LA PREGHIERA DI PETIZIONE (12)

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (12)

P- B. LAR – RUCHE

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (12)

OSSIA IL MEZZO Più INDISPENSABILOE E NELLO STESSO TEMPO INFALLIBILE PER IMPETRARE DA DIO OGNI BENE E SOPRATTUTTO L’ETERNA SALVEZZA.

ISTITUTO MISSIONARIO PIA SOCIETA’ S. PAOLO

N. H., Roma, 15 maggio 1942, Sac. Dott. MUZZARELLI

Imprim., Alba 25 maggio 1942. Cn. P. Gianolio, Vic. Gen.

Tipogr. – Figlie di S. Paolo. – Alba – giugno – 1942.

20. – Sono con Lui nella tribolazione.

Ho già detto che spesso le sventure sono grandi miniere di grazie; e ritengo che esse siano tali anche quando ci piombano addosso in seguito a colpe e stravizi. Pare anzi che proprio di esse si serva il Signore per farci rientrare in noi stessi e richiamarci a Sè. Ed oh! quanti si son fatti santi in seguito a tali sventure! Che si debba quindi pensare che le afflizioni, come pure le disgrazie di questo mondo, siano spesso segni della divina benevolenza verso coloro che ne sono colpiti? È ben vero che « per causa del peccato entrò nel mondo la morte » ed ogni altra tribolazione (Rom. V, 12), e che il più delle volte « le avversità ci piombano addosso per causa dei peccati ». Ma anche in questo caso « era necessario che tu fossi provato dalla sventura, perché eri benvoluto da Dio » (Tob. XII, 13). Infatti — dice il Signore — « io rimprovero e castigo coloro a cui voglio bene » (Apoc. III, 19). Perciò « non deve dispiacerti di essere da Lui castigato, poiché Dio castiga colui che ama… come un padre » (Prov. III, 11-12). – Come vedi, andiamo di sorpresa in sorpresa riguardo all’economia delle sventure umane. Riflettendo però bene, non si potrà fare a meno di convenire che anche il Signore può fare ciò che qualsiasi padre può fare e fa con un figlio sul quale ha delle mire speciali. Lo corregge e, al bisogno, anche lo castiga, affinché, emendandosi dei suoi difetti, corrisponda al disegno paterno, tutto favorevole al figlio. Spesso si suol dare la colpa delle nostre sventure a questo o a quello, a questa o a quella cosa, a questo o quell’avvenimento. Non è detto bene. È Iddio che quaggiù « arriva da un’estremità all’altra con la forza e dispone tutte le cose con soavità » (Sap. VIII, 1). A noi quindi, anche quando siam colpiti da disgrazie, convien dire con Eli: « È Lui il Signore. Faccia pure ciò che è bene ai suoi occhi » (I Re, III, 18), o con Giobbe: « Il Signore m’ha dato, il Signore m’ha tolto. Fu fatto precisamente come piacque a Lui. Sia benedetto il Nome del Signore… Se abbiamo ricevuto dalla mano di Dio i beni, perché non riceveremo anche i mali? » (Giob. 1, 21 e II, 10). Giobbe avrebbe potuto dar la colpa ai Sabei, ai Caldei, al fulmine, al vento impetuoso. No, fu il Signore a servirsi di essi: quindi « sia benedetto il Signore! » Le avversità quindi — per chi sa intenderle — hanno pur quest’altra benemerenza (se così si può chiamarla), che è di richiamarci a Dio e di farci pregare. Se ne accorse anche il Salmista, il quale, colpito da diverse sventure, ebbe a dire « M’incolse la tribolazione e il dolore; ed io invocai il nome del Signore »: Sì, « mentre io era tribolato, gridai al Signore » (Salm. CXIV, 3; CXIX, 1). Oh davvero! la sventura ci fa ricorrere a Dio, il ricorrere a Dio è preghiera, la preghiera ci salva. Dunque le avversità, sia che si prendano come divine paterne correzioni, sia che si considerino come penitenze delle nostre colpe, sia che ci richiamino a Dio, sia che ci muovano a pregare, son cose per noi assai buone, come confessò pur Davide, dopo averle sostenute: « Ci siam rallegrati pei giorni in cui ci umiliasti e per gli anni in cui provammo il male. Ah, sì: è cosa buona che tu ci abbia umiliati! » (Salm. LXXXIX, 15; CVIII, 71). (Udii una volta un Missionario dire queste testuali parole: « Le prediche più efficaci non son quelle che facciamo noi missionari: le prediche più efficaci son le guerre, le carestie, i terremoti, le pestilenze! Si sa! per chi non vede altro che i mali temporali, queste parole son per lo meno scandalose. Ma di fatto è proprio così. Per far rientrare certuni in se stessi, tutte le prediche di tutti i preti non servono a nulla. Ed allora il Signore ricorre ai mezzi suddetti.) – E se il buon Dio ci fa soffrire pur dopo aver fatto penitenza delle nostre colpe (del resto sappiamo noi quanta ne dobbiamo fare per espiare la pena temporale dei nostri peccati?) anche allora non possiamo avercela a male; ma dobbiamo essergli invece riconoscentissimi per averci Egli associati al suo divin Figliuolo nell’opera dell’umana redenzione. Ah, sì! allora noi abbiamo il sublime dolore cristiano, abbiamo le misteriose sofferenze delle anime giuste, le quali soltanto controbilanciano davanti alla divina giustizia i godimenti illeciti e peccaminosi dei mondani, dei peccatori. – Il Signore però sa che noi stentiamo a sopportare il dolore, sia fisico che morale; ed allora, come la mamma sta presso il figlioletto sofferente a cui bisogna porgere medicine amare o compiere un’operazione dolorosa, e non permette che il frutto del suo seno abbia a soffrire più di quanto è necessario perché egli possa guarire dal suo male; così anche il Signore « sta presso coloro che hanno il cuore amareggiato », e « non permette che siate provati oltre le vostre forze; ma