GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (60)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (60)

[Augusto Nicolas: L’ARTE DI CREDERE, Parma, P. Fiaccadori, 1868- vol. II]

CAPO V.

Ateismo, Teismo, Deismo, Cristianesimo. (4)

§ IV.

Abbiamo detto in quarto luogo, che le dottrine del Teismo e del Deismo, opinioni unicamente fondate sui dati della ragione umana, mancano di base, e che la conoscenza e la certezza sono il privilegio esclusivo del Cristianesimo.

I. Il ben credere è il fondamento del ben vivete, ha detto Bossuet, traducendo la frase di Quintiliano: Brevis est itstitutio vitæ honestæ, beatæque si credas. Questo fondamento dovendo sostenere il peso di tutta la vita umana, e sopportare un edificio di doveri, di virtù, di sacrifici, di meriti, il cui complemento è necessariamente superiore a tutti gli interessi terreni, deve essere lutto ciò che v’ha di più incrollabile e di più tenace. « È impossibile, « dice Cicerone, senza cedere a ragioni chiare, « stabili, certe, evidenti… senza credere a cose che non possono essere false, lo stimare la rettitudine e la buona fede al punto di affrontare i più orribili supplizi… Come ardirà mai la stessa sapienza formare un’impresa, od eseguirla con confidenza, se manca d’una. Guida sicura per seguirne le orme? … E dunque necessario un Principio, che la sapienza possa seguire quando comincia ad agire, ed una conoscenza del fine, a cui devono tendere le sue azioni. Senza questa sicurezza tutta la vita umana è rovesciata …

« Però, soggiunge Cicerone con un tatto squisito, tradire il domma è delitto: Scelus est dogma prodere. » – Cicerone, con tutta 1’antichità filosofica (noi lo vedremo fra poco), non poteva evitare quel delitto. Egli professava, e subiva pur troppo l’insufficienza dello spirito umano a trovare il domma, ed arrendervisi. Non è già che fosse meno sollecito della verità: « Noi adopriamo, diceva egli nel ricercarla, tutte le nostre cure e tutto il nostro zelo … ma le cose sono talmente oscure in sé stesse, ed il nostro giudizio è tanto debole, che i filosofi più sapienti dell’antichità disperarono con ragione di riuscire nelle loro investigazioni. – O Lucullo! tutti questi segreti si celano agli occhi nostri in mezzo a fitte tenebre, nè v’ha genio umano che penetrare li possa… — Tuttavia, soggiunge ancora, se mi viene indirizzato il discreto rimprovero, che non sto contento ad alcun ragionamento, allora vincerò me medesimo, e sceglierò una Guida. Ma quale? Imperocché non se ne può avere che una sola, e trovata questa, tutte le altre, per quanto siano numerose e gloriose, andranno perdute e condannate. La nostra filosofia, mi direte voi, è la sola vera; ed io vi rispondo, che essendo vera, è sola, appunto perché la verità è unica … » (Academique, I liv. II) – In mancanza di questa guida unica, di questa verità unica fornita d’un carattere determinante per lo spirito umano, ecco la conclusione di Cicerone: « Io credo che non possiamo essere assicurati di niente; che il savio può tuttavia prestar fede a cose di cui non è punto sicuro, vale a dire opinare, ma senza perdere di vista che si tratta di semplici opinioni, e che non si danno comprensioni e percezioni esatte. Quanto all’arresto filosofico (sospensione d’ogni giudizio, espressione tolta all’arte del maneggio) vi aderisco di tutto cuore; coll’ammetterlo si rigetta la certezza. — Conosco ora la vostra opinione, o Catulo, e non può spiacermi. Ma qual è Ortensio, la vostra? — Egli rispose ridendo: Io sono per la sospensione (Académique, I . liv. II, édit, Victor le Clerc,  Pag. 271.). » – Ho anticipato su questa esposizione, che avrebbe trovato il suo posto, e troverà la sua conferma in una rapida rivista dell’antichità che noi faremo fra poco. Era opportuno o dimostrare sin d’ora il bisogno naturale dello spirito umano, e la sua insufficienza rispetto a quella certezza dommatica, che è il fondamento della vita umana. – Io sono per la sospensione: ecco a qual punto si trovava l’umana sapienza dopo quaranta secoli di ricerca. Essa  era in arresto al momento, in cui compariva quella Guida unica, Verità unica, a cui faceva appello, e che venne a dirle con una celeste autorità: Ego sum via, veritas, et vita… qui sequitur me, non ambulat in tenebris.

