là che alza la voce per fare intendere la parola dell’eternità: Per omnia sæcula sæculorum. Egli raccomanda a tutti gli assistenti di elevare con lui i loro spiriti ed il loro cuore ed applicarli al Signore GESÙ; egli rende grazie al buon DIO di tutte le sue misericordie, ricorda il mistero del giorno, si unisce agli Angeli ed agli Arcangeli, alle Virtù dei cieli, alle Potenze, ai Principati, ai Troni, ai Cherubini ed ai Serafini, per GESÙ-CRISTO Nostro Signore, loro e nostro Re; per GESÙ-CRISTO, la Vittima celeste, che si appresta a discendere sull’altare, scortato da tutti i suoi Angeli. Poi abbassando e giungendo le mani, egli si inchina per dire con essi sulla terra, ciò che essi dicono eternamente nel cielo: « Santo, Santo, Santo, è il Signore, DIO degli eserciti. » La Santa Chiesa fonde qui il cantico dei Serafini, con l’Osanna trionfale del popolo di DIO, acclamante il Cristo alla sua entrata in Gerusalemme: « Benedictus qui venit in nomine Domini, Hosanna in excelsis. » La Chiesa angelica e tutta la Chiesa della terra vanno ad unirsi, a raggrupparsi intorno al loro unico Signore GESÙ, nel momento in cui rientra di nuovo, attraverso la mistica porta dell’Eucaristia, nella sua cara Gerusalemme, in mezzo alla sua Chiesa, che è il suo cielo terrestre, al fine di esservi di nuovo offerto in Sacrificio per la salvezza del suo popolo. Ed è così, piuttosto nel cielo che sulla terra, che comincia la parte più venerabile, sublime della Messa, conosciuta con il nome greco di Canone, cioè “regola”, perché le preghiere e le cerimonie che la compongono non variano mai, qualunque sia la Messa che si celebra. – La maggior parte delle preghiere del Canone della Messa, sono di origine apostolica, e sono state affidate alla Chiesa dall’Apostolo San Pietro e dai suoi primi successori. Esse sono così sacre, che sarebbe un errore grave ometterne volontariamente anche la minima parte. A partire del quarto secolo, le preghiere del canone della Messa non hanno ricevuto altra modifica che con l’aggiunta di due parole (Diesque nostros in tua pace disponas, — sanctum sacrificium, immaculatum hostiam.). Il Papa San Gregorio Magno ne è l’autore, e negli Atti del suo Pontificato, si riporta questo fatto come un vero avvenimento, tanto è sacro alla Chiesa stessa il carattere tradizionale delle preghiere del Santo Sacrificio. Se è rigorosamente proibito ai Sacerdoti interrompere le preghiere liturgiche della Messa con delle preghiere personali, a maggior ragione è proibito ogni esclamazione di devozione, durante il Canone. – Io ho una volta sentito in un seminario, un buon uomo affetto da reumatismi, che dall’inizio alla fine della Messa, alzava al cielo tante devote orazioni giaculatorie, a volta pianti e gemiti pii. Si sentiva, ogni tanto, anche durante il Canone, esclamare: « Ah! Signore, io vi amo! Mai sono stato così malato … mio DIO, suscipe spiritum meum!… Mio GESÙ! Miserere! Mio DIO, Santa-Verine, io ve l’offro … Oh! la, là! » etc., etc. – Un giorno, l’autorità diocesana aveva ordinato delle pubbliche preghiere il cui carattere politico spiaceva a quest’uomo, e cominciò la Messa brontolando e senza aver voluto recitare dapprima le preghiere indicate. Nel bel mezzo del Canone ecco che un rimorso lo prese; egli si arresta, riflette; e poi, voltandosi verso il suo servente, gli dice con voce cavernosa e con aria contrita: « Credo che ci sia dell’antipatia, » e scende dall’altare, si mette in ginocchio ed invita tutti alle lunghe preghiere ordinate dal Vescovo (!!!); poi continuò tranquillamente il Canone. Ecco come le persone più sante si espongono a delle cose che materialmente sarebbero dei peccati mortali, a degli inconvenienti realmente ridicoli, per questo solo fatto che non tengono conto che ci siano delle regole austere ed obbligatorie della liturgia. Noi non sapremmo mai insistere tanto su questa obbedienza alla lettera. Al di fuori di questo, non c’è che liberalismo liturgico.

XXIII

Dal Canone della Messa fino alla Consacrazione

Il Sacerdote comincia queste sante preghiere, profondamente inchinato in mezzo all’altare che egli in seguito bacia, attingendo da GESÙ, nel seno del Padre, la benedizione che effonde con un triplice segno di Croce sul pane ed il vino del Sacrificio già tante volte benedetti e santificati. Li chiama anche non più solamente doni, offerte, ma ancora: « sacrifici santi e senza macchia. » La triplice benedizione significa il DIO unico, Padre, Figlio e Spirito Santo, che benedice e santifica le oblazioni con la Croce del Redentore. Tre nomi vengono qui dati a queste oblazioni che stanno per diventare il Corpo ed il Sangue di GESÙ: “dona” , perché è il dono gratuito e misericordioso del Padre; “munera”, perché è il tributo della Religione, di adorazione, di azione di grazie, di preghiere ed espiazione, che il Verbo incarnato ha pagato alla sovrana maestà di DIO; “sancta sacrificia”, perché il tributo non è stato pagato se non con il sacrificio, ed il Sacrificio non è stato offerto da GESÙ che nell’ardore dello Spirito Santo, il quale è stato il fuoco dell’olocausto, in cui « GESÙ si è offerto al Padre come un agnello immacolato. » Queste parole dona, munera, sacrificia, sono al plurale e non al singolare; perché benché il sacrificio di GESÙ-CRISTO, che sta per essere rinnovato sull’altare, sia unico, si presenta nondimeno accompagnato da numerosi sacrifici dei membri del Salvatore, che sono tutti i suoi fedeli, e che formano con Lui una sola Persona morale, « Christus totus, il Cristo intero, » come dice Sant’Agostino. Le oblazioni cambiate in Corpo e Sangue del Salvatore, hanno come scopo finale, di passare, con la Comunione, nei fedeli, e consumare questo mistero di unione, questa unità di Sacrificio. – Il Sacerdote prega nominativamente per il Papa, per il Vescovo e la diocesi e per tutti i fedeli che egli presenta a Dio come facente uno con Lui nella carità. (In Francia ed in qualche altro Paese, si aggiunge, per espressa concessione della Santa Sede, il nome del Sovrano, dopo quello del Vescovo. Ma occorre notare qui una importante osservazione. Un tempo, quando la società era costituita regolarmente e cattolicamente, il Re Cristiano faceva ufficialmente parte della Chiesa a titolo di « Vescovo di fuori, » braccio destro, difensore e figlio primogenito della Chiesa nel suo regno! A causa di ciò si doveva dire: « Una cum Papa nostro N. et Antistite nostro N. e rege (o imperatore) nostro N. et omnibus catholicæ et apostolicæ fidei cultoribus. ». Ora che l’ordine provvidenziale della società è scompaginato, il Sovrano non fa più parte ufficiale della Chiesa che a titolo di semplice battezzato e non più a titolo gerarchico, soprattutto quando non è per nulla consacrato. Così nella concessione Apostolica si è stabilito di aggiungere davanti al nome del Sovrano una parola che sembra insignificante a prima vista, ma che esprime perfettamente il cambiamento della situazione che veniamo a segnalare. Si deve dire « et PRO Rege (o imperatore) N … ». questo “pro” è sufficiente a separare il nome del Sovrano moderno dal nome del Papa e del Vescovo, oramai soli, gerarchi o capi ecclesiastici, ed il povero Sovrano decaduto dal suo antico e sublime privilegio, non è più considerato ufficialmente dalla Chiesa che come un semplice Cristiano, per il quale non è espediente pregare nominativamente, a causa dell’immensa influenza che può egli avere per il bene come per il male negli affari della Chiesa. In questo punto del Canone quindi, si è stabilito di dire: « Una cum Papa nostro N. et Antistite nostro N. et pro imperatore o rege nostro N., et omnibus, etc. » Questa formula è obbligatoria; è stata decretata dalla Congregazione dei Riti). – A questa commemorazione della Chiesa militante, si aggiunge immediatamente la commemorazione della Chiesa trionfante. Con le mani unite e stese, si fa memoria solenne della Santissima Vergine, Madre di DIO, di tutti gli Apostoli, dei primi Papi e dei principali Martiri della Chiesa di Roma, Madre e Maestra di tutte le Chiese. Egli entra in comunione intima con tutta la corte celeste, tutti i beati abitanti si inchinano davanti a noi in GESÙ-CRISTO, realmente e corporalmente presente sui nostri altari. Il Sacerdote congiunge le mani in segno di questa unione religiosa della Chiesa del cielo e della Chiesa della terra. Successivamente, stendendo le mani, con i due pollici sempre incrociati (il destro sul sinistro, perché la Croce è il punto di unione dei due Testamenti, il punto di unione del cielo e della terra), egli copre per così dire l’Ostia ed il Calice, caricandosi prima di tutti i peccati che si è degnato di espiare sulla Croce, l’Adorabile Vittima del Sacrificio. Già il Sommo Sacerdote di Israele stendeva allo stesso modo le mani su due capri, caricandone uno di tutti i peccati del popolo, e per questa ragione lo votava alla morte, e liberando l’altro, facendolo condurre nel deserto, dopo averlo ornato con strisce rosse, segno del sangue sparso per la redenzione del popolo. Secondo San Cirillo di Gerusalemme, san Dionigi l’Aeropagita ed altri antichi Padri, questi due capri, l’uno sacrificato, e l’altro mandato vivente nel deserto, profetizzavano e simbolizzavano il divino Redentore, immolato per i peccati del suo popolo e resuscitato per comunicare ai suoi fedeli la vita nuova, la grazia, la salvezza nello Spirito-Santo. Il deserto è il mondo privo di DIO, a causa del peccato. Ma l’imposizione delle mani sull’Ostia ed il Calice, cela un mistero ancora più profondo, vale a dire l’incubazione dello Spirito Santo, Creatore e Santificatore di queste oblazioni che, con la sua virtù onnipotente, vengono transustanziate nel Corpo e Sangue di GESÙ. Le antiche liturgie greche ritornano spesso su questa misteriosa incubazione dello Spirito-Santo, nel momento del Mistero eucaristico. E così, il prete, dopo aver convocato tutta la Chiesa degli Angeli e dei Beati al divino Sacrificio, fa scendere sulle oblazioni lo Spirito-Santo stesso, lo Spirito di GESÙ, lo spirito di vita eterno che è la vita, la gioia e la beatitudine degli Angeli e dei Santi, affinché si degni di operare con le sue mani consacrate l’ineffabile miracolo e mistero della transustanziazione. Il Sacerdote si raccoglie e porta davanti al petto le sue mani giunte; il momento solenne si avvicina. Egli traccia dapprima tre grandi segni di Croce sia sull’Ostia che sul Calice, poi un altro segno di croce separatamente sull’Ostia ed un altro sul Calice, pregando il Signore che si degni di fare di queste sante oblazioni il Corpo ed il Sangue del suo unico Figlio, GESÙ-CRISTO. I tre grandi segni di Croce che il Sacerdote ha tracciato sulle due oblazioni unite ricordano che il mistero di GESÙ-CRISTO, riassunto e contenuto interamente nel Sacrificio dell’Eucaristia, è stato, fin dalle origini, la benedizione del mondo, il quale è stato creato in vista del Cristo avvenire; che questo mistero è stato realizzato, nel mezzo dei tempi, dal primo Avvento del divino Salvatore; ed infine che sarà consumato dal secondo Avvento, quando GESÙ e la sua Chiesa trionferanno per sempre. Per la virtù onnipotente della Santissima Trinità e per il segno della Croce, il Sacerdote domanda che la sua oblazione sia benedetta dapprima « benedictam» dal Cristo che la realizza in Sé medesimo, perché la sua incarnazione redentrice è sostanzialmente il decreto eterno del Padre, e GESÙ è in Persona il libro della vita nel quale saremo tutti iscritti; infine, che l’oblazione eucaristica sia ratificata, consumata «ratam» dalla virtù dello Spirito-Santo che coprendola, avvolgendola con la sua ombra, la transustanzia in maniera ineffabile. Tracciando poi il segno della Croce sull’Ostia dapprima, poi sul Calice, il Sacerdote chiede che il pane diventi il Corpo, e che il vino diventi il Sangue di GESÙ-CRISTO.Dopo di questo non gli resta che far memoria della Cena del Signore, e consacrare, come GESÙ, con GESÙ ed in GESÙ. Dopo il Sanctus, il servente Messa ha dovuto accendere un cero all’esterno dell’altare, dal lato dell’Epistola, in segno della fede viva del popolo Cristiano nei santi misteri che si stanno operando. Alla Messa bassa pontificale, come alla Messa solenne, si accendono due ceri, uno a destra, l’altro a sinistra (Benché questa rubrica sia in pieno vigore per i due ceri o torce della Messa bassa pontificale, essa è decaduta quasi dappertutto e desueta; ed anche a Roma si accenda raramente, alle Messe dei Sacerdoti semplici, il cero del Sanctus. Io credo che sia meglio osservare questo uso; ma è certo che non sia più obbligatorio). Tutti i preparativi sono terminati; il momento santissimo della Consacrazione è venuto; il silenzio più assoluto deve regnare in tutta la chiesa; tutti devono inchinarsi profondamente attendendo la venuta del Re degli Angeli, del Signore del cielo e della terra. 