darà, colla prova, anche la forza per poterla sostenere » (Salm. XXXIII, 19; I Cor. X, 13). – Dunque il buon Dio è con noi quando siamo addolorati. Lo dice Egli stesso: « Io sono con lui nella tribolazione » (Salm. XC, 15). Ma perché? — Per esaudire le nostre suppliche, per sostenerci nella prova, per alleviare le nostre sofferenze. Spessissimo il buon Dio esaudisce le preghiere di coloro che soffrono. Noi sappiamo infatti che « la preghiera del misero penetrerà le nubi e non si darà quiete finché non abbia raggiunto Iddio, nè s’allontanerà affatto finché l’Altissimo non l’abbia esaudita; e il Signore non metterà indugio » (Eccli. XXXV, 21-22). Ed anche l’Arcangelo Raffaele poté dire a Tobia: « Quando tu pregavi con lacrime.., io offrii la tua preghiera al Signore» (Tob. XII, 12); e noi sappiamo che quella preghiera fu esaudita. – Ma non è Dio stesso che, quando siamo nel dolore, c’invita ad invocarlo e promette di esaudirci? Egli infatti dice: « Invocami nel giorno della tribolazione, ed Io ti libererò ». Ed altra volta: « Figlio mio, non avvilirti quando sei ammalato; ma prega il Signore, ed Egli ti guarirà » (Salmo XLIX, 15; Eccli. XXXVIII, 9). Ah! quando siamo sotto il torchio del dolore, la nostra preghiera è più sincera, più attenta, più umile ed anche più insistente; è quindi anche più facile che essa sia esaudita. In ogni caso però essa ci apporta non poca consolazione, mantiene il nostro cuore nella fiducia in Dio, e ci attira dal cielo quella pazienza e quella rassegnazione che ci son necessarie per elevare a merito le nostre sofferenze. Infatti non sempre né a tutti i tribolati il Signore concede quanto essi domandano; e ciò per il loro meglio. « Oh! quanti se fossero infermi e poveri non cadrebbero nei peccati in cui cadono essendo sani e ricchi! E perciò il Signore a taluni che gli domandano la sanità del corpo e i beni di fortuna, loro li nega, perché li ama, vedendo che quelli sarebbero loro occasione di perder la sua grazia od almeno d’intiepidirsi nella vita spirituale » (S. Alfonso). E così il buon Dio, pur non esaudendoli, usa verso di essi una gran misericordia; ciò che assai ben comprese S. Camillo de’ Lellis, il quale era solito chiamare « misericordie di Dio » le orrende piaghe delle sue gambe e gli altri mali che martoriavano il suo corpo. Ed infatti non sarebbe forse una gran misericordia se il Signore colpisse con una lunga malattia, con una grave e diuturna tribolazione o con un solenne rovescio di fortuna tanti stolti ed insensati uomini e donne, che sciupano forze, salute, bellezza, ingegno, prestigio, onore, autorità, soldi, ogni bene ed ogni attività nel fare il male, abbrutendo così se stessi nelle pratiche e nei vizi più infami, e trascinando pur altri a spirituale, morale ed anche materiale rovina? Ah! Che gran misericordia sarebbe questa per quei folli!… Ma chi capisce quanto dico? Infatti, che succede assai spesso? Ah! purtroppo tanti, allorquando piomba sopra di loro la sventura, non comprendono la mira che ha Dio nel mandare sopra di essi il dolore; e quindi, invece di accoglierla almeno con rassegnazione in penitenza delle proprie colpe, prorompono in orrende bestemmie contro Dio e la divina Provvidenza, divengono rabbiosi e crudeli contro quanti ritengono autori dei loro mali e intrattabili con tutti; e — se le cose durano un po’ a lungo — incapaci di sostenere più oltre la prova, si disperano fino a perder la testa e — non di rado — terminano una vita di colpe e di disordini con un obbrobrioso suicidio, che getta nel lutto e nel disonore tutti i congiunti. Quanto sono imperscrutabili e tremendi i giudizi di Dio!… Oh, quante rovine causano certe tempeste di cuori!… E la conclusione? — Questa: Impegniamoci a pregare per quanti soffrono in questa, che — a dispetto degli innumerevoli utopisti — è e sarà sempre una misera ‹ valle di lagrime »; ma anche procuriamo di alleviare, in quanto c’è possibile, le loro sofferenze, esercitandoci per amore di Dio in quelle opere di misericordia, le quali ci prepareranno un giudizio favorevole nell’ora del gran rendiconto (Matt. XXV, 21-46). Preghiamo soprattutto per coloro che stentano a sostener la prova delle tribolazioni, ed in modo particolare per quei poveri peccatori che stanno sostenendo l’ultima grande prova sul letto della loro morte (Non credo tanto fuori posto, riferire qui ciò che dice S. Roberto Bellarmino per coloro che assistono gli ammalati gravi. « Imparino coloro che assistono i moribondi — ei scrive — non tanto a parlare con loro, quanto a pregare ardentemente Iddio per loro, e a non permettere che persone d’ogni fatta visitino l’infermo, giunto agli estremi; ma solo quelle pie e probe che con le loro orazioni possono molto presso Dio; poiché l’orazione assidua e fervente del giusto vale moltissimo. E siccome il demonio ha poco tempo, fa ogni sforzo in quel momento che gli rimane; così ancora e molto più amici fedeli devono aiutare con preghiere e lagrime i loro fratelli che stanno per partire da questo mondo » (Dall’arte di ben morire, II, 13), affinché il Signore non solo li illumini sul vero scopo che Egli ha nel farli soffrire (il che non basta); ma ch’Egli dia pur loro la forza di sostenere con merito la paterna ma pur dolorosa prova, che è foriera di immense grazie e caparra di eterna felicissima vita nel Paradiso.