II. Noi sappiamo ornai, a chi noi crediamo: noi abbiamo cognizione e certezza, perché abbiamo Rivelazione. Abbiamo quel domma senza del quale tutta la vita umana è rovesciata, ondeggiante a seconda di tutte le opinioni; ed è a questo punto che è un gran delitto di tradire il domma. La dottrina cattolica non è tale soltanto per la bellezza, la sublimità, la santità, la fecondità morale dei suoi dommi e della meravigliosa loro economia. Tutto ciò, per quanto sia perfetto, non costituirebbe ancora il riposo dello spirito umano ed il fondamento della sapienza, se fosse stato il semplice trovato d’un savio. Di fatti la ragione umana acquisterebbe allora un diritto sull’opera sua propria, e potrebbe disfarla quando l’avesse fatta, mentre nessun uomo può farsi schiavo dei propri pensieri, né essere lo schiavo dei pensieri altrui. Rousseau in un trasporto segreto ha vergato queste rimarchevoli parole: « Se fossi nato cattolico resterei cattolico, sapendo benissimo che la vostra Chiesa mette un freno molto salutare agli errori della ragione umana, la quale non trova né fondo né sponda, quando vuole scandagliare l’abisso delle cose; e sono talmente convinto dell’utilità di quel freno, che me ne imposi io stesso uno simile, prescrivendomi pel resto della mia vita delle regole di fede, dalle quali non mi permetto di deviare. Però vi giuro, che da quel momento soltanto mi sento tranquillo stante la mia convinzione, che senza così fatta precauzione non lo sarei stato mai… Vi parlo, signore, con effusione di cuore, e come parlerebbe un padre al suo figliuolo ». – Vana precauzione! Rousseau non fu più tranquillo dopo, che prima; e fu sempre veduto a passare dall’ateismo al battesimo delle campane, come diceva Diderot. – Gli è con ben maggior tatto, che osservava Montaigne; « Sono gli scolari che propongono e discutono le questioni, ed è il Cattedrante che le risolve. Il mio Cattedrante è l’Autorità della volontà divina, che ci regola indubbiamente al disopra di quelle umane e vane contestazioni (Essais lib. II, c. 3). » –

Allo spirito umano è dunque necessaria la Fede; e la Fede divina.

Ammettere una cosa che non si comprende, è certamente una specie di fede; ma in tutte le dottrine, che non sono il Cristianesimo, qualunque ne sia il valore, e fossero anche (cosa impossibile) altrettanto perfette quanto quella di Gesù Cristo, è sempre una fede umana, la fede in se stesso, od in un altro se stesso, che non impone, né assicura alcuna vera autorità. Il fondamento sta nella cosa medesima, che ha bisogno d’essere fondata, in quella mobilità dello spirito umano, che non può stare senza una autorità, anche per conservare le sue conquiste, e difenderle contro la propria mutabilità. D’altronde non è soltanto a questa incostanza dello spirito umano, che è affidata la dottrina, ma a tutte le burrasche delle passioni che se ne fanno giuoco, allorquando questa dottrina ha per oggetto di padroneggiarle. – Si richiedeva dunque per la fede un fondamento esteriore, e superiore all’ente umano, che ne è il soggetto. Era necessaria la Parola di Dio raccomandata ad una Istituzione che avesse la giurisdizione e l’assistenza spirituale per interpretarla. Ci volevano Gesù Cristo e la sua Chiesa.

III. Allora, solamente allora la dottrina della verità diventa per l’uomo cognizione e certezza. È cognizione, e non più congettura, né opinione; dappoiché ci viene da Dio medesimo che si rivela a noi, e ci insegna ciò che Egli è con quella scienza certa che ha di Sé stesso. È certezza per un motivo perfettamente eguale; certezza cioè permanente ed invariabile in quanto che sta sul proprio fondamento sovrannaturale e divino, vi si mantiene coll’autorità della Istituzione della Chiesa, che ne è l’emanazione, e si spiega, s’interpreta e si applica all’umanità la quale altro non fa che riceverla e aderirvi. – Gesù Cristo, autore di questa dottrina ne è in pari tempo l’oggetto, il principio e la fine, l’alfa e l’omega, la base ed il complemento. Quale dottrina più certa di quella dove si trova la Verità in persona, che insegna; la Vita in sostanza, che nutrisce; il Principio e la Fine, che sono il mezzo; il Verbo fatto carne per ritirarci dalla carne, e Dio stesso venuto a noi per ricondurci a Lui? Come perdersi, come ingannarsi, come esporsi al minimo pericolo in sì fatta dottrina? Ciò non si può immaginare.

