DOMENICA VI quæ superfuit POST EPIFANIA (2023).

Le domeniche terza, quarta, quinta e sesta dopo l’Epifania sono mobili e si celebrano fra la 23a e la 24a Domenica dopo Pentecoste, quando non hanno potuto entrare prima della Settuagesima, cioè quando la festa di Pasqua e il suo corteo di 9 Domeniche, che ad essa preparano, vengono molto presto (vedi Commento liturgico del Tempo della Settuagesima). In questo caso l’Orazione, l’Epistola e il Vangelo sono quelli delle Domeniche dopo l’Epifania e basta interpretarli nel senso del secondo avvento di Gesù Cristo invece del primo, per adattarli al tempo dopo Pentecoste che prepara le anime alla venuta del Salvatore alla fine del mondo, segnata dall’ultima Domenica dell’anno o 24a Domenica dopo Pentecoste. Quanto all’Introito, al Graduale, all’Alleluia, all’Offertorio e alla Comunione, si prendono quelli della 23a Domenica dopo Pentecoste, che fa direttamente allusione alla redenzione definitiva delle anime (Intr.), quando Gesù, rispondendo alla nostra invocazione (Alleluia, Offertorio, Communio) verrà a giudicare i vivi e i morti ed a strapparci per sempre dalle mani dei nostri nemici (Graduale). Per riferire la Messa di questo giorno alla lettura del Breviario di quest’epoca, si può leggere quello che abbiamo detto dei Maccabei alla 20a, 21a e 22a Dom. dopo Pentecoste. – Per riferire la Messa di questa Domenica alla lettura del Breviario di questo tempo leggasi quello che abbiamo detto dei Profeti dopo Pentecoste. La Messa di questo giorno fa risaltare la divinità di Gesù attestando chiaramente che Egli ha ricevuto il potere, come Figlio di Dio, di giudicare tutti gli uomini. Gesù è Dio, poiché Egli rivela cose che sono nascoste in Dio e che il mondo ignora (Vangelo). La sua parola, che Egli paragona ad un piccolo seme gettato nel campo del mondo ed a un po’ di lievito messo nella pasta, è divina, perché seda le nostre passioni e produce nel nostro cuore le meraviglie della fede, della speranza e della carità di cui ci parla l’Epistola. La Chiesa, suscitata dalla parola di Gesù Cristo, è simbolizzata mirabilmente dalle tre misure di farina, che la forza di espansione del lievito ha fatto « completamente fermentare » e dalla pianta di senapa, la più grande della sua specie, ove gli uccelli del cielo vengono a cercare un asilo. Meditiamo sempre la dottrina di Gesù (Or.), onde, come il lievito, essa penetri le anime nostre e le trasformi, e, come il grano di senapa, irradi l’anima del prossimo con la sua santità. Così il regno di Dio si estenderà vieppiù, quel regno quale Gesù ci ha chiamati e di cui Egli è il Re. Egli eserciterà questa regalità soprattutto alla fine del mondo.

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Jer XXIX:11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.
(Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.)

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.

(Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.)

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

(Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.).

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, semper rationabília meditántes, quæ tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis.

(Concedici, o Dio onnipotente, Te ne preghiamo: che meditando sempre cose ragionevoli, compiamo ciò che a Te piace e con le parole e con i fatti.)

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses
1 Thess 1:2-10

Fratres: Grátias ágimus Deo semper pro ómnibus vobis, memóriam vestri faciéntes in oratiónibus nostris sine intermissióne, mémores óperis fídei vestræ, et labóris, et caritátis, et sustinéntiæ spei Dómini nostri Jesu Christi, ante Deum et Patrem nostrum: sciéntes, fratres, dilécti a Deo. electiónem vestram: quia Evangélium nostrum non fuit ad vos in sermóne tantum, sed et in virtúte, et in Spíritu Sancto, et in plenitúdine multa, sicut scitis quales fuérimus in vobis propter vos. Et vos imitatóres nostri facti estis, et Dómini, excipiéntes verbum in tribulatióne multa, cum gáudio Spíritus Sancti: ita ut facti sitis forma ómnibus credéntibus in Macedónia et in Achája. A vobis enim diffamátus est sermo Dómini, non solum in Macedónia et in Achája, sed et in omni loco fides vestra, quæ est ad Deum, profécta est, ita ut non sit nobis necésse quidquam loqui. Ipsi enim de nobis annúntiant, qualem intróitum habuérimus ad vos: et quómodo convérsi estis ad Deum a simulácris, servíre Deo vivo et vero, et exspectáre Fílium ejus de cœlis quem suscitávit ex mórtuis Jesum, qui erípuit nos ab ira ventúra.

“Fratelli: Noi rendiamo sempre grazie a Dio per voi tutti, facendo continuamente menzione di voi nelle nostre preghiere, memori nel cospetto di Dio e Padre nostro della vostra fede operosa, della vostra carità paziente e della vostra ferma speranza nel nostro Signor Gesù Cristo; sapendo, o fratelli cari a Dio, che siete stati eletti; poiché la nostra predicazione del vangelo presso di voi fu non nella sola parola, ma anche nei miracoli, nello Spirito Santo e nella piena convinzione: voi, infatti, sapete quali siamo stati tra voi per il vostro bene. E voi vi faceste imitatori nostri e del Signore, avendo accolta la parola in mezzo a molte tribolazioni col gaudio dello Spirito Santo, al punto da diventare un modello a tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Poiché non solo da voi si è ripercossa nella Macedonia e nell’Acaia la parola di Dio; ma la fede che voi avete in Dio s’è sparsa in ogni luogo, così che non occorre che noi ne parliamo. Infatti, essi stessi, riferendo di noi, raccontano quale fu la nostra venuta tra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire al Dio vivo e vero, e aspettare dal cielo il suo Figlio (che Egli risuscitò da morte) Gesù, che ci ha liberati dall’ira ventura”.

TRIBOLAZIONI E GIOIE CRISTIANE.