XXIV

La Consacrazione e l’Elevazione.

Solo in piedi tra il popolo prosternato, il Sacerdote, unendosi più che mai al Sacerdote eterno, che abita e che opera in lui, prende l’Ostia tra il pollice e l’indice di ciascuna delle sue mani consacrate; egli ricorda che GESÙ, prima di cambiare nel cenacolo, il pane nel suo Corpo, alzò gli occhi verso il cielo, benedisse il pane e proferì le parole della Consacrazione: egli fa lo stesso, o piuttosto non è lui, ma è GESÙ che fa tutto questo per lui, con lui ed in lui. Dopo un’ultima benedizione, un ultimo segno di croce dato a questo pane predestinato, egli si inclina sull’altare e con la sua bocca, il Figlio di DIO pronunzia le parole divine, onnipotenti, che cambiano la sostanza del pane nella sostanza stessa del Corpo vivente e celeste di GESÙ-CRISTO. Subito il Sacerdote fa la genuflessione, lentamente, con profonda religione, con gli occhi sempre fissati sull’Ostia adorabile. Poi, rialzatosi e tenendo la santa Ostia con le due mani, la eleva, con gran rispetto, per mostrarla al popolo e fargliela adorare. Come è grande! Come è bello! Ecco l’antico ed il nuovo Testamento uniti nella stessa fede, nella stessa adorazione, mostrando il loro unico Signore, il loro CRISTO prediletto, il Mediatore della loro Religione, la Vittima della loro salvezza, il loro Creatore, il loro DIO. È il primo avvento di GESÙ. Ecco la Chiesa degli Angeli adorante, in unione con la Chiesa della terra, il suo Signore, il suo Re, il suo DIO, corporalmente presente sotto le specie eucaristiche, presente con esse sulla terra, e nondimeno sempre immutabile in cielo nella sua gloria! Ecco la realizzazione dell’antica visione del Profeta Ezechiele, in cui il Cristo venturo gli fu mostrato in mezzo al fuoco dello Spirito Santo, portato dai quattro grandi Serafini che presiedono all’organizzazione del mondo materiale in generale, ed in modo sovreminente, alla santissima umanità del Salvatore, simbolizzata e profetizzata dalla creazione del sole al quarto giorno. GESÙ, nel Santo Sacramento dell’altare, è il sole del firmamento della Chiesa; il suo sacro Corpo, adorabile e deificato, è il riepilogo delle meraviglie del mondo della materia: in cielo Egli è sostenuto ed adorato dai quattro Serafini della visione; sulla terra, sull’altare è sostenuto dalle quattro dita consacrate del Sacerdote, ministro terrestre del suo grande Sacrificio e del suo grande Sacramento. Il Sacerdote deposita con grande rispetto il Santo Sacramento sul Corporale e lo adora una seconda volta con una genuflessione. Poi, rialzandosi, prende il Calice con le sue due mani riunite, come GESÙ l’ha preso nel Cenacolo, lo benedice con Lui e per Lui, si inclina sull’altare e proferisce a voce bassa le parole con le quali GESÙ ha consacrato per primo, e continua a consacrare con i suoi Sacerdoti, il vino nel suo prezioso Sangue. Da questo momento, la sostanza del vino, benché conservi il suo colore, il suo gusto, le sue proprietà e le sue apparenze naturali, si trova cambiato, per l’onnipotente virtù del Signore, nella sostanza stessa del suo Sangue divino. E come dopo la resurrezione, questo Sangue è inseparabile dal Corpo, dall’Anima e dalla divinità di GESÙ, GESÙ intero, GESÙ vivente, GESÙ glorificato, è là presente nel Calice, sotto le apparenze del vino, ed in ciascuna delle gocce che lo compongono. Naturalmente è lo stesso per la santa Ostia e le sue minime particelle: ognuna di esse contiene il Verbo incarnato tutto intero, vivente e glorioso. Il Sacerdote, durante la consacrazione del Calice, lo tiene con la mano destra e con la mano sinistra solo lo sostiene in basso: alla nuova Alleanza appartiene in effetti direttamente il Sacrificio dell’Eucarestia, consumato dalla consacrazione della seconda specie sacramentale; l’antica Alleanza ha avuto, come principale missione, quella di prepararlo. Gli appartiene, è vero, ma a titolo meno immediato. Queste due mani ricordano ancora, amiamo ripeterlo, l’unione degli Angeli e degli uomini, della Chiesa del cielo e della Chiesa della terra, nella Religione che riassume il Sacrificio eucaristico del Figlio di DIO. La mano superiore esprime la Chiesa del cielo; l’altra la Chiesa della terra, ancora militante e soggetta all’infermità. – Il Sacerdote fa con il Calice ciò che ha fatto con la santa Ostia; egli l’adora; lo eleva e lo presenta all’adorazione dei fedeli; dopo averlo ricoperto, stende le braccia e le mani, come in precedenza, e continua sempre, con tono basso, le preghiere del Canone. Al Sacerdote è proibito, tanto sante sono le parole della Consacrazione, lasciare che si intendano intorno. Si dice generalmente che sarebbe peccato grave pronunziare queste parole a voce alta perché le possano ascoltare a tre o quattro passi. Non c’è nulla di più sacro, di più formidabile, di più ineffabile nella lingua umana; queste sono le stesse parole del Verbo incarnato, pronunciate dalle labbra dell’uomo: nessun uomo deve ascoltarle! – Io assistevo un giorno alla Messa di un Sacerdote, del resto molto rispettabile e di molto zelo per le anime; io sentivo, con meraviglia e pena, pronunziare forti le parole della Consacrazione, tanto che sembrava pregasse. Io non mi sono potuto esimere, dopo la Messa, dal seguirlo in sacrestia e richiamare, con ogni riguardo possibile, la sua attenzione su una così grave violazione. « Io vi ringrazio, mi rispose con una strana bonomia; ma io do poca importanza a queste cose! » Non è stupefacente? E, lo ripeto, era un uomo molto degno. Soltanto, occorre riconoscerlo, egli aveva, in fatto di obbedienza e di scienza liturgica, o una negligenza o una ignoranza imperdonabile! E c’è un altro abuso che si presenta molto spesso: temendo di non pronunciare sufficientemente le parole sacramentali, certi Sacerdoti fanno, nel pronunziarle, degli sforzi di gola molto penosi da sentire e veramente molto sconvenienti. Per quanto incomparabilmente sante che esse siano, queste parole devono essere dette dal Sacerdote assai semplicemente, soavemente come quelle del Figlio di DIO alla santa Cena; noi dobbiamo proferirle con grande amore per GESÙ e per le anime. Mi si è parlato di un povero Curato molto scrupoloso che restava talvolta (è un fatto storico!) tre quarti d’ora a sudare sangue ed acqua, e a riprendersi fino a dieci, dodici, quindici volte; lo si sentiva, anche questi, fino al centro della chiesa; egli si eccitava, si incoraggiava da sé, interrompendo le divine parole del Sacramento con interiezioni assolutamente proibite, come queste: « Andiamo! … Bene! … è così! … Si! » etc. – La semplicità nella pietà e nell’obbedienza liturgica è dunque una buona cosa! Consacriamo come GESÙ, con GESÙ, in GESÙ.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI (… E SCISMATICI) DI TORNO: S. S. LEONE XIII – INSCRUTABILI DEI CONSILIO

