DOMENICA DI SETTUAGESIMA (2021)

DOMENICA DI SETTUAGESIMA (2021)

 [Stazione a S. Lorenzo fuori le mura].

Semidoppio. – Dom. Privil. di 2a cl. – Paramenti violacei.

Per comprendere pienamente il senso dei testi della Messa di questo giorno, bisogna, studiarli in corrispondenza delle lezioni del Breviario, perché, nel pensiero della Chiesa, la Messa e l’Ufficio sono una cosa sola. Le lezioni e i responsori dell’Ufficio della notte durante tutta questa settimana sono tratti dal libro della Genesi e narrano la creazione del mondo e quella dell’uomo; la caduta dei nostri primi genitori e la promessa di un Redentore; di più l’uccisione di Abele e le generazioni di Adamo fino a Noè. — « In principio, – dice il Libro Santo, – Dio creò il cielo e la terra e formò l’uomo su la terra e lo pose in un giardino di delizie perché Lo coltivasse» (3° e 4° resp.). Tutto ciò è una figura. – Il regno dei Cieli – spiega S. Gerolamo – è detto simile ad un padre di famiglia che prende degli operai per coltivare la sua vigna. Ora, chi più opportunamente può essere rappresentato nel padre di famiglia se non il nostro Creatore, il quale regge con la sua provvidenza ciò che ha creato e che governa i suoi eletti in questo mondo, così come il padrone ha i servi in sua casa? E la vigna che Egli possiede è la Chiesa Universale, dal giusto Abele fino all’ultimo eletto che nascerà alla fine del mondo. E tutti quelli che, con fede retta si sono applicati e hanno esortato a fare il bene, sono gli operai di questa vigna. Quelli della prima ora, come quelli della terza, della sesta e della nona, designano l’antico popolo ebreo, il quale, dopo l’inizio del mondo, sforzandosi nella persona dei suoi santi, di servire Dio con fede sincera, non hanno cessato, per così dire, di lavorare nella coltivazione della vigna. Ma all’undecima ora sono chiamati i Gentili e a loro sono Indirizzate queste parole: « Perché state qui tutto il giorno senza far nulla? » (3° Notturno). Dunque, tutti gli uomini sono chiamati a lavorare nella vigna del Signore, cioè a santificarsi e a santificare il prossimo glorificando con questo mezzo Dio, poiché la santificazione consiste a non cercare il nostro bene supremo che in Lui. Ma Adamo venne meno al suo compito. « Poiché tu hai mangiato il frutto che io ti avevo proibito di mangiare, – gli disse il Signore – la terrà sarà maledetta e ne trarrai il nutrimento con gran fatica. Essa non produrrà che spine e rovi. Tu mangerai il tuo pane, prodotto dal sudore della tua fronte fino a che non sarai tornato alla terra donde fosti tratto». «Esiliato dall’Eden dopo la sua colpa, – spiega S. Agostino, – Il primo uomo trascinò alla pena di morte e alla riprovazione tutti i suoi discendenti, guasti nella sua persona come nella loro sorgente. Tutta la massa del genere umano condannato cadde In disgrazia, o piuttosto si vide trascinata e precipitata di male in male (2° Notturno). « I dolori della morte m’hanno circondato, dice l’Introito; e la Stazione ha luogo nella Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, contigua al Cimitero di Roma. « È assai giusto, aggiunge l’Orazione, che noi siamo afflitti per i nostri peccati ». Cosi la vita cristiana è rappresentata da S. Paolo nell’Epistola come una arena dove bisogna lottare per riportare la corona. La mercede della vita eterna, dice anche il Vangelo, viene concessa solo a quelli che lavorano nella vigna di Dio e, dopo il peccato, questo lavoro è penoso e duro. « O Dio, domanda la Chiesa, accorda ai tuoi popoli che sono designati da te sotto il nome di vigne e di messi, che dopo aver sradicato i rovi e le spine, sono atti a produrre frutti in abbondanza, con l’aiuto del nostro Signore » (or. del Sabato Santo – Or. Dopo l’8° profezia). « Nella sua sapienza, – dice S. Agostino, – Dio preferì ricavar il bene dal male anziché permettere che non accadesse nessun male » (6° lezione). Dio ebbe difatti pietà degli uomini e promise loro un secondo Adamo che ristabilisse l’ordine turbato dal primo. Grazie a questo novello Adamo essi potranno riconquistare il cielo sul quale Adamo aveva perduto ogni diritto essendo stato cacciato dall’Eden, che era l’ombra d’una vita (migliore) » (4° lezione). « Tu sei, Signore, il nostro soccorso nel tempo del bisogno e dell’afflizione » (Graduale); « presso di te è la misericordia » (Tratto); « fa che risplenda la tua faccia sopra il tuo servo e salvami nella tua misericordia » (Com.). Infatti, « Dio che creò l’uomo in una maniera meravigliosa, lo redense in modo più meraviglioso ancora (Oraz. dopo la 1° prof. del Sab. Santo), poiché l’atto della creazione del mondo al principio non sorpassa in eccellenza l’immolazione del Cristo, nostra Pasqua, nella pienezza dei Tempi ». Questa Messa, studiata in relazione alla caduta di Adamo, ci mette nella disposizione voluta per cominciare il tempo di Settuagesima e per farci comprendere la grandezza del mistero pasquale al quale questo Tempo ha per scopo di preparare le anime nostre. – Per corrispondere all’appello del Maestro che viene a cercarci fin nell’abisso dove ci ha sprofondati il peccato del nostro primo padre (Tratto), andiamo a lavorare nella vigna del Signore, scendiamo nell’arena e incominciamo con coraggio la lotta la quale si intensificherà sempre più nel tempo della Quaresima.

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XVII: 5; 6; 7
Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.  

[Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]

Ps XVII: 2-3
Díligam te, Dómine, fortitúdo mea: Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus.

[Ti amerò, o Signore, mia forza: Signore, mio firmamento, mio rifugio e mio liberatore.]

Circumdedérunt me gémitus mortis, dolóres inférni circumdedérunt me: et in tribulatióne mea invocávi Dóminum, et exaudívit de templo sancto suo vocem meam.

[Mi circondavano i gemiti della morte, e i dolori dell’inferno mi circondavano: nella mia tribolazione invocai il Signore, ed Egli dal suo santo tempio esaudì la mia preghiera.]

Oratio

Orémus.
Preces pópuli tui, quǽsumus, Dómine, cleménter exáudi: ut, qui juste pro peccátis nostris afflígimur, pro tui nóminis glória misericórditer liberémur.

[O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le preghiere del tuo popolo: affinché, da quei peccati di cui giustamente siamo afflitti, per la gloria del tuo nome siamo misericordiosamente liberati.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

1 Cor IX: 24-27; X: 1-5

Fratres: Nescítis, quod ii, qui in stádio currunt, omnes quidem currunt, sed unus áccipit bravíum? Sic cúrrite, ut comprehendátis. Omnis autem, qui in agóne conténdit, ab ómnibus se ábstinet: et illi quidem, ut corruptíbilem corónam accípiant; nos autem incorrúptam. Ego ígitur sic curro, non quasi in incértum: sic pugno, non quasi áërem vérberans: sed castígo corpus meum, et in servitútem rédigo: ne forte, cum áliis prædicáverim, ipse réprobus effíciar. Nolo enim vos ignoráre, fratres, quóniam patres nostri omnes sub nube fuérunt, et omnes mare transiérunt, et omnes in Móyse baptizáti sunt in nube et in mari: et omnes eándem escam spiritálem manducavérunt, et omnes eúndem potum spiritálem bibérunt bibébant autem de spiritáli, consequénte eos, petra: petra autem erat Christus: sed non in plúribus eórum beneplácitum est Deo.