21. — Per chi dice: Non posso pregare.

Ho già scritto assai sulla necessità e soprattutto sull’efficacia della preghiera. Ma tutta la mia opera sarebbe quasi inutile se poi non si avesse da tutti e sempre la grazia di pregare. Mi pare quindi d’udire più di uno, che mi dice: Sia pur vero, come hai sostenuto e provato, che il Signore concede le sue grazie efficaci a chi Gliele domanda nella preghiera. Ma non è una grazia anche quella di poter pregare? E questa grazia di poter effettivamente pregare, il Signore ce la concede indipendentemente da altre grazie? E la concede sempre? la concede a tutti? anche ai più grandi peccatori? Vedi anche tu che la chiave della questione sta tutta qui! » E mi sembra di poter rispondere affermativamente a tutte le suddette domande. È sintomatico, in proposito, ciò che ci fa sapere il grande finanziere americano John Moody, entrato nella Chiesa Cattolica nel 1931. « Vi sono dei momenti — egli scrive — oppure delle ore che arrivano una volta per tutti, per quanto uno possa essere indurito e mondano. Lo afferra il tremendo mistero della vita, il quale lo sorprende e lo richiama anche alla preghiera, risveglia in lui qualcosa che sonnecchiava, e spinge l’anima sua ad implorare luce, guida, aiuto. – Qui sembra che il Moody parli d’una grazia rara e quindi straordinaria. Noi invece con Sant’Alfonso dobbiamo ritenere che il poter pregare è una grazia comune ed ordinaria, che Dio dà sempre e a tutti; dimodoché chi non prega, non vi manca per deficienza della grazia, ma solo perché si rifiuta o trascura di pregare. S. Alfonso infatti scrive: « Supposta dunque, com’è certa, la necessità di pregare per conseguir la salute, dobbiamo conseguentemente supporre anche per certo che ognuno abbia l’aiuto divino a poter attualmente pregare, senza bisogno d’altra grazia speciale; e colla preghiera ad ottenere poi tutte le altre grazie necessarie per osservare perseverantemente i precetti, e così acquistar la vita eterna; sicché niuno che si perde può aver mai alcuna scusa d’essersi perduto per mancanza degli aiuti necessari per salvarsi ». Egli quindi ritiene che « siccome Iddio nell’ordine naturale ha disposto che l’uomo nasca nudo e bisognoso di più cose per vivere, ma poi gli ha dato mani e mente con cui può vestirsi e provvedere a tutti gli altri suoi bisogni; così nell’ordine soprannaturale l’uomo nasce impotente ad ottenere colle sue forze l’eterna salute, ma il Signore concede per sua bontà ad ognuno la grazia della preghiera, colla quale può poi impetrare tutte le altre grazie che gli bisognano per osservare i precetti e salvarsi.». – E non può essere diversamente. Infatti se il Signore ci vuole veramente salvi (e dopo quanto ho scritto nei primi capitoli, non si può metterlo in dubbio), Egli deve pur concederci i mezzi necessari all’uopo; poiché « è della divina Provvidenza dare a ciascuno ciò che gli è necessario per salvarsi » (S. Tommaso d’Aquino). Ora noi già sappiamo che colle sole nostre forze e coi mezzi puramente naturali che abbiamo a disposizione, non riusciamo — pur essendo in grazia di Dio — a preservarci a lungo da colpe mortali e quindi dal pericolo di dannarci, senza quell’aiuto soprannaturale di Dio che si chiama grazia attuale. Sappiamo pure che, quantunque il Signore dia a tutti indistintamente le sue grazie attuali sufficienti, tuttavia di fatto Egli non dà ordinariamente grazie efficaci a salvarci dal peccato mortale e dall’inferno, se non a chi si fa premura di dimandargliele, cioè a chi prega. Per conseguenza la grazia di pregare, Dio é obbligalo a concederla sempre e a tutti. E quindi, la grazia di pregare, è una grazia comune ed ordinaria che non manca mai ad alcuno. Ed infatti chi oserà dire che un uomo qualsiasi, anche il più infelice e scellerato, che abbia l’uso della ragione, non possa di fatto, ogni qualvolta davvero voglia, aver di fronte al Creatore e Signore supremo di tutte le cose, quel contegno di umile, fiduciosa e cordiale supplica, che un bambino — per quanto rozzo e selvaggio – ha di fronte al babbo e alla mamma che sono i suoi naturali provveditori, od un poveretto davanti ad un ricco signore che potrebbe aiutarlo nella sua miseria? Ah! lo stender la mano e l’invocar soccorso è naturale in un mendicante. E noi non siamo forse « i mendicanti di Dio »? (S. Agostino). E qual è l’occupazione tutta propria e spontanea d’un bambino di fronte ai suoi genitori, se non quella di chiedere, domandare e supplicare? E qual è il grido che spontaneamente esce dalle labbra di chi si trova in pericolo, se non questo: « Aiuto! aiuto! aiuto! »? – Ora che impedisce che possa fare altrettanto ognuno di noi di fronte a quel grande Signore, che « attraverso le cose visibili da Lui create è noto ad ogni uomo che viene in questo mondo?” (Sap. XIII, 1; Rom. 1,20). Eh, lo so! Non di rado la prima grazia che si dovrà chiedere, sarà una maggior fede in Dio: « O Signore, vieni in sostegno della mia scarsa fede! » (Luc. XVII, 5; Marc. IX, 23); altre volte si dovrà domandare la grazia di conoscere meglio la nostra condizione di fronte a Lui, con un:.