Con questa “robusta” lettera Enciclica, il Santo Padre, appena insediato sulla Cattedra di Pietro, inaugura la lunga serie delle sue sollecitazioni, avvisi, consigli, tentativi riparativi, esortazioni pastorali, morali, teologiche ed altro contenute nei suoi numerosissimi, opportuni e fondamentali documenti, che lo annoverano tra i Papi più prolifici – da un punto di vista dottrinale – di ogni tempo, a difesa dei diritti della Sacrosanta Sede Apostolica, della Santa Chiesa di Dio, cioè dell’unica e vera Chiesa fondata da Cristo-Dio, cioè la Chiesa Cattolica Romana, dei popoli Cristiani, ed in definitiva dei diritti di Dio, diritti ai quali ogni uomo, volente o nolente, istruito o non edotto, giusto o peccatore, così come tutti i popoli del pianeta, sono tenuti ad essere soggetti e devono osservare strettamente in vista della salute eterna dell’anima e del benessere sociale e civile delle Nazioni. Vengono tracciate subito le linee di un Pontificato energico e di grandissimo vigore, in difesa di Dio e della Chiesa, e soprattutto del Pontificato che è la “vera” PIETRA, sulla quale si fonda tutta l’opera di Dio e del Figlio suo Unigenito Gesù-Cristo. Questa è la PIETRA di scandalo che il demonio, con i suoi adepti, ha sempre tentato di infrangere, con il risultato già dal Divin Maestro annunciato nella sua evangelica predicazione, di vedersi sfracellati e miseramente tramortiti, come è già successo a persecutori armati, principi, re, imperatori, ad eresiarchi e scismatici vari in ogni epoca. Ogni qual volta ci si è accaniti contro la Sede Apostolica ed il Vicario di Cristo, il risultato è stato sempre il medesimo: la distruzione totale e la sparizione dalla faccia della terra di quelli che si sono prestati all’opera temeraria e fallace, oltre al premio eterno che sicuramente satana riserva ai suoi più “fedeli” adepti. Oggi siamo nella situazione peggiore di sempre, oggi che le forze del male stanno attuando una strategia nuova, di azione distruttiva interna nella Chiesa, oltre che di dissolvimento sociale e civile mediante le conventicole massoniche disseminate in ogni ambito. Ma la vera strategia, apparentemente vincente, la stanno attuando i falsi prelati e i finti religiosi della quinta colonna, gestita dalle logge degli “Illuminati” che, una volta modificata e ribaltata la dottrina di Cristo, stanno propinando un falso culto agli ignari, ma colpevolmente ignoranti, fedeli a-cattolici dalle roccaforti della setta del Novus Ordo e della falsa chiesa dell’uomo – di “montiniana” fattura – da un lato, ma scaltramente pure da scismatici ed eretici pseudo-tradizionalisti tra i quali, guarda caso, occupano il primo posto i “fallibilisti” lefebvriani, e l’arcipelago delle sette sedevacantiste, che giungono addirittura a negare, con una sfacciataggine che ha dell’inverosimile, una verità di fede espressamente affermata e riaffermata da Gesù-Cristo e dalla sua Chiesa in diverse occasioni, dai Concili, dal Magistero, da tutta la Teologia dogmatica, dai Dottori e dai Padri della Chiesa, dalla Tradizione apostolica, da ogni fedele che abbia un minimo di sale nella zucca: che la Sede Apostolica è vacante da ben oltre sessanta anni, e la cui rioccupazione è demandata a … data da destinarsi. Sappiamo che lo scisma (delle sette sedevacantiste, come di quelle dei “classici” protestanti occidentali e degli scismatici orientali e bizantini), costituisce un peccato grave, oltre che eresia condannata con diverse censure, peccato oltretutto contro la Carità [come tutti i manuali di teologia morale insegnano], e San Paolo ci assicura che se non si ha la carità sono inutili i miracoli, i carismi anche i più straordinari, l’immolazione del proprio corpo dato alle fiamme, tutte le opere umane, etc. … come si legge nella prima lettera ai Corinti al ben noto capitolo XIII. Ma questo accecamento umanamente inspiegabile perché mai? Esso veramente è l’opera di satana volta contro il Vicario di Cristo, di cui oggi si nega perfino l’esistenza, o se ne ammette uno ( … o udite, udite, che orrore! …) … anzi due contemporaneamente reggenti, che sono eretici ed insegnano l’errore! Veramente questo è l’attacco più vergognoso e grave che mai sia stato sferrato contro il Papa, contro la Sede Apostolica e contro la Chiesa di Cristo. Ma ancora una volta, il “pusillus grex” Cattolico, ostinatamente stretto, mediante la Dottrina, a Gesù-Cristo, ha piena fiducia nel suo Capo celeste (… non prævalebunt!), nel suo Vangelo e, pur sapendo che lo aspetta un doloroso martirio, attende con fiducia che i nemici di Cristo siano sbaragliati rovinosamente e la sua Chiesa rifulga dello splendore che solo la Sposa Immacolata di Cristo può avere, e che sempre avrà fino alla fine dei tempi ( et IPSA conteret …). Facciamo quindi nostre le parole del Santo Padre Leone XIII, così profeticamente lungimiranti e conserviamole nel cuore e nella mente, in attesa della novella manifestazione dell’Opera di Dio (della quale l’“opus Dei” è una parodia luciferina), una volta cessata l’Eclissi della Chiesa, preannunciata a La Salette dalla Madre di Cristo e nostra, la Vergine Maria, alla quale il divin Figlio ci ha affidato a nostra protezione e salvezza, ed …. Ella sola schiaccerà il capo del serpente maledetto … non dubitiamo, e ricordiamo che  “ … Qui mange le Pape, meurt”.