[“Fratelli: Non sapete che quelli che corrono nello stadio corrono bensì tutti, ma uno solo riceve il premio? Correte anche voi così da riportarlo. Ognuno che lotti nell’arena si sottopone ad astinenza in tutto: e quelli per ottenere una corona corruttibile; noi, invece, una incorruttibile. Io corro, appunto, così, non già come a caso; così lotto, non come uno che batte l’aria; ma maltratto il mio corpo e la riduco in servitù: perché non avvenga che, dopo aver predicato agli altri, io stesso sia riprovato. Non voglio, infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, e tutti passarono a traverso il mare, e tutti furono battezzati in Mosè nella nube e nel mare; e tutti mangiarono dello stessa cibo spirituale; e tutti bevettero la stessa bevanda spirituale; (bevevano infatti della pietra spirituale che li seguiva; e quella pietra era Cristo): pure della maggior parte di loro Dio non fu contento”.]

 [A. Castellazzi: La Scuola degli Apostoli. S. Tip. Artig. – Pavia, 1929]

S. Paolo, volendo incoraggiare i Corinti a sostenere qualunque sacrificio per conseguire l’eterna salvezza, porta l’esempio di se stesso. Come un corridore, perché  vinca, non basta che sia sceso nello stadio, ma deve correre in modo da superare gli altri; così egli corre, nell’aringo della vita, senza sbandarsi qua e là, con la mente fissa al fine da conseguire. Come il lottatore, abbattuto il nemico, se lo conduce schiavo attorno per l’arena, così egli, con le privazioni e le mortificazioni, abbatte il suo corpo, e se lo rende schiavo. È vero che i Corinti avevano ricevuto molti favori da Dio. Anche gli Ebrei, sotto la guida di Mosè, ricevettero tutti da Dio favori segnalatissimi; ma pei loro peccati furono puniti nel deserto; e ben pochi di loro poterono entrare nella terra promessa. La conseguenza da tirare da questo passo della prima lettera ai Corinti è chiara. Quello che avvenne agli Ebrei poteva venire anche ai Corinti, potrà avvenire anche a noi, se non saremo perseveranti.

Graduale

Ps IX: 10-11; IX: 19-20

Adjútor in opportunitátibus, in tribulatióne: sperent in te, qui novérunt te: quóniam non derelínquis quæréntes te, Dómine.

[Tu sei l’aiuto opportuno nel tempo della tribolazione: abbiano fiducia in Te tutti quelli che Ti conoscono, perché non abbandoni quelli che Ti cercano, o Signore]

Quóniam non in finem oblívio erit páuperis: patiéntia páuperum non períbit in ætérnum: exsúrge, Dómine, non præváleat homo.

[Poiché non sarà dimenticato per sempre il povero: la pazienza dei miseri non sarà vana in eterno: lévati, o Signore, non prevalga l’uomo.]

Tractus

Ps CXXIX:1-4

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam.

[Dal profondo ti invoco, o Signore: Signore, esaudisci la mia voce.]

Fiant aures tuæ intendéntes in oratiónem servi tui.

[Siano intente le tue orecchie alla preghiera del tuo servo.]

Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit?

[Se baderai alle iniquità, o Signore: o Signore chi potrà sostenersi?]

Quia apud te propitiátio est, et propter legem tuam sustínui te, Dómine.

[Ma in Te è clemenza, e per la tua legge ho confidato in Te, o Signore.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

[Matt XX: 1-16]

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Simile est regnum coelórum hómini patrifamílias, qui éxiit primo mane condúcere operários in víneam suam. Conventióne autem facta cum operáriis ex denário diúrno, misit eos in víneam suam. Et egréssus circa horam tértiam, vidit álios stantes in foro otiósos, et dixit illis: Ite et vos in víneam meam, et quod justum fúerit, dabo vobis. Illi autem abiérunt. Iterum autem éxiit circa sextam et nonam horam: et fecit simíliter. Circa undécimam vero éxiit, et invénit álios stantes, et dicit illis: Quid hic statis tota die otiósi? Dicunt ei: Quia nemo nos condúxit. Dicit illis: Ite et vos in víneam meam. Cum sero autem factum esset, dicit dóminus víneæ procuratóri suo: Voca operários, et redde illis mercédem, incípiens a novíssimis usque ad primos. Cum veníssent ergo qui circa undécimam horam vénerant, accepérunt síngulos denários. Veniéntes autem et primi, arbitráti sunt, quod plus essent acceptúri: accepérunt autem et ipsi síngulos denários. Et accipiéntes murmurábant advérsus patremfamílias, dicéntes: Hi novíssimi una hora fecérunt et pares illos nobis fecísti, qui portávimus pondus diéi et æstus. At ille respóndens uni eórum, dixit: Amíce, non facio tibi injúriam: nonne ex denário convenísti mecum? Tolle quod tuum est, et vade: volo autem et huic novíssimo dare sicut et tibi. Aut non licet mihi, quod volo, fácere? an óculus tuus nequam est, quia ego bonus sum? Sic erunt novíssimi primi, et primi novíssimi. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

[In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un padre di famiglia, il quale andò di gran mattino a fissare degli operai per la sua vigna. Avendo convenuto con gli operai un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. E uscito fuori circa all’ora terza, ne vide altri che se ne stavano in piazza oziosi, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna, e vi darò quel che sarà giusto. E anche quelli andarono. Uscì di nuovo circa all’ora sesta e all’ora nona e fece lo stesso. Circa all’ora undicesima uscì ancora, e ne trovò altri, e disse loro: Perché state qui tutto il giorno in ozio? Quelli risposero: Perché nessuno ci ha presi. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta la sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama gli operai e paga ad essi la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti dunque quelli che erano andati circa all’undicesima ora, ricevettero un denaro per ciascuno. Venuti poi i primi, pensarono di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E ricevutolo, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: Questi ultimi hanno lavorato un’ora e li hai eguagliati a noi che abbiamo portato il peso della giornata e del caldo. Ma egli rispose ad uno di loro, e disse: Amico, non ti faccio ingiustizia, non ti sei accordato con me per un denaro? Prendi quel che ti spetta e vattene: voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. Non posso dunque fare come voglio? o è cattivo il tuo occhio perché io son buono? Così saranno, ultimi i primi, e primi gli ultimi. Molti infatti saranno i chiamati, ma pochi gli eletti.]

OMELIA

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra i mezzi della salute.

Quid hic statis tota die otiosi? (Matth. XX)

A quanti Cristiani, fratelli miei, si potrebbe fare lo stesso rimprovero che il padre di famiglia fa nel nostro Vangelo a quegli operai che trovò sfaccendati? Quid hic statis? Sono questi quei Cristiani pigri ed indolenti che passano tutta la loro vita nell’inazione sul più importante affare che abbiano al mondo, la loro salute. Del resto non è già che non siano occupatissimi in mille affari che riempiono tutto il loro tempo. No, non sono oziosi per le cose del mondo, e la vita inutile non è il vizio più comune che si può loro rimproverare. Si travagliano dalla mattina sino alla sera, gli uni per ammassar beni, gli altri per sollevarsi agli onori o procurarsi dei piaceri: ma la salute non ha luogo alcuno nelle loro occupazioni; dimenticano, trascurano questo affare, come se fosse di niuna conseguenza o non li riguardasse. Laonde si può loro dire ciò che il padre di famiglia diceva a quegli operai oziosi: Quid hic statis tota die otiosi? Ma donde viene, fratelli miei, questa biasimevole trascuratezza dei Cristiani a riguardo della loro salute? Due cagioni ordinarie io ne osservo: la pusillanimità e la presunzione. I timidi, che si rappresentano la salute più difficile che non è in realtà, sono disanimati dalle difficoltà che convien superare e nulla vogliono intraprendere per assicurarne la riuscita. I presuntuosi all’opposto, che riguardano la salute come un affare facile ed agevole, non fanno gli sforzi necessari per riuscirvi, e per mancanza di quella santa violenza che fare ci dobbiamo per arrivare al regno de’ cieli, non vi pervengono. Si tratta di disingannare gli uni e gli altri: ma a Dio non piaccia che, per incoraggiare i primi ed intimorire i secondi, noi rappresentiamo la strada della salute più larga o più stretta di quel che lo sia in realtà. Noi diremo dunque ai timidi che la salute non è sì difficile come se l’immaginano; e ai presuntuosi, che vi sono più difficoltà che non credono. Da questo tiro due proposizioni, che divideranno questa istruzione. Bisogna faticare alla salute con confidenza: primo punto. Bisogna faticarvi con timore: secondo punto.

