LA GRAZIA E LA GLORIA (46)

LA GRAZIA E LA GLORIA (46)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO IX

LA PERFEZIONE FINALE DEI FIGLI DI DIO. QUESTA PERFEZIONE CONSIDERATA DAL LATO DELL’ANIMA

CAPITOLO IV

La natura della visione beatifica. L’oggetto principale e gli oggetti secondari.

1. – Cominciamo con l’oggetto principale di questa visione beata. Cosa vedremo? Ciò che Dio stesso vede in sé. Ciò che Egli è nella sua essenza, cioè l’infinita pienezza dell’Essere, la bontà, la gloria, la santità, la potenza, in una parola, la pienezza della perfezione: perché Egli è tutto questo nell’incomparabile fecondità del suo Essere, e tutto questo è in Lui verità sostanziale, vivente, universale, eterna. Ciò che Egli è nell’intimo della sua vita divina, cioè l’infinita conoscenza che da tutta l’eternità il Padre ha della propria bellezza, e questo Verbo uguale a se stesso in cui si racconta eternamente nei suoi infiniti splendori, immagine infinitamente perfetta di un Padre infinitamente perfetto; ed ancora l’amore infinito di questa bontà, fonte di ogni bontà, da cui sia il Padre che il Figlio producono l’Amore personale, lo Spirito Santo, terza e ultima Persona dell’adorabile Trinità. – Sì, questo è ciò che vedremo senza intermediari, senza distanze, senza sforzi, senza dimostrazioni, faccia a faccia, con un’intuizione modellata sull’intuizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.  Questi grandi misteri, che nessuna intelligenza creata può concepire, e di cui non avrebbe nemmeno il minimo sospetto, se il Figlio, che è nel seno del Padre, non ce li avesse rivelati per mezzo del suo Spirito; questi misteri, dico, il mistero della natura divina, il mistero della generazione eterna del Verbo, il mistero non meno insondabile della processione dello Spirito divino, e infine il mistero di un unico Dio in tre Persone, saranno messi a nudo davanti agli occhi della nostra anima: noi vi tufferemo i nostri occhi e vedremo più di quanto non crediamo. – Non dobbiamo infatti immaginare che Dio possa mostrarsi a chi lo contempli a metà, come in frammenti. Egli è pura unità; pertanto, vederlo è vederlo tutto intero. Io posso ammirare lo splendore esterno di un palazzo, senza sapere nulla delle bellezze che contiene, perché in esso queste diverse parti sono distinte. Allo stato attuale delle mie conoscenze, io posso ancora concepire una perfezione di Dio, senza rappresentarmi le altre, ed anzi ignorandole; ma questo perché Dio, offrendosi a me solo nelle sue immagini, i concetti che io me ne formo sono necessariamente imperfetti e molteplici come esse. Ma, ancora una volta, come potrebbero i beati abitanti del cielo vedere una perfezione divina e non vedere le altre, concepire l’essenza e non contemplare allo stesso tempo ciascuna delle Persone, se queste perfezioni sono con l’essenza un’unica realtà molto semplice e molto indivisibile; e se le Persone, pur essendo distinte tra loro, sono esse stesse assolutamente identiche quanto all’essenza (Concil. Lat. IV, c. “Damnamus“)? Perciò noi vedremo Dio nella sua interezza. – Eppure, non lo vedremo totalmente, cioè non lo comprenderemo nella misura in cui è intelligibile in se stesso. La ragione che i teologi ne danno è sì manifesta che basta formularla per fugare ogni incertezza. Dio è l’Essere infinito e, poiché l’Essere e la verità vanno di pari passo, è la Verità senza limiti e senza fondo. Pertanto, Egli è infinitamente intelligibile e, di conseguenza, nessuna intelligenza infinita è in grado di conoscerlo così completamente come Egli può essere conosciuto. La luce della gloria, per quanto possa portare in alto la virtù della mente creata, non le farà mai superare i limiti essenziali imposti dalla sua natura. Solo Dio può scandagliare l’oceano di luce che è Lui stesso, fino ai suoi più profondi ed intimi recessi. Versatelo, questo oceano, in un qualsiasi altro recipiente che non sia l’immensità dell’Intelligenza divina, ed esso traboccherà da tutte le parti. Ed è per questo che gli spiriti beati saranno eternamente deliziati da una doppia ammirazione: una per l’infinita bellezza che contemplano, e l’altra per gli infiniti abissi in cui il loro sguardo si perde, e che adorano, senza mai poterli penetrare, felici di vedere le meraviglie che abbracciano, non meno felici di sapere che la bellezza che essi amano sia così infinita che solo essa può essere pienamente conosciuta e compresa.