Leone XIII
Inscrutabili Dei consilio

Ad Patriarchas, Primates, Archiepiscopos

et Episcopos universos Catholic Orbus

 gratiam et communionem

cum Apostolica Sede habentes

Lettera Enciclica

Non appena, per arcano consiglio di Dio, fummo, sebbene immeritevoli, innalzati al vertice dell’Apostolica dignità, sentimmo vivissimo il desiderio e quasi il bisogno di rivolgerci a Voi non solo per esprimervi i sensi dell’intimo Nostro affetto, ma anche per soddisfare all’ufficio divinamente affidatoci di rafforzare Voi, che siete chiamati a partecipare della Nostra sollecitudine, a sostenere insieme con Noi l’odierna lotta per la Chiesa di Dio e per la salute delle anime. – Infatti fino dai primordi del Nostro Pontificato si presenta al Nostro sguardo il triste spettacolo dei mali che da ogni parte affliggono il genere umano: questo così universale sovvertimento dei principi dai quali, come da fondamento, è sorretto l’ordine sociale; la pervicacia degl’ingegni intollerante di ogni legittima autorità; il perenne stimolo alle discordie, da cui le contese intestine e le guerre crudeli e sanguinose; il disprezzo delle leggi che proteggono costumi e giustizia; l’insaziabile cupidigia dei beni caduchi e la noncuranza degli eterni, spinta fino al pazzo furore che induce così spesso tanti infelici a darsi la morte; la improvvida amministrazione, lo sperpero, la malversazione delle pubbliche sostanze, come pure l’impudenza di coloro che con perfido inganno vogliono essere creduti difensori della patria, della libertà e di ogni diritto; infine quella letale peste che serpeggia per le più riposte fibre della società umana, la rende inquieta, e minaccia di travolgerla in una spaventosa catastrofe. – La causa principale di tanti mali è riposta, ne siamo convinti, nel disprezzo e nel rifiuto di quella santa ed augustissima autorità della Chiesa, che in nome di Dio presiede al genere umano, ed è garante e sostegno di ogni legittimo potere. I nemici dell’ordine pubblico avendo conosciuto ciò, non ravvisarono mezzo più acconcio per scalzare le fondamenta della società che quello di aggredire costantemente la Chiesa di Dio, e con ingiuriose calunnie presentarla impopolare, e odiosa, quasi si opponesse alla vera civiltà; indebolirne ogni giorno con nuove ferite l’autorità e la forza, per abbattere il supremo potere del Romano Pontefice, custode e vindice sulla terra degli eterni ed immutabili principi di moralità e di giustizia. Di qua ebbero origine le leggi contro la divina costituzione della Chiesa Cattolica, che con immenso dolore vediamo pubblicate in molti Stati; di qua il disprezzo dell’Autorità Episcopale, e gli ostacoli all’esercizio del ministero ecclesiastico; la dispersione delle famiglie religiose, la confisca dei beni destinati al sostentamento dei ministri della Chiesa e dei poveri; la sottrazione dei pubblici istituti di carità e beneficenza dalla salutare direzione della Chiesa; la sfrenata libertà del pubblico insegnamento e della stampa, mentre in tutti i modi si calpesta e si opprime il diritto della Chiesa all’istruzione e all’educazione della gioventù. – Né ad altro mira l’usurpazione del civile Principato, che la divina Provvidenza ha concesso da tanti secoli al Romano Pontefice perché potesse esercitare liberamente e senza impaccio la potestà conferitagli da Cristo per l’eterna salute dei popoli. – Abbiamo voluto, Venerabili Fratelli, ricordarvi questo cumulo funesto di mali, non già per aumentare in Voi la tristezza che questa lacrimevole condizione di cose V’infonde nell’animo, ma perché Vi sia appieno palese a quale gravissima condizione siano condotte le cose che debbono essere l’oggetto del nostro ministero e del nostro zelo, e con quanto impegno sia necessario adoperarci per difendere e tutelare come possiamo la Chiesa di Cristo e la dignità di questa Sede Apostolica, assalita specialmente in questi tempi calamitosi con indegne calunnie. – È chiaro, Venerabili Fratelli, che la vera civiltà manca di solide basi, se non è fondata sugli eterni principi di verità e sulle immutabili norme della rettitudine e della giustizia, e se una sincera carità non lega fra loro gli animi di tutti e ne regola soavemente gli scambievoli uffici. Ora, chi oserà negare essere la Chiesa quella che, diffuso fra le nazioni il Vangelo, portò la luce della verità in mezzo a popoli barbari e superstiziosi, e li mosse alla conoscenza del divino Creatore e alla considerazione di se stessi; che abolendo la schiavitù richiamò l’uomo alla nobiltà primitiva di sua natura; che spiegato in ogni angolo della terra il vessillo della redenzione, introdotte o protette le scienze e le arti, fondati e presi in sua tutela gl’istituti di carità destinati al sollievo di qualunque miseria, ingentilì il genere umano nella società e nella famiglia, lo sollevò dallo squallore, e con ogni diligenza lo foggiò conforme alla dignità e ai destini della sua natura? Se un confronto si facesse fra l’età presente, decisamente nemica della religione e della Chiesa di Cristo, e quei fortunatissimi tempi nei quali la Chiesa era venerata come madre, si scorgerebbe con evidenza che l’età nostra, tutta sconvolgimenti e rovine, corre dritta al precipizio, e che al contrario quei tempi tanto più fiorirono per ottime istituzioni, per vita tranquilla, ricchezze e ogni bene, quanto più i popoli si mostrarono ossequienti al governo e alle leggi della Chiesa. Pertanto se i moltissimi beni, che testé ricordammo come derivati dal ministero e dal benefico influsso della Chiesa, sono opere e splendore di vera civiltà, tanto è lungi dalla Chiesa il volerla schivare od osteggiare, ché anzi a buon diritto se ne vanta nutrice, Maestra e Madre. – Anzi, una civiltà che si trovasse in contrasto con le sante dottrine e le leggi della Chiesa, della civiltà non avrebbe che l’apparenza e il nome. Ne sono manifesta prova quei popoli cui non rifulse la luce del Vangelo, presso i quali poté talvolta ammirarsi una esteriore lustra di civiltà, ma giammai i veraci ed inestimabili suoi beni. – No, non è perfezionamento civile lo sfacciato disprezzo d’ogni legittimo potere; non è libertà quella che attraverso modi disonesti e deplorevoli si fa strada con la sfrenata diffusione degli errori, con lo sfogo di ogni rea cupidigia, con l’impunità dei delitti e delle scelleratezze, con l’oppressione dei migliori cittadini. Essendo tali cose false, inique ed assurde, non possono certamente condurre l’umana famiglia a perfetto stato e a prospera fortuna, perché “il peccato immiserisce i popoli” (Pr XIV, 34): ne consegue che, avendoli corrotti nella mente e nel cuore, con il loro peso li trascinano a rovina, sconvolgono ogni ordine ben costituito, e così, presto o tardi, conducono a gravissimo rischio la condizione e la tranquillità della pubblica cosa. – Qualora poi si volga lo sguardo alle opere del Pontificato Romano, qual cosa può esservi di più iniquo che il negare quanto bene i Pontefici Romani abbiano meritato di tutta la società civile? Certamente i Nostri Predecessori, al fine di procacciare il bene dei popoli, non esitarono ad intraprendere lotte di ogni genere, sostenere gravi fatiche, affrontare spinose difficoltà; e con gli occhi fissi al cielo, non curvarono mai la fronte alle minacce degli empi, né vollero con degeneri consensi tradire per lusinghe e promesse la loro missione. Fu questa Sede Apostolica che raccolse e cementò gli avanzi della vecchia società cadente; fu essa la benigna fiaccola che fece risplendere la civiltà dei tempi cristiani; fu essa, l’ancora di salvezza tra le fierissime tempeste che sbatterono l’umanità; il sacro vincolo di concordia che strinse fra loro nazioni lontane e diverse per costumi; fu infine il centro comune di religione e di fede, di azione e di pace. Che più? È vanto dei Pontefici Massimi l’essersi costantemente opposti quale muro e baluardo, perché la società umana non ricadesse nella superstizione e nell’antica barbarie. – Oh, se questa così salutare autorità non fosse stata mai disprezzata e ripudiata! Sicuramente il Principato civile non avrebbe perduto quel carattere solenne e sacro che la Religione gli aveva impresso, e che all’uomo sembra la sola condizione degna e nobile perché ubbidisca; né sarebbero scoppiate tante sedizioni e tante guerre a riempire di calamità e di stragi la terra; né regni, una volta floridissimi, sarebbero precipitati dal sommo della grandezza al fondo, sotto il peso di tante sciagure. Ne abbiamo l’esempio anche nei popoli di Oriente: rotti i soavi legami che li stringevano a questa Sede, perdettero lo splendore dell’antica grandezza, il prestigio delle scienze e delle arti, e la dignità dell’impero. – Benefìci tanto insigni, che derivarono dalla Sede Apostolica ad ogni parte della terra, come attestano illustri monumenti di ogni età, furono specialmente sentiti da questa regione Italiana, la quale essendo più vicina ad essa per condizione di luogo, ne colse più ubertosi frutti. Sì, l’Italia in gran parte va debitrice ai Romani Pontefici della sua vera gloria e grandezza, per le quali si levò al disopra delle altre nazioni. La loro autorità e la loro sollecitudine paterna più volte la protessero dagli assalti nemici, e le porsero sollievo ed aiuto perché la fede cattolica si mantenesse sempre incorrotta nel cuore degli Italiani. – Per tacere dei meriti degli altri Nostri Predecessori, citiamo particolarmente i tempi di San Leone Magno, di Alessandro III, di Innocenzo III, di San Pio V, di Leone X e di altri Pontefici, nei quali per opera o protezione di quei sommi, l’Italia scampò alla suprema rovina minacciatale dai barbari, salvò incorrotta l’antica sua fede, e tra le tenebre e lo squallore di un’epoca decadente nutrì e conservò vivo il fuoco delle scienze e lo splendore delle arti. Lo attesta questa Nostra alma Città, sede dei Pontefici, la quale trasse da essi tale singolarissimo vantaggio da divenire non solo rocca inespugnabile della fede, ma anche asilo delle belle arti, domicilio di sapienza, meraviglia e modello di tutto il mondo. Ricordato lo splendore di queste cose, affidato ad imperituri monumenti, si comprende facilmente che solo per astio e per indegna calunnia, al fine d’ingannare le moltitudini, si poté a voce e per iscritto insinuare che la Sede Apostolica sia un ostacolo alla civiltà dei popoli e alla felicità dell’Italia. – Quindi se le speranze dell’Italia e del mondo sono tutte riposte nella benefica influenza della Sede Apostolica, a comune vantaggio e nella unione intima di tutti i fedeli con il Romano Pontefice, ragione vuole che Noi Ci adoperiamo con la cura più solerte a conservare intatta la dignità della Cattedra Romana, e a rafforzare sempre più l’unione delle membra col Capo, dei figli col Padre. – Pertanto a tutelare innanzi tutto, nel miglior modo che Ci è dato, i diritti e la libertà della Santa Sede, non cesseremo mai di esigere che la Nostra autorità sia rispettata, che il Nostro ministero e la Nostra potestà siano pienamente liberi e indipendenti, e Ci sia restituita la posizione nella quale la Sapienza divina da gran tempo aveva collocato i Pontefici Romani. – Non è per vano desiderio di signoria o di dominio che Ci muoviamo, Venerabili Fratelli, per questa restituzione; Noi la reclamiamo perché lo esigono i Nostri doveri e i solenni giuramenti da Noi prestati; e perché non solo il Principato è necessario alla tutela e alla conservazione della piena libertà del potere spirituale, ma anche perché risulta evidente che quando si tratta del Dominio temporale della Sede Apostolica, si tratta altresì del bene e della salvezza di tutta l’umana famiglia. Quindi Noi, per ragione dell’ufficio che Ci impegna a difendere i diritti di Santa Chiesa, non possiamo affatto dispensarci dal rinnovare e confermare con questa Nostra lettera tutte le dichiarazioni e le proteste che il Nostro Predecessore Pio IX di santa memoria fece ripetutamente, sia contro l’occupazione del Principato civile, sia contro la violazione dei diritti della Chiesa Romana. Contemporaneamente Ci rivolgiamo ai Principi e ai supremi Reggitori dei popoli scongiurandoli, nel nome augusto dell’Altissimo Iddio, a non voler rifiutare in momenti così perigliosi il sostegno che loro offre la Chiesa; e ad unirsi concordi e volonterosi intorno a questa fonte di autorità e di salute, e a stringere vieppiù con essa intimi rapporti di rispetto e di amore. Faccia Iddio che essi, convinti di queste verità, e riflettendo che la dottrina di Cristo, come diceva Agostino, “se viene seguita, è sommamente salutare alla Repubblica” , e che nella incolumità e nell’ossequio alla Chiesa sono riposte anche la pubblica pace e la prosperità, rivolgano tutte le loro cure e i loro pensieri a migliorare le sorti della Chiesa e del visibile suo Capo, preparando in tal modo ai loro popoli, avviati per il sentiero della giustizia e della pace, una felice era di prosperità e di gloria. – Affinché poi ogni giorno più si faccia salda l’unione del gregge cattolico col Supremo Pastore, ora Ci rivolgiamo, con affetto tutto speciale, a Voi, Venerabili Fratelli, impegnando il Vostro zelo sacerdotale e la Vostra pastorale sollecitudine, affinché destiate nei fedeli a Voi affidati il santo fuoco di Religione che li muova a stringersi più fortemente a questa Cattedra di verità e di giustizia, a riceverne con sincera docilità di mente e di cuore tutte le dottrine, e a rigettare interamente le opinioni, anche le più diffuse, che conoscono essere contrarie agl’insegnamenti della Chiesa. A questo proposito i Romani Pontefici Nostri Predecessori, e da ultimo Pio IX di santa memoria specialmente nel Concilio Vaticano, avendo dinanzi agli occhi le parole di Paolo: “Badate che qualcuno non vi seduca per mezzo di filosofia inutile ed ingannatrice, secondo la tradizione degli uomini, secondo i principi del mondo, e non secondo Cristo” (Col II, 8), non omisero di condannare, quando fu necessario, gli errori correnti, e di colpirli con l’Apostolica censura. E Noi, sulle orme dei Nostri Predecessori, da questa Apostolica Cattedra di verità confermiamo e rinnoviamo tutte queste condanne; e nel tempo stesso insistentemente preghiamo il Padre dei lumi che tutti i fedeli, con un solo animo e con una sola mente, pensino e parlino come Noi. Spetta però a Voi, Venerabili Fratelli, di adoperarvi a tutt’uomo affinché il seme delle celesti dottrine sia con larga mano sparso nel campo del Signore, e fino dai teneri anni s’infondano nell’animo dei fedeli gl’insegnamenti della fede cattolica, vi gettino profonde radici, e siano preservati dal contagio dell’errore. Quanto più i nemici della Religione si affannano ad insegnare agli ignoranti, e specialmente alla gioventù, dottrine che offuscano la mente e guastano il cuore, tanto maggiore deve essere l’impegno, perché non solo il metodo d’insegnamento sia ragionevole e serio, ma molto più perché lo stesso insegnamento sia sano e pienamente conforme alla fede cattolica, vuoi nelle lettere, vuoi nelle scienze, ma in modo particolare nella filosofia, dalla quale dipende in gran parte il buon andamento delle altre scienze, e che non deve mirare ad abbattere la divina rivelazione, ma anzi a spianarle la via, a difenderla da chi la combatte, come ci hanno insegnato con l’esempio e con gli scritti il grande Agostino, l’Angelico Dottore, e gli altri maestri di sapienza cristiana. – Ma la buona educazione della gioventù, perché valga a tutelarne la fede, la religione ed i costumi, deve incominciare fin dagli anni più teneri nella stessa famiglia, la quale ai giorni nostri è miseramente sconvolta e non può essere restituita alla sua dignità se non si assoggetta alle leggi con cui fu istituita nella Chiesa dal suo divino Autore. Il quale, avendo elevato alla dignità di Sacramento il matrimonio, simbolo della unione sua con la Chiesa, non solo santificò il nuziale contratto, ma apprestò altresì ai genitori e ai figli efficacissimi aiuti per conseguire più facilmente, nell’adempimento dei vicendevoli uffici, la felicità temporale e quella eterna. Ma poiché leggi inique, disconosciuto il carattere religioso del Sacramento, lo ridussero alla condizione di un contratto puramente civile, ne derivò che, avvilita la nobiltà del cristiano connubio, i coniugi vivano invece in un legale concubinato, che non curino la fedeltà scambievolmente giurata, che i figli ricusino ai genitori l’obbedienza e il rispetto, s’indeboliscano gli affetti domestici e – quel che è di pessimo esempio e assai dannoso per il pubblico costume – che spessissimo ad un pazzo amore tengano dietro lamentevoli e funeste separazioni. Disordini tanto deplorevoli e gravi debbono, Venerabili Fratelli, eccitare il Vostro zelo ad ammonire con premurosa insistenza i fedeli affidati alle Vostre cure, affinché prestino docile orecchio agl’insegnamenti che toccano la santità del Matrimonio Cristiano, obbediscano alle leggi con cui la Chiesa regola i doveri dei coniugi e della loro prole. – Si otterrà con ciò anche un altro effetto desideratissimo, cioè il miglioramento e la riforma degli individui, poiché come da un tronco viziato derivano rami peggiori e frutti malaugurati, così la corruzione che contamina le famiglie giunge ad ammorbare e ad infettare anche i singoli cittadini. Al contrario, in una famiglia ordinata a vita cristiana, le singole membra pian piano si avvezzeranno ad amare la religione e la pietà, ad aborrire le false e perniciose dottrine, a seguire la virtù, a rispettare i superiori e a frenare quel sentimento di egoismo che tanto degrada e snerva la natura umana. A tal fine molto gioverà regolare e incoraggiare le pie associazioni, che principalmente ai giorni nostri, con grandissimo vantaggio degl’interessi cattolici, sono state fondate. – Grandi e superiori alle forze dell’uomo, Venerabili Fratelli, sono queste cose, oggetto delle Nostre speranze e dei Nostri voti: ma avendo Iddio fatte sanabili le nazioni della terra, e avendo istituito la Chiesa per la salvezza delle genti, promettendole la propria assistenza fino alla consumazione dei secoli, abbiamo ferma speranza che, grazie alle Vostre fatiche, l’umanità, ammaestrata da tanti mali e da tante sciagure, finalmente verrà a chiedere salute e felicità alla Chiesa, e all’infallibile Magistero della Cattedra Apostolica. – Intanto, Venerabili Fratelli, non possiamo porre termine allo scrivere senza manifestare la gioia che proviamo per la mirabile unione e concordia che legano gli animi Vostri fra loro e con questa Sede Apostolica. Riteniamo che esse non solo siano il più forte baluardo contro gli assalti dei nemici, ma anche fausto e lietissimo augurio di migliore avvenire per la Chiesa. Mentre tutto questo è d’indicibile conforto alla Nostra debolezza, Ci dà pure coraggio a sostenere virilmente, nell’arduo ufficio che abbiamo assunto, ogni lotta a vantaggio della Chiesa. – Dai motivi di speranza e di gaudio che Vi abbiamo manifestati, non possiamo separare le dimostrazioni di amore e di riverenza che in questo inizio del Nostro Pontificato Voi, Venerabili Fratelli, e insieme con Voi diedero alla Nostra umile persona moltissimi sacerdoti e laici, i quali con lettere, con offerte, con pellegrinaggi e con altre pie attestazioni Ci fecero palese che l’affetto e la devozione portati al Nostro degnissimo Predecessore durano nei loro cuori egualmente saldi, stabili ed interi per la persona di un Successore tanto disuguale. Per questi splendidissimi attestati di cattolica pietà, umilmente diamo lode al Signore per la sua benigna clemenza; e a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i diletti Figli da cui li ricevemmo, professiamo dall’intimo del cuore e pubblicamente i sensi della Nostra vivissima gratitudine, pienamente fiduciosi che in questa angustia di cose e difficoltà di tempi non Ci verranno mai meno la devozione e l’affetto Vostro e di tutti i fedeli. Né dubitiamo che questi splendidi esempi di filiale pietà e di cristiana virtù varranno moltissimo per muovere il cuore del clementissimo Dio a riguardare propizio il suo gregge e a dare alla Chiesa pace e vittoria. E poiché speriamo che Ci siano più presto e più facilmente concesse questa pace e questa vittoria se i fedeli esprimeranno costantemente i loro voti e le loro preghiere per ottenerle, Vi esortiamo, Venerabili Fratelli, ad impegnarli e ad infervorarli a tal fine, invocando quale mediatrice presso Dio l’Immacolata Regina dei Cieli, e per intercessori San Giuseppe, Patrono celeste della Chiesa, i Santi Principi degli Apostoli Pietro e Paolo, al potente patrocinio dei quali raccomandiamo supplichevoli l’umile Nostra persona, tutta la Gerarchia della Chiesa e tutto il gregge del Signore. – Del resto vivamente desideriamo che questi giorni, nei quali solennemente ricordiamo la risurrezione di Gesù Cristo, siano per Voi, Venerabili Fratelli, e per tutta la famiglia cattolica, felici, salutari e pieni di santa allegrezza; e preghiamo il benignissimo Dio che col sangue dell’Agnello immacolato, con cui fu cancellato il chirografo della nostra condanna, siano lavate le colpe contratte, e sia benignamente mitigato il giudizio a cui per quelle sottostiamo. “La grazia del Signore Nostro Gesù Cristo, la carità di Dio, e la partecipazione dello Spirito Santo siano con tutti Voi”, Venerabili Fratelli, ai quali tutti e singoli, come pure ai diletti Figli, clero e popolo delle Vostre Chiese, in pegno di speciale benevolenza e quale augurio del celeste aiuto impartiamo con tutto l’affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, nel giorno solenne di Pasqua, il 21 aprile 1878, anno primo del Nostro Pontificato.