I. Punto. Una delle più pericolose illusioni di cui si serve il demonio per distogliere gli uomini dalla strada della salute, è rappresentar loro questa strada per impraticabile. Troppo costa per salvarsi, dicono essi; non è possibile fare tutto ciò che il Vangelo prescrive per guadagnare il cielo, bisogna per questo vivere in un continuo fastidio, bisogna interdirsi ogni piacere, ogni società col mondo; gli affari in cui uno è occupato, le sollecitudini di uno stato in cui uno è impegnato, le compagnie che è obbligato di vedere, le occasioni continue di peccato cui è esposto, tutto ciò è incompatibile con l’idea di una vita regolata, che convien seguire per giungere al regno di Dio. Tali sono gli speciosi pretesti di cui si servono gli uomini per scusare la loro indolenza sull’affare della salute. Simili agli Israeliti, che temevano di entrare nella terra premessa, perché ivi si rappresentavano dei mostri che divoravano i suoi abitatori, questi vili Cristiani si figurano che la strada della salute sia ripiena d’ostacoli insuperabili: così disanimati non fanno alcuno sforzo, e non vogliono combattere per fare la conquista di questa terra promessa; sono spaventati dalla prima vista del sentiero che ve li deve condurre, o se fanno qualche passo, la minima difficoltà li fa ritornare indietro. Chiunque voi siate che risolver non vi potete a sormontare la colpevole indolenza che avete per la vostra salute, mentre d’altra parte siete sì attivi per i beni della terra, sappiate che la strada che conduce a quel felice soggiorno non è sì difficile a trovare né sì penosa a calcare, come v’immaginate; che al contrario ella è molto piana e vi si trova grande facilità, sia dal canto di Dio che vi dà tutte le grazie necessarie alla salute, sia dal canto di voi medesimi che non avete che a cooperare alla grazia di salute che Dio vi dà. Tali sono i motivi che indurre vi debbono ad attendere alla vostra salute con confidenza. – Dio vuol salvare tutti gli uomini: Deus vult omnes homines salvos fieri. (1 Tim. 2), e non vuole la perdita di alcuno. Gesù Cristo è morto per la salute di tutti, dice l’apostolo s. Paolo: sono queste, fratelli miei, verità di fede sì chiaramente espresse nelle sante Scritture, sì conformi alla retta ragione che metterle in dubbio si è aver perduto la fede. Imperciocché il dire, come gli eretici hanno osato con orribile bestemmia, che Dio non vuol salvare che una parte degli uomini, da Lui scelti per la sua gloria, mentre destina gli altri ad una dannazione eterna senz’alcun demerito dal canto loro, qual idea potrebbe mai darne di un Dio infinitamente buono, infinitamente giusto, come quello che noi adoriamo? Non sarebbe forse farne piuttosto un tiranno crudele che punirebbe degli uomini senza averlo meritato? Lungi da noi, fratelli miei, sentimenti sì ingiuriosi alla divina bontà: sentite de Domino in bonitate (Sap. XXI). Egli nostro Padre comune, noi siamo tutti suoi figliuoli; non avvi alcuno sulla terra che non possa e non debba invocarlo sotto quest’amabile qualità e dirgli mille volte il giorno: Padre nostro che siete nei cieli, Pater noster qui es in cœlis. Or se Dio è nostro Padre, Egli ci ama come suoi figliuoli, e perciò non ci ha creati per perderci, ma per salvarci. Perché dunque avrebbe Egli inviato il suo Figliuolo sulla terra? Perché l’avrebbe abbandonato ai supplizi e alla morte della croce? Perché questo Figliuolo adorabile si sarebbe sacrificato Egli stesso sino a spargere l’ultima goccia del suo sangue, se non avesse voluto salvare tutti gli uomini? Questo Salvatore tutto bontà avrebbe egli inviato i suoi Apostoli a predicare il Vangelo a tutte le nazioni della terra, docete omnes gentes (Matth. XXVIII), se non avesse voluto applicare a tutti il frutto dei suoi meriti? – Non ragioniamo di più su d’una verità sì chiaramente rivelata dalla parte di un Dio, ma tiriamone le conseguenze capaci d’inspirarci confidenza per la salute. Se Dio vuol salvare tutti gli uomini, se Gesù Cristo è morto per la salute di tutti, bisogna dunque convenire che tutti gli uomini hanno le grazie necessarie per la salute, senza di che la volontà di Dio sarebbe una volontà sterile, la morte di Gesù Cristo sarebbe loro inutile. Non v’è alcun uomo, di qualunque nazione egli sia, che non possa sperare la salute; non v’è peccatore alcuno sì accecato, sì indurito che debba disperarne. In qualunque stato voi siate dunque, fratelli miei, qualunque motivo abbiate di temere per la vostra salute, non dipende che da voi l’assicurarne la riuscita: voi avete tutte le grazie necessarie per questo; voi le avete accora in più grande abbondanza che il restante degli uomini, che non hanno avuto, come voi, la sorte di nascere nel seno della Chiesa, dove trovate la sorgente delle grazie nei Sacramenti che Gesù Cristo ha istituiti per vostra santificazione, dove trovate molti aiuti, sia nelle istruzioni che ascoltate, sia nei buoni esempi che vedete, sia nelle sante società cui siete aggregati. Quanti vivi lumi che rischiarano la vostra mente! Quanti buoni impulsi che toccano ed infiammano i vostri cuori, sia per allontanarvi dal male, sia per portarvi al bene! Tali sono gli aiuti di salute che Dio vi dà in tutte le occasioni in cui ne avete bisogno; a voi tocca di corrispondervi. Dio ha fatto dal canto suo tutto ciò che necessario era per salvarvi; e salvi sareste sicuramente, se la vostra salute non dipendesse che da Lui solo, ma voi tocca di fare dal canto vostro ciò ch’Egli vi domanda; se voi non lo fate, a voi soli attribuire dovete la vostra perdizione. Ma finalmente che cosa convien fare per giungere al porto della salute? E forse un’opera superiore alle vostre forze? No, fratelli miei; Dio è troppo buono e troppo giusto per comandarvi qualche cosa d’impossibile. Egli vuole che voi siate salvi, ed in conseguenza vi ordina di adoperarvi a questo scopo. L’affare è dunque in vostro potere: è anche più facile riuscire in questo affare che in mille altri che si presentano nel mondo. Non è necessario di fare lunghi viaggi, di attraversar mari, di esporre la vita, come si fa spesso per una caduca fortuna: quantunque le ricompense che Dio vi promette siano infinitamente superiori a tutte le fortune della terra, quelle però costano molto meno che queste: si tratta principalmente di una buona volontà; per esser salvi, basta volerlo e volerlo sinceramente. Il regno di Dio è dentro di noi, come dice Gesù Cristo; noi ne siamo in qualche modo i padroni. Se Dio avesse confidato questo affare a qualchedun altro, noi avremmo potuto dolerci del cattivo successo; ma non potremmo lamentarci che di noi medesimi, se non vi riusciamo; perché il successo dipende da noi, e non vi sarà alcun reprobo nell’inferno che non conosca essere per colpa sua se è infelice. Ci possono rapire i nostri beni con ingiustizie, il nostro onore con calunnie, la nostra vita con attentati; ma nessuno può rapirci il bene più prezioso, che è la salute. Tutto il mondo, tutto l’inferno ancora collegato contro di noi non potrebbe venir a capo di perderci, se noi non lo vogliamo; la nostra anima è sempre nelle nostre mani: Anima mea in