IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XXVII)

IL CATECHISMO DI F. SPIRAGO (XXVII)

CATECHISMO POPOLARE O CATTOLICO SCRITTO SECONDO LE REGOLE DELLA PEDAGOGIA PER LE ESIGENZE DELL’ETÀ MODERNA

DI

FRANCESCO SPIRAGO

Professore presso il Seminario Imperiale e Reale di Praga.

Trad. fatta sulla quinta edizione tedesca da Don. Pio FRANCH Sacerdote trentino.

Trento, Tip. Del Comitato diocesano.

N. H. Trento, 24 ott. 1909, B. Bazzoli, cens. Eccl.

Imprimatur Trento 22 ott. 1909, Fr. Oberauzer Vic. G.le.

SECONDA PARTE DEL CATECHISMO:

MORALE (8).

 I COMANDAMENTI DELLA CHIESA

1. I COMANDAMENTI DELLA CHIESA SONO UN COMPLETAMENTO DEL III COMANDAMENTO DI DIO.

Il 1° comandamento prescrive l’osservanza del riposo domenicale in alcuni giorni per ringraziare Dio di grazie speciali;

il 2° prescrive il modo di santificare la domenica e i giorni di riposo supplementari;

il 3° e il 4° prescrivono il modo di santificare la domenica più importante, il giorno di Pasqua;

il 5° e il 6° prescrivono il modo di prepararsi per la santificazione delle domeniche e delle principali feste dell’anno.

2. NOI SIAMO TENUTI, SOTTO PENA DI PECCATO GRAVE AD OSSERVARE I COMANDAMENTI DELLA CHIESA, PERCHÉ LA DISOBBEDIENZA AD ESSA È DISOBBEDIENZA A CRISTO STESSO.

Gesù ha dato alla sua Chiesa gli stessi poteri che ha avuto da suo Padre. (S. Giovanni XX, 21). Se quindi la Chiesa comanda, è come se l’ordine venisse da Cristo stesso: “Tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo” (S. Matth. XVI, 18). – È disobbedire a Cristo quando disobbediamo alla Chiesa: “Chiunque vi disprezza – disse ai suoi Apostoli – disprezza me” (Luca X, 16). – Gesù chiama la sua Chiesa un regno e la paragona ad un ovile, per indicare l’obbedienza dovuta dai fedeli ai superiori ecclesiastici. – Perché, inoltre, la Chiesa non dovrebbe avere ogni diritto di imporre leggi alle quali i suoi membri sono tenuti a sottomettersi?

Quindi trasgredire volontariamente e per negligenza un comandamento della Chiesa è commettere un peccato grave.

Chi – dice Gesù Cristo – non ascolta la Chiesa – deve essere considerato un pagano ed un pubblicano (S. Matth. XVIII, 171). L’Antico Testamento prevedeva la pena di morte per chi resisteva al sommo sacerdote per orgoglio (Deut. XVIII, 12); la legge mosaica considerava quindi un peccato grave la disobbedienza all’autorità sacerdotale.

3. L’AUTORITÀ ECCLESIASTICA PUÒ, PER GRAVI MOTIVI, ESENTARE I FEDELI DALLE LEGGI DA ESSA STABILITE.

Gesù Cristo disse infatti ai suoi apostoli: “Ciò che sciogliete in terra, sarà sciolto in cielo”. (S. Matth. XVIII, 18). In molte diocesi, per esempio, è permesso mangiare carne il venerdì, quando c’è una festa molto solenne; in altre, alcuni giorni festivi vengono trasferiti alla domenica successiva.

Primo comandamento della Chiesa: l’osservanza delle feste.

1. Questo primo comandamento prescrive di osservare:

1° le feste di Nostro Signore, 2° quelle della Vergine Maria, 3° quelle dei Santi, compresa quella del patrono del paese o del luogo.

Già i primi Cristiani celebravano le ricorrenze di alcuni importanti eventi importanti o di benedizioni di Dio. Furono istituite delle feste – dice S. Pietro Crisol. -affinché eventi accaduti una volta rimanessero nella memoria dei Cristiani per sempre nella memoria dei Cristiani. Le feste sono state istituite per ricordare i benefici di Dio, per lodarlo e ringraziarlo. (S. Vinc. Ferr.). “Purtroppo – dice san Girolamo – molti pensano solo a trasformare le feste in giorni di festa e di piaceri, come se il mangiare ed il bere potessero onorare coloro che hanno cercato di piacere a Dio con il digiuno e la mortificazione” (S. Girolamo).

1 . Le feste di N. S. di diritto comune sono: Natale (25 dicembre); la Circoncisione o Capodanno (1° gennaio); Epifania o Re Magi (6 gennaio); Pasqua, Ascensione, Pentecoste, Corpus Domini, Cristo-Re. – Poiché il Natale, la Pasqua e la Pentecoste sono gli eventi principali della Religione, ognuna di queste feste ha una festa aggiuntiva il giorno successivo: Santo Stefano dopo Natale, Lunedì di Pasqua e Lunedì di Pentecoste.

2. Le feste della Vergine Maria sono: Immacolata Concezione (8 dicembre); la Natività (8 settembre); l’Annunciazione (25 marzo); la Purificazione o Candelora (2 febbraio); l’Assunzione (15 agosto). Si celebrano così tante feste della Vergine perché la sua vita è così strettamente legata a quella di N. S. Per gli altri Santi la Chiesa celebra solo il giorno della loro morte, perché è il giorno della loro nascita alla vita eterna. Per Maria (e per S. Giovanni Battista) si celebra anche il giorno della natività, perché Maria era santa fin dalla nascita.

3. Le feste dei Santi sono: S. Stefano (26 dic.); S. Pietro e S. Paolo (29 giugno) e Ognissanti (1° novembre). – I patroni variano a seconda del paese e del luogo.

Tutte queste feste si dividono in fisse e mobili: le prime si celebrano ogni anno nello stesso giorno, le seconde variano di anno in anno.

Le feste fisse sono: l’Immacolata Concezione, il Natale, l’Epifania, la Purificazione, l’Annunciazione, SS. Pietro e Paolo, l’Assunzione, la Natività della Vergine, Ognissanti.

Le feste mobili sono: “Pasqua (celebrata la domenica successiva al plenilunio dopo l’equinozio di primavera), cioè tra il 22 marzo e il 25 aprile), l’Ascensione (40 giorni dopo la Pasqua), Pentecoste (50 giorni dopo Pasqua), Corpus Domini (2° giovedì dopo Pentecoste). – Alcune di queste feste, Pasqua e Pentecoste, ricordano le feste dell’Antico Testamento, figure di quelle del Nuovo Testamento: alcune di esse coincidono con antiche feste pagane: il Natale sostituisce le notti sacre celebrate dai pagani in onore del sole; la Candelora, all’inizio di febbraio, coincide con le feste accompagnate da processioni illuminate da fiaccole per l’alba del giorno. La Chiesa ha fatto questa sostituzione per allontanare i Cristiani dalle solennità idolatriche. Alcune feste come il Santissimo Nome di Gesù, la Trinità e il Nome di Maria sono state spostate alla domenica per non aumentare il numero dei giorni festivi.

2. SIAMO OBBLIIGATI A CELEBRARE LE FESTE COME LA DOMENICA: quindi con l’astenersi dal lavoro servile e col partecipare alle funzioni. – A causa delle circostanze, il Papa ha trasferito in diversi Paesi alcune feste alla domenica successiva. L’esperienza ha dimostrato, inoltre, che la molteplicità a volte vanifica il suo scopo. – Tutte queste feste costituiscono l’Anno Ecclesiastico.

L’anno liturgico.

Oltre al sabato, gli ebrei celebravano già alcuni anniversari di eventi importanti. La Pasqua in ricordo dell’uscita dall’Egitto; 50 giorni dopo, la Pentecoste in ricordo della promulgazione della legge al Sinai; in autunno la Festa dei Tabernacoli in memoria del loro soggiorno nel deserto. Per gli israeliti si trattava di un riassunto della loro storia. Lo stesso vale per le feste cristiane, soprattutto durante la Settimana Santa, che sono un riassunto della storia di Nostro Signore

1. L’ANNO LITURGICO È LA RAPPRESENTAZIONE ANNUALE DELLA VITA DI CRISTO E DEGLI AVVENIMENTI CHE L’HANNO PRECEDUTA O SEGUITA.

La Chiesa ce li rappresenta per farceli ricordare ed imitare. Durante l’Avvento dobbiamo unirci ai patriarchi che sospiravano per il Salvatore; a Natale, ai pastori che si rallegrarono davanti alla sua mangiatoia; in Quaresima, con il digiuno di Gesù Cristo; a Pasqua, con la festa del Signore. – A Pasqua dobbiamo risorgere con Lui; a Pentecoste dobbiamo chiedere lo Spirito Santo con gli Apostoli. Inoltre, la Chiesa ha posto in ogni giorno dell’anno la festa di un Santo. – Le feste dei Santi sono come pianeti brillanti intorno al sole della giustizia; la Chiesa le ha istituite per aiutarci a meditare sulla vita di coloro che con la loro imitazione della vita di Gesù Cristo sono un modello di perfezione cristiana, per spronarci maggiormente a seguire il Maestro divino e a chiedere la loro intercessione per ottenere più facilmente le grazie meritate dal Salvatore. “Pregare con la Chiesa – dice sant’Agostino – è pregare nel modo più perfetto “. – Infine, distribuendo le feste dei Santi lungo tutto l’anno liturgico, la Chiesa sembra dirci che non tutti i giorni sono giorni di riposo, eppure, nonostante le vostre occupazioni terrene, dovete sempre avere l’anima innalzata verso Dio, secondo il precetto dell’Apostolo: “Sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi cosa fate tutto per la gloria di Dio”. (I. Cor. X, 31).

2. L’ANNO LITURGICO INIZIA CON LA PRIMA DOMENICA DI AVVENTO, ED È SUDDIVISA IN TRE CICLI PRINCIPALI, DI NATALE, DI PASQUA E PENTECOSTE, che corrispondono ai misteri della nascita, della resurrezione e della missione dello Spirito Santo.