« Signore, ch’io veda! » (Luc. XVIII, 41); altra una miglior disposizione d’animo di fronte a quel Grande, col dirgli: « O Signore, crea in me un cuor puro, ed infondi nell’anima mia lo spirito della rettitudine » (Salmo 50, 12); e così via dicendo. – Ma non esageriamo: la grazia di pregare in un modo o nell’altro è sempre data a tutti. Ed ecco appunto qui, una dopo l’altra, le limpide conclusioni alle quali, nel suo faticoso ma pur tanto salutare studio, arrivò il gran Dottore della preghiera S. Alfonso de’ Liguori, nel suo piccolo ma pur tanto prezioso libro « Del gran mezzo della preghiera »: conclusioni che dicono tutte la stessa cosa, ma che pur conviene meditare una per una: « La grazia comune dà ad ognuno il pregare attualmente, senza nuova grazia preveniente che fisicamente a moralmente determini la volontà dell’uomo a porre in atto la preghiera ». « Ognuno ha la grazia necessaria a pregare, dalla quale — se ben si giova — riceve la grazia a fare ciò che prima non poteva immediatamente fare. A tutti è data la grazia di pregare, e col pregare di ottenere la grazia abbondante che ci fa osservare i precetti. Dio dona a tutti la grazia di pregare, acciocché pregando possiamo poi ottenere tutti gli aiuti, anche abbondanti, per osservare la divina legge e perseverare sino alla morte. E se non ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, per non aver pregato » (Dunque non ragionano bene coloro che dicono: « Pregare ed altro ben non fare, a ca’ del diavolo non si fa a meno di andare ». Infatti, chi prega bene, certamente ottiene da Dio la grazia di fare il bene e di farlo bene. Si capisce! per pregar bene, non basta solo menar le labbra!). – « Dio non nega mai ad alcuno la grazia della preghiera, colla quale si ottiene da Dio l’aiuto a vincere ogni concupiscenza e ogni tentazione. Vien tolta ogni scusa a quei peccatori che dicono di non aver la forza di superar le tentazioni, poiché se essi pregassero secondo la grazia ordinaria che ad ognuno è già donata, otterrebbero questa forza e si salverebbero. Se mai per il passato vi trovaste aggravata la coscienza da molti peccati, intendete che questa ne è stata la cagione: la trascuranza (non l’impossibilità) pregare o di domandar a Dio l’aiuto per resistere alle tentazioni che vi hanno assalito ». – « Intendiamo (quindi) che se non preghiamo, per noi non c’è scusa, poiché la grazia di pregare è data a tutti. Anzi vedi ciò che arriva a scrivere S. Alfonso: « Se non fossimo certi — ei scrive — che Dio dona a lutti la grazia di poter attualmente pregare senza bisogno di altra grazia particolare e non comune a tutti, niuno senza special rivelazione potrebbe sperare, come si deve, la salute » eterna. Ora dire che il Signore ci voglia far vivere in questo mondo da disperati, cioè senza la speranza di poterci salvare, non è forse esprimere il massimo degli spropositi e la più nefasta delle eresie? Ah! sia lungi da noi un tal pensiero. Certamente « può avvenire in realtà che tu non abbia ancora la grazia di osservare questo o quel comandamento, ma ben hai la grazia per chiedere tal grazia. Per cui vedrai che Dio non ti comanda nulla d’impossibile; poiché o ti concede direttamente la grazia per osservarli, o per lo meno ti concede la preghiera con cui tu puoi impetrare la grazia di osservarli » (P. Meschler). – Dobbiamo quindi fermamente ritenere che la grazia di pregare vien sempre da Dio concessa a tutti, e che perciò il servirci di questa grazia che apre l’adito a tutte le altre, dipende unicamente dalla nostra volontà. Per legittima conseguenza, se veramente vogliamo, per mezzo della preghiera ben fatta noi otterremo effettivamente e con tutta certezza da Dio la grazia di risorgere dal peccato, di preservarci dalla colpa, di correggerci dei nostri difetti, di compiere opere a Dio gradite e per noi meritorie, e di perseverare nel bene fino alla morte (Quindi non credo che sia tanto conveniente inveire molto contro i peccatori, né fare grandi sforzi per convincerli del male che fanno; poiché essi stessi — se non davanti ad altri — ben! però di fronte a se stessi, son convintissimi di essere fuori di strada, soprattutto quando vanno contro la legge naturale; e dànno spesso a se medesimi, in segreto, i nomignoli più disonoranti). Si tenga bene a mente che quanto ho scritto qui è della massima importanza pratica.