2. – Non solo la visione delle creature beatificate non può essere, come quella di Dio, una perfetta comprensione dell’Essere infinito, ma la misura della visione non è la stessa per tutti. La gloria risponde alla grazia e la beatitudine al merito. Ciò che San Paolo ci dice sulla differenza tra i corpi glorificati è ancora più vero per gli spiriti e le anime. Tra questi ospiti dell’eterno banchetto, ci sono alcuni a cui Dio, il vero cibo delle intelligenze, si comunica più liberalmente che ad altri. Le quote di eredità sono distribuite in modo diseguale ai figli di adozione, perché portano titoli diseguali al sovrano che li dona e che si dona. Questo è ciò che Nostro Signore aveva in mente quando disse ai suoi discepoli prima di lasciarli: « Ci sono molte dimore nella casa del Padre mio » (Joan. XIV, 2). Certo, non ce n’è una che non corrisponda alla magnificenza del Padre che le ha preparate per i suoi figli; ma chi non vede che il posto che riserva agli eroi della virtù debba essere diverso, altro quel posto che attende il Cristiano in cui vede una minore somiglianza con Gesù Cristo, suo figlio primogenito. – Ora so che l’elemento principale della beatitudine, quello che determina la misura di tutte le altre, è la visione della bellezza divina. Ci sono state controversie tra i teologi sull’essenza della beatitudine. Alcuni la mettono nella visione, altri nell’amore o nel godimento, altri ancora in tutti questi atti insieme. Ma ciò che non è e non può essere discusso è che nelle Sacre Scritture, nel linguaggio della Chiesa e nel comune sentire dei fedeli, il primato spetta alla visione. Ovunque il cielo ci viene rappresentato come la città della luce (Apoc., XXI, 23; XXII, 4, 5; Is. LX, 19), e la luce si riferisce all’intelligenza che vede, prima di andare al cuore che ama e gode. « O Signore – gridano i giusti da ogni parte – mostrateci il vostro volto allo scoperto e questa sarà la nostra salvezza » In lucis regione constituasDirige in conspectu tuo viam meam… Dedisti eis lumen ut viderent te ». Offic. defunctorum. « Redemptorem tuum facie ad faciem videas, et præsens semper assistens manifestissimam beatis oculis aspicias veritatem. » Ordo commendat, animæ.). – Ciò che la Chiesa chiede per i suoi fedeli, nell’ora dell’ultimo combattimento, ciò che prega il suo Sposo di concedere loro, quando affida le loro spoglie mortali alla terra, è che, accolti nella regione della luce, possano godere della presenza del loro Redentore e contemplarlo faccia a faccia. Qual è, infine, la suprema speranza di ogni Cristiano che muore nella pace del suo Signore e nel bacio di Cristo? Vedere Dio; vederlo come è in Se stesso, vederlo come è visto da Lui, non più attraverso le ombre, ma nella manifestazione radiosa del suo splendore (1 Joan, IL, 2: 1 Cor., XII, 12; Joan, XVII, 24)? È l’amore, ne convengo, più che la conoscenza, a muoverci alla ricerca e al possesso della bontà sovrana; ma il privilegio della conoscenza è quello di renderci presente questa bontà, di averne la comprensione e, di conseguenza, di renderla veramente nostra. – Se, dunque, la beatitudine è disuguale per i figli del Padre celeste, la visione che essi hanno delle sue infinite bellezze deve avere dei gradi. Da dove può derivare questa differenza, dal momento che la stessa essenza assimila le loro menti come forma intelligibile, dal momento che la stessa Verità sovranamente unica si offre come oggetto alla loro intuizione? Di certo, non si tratta dell’intelligenza stessa. La Regina del cielo, considerata nelle sue facoltà naturali, qualsiasi perfezione il nostro amore riconosca in lei, non è paragonabile agli spiriti angelici. Eppure, chi oserebbe dire o pensare che un Angelo, anche il più sublime dei serafini, possa guardare nel seno di Dio con uno sguardo così fermo, così penetrante, così ampio come questa gloriosa Madre del Salvatore? Il genio non è né il titolo alla ricompensa eterna, né la misura in cui questa ricompensa sia proporzionata. – Le visioni dei beati sono disuguali, perché non partecipano tutti allo stesso