GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (57)

GNOSI TEOLOGIA DI SATANA (57)

[Augusto Nicolas: L’ARTE DI CREDERE, Parma, P. Fiaccadori, 1868- vol. II]

CAPO V.

Ateismo, Teismo, Deismo, Cristianesimo. (1)

I. L’uomo è un ente pensante; senza spogliarsi della sua qualità d’uomo egli non può non rendersi conto delle cose per mezzo del pensiero e della riflessione: e noi misureremo più tardi tutto ciò che questa noncuranza animale avrebbe d’inutile e di pericoloso. – Ora, dal punto che l’uomo pensa, si trova alle prese col mistero. La sua propria essenza, ed il mondo, in mezzo al quale è affondato, sollecitano e sconcertano ad un tempo il suo pensiero. Egli è obbligato, anche suo malgrado, dalla forza e dalla debolezza della sua ragione, di avere delle credenze, di ammettere delle cose che punto non comprende. I1 mistero è come un oceano, nel quale egli naufragò, e donde bisogna che si tolga cogli avanzi e coi soccorsi che qualunque siano non esimono mai da quell’abisso, sul quale conviene necessariamente navigare colla credenza; credenza naturale che si forma, o credenza sovrannaturale che si riceve; ma credenza inevitabile e soccorribile, la quale figura come un apparecchio di salvamento che ci è necessario come sostegno, e dobbiamo quindi abbracciare. – Laonde, se per scegliere fra tutte quelle credenze che non si oppongono alla nostra scelta, ci lasciamo guidare dal desiderio naturale di sottrarci il più possibilmente al mistero, non v’ha luogo ad esitare; gli è al Cristianesimo che bisogna affidarsi. Ciò essendo, si deve ammettere, che l’obiezione che si fa alla religione, in opposto alle dottrine umane, di obbligarci al mistero, è molto infelice. Ora non è cosa da rivocarsi in dubbio. I sistemi umani espongono ad un maggior mistero, obbligano a maggiori credenze della religione, anzi, a misteri più gravosi ed a credenze più occulte. – Più ci allontaniamo dalla religione, più ci affondiamo nel mistero della natura, e più ci anneghiamo dentro e vi ci perdiamo. Né havvi un solo degli argomenti, che si fanno valere a fine di rassegnazione, che non sia della stessa natura di quelli che si respingono, quando si tratta di religione; con questo divario, che i primi sono assai meno giustificati, e ben più gratuitamente la ragione li accetta. – Quindi è che la rivendicazione della ragione, la quale ci fa respingere la religione, è precisamente quella che dovrebbe ad essa guidarci; che è perciò più difficile di non credere che di credere, e che con molto senso un gran spirito, Antonio di Fussal, dopo aver bene esaminato tutte le sette filosofiche, diceva: « Nulla trovai di meglio, che credere « in Gesù Cristo: » e finalmente che la rivendicazione piuttosto della nostra debolezza, anzi che della nostra ragione, è quella che ci tiene lontani dalla fede rivelata. Riconosciamo almeno la verità del nostro affanno; e confessiamo, che la nostra posizione non ci permette d’essere superbi, e che ogni partito sul quale ci arrestiamo sarà sempre, e cento volte più pericoloso per la ragione e pel nostro destino di quel gran partito della fede cristiana, cui opponiamo tante difficoltà. – Ecco ciò che mi propongo di dimostrare in questa conferenza.

II. Ateismo, Teismo, Deismo, Cristianesimo, tali sono i quattro grandi partiti di dottrina, che si offrono allo spirito umano. Ed ecco il significato, che intendo di dare a siffatte designazioni.

Ateo è colui che non ammette Dio, e crede in un mondo senza autore, in un capo d’arte meraviglioso senza l’artefice, in un effetto immenso e continuato senza causa.

Teista è colui che ammette un Dio ordinatore della natura, macchinista dell’universo: ma che crede lo stesso Dio senza provvidenza per l’umanità da lui abbandonata a tutti i mali, a tutti i delitti, a tutti i disordini, a tutte le aspirazioni confuse, a tutti gli istinti buoni o malvagi a cui è esposta; e nulla curantesi di questo caos morale, mentre fa brillare la più alta sapienza e la più divina morale nell’ordine fisico.