IV. Tutto questo è ammirabile e decisivo, mi si dirà, se tutto questo è: Certo che !a dottrina insegnata da un tal maestro è di fede, ma anche il maestro è di fede; ed allora, tutto essendo di fede, quale impressione può fare sulla ragione? La dottrina si sostiene sulla fede nel maestro, ed il maestro come si sostiene? Sempre sulla fede, sulla fede nella dottrina. No, ma sulla ragione; la quale non può disconoscerne la divina autorità a fronte delle testimonianze e delle prove che ne porge. – Allora (si oppone) è la ragione, che si fa giudice della questione, che verifica i titoli, che corregge la missione ed apprezza la persona. Non si fa più luogo alla fede, ed alla certezza che in lei si affidava, e tutta la vostra tesi è smentita. Questa si aggira necessariamente tutta intera o nella fede, o nella ragione. Nel primo caso la credenza è gratuita; nel secondo la dottrina è incerta.

Niente affatto.

Distinguiamo la Dottrina ed il Maestro; e nel Maestro, la persona e l’autorità. La Dottrina è di fede; e così deve essere, Maestro è la Verità in persona. – Il Maestro è di fede nella propria persona, in quanto forma questa una arte della sua dottrina, cioè in quanto Egli è insegnato nei misteri del suo ente, della sua generazione eterna come Verbo di Dio, e della sua Incarnazione umana. – Ma in quanto Egli è insegnante, la sua autorità, che ci fa credere alla sua persona ed alla sua dottrina, entra nella sfera della ragione, e si sostiene sovra prove e testimonianze eminentemente verificabili e discutibili; né questo ufficio della ragione altera in guisa alcuna la fede dovuta alla persona ed alla dottrina, posciaché la ragione non si esercita che sovra il fatto esteriore e storico, e non guarda che il sigillo riservando il piego. Ed è qui che torna opportuna la distinzione dianzi stabilita tra il carattere, e l’esistenza d’un fatto o d’una verità. – La Dottrina, tutta di fede, è per tal modo avviluppata in una autorità, i titoli della quale sensibili ed estrinseci, sono propri della ragione, e la obbligano alla fede. Essa è fondata sulla fede all’Autorità, mentre l’Autorità è fondata sovra testimoni razionali, e sovra prove storiche. Fra queste, le profezie, i miracoli, l’autenticità ed il carattere dei Vangeli, lo stabilimento, la propagazione, la perpetuità del Cristianesimo e della Chiesa ecc. ecc., sono come baluardi dell’edificio della fede, che ne sostengono la sommità. Si appoggiano sul suolo della ragione, mentre isolano quell’edificio e quella sommità della fede. – Quest’ ultima poi non ha per sé l’Autorità dell’evidenza, né potrebbe mai averla, suo oggetto essendo il mistero; ha però l’evidenza dell’Autorità, mediante la quale è eminentemente razionale senza cessare d’essere misteriosa. – Ecco l’economia logica del Cristianesimo.