L’anno liturgico è quindi una glorificazione della S. Trinità, che ci ricorda l’amore del Padre che ci ha mandato suo Figlio, l’amore del Figlio che è morto per noi, l’amore dello Spirito Santo Spirito Santo che si comunica a noi: così la Chiesa celebra la prima domenica dopo Pentecoste la festa della Santissima Trinità. Trinità, che riassume i tre cicli. Ognuna delle tre feste principali è preceduta da un tempo di preparazione e viene seguita da altre feste che sono loro correlate.

L’Avvento è il periodo di preparazione al Natale. Quel che segue è costituito dalla Circoncisione, l’Epifania, la Purificazione e le domeniche dopo l’Epifania.

Le quattro settimane di Avvento rappresentano i secoli (spesso si arrotonda a 4000 anni) di attesa del Redentore. La festa dell’Immacolata Concezione (8 dicembre) si inserisce molto bene in questo periodo. Dopo quaranta secoli di tenebre, ignoranza e peccato, sorge dul mondo il sole della giustizia e Maria ne è come l’aurora. (Cant. dei Cant. VI, 9). – Le settimane e le feste che seguono il Natale sono come la figura della giovinezza e della maturità di Cristo fino alla sua entrata nella vita pubblica, e quindi della sua vita nascosta a Nazareth. Ci sono almeno due, e al massimo sei domeniche dopo l’Epifania, a seconda che la Pasqua cada prima o dopo. Il tempo che precede la Pasqua è quello della Settuagesima e i quaranta giorni di Quaresima. – Il ciclo che segue comprende i quaranta giorni che vanno da Pasqua all’Ascensione. I termini Septuagesima (70), Sexagesima (60), Quinquagesima (50) derivano dall’usanza di alcune chiese primitive di iniziare la Quaresima 70, 60 o 50 giorni prima della Pasqua, per espandere ulteriormente i giorni di digiuno. Il mercoledì dopo la Quinquagesima è chiamato Mercoledì delle Ceneri, perché in questo giorno il Sacerdote cosparge di cenere il capo dei fedeli, dicendo: “Ricordati, o uomo, che sei polvere ed in polvere ritornerai”. “Questo mercoledì è il 46° giorno prima di Pasqua e l’inizio della Quaresima, che dura esattamente 40 giorni, poiché non si digiuna la domenica (ce ne sono 6). Durante questo periodo, la Chiesa ci ricorda la vita pubblica del Salvatore, che inizia con il digiuno e termina con la passione. I 40 giorni che seguono la Pasqua sono esattamente quelli che Gesù Cristo trascorse sulla terra dopo la sua risurrezione. La 1ª domenica dopo Pasqua è chiamata in Albis (depositis), perché in questo giorno i neo-battezzati (il Sabato Santo) depongono le loro vesti bianche. I 3 giorni che precedono l’Ascensione sono chiamati “Rogazioni“. (In questi giorni si svolgono le processioni).

La preparazione alla Pentecoste comprende i 10 giorni dopo l’Ascensione: il ciclo successivo comprende di solito da 24 a 28 domeniche. –

I 10 giorni che precedono la Pentecoste rappresentano i 10 giorni durante i quali gli Apostoli hanno atteso lo Spirito Santo0; le settimane che seguono sono l’immagine della storia del mondo fino al Giudizio Universale. Ecco perché l’ultima domenica dopo la Pentecoste leggiamo il Vangelo della seconda venuta del Salvatore. (S. Matth. XXIV, 15-35). Il numero maggiore o minore di domeniche dopo la Pentecoste è dovuto alla mobilità della festa di Pasqua. La fine dell’anno liturgico ci porta le feste di Cristo Re [istituita nel 2925], di tutti i Santi e dei defunti, per ricordarci della nostra comunione con i Santi in cielo e con le anime del Purgatorio ed il nostro destino di unirci a loro un giorno. La Festa dei Morti si inserisce molto bene nella stagione (2 nov.), quando gli alberi spogli ed i campi vuoti sono il simbolo perfetto della morte.

3. QUESTE TRE FESTE PRINCIPALI SONO IN PERFETTA ARMONIA CON LA NATURA.

L’Avvento (nel nostro emisfero settentrionale) è un periodo di buio e di freddo; era lo stato morale dell’umanità prima di Gesù Cristo. Verso la fine di dicembre le giornate si accorciano; con la nascita del Salvatore, la luce divina si diffonde nel mondo. A Pasqua, una nuova vita si manifesta nella natura: tutto torna verde, tutto rifiorisce. La Pasqua è la festa di Cristo risorto. A Pentecoste, gli alberi e la campagna sono in piena fioritura; la venuta dello Spirito Santo produce una nuova fioritura nell’umanità, perché è l’origine della vera civiltà e della vera moralità.

La Chiesa ha collegato le Epistole, i Vangeli ed il canto liturgico a queste feste e a questi periodi.

I Vangeli sono estratti dai quattro libri degli Evangelisti; le Epistole, dagli altri libri della Scrittura. Queste pericopi sono state create da San Girolamo e introdotte in alcuni paesi occidentali da Carlo Magno. (+814).

II. Secondo comandamento della Chiesa: la partecipazione alla Santa Messa.

Il 2° COMANDAMENTO DELLA CHIESA CI ORDINA DI PARTECIPARE DEVOTAMENTE AD UNA MESSA COMPLETA LA DOMENICA E NEI GIORNI FESTIVI.

III e IV Comandamento della Chiesa: confessione annuale e la Comunione pasquale.

Questi comandamenti ordinano a tutti i fedeli di confessarsi una volta all’anno e di ricevere la comunione almeno a Pasqua. Le nostre comunioni non devono essere rare, perché l’Eucaristia è il cibo delle nostre anime; un’anima che rimane a lungo senza questo cibo muore di fame. Se non mangiate – disse Gesù – la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete vita in voi” (S. Giovanni, VI, 56). I fedeli della Chiesa facevano la comunione ogni volta che partecipavano alla Messa, in seguito furono limitati alle tre feste principali, Natale, Pasqua e Pentecoste, e infine, essendo aumentata la tiepidezza, il Concilio Lateranense (1216) prescrisse a tutti i Cristiani che avessero raggiunto l’età del discernimento di confessarsi almeno una volta all’anno e di ricevere la Comunione devotamente almeno una volta all’anno (Can. 21). Il Concilio di Trento ha voluto che la confessione annuale si faccia anche a Pasqua: “È consuetudine generale e salutare di confessarsi durante il tempo santo della Quaresima, che è particolarmente adatto a questa devozione. “Il Concilio approva e accetta questa usanza, che è lodevole e degna di essere conservata”(14 Cap. 5). Va da sé che per coloro che si trovino in stato di peccato mortale la Confessione deve precedere la Comunione pasquale per non riceverla in modo indegno. – Questi comandamenti non sono osservati da una confessione nulla o da una comunione sacrilega: i papi Alessandro VI e Innocenzo Xi hanno condannato le proposte contrarie.

2. IL PERIODO PASQUALE DURA SOLO 15 GIORNI PER IL DIRITTO COMUNE, DALLA DOMENICA DELLE PSLME ALLA DOMENICA IN ALBIS, MA I VESCOVI SONO LIBERI DI PROLUNGARLO SECONDO LE NECESSITÀ DELLA DIOCESI. (Papa Eugenio IV, 1440).

I diocesani sono tenuti a informarsi sulle consuetudini locali: il periodo pasquale è ovunque abbastanza lungo perché non si possa usare la falsa scusa della mancanza del tempo.

3. LA COMUNIONE PASQUALE È STATA IMPOSTA PERCHÉ L’HA ISTITUITA GESÙ CRISTO.

Cristo ha istituito il S. Sacramento nel tempo di Pasqua. È anche il tempo in cui Gesù Cristo è risorto dai morti. È conveniente che anche noi resuscitiamo spiritualmente dalla morte del peccato con una buona confessione. Infatti, “a causa del peccato grave l’anima è in uno stato di morte, e l’assoluzione le restituisce lo Spirito Santo che è la sua vita. – L’Angelo disse alle donne che cercavano Gesù al sepolcro: “Voi cercate un uomo vivo tra i morti; Egli non è più qui” (S. Giovanni). Come Gesù Cristo è risuscitato dai morti, così noi dobbiamo camminare in una nuova vita. (Rom. VI, 4). Molte persone hanno l’abitudine di acquistare abiti nuovi per la Pasqua. Bisogna avere molta cura nel rivestire la propria anima con la grazia santificante.

4. COME REGOLA GENERALE, I FEDELI DOVREBBERO RICEVERE LA COMUNIONE PASQUALE NELLA LORO PARROCCHIA, ma la Chiesa dispensa facilmente da questo precetto. (Ben. XIV).

La Chiesa sa infatti che i peccatori preferiscono aprire la loro coscienza ad un Sacerdote che non li conosce, perché in tal modo sono meno esposti a ricevere i Sacramenti indegnamente. – In passato, i fedeli erano obbligati a confessarsi nella loro parrocchia; lo scopo di questo precetto era quello di ispirare loro il rispetto per il pastore incaricato delle loro anime.

5. CHIUNQUE TRASCURI IL DOVERE PASQUALE E MUOIA SENZA PENTIMENTO, PUÒ ESSERE PRIVATO DELLA SEPOLTURA ECCLESIASTICA. (Conc. Latr. 1215).

La Chiesa pronuncia questa pena quando la trasgressione della legge è pubblica ed il moribondo ha rifiutato il Sacerdote sul letto di morte. – Il parroco, prima di rifiutare la sepoltura ascolta il parere del proprio Vescovo: quando il tempo è troppo breve e c’è dubbio, deciderà a favore del defunto.

Quinto e sesto comandamento della Chiesa: la legge del digiuno e dell’astinenza.

Il digiuno è antico quanto l’umanità stessa; era la legge imposta in Paradiso. Dio allora proibì agli israeliti di mangiare varie carni. (Levit. XI, 2), e nel giorno della riconciliazione furono obbligati a digiunare per 24 ore. (Ibid. XXIII). Gesù Cristo ed Elia digiunarono per 40 giorni, e Giovanni Battista, il precursore, digiunava in modo molto severo. La Chiesa prescriveva il digiuno per motivi molto seri.