Deista è colui che riconosce un Dio ordinatore della natura, provvidenza dell’umanità; ma crede che questa provvidenza si limiti alle manifestazioni della coscienza, ed alle ricompense della virtù senza castigo pel delitto, in un ordine ulteriore; che il disordine umano sia naturale senza che provochi perciò l’intervento di Dio, al quale risalirebbe per la sua origine; che Dio violerebbe anzi le proprie leggi se ne facesse cessare la violazione; che noi abbiamo maggior libertà di rovesciarle che Egli di ristabilirle; che noi possiamo perderei senza che Egli possa salvarci; che del resto Egli è troppo grande per commuoversi delle nostre miserie, e noi siamo troppo piccoli per interessarlo alle nostre religioni; che è meno sollecito di ricevere i nostri omaggi, che noi di fargliene l’offerta; insomma che è meno religioso di noi.

(Le definizioni del Deismo e del Teismo, in ciò che hanno di distinto, sono ben difficili a precisare. Però il Teismo è generalmente inteso come una semplice affermazione di Dio contro l’Ateismo, mentre il Deismo involve ama professione più ricca di Dio in apparenza, ma più direttamente negativa del Cristianesimo). –

Il Cristianesimo è la dottrina di Dio Creatore dell’universo, Provvidenza dell’umanità, e Grazia di questa medesima umanità colpevole — il quale, Onnipotente, ha tratto tutte le cose dal nulla; Giustissimo, ha creato l’uomo nella probità; Sapientissimo, lo abbandonò al proprio consiglio; Buono per eccellenza, non lo dimenticò, né lo abbandonò nei suoi traviamenti; Misericordiosissimo, ebbe pietà della sua degradazione e della sua caduta; Santissimo, ha posto il nostro riscatto al prezzo d’una grande espiazione; Amorosissimo, ebbe ad amare a tal segno il mondo da dargli l’unico suo Figlio: non disdegnò di salvare ciò che erasi degnato di creare; per rispetto ed amore verso la dignità di un’anima fatta a sua immagine e rassomiglianza, non volle forzarla col terrore, ma guadagnarla colla persuasione: ne sopportò tutti i rifiuti e tutti gli oltraggi; in questa lotta tra la sua luce e le nostre tenebre, tra il suo amore e le nostre ribellioni ci donò il più grande di tutti i testimoni, la più grande di tutte le lezioni, il suo Sacrificio nella nostra umana natura, che Egli aveva rivestito per immolarla, e per far brillare in questa immolazione tutti i caratteri della sua natura divina: e vincitore finalmente in quel gran combattimento ci riapri le porte del cielo, dove riascese per prepararci dei troni, non senza lasciare sulla terra una Chiesa depositaria della sua dottrina, dispensatrice delle sue grazie, e madre feconda delle anime generose che si sdegnano del male, ed aspirano al bene. – Ecco ciò che si dispregia e non si vuol credere, per abbracciare il Deismo, il Teismo o l’Ateismo. Poniamo in evidenza tutta la sragionevolezza di tale condotta.

III. Valendomi delle distinzioni già stabilite nel capo precedente, non considerando quelle dottrine che in sé medesime, e facendo astrazione dalle prove estrinseche che imprimono sul solo Cristianesimo un sigillo divino, dirò essere tutte incomprensibili, né esservene alcuna fra quelle, e fra quante immaginare si possano, che non porti confusione nella ragione. Mi propongo di assegnare subito a ciascuna la parte sua.

Nulla dirò dell’Ateismo, salvo che gli ritolgo interamente il carattere d’incomprensibile per sostituirvi il solo, che realmente gli spetti, d”inconcepibile. L’Ateismo è puramente inconcepibile. Non sorpassa la ragione, ma la urta. Sarebbe rendergli un onore, a cui non ha diritto, se si dicesse che è misterioso: è evidentemente falso. E nell’Ateismo mi permetto di comprendere ogni diversa specie di Panteismo, che tenta prodursi ai dì nostri, e vorrebbe, se fosse possibile, predominare sulla semplice falsità dell’Ateismo con una falsità maggiore, quella cioè che il mondo sia senza una causa intelligente, senza Dio, e sia esso stesso la causa d’un effetto, che sarebbe… Dio, il quale sarebbe a sua volta… l’uomo, l’umanità. Lo si vede chiaramente. L’Ateismo, per quanto sia falso, non è tale che per metà: è il falso negativo, il Panteismo compisce il circolo, e ci rappresenta il falso, se così mi posso esprimere, in tutta la sua rotondità, il falso positivo. E dire, che vi sono degli spiriti, che superbi anzi tutto di trovarsi Dio, non sanno guari cosa pensarne, e stanno sul punto di lasciarsi accalappiare! Spiriti di tal fatta devono respingere i misteri del Cristianesimo, perfetto contrapposto dell’Ateismo e del Panteismo.