L’IDOLATRIA, I POVERI E IL “DIO DELLE SORPRESE”.

L’idolatria, i poveri e il Dio delle sorprese (???)

Uno sguardo critico all’omelia di M. J. Bergoglio, l’antipapa sedicente Francesco, che ha chiuso il Sinodo 2023.

L’edizione 2023 del Sinodo sulla sinodalità (cioè il sinodo della negazione del Cristianesimo) si è conclusa, ed il presunto “Papa” Francesco non ha mancato di tenere un’omelia carica di ideologia per la finta “Messa” di chiusura nella Basilica di San Pietro. Il tema dell’omelia, basata sul Vangelo del giorno (Mt XXII, 34-40), era l’amore di Dio e del prossimo. È uno degli argomenti preferiti dal sig. Bergoglio perché è così facile da manipolare e dirottare a favore della sua agenda apostatica. – Vediamone alcuni esempi, a partire dalla preoccupazione espressa dal sedicente Francesco per l’idolatria: « Nell’adorare Dio, riscopriamo di essere liberi. Ecco perché le Scritture associano spesso l’amore per il Signore alla lotta contro ogni forma di idolatria. Chi adora Dio rifiuta gli idoli perché mentre Dio libera, gli idoli schiavizzano. Gli idoli ci ingannano e non realizzano mai ciò che promettono, perché sono “opera di mani d’uomo” (Sal 115,4). La Scrittura è inflessibile nei confronti dell’idolatria, perché gli idoli sono fatti e manipolati dagli uomini, mentre Dio, il Dio vivente, è presente e trascendente; è colui “che non è come lo immagino, che non dipende da ciò che mi aspetto da lui e che può quindi sconvolgere le mie aspettative, proprio perché è vivo”. La prova che non sempre abbiamo l’idea giusta di Dio è che a volte siamo delusi: Pensiamo: “Mi aspettavo una cosa, immaginavo che Dio si sarebbe comportato così, e invece mi sono sbagliato. Ma in questo modo torniamo sulla strada dell’idolatria, volendo che il Signore agisca secondo l’immagine che abbiamo di lui. Rischiamo sempre di pensare di poter “controllare Dio”, di poter limitare il suo amore ai nostri programmi. Invece, il suo modo di agire è sempre imprevedibile, trascende il nostro pensiero, e il modo di agire di Dio richiede di conseguenza stupore e adorazione. Lo stupore è molto importante! Dobbiamo lottare costantemente contro tutti i tipi di idolatria; non solo quella mondana, che spesso deriva dalla vanagloria, come la brama di successo, l’egocentrismo, l’avidità di denaro – non dimentichiamo che il diavolo entra “dalle tasche” – le lusinghe del carrierismo; ma anche quelle forme di idolatria mascherate da spiritualità – la mia spiritualità: le mie idee religiose, le mie capacità pastorali… Vigiliamo, per non scoprire che stiamo mettendo al centro noi stessi anziché Lui. » Questo è un vecchio cavallo di battaglia bergogliano: la denuncia dell'”idolatria”. Naturalmente sta parlando di idolatria in senso figurato – e solo in senso figurato. Sebbene affermi di opporsi a “tutti i tipi di idolatria”, si noti che omette di menzionare il tipo più importante, quello delle persone che adorano letteralmente una creatura – “opera di mani d’uomo”! – come fanno i pagani politeisti. Questo, ironia della sorte, è l’unico tipo di idolatria con cui Bergoglio non ha problemi, (Pachamama docet!). Anzi, approva tutte le religioni, soprattutto le false invenzioni umane senza supporto di rivelazioni,  come semplici “modi diversi di arrivare a Dio” e un “arricchimento” per l’umanità: « Se in passato le nostre differenze ci mettevano in contrasto, oggi vediamo in esse la ricchezza di diversi modi di arrivare a Dio e di educare i giovani alla convivenza pacifica nel rispetto reciproco. Per questo motivo, l’educazione ci impegna a non usare mai il nome di Dio per giustificare la violenza e l’odio verso altre tradizioni religiose, a condannare ogni forma di fanatismo e di fondamentalismo e a difendere il diritto di ogni individuo a scegliere e ad agire secondo la propria coscienza. » (Antipapa Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro “Religioni ed educazione: Verso un patto globale sull’educazione”, Vatican.va, 5 ottobre 2021). “Diverse vie per arrivare a Dio“! Quanto di più anticristico ci può essere? “Gesù gli disse: Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 1XIV,6); “E non c’è salvezza in nessun altro. Non c’è infatti altro Nome sotto il cielo dato agli uomini, nel quale possiamo essere salvati” (At IV, 12). Inoltre, non dobbiamo dimenticare che con la firma e l’attuazione della dichiarazione di Abu Dhabi sulla fraternità umana nel 2019, Francesco ha dichiarato che l’idolatria è addirittura voluta da Dio! Tuttavia, il trasformista Francesco non si limita ad appoggiare il paganesimo in teoria, ma partecipa anche a cerimonie idolatriche se l’occasione lo suggerisce: Per “accedere al Sacro Cerchio degli Spiriti”: Francesco partecipa alla cerimonia dello smudge dei nativi americani … Francesco dice di non andare dal dottore, ma dalla “strega”. Ecco altre risorse sull’idolatria avallata da Francesco o sotto il suo controllo: Francesco: Le diverse religioni sono un “arricchimento” per l’umanità. – Ecoattivista indù: L’Enciclica Laudato Si’ di Francesco è come un testo sacro dell’Induismo. – Tempo di Diwali: Il Vaticano promuove l’idolatria nel messaggio agli indù. – Dare a Gaia ciò che è di Gaia? Il Vaticano emette una moneta “Madre Terra”! – Francesco difende i diritti della tradizione – della tradizione pagana, naturalmente! Alla faccia della sua preoccupazione che “gli idoli schiavizzano”! Ma anche per quanto riguarda l’idolatria figurativa, Francesco dovrebbe seguire il suo stesso consiglio, perché “adora” i rifugiati, i migranti, i poveri, i malati e gli emarginati – oltre che la coscienza soggettiva. Abbiamo visto da tempo che Francesco è un manipolatore straordinario. Dirà o insegnerà tutto ciò che “funziona” in una particolare circostanza, cioè ciò che è più utile alla sua agenda in quel particolare momento. Nel sermone in questione, il suo obiettivo è quello di preparare le persone ad accettare le novità come volontà di Dio, quindi le sta condizionando ad abbandonare la rivelazione divina con il pretesto di liberarsi delle proprie errate aspettative umane su Dio, che vengono definite “idoli“. Naturalmente si tratta di un’assurdità assoluta. Il “dio delle sorprese” che Francesco predica è il falso dio del capriccio dottrinale. Ieri Dio può aver condannato la sodomia e l’adulterio, ma domani potrebbe essere tutto diverso, quindi attenzione ai “segni dei tempi”! Dopotutto, non vorremmo confinare Dio nella stretta scatola delle nostre idee e dei nostri pregiudizi, no? – Ciò che Bergoglio offre qui è semplicemente un’operazione retorica e isterica al suo meglio. Il suo obiettivo è confondere le persone e farle dubitare della stessa rivelazione divina. Ma i dogmi sono verità cadute dal cielo, per così dire; sono perennemente validi: “Io sono il Signore e non cambio” (Malachia III, 6); “Gesù Cristo, ieri e oggi, e lo stesso per sempre. Non lasciatevi trascinare da dottrine diverse e strane” (Eb XIII, 8-9).