manibus meis semper (Psal. CXVIII). Laonde, fratelli miei, noi possiamo salvarci, se sincerissimamente lo vogliamo. – Ma che cosa è voler efficacemente questa salute, questa felicità eterna? È, in due parole, evitare gli ostacoli che possono impedircene l’entrata; è prendere tutti i mezzi che possono assicurarcene il possesso. Il peccato è il solo ostacolo alla salute; e l’osservanza dei comandamenti, dice Gesù Cristo, è la via sicura per entrare nella gloria. Fuggite dunque il peccato, osservate i comandamenti di Dio, e voi sarete sicuramente salvi. Or tutto questo non dipende forse dalla vostra volontà? Voi potete senza dubbio evitare ogni peccato che vi dannerebbe; poiché non può esservi peccato in cui la vostra volontà non abbia parte; nessun ostacolo dunque alla salute, fuorché quelli che vi mettete voi medesimi. Infatti che cosa mai potrebbe impedire quest’opera? forse i cattivi esempi che vedete, le occasioni che trovate nel mondo corrotto? Ma non dipende da voi l’evitarle? Sarebbero forse gl’imbarazzi dello stato in cui siete impegnati? Ma voi non avete che a compiere fedelmente gli obblighi, e, senza lasciar il vostro stato, farete la vostra salute. Perciocché Dio, che vuol salvare tutti gli uomini, ha stabilito tutti sii stati della vita; vuole per conseguenza che ci salviamo in tutti, che ciascuno ne trovi i mezzi nel suo stato e certamente non vi sono stati dei santi in tutte gli stati? Fate quel che han fatto essi, e come essi vi santificherete. – Tutti gli uomini non possono coprire gli stessi impieghi, avere la medesima occupazione: la diversità di condizione è un effetto della sapienza di Dio, che ha voluto mantenere la società e la subordinazione sua fra gli uomini. Non è dunque necessario, per esser salvo, di lasciar il genere di vita, la professione in cui uno si trova impegnato, purché ella non sia un ostacolo alla salute per le occasioni di peccato cui sarebbe esposto. Non è già necessario ad un magistrato, per operare la sua salute, di lasciare il suo impiego, ad un mercante il suo negozio, ad un artigiano il suo lavoro, ad un padre, ad una madre di famiglia la cura dei figliuoli; ma bisogna che ciascheduno adempia i doveri del suo stato. Perciò, magistrati, voi vi santificherete, se vi servite della vostra autorità per reprimere il vizio e difendere la virtù; voi, artigiani, se cercate piuttosto la rugiada del cielo che il frutto della terra; voi mercanti, se negoziate piuttosto per l’eternità che pel tempo; voi, padri e madri di famiglia, se allevate i vostri figliuoli nel timore di Dio e se per stabilirli non usate che mezzi conformi alla sua volontà; voi, ricchi, se fate un santo uso delle vostre ricchezze dando il superfluo ai poveri: voi, poveri, se sopportate pazientemente la miseria cui siete ridotti: tutti finalmente che mi ascoltate, vi santificherete, voi vi salverete nella vostra condizione, se cercate primieramente il regno di Dio e la sua giustizia, camminando nella strada de suoi comandamenti. Ora è forse molto difficile il camminare in questa strada? Domandatelo al re Profeta, che vi correva nell’allegrezza del suo cuore: Viam mandatoram tuorum cucurri. Dimandatelo a tanti virtuosi Cristiani, i cui esempi esser debbono per voi una prova incontrastabile che l’osservanza dei divini comandamenti non è una cosa sì difficile come v’immaginate; vi diranno al contrario che il giogo del Signore è leggero, e non sembra pesante se non a coloro che non l’hanno portato. Non dipende che da voi farne la prova. Perché non farete voi ciò che fanno tanti altri della stessa professione che voi soggetti alle medesime debolezze che voi, e che non hanno più d’interesse che voi a salvarsi? Perché le strade della salute sarebbero più impraticabili per voi che non lo sono per essi? Oimè! per camminare in questa strada non sarebbe in voi necessaria che la buona volontà di coloro che vi entrano e che vi perseverano, perché in conseguenza di questa buona volontà voi vi fareste violenza per reprimere le vostre passioni ed astenervi dalle cose vietate dalle leggi di Dio; voi vi assoggettereste agli esercizi della vita cristiana, all’orazione, alla frequenza dei Sacramenti e alle altre pratiche di pietà che contribuir possono alla vostra santificazione. Ah! fratelli miei, se l’arricchirvi, l’innalzarvi nel mondo non vi costasse più di quel che vi si chiede per la vostra salute, non vi sarebbe tra gli uomini alcun mendico. Non vi esponete forse a più grandi pericoli, non soffrite maggiori travagli e fatiche per li beni del mondo che non vi si domanda per li beni del cielo? Le vostre assiduità presso di un grande, di cui vi procurate la protezione, presso di una creatura di cui cercate l’ingannatrice amicizia, non vi costano forse più di quelle che avreste presso di Gesù Cristo per avere la sua amicizia? Per arrivare agli onori del mondo, per conservare la vostra sanità, non fate voi molti sforzi, che far potreste egualmente per la vostra salute? Per conservare il vostr’onore e la vostra sanità, voi evitate certi eccessi che potrebbero nuocervi, voi rinunciate alle più dolci società, voi vi private delle cose più aggradevoli al gusto, voi tenete una regola di vita la più austera: perché non sarete voi così temperanti per la vostr’anima coma lo siete pel vostro corpo? Qualunque digiuno, qualunque mortificazione sono forse più difficili che la regola di vita che serbate? Convenite dunque che voi non volete cotanto efficacemente la vostra eterna salute come la vostra sanità. Se vi fosse qualche profitto temporale a fare, osservando alcune pratiche di pietà, come frequentar Sacramenti, visitar chiese, non è egli vero che la vostra premura pel bene vi renderebbe in ciò assidui? E beni eterni vi muovono meno che un bene caduco e transitorio! Non è egli vero, al contrario, che se quel peccato che commettete fosse seguito da qualche perdita di bene, voi cessereste ben presto dal commetterlo, e il vostro interesse la vincerebbe sulla vostra passione? E mali infiniti che saranno la pena del vostro peccato non sono capaci di ritenervi! Bisogna che voi manchiate di fede o di ragione; se si deve riuscir in un affare, contentar una passione, voi prendete tante misure che ne venite a capo, perché lo volete efficacemente. Se voi non operate la vostra salute, non dite dunque che vi è impossibile, ma che non volete, poiché il successo dipende da voi più che quello di tutti gli affari. Strano accecamento! Nulla si trova di difficile per le cose del mondo e tutto sembra impossibile quando si tratta della salute. Diciamo meglio, tutto costa per salvarsi e niente costa per dannarsi. Ah! fratelli miei, se voi perdete l’anima, ciò sarà per colpa vostra; questa disgrazia non verrà dalla salute, ma da difetto di volontà dal canto vostro che vi renderà inescusabili avanti a Dio. Voi avete tutti gli aiuti e tutti i mezzi necessari per assicurare la vostra predestinazione, non dipende che da voi il profittarne. Dio vuol salvarvi; vogliatelo quanto Egli ed infallibilmente lo sarete. Abbiam detto abbastanza per ispirare confidenza ai timidi; egli è tempo d’ispirare del timore ai presuntuosi.