DOMENICA III DOPO PASQUA (2019)

DOMENICA TERZA DOPO PASQUA (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps LXV: 1-2. Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja. [Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Ps LXV: 3 Dícite Deo, quam terribília sunt ópera tua, Dómine! in multitúdine virtútis tuæ mentiéntur tibi inimíci tui. [Dite a Dio: quanto sono terribili le tue òpere, o Signore. Con la tua immensa potenza rendi a Te ossequenti i tuoi stessi nemici.]

Jubiláte Deo, omnis terra, allelúja: psalmum dícite nómini ejus, allelúja: date glóriam laudi ejus, allelúja, allelúja, allelúja.[Giubila in Dio, o terra tutta, allelúia: innalza inni al suo Nome, allelúia: dà a Lui gloria con le tue lodi, allelúia, allelúia, allelúia.]

Oratio 

Orémus. – Deus, qui errántibus, ut in viam possint redíre justítiæ, veritátis tuæ lumen osténdis: da cunctis, qui christiána professióne censéntur, et illa respúere, quæ huic inimíca sunt nómini; et ea, quæ sunt apta, sectári. [O Dio, che agli erranti mostri la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia, concedi a quanti si professano cristiani, di ripudiare ciò che è contrario a questo nome, ed abbracciare quanto gli è conforme.]

 Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli: 1 Pet II: 11-19

“Caríssimi: Obsecro vos tamquam ádvenas et peregrínos abstinére vos a carnálibus desidériis, quæ mílitant advérsus ánimam, conversatiónem vestram inter gentes habéntes bonam: ut in eo, quod detréctant de vobis tamquam de malefactóribus, ex bonis opéribus vos considerántes, gloríficent Deum in die visitatiónis. Subjécti ígitur estóte omni humánæ creatúræ propter Deum: sive regi, quasi præcellénti: sive dúcibus, tamquam ab eo missis ad vindíctam malefactórum, laudem vero bonórum: quia sic est volúntas Dei, ut benefaciéntes obmutéscere faciátis imprudéntium hóminum ignorántiam: quasi líberi, et non quasi velámen habéntes malítiæ libertátem, sed sicut servi Dei. Omnes honoráte: fraternitátem dilígite: Deum timéte: regem honorificáte. Servi, súbditi estóte in omni timóre dóminis, non tantum bonis et modéstis, sed étiam dýscolis. Hæc est enim grátia: in Christo Jesu, Dómino nostro.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929 – imprim.]

SOGGEZIONE ALLE AUTORITÀ

“Carissimi: Io vi scongiuro che da stranieri e pellegrini vi asteniate dai desideri sensuali, che fanno guerra all’anima. Tenete una buona condotta fra i gentili, affinché, mentre sparlano di voi quasi foste malfattori, considerando le vostre buone opere, diano gloria a Dio nel giorno in cui li visiterà. Per amor di Dio siate, dunque, sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Poiché questa è la volontà di Dio, che, operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Diportatevi da uomini liberi, che non fate della libertà un mantello per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Dio, rendete onore al re. Servi, siate con ogni rispetto sottomessi ai padroni, e non soltanto ai buoni e benevoli, ma anche agli indiscreti; poiché questa è cosa di merito; in Gesù Cristo Signor nostro” (1 Piet. II, 11-19).

La lezione è tolta dalla prima lettera di S. Pietro. Precede immediatamente quella che abbiamo considerato la domenica scorsa. Vi si parla dei doveri sociali e in modo particolare dei doveri verso l’autorità civile. Dobbiamo essere soggetti all’autorità e a quelli che dall’autorità suprema sono incaricati di amministrare la giustizia, punendo i cattivi e premiando i buoni. Così, piaceremo a Dio e faremo tacere l’ignoranza dei cattivi. La nostra ubbidienza, poi, all’autorità dev’essere fatta da veri servi di Dio; cioè, per dovere di coscienza. Vediamo appunto, come la nostra soggezione all’autorità:

1. È  voluta da Dio,

2. Fa chiudere la bocca ai nemici del nome Cristiano,

3. Deve procedere da semplicità di cuore.

1.