Con il suo nuovo Motu Proprio Ad Theologiam Promovendam, pubblicato il 1° novembre 2023, il falso Papa sta dando un ulteriore impulso alla rivoluzione neomodernista. Approvando i nuovi statuti della Pontificia Accademia di Teologia, Francesco porta gli errori del Vaticano II ad un livello superiore: Aprendosi al mondo e all’umanità, “con i suoi problemi, le sue ferite, le sue sfide, le sue potenzialità”, la riflessione teologica deve fare spazio a “un ripensamento epistemologico e metodologico”, ed è quindi chiamata ad “una coraggiosa rivoluzione culturale“. -È necessaria “una teologia fondamentalmente contestuale”, scrive l’antipapa, “capace di leggere e interpretare il Vangelo nelle condizioni in cui gli uomini e le donne vivono quotidianamente, nei diversi ambienti geografici, sociali e culturali”. Nel decreto Lamentabile di S. Pio X ci sono due proposizioni che condannano i modernisti di ogni tempo (modernismo è la somma di tutte le eresie, affermava S. Pio X): ai numeri 53 e 54 del decreto troviamo due anatemi (scomuniche) per quelli che affermano – Dio non voglia – : 53. La costituzione organica della Chiesa non è immutabile; ma la società cristiana, non meno della società umana, va soggetta a continua evoluzione. 54. I dogmi, i sacramenti, la gerarchia, sia nel loro concetto come nella loro realtà, non sono che interpretazioni ed evoluzioni dell’intelligenza cristiana, le quali svilupparono e perfezionarono il piccolo germe latente nel Vangelo con esterne aggiunte… e ce ne sono ancora altre che sarebbe lungo riportare (63, 64 ecc. ecc.), ma … le sopra enumerate proposizioni siano considerate da tutti come riprovate e condannate.

    Quando i modernisti come il “Ciccio pasticcio” usurpante condannato e riprovato da Pio X usano la parola “coraggioso”, attenzione! Non è la virtù del coraggio che ha in mente, né il dono della fortezza. È semplicemente un modo ingannevole per esaltare l’orgogliosa e avventata passione modernista per la novità! La sua candida e spensierata ammissione che il suo obiettivo è niente meno che una “rivoluzione” serve solo a sottolineare che ” … Lontano, lontano dal clero l’amore per la novità! Dio odia la mente orgogliosa e ostinata”, ci avvertiva ancora Papa San Pio X nella Pascendi Dominici, n. 49. I dogmi che Francesco cerca di rovesciare – non tanto attaccandoli direttamente, ma cambiando la teologia sottostante in modo modernista, in modo che tutte le verità diventino soggette ad un cambiamento perpetuo – sono creduti fermamente dai cattolici perché il Dio onni-buono e onnisciente li ha rivelati. Qualsiasi “aspettativa” nei confronti di Dio, che segue con necessità logica da questi dogmi, non solo è permessa, ma è obbligatoria. È il falso Papa, Francesco, che cerca di rompere la certezza generata dalla Fede, facendo dubitare della rivelazione di Dio e delle sue implicazioni, con il falso pretesto che non è la verità di Dio ad essere decostruita, ma solo la nostra visione autocostruita e idolatrica di Dio. Ciò che Francesco propone assomiglia molto all’errore n. 22 del Sillabo degli errori modernisti di Papa San Pio X: I dogmi che la Chiesa professa come rivelati non sono verità cadute dal cielo, ma sono una sorta di interpretazione di fatti religiosi, che la mente umana ha preparato da sé con un laborioso sforzo … (Papa Pio X, Decreto Lamentabili Sane, n. 22; Denz. 2022). – Francesco sta cercando di neutralizzare la verità oggettiva della rivelazione divina riducendo il dogma (o almeno alcuni dogmi chiave) a mere idee autoprodotte che le persone hanno su Dio. Ironia della sorte, la sua arma principale in questa lotta sono le idee che ha su Dio, non l’effettiva rivelazione di Dio. In altre parole, Francesco si inventa cose su Dio che contraddicono la Fede ricevuta, e poi accusa le persone di aggrapparsi rigidamente a concezioni idolatriche ed artificiali di Dio invece di abbracciare la sua “sorprendologia” bergogliana. Un’inversione così diabolica richiede un tipo speciale di ispirazione, e non è di quelle buone!