Una delle storie più interessanti per tutti, interessantissima per noi Cristiani, è la storia della prima diffusione del Vangelo, specialmente quando chi la racconta, più che semplice testimone, ne è stato autore ed attore. È il caso di San Paolo. E, nella Epistola d’oggi, Egli, l’Apostolo infaticabile, di quella storia ci narra una pagina, un frammento, tanto più importante, perché quello che dice della introduzione del Vangelo in Salonicco vale di tante altre terre. La propagazione del santo Vangelo certo non fu fatta a colpi di gran cassa, o di sciabola o di scimitarra: niente di ciarlatanesco e niente di bellicoso nel senso materiale della parola. La ciarlataneria stonava col sano realismo del Vangelo e la sua umiltà: la spada contrastava con la mansuetudine evangelica. Ma non fu neppure una diffusione tranquilla, pacifica e blanda. San Paolo ci parla di una tempesta o tribolazione attraverso la quale e con la quale il Vangelo s’impiantò nella industre città commerciale: tribolazione è la frase che adopera l’Apostolo. E vuol dire che ci fu da soffrire per lui e per i primi discepoli, da soffrire non poco. – Il Vangelo è entrato nel mondo giudaico o greco-romano ch’esso fosse, come un soffio procelloso di travolgimento. Non veniva a conservare e quasi ad imbalsamare uno stato di anime e di cose ormai impiantato e sicuro: veniva a sconvolgere idee, affetti, leggi, costumi. Qui lo stesso Apostolo ricorda il passaggio dei suoi Cristiani dalla servitù degli idoli simulacri, (parvenze di forze divine) alla adorazione del Dio vivo e vero. Ma quella idolatria a cui il Vangelo col suo monoteismo spirituale gittava un guanto di sfida, dichiarava una guerra mortale, quella idolatria era una religione organizzata e trionfante. Con quella, Roma aveva fatto la sua fortuna militare, e stava facendo la sua fortuna politica. E il Cristianesimo non veniva a temperare blandamente, a ritoccare il politeismo pagano: no, veniva a distruggerlo. Lo negava da cima a fondo. Voleva radicalmente sostituirlo. Operazione di alta chirurgia. Perciò la lotta che suonò da parte degli elementi pagani era una specie di legittima difesa. Il che va letteralmente ripetuto anche per la religione giudaica, pure al Vangelo tanto più affine. – Ma il Cristianesimo veniva a surrogare anche il giudaismo, come il definitivo surroga, sostituisce il provvisorio, il meriggio, l’aurora. N. S. Gesù Cristo l’aveva annunciato e predetto. Non sono venuto, non vengo a suggellare una pace tranquilla: vengo a suscitare una tempesta, guerra. Guerra, lotta che se da parte degli agnelli evangelici veniva combattuta con dolcezza e mansuetudine nuova, dall’altra parte si combatteva in quella vece, colla fierezza antica, tradizionale. Donde tra le file cristiane dolore, tristezza, « tribulatio multa.» Grande e gioconda, lieta, serena. Di questa gioia ripieni, i Cristiani primi sopportarono le loro tribolazioni di convertiti, di cui parla espressamente ancora una volta l’Apostolo. Il Maestro l’aveva detto: « Sarete beati quando vi perseguiteranno, pagani e Giudei, e questi vi cacceranno dalle loro sinagoghe, quelli dai loro templi come traditori. Godete, esultate in quel giorno. » E averlo detto fu poco di fronte alla energia che Gesù Cristo seppe ispirare ai suoi seguaci: quella gioia della persecuzione che dagli Apostoli passa ai loro fedeli, che dalle prime generazioni cristiane, arriva, come un soffio eroico, fino a noi, senza interruzione. Tornavano lieti, — dice dei primissimi Apostoli e confessori della fede, il sacro testo, — dal Sinedrio, perché  avevano avuto l’alto ed immeritato onore di soffrire per Gesù Cristo. L’onore di soffrire! È una delle manifestazioni più geniali e impressionanti dello Spirito di Dio nei suoi fedeli. Infatti, San Paolo chiama quello dei suoi Cristiani gaudio dello Spirito Santo. Al quale deve salire assidua la nostra prece perché nella Chiesa di Dio mantenga questo eroismo almeno sotto forma di una disposizione alacre e pronta a tutto soffrire piuttosto di rinunciare alle fede e alla legge di Cristo, piuttosto che perdere per noi e per altri i frutti della Redenzione di Gesù Cristo.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sǽcula. Allelúja, Allelúja.

(Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.

V. In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno. Allelúia, allelúia.) Ps CXXIX129:1-2

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

(Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.)

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 31-35
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum cœlórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, majus est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres cœli véniant et hábitent in ramis ejus. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum cœlórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Jesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

[“In quel tempo Gesù propose alle turbe un’altra parabola, dicendo: È simile il regno de’ cieli a un grano disenapa, che un uomo prese e seminò nel suo campo. La quale è bensì in più minuta di tutte le semenze; ma cresciuta che sia è maggiore di tutti i legumi, e diventa un albero, dimodoché gli uccelli dell’aria vanno a riposare sopra i di lei rami. Un’altra parabola disse loro: È simile il regno de’ cieli a un pezzo di lievito, cui una donna rimestolla con tre staia di farina, fintantoché tutta sia fermentata. Tutte queste cose Gesù disse alle turbe per via di parabole: né mai parlava loro senza parabole; affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, manifesterò cose che sono state nascoste dalla fondazione del mondo”].

OMELIA.