 Per amor di Dio siate, dunque, soggetti a ogni autorità umana. S. Pietro chiama autorità umana l’autorità civile, perché la designazione degli individui, che rivestono questa autorità, generalmente, viene dagli uomini. Che un governo sia repubblicano, monarchico, federalista; che la suprema autorità sia designata per elezione o per successione, è cosa che dipende dalla volontà degli uomini. Ma non dipende dalla volontà degli uomini l’istituzione della autorità. È tanto naturale alla società il concetto di moltitudine e di autorità, di chi dirige e di chi è diretto, che non è neppur possibile immaginabile una società, senza chi la governi. Vuol dire dunque, che la natura stessa esige che nella società ci sia chi comandi, chi presieda, chi diriga. Vuol dire, infine, che l’autorità è voluta da Dio stesso, autore della natura. Perciò S. Paolo ci ammonisce:« Ogni persona sia soggetta alle autorità costituite, perché non vi ha potestà se non da Dio» (Rom. XIII, 1). Basterebbero considerazioni umane per indurci all’obbedienza verso le autorità. Senza l’ubbidienza dei sudditi sarebbe impossibile qualunque governo. Si avrebbe una piena anarchia con la conseguente perdita di ogni diritto, di ogni libertà, di ogni idea di giustizia. Ma i Cristiani devono ubbidire per un motivo più nobile. Devono ubbidire per piacere a Dio. Se ogni potestà viene da Dio, non è cosa indifferente che ad essa si ubbidisca o non si ubbidisca. Quando l’autorità costituita emana delle leggi e impone degli obblighi che non sono contrari alla legge naturale e alla legge di Dio e della Chiesa, rifiutando la nostra ubbidienza, offendiamo Dio, del quale le legittime autorità sono rappresentanti. Gesù Cristo stesso ricorda i doveri del cittadino quando dice : «Date a Cesare ciò che è di Cesare» (Matt. XXII, 21). La soggezione che dobbiamo all’autorità suprema dello Stato, la dobbiamo anche a coloro che ne fanno le veci, la rappresentano o, in qualunque modo, sono investiti di poteri in suo nome. Anche in questo, l’insegnamento è molto chiaro. Siate dunque sottomessi a ogni autorità umana; sia al re, che è sopra di tutti, sia ai governatori come da lui mandati a far giustizia dei malfattori e a premiare i buoni. Ma se il principe, se i suoi incaricati sono cattivi, siamo noi obbligati ugualmente a star loro soggetti? Quando non esigono cose ingiuste e non escono dai limiti della propria autorità, noi siamo obbligati a stare loro soggetti, anche se sono cattivi. Anche qui la soggezione ci riuscirà facile, se opereremo per amor di Dio. I Cristiani ai quali S. Pietro scriveva, si assoggettavano nientemeno che a Nerone.

2. 

S. Pietro adduce un altro motivo che deve indurre i Cristiani a essere ossequenti alle autorità. Poiché questa è la volontà di Dio, che operando il bene, chiudiate la bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Col nome di stolti sono qui designati i pagani, i quali accusavano i Cristiani con la più grande leggerezza, e li condannavano con la più grande facilità. La dottrina dei seguaci di Gesù Cristo, tanto sublime e differente da quella dei gentili; la loro condotta, che doveva esser l’opposto da quella tenuta nel gentilesimo, attiravano su di loro lo sguardo diffidente e malevolo dei pagani. «Vi basti — dice San Pietro — di aver fatto la volontà dei gentili nel tempo passato, camminando nelle libidini, nelle concupiscenze, nelle vinolenze, nelle gozzoviglie nelle ubriachezze e nelle abbominevoli idolatrie» (1 Pietr. IV, 3). Questo mutamento di condotta doveva spingere i pagani a trovare a ogni costo un pretesto per accusare i Cristiani. Non senza motivo, dopo aver inculcato il buon esempio in generale, S. Pietro insiste in modo speciale sulla soggezione alle autorità. Una delle accuse che si facevano ai Cristiani, tanto per aver pretesto di perseguitarli, era appunto l’accusa di ribellione contro lo stato. L’accusa era gratuita, ma non era inutile insistere sulla necessità di non dar nessun pretesto ai pagani di mettere in discredito la r Religione cristiana. – Il contegno dei Cristiani di fronte all’autorità fu sempre pretesto a biasimi e a persecuzioni da parte di persone di sentimenti opposti. Per coloro che all’autorità non vogliono assegnato alcun limite, i buoni Cristiani sono dei ribelli, dei nemici dello Stato, dei cospiratori, se hanno la fortezza di anteporre la legge di Dio alla legge degli uomini. Per i nemici dell’autorità essi sono degli schiavi dei fautori del dispotismo e della tirannia. Giudizi sbagliati gli uni e gli altri. I Cristiani nell’autorità vedono il rappresentante di Dio, e nella soggezione a essa il volere di Dio. Perciò, ubbidiscono ai suoi comandi, e vogliono essere esempio agli altri nell’adempimento di questo dovere. «I Cristiani ubbidiscono alle leggi stabilite e nella loro condotta avanzano le leggi » (Lett. a Diogneto 5, 10) leggiamo in uno dei primi apologisti. I Cristiani che seguono l’insegnamento di Gesù Cristo quando dice: «Date a Cesare ciò che è di Cesare», lo seguono anche quando dice: «E date a Dio ciò che è di Dio » (Matt. XXII, 21). E la cosa è tanto giusta che non dovrebbe far meraviglia a nessuno. S. Cipriano è processato davanti al proconsole Galerio Massimo. Questi dice al santo Vescovo: « I sacratissimi imperatori hanno ordinato di render culto agli dei ». Cipriano risponde: « Non lo faccio ». Invitato dal Proconsole a rifletter bene, dichiara: « In cosa tanto giusta non c’è di riflettere » (Acta proc. S. Cipriani. Ep. et Mart.). Quando si tratta di obbedire a Dio i buoni Cristiani non hanno un momento di titubanza. E nella soggezione a Lui, come nella soggezione alle autorità da Lui costituite, sono sempre i primi.

3.

L’ubbidienza poi all’autorità dev’essere fatta non tanto per timore delle sanzioni quanto per obbligo di coscienza. Comportatevi— dice S. Pietro da vimini liberi che non fate della libertà un manto per coprire la nequizia, ma quali servi di Dio.Quindi, non l’ubbidienza forzata dello schiavo, ma l’ubbidienza spontanea dell’uomolibero, che è stato liberato bensì dalla schiavitù del peccato e dalla servitù della legge mosaica; ma non dall’obbligo di ubbidire a Dio, e quindi anche ai suoi rappresentanti. Nella soggezione all’autorità il Cristiano non deve essere guidato dallo spirito di parte. Prestare ossequio all’autorità perché chi ne è rivestito viene dal mio partito; rifiutarle il dovuto ossequio perché chi ne è rivestito viene da un partito che non è il mio; ubbidire quando chi comanda ci è persona simpatica, disubbidire quando chi comanda ci è persona antipatica, non è un diportarsi secondo coscienza. Così, non è un diportarsi secondo coscienza, quando ci si assoggetta in ciò che piace, e ci si ribella in ciò che non piace. Il nostro ossequio non è sincero quando si hanno secondi fini. Profondersi in inchini davanti all’autorità, proclamarne altamente i meriti, innalzarle inni di lode, son cose che si fanno ben frequentemente anche da chi nutre nel proprio interno una forte avversione. Non si sa mai: potrebbe venirne qualche onorificenza, qualche aiuto, qualche protezione, qualche posto. Giù, dunque, lodi smaccate e a buon mercato. Costoro si devono chiamare, non ossequenti; ma striscianti e servili. Sono i seguaci di coloro, che un giorno si presentarono a Gesù dichiarandogli:« Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non badi a nessuno, e che non guardi in faccia agli uomini ». E Gesù che leggeva nell’interno diede loro una risposta, che nessuno vorrebbe rivolta a sé: « Ipocriti, perché mi tentate? » (Matt. XXII, 16 18). Infatti, noi dobbiamo essere soggetti ai nostri superiori «in semplicità di cuore per timor di Dio» (Col. III, 22). « Ma il fare una cosa e averne nell’animo un’altra, non è semplicità, sebbene ipocrisia e simulazione» (S. Giov. Grisost. In Epist. ad Col. Hom. 10, 2). – L’autorità ha i propri pesi da portare, e noi abbiamo da portare i nostri, e tutti concorriamo a far della società una famiglia felice, quanto è possibile tra coloro che su questa terra sono stranieri e pellegrini. Se da una parte non si deve fare abuso dell’autorità propria, o farla sentire più del necessario; dall’altra non si deve disconoscerla o contrariarla; si deve anzi renderle facile il proprio compito con l’ubbidienza. L’ubbidienza dei sudditi rende felice il governare. I Cristiani devono fare ancor di più, pregare Dio che assista l’autorità. Gli Ebrei, schiavi in Babilonia, per mezzo del profeta Baruch, mandano a dire agli Ebrei di Gerusalemme: « Pregate per la conservazione di Nabucodonosor, re di Babilonia e per la conservazione di Baldassarre, suo figliuolo » (Baruch 1, 11). I Cristiani non devono essere da meno degli Ebrei, che pregano e fanno pregare per un tiranno, al quale la Provvidenza li aveva assoggettati. Essi devono accettare, ciascuno per sé, le parole di S. Paolo a Timoteo: «Raccomando che si facciano preghiere, suppliche, domande, ringraziamenti, per tutti gli uomini; per i re e per tutti quelli che stanno in dignità, affinché possiamo condurre una vita tranquilla e quieta con tutta pietà e onestà» (1 Tim. II, 1-2).

Alleluja

Allelúja, allelúja. Ps CX: 9 Redemptiónem misit Dóminus pópulo suo:alleluja. [Il Signore mandò la redenzione al suo pòpolo. Allelúia.]

Luc XXIV: 46 Oportebat pati Christum, et resúrgere a mórtuis: et ita intráre in glóriam suam. Allelúja. [Bisognava che Cristo soffrisse e risorgesse dalla morte, ed entrasse così nella sua gloria. Allelúia.]

Evangelium

Joannes XVI: 16; 22

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Módicum, et jam non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me: quia vado ad Patrem. Dixérunt ergo ex discípulis ejus ad ínvicem: Quid est hoc, quod dicit nobis: Módicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me, et quia vado ad Patrem? Dicébant ergo: Quid est hoc, quod dicit: Modicum? nescímus, quid lóquitur. Cognóvit autem Jesus, quia volébant eum interrogáre, et dixit eis: De hoc quaeritis inter vos, quia dixi: Modicum, et non vidébitis me: et íterum módicum, et vidébitis me. Amen, amen, dico vobis: quia plorábitis et flébitis vos, mundus autem gaudébit: vos autem contristabímini, sed tristítia vestra vertétur in gáudium. Múlier cum parit, tristítiam habet, quia venit hora ejus: cum autem pepérerit púerum, jam non méminit pressúræ propter gáudium, quia natus est homo in mundum. Et vos igitur nunc quidem tristítiam habétis, íterum autem vidébo vos, et gaudébit cor vestrum: et gáudium vestrum nemo tollet a vobis.” [In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre. Dissero perciò tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che significa ciò che dice: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete, perché io vado al Padre? Cos’è questo poco di cui parla? Non comprendiamo quel che dice. E conobbe Gesù che volevano interrogarlo, e disse loro: Vi chiedete tra voi perché abbia detto: Ancora un poco e non mi vedrete più: e di nuovo un altro poco e mi rivedrete. In verità, in verità vi dico che voi piangerete e gemerete, laddove il mondo godrà, sarete oppressi dalla tristezza, ma questa si muterà in gioia. La donna, allorché partorisce, è triste perché è giunto il suo tempo: quando poi ha dato alla luce il bambino non si ricorda più dell’affanno, a motivo della gioia perché è nato al mondo un uomo. Anche voi siete adesso nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore gioirà, e nessuno vi toglierà il vostro gàudio.]