II. Punto. Ogni uomo temer deve di non riuscire in un affare che è per sé stesso difficile, in cui vi sono molti rischi ed il cui successo è incerto. Tale è l’affare della salute; la sua difficoltà, i suoi rischi, la sua incertezza sono grandi motivi di timore ad ogni uomo che vuole seriamente pensarvi. E perciò l’apostolo s. Paolo esortava sì fortemente i fedeli a travagliarsi intorno alla loro salute non solo con timore ma ancora con tremore: Cum metu et tremore salutem vestram operaminì (Phil. II). Questo timore, del resto, non deve abbattere il coraggio ai timidi, egli deve soltanto risvegliar l’attenzione dei presuntuosi: mentre se la salute è difficile, convien dunque farsi violenza per riuscirvi; se la salute ha i suoi rischi, è d’uopo di vigilanza per evitarli; se la salute è incerta, convien prendere i mezzi i più efficaci per assicurarne la riuscita. Ecco ciò che chiamasi operare la sua salute con timore: cum metu et tremore etc. No, fratelli miei, non convien dissimularlo; la salute è un affare difficile, costa molto il salvarsi; Gesù Cristo, la stessa verità, ce lo insegna nel suo Vangelo: non ci dice Egli forse che il regno del cielo non si acquista se non con la violenza? che solamente quelli che se la fanno possono arrivarvi? Che la strada la quale vi conduce è stretta? che la porta per cui vi si entra è molta angusta? che bisogna fare grandi sforzi per avervi l’accesso? Contendite intrare per angustam portam (Luc. XIII). – La ricompensa dei santi, dice il grande Apostolo, è una corona che non sarà data se non a coloro che avranno ben combattuto: Non coronabitur nìsi qui legitime certaverit (2 Tim. II). Ed in vero, che cosa convien fare per guadagnar il cielo, e quale strada ci prescrive il Vangelo per arrivarvi? Bisogna vivere in un intero distacco dai beni e dagli onori; dai piaceri del mondo, rinunziar a se stesso, portar la sua croce, perdonar le ingiurie, amar i propri nemici, adempiere fino alla morte tutti i doveri riguardo a Dio, al prossimo e se stesso. Or quanto non costa per far tutto questo? E quanti ostacoli non troviamo noi dentro di noi medesimi all’adempimento di tutti questi obblighi? Convien domare le nostre passioni, combattere le nostre inclinazioni più naturali, ridurre i nostri sensi in schiavitù, sacrificar l’amor proprio, studiarne le astuzie, reprimere i movimenti. Oimè! quante vittorie a riportare! quante violenze a farsi! Sempre vegliare sopra se stesso, sempre resistere a se stesso, odiare se stesso, trattarsi con rigore; che cosa più contraria alle inclinazioni d’una natura che non ama se non i suoi agi e i suoi comodi? Umiliarsi, amar il disprezzo e l’abbiezione; che cosa più opposta al desiderio che abbiamo di comparire, di essere onorati, stimati dagli uomini? Tutto ciò costa, convien confessarlo, e tutti i santi han provato le difficoltà che s’incontrano nella strada del cielo. Ma da questo, fratelli miei, qual conclusione dedurre? Bisogna forse, come i timidi, disanimarsi dall’impresa e perdersi di coraggio, come quel giovane del Vangelo, il quale dopo aver inteso parlare Gesù Cristo sulla via stretta della salute, se ne parte tristo ed abbattuto: abiit tristis (Matth. XIX)? Ci diportiamo forse così negli affari del mondo? Perché un affare è difficile, ci perdiamo forse di coraggio per questo? Non si pongono forse in un uso tutti i mezzi possibili per venirne a capo? La difficoltà somministra l’industria ai più ignoranti, l’attività ai più codardi. Abbiamo una lite considerabile a finire? consultiamo persone esperte, sollecitiamo giudici, facciamo viaggi, spese per avere un felice successo. Se dunque l’affare della salute è difficile ed il più importante di tutti, la difficoltà, ben lungi dall’abbatterci, deve indurci a prendere tutte le precauzioni possibili per terminarlo felicemente. Se fosse un affare indifferente, come molti altri, di cui possiamo far senza, potremmo abbandonarlo; ma la salute è di una conseguenza infinita per noi, perché dal suo buono o cattivo esito dipende la nostra felicità o miseria eterna. Bisogna dunque, a qualunque costo intraprender tutto per riuscirvi. Non bisogna dunque, come i presuntuosi, dimorar tranquilli sull’evento, contentarsi di semplici desideri che non producono alcun effetto; bisogna al contrario far grandi sforzi, contendite. Perciocché, se, per esser salvi, bastasse semplicemente il volerlo, non vi sarebbe alcun reprobo; poiché non v’è altresì empio veruno che con piena avvertenza si determini alla riprovazione. – Voi avete un bel pensare alla vostra salute, fratelli miei, avete un bel volere esser salvi; invano anche temerete di non esserlo, voi non lo sarete giammai, se i vostri desideri e i vostri timori vi lasciano nella inazione; questi desideri, questi timori non serviranno che a condurvi alla morte eterna: Desideria occidunt pigrum (Prov. XIX). L’inferno è tutto ripieno di buoni desideri, di persone che han temuto di cadervi; voi avrete la stessa sorte; se i vostri desideri sono inefficaci, e se il timore di essere riprovati non v’induce a quella santa violenza che bisogna farsi per arrivare al cielo; mentre, fratelli miei, il cielo non si dà che a titolo di conquista, bisogna combattere per possederlo; non si dà, che a titolo di mercede, bisogna faticare per ottenerlo; non si dà che a titolo di ricompensa, bisogna meritarlo con le buone opere per un giorno regnarvi. Non v’ingannate perciò: la salute domanda grandi sforzi; ella è una vigna dove bisogna portare il peso del freddo e del caldo; ella è una Terra promessa, dove non si può entrare che dopo molti combattimenti; non v’immaginate dunque di arrivarvi senza soffrir molte pene, senza darvi ad una continua guerra e senza fare tutti i sacrifici che Dio esige da voi. Sebben doveste fare, per entrar nella gloria, ciò che vi dice il Salvatore, strapparvi un occhio, tagliarvi un piede, una mano, voi dovete farlo, se questa mano, questo piede, quest’occhio, vi sono motivo di caduta e di perdizione; vale a dire, fratelli miei, che se volete esser salvi, dovete rinunciare a quell’amicizia pericolosa, abbandonar quella casa, che sono per voi occasioni di peccato, quand’anche esse vi fossero tanto care, quanto il vostro occhio, il vostro piede e la vostra mano: vale a dire; che bisogna disfarsi di quell’impiego, lasciare quella professione, benché possa essere per voi lucrosa, se non ne siete capaci e se è per voi occasione di peccato; vale a dire, che dovete rendere la roba che non vi appartiene, qualunque vantaggio troviate nel possederla, per vivere a vostro comodo; vale a dire, che dovete domare quell’orgoglio che vi signoreggia, soffocare quel risentimento che v’inasprisce, staccarvi da quei beni ancora che vi sono propri, rinunciare a quella vita molle e sensuale che vi perde, reprimere, in una parola, le vostre passioni, trattar aspramente il vostro corpo e rimuovere i vostri occhi dagli oggetti pericolosi, e ritenere la vostra lingua sì libera nelle parole, chiudere le vostre orecchie ai discorsi degli empi e dei maldicenti, finalmente rinunziare a voi medesimi con una continua mortificazione. Ecco i sacrifici che la salute domanda; mentre tutto ciò che è incompatibile con la salute, benché d’altra parte vi sia dilettevole e vantaggioso, deve esserle sacrificato. Sebbene duri all’opposto siano i mezzi che possono contribuirvi, bisogna con allegrezza abbracciarli: tale è la santa violenza che deve in voi produrre la difficoltà della salute, e i rischi a cui è ella esposta, eccitar debbono la vostra vigilanza. Ed in vero, o fratelli miei, da qualunque parte si volga lo sguardo nel mondo, non vi si scorgono che pericoli; vi si vedono oggetti che tentano, esempi che strascinano, precipizi da cui è ben difficile di preservarsi. Si respira nel mondo un’aria contagiosa che infetta la maggior parte dei suoi abitatori. Ad ogni passo si trovano pietre d’inciampo. Non v’è quasi stato in cui non si trovino scogli che fanno perir tante anime; scogli nella prosperità, che acceca e rende quasi sempre colpevoli coloro che ne godono; scogli nell’avversità, che fa soccombere la pazienza di coloro che la soffrono; e quante volte non si cerca di uscirne a spese della giustizia e dell’onestà? Scogli nei negozi, dove altri s’allontana spesso dalle regole della buona fede e dell’equità; dove si rende colpevole di tante usure palliate sino al segno di servirsi dei flagelli e delle miserie con cui Dio affligge il suo popolo, per accrescere il proprio profitto; scogli nelle penose fatiche, dove altri si abbandonano ai lamenti, all’impazienza, e dove non si osservano sempre le regole della giustizia. Quanti rischi non si trovano nelle compagnie che si frequentano, nei cattivi discorsi che vi si ascoltano, negli oggetti seducenti che vi si vedono, nei piaceri del giuoco e della mensa cui taluno sovente si abbandona senza moderazione. – Se a tutti questi rischi che si trovano nel mondo per la salute, aggiungiamo quegli assalti che ci dà il nemico comune della salute, il quale gira incessantemente d’intorno a noi come un leone che ruggisce, per portarci al male; e se a tutto questo aggiungete ancora la malvagia propensione che ci strascina, qual motivo di timore non dobbiamo noi avere di perire e far naufragio? Noi camminiamo in mezzo ad insidie e precipizi; le saette volano da tutte le parti: come preservarsi da cadute e da mortali ferite? Ad evitare questi pericoli, tante anime generose prendono il partito del ritiro per non occuparsi che della cura della loro salute: e si vedranno dei Cristiani tranquilli in mezzo di cotali pericoli, dei presuntuosi che vivono senza timore, e come se fossero sicuri di giungere felicemente al porto? Ah! quanta vigilanza è necessaria per non essere sorpreso! Quante precauzioni per non cadere nei lacci da cui noi siamo attorniati! Ohimè! fratelli miei, se noi temessimo veramente per la nostra salute, noi prenderemmo queste precauzioni, noi fuggiremmo questi pericoli e queste occasioni che ci espongono a perire: e se fossimo obbligati per cagione del nostro stato di dimorar nel mondo, procureremmo di costruirci dentro di noi medesimi un ritiro che ci metta al coperto d’una disgrazia che ci minaccia. Tale è il frutto che deve produrre il timore di non riuscire nell’affare della salute: Cum metu et tremore vestram salutem operamini. Finalmente, miei fratelli, ciò che accresce a dismisura questo timore, si è l’incertezza dell’evento. – La salute è incerta, sia che si rimiri dalla parte del passato, sia dalla parte dell’avvenire. Incertezza della salute dalla parte del passato. Noi abbiamo peccato, ne siamo certi; ma abbiamo noi fatta una penitenza salutare che abbia cancellati i nostri peccati? Nulla ne sappiamo e questa incertezza ci accompagnerà sino al sepolcro. Voi vi siete accostati al sacro tribunale della Penitenza; ma vi avete voi portate le disposizioni che si richiedono per ricevere il perdono? Avete voi accusati i vostri peccati con semplicità? Ne avete avuto un dolore sincero nel suo principio, un dolore soprannaturale nel suo motivo, efficace nel suo proponimento? Chi può saperlo? Le vostre ricadute nel peccato non vi danno forse al contrario ragion di credere che la vostra penitenza è stata vana? Dovete per lo meno dubitarne. Niuno dunque può sapere se egli sia degno d’odio o di amore: nemo scit an amore aut odio dignus sit. Quantunque con una sincera penitenza noi avessimo ottenuto il perdono dei nostri peccati, il che metterebbe la nostra salute in sicuro dalla parte del passato, ciò sarebbe ancora incerto dalla parte dell’avvenire, perciocché per esser salvo, bisogna morire in istato di grazia: ora chi può essere sicuro di questa perseveranza che richiede due cose, una volontà costante nel bene ed una grazia speciale che coroni le nostre virtù alla morte? Qual è l’uomo che contar può sulla sua volontà? Questa volontà si fiacca, sì incostante, che si perde di coraggio sì facilmente per le difficoltà che convien superare, che soccombe ai primi assalti del nemico, che passa ben tosto dal più gran fervore alla tiepidezza più rilassata. – Nulla dico, fratelli miei, di cui io non abbia veduto e non veda ancora dei funesti esempi, dei quali voi medesimi non abbiate fatto trista esperienza. Quanti santi personaggi, che avevano ben cominciato, che avevano battuto durante lungo tempo una santa e felice carriera, han fatto infelicemente naufragio al porto? Quante volte non vi siete voi medesimi rilassati? Quante volte non avete abbandonato i santi proponimenti che avevate formati, la regola di vita che vi eravate prescritta? Ah! che non v’è troppo a contare sull’uomo. Più debole che una fragile canna che piega ad ogni vento, più leggiero che una foglia che il minimo soffio agita, non ha alcuna fermezza: la salute dunque non può essere in sicuro dalla parte della volontà. Il suo più grande appoggio si è la grazia di Dio; essa non gli manca, ma chi può esser certo d’aver questa grazia finale che corona tutte le altre, che noi possiamo bensì ottenere, ma che Dio non deve ad alcuno, che anche i più gran santi non hanno meritata in vigor di giustizia? I più ferventi solitari, gli Apostoli più zelanti han temuto, han tremato di non aver questa grazia. E come mai anime imperfette, peccatrici non temeranno sul loro eterno destino? Tremiamo, fratelli miei, tremiamo su questa terribile incertezza della salute. Saremo noi del numero dei predestinati ovvero dei reprobi? Nulla ne sappiamo. Quanto vi ho detto fin adesso su ciò ve lo prova abbastanza; qual motivo urgente d’operare la nostra salute con timore e tremore! Cum metu et tremore vestram salutem operamini.