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

BUON ESEMPIO E RISPETTO, UMANO

«Chi ha visto un granello di senape? è il più minuscolo di tutti i semi. Eppure lasciate che un contadino lo getti in terra buona: passano i giorni, passano i mesi ed ecco silenziosamente una lancetta verde occhieggiare su dal solco, e poi cresce e poi sale e poi ramifica e poi diventa il re di tutti i legumi, capace di ricoverare gli uccelli nel verde fresco delle sue foglie. Anche il lievito, gran cosa non è. Eppure, lasciate che una massaia ne prenda tanto quanto un pugno di bimbo, lo sciolga nell’acqua bollente, lo stemperi nella pasta nuova; saprà gonfiare anche tre staia di farina. Così avviene, — diceva alla gente Gesù — così avviene del Regno dei cieli, così la grazia si diffonde nei cuori: con questo silenzio, con questa umiltà ». – Al lievito, al grano di senape io nulla trovo di più somigliante che il buon esempio, sparso intorno con le opere e con le parole. Una parola buona sembra una cosa da nulla: è un debole suono che esce dai labbri e a fatica penetra negli orecchi. Ma lasciate che quella parola buona trovi la strada del cuore, saprà far meditare un’anima, farla piangere di pentimento, farla convertire. Ecco un giovanotto elegante, ricco, allegro che vive la vita spensierata: «Francesco — gli dice un giorno un amico — che cosa ti varrà il mondo intero se perdi l’anima? ». Questa parola gli cade in cuore come il seme di senape in terra; poco a poco mette radici, cresce, tutto lo invade. Quel giovane lascia il mondo, parte per le missioni, salva milioni di anime: è S. Francesco Saverio. Un gesto coraggioso; un’azione buona sembra una cosa da nulla: eppure talvolta bastano a trascinare al bene molte persone lontane dal Signore. Il padre di Luigi XV, a Strasburgo, durante la festa del Santissimo Sacramento, assiste alla processione in ginocchio e a mani giunte. In mezzo alla folla alcuni protestanti lo videro, ne furono commossi e si convertirono. Il buon esempio è simile a quell’altro seme, di cui è pure parola nel Vangelo, che un uomo getta nel campo. Poi se ne torna a casa: mangia, beve, dorme, lavora senza nessuna preoccupazione. Ma intanto quel seme da solo germina, cresce, fa la spiga e la granisce. Anche a nostra insaputa si estende l’influenza del buon esempio, si estenderà anche dopo la morte nostra. S. Maria Egiziaca era morta da molti anni quando un padre di famiglia dedito solo agli affari lesse un giorno la sua vita. Il buon esempio che quella Santa diede al mondo con la sua conversione toccò ancora molti secoli dopo la sua morte il cuore d’un uomo che si convertì leggendo una vita della Santa, e divenne santo egli stesso: il Beato Colombini. Eppure sono molti i Cristiani che non diffondono intorno a se il buon odore di Cristo, che non fermentano in bene la massa del prossimo tra cui vivono, che non fanno crescere il regno di Dio, ma lo isteriliscono come una pianta a cui manchi l’acqua e la luce: essi sono dominati dal rispetto umano. Buon esempio e rispetto umano: ecco le due idee che vogliamo per un momento considerare. – 1. BUON ESEMPIO. Quando Federico Ozanam arrivò a Parigi per compiere gli studi universitari aveva diciotto anni. Non era incredulo, ma la sua anima era in crisi: nel frastuono della metropoli, in mezzo a studenti spassosi, con davanti agli occhi tanti spettacoli di corruzione, sentiva la fede materna illanguidire e tremare come la fiammella che sta per spegnersi. Una sera entrò in una chiesa. della città e scorse in ginocchio in un angolo, un uomo, un vecchio, che fervorosamente recitava il santo Rosario. S’avvicina e nella incerta penombra lo riconosce: Ampére, il suo professore d’università. «Come? — pensa il giovane — Ampére. inginocchiato come una donna? Lui, per la sua scienza famoso in tutto il mondo, con la corona in mano? ». Quella vista commuove fin nel profondo dell’anima; una segreta forza gli piega le ginocchia sul pavimento di marmo, lui pure si mette con le mani giunte accanto al gran maestro: le preghiere e le lagrime gli sgorgavano copiose dal cuore. Ormai non aveva più dubbi, non aveva più incertezze: era la piena vittoria della fede e dell’amor di Dio. « L’esempio d’Ampére — dirà poi frequentemente — su me ha fatto di più che tutti i libri e tutte le prediche ». L’influsso del buon esempio non si fermò in Ozanam, ma da lui passò in altri giovani, e da questi in altri ancora fino ai nostri tempi. La compagnia di San Vincenzo de’ Paoli con tutto il bene che compie, è ancora il frutto, che s’allarga sempre più, di quel primo buon esempio del professore Ampére. – Se in ogni famiglia ci fosse un padre che dà buon esempio, non perde mai la dottrina, non bestemmia, recita ogni sera devotamente il santo Rosario, io vi assicuro che in ogni famiglia vi sarebbero dei figliuoli d’oro. Ecco perché quando si convertì Zacheo, Gesù ha detto: « Hodie salus domui huic facta est »(Lc., XIX, 9). Oggi abbiamo salvato tutta questa famiglia. Il Signore era persuaso che il buon esempio di quel padre, pronto a restituire quattro volte di più di quello che aveva rubato, sarebbe stato irresistibile anche per i figliuoli. Se in tutte le botteghe, se in tutte le officine ci fosse un padrone che dà buon esempio; che bella ripercussione non si avrebbe anche in tutti i dipendenti. Se tutti i servi, se tutti gli operai vedessero i loro padroni ogni festa alla Messa, ogni mese ai santi Sacramenti, certo che la religione sarebbe più rispettata, certo che il regno di Dio nelle anime si svilupperebbe come il lievito nella farina, e come il granello di senape gettato in buona terra. Ecco perché quando il Regolo di Cafarnao credette nel Signore, tutti i suoi servi, i suoi soldati, i suoi parenti credettero. Credidit ipse et domus eius tota (Giov., IV, 53). – Perciò S. Girolamo scongiura i superiori a stare bene attenti, perché dalla loro condotta dipende la salvezza di molte anime. Perciò Gesù dal suo Vangelo ci dice di non essere carboni fumosi, ma lucerne ardenti che mostrano agli altri il modo di rendere gloria a Dio. – 2. RISPETTO UMANO. Eppure nel mondo sono più facili i mali esempi che i buoni: si ha vergogna del Vangelo. S. Paolo senza titubare poté dire in faccia a quei di Roma: « Io non ho mai arrossito della mia fede » (Rom., I, 16). Ma quanti sono i Cristiani che possono ripetere schiettamente la parola dell’Apostolo? Nel cuore dell’uomo facilmente si annida un microbo che guasta ogni più nobile affetto nel suo nascere: il microbo del rispetto umano. Se riesce ad acquistare padronanza, l’uomo diventa timido, irragionevole, e giunge a tanta viltà da tradire la propria coscienza. Ma è forse un delitto essere virtuosi perché si debba fare di nascosto ogni atto buono? Ci sono dei bravi giovani