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXIV.

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Un pochettino, e non mi vedrete; e di nuovo un pochettino, e mi vedrete: perché io vo al Padre. Dissero però tra loro alcuni dei suoi discepoli: Che è quello che egli ci disse: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto e mi vedrete, e me ne vo al Padre? Dicevano adunque che è questo che egli dice: Un pochetto? non intendiamo quel che egli dica. Conobbe pertanto Gesù che bramavano d’interrogarlo, e disse loro: Voi andate investigando tra di voi il perché io abbia detto: Non andrà molto, e non mi vedrete; e di poi, non andrà molto, e mi vedrete. In verità, in verità, vi dico, che piangerete e gemerete voi, il mondo poi godrà: voi sarete in tristezza, ma la vostra tristezza si cangerà in gaudio. La donna, allorché partorisce, è in tristezza, perché è giunto il suo tempo, quando poi ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’affanno a motivo dell’allegrezza, perché è nato al mondo un uomo. E voi dunque siete pur adesso in tristezza; ma vi vedrò di bel nuovo, e gioirà il vostro cuore, e nessuno vi torrà il vostro gaudio”. (Jo. XVI, 16-22).

Prima della dolorosa sua passione e morte il divin Redentore aveva più volte annunziato ai suoi Apostoli, come presto si sarebbe da loro dipartito. Così appunto ci fa sapere il Vangelo di questa Domenica, Gesù aver detto a’ suoi discepoli: Ancor un poco di tempo, e non mi vedrete più. Ed in vero dopo la sua passione e morte Egli sarebbe scomparso dalla loro presenza col lasciarsi calar dalla croce e racchiudere dentro al sepolcro. Ma il divin Salvatore, come ci riferisce lo stesso Vangelo, aveva soggiunto: E di nuovo ancor un poco di tempo e mi rivedrete. Ed anche questa parola di Gesù Cristo si sarebbe verificata pienamente; poiché il terzo giorno, risorgendo gloriosamente da morte, sarebbe più volte riapparso ai suoi discepoli. Tuttavia in seguito alla sua risurrezione Gesù non si sarebbe fermato più a lungo su questa terra e gli Apostoli sarebbero quindi rimasti soli quaggiù e ne avrebbero sofferto assai. Ora Gesù volle predire loro anche questo e confortarli con queste parole: In verità, in verità, vi dico, che voi piangerete e gemerete, mentre invece il mondo godrà; ma la vostra tristezza si convertirà in gaudio. A somiglianza della madre, che dapprima soffre, ma poi si rallegra, perché è nato al mondo un uomo, così sarà di voi. che dapprima soffrirete, ma poi quando io verrò di nuovo, gioirà il vostro cuore, e nessuno torrà da voi il vostro gaudio. Ecco adunque, o miei cari, da queste parole di Gesù Cristo ben determinata la sorte dei suoi seguaci e dei seguaci del mondo. I primi dovranno su questa terra soffrire e spargere lagrime; i secondi invece sembreranno abbandonarsi ad ogni sorta di godimenti; ma alla fine cambiate le sorti, mentre i poveri mondani andranno a soffrire per sempre nell’inferno! I veri Cristiani andranno invece a godere per tutta l’eternità in cielo. Ed ecco i pensieri, che per spiegazione del Vangelo di questa domenica intendo di imprimere nella vostra mente.

1. Gesù Cristo adunque assegna per porzione ai suoi seguaci i patimenti e le lagrime. Ora, domanderete voi, non sembra, che in questo il divin Redentore manchi di tenerezza e di giustizia per i suoi fedeli amici? No, vi rispondo subito. E sapete perché! Perché le lagrime ed i patimenti, che Iddio assegna ai buoni, come loro porzione, sono una delle più belle prove dell’amore, che Iddio nutre in cuore per essi, poiché sono uno dei più validi mezzi, di cui Iddio si serve per operare la nostra santificazione. Così appunto l’Arcangelo S. Raffaele nel congedarsi da Tobia gli disse: Quia acceptus eras Deo, necesse fuit ut tentatio probaret te: Perché eri caro a Dio, fu necessario che fossi provato dalla tribolazione (Tob. XII, 13). E di fatti che cosa si fa per ripulire l’oro della sua scoria? Lo si getta, dentro al crogiuolo e lo si fonde nell’intenso calore della fornace. Così per cavar fuori da un sasso informe una bella statua, lo si percuote con ripetuti colpi di scalpello. E così pure affinché una pianta apporti numerosi frutti, durante la stagione invernale si procura di potarla ben bene. Non altrimenti i buoni diventano tali e tali si mantengono, che sotto all’azione penosa dei patimenti e delle lagrime. La virtù, ha scritto l’Apostolo Paolo, si perfeziona nel patire: virtus in infirmitate perficitur (2 Cor. XII. 8): e S. Giacomo ha soggiunto che la pazienza rende perfetta l’opera intorno a cui si travaglia: patientia opus perfectum habet (Jac. I, 4). Gettate lo sguardo sopra i Santi, siano dell’antico, siano del nuovo Testamento, e sempre riconoscerete come Iddio mise alla prova la loro virtù e la rese in loro perfetta per mezzo dei patimenti. Giobbe era uomo ricchissimo di ogni bene di fortuna. Aveva numerosa famiglia, migliaia di pecore, di cammelli e di buoni servi in quantità straordinaria. Ma era anche giusto, ed ogni giorno offriva sacrifici al Signore per sé e per la sua figliolanza. Iddio per altro lo provò e perfezionò con le più acerbe tribolazioni, permettendo al demonio di affliggerlo quanto sapeva, salva solo la vita. Ed in un giorno Giobbe perdette i suoi greggi, ì suoi pastori, e tutta la sua figliolanza. In seguito il demonio lo piagò in tutto il corpo con un’ulcerazione sì fetente, che divenuto insoffribile agli stessi parenti ed amici; fu portato sopra un letamaio. In questo lagrimevole stato era ancora insultato dalla moglie e dagli amici, che lo reputavano colpevole di qualche grave peccato. Ma il santo Giobbe, benché afflittissimo, non si turbò e mantenne inalterabile la sua pazienza in mezzo a tutte quelle calamità, aspettando umilmente, e non invano, che Iddio lo liberasse Egli da quelle tribolazioni. Or chi sa dire i grandi meriti che in tale circostanza si fece il santo Giobbe! Osservate Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Perché egli era fornito di ottime qualità, i suoi fratelli, pieni di invidia e di odio contro di lui, lo calarono prima nel fondo di una cisterna e poscia lo vendettero ad un signore di nome Putifarre. Ed anche nella casa di questo signore a cagione della sua virtù fu colpito dall’avversità, e benché innocente fu condannato al carcere. Osservate il giovane Davide. Quanto dovette soffrire per causa del suo bel cuore da parte di Saul. Così dovette soffrire l’innocentissimo Daniele, e così soffrirono molti altri santi Profeti dell’antico testamento. E dopo la venuta di Gesù Cristo, secondo che Gesù Cristo stesso aveva profetato, non andarono incontro ai più gravi patimenti gli Apostoli, i martiri e in seguito tutti gli altri Santi? Sì, ed appunto col patire, specialmente col patire si fecero santi; così che tanti fra di loro, quando non avevano da patire, non erano contenti, e chiamavano in grazia al Signore che mandasse loro dei patimenti. Or dunque se è così, come ardiremo ancora di lamentarci, quando Iddio ci manda da soffrire? Ah si! soffriamo volentieri: e quando la nostra natura tanto rifugge dai patimenti, che pure Iddio per nostro bene ci manda, non dimentichiamo che questi sono la porzione delle anime giuste, ed animiamoci pensando a quel che Gesù Cristo ha patito Egli anzitutto per amor nostro, e adattiamoci volentieri anche noi a portare la croce per amor suo. Oh! l’amore al Crocifisso, ecco il vero segreto per accettare ogni patimento, per esservi rassegnati, per esserne anzi contenti. È a questo divin Crocifisso che guardava Maria, quando immersa nel più grave dei dolori gioiva nell’anima sua di partecipare alle pene del figlio. È a questo Crocifisso che pensavano gli Apostoli, quando se ne andavano gaudenti dal cospetto del concilio, perché erano stati fatti degni di patire contumelie per suo amore. È alla croce di questo divin Crocifisso che si configgeva S. Paolo per sovrabbondare di gaudio in ogni sua tribolazione. È a questo Crocifisso che applicavano tutto il loro cuore San Francesco Zaverio, quando gridava: Ancora di più; o Signore, ancora di più; S. Giovanni della Croce, quando esclamava: Soffrire ed essere disprezzato; S. Teresa, quando ripeteva: O soffrire o morire; S. Maddalena de Pazzi, quando diceva: “Soffrire e non morire”. Oh! attingiamo tutti a questa ineffabile sorgente. Che la santa carità di Gesù Cristo ci spinga, c’investa, ci consumi. Ed allora quando verranno le tribolazioni ne saremo contenti, quando non verranno le cercheremo, quando fuggiranno da noi le inseguiremo. Il patire sarà il nostro compagno di giorno, il nostro compagno di notte, il nostro compagno per tutta la vita. In esso riconosceremo la manna nascosta, la scienza dei Santi, il gran dono di Dio, il suo regno terrestre, la libertà perfetta dei suoi figliuoli, la porta della vita eterna. E voi, o giovani, se finora non avete ancor provato davvero che voglia dire patire, disponetevi tuttavia a provarlo, che i patimenti non tarderanno ad esservi anche per voi; anzi non vi mancheranno neppure adesso. se siete veramente virtuosi, poiché, sono massimamente i giovani virtuosi, che si prendono di mira dai malvagi, ed ai quali si muove la persecuzione. Ma allora ancor voi ricordatevi di essere nel numero dei seguaci di Gesù Cristo e patite volentieri; rallegratevi anzi di poter patire per Lui, che questa sarà la vostra più bella gloria.