In origine, la legge del digiuno era molto rigorosa, ma la legge comune è stata mitigata in molte diocesi in considerazione delle circostanze di luogo e di tempo.

La legge rigorosa proibisce i cibi grassi e più di un pasto al giorno nei 40 giorni di Quaresima, nei giorni delle Quattro Tempora e in alcune vigilie. – L’astinenza senza digiuno.è prescritta ogni venerdì e sabato dell’anno [quella del sabato poi fu abolita – ndr.). – In origine la legge era così severa da proibire uova e latticini e qualsiasi pasto prima del tramonto. La degenerazione del genere umano e la crescente tiepidezza della popolazione costrinsero la Chiesa a mitigare questa legge nel corso dei secoli. In virtù di un indulto pontificio i Vescovi permettono ai loro diocesani di consumare vari piatti proibiti dalla legge generale. All’inizio della Quaresima, l’annuncio quaresimale viene pubblicato in tutte le chiese, indicando queste particolari disposizioni. – Esse non sono uguali in tutte le diocesi. Quando ci si ferma per un certo tempo in una diocesi straniera, ci si deve conformare alle sue usanze, come già raccomandava S. Ambrogio a santa Monica.

Nella legge della Chiesa si deve distinguere tra: 1° astinenza dalle carni, 2° digiuno e 3° combinazione di digiuno ed astinenza.

L’astinenza in senso stretto consiste nel privarsi del cibo grasso, ed è prescritta ogni venerdì dell’anno. Il digiuno, che consiste nell’accontentarsi di un pasto al giorno ed uno spuntino leggero, è prescritto nei giorni di Quaresima, ad eccezione delle domeniche, nei giorni delle Quattro Tempora, nelle vigilie di Natale, Pentecoste, dell’Assunzione (poi sostituita con l’Immacolata Concezione).

Il digiuno ed astinenza insieme sono prescritti nei giorni di Quaresima per i quali non c’è dispensa, nei giorni di Quattro Tempora e nelle vigilie suddette.

Il 5° e il 6° comandamento della Chiesa ci obbligano ad osservare i giorni di astinenza e digiuno.

1. DOBBIAMO OSSERVARE LASTINENZA IL VENERDÌ, PERCHÉ È IL GIORNO DELLA MORTE DEL SALVATORE.

Tutti i cibi grassi sono proibiti; tuttavia, molti Vescovi permettono l’uso di grassi animali. È permesso mangiare animali acquatici, pesci, gamberi, rane, lumache e tartarughe, perché in passato ed in alcuni Paesi, questi erano gli alimenti dei poveri: sono permessi anche uova e latticini.

– La Chiesa prescrive l’astinenza dalla carne, perché Gesù Cristo ha rinunciato al suo corpo per noi, perché la carne è l’alimento meno indispensabile e che la privazione della carne è una mortificazione. L’astinenza deve anche ricordarci che dobbiamo lottare contro la concupiscenza della carne, che è particolarmente eccitata dagli alimenti grassi (S. Th. Aq.). Molte persone, contro l’astensionismo, mettono avanti le parole di Cristo: “Non è ciò che entra nella bocca che contamina l’uomo (Matteo XV, 11). Senza dubbio, ma ha anche detto: “Tutto ciò che esce dal cuore di un uomo lo contamina”. (Ibid. 18). Ora, la disobbedienza contro la Chiesa viene dal cuore e lo contamina. Ovviamente, non è l’alimento materiale che rende impuro l’uomo; “non è il frutto – dice S. Agostino – che ha corrotto Adamo, è stato Adamo a contaminare il frutto”. Non c’è astinenza quando in un giorno festivo – Natale, ad esempio – cade di venerdì, perché Gesù stesso non vuole che digiuniamo quando dovremmo gioire (S. Matth. IX, 15). –

Di diritto comune l’astinenza è anche prescritta il sabato.

Questa legge doveva, nello spirito della Chiesa, assicurare l’abrogazione del sabato, ma è generalmente caduta in disuso. Resta vero, tuttavia, che dobbiamo fare qualche sacrificio per prepararci santamente alla domenica. In particolare, i festeggiamenti del sabato sera non dovrebbero essere prolungati troppo, perché è facile che si perdano le funzioni della domenica.

2. DURANTE LA QUARESIMA DOBBIAMO ACCONTENTARCI DI UN SOLO PASTO AL GIORNO PER IMITARE I 40 GIORNI DI DIGIUNO DI GESÙ E PREPARARCI DEGNAMENTE ALLA PASQUA.

La Quaresima inizia il Mercoledì delle Ceneri e dura fino alla domenica di Pasqua. Le domeniche non dono mai giorno di digiuno.

La Quaresima è di tradizione apostolica (S. Ger.), ed è stata istituita in memoria del digiuno del Salvatore nel deserto. Dovrebbe essere un tempo di penitenza e di espiazione dei nostri peccati. (Il viola, colore liturgico del tempo, è un colore di lutto) (S. Matth. IX, 15). Dovremmo anche meditare sulla Passione di Cristo, soprattutto durante la Settimana Santa. (I sermoni quaresimali di solito si concentrano sulla penitenza e sulla Passione). – Il digiuno e la meditazione delle sofferenze di Gesù sono il modo più semplice per ottenere la grazia della contrizione e del perdono e sono la migliore preparazione alla Confessione ed alla Comunione pasquale. – Nei secoli passati, la Quaresima era molto più dura di quella attuale: i nostri antenati non mangiavano carne per tutta la Quaresima e mangiavano solo la sera. Questa era la disciplina del Medioevo ed il Concilio di Toledo del 653 scomunicava chi la trasgrediva; ai tempi di Carlo Magno era addirittura un reato punibile civilmente. – Oggi la Quaresima è molto semplice. La Chiesa ci chiede solo di accontentarci del pasto di mezzogiorno concedendoci la colazione del mattino e uno spuntino leggero la sera. Una persona abile non può mangiare altro senza infrangere la legge (Alessandro VII, propos. condannata 39). Bere non è proibito, ma è opportuno farlo solo per dissetarsi. È conveniente non assumere bevande troppo nutrienti o troppo abbondanti. Ripetiamo che è necessario attenersi scrupolosamente alle prescrizioni diocesane.

Non si è tenuti a digiunare fino al compimento del 21° anno di età.

3. NOI DOBBIAMO OSSERVARE LE QUATTRO TEMPORA PER CHIEDERE A DIO BUINI SSCERDOTI E RINGRAZIARLO PER LE GRAZIE RICEVUTE DURANTE LA STAGIONE PRECEDENTE.

I giorni delle Quattro Tempora sono il mercoledì, il venerdì ed il sabato all’inizio di ogni stagione; sono i giorni in cui si svolgono le ordinazioni.

Quattro-Tempora deriva dal latino: Quatuor tempora, le 4 stagioni. Esse cadono la terza settimana di Avvento, la seconda settimana di Quaresima, l’ottava di Pentecoste e la terza settimana di settembre. – Questo digiuno era già abituale tra gli israeliti (Zacc. VIII, 19) e Gesù Cristo stesso ci esorta a chiedere a Dio dei buoni sacerdoti: “La messe è molta – Egli ha detto – ma gli operai sono pochi”. Il Signore ha chiesto a Dio di mandare operai nella sua vigna. “(Matteo IX, 37).

4. DOBBIAMO OSSERVARE LE VIGILIE DI ALCUNE FESTIVITÀ PER PREPARARCI A CELEBRARLE DEGNAMENTE.

Le grazie della festa saranno proporzionali alla preparazione. I primi Cristiani si riunivano alla vigilia delle feste, trascorrevano la notte in preghiera e assistevano al santo Sacrificio, seguendo l’esempio di Cristo che spesso trascorreva la notte in preghiera. (S. Luca VI). Quando le persecuzioni cessarono e i Cristiani poterono tenere le loro riunioni durante la giornata, i Papi trasferirono gli uffici notturni alla vigilia della festa. La Messa di mezzanotte a Natale è l’ultima traccia di questa usanza, e delle Veglie rimane solo il digiuno.

Le veglie con digiuno sono quelle di Natale, Pasqua, Pentecoste, l’Assunzione (poi trasferita all’Immacolata Concezione).

5. LA CHIESA NON VUOLE CHE L’ASTINENZA O IL DIGIUNO INFLUISCANO SULLA NOSTRA SALUTE O CHE CI IMPEDISCANO DI SDEMPIERE AI NOSTRI DOVERI DI STATO.

È consentito l’uso della carne nei giorni di astinenza alle persone in cattiva salute,

cioè i malati, i convalescenti, i bambini sotto i 7 anni (poiché non hanno ancora peccato, non devono fare penitenza), gli anziani (oltre i 60 anni) che risentono degli effetti dell’età. In alcune diocesi sono esonerati anche coloro che sono sottoposti a lavori molto faticosi, sia intellettuali che fisici: tuttavia, non è la carriera in sé a dispensare, ma il rapporto tra la forza fisica ed il lavoro da svolgere. – Si può ottenere la dispensa anche per un viaggio faticoso, o quando non si è il proprio padrone, come i servi o i soldati, o quando si è costretti a prendere i pasti in albergo, come gli studenti, i viaggiatori che sono costretti a mangiare di sfuggita ai buffet delle stazioni, gli impiegati delle ferrovie, persone che prendono l’acqua per la loro salute. – I poveri ridotti a chiedere l’elemosina per il loro pane possono, nei giorni di astinenza, mangiare i piatti grassi dati loro in elemosina, altrimenti sarebbero costretti a fare la fame. – Chi è esente dovrà comunque fare uno sforzo in alcuni giorni, come il Mercoledì delle Ceneri, il Venerdì Santo e la Vigilia di Natale. Soprattutto evitare accuratamente di dare scandalo, secondo le parole di S. Paolo: “Fate attenzione che la vostra libertà non diventi una pietra d’inciampo per i deboli (I Cor. VIII, 9) e “se quello che mangio offende il mio fratello, non mangerò più carne per tutta la vita” (Ivi, 13).