      Passiamo quindi alla seconda parte del sermone del riprovato apostata Francesco, in cui parla dell’amore come servizio al prossimo: « Amare è servire. Nel grande comandamento, Cristo lega Dio e il prossimo in modo che non siano mai separati. Non può esistere una vera esperienza religiosa che sia sorda al grido del mondo. Non c’è amore per Dio senza attenzione e preoccupazione per il prossimo, altrimenti rischiamo di diventare farisaici. Possiamo avere tante buone idee su come riformare la Chiesa, ma ricordiamoci: adorare Dio e amare i nostri fratelli e sorelle con il suo amore, questa è la grande e perenne riforma. Essere una Chiesa di culto e una Chiesa di servizio, che lava i piedi all’umanità ferita, che accompagna coloro che sono fragili, deboli e messi da parte, che va incontro con amore ai poveri. Abbiamo sentito nella prima lettura come Dio abbia comandato questo. » Si noti, innanzitutto, che l’usurpante parla di (non) avere una “vera esperienza religiosa“, segnalando ancora una volta il suo modernismo. L’uso di questo termine nel contesto dato è molto fuori luogo. Avrebbe potuto, e dovuto, dire semplicemente che un Cattolico non deve essere ignaro dei bisogni dei poveri. Invece, ha parlato di “esperienza religiosa”, e ancora una volta ha fatto una metafora parlando di “sordità” a un “grido”.

     Che cosa significa avere una vera esperienza religiosa, rispetto ad una falsa? E chi è lui per giudicare quali sono quelle “vere” e quali quelle “false”? Se almeno avesse detto che non ci può essere vera esperienza religiosa se non c’è la vera Religione, ma naturalmente questa è la cosa più lontana dalla sua mente! Papa San Pio X ha evidenziato il problema del concetto modernista di esperienza religiosa: « Cosa impedisce che tali esperienze si trovino in qualsiasi religione? In effetti, non pochi sostengono che lo siano. Su quali basi i modernisti possono negare la verità di un’esperienza affermata da un seguace dell’Islam? Rivendicheranno il monopolio delle esperienze vere solo per i Cattolici? In realtà, i modernisti non negano, ma anzi sostengono, alcuni in modo confuso, altri con franchezza, che tutte le religioni sono vere.» (Papa San Pio X, Enciclica Pascendi Dominici, n. 14). Non sorprende quindi che “pap’occhio” Francesco abbia affermato nel 2016 che: “… le vere religioni [sic] sono lo sviluppo della capacità che l’umanità ha di trascendersi verso l’assoluto”. Capito? – In secondo luogo, notiamo che nella sua omelia, come di consueto, Bergoglio riduce tutto il servizio al prossimo alle opere di misericordia corporale, cioè all’assistenza al prossimo nelle sue necessità temporali – al punto da omettere, o almeno sminuire notevolmente, le opere spirituali. Non si pensa a ciò che, in ultima analisi, è molto più utile per il prossimo del suo benessere corporeo, e cioè, naturalmente, il suo benessere spirituale. Infatti, mentre la vita temporale termina con la morte, alla quale nessuno può sfuggire, l’eternità non avrà mai fine: “Che gioverà infatti ad un uomo se guadagnerà il mondo intero e perderà la sua anima?”. (Mc VIII,36).

Francesco si preoccupa solo dei corpi, della terra, del clima, di questa vita presente, perché è lì che si concentra praticamente tutta la sua attenzione. Per questo è estremamente popolare tra i secolaristi, che non si preoccupano nemmeno della vita soprannaturale dell’anima: “Essi sono del mondo; perciò parlano del mondo e il mondo li ascolta” (1 Gv IV, 5). Lo sguardo del Cattolico, invece, è rivolto alle cose celesti: “Non badate alle cose di lassù, ma a quelle della terra” (Coloss. III,2).