Pratiche. Or a che deve indurci questo timore? A usar tutte le precauzioni possibili, i mezzi più efficaci per mettere in sicuro la nostra salute a seguire l’avviso del principe degli Apostoli allorchè ci esorta a fare delle buone opere per assicurare la nostra predestinazione: Satagite ut per bona opera certam vestram vocationem et electionem faciatis (2 Pet. I). Nulla dunque convien risparmiare, nulla omettere di ciò che crederemo acconcio a perfezionare questa grand’opera: preghiere, limosine, digiuni, mortificazioni; frequenza dei Sacramenti, visite delle chiese e dei poveri, pratiche di tutte le virtù cristiane, fedeltà a compier tutti i doveri del nostro stato: Satagite etc. Non contiamo sulle nostre penitenze passate né sul bene che abbiamo fatto; non cessiamo di far penitenza, ed applichiamoci sempre alle buone opere, per assicurare vieppiù il nostro perdono e la nostra perseveranza: non si possono usar troppe precauzioni ove si tratta della eternità. – Ascoltiamo ancora su questo soggetto l’istruzione che ci fa il grande Apostolo nell’epistola di questo giorno. Ci propone egli l’esempio di quelli che corrono nella lizza, che combattono per aver il premio: quali misure non prendono essi per riportar la vittoria? Si astengono da tutto ciò che può sminuire la loro forza o renderli meno agili; serbano un modo di vivere proprio ad indurire e fortificar il corpo: Omnis qui agone contendit ab omnibus se abstinet (1 Cor. IX). Si assuefanno alla fatica, agl’incomodi delle stagioni. Perché tutto ciò? Per avere una fragile corona: Ut corriptibilem coronam accipiant. E noi, che aspettiamo una gloria immortale, non faremo sforzo alcuno per meritarla? Nos autem incorruptam. Corriamo dunque a questa corona, conchiude l’Apostolo, non già inconsideratamente percotendo l’aria, cioè contentandoci di qualche buon desiderio, combattendo alcune passioni, ponendo in opera alcuni mezzi per esser salvi; ma reprimiamo tutte le nostre passioni, mortifichiamo tutti i nostri sensi, sottomettiamoci a tutto ciò che la legge di Dio ha di malagevole, abbracciamo le croci, le austerità, sopportiamo pazientemente tutte le afflizioni della vita, mentre così faceva il grande Apostolo: io castigo il mio corpo, lo tratto aspramente, castigo corpus meum, per tema che, dopo aver predicato agli altri, io stesso non sia nel numero dei riprovati. Tali sono gli effetti che il timore produceva nel suo cuore che deve per anco in noi produrre. – Questo timore, facendoci in tal modo operare, ci darà confidenza pel buon successo della salute; e perciò convien preferire la salute a tutto, riferir tutto alla salute, e che tutto ceda alla salute. Preferir la salute a tutto, di modo che ella sia il primo oggetto delle nostre mire e dei nostri desideri, sia lo scopo delle nostre imprese, tenga il primo posto nelle nostre occupazioni. Riportar tutto alla salute, cioè non far cosa alcuna che con questa mira. Fratelli miei, se voi pertanto pensate, se voi desiderate, se parlate, se operate, se vi riposate, bisogna che i vostri pensieri, i vostri desideri, le vostre parole, le vostre azioni, il vostro riposo medesimo non servano che ad unirvi più strettamente a Dio; ed in questa guisa tutto entrerà nell’economia della vostra salute. Sul punto d’intraprendere qualche affare, bisogna domandar a se stesso: qual rapporto ha ciò con l’eternità? Quid hæc ad æternitatem? E se egli è incompatibile con la salute, abbandonarlo, perché tutto deve cedere a questo grand’affare, in cui si tratta di tutto perdere o di tutto guadagnare A qualunque costo bisogna venirne a capo. Se noi siamo disaminati dalle difficoltà che si trovano nella salute, pensiamo che ci costerà infinitamente più l’essere dannati. È dunque molto meglio farsi violenza, soffrire qualche tempo in questa vita per regnare eternamente nel soggiorno della gloria. Così sia.