2. Ma il divino Maestro mentre assegnò come speciale porzione ai buoni il patire, disse per contrapposto che i seguaci del mondo avrebbero avuto i godimenti. E l’esperienza conferma la parola di Gesù Cristo nel santo Vangelo. I malvagi il più delle volte quaggiù trionfano fortunatamente nelle loro iniquità: essi ricchezze, essi onori, essi piaceri, essi insomma tutto ciò che sembra rendere felici gli uomini sopra di questa terra, « E perché mai, si domanda lo stesso profeta Geremia, perché mai il peccatore viene prosperato nelle sue vie? Perché l’ingiustizia ottiene un esito così fortunato?» (Jer. XII). Perché? Anzitutto, o miei cari, perché la giustizia di Dio non si compie quaggiù, perché dopo il tempo verrà l’eternità, perché il Signore alle volte con questi godimenti terreni vuol premiare quel po’ di bene, che quei malvagi fanno in mezzo a tanto male, perché vuol castigarli lasciandoli in una felicità che li acceca, li insuperbisce, e li lascia nell’abisso delle loro colpe senza che se ne avveggano. Ma poi anche perché la sorte dei mondani, benché felice in apparenza non lo è in realtà. E credete voi che il mondo con tutti i suoi tesori, con tutte le sue dignità, e con tutti i suoi piaceri possa dare ai suoi seguaci dei godimenti veri, che riescano a pienamente soddisfarli? No, o miei cari, non è possibile. Il mondo con tutti i suoi beni non può contentare il cuore dell’uomo, perché l’uomo non è creato per questi beni, ma solo per Iddio, ond’è che solo Dio può contentarlo. Le bestie, che son create per i diletti dei sensi, esse si trovano la pace nei beni di terra; date ad un giumento un fascio di erba, date ad un cane un pezzo di carne, sono contenti, non desiderano niente più. Ma l’anima, che è creata solo per amare e star unita con Dio, con tutti i piaceri del mondo non potrà mai trovare la sua pace; solo Dio può renderla appieno contenta. S. Bernardo dice di aver veduto diversi pazzi con diverse pazzie. Tutti questi pativano una gran fame, ma altri si saziavano di terra, figura degli avari; altri di aria, figura di quei che ambiscono onori; altri d’intorno ad una fornace imboccavano le faville, che da quella svolavano, figura degli iracondi; altri finalmente d’intorno ad un fetido lago bevevano quell’acque fracide, figura dei disonesti. Quindi ad essi rivolto il Santo, diceva loro: O pazzi, non vedete che queste cose più vanno accrescendo, che togliendo la vostra fame? I beni del mondo sono beni apparenti, e perciò non possono saziare il cuore dell’uomo. Di fatti l’avaro quanto più acquista, tanto più cerca di acquistare e non si accontenta mai per quanto venisse a possedere tutto il mondo. Il disonesto quanto più si rivolge tra le sordidezze, tanto più resta nauseato insieme e famelico; e come mai il fango e le sozzure sensuali possono contentare il cuore? Lo stesso avviene all’ambizioso, che vuol saziarsi di fumo, poiché l’ambizioso più mira quel che gli manca, che quello che ha. Alessandro Magno, dopo aver acquistati tanti regni, piangeva, perché gli mancava il dominio degli altri. Oh! Se i beni di questa terra contentassero l’uomo, i ricchi, i monarchi sarebbero appieno felici; ma la esperienza fa vedere l’opposto. Salomone, il quale asserisce egli stesso di non aver negato niente ai suoi sensi, con tutto ciò dovette confessare che i beni del mondo sono vanità delle vanità, ed afflizione di spirito.Sì, oltre al non restarne soddisfatto, chi si abbandona ai piaceri di peccato non trova che amarezza, agitazione, spavento e rimorso. Chi sta in peccato ha paura per niente. Ogni fronda che si muova lo spaventa. Il suono del terrore è sempre nelle sue orecchie. Fugge sempre, senza veder chi lo perseguita. E chi lo perseguita? Il medesimo suo peccato. Caino dopo che uccise il fratello Abele, diceva: “Ora chiunque mi trovi, mi ucciderà”. E sebbene il Signore l’avesse assicurato che niuno l’avrebbe offeso, pure come dice la Scrittura, Caino andò sempre fuggendo da un luogo ad un altro. Chi era dunque il persecutore di Caino se non il suo peccato? Per di più il peccato porta seco il rimorso della coscienza, ch’è quel verme tiranno, che sempre rode. Vada pure il misero peccatore al teatro, al festino, al banchetto; ma tu, gli dice la coscienza, stai in disgrazia di Dio; se muori, vai all’inferno! Epperò il rimorso della coscienza è una pena sì grande anche in questa vita, che taluni per liberarsene son giunti a darsi volontariamente la morte. Uno di costoro fu Giuda, che come si sa, per disperazione da se stesso si appiccò. Ah! Che cosa è un’anima, che sta senza Dio? Dice lo Spirito Santo, ch’è un mare in tempesta. Se taluno fosse portato ad un lautissimo e splendido pranzo, ma ivi fosse appeso coi piedi, costretto a mangiare con la testa in giù, potrebbe godere di quel pranzo? Tal è quell’uomo, che sta con l’anima sottosopra, stando in mezzo ai beni di questo mondo, ma senza Dio. Egli mangerà, beverà, si divertirà, porterà indosso ricche vesti, riceverà quegli onori, otterrà quel posto, farà quella vendetta, ma non avrà mai pace ed allegrezza vera. La pace solo da Dio si ottiene, e Dio la dà agli amici, non già ai nemici suoi. La felicità adunque dei mondani non è che una felicità apparente, vana e ingannevole. Ed ecco perché Dio lascia godere a costoro una tale felicità.

3. Ma quand’anche questa felicità della terra fosse reale e valesse a rendere davvero soddisfatti tanti miseri uomini, quale sarà il suo termine? Il termine di una tale felicità è l’inferno con gli orribili suoi tormenti. Eravi un uomo, racconta lo stesso Gesù Cristo nel Vangelo, eravi un uomo, il quale andava fastosamente vestito, ed ogni giorno si dilettava in apparecchiar lauti banchetti. Eravi eziandio un mendico per nome Lazzaro, il quale tutto coperto di piaghe giaceva alla porta del ricco, e sentivasi così travagliato dalla fame, che desiderava saziarsi delle briciole che cadevano dalla mensa di quel ricco e non le poteva avere; sicché i cani, più compassionevoli del padrone, andavano a leccare le sue piaghe. Ma non molto dopo Lazzaro morì e dagli angioli fu portato nel seno di Abramo. E morì anche il ricco, ma l’anima sua fu seppellita giù nell’inferno. Allora in mezzo agli acerbissimi tormenti, ch’ivi si soffrono, permise Iddio all’Epulone di levare lo sguardo e vedere Lazzaro nel seno di Abramo. “Padre Abramo, si mise ad esclamare, ti chiedo una grazia; per pietà mandami Lazzaro, che col dito intinto nell’acqua venga a me e ne lasci cadere una goccia sulla mia lingua, perché in questa fiamma son cruciato orribilmente” . Ma Abramo alla domanda di quel dannato rispose dicendo: Ricordati che hai già ricevuto dei beni durante la tua vita. E con questa risposta lo lasciò immerso in maggiore tristezza. Ecco adunque, o carissimi, ecco il fine della felicità mondana. Quel cattivo ricco visse quaggiù in mezzo ad ogni sorta di godimenti ed oramai da diciannove secoli si trova fra i tormenti dell’inferno, e vi starà per tutta l’eternità col più crudo rimorso di aver tanto goduto nel mondo. E tale sarà la sorte di tutti i mondani, se a tempo non si convertiranno e non faranno penitenza dei loro peccati. E vi pare questa una sorte invidiabile? Ah non è mille volte più desiderabile la sorte dei servi di Dio? Il discepolo del Salvatore quaggiù incontra delle difficoltà e delle prove. Egli ha da mortificare i suoi sensi, ha da resistere alle sue cattive inclinazioni, ha da frenare le sue malvagie passioni, ha da piegare sempre docilmente la sua testa alla volontà di Dio, anche in mezzo alle avversità, alle contraddizioni, ai patimenti ed alle lagrime. Ma tutto ciò quanti meriti gli acquista e qual ricompensa gli prepara in cielo! Tutto quanto egli fa, tutto quello che egli soffre, tutto è da Dio contato e tutto sarà da Lui ricompensato per tutta l’eternità. Gesù Cristo lo ha detto e la sua parola non fallirà mai: Ora piangete e siete nell’afflizione, ma la vostra tristezza un giorno si convertirà in gaudio; e questo gaudio, quand’io vi vedrò in cielo, nessuno toglierà da voi in eterno. Or se è così adunque, perché non ci animeremo a sostenere volentieri e con coraggio i travagli di una vita veramente cristiana? Negli stenti e nei sudori, che soffre il contadino affidando il suo seme alla terra, non si anima forse pensando al copioso raccolto, che farà un giorno? E non si anima il soldato tra i pericoli della battaglia pensando alla corona, che gli sta preparata? Così ancor noi volgendo lassù il nostro pensiero, ripetiamo spesso con l’Apostolo Paolo: Non sunt condignæ passiones huius temporis ad futuram gloriam, quæ revelabitur in nobis: È un nulla il patire di questo mondo, in confronto all’eterno godere che Iddio tiene apparecchiato per coloro che lo amano e lo servono fedelmente (Rom. VIII. 18). E ciò ripetiamoci con tanto maggior animo, quanto più siamo certi di conseguire l’eterno gaudio per la fedeltà di Gesù Cristo nelle sue divine promesse. Il contadino, benché si travagli a lavorare la terra, non è sempre sicuro di fare un raccolto copioso, che da un momento all’altro una grandine furiosa può disertarlo. Il soldato nell’atto stesso che espone la sua vita, la può perdere e con essa l’ambita corona. Ma non è così di noi soffrendo e lavorando per il cielo. Gesù Cristo ha detto chiaro: La vostra tristezza si convertirà in gaudio e questo gaudio nessuno mai re lo potrà rapire . E la parola di Gesù Cristo non verrà meno in eterno.

Credo…

Offertorium

Orémus

Ps CXLV: 2 Lauda, anima mea, Dóminum: laudábo Dóminum in vita mea: psallam Deo meo, quámdiu ero, allelúja. [Loda, ànima mia, il Signore: loderò il Signore per tutta la vita, inneggerò al mio Dio finché vivrò, allelúia.]

Secreta

His nobis, Dómine, mystériis conferátur, quo, terréna desidéria mitigántes, discámus amáre coeléstia. [In virtú di questi misteri, concédici, o Signore, la grazia con la quale, mitigando i desiderii terreni, impariamo ad amare i beni celesti.]

Communio

Joannes XVI: 16 Módicum, et non vidébitis me, allelúja: íterum módicum, et vidébitis me, quia vado ad Patrem, allelúja, allelúja. [Ancora un poco e non mi vedrete più, allelúia: ancora un poco e mi vedrete, perché vado al Padre, allelúia, allelúia.]

Postcommunio

Orémus.

Sacramenta quæ súmpsimus, quæsumus, Dómine: et spirituálibus nos instáurent aliméntis, et corporálibus tueántur auxíliis. [Fai, Te ne preghiamo, o Signore, che i sacramenti che abbiamo ricevuto ci ristòrino di spirituale alimento e ci siano di tutela per il corpo.]