che sentono ripugnanza a mangiar di grasso in venerdì. Ma siccome tutti i compagni di lavoro, tutti i pensionanti dell’albergo non rispettano la legge della Chiesa, essi hanno vergogna e compromettono la loro anima. Ci sono degli uomini a cui piacerebbe iscriversi nella Confraternita del SS. Sacramento, fare un po’ di bene, acquistare molte indulgenze: ma hanno vergogna a portare l’abito, non vogliono mettersi in fila nelle processioni, temono che qualcuno li derida. Povere anime rovinate dalla paura di sembrar buone! – Là in quella casa, la conversazione della sera trascorre tutta nel fare strazio dell’onore altrui e si dicono anche cose indegne contro le Religione e i preti; fra tanta gente che ascolta, non manca una persona di sano criterio che vorrebbe insorgere, ma teme di riuscire sgradita a qualcuno e soffoca la parola in gola. Là in quell’ufficio, tutto il giorno è un parlare osceno, è un bestemmiare solo: costretta dal dovere, c’è anche qualche buona giovane. Vorrebbe levarsi in protesta a farla finita una benedetta volta, ma ha rispetto umano e finge con un sorriso di acconsentire. «In his omnibus apostasia est ». Qui c’è apostasia, esclama S. Cipriano. Parla e comanda il Signore e non lo si ascolta, il mondo fa un mezzo sorriso di scherno e subito si torce il collo dalla sua parte. Ma coloro che si fan vittima, per rispetto umano, di ogni diceria e di ogni giudizio della gente, che cosa s’aspettano poi dal mondo? Sentite. Molti secoli or sono l’Italia fu conquistata dall’esercito barbarico dei Goti con a capo re Teodorico. Il re e il suo popolo erano ariani. Orbene, un romano per acquistarsi simpatia e fiducia da Teodorico abiurò dalla Chiesa cattolica e si fece ariano. Quando il re dei Goti seppe la cosa, se ne sdegnò fieramente e disse: « Costui che manca di fiducia al suo Dio, come potrà essere fedele al suo re, che è semplice uomo? ». E lo privò di ogni onore e lo scacciò dal suo palazzo. Così tratta il mondo quelli che, timidamente come conigli, lo servono, rinunciando a Dio, alla coscienza, alla ragione. Dopo di averli sfruttati, li disprezza e li getta via. – Si era saputo che anche Eufemia la giovane figlia di un senatore era cristiana. Neppure a lei si fece eccezione. Fu tradotta in tribunale e condannata a morire. La martire silenziosa e diritta stava in mezzo alla folla, davanti ai giudici, con gli occhi socchiusi come se di sotto le palpebre potesse già contemplare un mondo migliore. « Prendetela, legatela! » urlò il prefetto di tribunale a due soldatoni che gli stavano accanto. Quelli di scatto si precipitarono contro la vergine: come le furono vicini, si sentirono mutati e dissero: « Se la sua fede le dà tanta gioia a morire, non può essere che vera. Facciamoci anche noi Cristiani ». E si ricusarono di torcere un capello alla Santa. Il giudice si sentì sconfitto da una fanciulla inerme. « Sòstenes! — gridò allora al centurione che aveva alla sua destra. — Sòstenes! gettala tu sopra la ruota dilaniatrice. E sia finita ». Anch’egli si avvicinò, ma anch’egli improvvisamente mutato da lei le chiese perdono e la forza d’imitarla. Poi col ferro sguainato si volse al giudice dicendo che più volentieri metterebbe quella lama nel suo petto che nel cuore di lei, la quale gli Angeli difendevano. Come S. Eufemia in mezzo al tribunale, così, o Cristiani, in mezzo al mondo faccia l’anima nostra. Che il profumo del buon esempio si diffonda dalle nostre azioni in tutti i giorni della vita, e chiunque ci avvicini, anche se in cuore è tristo, si allontani da noi edificato e col proposito di imitarci. — LA MADONNA. « Il regno dei Cieli — dice Gesù Cristo — è come un pugno di lievito che una donna rimescola in tre staia di farina, fin tanto che sia fermentata tutta ». Il pugno di lievito è Gesù Cristo. Quando visibilmente viveva su questo mondo sembrava il più povero degli uomini. Non aveva casa, non aveva danaro, non aveva né armi né armati: solo passava di paese in paese, donando a molti la salute e a tutti la sua parola buona, non mai udita sopra la terra. Eppure fu questo umile Uomo che fermentò tutta l’umanità: fu Lui che portò la sapienza; Lui, l’amore; Lui, la vita eterna. Ma chi è quella donna evangelica, che ha preparato il mistico lievito e lo ha rimescolato nelle tre misure di farina? Quella donna è la Madonna, Il Figlio di Dio, fatto uomo per la nostra salute, ci venne dalla carne immacolata di Lei e dal sangue purissimo di Lei. Le tre staia di farina sono i tre tempi del mondo: il tempo antico, il presente, il futuro. Il tempo antico: quando la Madonna, non nata ancora, era predetta dai profeti ed il popolo la sognava come un’aurora immensa che da oriente s’’innalza a dissipare il tenebrore notturno, come la rosa dei giorni primaverili sbocciata al sole, come il cipresso intatto dalla scure, come il terebinto che distende i suoi rami sul mondo. Il tempo presente: in cui tutte le arti l’hanno onorata, tutti i paesi le hanno fatto una chiesa, o almeno un altare. Il tempo futuro: perché fin quando ci sarà un uomo, s’udirà sempre il suo bel nome. Le tre staia di farina possono anche significare le tre Chiese: la Chiesa militante in cui la Vergine mette il suo Gesù a fortificare nella lotta: la Chiesa purgante in cui la Vergine mette il suo Gesù a suffragare nel tormento; la Chiesa trionfante in cui la Vergine mette il suo Gesù a beatificare nel premio. E sembra che nessun desiderio abbia fuor che di fermentare ogni cuore col suo Figliuolo divino. Ella, come nel presepio, sta sempre nelle nostre chiese in atto di offrire alla povertà delle nostre anime il ricco tesoro del sue viscere, come l’offerse ai poveri pastori di Betlemme. Ella, come nel tempio di Sion, sta sempre nelle nostre chiese, per consegnare in braccio al nostro amore il suo eucaristico Gesù, come allora lo consegnò al vecchio Simeone profeta, e alla vecchia Anna profetessa. Chi è che non vorrà ricevere Gesù dalle mani di Maria? Chi è che preferisce rimanere sterile farina, invece che accogliere il divin Fermento, e trasformarsi in pane eletto? La Madonna, mettendoci il suo Figliuolo nell’anima, ci dà il perdono dei peccati commessi, ci dà la forza per non ricadere; ci dà tutto. Ella è madre di misericordia, è madre di valore, è madre d’amore. – 1. ELLA È MADRE DI MISERICORDIA. Una donna di Thecua entrò un giorno nella sala del re, si gettò davanti al suo trono, e singultendo disse: « Salvami, o re! ». Davide, stupito e commosso, le rispose con voce buona: « Che hai tu? Parlami ». Allora la donna cominciò a raccontare la sua storia dolorosa, sospirando. « Ah! io sono una vedova e mio marito è morto lasciandomi due figli che son venuti a contesa. Erano alla campagna e non v’era nessuno che li potesse trattenere. Intanto l’uno