Credo …

IL CREDO

Offertorium

Orémus


Ps XCI: 2

Bonum est confitéri Dómino, et psállere nómini tuo, Altíssime.

[È bello lodare il Signore, e inneggiare al tuo nome, o Altissimo.]

Secreta

Munéribus nostris, quæsumus, Dómine, precibúsque suscéptis: et coeléstibus nos munda mystériis, et cleménter exáudi.

[O Signore, Te ne preghiamo, ricevuti i nostri doni e le nostre preghiere, purificaci coi celesti misteri e benevolmente esaudiscici.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXX: 17-18

Illúmina fáciem tuam super servum tuum, et salvum me fac in tua misericórdia: Dómine, non confúndar, quóniam invocávi te.

[Rivolgi al tuo servo la luce del tuo volto, salvami con la tua misericordia: che non abbia a vergognarmi, o Signore, di averti invocato.]

Postcommunio

Fidéles tui, Deus, per tua dona firméntur: ut eadem et percipiéndo requírant, et quæréndo sine fine percípiant.

[I tuoi fedeli, o Dio, siano confermati mediante i tuoi doni: affinché, ricevendoli ne diventino bramosi, e bramandoli li conseguano senza fine.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (145)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (13)

FIRENZE – DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA 1861

DISCUSSIONE XIV – 1

La Bibbia: — Se sia di privata interpretazione, e l’unica regola del Cristiano.

73. Prot. Si ceda pertanto intera vittoria alla Cattolica Chiesa anche sulla questione dei libri Divini. Essa esige si abbian per tali quanti da lei annoverati sono nel sacro suo Canone: ha ragione, e sta bene. Ma perché impedire ai fedeli di servirsi dei Libri Santi con quella libertà che loro è data da Dio? Essa non vuole che li abbiano per le mani, se non a condizione che non siano intesi, o interpretati che in quell’unico senso, che da lei medesima è inteso, o non è almeno disapprovato! Quindi in ogni caso di discorde parere, di controversia, ne riserba assolutamente ed esclusivamente a se stessa la dogmatica decisione, quasi essa sola ne sia il vero giudice competente! Tutto ciò vuole e pretende sotto il bugiardo pretesto che la Santa Scrittura è in moltissimi luoghi. inintelligibile a segno tale che anche i più dotti possono errare circa il vero suo senso. Ma evidentemente mentisce, si oppone a Dio, e fa ingiustizia ai fedeli; imperocché è fuor di dubbio:

l.° Che la Scrittura è per se stessa certissima, facilissima, apertissima interprete di sé medesima, la quale prova il tutto a tutti, giudica e illumina; » (Lutero, Præf. Assert. art. a Leone Pontifice damnat.) poiché: «E una luce spirituale di lunga più chiara del sole. » (Il medes. De servo arb. Opp. T. 3. fol. 152)  2.° Che Dio ha dato a’ fedeli la Santa Scrittura, onde la seguano qual unica suprema regola e giudice della fede e dei costumi, nel senso in cui da ciascuno è intesa, secondo la propria privata interpretazione; cosicché « Nelle cose riguardanti la fede, ogni cristiano è Papa e Chiesa a se stesso » (Il medes. T. 2. fol. 135)

Bibbia. Le confessioni da te già fatte circa la supremazia del Papa, l’infallibilità nella Chiesa, l’esistenza e necessità della Tradizione, etc. etc., ti convincono anche sù questo punto di manifesta contradizione, e sono più che bastanti a condannarti. Pure non lascerò di trattenermi su questi tuoi reclami e asserzioni, onde farti anche meglio conoscere la verità.

PUNTO 1.

La Bibbia è in molti luoghi oscura, e di difficilissima intelligenza anche pei dotti.

74. « Gesù rispose loro (a’ Sadducei): Voi errate non intendendo la Scrittura» (Matt. XXII, 29) «E Gesù disse: (a due discepoli): o stolti e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i Profeti hanno dette:… e cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegava loro in tutte le Scritture quello che lui riguardava. » (Luc. XXIV, 25, 27). – « Molte cose ho ancora da dirvi, ma non ne siete capaci adesso » (Giov. XVI, 12.) — « Filippo lo sentì (l’eunuco) che leggeva il Profeta Isaia, e disse: Intendi tu quello che leggi? E quegli disse: Come lo posso io, se qualcheduno non mi insegna? » (Act. VIII, 27 e seg.). – « La magnanimità del Signor nostro tenete in luogo di salute…. conforme anche il carissimo nostro fratello Paolo per la sapienza a lui data vi scrisse, come anche in tutte le sue Epistole. .. nelle quali sono alcune cose difficili a capirsi, le quali gli ignoranti e i poco stabili stravolgono, come anche tutte le altre Scritture, per loro perdizione. » gli ignoranti e i poco stabili stravolgono, come anche tutte le altre Scritture, per loro perdizione. » (II di Piet. III, 15, 16). Non avevano peranco (gli Apostoli) compreso dalla Scrittura che Egli doveva risuscitare da morte. » (Giov. XX, 9) — « Non tutti capiscono questa parola, ma quelli a’ quali è stato conceduto. » (Matt. XIX, 11). –  « E (Gesù) aprì loro l’intelletto, affinché capissero la Scrittura. » ( gli Apostoli ). Ecco dunque dichiarato che non solo la S. Scrittura è oscura, inintelligibile anche pei dotti, ma che non può capirsi che da quelli a’quali dal Signore per grazia speciale è concesso.