Quanto al Teismo ed al Deismo hanno alcun che di più serio, ed hanno dritto alla discussione. Questa discussione la divido in quattro parti.

1. ° Sì fatte dottrine confondono la ragione con sì opprimente mistero, che quelli del Cristianesimo diventano un conforto ed una liberazione.

2. ° L’argomento di cui si mostra paga la ragione per credere a quelle dottrine, si applica con eguale valore al Cristianesimo, e non giova alla ragione, se non giova pure alla fede.

3. ° All’incomprensibile il Teismo ed il Deismo aggiungono l’inconcepibile, al vero il falso; e la lotta che vi si combatte tra il vero ed il falso, tra l’incomprensibile e l’inconcepibile, non permette di fcrmarvisi e di riposarvisi: conviene retrogradare all’Ateismo, od avanzare fino al Cristianesimo.

4.° Finalmente quelle dottrine non possono essere che opinioni, in quanto che non hanno altra base  che i dati della ragione umana, e mancano di conoscenza e di certezza, privilegi esclusivi e decisivi del Cristianesimo. – Nel tenore di queste proposizioni comprendo pure il Teismo ed i1 Deismo, ma avrò l’occasione di assegnar loro un posto distinto in alcune parti della discussione.

§I .

Anzitutto il Teismo ed il Deismo impongono alla ragione un mistero che la opprime: il mistero dei misteri, il mistero che in certo modo è unico: Dio. Lo spirito che tanto s’adopra per credergli (e vi è costretto dalle proprie leggi sotto pena di cader nell’assurdo) divora maggiori difficoltà di quanto ne offrano dappoi tutti i misteri della Rivelazione, rigettando i quali altro anzi non fa che accrescere il mistero di Dio, ed annientarvi sempre più la propria ragione.

Ed invero:

I. Dire che un Ente esiste per sé stesso, e che non ebbe mai un principio! … gli è avanzare una proposizione vuota di senso ed assurda. Lo spirito s’impenna, l’immaginazione divaga, la ragione s’arretra dinanzi a questo abisso . . . E ciò nulla ostante vi è ricondotta dalla forza delle cose, dal peso, per così dire, dell’Universo, che reclama e proclama un Autore, il quale non saprebbe averne un altro, oppure avendolo (cosa che si potrebbe indarno immaginare) non avrebbe che sé medesimo per averne ancora un altro, e così di seguito sino all’infinito, ciò che stordisce assai più dello arrestarsi ad un primo Ente senza autore, senza principio, senza età … Che se per evitare tale vertigine si sopprime Dio, il mistero non cessa per ciò di esistere; perocché se esiste qualche cosa, ne consegue che qualche cosa ha sempre esistito; ed allora se non si vuole che Dio, è dunque la materia che è eterna; e si cade dall’abisso dell’incomprensibile in quello dell’inconcepibile. Di fatto, non solamente abbiamo allora dinanzi a noi l’arte infinita dell’universo senza un artefice; ma attribuiamo alla materia, inferiore a quella intelligenza, che noi concepiamo come causa operatrice dell’universo, anzi inferiore alla nostra propria intelligenza; noi attribuiamo alla materia perpetuamente mutabile, la quale si direbbe che non è quella spaventevole prerogativa (che non abbiamo noi medesimi, e che torremmo ad una Suprema Intelligenza) d’essere sempre stata… — Il mistero del senza principio, dell’Infinito è dunque inevitabile, e non ci resta che a scegliere tra l’inconcepibile, se ne dotiamo la materia, e l’incomprensibile, se lo riferiamo a Dio.

II. Nè qui sta il tutto. Quell’Ente che noi imprigioniamo in quella parola: Dio, ma che è indefinibile salvo mercè la designazione, che la fede rivelata gli attribuisce, e che è degna di lui: Sum qui sum: « Colui che è », per qual motivo egli è? … Ecco la terribile questione, che altre parecchie ne contiene della stessa tempra; cioè come disponeva Egli del proprio ente nella sua eternità, prima che gli piacesse di creare 1’universo, in quella solitudine infinita, ed in quell’eterno silenzio dello spazio vuoto d’ogni altra esistenza che non era la sua? A che attendeva egli mai? Come poteva bastare a sé medesimo?… Misteri, ed abissi sempre. L’anima resta soffocata, per cosi dire, da questa idea, senza fondo, della Vita di Dio, durante quella eternità d’esistenza, priva di fondo essa pure.