percosse l’altro e lo uccise. Ma ecco che ora tutta la parentela si è levata contro di me e grida: — Dacci nelle mani colui che ha percosso suo fratello, che dobbiamo farlo morire: anima per anima. — Ed io che ho già perso un figlio, adesso dovrò vedere anche l’altro morire: così rimarrò sola al mondo, senza marito né figli, conculcata ». Il re, come la donna accasciata dalla sua sventura finì di parlare, balzò in piedi e disse: « Viva il Signore; un capello di tuo figlio non cadrà a terra ». Anche noi, coi nostri peccati, abbiamo ucciso nostro fratello Gesù Cristo. Rursum crucifigentes Filium Dei (Ebr., VI, 6). Gli Angeli della giustizia pretendono la nostra condanna e gridano: « Signore, dacci nelle mani quel peccatore che noi lo sprofondiamo nell’inferno ». Ed ecco la Madonna, come la vedova di Thecua, prostrarsi davanti al trono di Dio e supplicare: « Ho già perso un figlio; ho già subìto tutto lo strazio della sua morte in croce: come potrò sopportare adesso di veder l’altro precipitare nell’inferno? ». E Dio risponderà alla Vergine, come. Davide alla Thecuite: « Non cadrà un capello di tuo figlio ». – Quando Iddio sta per scoccare la freccia della sua vendetta, accorre la Madonna e pone il suo Gesù in quell’anima, come un pugno di lievito nella farina. Come potrà allora il Signore colpirla se in essa vi è il Figliuol suo? Se alcuno, guardando alla sua vita, si accorge di essere caduto in basso, nella valle dei peccati, si rivolga con fiducia a Maria, Ella è Madre dei peccatori che si vogliono convertire. Se i suoi vizi sono stati tanti. e le sue colpe sono state enormi, non si lasci scoraggiare, poiché quanto più grave è stata la sua colpa, tanta più gloria dalla sua conversione verrà a Maria. – 2. ELLA È MADRE DI VALORE. Il giovanetto S. Pancrazio, che visse al tempo delle persecuzioni romane, tornando una sera dalla scuola, confidò a sua madre quello che gli era accaduto. Avevano saputo ch’era Cristiano: ormai non avrebbe più potuto vivere tranquillo, la beata fanciullezza era finita. Lo avrebbero ricercato, lo avrebbero perseguitato, tormentato, ucciso: gli bisognava una grande forza. La madre allora prese una piccola borsa, ornata di perle finissime e l’aprì: ne trasse una spugna secca imbevuta d’un liquido che il tempo aveva rappreso. Ecco, o figlio mio — e la voce le mancava e copiose lagrime sgorgavano da suoi occhi — ecco il sangue di tuo padre; o Pancrazio. Io stessa l’ho raccolto dalle sue aperte ferite il dì in cui, sotto mentite spoglie, fui presente al suo martirio e lo vidi morir per Cristo ». Il giovanetto si mise al collo quella reliquia santa, e sentì nel suo spirito correre tutta la fierezza del martire genitore. E quel sangue stretto al suo cuore gli diede la forza di vincere il supremo combattimento, quando imprigionato e condotto nell’arena, aizzarono contro di lui l’avida pantera. Anche noi, nella vita, siamo attesi da terribili combattimenti; il mondo con dispiaceri ingannevoli, le nostre passioni, il demonio che, come pantera avida, gira intorno all’anima nostra per sbranarla. Abbiamo bisogno di forza e di valore, Ricorriamo alla Madonna. Ella, come già Lucina al figlio suo, ci metterà sul cuore il sangue di Gesù Cristo, quel Sangue che ha raccolto dalle aperte ferite il dì in cui, sotto la croce, lo vide spirare dopo tre ore d’agonia. E quel Sangue, penetrato nella nostra anima, sarà come un lievito che tutta la fermenterà e la farà invincibile ad ogni assalto infernale. – C’è una fanciulla che trema perché al lavoro, in famiglia, altrove, vive in mezzo ai pericoli morali? invochi Maria. Respice stellam, invoca Maria! C’è un uomo che il demonio con desideri impuri non lascia quieto? invochi Maria! Respice stellam, invoca Maria! O tutti, che ad ogni momento siamo sull’orlo d’un precipizio; e pare che una forza maligna ci spinga dentro, invochiamo. Maria. Respice stellam, invoca Maria! Ella è terribile come un battaglione schierato in guerra. Iddio, incarnandosi, prese da Maria l’umana debolezza e donò a Lei in cambio la divina potenza della quale si prevale a favore dei suoi devoti. – 3. ELLA È MADRE D’AMORE. Nell’inverno crudissimo, S. Ermanno pregava da lungo tempo, davanti alla Madonna. La chiesa era deserta, ed egli tremava dal freddo e dalla fame. Povero fanciullo, non aveva calzatura sui piedini nudi, e non aveva sulle spalle tremanti fuor che uno sdrucito mantelletto. Solo aveva per riscaldarsi il fervore della sua preghiera. E la Madonna davanti a lui si mosse, s’irradiò di luce, e parlò: « Leva una pietra, che sotto v’è il denaro per comprarti un pezzo di pane e qualche vestito ». Il fanciullo ubbidì e trovò. Da quel giorno, qualunque volta ne abbisognasse, sotto quella pietra, trovò il danaro che occorrevagli. Quello che Maria ha fatto per un suo devoto, può farlo anche con noi. È tanto buona che non solo nei bisogni spirituali, ma anche in quelli materiali è pronta a soccorrerci. Se ci ha dato il suo Unigenito, ch’era la sua vita, tutto il suo amore, se ha lasciato che morisse in croce, purché noi fossimo salvi, che cosa ci potrà ancora negare? Ella è Madre di bell’amore. Ego mater pulchræ dilectionis (Eccl., XXIV; 24). Ma se tale è l’amore di Maria, se più buona di così Dio non poteva crearla, guai all’uomo che non è attratto verso di Lei. Quando un’anima non sente più affetto è devozione verso la Madonna, quando il dolce nome di Maria più non lo muove, credetelo, il demonio è sicuro di una vittoria. – Nell’agosto. del 1920, sul mare di Pola calava a picco il sommergibile «F 14». Quando i palombari, con un terribile lavoro di manovre, riuscirono a ripescarlo, si comprese che là dentro non c’erano che cadaveri. Ventisette: la morte aveva coperto quei volti di una maschera nerastra, sì che le vittime ebbero lo stesso aspetto, ma avevano avuto lo stesso puro e rassegnato coraggio. Solo dopo che furono riportate esanimi alla luce, e pienamente deterse, riapparvero le loro varie giovinezze, e il pallido viso. Dentro si trovò un foglio. « Mamma… ». La frase non fu compiuta. «Mamma! » In questo grido è racchiusa tutta la vita e tutta la morte d’un uomo. Oh in quell’ultimo istante, quando già l’asfissia anneriva il volto e dilaniava orribilmente le palpebre, l’immagine della mamma ignara lontana è apparsa davanti a ciascuno! Oh almeno la mamma fosse stata là a baciarli per l’ultima volta, ad aiutarli a morire!… Ma la madre terrena non può sempre essere accanto al suo figliuolo, né può vivere fin tanto che la sua creatura vive: spesso muore prima. – Ebbene, il Cristiano. conosce una Madre che non muore mai, che lo vede sempre, che sempre l’ascolta, che sta ai suoi fianchi sempre a rendergli meno triste la vita, e bella la morte, e felice l’eternità. Questa madre è la Madonna.