75. Prof. Dice il Salmista: « Il comandamento del Signore è lucente, e illumina gli occhi. » (Psal. XVIII, 9) — «Lucerna a’ miei passi è la tua parola, e luce a’ miei sentieri.» (Psal. CXVIII, 103) Dunque è chiara per tutti la parola di Dio.

Bibbia. Dice ancora lo stesso Salmista: « Togli (o Signore) il velo ai miei occhi e considererò le meraviglie della tua legge…. Dammi intelletto, e attentamente studierò la tua legge…. Insegnami le tue giustificazioni…. fa’ risplendere sopra il tuo servo la luce della tua faccia, e insegnami le tue giustificazioni. » (ivi, 18, 34, 68, 135). Òr dimmi, come può intendersi tanta chiarezza con tanta oscurità ed ignoranza della Scrittura in uno stesso individuo, e sopra lo stesso soggetto? Se non lo sai, te lo spiega lo stesso Salmista nelle seguenti parole. « l’esposizione delle tue parole illumina, e dà intelletto a’ piccoli. » (ivi, 130). Hai capito? La Scrittura è luce che illumina, etc, quando vi è chi la espone, la spiega nel suo vero senso.

Prot. Non pochi dei miei seguaci si fanno forti su questi due passi:

l. ° « Questo comandamento che oggi ti annunzio non è sopra di te, né lungi da te. » (Deut. XXX, 11)

2.° « Abbiamo più fermo il parlare de” Profeti, a cui ben fate in prestarvi attenzione come ad una lucerna che in luogo oscuro risplende. » (II Piet. I, 19)  Ma inutilmente; perché il primo altro non significa se non che l’osservanza della legge divina non è superiore alle nostre forze dalla grazia aiutata. (Knapp, nella sua Diatriba, sopra questo passo). –  Il secondo vuol dire « che i vaticinii, le dottrine de’ Profeti del Vecchio Testamento sono simili ad una lucerna, la quale mostra bensì la via della salute, ma oscuramente soltanto. » (Rosenmuller, Comment. in hunc loc.).

Veggo che mi va male. Veniamo ad un accomodamento.

« Pertanto, io tengo che quanto vi ha (nella Scrittura) da rettamente credersi, e piamente praticarsi, è di facile intelligenza per ogni uomo dotato di ragione, ed esperto nelle lettere. » (Il Mosemio, Hist. Eccl. sæc. XIV, Sect. Part. 2 § 2). Possiamo cosi accomodarci?

Bibbia. Ciò ti accorderò quando potrai provare che il Salmista, il quale si dichiara ignorante nell’intelligenza della Scrittura, non fosse dotato di ragione, ed esperto nelle lettere. Che se ciò ti riuscisse, non avresti ancor vinto; perché ti resterebbe pur da provare che quei Sadducei mandati a tentare il Redentore (che però esser dovettero de’ più dotti di quella setta), ai quali egli disse: « Voi errate non intendendo la Scrittura » non fossero dotati di ragione, né esperti nelle lettere. E quand’anche in questo tu riuscissi, nulla avresti concluso, poiché oltre a ciò è scritto: « Il Signore non darà posa all’ira sua, all’indignazione sino a tanto che abbia eseguiti e compiuti i disegni del cuor suo. VOI LI  CAPIRETE ALLA FINE DEI GIORNI. » (Isa. XXX, 24). – « Ed io, o fratelli, non potei parlare a voi come a spirituali, ma come a carnali: come a pargoletti in Cristo :… imperocché NON NE ERAVATE PERANCO CAPACI, ANZI NON LO SIETE NEPPURE ADESSO.  » (I, Cor. III, 1, 2) Le parole del primo testo dirette sono a tutta la nazione Ebrea, e riguardano cose già precedentemente e ripetutamente annunziate. Quelle del secondo dirette sono ai Corinti. Or credi tu che tra questi due popoli non vi fossero uomini dotati dì ragione, ed esperti nelle lettere? Vi erano certamente, e non pochi: eppure non si vedono eccettuati nella comune ignoranza del vero senso della parola di Dio.

76. Prot. Troppo avete ragione, ed io pure sono con voi del medesimo sentimento. « Trovo nella Scrittura dei misteri, i quali per quanto siano ben espressi, non sono punto facili a capirsi, ed i quali saranno sempre oscuri e inintelligibili al nostro limitato intendimento. Finalmente i mezzi ordinari per interpretare le Scritture, come sono l’esame degli originali, il ravvicinamento dei passi diversi, la parità dì ragione, l’analogia della fede, sono tutti dubbiosi, incerti, debolissimi. Da tutto ciò ne segue che i più saggi, e per conseguenza coloro che parrebbe scuoprir dovessero più probabilmente il vero senso, meritano ciononostante poca fiducia. Queste cause di errori sono come altrettante ragioni di dubitare che in mezzo di tanti ostacoli e difficoltà abbiamo colpito nel segno? » (Gerem. Taylor, nell’Op. Della libertà di profetare: Sez..4. — 2). – «Chiunque abbia, qualche fior d’ingegno, o sia fornito di buon senso comune, non può in alcun modo negare che la Scrittura Divina non tenga ravvolte come in un manto di oscurità, non dirò solo le verità religiose (di minor conto), ma sì anche quelle che più sostanziali sono a conoscersi.- » (Heilman, Compend., theolog. dogmat. 1701, p. 38.). – « Non di rado accade che anche gli uomini non preoccupati e scevri sì da pregiudizii come da passioni, dubitano molto del senso che a caso gli Apostoli Santi, ed i Profeti avessero avuto in animo di palesare altrui; tanta difficoltà hanno le Sacre Scritture nell’essere spiegate? » (Grabe, Ep. ad regem Borussiæ, unte Opera S. Irenei). Per esempio: Il Contenuto dell’Epistola agli Ebrei è compiutamente inintelligibile senza una estesa cognizione di tutte le parti del Vecchio Testamento. » (S Oster, Le droit de tout l’homme: p. 31). – « Approfondirò i sensi delle Divine Scritture è cosa impossibile. Non possiamo che sfiorare la superficie. Comprenderne il senso sarebbe una meraviglia. Appena ci è dato conoscere l’ALFABETO. Che i Teologi dicano e facciano tutto ciò che vorranno: accertare il mistero della parola divina sarà sempre un’impresa superiore alla nostra intelligenza. Le sue parole sono il soffio dello Spirito di Dio; dunque elleno sfidano l’intelligenza dell’uomo? » (Lutero: Colloqui mensali: Ved. Audin. Sist. de la vie de Luther, p. 339). – « Volli alcune volte meditare il DECALOGO, e quando m’incontrai in quelle parole – Io SONO IL SIGNORE DIO TUO, cominciai ad esitare in quel pronome – Io – e questo – Io – non posso ancora intenderlo rettamente » (Il medes. in Symphoriacis: cap. 1. fol. 3). – « Nessuno può comprendere le Buccoliche di Virgilio, se non ha fatto cinque anni il guardiano di pecore; né le Georgiche, chi non abbia per altrettanti anni faticato all’aratro; né le Epistole di Cicerone, se non è stato almeno venti anni agli affari; nessuno può intender la Scrittura, il quale non abbia governato per cento anni la Chiesa co’ Profeti Elia ed Eliseo, con Giovanni Battista, con Gesù Cristo e con gli Apostoli. » (Lutero, Vedi Audin, Op.cit. T. 1. p. 443).

LO SCUDO DELLA FEDE (146)