2. Sono esentati dal digiuno coloro che non hanno raggiunto l’età di 21 anni, così come coloro che non godono di buona salute e coloro che fanno un pesante lavoro intellettuale o materiale.

Durante il periodo della crescita, c’è bisogno di cibo abbondante. Il digiuno è talvolta consigliabile per imparare l’autocontrollo. – Le persone in cattiva salute sono i malati, i convalescenti e gli anziani (oltre i 60 anni).- Tra le persone che devono svolgere lavori pesanti ci sono coloro che svolgono mansioni di interesse pubblico, come confessori, predicatori, maestri di scuola, gli insegnanti, medici, giudici, infermieri, ecc. che hanno bisogno di un’alimentazione speciale. – Una dispensa generale viene talvolta concessa in tempi di epidemia, in alcune diocesi anche per una fiera. – Il dovere di preservare la vita è di diritto divino, quello del digiuno di diritto ecclesiastico: in caso di conflitto fra i due il diritto umano deve cedere il passo a quello divino. Ma chi è esonerato dal digiuno deve compensare con altre opere buone: i confessori e i parroci sono generalmente autorizzati a fare questa commutazione.

3. Nessuno deve digiunare eccessivamente, perché Dio richiede un servizio ragionevole. (Rom. XII, 1).

Chi digiuna in modo smodato è come un cocchiere che, eccitando i suoi cavalli, esporrebbe la sua carrozza ad un grande pericolo, o come una nave senza zavorra, che diventa il trastullo del vento (S. Efr.). Ci sono santi, come San Bernardo, che sono caduti erroneamente in questo errore e che se ne sono pentiti amaramente, perché la rovina della loro salute impediva loro di lavorare e li esponeva alle tentazioni. È bene quindi non mortificarsi corporalmente senza il consiglio del proprio direttore: il digiuno deve uccidere i peccati della carne, ma non la carne stessa (S. Greg. M.); esso non deve indebolire il corpo al punto di essere incapace di pregare e adempiere ai doveri di stato (S. Ger.). Bisogna trattare il proprio corpo come un bambino, e punirlo solo quando è disobbediente. I digiuni sono un rimedio: se presi in eccesso, essi sono dannosi: bisogna essere severi con se stessi, ma non crudeli; la durezza verso se stessi è difficilmente compatibile con la dolcezza verso gli altri.

6. IL DIGIUNO E L’ASTINENZA SONO MOLTO UTILI PER IL CORPO E PER L’ANIMA; danno luce alla mente, forza alla volontà, molte virtù, la salute, la remissione dei peccati, il perdono dei peccati, l’esaudimento delle preghiere, grazie straordinarie e la ricompensa celeste.

Il digiuno ha molti benefici spirituali. Daniele, che alla corte di Nabucodonosor, mangiava solo legumi e acqua, prevalse in saggezza su tutti i consiglieri del re. (Dan. I.). Tutti i grandi dottori della Chiesa erano molto mortificati. – Il digiuno rende forte la volontà: doma tutte le inclinazioni malvagie della carne e respinge le tentazioni del diavolo (1. Cor. IX, 27). “La carestia fa capitolare le fortezze, e il digiuno fa capitolare il corpo di fronte alle esigenze della ragione e della volontà” (S. Alberto Magno), doma le passioni come un cavaliere, doma la furia di un cavallo furioso per mezzo delle redini (Rodriguez). – Il diavolo considera il nostro corpo come il suo migliore alleato, perché sa che i nemici dall’interno sono i più pericolosi (S. Bern.); ma con il digiuno leghiamo il nostro corpo in modo che non possa tradirci all’avvicinarsi dei nemici esterni (Rodr.), gli togliamo forze inutili che non può trasformare in armi contro di noi (S. Aug.). Un uccello leggero sfugge più facilmente ad un uccello rapace di uno il cui volo è appesantito da troppo cibo. (S. Bonav.). Gli atleti preparati alla battaglia con l’astinenza (I Cor. IX) otterranno la vittoria e molte alte virtù. Il digiuno ci prepara prima alla preghiera, poi alla dolcezza, alla pazienza ed alla castità. “Mai un’alta perfezione è stata raggiunta senza il digiuno; esso rende gli uomini simili agli Angeli che non mangiano e non bevono (S. Cyp., S. Ath.). L’uomo spirituale cresce nello stesso che l’uomo animale muore, come in una bilancia dove uno dei piatti sale mentre l’altro scende. – Il digiuno fa bene alla salute e allunga la vita, l’astinenza è la madre del vigore. (S. Ger.); i compagni di Daniele mangiavano molto poco, e dopo 10 giorni avevano un aspetto migliore degli altri giovani (Dan. 1.). Gli anacoreti della Tebaide, come Sant’Antonio eremita, San Paolo l’eremita, digiunarono molto e raggiunsero l’età di 100 anni; Sant’Alfonso (+ 1787) digiunava a pane e acqua ogni sabato in onore della Beata Vergine Maria e visse fino a 90 anni. Ippocrate, il padre della medicina, morì più che centenario. Quando gli chiesero perché fosse vissuto così a lungo, rispose: “io non mi sono mai saziato”. I medici in genere prescrivono ai malati una dieta come condizione per la guarigione. Il corpo, come i vestiti, dura più a lungo quando viene risparmiato. “La temperanza – dice la Sapienza (XXXI, 24) – prolunga la vita”. – Il digiuno ottiene il perdono dei peccati. Dio perdonò i Niniviti perché digiunarono. (Giona III); la razza umana è stata perduta a causa dell’ingordigia, sarà salvata dal digiuno. – Il digiuno previene quaggiù le pene del purgatorio. – Dio esaudisce prontamente le preghiere di coloro che digiunano. -Quando Oloferne assediò Betulia, gli abitanti ricorsero al digiuno e alla preghiera, e Dio li liberò miracolosamente per mezzo del braccio di Giuditta (IV). Il digiuno e l’elemosina sono le due ali della preghiera (S. Aug.); l’anima di un corpo mortificato può salire più facilmente a Dio, così come gli uccelli migratori compiono più facilmente il loro viaggio, perché sono alleggeriti dalla privazione del cibo (S. Vinc. F.). – Il digiuno ha sempre ottenuto grazie speciali da Dio. Dopo il digiuno, Mosè ottenne un incontro con Dio sul Sinai ed Elia ebbe una visione sul Monte Horeb (III Re, XIX). La protezione miracolosa dei giovani nella fornace fu certamente la ricompensa per il loro digiuno. Questo esercizio ci spiritualizza e divinizza, per così dire, ed è per questo che a Dio piace entrare in relazione con noi (Rodrig.). – Il digiuno ottiene una ricompensa celeste. Mosè ed Elia apparvero alla trasfigurazione sul Tabor, perché erano stati gli unici tra i patriarchi ad aver digiunato 40 giorni come Gesù (S. Vinc. F.).

7. L’ASTINENZA E IL DIGIUNO SONO GRADITI A DIO SOLTANTO QUANDO CI SFORZIAMO ALLO STESSO TEMPO DI EVITARE IL PECCATO E DI FARE IL BENE.

Il digiuno non è ancora la perfezione. (I. Cor. VIII, 8), ma è un mezzo per arrivarci domando le passioni e facilitandoci il bene. “Dio tiene meno conto dell’astinenza dal cibo che dell’annientamento del peccato”. (S. Antonino). A che cosa serve che un uomo si astenga dalla carne se fa a pezzi il suo prossimo con la calunnia? (S. Aug.) Egli assomiglia allora al sepolcro, imbiancato all’esterno e pieno di putredine all’interno (S. Matth. XXIII, 27), al diavolo che non mangia e non smette di fare il male (S. Onorato). Il digiuno non è in grado di alimentare la preghiera ed è una lampada senza olio, perché dobbiamo digiunare solo per poter pregare meglio. Il digiuno senza elemosina è un è un campo senza seme (S. Pietro Crisol.); non è un digiuno per Dio, ma per se stesso negare ai poveri ciò che si è risparmiato con il digiuno (S. Greg. M.).

V. La legge del tempo proibito.

Il tempo “chiuso” o proibito è il tempo durante il quale la Chiesa proibisce la celebrazione solenne del matrimonio e ne disapprova i festeggiamenti chiassosi.

Tra la 1ª domenica di Avvento e l’Epifania, tra il Mercoledì delle Ceneri e la Domenica di Quasimodo, la Chiesa proibisce la celebrazione del matrimonio e le celebrazioni rumorose.

Questa è una decisione del Concilio di Trento (24, 10). In precedenza, la stagione di “chiusura” comprendeva ancora le tre settimane tra le Rogazioni e la Domenica della Trinità. – Questi periodi sono tempi di penitenza incompatibili con i piaceri; questi tempi sono destinati dalla Chiesa a meditare sui grandi misteri della salvezza: l’Avvento e quello dell’Incarnazione, la Quaresima a quello della Redenzione. Non è opportuno distrarsi da queste grandi verità con i piaceri del mondo. – Anche le grandi feste di Pasqua e di Natale fanno parte del periodo di chiusura. Dobbiamo abbandonare le gioie del mondo e dedicarci esclusivamente alle gioie spirituali. – I Vescovi possono permettere che i matrimoni siano celebrati in tempo chiuso ma non con solennità; solo il papa può concedere, da solo o tramite il Vescovo, la solennità del matrimonio in tempo chiuso. – La pubblicazione dei matrimoni non è proibita in tempo chiuso. – I balli sono altamente riprovevoli, mentre i concerti sono tollerati. Coloro che non rispettano questa legge deve temere la minaccia del Signore: “Trasformerò i vostri giorni di gioia in giorni di lutto” (Amos VIII, 10).

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (10)

OSSIA IL MEZZO PIÙ INDISPENSABILE E NELLO STESSO TEMPO INFALLIBILE PER IMPETRARE DADIO OGNI BENE E SOPRATTUTTO L’ETERNA SALVEZZA. (10)

ISTITUTO MISSIONARIO PIA SOCIETA’ S. PAOLO

N. H., Roma, 15 maggio 1942, Sac. Dott. MUZZARELLI

Imprim., Alba 25 maggio 1942. Cn. P. Gianolio, Vic. Gen.

Tipogr. – Figlie di S,. Paolo. – Alba – giugno – 1942.