modo all’infinita perfezione dell’intelligenza divina; in altre parole, perché la luce della gloria, principio prossimo dell’intuizione di Dio, non è infusa in loro nello stesso grado. Ora – aggiunge San Tommaso d’Aquino – la misura di questa luce non sarà la maggiore o minore virtù della natura, ma la carità. « Perché dove c’è più carità, c’è più desiderio, ed è dalla veemenza del desiderio che nasce la capacità di ricevere il bene perseguito » (S. Thom, I p., q. 12, a. 6; Gent, L. III, c. 58). – Si giungerebbe alle stesse conclusioni se si considerasse la forma intelligibile, il principio necessario dell’intuizione che mette l’anima in possesso di Dio. Infatti, se Dio vede se stesso all’infinito, perché in Lui sta la forma intellegibile che è la sua essenza, e l’intelligenza stessa sono una stessa realtà infinita, quanto più perfettamente questa stessa forma è unita allo spirito creato, tanto più completamente anche la creatura deve partecipare alla comprensione divina. Ora, come abbiamo già dimostrato, ciò che rende l’Essenza di Dio intimamente presente ad ogni creatura ragionevole, e non lo è in maniera immediatamente intelligibile che alle sole intelligenze beate, è la luce della gloria. In essa e attraverso di essa, la verità, la pienezza e la fonte di ogni verità, arriva, per così dire, alla portata del nostro raggio visivo. Pertanto, nella misura in cui questa luce diventa più intensa e brilla più intensamente, gli splendori di Dio diventeranno più intelligibili, non in sé, ma per l’infermità della nostra vista creata. – Ma è comunque possibile che, vedendo Dio nella sua totalità, non lo vediamo totalmente né ugualmente? Ciò che abbiamo appena considerato lo dimostra, anche se possiamo difficilmente immaginarlo. I teologi ed i Santi, per aiutarci a capirlo meglio, hanno cercato esempi tra le cose che, toccandoci da vicino, sono anche alla nostra portata. – Ascoltiamo dapprima i paragoni geniali di San Francesco di Sales: « Questa luce visibile del sole che è limitato e finito, è così completamente visto da tutti coloro che lo guardano, che non è mai completamente visto da nessuno, e nemmeno da tutti insieme. È così quasi come per tutti i nostri sensi: tra molti che ascoltano una musica eccellente, sebbene tutti la sentano pienamente, alcuni non la sentono così bene, né con tanto piacere come altri, a seconda che le loro orecchie siano più o meno delicate. La manna è stata assaporata da tutti coloro che l’hanno mangiata, ma in modo diverso, a seconda della diversità degli appetiti di coloro che la prendevano, e non veniva mai assaporata completamente, perché aveva più sapori diversi di quante fossero le varietà dei gusti degli Israeliti. » (S. Françoise de Sales, Trattato dell’amor di Dio, L. III, c. 13). Non contento di queste analogie, il Santo ci mostra anche i pesci del mare, « che godono della grandezza incredibile dell’oceano » senza aver mai visto tutte le sue spiagge; e gli uccelli, « che si muovono a piacimento nella vastità dell’aria, senza che nessun uccello, nemmeno l’intera razza degli uccelli, abbia mai raggiunto la suprema loro regione » (idem, Ibid.). – Questi esempi e altri dello stesso tipo hanno la loro utilità; ed è questo che mi ha spinto a trascriverli. Ma i nostri Dottori ne propongono un altro meno materiale, e di conseguenza meno lontano dalla verità sublime che si tratta di mettere in luce. Vedete – essi dicono – una di queste verità feconde e magistrali che si trovano alla base delle scienze umane. Tra coloro a cui il principio è conosciuto, che disuguaglianza nella misura dell’intelligenza che possiedono! Laddove l’occhio acuto del genio scoprirà un intero mondo di conclusioni che questa verità conteneva in germe, le menti più ordinarie difficilmente andranno oltre le prime conseguenze, se non si fermano il più delle volte alla semplice comprensione del principio. E questa è un’immagine di ciò che si vedrà nella contemplazione della verità sovranamente piena e sovranamente perfetta, oggetto comune dell’intelligenza divina e degli spiriti beati.