IL CREDO

Orémus
Ps CXXIX1, 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

(Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.)

Hæc nos oblátio, Deus, mundet, quǽsumus, et rénovet, gubérnet et prótegat.

(Questa nostra oblazione, chiediamo, o Dio, ci purifichi e rinnovi, ci governi e protegga.)

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Marc XI: 24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

(In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.)

Orémus.
Cœléstibus, Dómine, pasti delíciis: quǽsumus; ut semper éadem, per quæ veráciter vívimus, appétimus.

(O Signore, nutriti del cibo celeste, concedici che aneliamo sempre a ciò con cui veramente viviamo.)

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (278)

LO SCUDO DELLA FEDE (278)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (19)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864.

CAPO XXI.

I. Corte romana. II. Questa è solo una legge dei preti. III. Io credo a Dio, ma poi tante altre cose….

L’autorità della Chiesa è il sostegno di tutto l’edifizio cristiano; quindi è che tutti gl’increduli, tutti i protestanti, tutti i nemici di Dio hanno un fiele amarissimo contro di lei. Hanno perciò rivolte tutte le loro mire ad abbatterla, a rovesciarla. Vediamo gli assiomi principali che hanno accreditato contro di lei.

I. Urtano fin dalle prime nel nome stesso, mentre non è mai che la vogliano chiamare col suo nome. Noi Cattolici, quando vogliamo significare l’autorità suprema che regola la religione, diciamo la santa Chiesa, oppure la santa Sede, oppure la Sede apostolica: queste parole non le sentirete mai sul labbro degli scredenti: adoperano essi invece la formola maligna di Corte romana. Scambiatole così il nome, non hanno più difficoltà di adoperare a suo riguardo tutto un vocabolario d’insolenze. Tali sono poi le pretensioni di Roma, le esorbitanze di Roma, le usurpazioni della Corte di Roma, le mene, i raggiri della Curia romana, le scaltrezze, ecc. ecc. Ora che malizia, direte voi, cova qui sotto? Eccovela: si finge di parlare dei difetti degli uomini, e si assale la stessa istituzione. Ed è manifesto, poiché quando è che si adoperano tutte quelle formole sacrileghe? Quando si parla delle disposizioni che emanano da Roma o in materia di benefizi ecclesiastici, o di disciplina, o di riti, o di proibizione di libri, o di proposizioni da definire, o di dispense per matrimoni e somigliante. Ma in tutto ciò che ha da fare la Corte di Roma? Questa parola non può avere che la significazione che ha in ogni paese la parola Corte, e quando si tratta di principii, indicare cioè il complesso dei famigli, scudieri, staffieri, maestri di casa che servono al monarca o che lo assistono. Ora come entrano tutti costoro nel regolamento degli affari ecclesiastici? Nulla affatto. Dunque, la Corte di Roma non ci entra. Quella che c’entra è bensì la voce del supremo Pastore, o significata da sé stesso, o per mezzo de’ suoi prelati e delle sue Congregazioni, sia poi che parli ex cattedra per definire qualche punto, sia che solo disponga ed ordini il buon andamento di tutta la Chiesa. Ma allora è una stoltezza il nominare Corte di Roma quell’autorità, da cui procedono siffatti ordinamenti, poiché questa è la santa Sede, la Sede apostolica, la Cattedra di Pietro, il Vicario di Gesù Cristo, la santa Chiesa; e tra i fedeli non s’intende diversamente. Qual è dunque il motivo per cui si fa quella sostituzione? Eccovelo chiaro. Sonerebbe ancor troppo male fra i Cattolici il dire le pretensioni, le esorbitanze, ecc. della santa Sede e del Vicario di Gesù Cristo. Quelli che al tutto non sono protestanti, ne avrebbero orrore; bisogna perciò ammollire l’espressione e dare lo scambio ai lettori, quasi sottoindicando che si tratti degli uomini non della istituzione, e che se si riprendono quelli, questa si rispetta, laddove in realtà si insulta e si strazia la santa Chiesa sotto quel nome. – È una tattica di guerra un po’ vecchia mostrar di credere che siano solo disposizioni del ministro quelle che sono volontà del padrone per impugnarle a man salva; ma qui non fa prova, poiché nella Chiesa non vi sono ministri responsabili sopra cui cada la riprensione, ed essa va a ferire direttamente la santa Chiesa, o nella persona del suo Capo, o nella persona di quelli che hanno ricevuta da lui ogni autorità: epperò quei vocaboli debbono mettere orrore a tutti quelli che non sono ciechi ad intendere dove vada a parare il mal giuoco.