16. — Guai a chi non prega!

Possiamo dunque far nostro il sillogismo del P. Von Doss: « Senza il divino aiuto — ei scrive — non v’è per noi salute. Senza la preghiera questo divino aiuto ci manca. Dunque senza la preghiera per noi non v’è salute ». « Chi non prega certamente si danna » (S. Alfonso). Infatti — e va bene il ripeterlo — « i comandamenti di Dio si possono osservare tutti e sempre, anche nelle più forti tentazioni », se non colle nostre forze, ben però « coll’aiuto della grazia, che Dio non nega mai a chi lo invoca di cuore » (Cat. di Pio X, dom. 165). Perciò « chi vuole stare con Dio deve pregare. Ogni qualvolta il peccato minaccia l’anima nostra, ricorriamo alla preghiera se non vogliamo soccombere » (S. Isidoro). Certo « non ha scusa chi cade; poiché se pregava non sarebbe stato vinto dai nemici » (Crisostomo). – La preghiera è dunque a tutti assolutamente necessaria; anzi « fa d’uopo osservare che la preghiera è per noi un mezzo indispensabile e che non può surrogarsi con altri mezzi per raggiungere la perfezione e la salvezza » (P. Meschler S. J.). – Ed anche su questo punto i Ss. Padri e gli uomini che hanno il senso di Dio, son tutti d’accordo. « Noi crediamo – dice S. Agostino – che niuno meriti il divino aiuto, se non chi prega… Senza il cibo non può sostenersi il corpo, e senza la preghiera non può conservarsi la vita dell’anima ». E il P. Meschler : « La preghiera è il minimo che Dio poteva esigere dall’uomo. Chi si rifiuta di farla, si chiude volontariamente la porta delle grazie del cielo… Nessuna cosa si deve sperare, se non per la preghiera. Tutta la fiducia che non sia basata sulla preghiera è vana. Dio nulla ci deve se non mediante la preghiera, poiché è a questa che Egli ha promesso tutto. Ordinariamente Dio non concede alcuna grazia se non Gliela si domanda; e quando la concede è grazia della preghiera ». « Quella della preghiera — scrive il P. Berlatti, Gesuita anche questo — è una strada, mettendoci sulla quale, i più grandi peccatori si salvano, ed uscendo dalla quale i più grandi santi si perdono ». Ma già prima il Crisostomo aveva asserito che « la preghiera è per l’uomo ciò che l’acqua è per il pesce »; e l’A Lapide, raccogliendo il pensiero di tutti, conclude: « la preghiera è per l’anima nostra ciò che il sole è per la natura per vivificarla e fecondarla, ciò che l’aria è pei nostri polmoni, il pane per la vita materiale, l’arma pel soldato, l’anima pel corpo »: tutte cose, come si vede, necessarie e insostituibili. – Riporto qui anche il pensiero del P. Oddone S. J. « La grazia — egli scrive — ci manca qualche volta. Ma questo avviene non perché Dio ce la rifiuti, ma perché noi non gliela domandiamo. Non perché Dio non ci voglia esaudire, ma perché noi siamo negligenti nell’invocarlo. Se noi abbandoniamo Dio, trascurando di ricorrere a Lui e di attirarci, colla preghiera la sua grazia e il suo soccorso, Dio abbandona noi. Ma l’abbandono di Dio, sempre suppone il nostro abbandono o la nostra trascuranza ». Ecco dunque a che punto trascina la trascuranza nella preghiera: nientemeno che all’abbandono di Dio! E questo non si dirà grave, anzi disastroso? – Hanno quindi ragione anche il Crisostomo e l’Aquinate, il primo dei quali dice: « Io penso che appaia a tutti evidente come sia a tutti impossibile vivere virtuosamente senza il sussidio della preghiera »; e l’altro: « Il Signore non vuole concederci le grazie che « ab æterno » ha determinato di donarci, per altro mezzo che per la preghiera ». Questo, si comprende, vale per le grazie efficaci; poiché le grazie comuni (sufficienti) son date a tutti. Anche S. Teresa di Gesù, commentando le evangeliche parole: « Chiunque domanda riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto » (Luc. XI, 10), così si esprime: « Dunque chi non domanda non riceve, chi non cerca non trova, e a chi non picchia non sarà mai aperta la porta. Dunque, chi lascia la preghiera è simile ad un corpo paralitico che ha mani e piedi e non li può adoperare; dunque il lasciar la preghiera è lo stesso che lasciar la buona strada che guida al cielo e gettarci da noi stessi nell’inferno senza bisogno del demonio che vi ci spinga ». Dopo ciò deve apparire chiaro ciò che — già nella prefazione — scrive S. Alfonso nel suo libretto « Del gran mezzo della preghiera ». « Ben s’inculcano — ei rileva e lamenta — tanti buoni mezzi alle anime per conservarsi in grazia di Dio: la fuga delle occasioni, la frequenza ai Sacramenti, la resistenza alle tentazioni, il sentir la divina parola, il meditar le massime eterne ed altri mezzi, tutti — non si nega — utilissimi. Ma a che servono, io dico, le prediche, le meditazioni e tutti gli altri mezzi che danno i maestri spirituali, senza la preghiera, quando il Signore si è dichiarato che non vuol conceder le grazie se non a chi prega? « Chiedete ed otterrete » (Giov. XVI, 24). Senza la preghiera — parlando secondo la Provvidenza ordinaria — resteranno inutili tutte le meditazioni fatte, tutti i nostri propositi e tutte le nostre promesse. Se non preghiamo, saremo sempre infedeli a tutti i lumi ricevuti da Dio e a tutte le promesse da noi fatte. La ragione si è perché a fare attualmente il bene, a vincere le tentazioni, ad esercitare le virtù, insomma ad osservare i divini precetti, non bastano i lumi da noi ricevuti e le considerazioni e i propositi da noi fatti; ma di più vi bisogna l’attuale aiuto di Dio; e il Signore questo aiuto attuale non lo concede se non a chi prega. I lumi ricevuti, le considerazioni e i buoni propositi concepiti a questo servono, acciocché pei pericoli e tentazioni di trasgredir la divina legge, noi attualmente preghiamo e colla preghiera otteniamo il divino soccorso che ci preservi poi dal peccato; ma se allora non preghiamo, saremo perduti ». Ed altrove, nello stesso libretto, scrive: « Alcune anime devote impiegano gran tempo a leggere e meditare, ma poco attendono a pregare. Nel leggere e meditare (e — si potrebbe aggiungere — nell’ascoltar prediche) noi apprendiamo i nostri obblighi, ma colla preghiera otteniamo la grazia per adempierli. Che serve conoscere ciò che siamo obbligati a fare, e poi non farlo, se non per renderci più colpevoli innanzi a Dio? Leggiamo e meditiamo quanto vogliamo: non soddisferemo mai le nostre obbligazioni, se non chiediamo a Dio l’aiuto per adempierle ». E tutto questo — si noti bene — dice quel S. Alfonso che pur scrisse volumi di meditazioni, di prediche e di esortazioni al bene, e che pur promosse in modo ammirabile la frequenza ai SS. Sacramenti. Qualcuno si sarà meravigliato nel leggere che S. Alfonso (vedi le parole da me sottolineate) neghi, sotto l’aspetto da me trattato, perfino l’efficacia dei SS. Sacramenti. Eh, già! fra « tutti gli altri mezzi che dànno i maestri spirituali », è segnalata anche « la frequenza dei Sacramenti ». Perciò su questo punto convien fare due righe di spiegazione. Potrei spicciarmi dicendo coll’Aertnys che, « come Dio ha stabilito che la grazia santificante ci giunga attraverso i Sacramenti, così ha decretato che le grazie attuali (è il caso nostro) ci giungano per il canale della preghiera di petizione »; ed avrei detto quanto basta. – Ma voglio essere più chiaro ancora. Intanto i Sacramenti, a chi li riceve colle dovute disposizioni, danno od aumentano « ex opere operato », cioè infallibilmente, la grazia santificante. Questa però non è la grazia attuale, della quale qui si tratta. I Sacramenti poi ci danno per giunta la cosiddetta grazia sacramentale, la quale consiste in un diritto a quelle speciali grazie attuali che rispondono al fine proprio di ogni Sacramento. Ora qui si può chiedere: questo diritto è esso valorizzato e le relative grazie attuali riescono esse efficaci senza la nostra preghiera? Giusta quanto è stato detto e sostenuto fin qui, non è forse soltanto la preghiera quel mezzo potentissimo che ci assicura l’efficacia delle grazie attuali? – La S. Comunione poi ci preserva — come dice il Tridentino — dai peccati mortali. Ed è verissimo. Questa però è una grazia preservativa che entra nella serie delle grazie attuali. Dunque essa pure, perché riesca infallibilmente efficace, abbisogna della nostra fervente preghiera. Ed ecco che così si deve per forza dar ragione a S. Alfonso. Senza preghiera, almeno ordinariamente, non si dà grazia efficace. Ed il celebre Teol. De Lugo non lo contraddice. « Dall’esperienza ci consta — ei scrive — che tali aiuti efficaci non son dovuti a chi riceve i Sacramenti » (De Sacram., Disp. 4, sect. 3, 26). E quanto dico è recentemente confermato anche dall’autore di « Vivere in Cristo » (pag. 121). « Nemmeno i Sacramenti — egli scrive — ci assicurano in modo infallibile la corrispondenza alle grazie attuali. Indubbiamente per salvarci dobbiamo frequentare i SS. Sacramenti; ma non basta. Bisogna accompagnarli con molta preghiera. Ciò spiega come qualche volta avvenga che anche chi riceve la S. Comunione frequentemente, ricada spesso in peccato e non riesca a liberarsi da cattive abitudini. La ragione è questa: non prega, (o non prega bene, o non prega abbastanza). Per star vivi non basta soltanto mangiare, ma bisogna anche respirare. Nella vita della grazia la preghiera è il respiro ». E quanto ho scritto non spiegherebbe pure il vero motivo della precarietà di certe conversioni che avvengono realmente nel tempo pasquale e specialmente in occasioni di tridui e missioni? Allora si udì la divina parola, allora si invocò il divino perdono, e lo si ottenne. In seguito però (e quanto presto!) si cessò di pregare, e purtroppo si ritornò al vomito, riducendosi spesso in condizioni peggiori delle precedenti (Matt. XII, 45). Ecco la desolante storia di tante povere anime! È la trascuranza di pregare che le rovina. Lo dice anche S. Alfonso: « Molti peccatori coll’aiuto della grazia giungono a convertirsi a Dio; ma poi, perché lasciano di domandare la perseveranza, tornano a cadere e perdono tutto ». Invece purtroppo « tutto quaggiù tende a farci trascurare la preghiera pur così dolce e per se stessa tanto facile. Il semplice Cristiano che vive nel mondo ne è distolto dagli affari, il religioso ritirato nella solitudine trova troppo spesso ostacoli al compimento di essa nell’attività dello spirito, il Sacerdote ne trova appena il tempo in mezzo alle fatiche e alle distrazioni del ministero. Noi infelici, infelice la Chiesa, se finissimo per cedere davanti a questi ostacoli! » (P. Ramiere). E dunque? Dunque, applichiamo a noi queste gravi parole colle quali il pio e venerabile P. Riccardo Friedl S. J. terminò un corso di esercizi spirituali predicato a degli studenti religiosi: « Dimenticatevi pure di quanto vi ho detto e di quanto vi fu insegnato nei lunghi anni della vostra formazione; ma ricordatevi di una cosa sola: di pregare. Diverrete santi e sarete grandi apostoli. Che, se ricordaste tutto il resto, ma dimenticaste questo solo: che occorre pregare, perdereste l’anima vostra e sareste pur la rovina di altre ». – E questo valga non solo pei religiosi, ma indistintamente per tutti.