       L’autore spirituale irlandese P. Edward Leen (1885-1944) ha spiegato quanto siano inutili gli sforzi di coloro che vorrebbero “salvare il mondo”, ma poi alla fine periscono con esso: « I riflessivi della terra, contemplando la scena presentata da un’attività umana che cambia continuamente il suo scopo ed è impotente ad assegnarsi uno scopo che la ragione umana non può mettere immediatamente in discussione, devono sentire il pathos di molti sforzi umanitari e ben intenzionati. Viene dimostrata una grande generosità ed una vera gentilezza nei lodevoli tentativi di arrestare le devastazioni della mortalità, soprattutto tra i giovani. “Salvate i bambini” è un appello che trova una pronta risposta nei cuori delle persone umane e gentili. Non con cinismo, ma con vera simpatia, ci si può chiedere: “Salvarli per cosa?”. Per la vita adulta che si affanna nel vano tentativo di darsi un’adeguata ragione di vita? Vale la pena di preservare i bambini per ciò che, a rigor di logica, qualsiasi persona riconoscerebbe non valere? [Nota: si tratta solo di coloro che non hanno la visione degli scopi e degli oggetti della vita fornita dalla vera fede o anche dalla sana filosofia]. Questa carità del cuore gentile è dettata dalla speranza che in qualche modo la vita di questi bambini possa rivelarsi diversa da quella che è stata per coloro che hanno cercato di salvarli dalla morte e dalla malattia? C’è motivo di sperare che i piccoli, una volta raggiunta l’età adulta, possano trovare per caso una soluzione al problema dell’esistenza che è sfuggita ai loro benefattori adulti? A cosa serve donare la salute se non si può dare con essa la chiave per un uso della vita che porti alla felicità? La vita è un dono prezioso quando è accompagnata dalla conoscenza di come vivere correttamente e dai mezzi per esercitare questa vita corretta. […]. La morte non è una rottura, ma un trampolino di lancio per passare da uno stadio all’altro della stessa esistenza. Ma l’uomo si sforzerà perversamente e ciecamente di operare una scissione in questa linea e di persuadersi che il bene della vita umana che precede la morte possa essere diverso dal bene della vita umana che segue la morte. Il risultato è che si trova necessariamente in contrasto con Dio. Non è sorprendente che la creatura, cercando di ottenere il fine della vita – cioè la felicità – attraverso un uso dei poteri e delle energie della vita in contrasto con il disegno del Creatore, sia continuamente frustrata nel suo obiettivo principale, non goda di pace, sia coinvolta nella contraddizione e diventi preda di una perpetua insoddisfazione. Qual è la via d’uscita da questa impasse? La via d’uscita è una comprensione approfondita della Religione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo e una pratica basata su tale comprensione. » (Rev. Edward Leen, Why the Cross? [London: Sheed & Ward, 1938], pp. 23-24,35-36). Cristo Gesù è l’ultimo servitore dell’umanità: “Come il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt XX, 28; cfr. Mt XXIII,11). Tuttavia, il suo servizio all’umanità non si è limitato a curare i malati o a fare l’elemosina ai poveri. In realtà, il miglioramento delle condizioni temporali delle persone non era nemmeno l’obiettivo principale del suo ministero. I passi [del Vangelo] che rivelano Gesù nell’esercizio delle opere di misericordia, nella guarigione delle malattie, nella consolazione del dolore e nel superamento della morte, ricevono un’enfasi eccessiva [dai naturalisti]. In questo modo viene oscurata la verità centrale, ossia che il conflitto del Redentore era principalmente con il male spirituale e solo incidentalmente con il male fisico. Il suo scopo era quello di bandire dalla terra i mali che appaiono a Dio come tali, non quelli che appaiono tali alla natura dolorosa dell’uomo… Il Vangelo non è il resoconto di una missione filantropica più o meno riuscita. Per i Cristiani che si ostinano a pensare che la funzione del Cristianesimo sia quella di fornire agli uomini cose buone e di bandire dalla loro vita le cose cattive – intendendo per bene e male ciò che appare tale alla natura umana decaduta – la vita si rivelerà presto incomprensibile. Per gli uomini con una simile visione il mistero del dolore diventa insolubile. Di fronte alla dura realtà dell’esistenza, le loro convinzioni sono condannate. Non hanno una risposta da dare alla domanda sempre ricorrente: se Dio è buono e gentile e tenero nei confronti della sofferenza umana, perché la sofferenza continua ad esserci non solo per quelli che la meritano, ma anche per quelli che non la meritano? Il fatto che Gesù, nella sua potenza e bontà, non abbia posto fine a tutte le sofferenze umane dimostra che, ai suoi occhi, la sofferenza non è la vera fonte dell’infelicità umana. (Leen, Why the Cross?, pp. 54-56). Il vero Vangelo si occupa principalmente del soprannaturale/spirituale e solo secondariamente del naturale/fisico. È interessante notare che l’osservazione di p. Leen secondo cui i naturalisti “non hanno una risposta da dare alla domanda sempre ricorrente: se Dio è gentile, buono e tenero nei confronti della sofferenza umana, perché la sofferenza continua ad esserci non solo per coloro che la meritano, ma anche per coloro che non la meritano?” è verificata nientemeno che da Jorge Bergoglio, che ha dichiarato più di una volta di non avere una risposta sul perché Dio permetta ai bambini di soffrire. Peggio ancora, nella sua omelia del 31 dicembre 2021, l’apostata di Buenos Aires ha esplicitamente ripudiato l’idea che ci sia uno scopo soprannaturale nella sofferenza dei mali temporali. L’antipapa Francesco non vuole solo andare all’inferno, ma vuole portare con sé il maggior numero possibile di persone, per il momento ci sta riuscendo molto bene. Preghiamo perchè la Vergine SS. lo fermi!