II. Ma non ci perdiamo in generalità, veniamo subito a quegli assiomi, con cui si leva di mezzo ogni autorità della Chiesa. Questa è solo una legge ecclesiastica, dicono, una legge de’ preti; e similmente: Io per me credo a Dio, ma poi tante altre cose…. Questi due principii sono sparsi pur troppo universalmente, e non mancano perfino di quelli che si credono Cattolici che fanno loro buon viso. Eppure, credereste? bastano essi soli a mettere in piedi il protestantismo, ed a distruggere tutta l’autorità della Chiesa. Questa è solo una legge ecclesiastica, una legge de’ preti. Si adopera questo assioma specialmente quando si tratta del digiuno, dell’astinenza delle carni, della proibizione de’ libri perversi e somigliante. Ora non provenendo tutte le disposizioni intorno a quei punti se non dalla santa Chiesa medesima, chi non vede che sotto quella formula s’impugna direttamente 1’autorità legislatrice di Lei! Richiami dunque il lettore alla mente alcune verità che comunemente sono nel mondo ignorate, che vedrà subito l’iniquità di quel detto. – Gesù Cristo, venuto sulla terra, ordinò e stabilì prima da sé medesimo la sua Religione e cominciò a diffonderla sulla terra: ma come era nella disposizione infinitamente savia della sua provvidenza di non volere egli stesso durare perpetuamente visibile nel mondo a continuare la dilatazione di essa, presso tutte le nazioni e tutte le generazioni avvenire, alle quali però era ordinata la sua istituzione, affidò quest’opera immensa ad un’autorità da Lui stabilità, cioè alla Chiesa, affinché in nome suo la continuasse. In qual modo poi si assicurò che cotesta autorità, che Egli lasciava sulla terra, avrebbe soddisfatto alla sua missione? Ecco il come. Gesù la ornò di tutte quelle prerogative che le erano necessarie allo scopo. La fondò sopra una rocca che mai non dovesse crollare, cioè sopra Pietro ed i suoi successori, la assicurò della sua assistenza per modo, che ella non potesse mai errare insegnando; disse chiaro che Egli sarebbe stato sempre con lei, che le avrebbe mandato il Santo suo Spirito. Quindi rivolgendosi a tutti gli uomini della terra, da quel padrone supremo e Redentore che era di tutti, notificò questa sua volontà ed impose loro che dovessero ad ogni modo stare soggetti alla Chiesa da sé fondata, continuatrice della missione che Egli aveva inaugurata sopra la terra. Né freddamente inculcò l’obbedienza a lei: assicurò che essa era la maestra da seguitare, la colonna ed il sostegno della verità, che chi avesse ascoltato lei, avrebbe con ciò solo ascoltato Lui stesso, come al contrario ogni disprezzo di lei l’avrebbe reputato disprezzo suo proprio: che però ci separassimo perfino da que’ ribelli che non le si arrendevano, che li avessimo al tutto in conto di gentili e di pubblicani. Affinché poi non potessimo errare nel riconoscere dove essa Chiesa fosse veramente, mantenendo le profezie che di lei vi erano, la fece come un monte cospicuo a tutte le genti. La illustrò con segni, miracoli, profezie, portenti d’ogni maniera; la circondò di tanta luce di santità che dovesse sfolgorare a tutti gli occhi; colla sua protezione l’assisté per modo che cadessero sempre invano i colpi avventati contro di lei, sicché niuno che voglia conoscere dove essa sia, mai non possa non ravvisarla. Ciò presupposto, ecco che cosa è la Chiesa. Essa è la continuazione dell’opera di Gesù sopra la terra. Essa è l’erede legittima dei diritti di Gesù, la depositaria fedele dei suoi tesori, la maestra infallibile delle sue dottrine. Essa possiede l’autorità di Gesù, vive dello spirito di Gesù, gode l’assistenza di Gesù, in nome di Gesù parla, ordina, comanda, concede e proibisce, scioglie e lega, apre il cielo e lo chiude, e tutto per espressa volontà di Gesù. Questa è la dottrina cattolica. Ora in faccia a questa verità ponete uno di quegl’infelici, che, all’occasione di un comando o divieto di santa Chiesa, si lascia uscire dalla chiostra dei denti la bella massima: Oh questa è sola una prescrizione dei preti, e con ciò crede di poter violare impunemente qualunque prescrizione: a chi fa ingiuria costui? Ad alcuni preti, ad alcuni uomini, oppure allo stesso Cristo? Rispondano di grazia. Se è vero che l’autorità della Chiesa non è altra da quella di Gesù Cristo, ognun vede dove vada a parare quel colpo. Che se non si ammette che l’autorità della Chiesa sia quella di Gesù, allora saremo anglicani, saremo calvinisti, saremo quaccheri. Saremo quel che volete, ma non saremo Cattolici. Il ricevere un ordine dal principe o riceverlo dal suo luogotenente in nome di lui, non è tutto lo stesso? Ed il ricusare obbedienza all’ordine venuto per mezzo del luogotenente, non è disobbedire al principe stesso? Ebbene dite il medesimo rispetto alla Chiesa, la quale parla in nome di Gesù, perché da Lui a ciò costituita. Né niuno dica: se io sapessi che è la Chiesa quella che parla e non un uomo, non avrei difficoltà ad obbedire; perocché questo sarebbe un mostrarsi, a vero dire, troppo grosso d’intendimento. E che? Volete che la Chiesa presa in astratto, sia quella che parla? La Chiesa parla quando parla il suo Capo, che è l’organo naturale della sua favella; la Chiesa parla quando i sacri Pastori congiunti al loro Capo si raccolgono nei Concili; la Chiesa parla quando tutti i Pastori sacri dell’universo, sottomessi al loro Capo, insegnano ad un modo. E sebbene il Vicario di Cristo non parli con tanta solennità quando fa parlare solo le sue congregazioni, pure siccome esse traggono da lui ogni autorità, non è meno debita la sommissione e l’obbedienza. E con ciò resta posta in chiaro abbastanza l’assurdità e l’empietà della massima sopraddetta.