17. — O Signore, non c’indurre in tentazione.

Dunque « la preghiera è necessaria perché Dio la comanda, è necessaria per trionfare dei nostri nemici, per uscire dallo stato di peccato, per non ricadervi, per lavorare alla nostra salvezza, per corroborare la nostra fiacchezza, per praticare la virtù, per poter giungere in Paradiso ». Soprattutto, però la preghiera è necessaria quando siamo tentati al male. Ah, sì! allora dobbiamo seguire senza dilazione il consiglio di Gesù, che dice: « Vigilate e pregate per non soccombere alla tentazione (Matt. XVI, 41), ed immediatamente e con tutta fiducia rivolgerci al buon Dio, e dirgli: « Deh, per carità! non permettere ch’io ceda alla tentazione » (Luc. XI, 4). È bensì vero ciò che dice lo Spirito Santo quando chiede: « Che cosa sa mai chi non è tentato? » (Eccli. XXXIV, 9), ed è pur lodato chi esce vittorioso dalle tentazioni: « Beato l’uomo che sostiene la tentazione, poiché quando sarà stato provato, riceverà la corona della vita » (Giac. 1, 12); ma purtroppo spesso, se anche lo spirito è pronto a resistere, la carne invece e assai debole (Matt. XXVI, 41), e cede miseramente. Ed allora son veri guai! Dobbiamo tuttavia ritenere che « Dio è fedele, e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche l’aiuto necessario, affinché possiate sostenerla (I Cor. X, 13). Ora chi nelle tentazioni invoca Dio, Gesù, lo Spirito Santo o Maria Santissima, e coll’anima sua si rifugia in Essi con quello slancio stesso con cui una bambina invoca la mamma e si rifugia di corsa nel suo grembo quando si vede assalita da un cagnaccio, oh, è certissimo di evitare il peccato! Chi fa così non può essere abbandonato dal Signore. – Talvolta le tentazioni sono assai forti e si ripetono con grande frequenza. In simili frangenti « chi siamo noi e qual è la nostra forza per resistere a tante tentazioni? » Ora il Signore, permettendo questo, vuol farci capire che « vedendo noi la nostra debolezza, ricorriamo con tutta umiltà alla sua misericordia » (S. Bernardo). Ne vien di conseguenza che « chi si ritrova combattuto da qualche grave tentazione, senza dubbio pecca gravemente se non ricorre a Dio coll’orazione chiedendo l’aiuto per resistere a quella, vedendo che altrimenti si mette a prossimo, anzi certo pericolo di cadere » (S. Alfonso). Avverto poi che quanto dice qui S. Alfonso è di massima importanza specialmente per la gioventù, che non crede alla propria debolezza morale, che non vede il bisogno di vegliare su se stessa e che quindi non ritiene neppur necessario raccomandarsi a Dio. Con ciò non si vuol dire che chi prega possa sempre liberarsi da tutte le tentazioni. È però certo e sicuro che, colla preghiera ben fatta, ci preserviamo infallibilmente dal soccombere alle medesime. E questo basta. Scrive infatti S. Bernardo a sua sorella: « Tu mi chiedi un rimedio contro le suggestioni del demonio… Raccomandati continuamente a Dio. La preghiera perseverante spunta le frecce dell’infernale nemico ed è l’arma più poderosa contro i suoi assalti ». E S. Alfonso « Molte volte noi cerchiamo da Dio che ci liberi da qualche tentazione pericolosa, e Dio non ci esaudisce, e permette che la tentazione seguiti a molestarci. Intendiamo che anche allora Dio permette ciò pel nostro maggior bene. Non sono le tentazioni e i cattivi pensieri che ci allontanano da Dio, ma i mali consensi (cioè l’acconsentire malamente ad essi). Quando l’anima nella tentazione si raccomanda a Dio e col suo aiuto resiste, oh! com’ella si avanza allora nella perfezione e viene a stringersi con Dio! E perciò il Signore non la esaudisce » per darle modo di crescere in virtù e arricchirsi di meriti. Spesso poi, ma specialmente quando siamo tentati, « dobbiamo aver sempre pronte molte orazioni giaculatorie… con slanci ed elevazioni di cuore, simili a quelle degli antichi penitenti: Io sono vostro, o mio Dio, salvatemi! Abbiate misericordia di me! Siate propizio a me, povero peccatore! e simili » (S. Francesco di Sales). Ora anzi ce n’è un vero arsenale, anche di indulgenziate; e ci conviene apprenderne alcune a memoria per averle pronte nel momento del bisogno. Ma ecco una domanda: Si avrà poi sempre. quando si è tentati, la grazia di raccomandarci a Dio? Rispondo senz’altro di sì; e chi fa la carità di leggermi, lo vedrà chiaramente nel cap. 21, che non è lontano. – Insomma nelle tentazioni e nei pericoli di offender Dio e di cadere in peccato, sia nostro il grido di S. Pietro, quando stava per sommergersi: « O Signore, salvami! »; sia quello degli Apostoli sorpresi dalla tempesta: « Signore, salvaci, se no siam perduti! », e tutto ci andrà bene (Matt. XIV, 30; Luc. VII, 24). Ah, sì! se faremo così il buon Dio interverrà senza fallo in nostro soccorso; e noi ci salveremo certamente dall’acconsentire al male. E non si creda — come ritengono non pochi — che i buoni e i santi vadano esenti da tentazioni. La verità invece è che i buoni son tentati assai più spesso e più violentemente dei cattivi. Non occorre che il demonio tenti i cattivi: essi son già suoi. Egli li tenta e li agita per lo più quando vorrebbero svincolarsi dal suo giogo; ma poi non si preoccupa tanto di loro, e li lascia in relativa tranquillità. Ora perché i buoni resistono a grandi, e frequenti tentazioni, mentre i cattivi cedono vergognosamente su tutta la linea? È presto detto. I buoni invocano allora istantemente il Signore e la Madonna; questi dànno ad essi l’aiuto onnipotente della grazia; ed essi con tale aiuto resistono vittoriosamente ai più forti assalti. I cattivi invece quando son tentati trascurano di raccomandarsi a Dio; non possono quindi pretendere ch’Egli li aiuti in modo particolare, come avrebbero bisogno; ed essi, abbandonati alla loro connaturale debolezza, aggravata dalle loro malvage abitudini, cadono miseramente alla più leggera spinta. – Dopo ciò, che mi resta a fare, se non confessare anch’io con S. Alfonso « Ah, mio Dio! io non sarei mai caduto, se nelle tentazioni fossi a voi ricorso »? Soprattutto però dobbiamo raccomandarci a Dio quando siam tentati di cose impure. Dice infatti S. Gregorio Magno « Quanto maggiormente siamo oppressi dal tumulto delle miserie carnali tanto più ardentemente dobbiamo insistere nella preghiera ». E S. Alfonso « Specialmente avvertasi che niuno può resistere alle tentazioni impure della carne, se non si raccomanda a Dio quando è tentato. Questa nemica è sì terribile che, quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce. Ci fa dimenticare di tutte le meditazioni e buoni propositi fatti e ci fa vilipendere anche le verità della fede, quasi anche perdere il timore dei castighi divini; poiché essa si congiura coll’inclinazione naturale, che con somma violenza ne spinge ai piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio è perduto ». Si noti che queste son parole sacrosante! Si comprende troppo bene che di quanto ho qui riferito e detto non possono beneficiare coloro che da se stessi, senz’alcuna ragione plausibile e senza le necessarie precauzioni, si buttano in tutte le compagnie, vogliono guardar ed osservar quanti e quante passano davanti alla porta o sotto le finestre, intervengono a tutte le novità del teatro e del cinematografo, ascoltano tutte le canzonette e tutte le operette della radio, frequentano trattenimenti danzanti, voglion leggere tutti i libri, scorrere tutti i giornali, osservare tutte le illustrazioni, visitare le spiagge marine, i luoghi termali, i paesi di villeggiatura, seguire tutte le mode, ecc. ecc. Per costoro sta invece scritto: « Chi ama il pericolo, in quello perirà » (Eccli. III, 27), poiché sono essi stessi che cercano di essere suggestionati e tentati al male (Sarebbe da dire qualcosa su ognuno di questi pericoli; ma dove andrei a finirla? Tuttavia riporto qui ciò che dice la « Civiltà Cattolica » su certi libri che oggi corrono per le mani di tanti. Questi libri — scrive nel fase. I Nov. 1941 — « in religione ci portano troppo spesso ventate di gelido indifferentismo e di spudorate irriverenze; in morale cercano di distruggere ogni argine di pudore, riguardato ormai come ipocrisia da rigettare tra le ideologie di popoli arretrati e come anticaglie stramorte; e nella famiglia diffondono un veleno che uccide il vero concetto dell’amore, cambia la donna nella repellente volgarità della femmina, getta manate di fango sulla maternità, investe con scettico disprezzo la virtù della purezza, e inocula nel santuario domestico uno spirito di libertinaggio al quale tien dietro solamente la catastrofe ». E il cine?… E le spiagge e le stazioni termali?… E le passeggiate promiscue?… Son cose che fan fremere e vergognare!). – Questi tutt’al più, nei momenti di rimorso (che non possono loro mancare), potranno fare al Signore una o l’altra di queste preghiere: « O buon Dio, liberami dal tirannico fascino delle frivolezze mondane! O Signore buono, fammi vedere quanto son vane, sciocche e fatali all’anima mia le misere cose che seguo e amo! O Dio mio, crea in me un cuor puro e mondo, ed infondi nell’anima mia lo spirito d’una sincera rettitudine! — Se saranno fatte di vero cuore, il Signore certamente illuminerà quelle povere anime, farà loro vedere quanto son lontane dalla buona strada e darà pur loro la forza e la fortuna di ritornare tosto o tardi al dolce ed amoroso amplesso del buon Dio, nel quale soltanto potranno trovare la vera pace e felicità. Non succede infatti la prima volta che anime scervellate, le quali resistettero già a tutte le raccomandazioni d’una buona mamma, si burlarono dei consigli d’un pio e santo Sacerdote e si risero perfino dei richiami di persone autorevoli, colpite infine da una speciale illustrazione o, più spesso, da una provvidenziale sventura, cambiarono sentimenti, mutarono vita e divennero non di rado grandi apostoli nel bene. Ebbero forse qualche guaio in seguito ai loro disordini; ma che importa? In fine trovarono la pace, si confermarono nella virtù, fecero penitenza delle loro leggerezze e delle loro colpe, e si assicurarono il Paradiso. – Ora tutto ciò avvenne certamente in grazia di qualche accorato sospiro a Dio fatto da esse medesime in qualche momento di ansietà e di rimorso, od a qualche fervente supplica rivolta al Signore da qualche persona che voleva loro bene e che, forse, conosceranno soltanto nell’eternità. Nessuno conosce bene la forza e l’efficacia d’una preghiera ben fatta.