III. Poscia, e per qual cagione è Egli uscito da quel riposo, ossia da quella vita sua propria? Chi lo lodasse a creare l’universo, e questo universo a preferenza d’un altro, e nel tempo in cui lo ha creato, piuttosto che in un altro? Il suo Ente solitario, l’idea del quale è così gravosa relativamente a questo universo prima che fosse creato, rende a sua volta gravosa sì fatta creazione rispetto a quella esistenza solitaria, che se ne era dispensata da tutta 1’eternità. Perocché io non concepisco alcun cambiamento, né successione in un Ente di tal fatta, né so come riferire 1’idea del tempo a quella dell’eternità; non so, né dove né come fissare la creazione nel suo atto, o nel suo decreto rispetto a lui. Che cosa ne avviene dunque, se considero quella creazione in se stessa? Tutto ciò che esiste tratto dal nulla! … Ecco un altro mistero, che non posso evitare senza cadere nella inconcepibile idea di qualche materia prima, eterna e fin d’allora indipendente, della quale Dio avrebbe disposto a suo grado.

IV. Finalmente perché Egli mi ha creato con questa mente così audace per fare tali questioni, e così miseramente impotente a risolverle; con questa curiosità tanto invincibile, che mi pare d’avere un dritto ai suoi segreti, ed una voce nei suoi consigli; con questa fiera pretesa d’interrogarlo, e chiedergli conto del suo Ente, e tutto ciò senza ottenere altra risposta che il terribile silenzio, nel quale si compiace di rimanere?  Se fossi almeno felice, mi consolerei forse d’ignorare il segreto del suo Ente, e gli perdonerei quella sua indipendenza ed onnipotenza in ragione della felicità di cui gli sarei debitore, e che reputerei ampiamente compensata dalla mia sommessione; tanto è vivo in me quel sentimento della proprietà del mio ente, per misero che sia ! tanto è potente quell’orrore dell’arbitrario, anche nel benefizio d’una esistenza che non ho invocato, e che non mi fu possibile di rifiutare! Ma come! l’umanità cui appartengo, è la preda di mille mali e di mille disordini; da ogni parte il dolore, da ogni parte il delitto concorrono ad accoppiare al mistero dell’esistenza il mistero del destino; non so donde vengo, dove sono, dove vado; si dispone di me senza di me: tutto ciò che so si è di nulla sapere, di soffrire e d’inclinare al male: e so infine, che una mano misteriosa ed inesorabile mi spinge dal nulla alla morte, nel tragitto d’una vita miserabile: e con questa strana complicazione d’un invincibile istinto di felicità, d’un indistruttibile ideale di giustizia, d’ ordine, di grandezza, di bellezza, di perfezione e di durata, che mi rendono superiore a ciò che sono, e migliore, parmi, del disegno di cui sono pure fattura. Tali sono in parte le difficoltà del Teismo. Esse sono formidabili, a tal che per accettarle si richiede una fede robusta. Chi le divorasse si troverebbe in mal punto per addentrarsi nei misteri del Cristianesimo. – Si risolvono questi ultimi in un mistero solo: Dio; di modo che si potrebbe dire che sono fatti da Lui. Tutto si può credere, quando si giunge al punto di credere a quello.

V. Se non che i misteri cristiani sono ben più credibili, e più facili a comportare per molte ragioni, fra le quali primeggia quella, che ci scaricano e ci liberano da quell’orribile incubo del mistero di Dio nella natura e nella umanità, sciogliendolo dalle sue oscurità le più affliggenti, soddisfacendo alle nostre più legittime curiosità ed ai nostri più imperiosi bisogni, e rispondendo alle nostre grida di abbandono. Che cosa si prova infatti sotto il peso di quel mistero? Che cosa si chiede? Che cosa si invoca? — Una spiegazione! uno schiarimento! Una Rivelazione! … O Dio, fatevi conoscere! O Essere incomprensibile, eppur necessario, uscite dalla vostra eternità, dalla vostra notte, e dal vostro silenzio! O Voi, che siete il mio supplizio, per questa sete di curiosità e di aspirazione che avete posto in me per trarmi a Voi, e pel fatale ostacolo d’ignoranza, e d’ impotenza, che mi respinge e mi fa ricadere in me medesimo, spiegate Voi a me! spiegate me stesso a me! Ah! se i Cieli potessero aprirsi! Se voi degnaste di discenderne!