III. E dovrebbe da ciò apparire eziandio la falsità dell’altra: Io credo a Dio, ma poi tante altre cose… Orsù che vogliono significare con quel tante altre cose?… Non osano dir chiaro quello che pensano, ma a buon intenditor poche parole. Vogliono dire, che quando si è creduto a Dio, non è poi necessario l’ammettere quello che insegna la Chiesa, non sacramenti, non messe, non digiuni, ecc. Or questo è anche più che protestantismo; è negazione di tutto il Cristianesimo, è deismo. Io ho sentito più d’una volta ripetere l’assioma sopraccennato da alcuni, i quali per una leggerezza non esplicabile forse neppur sospettavano l’orribile empietà che dicevano: eppure è tale. lmperocché per qual ragione basterà credere a Dio? Non ci può essere altra ragione che questa. O perché tutto il rimanente non sia rivelato da Dio, oppure perché anche posta la rivelazione, non sia obbligatorio per gli uomini l’accettarla. Ma per sostenere il primo bisogna dichiarare che sia una favola tutto quello che fin qui si è creduto di lui; che sono finzioni le profezie che si sono pubblicate di lui, e che la espettazione di 40 secoli del liberatore promesso fu un’illusione. Bisogna credere che la vita intera di Cristo colle sue divine virtù, coi suoi portenti, colla sua risurrezione è tutto una favola; che tutti i miracoli, fatti per persuadere la sua divinità, siano state imposture e giuochi di mano; che furono tanti stolidi tutti quei milioni d’uomini che vi hanno creduto, peggio ancora quelli che, per mantenere sì sciocca credenza, hanno versato il sangue; bisogna finalmente concedere che tutto il cambiamento avvenuto nel mondo per l’opera di Gesù, e la carità del prossimo, e la purezza del vivere, e la santità più eroica, non ha avuto mai origine da altro che da un’ impostura solenne, di cui il mondo non ha mai veduta e mai non vedrà più l’uguale. Per sostenere il secondo bisogna ammettere un’altra ipotesi ancor più assurda. Cioè che essendo vera tutta la rivelazione, e vero che Gesù ha parlato ed ha fondata una Chiesa, dopo tutto quello che ha fatto per stabilirla ed aggregarvi tutti gli uomini, non gl’importa poi nulla che gli uomini vi prendano parte e la ascoltino. Che se non si può ammettere né l’una né l’altra ipotesi, almeno da chi è sano di mente, bisognerà non solo credere a Dio, ma credere ancora a Dio incarnato, cioè a Gesù Cristo, e quindi a quello che ha insegnato, a quello che ha stabilito; bisognerà credere alla Chiesa da Lui fondata, ai sacramenti da Lui stabiliti, ai comandi da Lui dati, ai divieti da Lui posti, a tutto quello che la Chiesa da Lui autorizzata insegnerà. Se si ammette la divinità di Cristo, la sua rivelazione, la sua opera ristoratrice, e che Egli non sia indifferente intorno a quello che ha stabilito, è innegabile la conseguenza. – Laonde coloro che professano di non credere a tante altre cose, farebbero bene a non vantarsi neppure di credere a Dio: perocché mentre non credono a queste altre cose, fanno segno evidente di non credergli in niuna. Chi crede a Dio osserva e si assicura se Egli abbia parlato; ma quando poi ha fatto ciò, quando è certo che ha parlato, crede universalmente a tutto quello che Egli ha detto. Ha Dio proposto misteri? Ed Egli, li ammette sulla sua parola. Ha Dio stabiliti Sacramenti per le varie necessità dei fedeli? Ed Egli in quelle necessità li riceve. Ha costituita madre e maestra la Chiesa? Ed egli la riverisce da figliuolo obbediente e la ascolta da discepolo sottomesso. Ha questa Chiesa coll’autorità del suo sposo divino fatte leggi, prescrizioni, divieti? Ed egli si tiene in dovere di osservare ogni cosa per l’appunto. Il credere a Dio importa tutto ciò; e chi grida che crede a Dio, ma poi non crede a quello che Dio ha rivelato, costui si burla di Dio e degli uomini; di Dio, poiché è uno strazio che fa della divina autorità; e degli uomini, poiché è una fiaba quello di cui si vanta. – E ciò per non dir nulla della graziosa espressione, che è quella di una creatura, la quale, entrando in discorso col suo Creatore, determina quello che le basta di fare per lui e dice a Dio sul volto, ed il predica ancora agli altri, che a lei basta di credere che Dio esista. Sono dunque tutti scomparsi i diritti della divinità sopra gli uomini? Non tocca più a Dio di determinare quello che ha da bastare e quello che non basterà? Ha perduto tutti i suoi diritti a nostro riguardo? La sua onnipotenza è venuta meno? La sua sapienza si è annichilata, si è smarrita la sua bontà e soprattutto il suo dominio è stato manomesso da alcuno? Oppur compiacendosi egli (giacché è una degnazione che mai non finiremo di comprendere) di parlarci, di regolarci, di determinarci anche minutamente quello che vuole da noi, e facendo tutto ciò per puro nostro bene, e mosso da un amore immenso, toccherà a noi il dargli il veto, prescrivergli i limiti fin dove si debba stendere colle sue prescrizioni? E noi in forza di questo nostro decreto gli diremo, a cagione di esempio, che non è nostra volontà di onorarlo col sentir Messa, col presentarci ai piedi di un confessore, coll’accostarci a riceverlo, col dar retta alle sollecitudini della Chiesa? Dio buono! E non è questa la più inaudita temerità che mai sia entrata in uno spirito diabolico? Un suddito che dicesse al suo monarca, od un figliuolo che dicesse a suo padre, mi basta di riconoscere la vostra persona, e ricusando ogni altro atto di sudditanza o di riverenza intendesse di aver soddisfatto al suo dovere, non sarebbe un mostro? Ed un uomo che freddamente dice a Dio che gli basta di credere a Lui, significandogli con ciò che non intende di prestargli un culto, con quai colori potrà ritrarsi? – Non ho detto senza ragione che costui rinneghi tutto il Cristianesimo. Imperocché che non sia più Cattolico è evidente, mentre non si dà Cattolico dove non vi ha dipendenza dalla Chiesa: ma è forse almen protestante? Niuno lo dirà, poiché le sette protestantiche riconoscono almeno una qualche rivelazione. Potrebbe compararsi al giudeo, a quale pur riconosce Iddio; ma al giudeo è anche inferiore, mentre questi se non riconosce Gesù per Messia; almeno lo adombra in qualche suo rito, e per quanto vanamente, pure lo aspetta. È un deista, il quale rigettando tutta l’opera dell’Incarnazione del Figliuolo di Dio, ricusa di prestare un colto qualunque alla stessa divinità. Ecco il significato ultimo di quella formola che passa così snella in mezzo alle conversazione di oggidì: Basta credere a Dia, ma poi…