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (11)

IL SACRO CUORE (70)

IL SACRO CUORE (70)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ (7)

TORINO – Tipografia di Giulio Speirani e figli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Cuore di Gesù. Cuore di Re.

Il N. S. Gesù Cristo è veramente Re, anzi è Re dei Re, Signore dei dominanti.0 Le divine Scritture si piacciono a descrivere l’ampiezza del suo regno, la durata, la solidità. Il suo regno, dicono è il regno di tutti i secoli, per estensione egli dominerà dal mare al mare e dal fiume sino agli ultimi confini della terra. È regno che non avrà più fine, poiché dopo la consumazione del secolo sarà trasportato nel Cielo, dove ha da durare per sempre. Deve essere adunque regale il suo Cuore. Ora a che si conosce un Cuore veramente di Re? Lasciamo stare quello degli uomini che spesse volte pur troppo non corrisponde a sì alto ufficio: quello di Gesù si conosce I° all’ampiezza, 2°, alla magnificenza, 3° alla degnazione.

I. All’ampiezza. Del gran Re Salomone dice la divina Scrittura che ebbe un cuore smisuratamente largo. Dedit ei latitudinem cordis vasto quanto le arene del mare: sicut arena quæ est in littore maris: ed è certo una gran lode. Ma non presuma di paragonarsi col Cuore del nostro Gesù, il quale accoglie in sé tutti gli uomini, tutte le generazioni, di quante sono le parti abitate della terra. E sebbene egli regni come Re riconosciuto, più particolarmente sopra i popoli che fanno parte della sua Chiesa, tuttavia non sono fuori della sua giurisdizione né i Gentili; né gli Eretici, né gli Scismatici che ricusano di riconoscerlo o nol riconoscono bastevolmente. Sperimentano pia amorosa la sua provvidenza quelli che volonterosi gli stanno sottomessi quali sono i Cattolici che Egli più peculiarmente chiama suo regno. Fecisti nos Deo nostro regnum: ma non sono privi degli influssidel suo Cuore neppure quelli che sonolontani da Lui. Anche questi ricevono grazieproporzionate al loro stato, affinchépossano volendolo accostarsi al suo Regnovisibile che è la Chiesa. Con questo di piùche dove i Monarchi terreni non possonofar altro, per quanto abbiano buon cuore,che stendersi colla loro provvidenza albene comune, ai generosi provvedimentiche riescono sempre scarsi all’uopo deiparticolari, il Cuore del nostro Re divinoha tale ampiezza che coll’universale arrivaeziandio al particolare di ognuno.Gesù ha presenti tutti gli atti minimi,anzi pure i pensieri di ciascheduno e tutti può dirigerli ed ordinarli. Così vedetutti i pericoli, tutte le necessità ed atutto si stende né fa distinzione di persona,ma come pensa al Monarca sul trono,così pensa al povero nel suo tugurio, comealla regina che calpesta il soglio, così allafemminetta che maneggia la spola. Inquella guisa che il sole mentre riscalda  le querce robuste, non dimentica il fiorellino del campo, ma si fa tutto all’une edall’altro, cosi il nostro gran Re mentreordina le vicende degl’imperi e delle Monarchie si stende alle necessità del minimo de’ suoi servi, come avesse solo lui di cui occuparsi. Oh questo sì che è avere un cuore senza confine! Quanto ci sentiremmo più consolati se pensassimo frequentemente al Cuore di questo gran Re e quanto confortati sapendo che in ogni dove Egli stende il suo impero!

II. Alla magnificenza. Molto più che pari all’ampiezza è la magnificenza del suo governo. Virtù regale senza dubbio è la magnificenza nei provvedimenti, nei doni. Pure i Re terreni debbono di cotesta magnificenza, anche allora che la possedono, restringerne l’uso in certi confini. Perocché sono limitate le sostanze di cui possono disporre. Il Cuore del nostro Gesù non è ridotto a queste condizioni. Egli disponendo de’ meriti suoi, del suo amore fa i suoi sudditi degni di favori e di esaltamenti che non sarebbero credibili, se già non fossero di fede. Ad una creatura vilissima comparte doni che hanno un immenso valore, che valgono a comperare un’eternità di regno celeste. I doni della grazia sono in se stessi così eccelsi che chi n’è messo a parte vien trasportato in un ordine affatto sopra la natura sua ed introdotto nell’ordine divino, mercè una partecipazione della natura increata di Dio. Né fa sospirare un tanto bene. A tutti lo conferisce mercè il Battesimo: a quelli che ne han fatto gettito colla colpa il ridona al prezzo di poche lagrime: a chi già il possiede l’aumenta senza misura per ogni anche tenuissima opera buona che faccia. Deh! qual generosità è mai questa! Eppure tutti questi doni li ordina a beni anche maggiori, vo’ dire alla gloria, nella visione chiara di Dio. Tra pochi anni, forse mesi, forse giorni, quella creatura che il mondo non degnava di un guardo, che spregiava, che calpestava, Gesù la chiama a sé e perché gli è stata fedele qualche anno, anzi forse solo qualche giorno, poiché è ritornata a Lui nell’ultima ora, Egli trova nel suo Cuore ragione bastevole per innalzarla ad un trono immenso di gloria accanto a sé. Dabo ei sedere in throno meo, ed ivi la esalta, la pasce d’ineffabili delizie. Né richiede che il premio risponda alla durata del servigio. Una vita anche lunghissima impiegata nella più dura servitù al Signore sarebbe ricompensata bastevolmente con qualche anno di premio. Egli però non fa così. Al tempo del servigio che talora è brevissimo, ma non sarà mai più che lo spazio della vita, Egli fa corrispondere una durazione senza fine. Ad ogni momento di amore corrispondono milioni e milioni di anni di godimento, ad ogni atto anche tenuissimo di servigio divino una corona smisurata di gloria. Oh qual magnificenza più che regale! Bisogna ben che sia il Cuore di un Dio quello che così spande i suoi doni! Ah quand’anche il mio cuore non sapesse muoversi se non in vista de’ propri vantaggi, come non dovrei e servire ed amare un Cuore di sì smisurata magnificenza?

III. Alla degnazione. A tutto ciò si aggiunge la degnazione. La Maestà dei Monarchi non è mai senza un qualche sopracciglio. Quindi gli uomini che desiderano da una parte i favori dei Monarchi, dall’altra temono non poco l’avvicinarli. Gesù non ostante la sua Maestà divina, palesa un Cuore di tanta degnazione che l’avvicinarlo cagiona immensa gioia. S. Teresa ponderò molto bene questo gran vero. Ai Monarchi, osserva la Santa, troppo riesce difficile l’accostarsi. Difficoltà per poter avere una udienza, dovendosi premettere molte anticamere, e lunghissime domande. Difficoltà nel parlar loro, poiché si hanno da misurar le parole sì che non si offendano, sì che non cagionino loro noia. Difficoltà ad ottenere, perché le ragioni ora di stato, ora di poco favorevole volontà fanno si che non si tengano in conto le necessità presentate. Il Cuore dolce e benigno del nostro Re non conosce tutte queste lungaggini e riguardi. Se io voglio accostarmi a Gesù, io so che Egli è sempre contentissimo di ascoltarmi. Non mi manda d’oggi in domani, non mi tiene portiera, non mi fa sorvegliare dalle guardie, ma solo che mi presenti Egli è sempre pronto ad accettarmi e ad ascoltarmi. Quando poi gli parlo non ho punto da studiare le parole. Se queste mi vengono alla bocca le proferisco: altrimenti gli parlo colle occhiate, gli parlo coi gemiti, gli parlo coi sospiri, gli parlo mettendogli anche tacitamente sotto lo sguardo la mia necessità. Egli subito mi capisce. Il suo Cuore comprende, sente i moti del cuor mio, ed è condiscendente, benigno, compassionevole, affettuoso. Si stima onorato perché ho fatto a Lui ricorso, mi vuole più bene perché gli parlo, e mi contenta anche solo per questo che io metto in Lui la mia fiducia. Trovate, anima devota, se vi basta l’animo, un Re siccome questo. Trovatelo così famigliare, cosi domestico, così affettuoso. Ma se noi trovate, contentatevi di seguitar Cristo. Dovete seguitarlo perché è veramente vostro Re ed ha diritto di essere da suoi sudditi seguitato. Potete seguitarlo perché essendo Re di tanta magnificenza vi è ogni vostro vantaggio nel seguitarlo. Ma soprattutto avete da seguitarlo perché ha un Cuore pieno di tanta degnazione che, dove non vi fosse né dovere né utile, il solo amore dovrebbe valervi per ogni ragione.