(Utinam dirumperes cælos, et descenderes! Esclamava tutta l’antichità consecrata dalla voce d’Isaia, « Ch’ei si venga » gridava l’antichità profana per bocca di Platone.

« Spezza la vòlta, o Dio, che tue grand’opre

Arcanamente copre;

Squarcia del mondo i veli;

Mostrati, o buono, o giusto autor de’ cieli!

E questo il grido universale della natura umana. – Alfred de Musset Espoir en Dieu.).

Se fosse in voi di non schiacciarmi con quella comunicazione, che imploro e pavènto, piegandovi alla mia debolezza sotto tale aspetto, che non l’annientasse! O sogno d’un desiderio, che non ardisco d’esprimere: se voi veniste a me sotto una forma umana, semplice, adatta a me, dolce, pacifica, ma pure improntata da una divinità, che non potessi disconoscere ai segni ed alle opere, che nessun uomo saprebbe eguagliare! Se voi veniste a trattare per tal modo con me intorno al mistero del vostro Ente, della vostra eternità, della vostra vita divina, dei vostri disegni a mio riguardo, dell’enimma di miseria e di grandezza di cui sono l’abisso, del mio futuro destino, e della vita che devo seguire per raggiungerlo, e avverare tutti i bisogni della mia natura, e tutte le celesti tendenze, che sento dentro di me! Se voi mi precedeste in questa via, come mio modello e mio capo, come mia luce e mia forza! Avrò alfine il coraggio di dirlo? Se voi mi donaste tale un pegno del vostro amore, che non potessi mai più dubitarne, e che mi giovasse in qualche modo come un’arme contro di Voi, che eccitando la mia confidenza non esaltasse la mia presunzione; e dove mi si affacciassero come riassunti, conciliati in una meravigliosa economia, tutti gli attributi della vostra natura nelle loro attinenze colla mia, la vostra Giustizia, la vostra Santità, la vostra Potenza, la vostra Sapienza, la vostra Maestà, e soprattutto la vostra Misericordia ed il vostro Amore; o Dio! o Ente infinito! Se mai cosi operaste! Se vi faceste mio Liberatore, mio Salvatore, mio Redentore; come vi benedirei, come vi riconoscerei, come vi crederei sotto i veli così chiariti del vostro mistero impenetrabile, veli luminosi, misteri trasparenti, che ecciterebbero la mia fede per ciò appunto che confonderebbero la mia ragione, poscia che non la confonderebbero mai nelle tenebre, nel terrore, negli enimmi, nella fatalità muta e disperante come il Dio del Teista; ma nella luce, nella dolcezza, nella sapienza, nella grazia, nella ricchezza di condiscendenza e d’amore; né la sorpasserebbero che entusiasmandola!

VI. Ecco i misteri cristiani. Misteri che non possono non essere misteri, per ciò solo che hanno per oggetto l’Ente infinito; misteri che sono più numerosi, perché più numerose e più alte sono le verità che rivelano; misteri perciò, che acquistano la loro profondità dall’intera luce che mandano, mentre sono a loro volta rischiarati dal riflesso di quella luce che li circonda. –