3. – Finora abbiamo parlato solo dell’oggetto principale della visione beatifica; ma questo non è l’unico spettacolo meraviglioso offerto ai figli di adozione. Dio, vedendo se stesso, con lo stesso sguardo eterno, vede tutte le cose in se stesso. È una formula il cui senso ci è conosciuto, perché abbiamo avuto l’occasione di dire ciò che essa esprime. E anche noi, contemplando Dio nella sua gloria, vedremo in Lui spettacoli che nessuna intelligenza può concepire: la loro origine, le loro relazioni, la loro storia, il loro progresso, la loro consumazione. Queste vie della provvidenza, così sante e così rette, ma a volte così misteriose che la nostra debolezza sarebbe tentata di scandalizzarsi, non saranno più un segreto per noi. Ciò che la natura e la grazia hanno di più profondo, ciò che le scienze sacre e profane presentano di più oscuro, tutto questo il più piccolo degli eletti, il più piccolo nel regno dei cieli, lo conoscerà senza errori, incertezze, non per ragionamento, né per dimostrazione, ma per intuizione, nella stessa luce in cui Dio la contempla e la comprende. – Ricordiamo, infatti, che la stessa essenza, l’archetipo primo di tutto ciò che non è Dio, il modello sovranamente perfetto di tutto ciò che, in qualsiasi grado, partecipa o può partecipare all’essere, è per gli eletti, come per Dio, la forma infinitamente intelligibile da cui procede la visione benedetta. Se dunque è, ad esclusione di tutte le altre immagini intellettuali, una ragione sufficiente perché nulla sfugga allo sguardo di Dio, può e deve essere anche osservata ogni proporzione, il principio che più eminentemente supplisce ad ogni somiglianza finita nelle intelligenze glorificate della visione dei beati. – Così l’ordine della nostra conoscenza sarà più felicemente invertito. Qui noi vediamo le perfezioni invisibili di Dio, attraverso l’intelligenza che ci viene data dalle sue opere visibili, che salgono dalle creature al loro Autore. « Essendo usciti dalla terra dell’esilio e diventati cittadini del cielo, non abbiamo più bisogno di questa scala. La creatura celeste ha davanti a sé, a portata di mano, ciò con cui contempla le cose divine. Essa vede il Verbo e, nel Verbo, ciò che è stato fatto per il Verbo. Non è più obbligata a mendicare alle opere la conoscenza dell’operaio. Inoltre, anche per conoscere queste opere, non scende fino ad esse; perché le vede dove si manifestano in una luce incomparabilmente più luminosa che in se stesso » (San Bernardo, de Considerat, L. V, c, 1, n. 1). Sarebbe temerario cercare di definire fino a che punto si estenda questa visione per ciascuno degli eletti, questa visione delle creature in Dio. Diciamo, prima di tutto, che è come la visione stessa di Dio. Vale a dire che il campo è tanto più vasto quanto più la luce della gloria e l’Essenza divina con essa siano penetrate nell’anima per assimilarla all’intelligenza increata. Ciò che è assolutamente certo è che nessuna creatura arriverà mai a conoscere in Dio tutto ciò che l’onnipotenza potrebbe realizzare al di fuori di Lui: infatti, sarebbe tutto un conoscere tutti gli esseri possibili in Dio e comprendere l’onnipotenza o, il che è la stessa cosa, comprendere l’infinita perfezione di Dio. Come posso infatti vedere in Dio tutte le opere che possono uscire dalle sue mani, se non ho conosciuto adeguatamente la sua potenza; e come posso conoscere adeguatamente la potenza senza avere la comprensione di tutte le perfezioni divine con le quali questa stessa potenza è identificata? – Non meno indubbio è che ciascuno degli eletti contemplerà, nella luce divina, tutte le cose esistenti che lo interessano, tutto ciò che può legittimamente desiderare di conoscere. Secondo questa regola formulata dall’Angelo della Scuola, i Santi in cielo hanno in Dio un’intuizione immediata delle preghiere che noi rivolgiamo loro, così come degli onori che rendiamo ai loro