GIACUL. Cor Jesu, benigni regis, miserere mei.

OSSEQUIO. Chiedete in questo giorno al suo Cuore regale con gran fiducia la grazia che più bramate d’acquistare.

Cuor di Gesù, cuore di padre.

Uno dei titoli più dolci che Gesù dava a quelli cui faceva grazia era il chiamarli figliuoli. E come tali li trattava, come tali li accarezzava, ascoltandone volentieri le necessità e provvedendo loro largamente. Or questo ufficio troppo più ampiamente che non con un piccolo paese doveva esercitar Gesù Cristo. Era annunziato di Lui che sarebbe stato il Padre del secolo futuro. Pater futuri sæculi. E volle significare che tutti i popoli che l’avrebbero riconosciuto, e tutti a ciò sono chiamati, tutti avrebbero costituito quella famiglia che sarebbe stata la sua. Né questa paternità è una vana parola, od una sola espressione di affetto, ma esprime tutte le cure di Padre che Egli veramente esercita con noi. Il perché il suo cuore è veramente cuore paterno e voi convincetevene 1° alla vita che ci dona; 2° alle cure che ci usa; 3. all’amore con cui la ristora.

I. Alla vita che ci dona. È certo che in noi non vive solo il corpo, ma vive altresì l’anima. Il corpo riceve la vita naturale dall’anima che lo informa: l’anima riceve una vita soprannaturale dalla grazia divina che la inabita. E ciò sì fattamente che come il corpo diviene un cadavere senza operazione, senza vita, in preda alla dissoluzione dove l’anima lo abbandoni; così l’anima dove venga a perdere la grazia divina perde la sua vita soprannaturale, diventa oggetto abbominevole agli occhi di Dio, e incorre la morte eterna. Ora perdutasi per la colpa di Adamo la grazia divina, tutta l’umana generazione fu involta in questa morte tanto più spaventosa della corporea, in quanto ché questa è temporanea e quella è eterna. Come dunque tutte queste anime tornarono in vita? In quella maniera che il profeta Eliseo risuscitò alla Sunamitide il figliuolo collo stringerne a sé il cadavere, così Gesù applicando il suo Cuore divino sopra delle anime le ridonò allo stato di vita. Con questo però che al Profeta quel miracolo non costò più che una preghiera ed un adattare la sua persona sopra l’estinto, laddove a Gesù il dare la vita a noi costò tutto il sangue delle sue vene. Imperocché non si contentò di darci la vita in qualunque modo, ma volle darcela abbondante. Ego veni ut vitam habeant et abundantius habeant. Come i genitori terreni dopo ché hanno dato la vita fisica ai figliuoli, dànno loro, mercè l’educazione, una seconda vita morale che è più preziosa della prima perché è vita dell’intelletto, vita del cuore: così il nostro Gesù dopo d’averci dato la vita della grazia, l’accresce di continuo, e la incorona di molti altri doni spirituali finché giunga a quella vita che nella patria non deve avere più termine. Ecco quali sono gl’intenti del Cuore paterno di Gesù. Ei vuole che l’esistenza che col suo amore ci ha dato, sempre si accresca fin che ci rassicuri contro ogni pericolo di morte. Oh perché adunque non chiedo io sempre a quel buon Cuore che m’infonda la vita? perché non domando che sempre in me l’avvalori? Che cosa posso io desiderare di meglio che vivere con Gesù, in Gesù e per Gesù?

II. Alle cure che ci usa. L’amore paterno non è un amore di quiete, di riposo, è un amore d’infinite cure, di continue sollecitudini. Il Padre prevede quel che può accadere al Figliuolo, il sente, e così veglia per procacciare quello che gli sarà utile, per rimuovere quel che gli riuscirebbe dannoso e quindi il suo cuore è sempre in agitazione. Or sarà tale il Cuore del nostro Gesù? Ah chi l’abbia per poco considerato nei santi Evangeli vedrà sino a qual punto esso sia sollecito. Coi suoi Apostoli impiega una cura indefessa per istruirli, per formarli. Se cadono, siccome ancora imperfetti, in qualche mancamento, Egli li riprende amorevolmente e se non intendono, siccome rozzi, gl’insegnamenti che loro porge, Ei li spiega più a lungo e più per minuto adattandosi alla scarsa loro capacità. Con loro non fa da capo, non da sovrano, molto meno da Dio, gli governa come padre, oso dire, come tenerissima madre che li cova sotto le sue ali. Col comune poi degli uomini, il suo Cuore fa altrettanto. Le turbe gli si affollano dintorno perché sentono di essere amate, e che Gesù è tutto per loro. Gesù di rincontro non lascia un istante di occuparsi di essi come di figliuoli amatissimi. Per dirozzarli impiega la intera giornata nel tempio senza risparmio di fatica e disagio della persona: passa da un castello ad un altro, da una città ad un’altra ed è sempre pronto a fare loro del bene. La rozzezza dei loro modi non lo offende; la durezza dei loro cuori non lo stanca, l’inutilità delle sue fatiche non lo ritrae. E come è padre di tutti, così a tutti il suo Cuore volge le cure paterne. Preferisce bene i poverelli ai ricchi, perché quelli sono meglio disposti, ma ai ricchi non si nega e li ammaestra. Antepone bene i semplici ai più sagaci, ma anche a questi si offre pieno di carità. Si occupa degli uomini, ma non trascura le donne, e se accarezza i figliuoli suoi pargoletti non dimentica punto i più adulti. Le giornate intere sono per tutti loro. Ah voi che leggete, se siete padre, se siete madre, avete qui l’esempio della sollecitudine che dovete avere pei vostri figliuoli: ma come certamente siete figliuolo di Gesù, cosi raccoglietene quel che gli dobbiate. Il Cuore suo è al presente quel che era allora. Quel che fece visibilmente, vi mostra quel che fa ogni giorno invisibilmente con voi, ringraziatelo e risolvetevi di mostrargli meglio che a parole la vostra riconoscenza.

III. All’amore con cui ci ristora la vita. Vi è un caso funesto nelle famiglie, e che si ripete ora troppo di frequente, che qualche figliuolo dando a traverso abbandoni la casa paterna. Ma più frequente ancora sperimenta Gesù il somigliante, cioè che i suoi figliuoli gettandosi nel profondo del peccato, gli escano di casa. Quel che allora faccia il suo Cuore paterno, perché noi non l’avremmo creduto, Egli si compiacque di descriverlo colla propria bocca. Egli impiega dapprima tutte le vie per impedire nel suo prodigo figliuolo l’allontanamento dalla casa paterna. Gli rappresenta la soavità della famiglia, le carezze che n’ha ricevute, l’eredità che gli conserva, e cerca di risvegliare in lui la tenerezza figliale. Quando per l’ostinazione di lui riescono inefficaci tutti questi mezzi, ed il misero abbandona la casa e si ravvolge in tutte le turpitudini del suo cuore, Egli non per questo il perde punto di veduta. Lo segue di nascoso, lo sorveglia, ed ora coi rimorsi che gli suscita nel cuore, ora colla ispirazione con cui il visita, quando col disinganno che gli fa trovare in quello che ambisce e persino coi castighi paterni con cui lo flagella, dà opera che ritorni in se stesso. Il raccomanda alla cura de’ suoi ministri, all’affetto della sua sposa la Chiesa, il dà in custodia a’ suoi Angeli, ed a tutti dice quelle parole che David disse parlando del suo figliuolo Assalonne: Servate mihi puerum. Conservatemi il mio figliuolo.Che se il misero non si arrende, alloragli affanni del suo cuore sono inestimabili.Il sudore di sangue nell’orto, e lelagrime sparse sopra la croce ebbero questacagione principalmente. Ma se il prodigofigliuolo si arrende a tanti inviti, se tornada Lui, il suo Cuore non mette più limitialla gioia. Il prodigo è sordido nella persona,ma questo non toglie che ci se lostringa tra le braccia mille volte. Esso èconfuso pei suoi portamenti e vuole chiederneperdono, ma non c’è modo che glilasci pur profferire quella parola. Essoaveva perduto tutti i diritti alla famiglia, ma tutti gli vengono restituiti. La casa si mette in festa, sono chiamati i musici, vien imbandito un convito splendido, s’invitano gli amici a festa perché tutti si rallegrino di sì felice ritorno. Direste che quel Padre ha il cuore contento, il cuore inebriato di giubilo, che pel diletto che prova al presente, tutto dimentica in un istante il passato. È così che Gesù medesimo descriveva il suo Cuore paterno coi poveri peccatori. Ah, lettore, se vi trovaste in peccato, pensate quest’oggi non all’inferno di cui siete reo, non al paradiso cui avete rinunziato, pensate alla consolazione che potreste dare al vostro buon padre Gesù, quando tornaste al suo Cuore. Dopo questi sentimenti che Egli ha manifestato verso dei peccatori, che cosa più vi può trattenere? Se già non vi spaventano i baci, gli abbracciamenti, le tenerezze, le accoglienze di Gesù, non avete più scuse per rifiutarvi.

GIAC. Cor Jesu patris miserere mei.

OSSEQUIO. Esaminatevi se aveste bisogno di far ritorno a Gesù e risolvetevi di farlo: se già siete con Lui giurategli fedeltà eterna.