« Una ignoranza assoluta vi avrebbe liberato da ogni mistero — dice un Magistrato filosofo —ma l’ignoranza assoluta, in ciò che si riferisce a Dio, non è propria dell’uomo, ma del bruto. L’uomo è una creatura ragionevole chiamata a mettersi in relazione col suo Creatore; è un essere intelligente capace di elevarsi fino alla contemplazione dell’Infinito: solo questa capacità risiedendo in un soggetto limitato non ha mai potuto diventare lei medesima infinita; ond’è che nel contemplare la Maestà divina, e nello studiarne la natura e le perfezioni, l’uomo non ha potuto elevarsi fino all’altezza del suo oggetto. Oltracciò l’uomo avendo avuto la disgrazia di decadere, la luce lo abbandonò, e sarebbe rimasto nella ignoranza e nell’errore, se Dio pure lo avesse abbandonato. Ma Dio non perdette interamente di vista la sua creatura; la seguitò di lontano in mezzo ai suoi falli, e quando venne il tempo fissato scese a trarla dall’abisso in cui era caduta. Per tal modo Dio, che era il Creatore dell’uomo, ne divenne anche il Redentore. Allora le oscurità, che nascondevano l’uomo a sé medesimo, si dissiparono; allora le grandi verità che formano il merito della Religione si disvelarono. L’uomo conobbe la sua natura, i suoi doveri, la sua fine: conobbe l’origine delle sue miserie, e la causa delle sue contrarietà; conobbe il bisogno che aveva d’ un Mediatore; la nascita, i patimenti, la morte, la risurrezione e l’ascensione del Verbo incarnato; il dono dello Spirito Santo; la Trinità delle persone in Dio; in una parola tutto quel corpo ammirabile delle verità, che costituiscono, i grandi misteri della Religione. Gli è perché vede più da vicino la verità, e perché è ammesso ad una conoscenza più intima della propria natura e di quella di Dio, che il Cristiano ha un maggior numero di misteri. Se Dio non si fosse avvicinato all’uomo colpevole, questi andrebbe ancora vagando nelle tenebre dell’idolatria; ignorerebbe  ciò che è egli stesso; non avrebbe che delle idee false sulla Divinità, e non sospetterebbe forse l’esistenza d’una sola fra quelle verità sublimi, che comprende l’Infinito. Se Dio, nello avvicinarsi all’uomo, non si fosse a lui mostrato che sotto le apparenze d’un Dio creatore e conservatore, tutti quei segreti meravigliosi, che hanno tratto alla conoscenza della natura umana e della Redenzione, sarebbero sepolti. Anche l’uomo stupefatto nella incertezza del suo essere s’adoprerebbe in ogni modo per conciliare le contraddizioni che sono in lui; cercherebbe di indovinare il posto che gli viene riservato nel mondo morale, e farebbe degli inutili sforzi per mettersi in armonia con tutto ciò che lo circonda. Ma essendosi manifestato Iddio all’uomo come Creatore e come Redentore, ne derivò che l’uomo conobbe non solo i misteri, che si riferiscono all’idea d’un Dio onnipotente, creatore ed ordinatore di tutte le cose, ma anche quelli che si riferiscono all’idea d’un Dio tutto misericordia, che prende la forma e la natura dell’uomo, e muore per riscattarlo (Le Président. de Riambourg, Oevres publiées par M. Foisset, édit. de Migne p. 150). »

VII. Si mena scandalo di questo mistero, perché Dio ai nostri occhi troppo s’abbassa. Ma non si vede dunque che appunto per tale motivo Egli acquista maggior pregio, perché controbilancia il primo mistero del Dio dell’universo, che ai nostri occhi troppo s’innalza? il perché non si contesterebbero (se non è troppo ardita 1’espressione), a quell’Ente indiscutibile, né l’onnipotenza di sua natura mercé 1’uso che ne fa, né l’infinità della sua altezza mediante l’infinità del suo abbassamento? Il quale abbassamento è poi sublime, posciaché è l’abbassamento dell’amore, che si svolge nella Redenzione, come si svolge la potenza nella Creazione, che compie l’abisso scavato tra Dio e noi per la nostra caduta, e l’abisso inoltre che esiste naturalmente tra l’Infinito ed il finito, tra Dio ed il mondo, uniti e rappattumati per sempre dalla grazia del Verbo incarnato. – Noi resistiamo alla seduzione d’un soggetto così interessante. Lo studio dei misteri cristiani, che fu il frutto de’ precedenti nostri lavori (Etudes philasophiques sur le Christianisme, 5″ volume — le Pian divin.), offre una occasione inesauribile d’ammirazione. Questi misteri,ai quali dovremmo prestar fede a fronte delle sole prove della divinità di Gesù Cristo, guarentigia infallibile della verità loro, lasciano travedere tante bellezze, che avrebbero dritto alla nostra credenza anche senza quella guarentigia, mentre nel reagire sovr’essa le restituiscono in certo modo quel divino testimonio che ne ricevono. Mercé quello studio i misteri non si ricordano più, tante sono le chiarezze, tante le relazioni con cui si manifestano,così che non restano misteri che per la sublimita’ loro. Sono abissi di sapienza e di scienza, che provocano ad ogni istante l’esclamazione di San Paolo:

O altitudo divitiarum sapientiæ, et scientiæ Dei! – Queste riflessioni fecondate da quelle del lettore basteranno intanto per giustificare la nostra prima proposizione, cioè che il Teismo in quanto ha di vero, confonde la ragione col mistero dei misteri,rispetto al quale quelli del Cristianesimo sono il conforto e l’incanto dello spirito umano.