gloriosi meriti (S. Thom., 2-2, q. 83, a. 4, ad 2; Suppl. q. 72. a. 1.). La stessa regola ci obbliga a concludere che tutti gli esseri della creazione, tutti i fatti che si stanno svolgendo e si svolgeranno nella lunga serie dei secoli, tutto, dico, fino ai pensieri più fugaci e nascosti, è presente con la luce della gloria allo sguardo umano del nostro Salvatore: perché tutto, senza eccezione, si riferisce a Lui come al Re dell’universo, al Pontefice universale, al Giudice sovrano dei vivi e dei morti (Id. 3 p.), «  Nihil prohibet dicere quod post diem judicit quando gloria hominum et Angelorum erit penitus consummata, omnes beati scient omnia quae Deus scientia visionis novit; ita tamen quod non omnes omnia videant in essentia divina. Sed anima Christi ibi plane videbit omnia, sicut et nunc videt; alii autem videbunt ibi plura vel pauciora secundum gradum quo Deum cognoscent, et sic anima Christi de his quæ præ aliis videt in Verbo, alios illuminabat. ». Id. IV, D. 49, a. 5, ad 25). – Infine, è in virtù dello stesso principio che possiamo credere di essere perennemente sotto gli occhi di Maria, la nostra Madre celeste. Non è forse un desiderio molto legittimo per una madre conoscere, almeno per quanto possibile, tutti i passi, tutti i movimenti, tutti i sentimenti, tutti i bisogni dei propri figli, soprattutto quando questi sono in età più debole e in condizioni di maggior pericolo? Non insisterò ulteriormente su quest’ultima applicazione, perché l’ho sviluppata più a lungo in un’altra opera (Devozione al Sacro Cuore, L. IV, c. 4, p. 311 ss.). – Notiamo, tuttavia, quale consolazione può darci questa dottrina nel dolore causato dalla perdita di coloro che ci sono cari. Morendo nella pace del Signore, ci lasciano per un po’ di tempo; ma grazie all’estasi eterna in cui li mette la vista sempre presente del loro Dio, noi non siamo assenti dal loro pensiero, perché, secondo la misura che il nostro interesse e la piena soddisfazione dei loro desideri richiedono, ci vedono nello specchio infinitamente chiaro della luce divina (ci vedono, dico, con una visione che supera incomparabilmente in chiarezza quella che è adatta agli occhi della nostra carne, e non meno immediata di essa). E quale spettacolo in cielo per ciascuno degli eletti quando, tutto penetrato da questa luce, vi contempla la moltitudine viva e radiosa dell’esercito dei Santi, con le sue bellezze, le sue felicità e la sua gloria! Lì, se vi degnerete di ricevermi, come spero che farete per la vostra infinita misericordia, vi vedrò, o mio Salvatore Gesù, negli splendori della vostra umanità glorificata; avrò perennemente davanti allo sguardo della mia anima sia le piaghe che avete accettato per me, sia quel Cuore che risplende mille volte di più nel vostro petto di quanto non fosse un tempo per l’amata di quel Cuore divino, Margherita Maria. Là, in uno specchio infinitamente puro, vedrò anche Voi, o santa e amabilissima Vergine Maria, Madre del mio Signore e Madre mia, e sarò inebriato dalle vostre perfezioni e dalla vostra bellezza, che è seconda solo a quella di Gesù vostro Figlio. Là, tutto ciò che amo, tutto ciò che ammiro, tutto ciò che potrei desiderare per la presenza e la vista, mi verrà mostrato in una luce incomparabilmente superiore alla luminosità del nostro sole. Dopo di che, chi si stupirebbe sentire i Santi, alla vista della magnificenza che l’arte e la natura mostrano ai loro occhi, esclamare con trasporto: Oh, quanto è brutta la terra per me, quando guardo il cielo! – I santi Dottori non si stancano mai di esaltare la luminosità e l’estensione della conoscenza che Dio comunica ai suoi eletti. « Che cosa possono ignorare, se essi vedono Colui che sa tutto », chiede San Gregorio Magno parlando degli Angeli (Mor. L. II, c. 3). « Come – egli dice – si potrebbe ignorare qualcosa, se tutti vedono insieme Dio, fonte della scienza? » (Id. Hom. 