V. Aggiungiamo cosa altrettanto importante che disconosciuta, vale a dire che se la dottrina è tutta di fede, nel senso che la ragione per se medesima non avrebbe mai potuto conoscerla, né saprebbe discuterla, diventa gradatamente una dottrina di ragione, nel senso che essendo vera, la ragione finisce per riconoscervisi, ammirarla ed arricchirsene. È questo un altro campo per la ragione, campo immenso, o piuttosto infinito, che vuol essere accuratamente distinto da quello che le appartiene in proprio, quando s’incontra nella fede. Qui la ragione va in cerca della fede, ed agisce da sola per apprezzarne i titoli; è la ragione quærens fidem. Là seguita la fede, agisce al di fuori, e sotto l’autorità della fede: è la fede medesima che cerca di appropriarsi l’intelligenza della dottrina, fìdes quærens intellectum. – È dunque un errore il credere che la ragione nulla abbia da vedere nella fede. Vi deve anzi tutto vedere i titoli, e sotto questo rapporto si trova nel proprio dominio, ed agisce da sola. Riconosciuti poi quei titoli, la fede si deve loro sottomettere, in questo senso, che qualunque cosa avvenga, comprenda o non comprenda, più o meno, deve sempre credere, certa qual è, a fronte di quei medesimi titoli che la determinarono una volta per tutte, di non correre alcun pericolo d’errore, e che laddove qualche credenza la molesti, non è quella credenza, ma essa stessa che si trova in fallo, essendo che Dio non può ingannare, né ingannarsi, e la Chiesa fa scomparire agli orchi di colui che ne vuole ascoltare l’alto ammaestramento, qualsiasi contraddizione per non lasciar sussistere che il mistero.  — Ora questa sommessione razionale della ragione, essendo ben definita e ben riconosciuta, la ragione non è punto colpita d’interdetto in quel dominio della fede. Essa può, anzi deve continuare ad esercitarsi in altre condizioni. Essa non diventa soggetta alla fede per esserne acciecata, ma illuminata. Non è già lo schiavo, ma l’allievo della fede, e questo allievo diventa un Sant’Agostino, un Sant’Anselmo, un S. Tommaso d’Aquino, un Bossuet, ed in ogni Cristiano un vero filosofo. Pensare altramente gli è avere per la fede un rispetto ingiurioso, un calunniarla, e privarla della più bella gemma della sua corona, di quel privilegio, che la costituisce, sola in mezzo a tutte le sue rivali, regina e madre dello spirito umano, che forma di noi altrettanti figli della luce. Sulla base di quel sentimento invochiamo una altissima autorità, ed uno stupendo esempio: Sant’Agostino, nella sua lettera CXX a Cosenzio; quel gran Dottore così si esprime: « La Chiesa esige la fede: ed è appunto perché noi abbiamo tante ragioni di credere, e tutte di sì grande valore ed urgenza, che richiede la fede, e l’umile sommessione a tutti i suoi divini insegnamenti. Non la si accusi pertanto di riehiedere una fede assolutamente cieca e senza ragione. Non le si imputi nemmeno di pretendere che coloro i quali credettero, ovvero che per credere hanno fatto quell’uso salutare della loro ragione, che noi abbiamo notato, non possano più continuare nell’uso della loro ragione per rendere la loro fede sempre più umile, e nello stesso tempo sempre più illuminata. Anche questa è una obiezione, o meglio una calunnia contro la Chiesa medesima, che rimane a distruggersi. Noi dunque crediamo, e siamo obbligati di credere; ma non ci è vietato di voler intendere ciò che crediamo; ed a chi ci dicesse: Credete, e non curatevi di voler intendere ciò che credete, noi risponderemo: Correggete il vostro principio, non già fino al punto di rigettare la via della fede, ma almeno fino al punto di riconoscere, che quanto la fede ci fa credere, può essere, in certa grado, compreso dal lume della ragione. Perocché Dio ci proibisce di pensare, che detesti in noi quella prerogativa, per la quale ci elevò al di sopra degli altri animali! A Dio non piaccia, che la sommersione nostra riguardo a tutto ciò che partecipa della fede, ci impedisca di cercare e domandare ragione di tutto ciò che crediamo, posciaché noi non potremmo manco credere, se non fossimo capaci di ragione! — Colui che giunse al punto di acquistare dalla vera ragione l’intelligenza di ciò che credeva dapprima senza intenderlo, è sinceramente in una miglior condizione di colui che è ancora nel desiderio di intendere ciò che crede. Che se non avesse questo desiderio, e s’immaginasse che bisogna affidarsi alla fede invece che noi dobbiamo aspirare all’intelligenza, sarebbe un ignorare qual è il fine e l’utilità della fede. Imperocché, siccome la Fede santa e salutare non sussiste senza senza la Speranza e senza la Carità, bisogna che l’uomo fedele non creda ciò che ancora non vede, ma che ami di vederlo, s’adopri, e speri di raggiungerlo. – Tutto questo è ammirabile, purché ben si comprenda. Ora, credo di doverlo ripetere, sarebbe non comprenderlo qualora se ne traesse la conclusione, che la fede, oltre alle ragioni di credere che la precedono, debba essere in ragione dell’intelligenza che la seguita; è invece l’intelligenza, che sarà in ragione della fede. Ma se la fede non deve essere in ragione dell’intelligenza, non deve quanto meno essere in ragione dell’accecamento! Essa deve, mantenendo pur sempre il suo carattere, adoprarsi nella calma e nella sicurezza del suo possesso, a fecondare il campo della dottrina, ed a convertirlo in intelligenza non meno che in sapienza, in ragione non meno che in virtù. – Tali sono i nobili e savi caratteri del Cristianesimo, del Cattolicismo. Tale è il cemento meraviglioso, ed impastato, se così posso esprimermi, di ragione e di fede in una ammirabile mistura, che lega i fondamenti, e costituisce la sede dommatica e morale della nostra credenza. Questa sola credenza può reggere alla prova della teoria e della esperienza, delle esigenze dello spirito e dei bisogni del cuore, delle agitazioni della vita e della catastrofe della morte, degli interessi del tempo e dei destini della eternità. Nessun’altra dottrina colma per tal modo tutte le condizioni di resistenza e d’impulso che reclamano in pari tempo la debolezza e ls forza, i doveri ed i diritti dello spirito umano. Nessun’altra presenta delle gaurentigie di certezza e di verità così esclusive d’ogni elemento di dubbio, d’ogni pericolo di errore; e la verità manifestandosi qui in Dio medesimo, la ragione di aderire non è che la ragione di credere, la ragione di adorare.

FINE DEL CAPITOLO