(Non eccettuo manco il terribile domma della Eternità delle pene, che da sé solo indispone però molti spiriti a credere tutto il resto che si riferisce alla Religione: quasi che un domma così strettamente legato a tutti gli altri potesse essere falso, veri essendo gli altri! Noi gli abbiamo dedicato uno studio speciale, che riuscì ad una prova, se non affatto comprensibile (né ciò poteva essere), scevra per altro da ogni contraddizione, e piena di razionale convenienza. La pretesa di misurarlo alla debole bilancia del nostro debole ingegno dovrebbe arrestarsi dinanzi a questa semplice riflessione di Platone, che  « l’uomo non potendo mai vedere altro, che gli accidenti dell’individuo e del tempo, vale a dire ciò che è parziale e passeggero, non potrebbe essere giudice dei disegni di Dio, che deve necessariamente subordinare il particolare al generale, ed il tempo alla Eternità ». Sotto questa giudiziosa riserva, noi abbiamo svelato il vizio di tutte le obiezioni che si fanno a quel mistero Qual meraviglia! Esse sano ispirate dal senso cristiano, vale a dire da quelle nozioni della Giustizia e della Bontà di Dio, che il Cristianesimo ci ha portato, e che noi rivolgiamo a suo danno! Ciò dovrebbe bastare per mostrarne l’impotenza, dappoiché non sono basate che sopra gli elementi d’una fede che le esclude! Tuttavia opporremo loro alcuni cenni di risposta in aggiunta allo studio più ampio che abbiamo fatto altrove. La giustizia si rivolta, si dice, contro la sproporzione tra il peccato d’un momento, ed una eternità di pena; e la Bontà non è meno incompatibile con una severità tanto inesorabile.