34 in Evang.). « Oh, la mirabile abbondanza, dove non c’è nulla che possa dispiacere, dove si ha tutto ciò che si desidera! Sarebbe una gloria consumata se ci fosse qualcosa di nascosto per noi? Perciò la nostra conoscenza non conoscerà tenebre, e questa è la saggezza che soddisferà pienamente la curiosità dell’uomo. O sapienza, che sarà la conoscenza perfetta di tutto ciò che è in cielo e sulla terra: poiché noi ci abbevereremo della scienza di tutte le cose alla sorgente stessa della Sapienza, in ipso fonte sapientiæ rerum omnium cognitionem bibentes » (S. Bernard., serm. 16, de tripl. genere bonor., n. 7). – È un bello spettacolo che il mondo dei corpi contempla nella luce di Dio; ma è più estasiante quello che in cielo ci offrirà il mondo delle anime. Ricordo una parola di Santa Caterina da Siena: « Se noi potessimo vedere un’anima in stato di grazia, non concependo nulla di più bello, la prenderemmo per Dio stesso, e cadremmo in ginocchio per adorarla. » Bossuet dal suo canto scrive: « Chi vedesse un’anima in cui Dio è per la grazia, crederebbe di vedere Dio stesso, come si vede un secondo sole in un bel cristallo, dove è entrato, per così dire, con i suoi raggi » (Bossuet, Lett. de piété. Lett, 25). – Ora, questo spettacolo noi lo avremo in eterno davanti ai nostri occhi. Tutto sarà pienamente sotto lo sguardo di tutti. Questo è ciò che Sant’Agostino predicava al suo popolo. Allora -egli diceva – i pensieri del cuore saranno messi a nudo. « Che cosa temete? Ora nascondete i vostri pensieri, e avete paura che nessuno li conosca: forse avete in mente cose cattive, vergognose o vane. Ma là, non ci sarà nel vostro cuore null’altro che di bene, di onesto, di puro, di vero. Come quaggiù voi mostrate il vostro viso, così vorrete che la vostra coscienza sia vista. E là, miei diletti, noi ci conosceremo tutti. Pensate che là mi riconoscerete perché mi avete conosciuto qui, e che non conoscerete mio padre, perché non lo avete conosciuto? No, conoscerete tutti gli eletti di Dio. E non si conosceranno dai lineamenti dei loro volti, ma in una luce incomparabilmente più alta… Pieni di Dio, essi vedranno divinamente. Divine videbunt, quando Deo pleni erunt » (S. August, serm. 243; in dieb. paschal, 14, n. 5. San Gregorio Magno ha una parola per caratterizzare questa trasparenza universale dei beati. La Gerusalemme celeste è per lui « Civitas, clara per aurum, per Vitrum perspicua » (Moralia, L. 34, c. 15). Essi vedranno divinamente i loro fratelli nella beatitudine; vedranno anche gli infelici che l’inferno ha inghiottito per sempre nei suoi abissi e i loro tormenti? Sì, risponde Sant’Agostino; ed è in questo senso che interpreta l’ultimo versetto di Isaia: « Ogni carne adorerà davanti alla mia faccia, dice il Signore; e usciranno e vedranno i cadaveri degli uomini che hanno prevaricato contro di me ». Egli dice: « Usciranno, non con un movimento corporeo, ma con la comprensione e con la visione manifesta dei tormenti di coloro che sono fuori dalla Gerusalemme celeste. Sembrerebbe che manchi qualcosa alla perfezione della loro beatitudine e della loro gratitudine, se questo spaventoso contrasto tra loro e i reprobi non facesse sentire quanto sia grande la loro ricompensa e la misericordia che li ha salvati. » (S. August., de Civit. Dei, L. XX, c. 22; S. Thom, Supplem., q. 94, a. 1. – Leggiamo nei dialoghi di Santa Caterina da Siena, c. 42, che Nostro Signore le disse un giorno: « La vista dei dannati aumenterà il godimento della mia bontà nei giusti, perché la luce è meglio conosciuta dalle tenebre e le tenebre dalla luce». – « Ibi dum justi sine fine damnatorum cruciatus conspiciunt, in Dei laudibus crescunt; et quia et in se cernunt bonum quo remunerati sunt, et in illis supplicium quod evaserunt, erit gratiarum actio et vox laudis. »  Riccardo di S. Vittore, Explic. in Cantic. c. 10. P. L., t. 196, pp. 435, sq.).