Rispondo, che l’Inferno risulta assai meno da un decreto di Dio imputabile alla sua condotta verso l’uomo, che dalla condotta dell’uomo verso sé medesimo, e verso Dio: il che non solamente disimpegna la Giustizia e la Bontà divine, ma non potrebbe impegnarle senza contraddizione. Diffatti, ed in primo luogo, l’uomo è di sua natura inesterminabile, immortale; egli esisterà sempre; l’eternità gli appartiene. In secondo luogo è libero: non c’è potenza che valga a forzarlo al bene, se vuole il male, in terzo luogo il male porta inevitabilmente seco la sventura; è la pena di sé medesimo. Da ciò ne deriva, che l’uomo è l’artefice del proprio destino, il quale essendo eterno, fa sì che egli è eternamente cattivo, se tale vuol essere, epperò eternamente sventurato. La natura delle cose produce da sé questa conseguenza, e bisognerebbe distruggerla perché fosse diversamente. Queste conseguenze tuttavia sono diverse in questo mondo e nell’altro; la qual differenza dipende tutta dalla bontà di Dio. Naturalmente, quando l’anima commette un delitto, questo delitto, momentaneo quanto all’atto, è eterno quanto allo stato. Gli anni sì numerosi che si succedono sovra l’anima una volta delittuosa, una volta morta, a nulla valgono. La macchia dell’anima, dice Cicerone, non può scomparire col tempo, e tutti i fiumi del mondo non basterebbero a lavarla. « Animi labes nec diuturnitate evanescere, nec omnibus ullis elui potest! De Legibus II. 10): ciò che equivale a dire con San Tommaso, che il peccatore  è mortale di sua natura, e che la morte, per sé sola, non ha un potere di risorgimento. Tuttavia questa potenza di risurrezione morale venne introdotta sovranaturalmente nel mondo, ed è la Grazia. La morte spirituale fu vinta dalla virtù espiatrice del sangue di Cristo, una sola goccia del quale basterebbe a lavare tutti i delitti dell’Universo. I delitti inespiabili non si danno più, perché vi concorre una condizione, che deriva parimente dalla natura medesima delle cose, vale a dire, che l’anima colpevole si appropri la grazia mediante il pentimento. Diversamente lo spregio, il rifiuto, di questa grazia prodigiosa, ne aggrava lo stato. Ora questo mondo le è conceduto per pronunciarsi a tale riguardo. Essa può passare e ripassare dal male al bene: vi è invitata, sollecitata sino all’importunità. Due cose per altro impongono un termine a sì fatto sperimento, a quella tregua: l’ordine, il quale non permette mai che l’uomo, per quanto sia libero, sia indipendente, o piuttosto che l’Ente sovrano sia dipendente e trastullo dell’uomo; l’interesse dell’uomo, il quale non farebbe che accrescere il suo delitto, e quindi anche la sua sventura, collo spregio continuato della grazia di Dio. È Dio, che lo scarica del peso crescente di questa grazia, e le conseguenze funeste del mal volere dell’uomo, sospese dalla misericordia di Dio, riprendono per sempre il corso loro. L’anima passa nell’ordine immutabile ed assoluto della sua eternità, tal quale lo trova colla scelta sua propria. Ed allora donde pensate voi che gli provenga il suo inferno? Dai colpi, con cui Dio lo percuote? No certamente. Da lei medesima. La giustizia di Dio consiste nell’abbandonarlo al suo senso riprovato, al disordine del suo antagonismo col Bene, la serena vista del quale, libera da tutte le illusioni di questa vita di prova, forma il castigo dei cattivi, e la felicità dei buoni. — Virtutem vìdeant, intabescantque relicta! — dice un poeta pagano: » Veggano costoro la virtù, e si consumino dall’affanno per averla abbandonata! L’Inferno non è che il peccato stesso, dice Bossuet. Lo stato involontario, inveteralo ed eterno del peccato; l’odio del bene, di Dio, che l’anima ha contratto, e di cui forma il supplizio. Tanto basta. Dio c’entra per nulla; ed è appunto per ciò che quello stato è spaventevole. Lo dirò io? L’Inferno è l’impunità! Si, l’impunità, e secondo Platone l’inviolabilità nel delitto, per cui niun castigo salva il reo, ed è per se stessa il più terribile dei castighi; il castigo di Caino, sol quale Dio stampò mm segno, onde niuno lo avesse ad uccidere (Genesi c. IV, 15). Ah! se Dio potesse colpire i reprobi! Li solleverebbe cogli stessi colpi, come solleva le anime del purgatorio, e li esonererebbe di tutto ciò che soddisfarebbe la sua giustizia. Ma la paterna sua mano non trova dove colpire sovr’essi. Inguaribili per la condizione volontaria che si fecero, e nella quale si rinserrano, non offrono i mezzi per risanare, e poiché non ne ricevono alcuno dalla mano di Dio, quindi si rendono carnefici di sé medesimi, e sono così spaventosamente ed irremissibilmente infelici. Perché non sono dessi in grado di esclamare con quel fanciullo, che noi abbiamo inteso dire a sua madre: « Castigatemi, ma perdonatemi! » No. Più del supplizio nuocerebbe loro il perdono, e preferiscono l’Inferno: « Prova terribile della degradazione originale » ha detto in qualche tratto lo sfortunato sig. di Lammenais, — e queste parole parole mi fanno tremare la mano, che le scrive — quando il Cielo non domanda in certo modo, che di schiudersi per accogliere il colpevole, se costui ha la facoltà coll’obbedire di assicurarsene il possesso, v’è qualche cosa in lui che sceglie, e vuole l’Inferno. » Ora ho io bisogno di dire, che la Bontà di Dio non è meno sciolta della sua giustizia in quel terribile domma? Quella bontà consiste infatti nel renderci felici: felici della sua propria felicità, che non può essere che la felicità dell’ordine. Una bontà, che fosse in opposizione coll’ordine andrebbe contro l’oggetto suo proprio: la felicità. Essa non formerebbe la felicità dei cattivi; e distrurrebbe quella dei buoni. L’odio volontario del Bene nei reprobi, essendo dato come una condizione del mistero, non si concepisce la bontà d’un perdono, che non solamente sarebbe respinto, ma diventerebbe, qualora potesse essere imposto, un supplizio più grande della pena medesima, il Cielo sarà peggiore dell’Inferno pei dannati, e tale essi lo renderebbero per gli stessi Eletti. La Bontà di Dio, tanto riguardo agli uni, come riguardo agli altri, reclamerebbe per conseguente, al pari della Giustizia, contro un disordine tanto inconcepibile. In una parola la libertà del male nella eternità della sorte, e la sventura inerente al male che se lo infligge a sé stesso, tali sono gli elementi logici di quel formidabile mistero, che la ragione appena distingue, inchinandosi dinanzi alle solenni affermazioni della fede, e gettandosi in seno della divina misericordia.).

LA GNOSI: TEOLOGIA DI sATANA (58)