SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (9)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (9)

Trad. M. T. Garutti Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa Catania, 7 Marzo 1957

P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur Catanæ die 11 Martii 1957

Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO IX

LE GRANDI DEVOZIONI DEGLI ANTICHI SPIRITUALI

Abbiamo considerato i Padri da molteplici punti di vista, sempre nel campo spirituale. È ora di radunare i risultati delle nostre ricerche sul piano della vita interiore, poiché tale è stato qui il nostro costante punto di vista. Non abbiamo cercato di stabilire dei dogmi o mostrare l’origine di sintesi teologiche di ordine speculativo o di ordine morale. Abbiamo soprattutto ammirato dei credenti, viventi la loro fede e trovanti in essa una vera pienezza di vita umana e cristiana. È sul piano soprannaturale che si realizza tale vita perfetta. La natura, certamente, non viene esclusa. Gli uomini che abbiamo seguito nelle loro attività sono uomini e non angeli; partecipano delle nostre debolezze e delle nostre angosce, ma le dominano con la fermezza della loro fede e più ancora con la forza del loro amore soprannaturale. La maggior parte sono dei santi, e molti danno l’esempio di eminenti virtù. Non sono dunque puri teologi che dissertano da tecnici sulle fonti della fede e sull’esatta portata delle parole rivelate; al di là delle formule e delle ricerche scientifiche che queste impongono, essi vanno alle realtà divine che vi si manifestano, per unirsi ad esse con tutto il loro essere, attraverso la carità. Sono, in una parola, spirituali piuttosto che teorici. La vita divina li attira di per sé e nelle sue comunicazioni vitali, più della scienza di tali doni, ed è in questo che i Padri si distinguono dai teologi di ogni tempo. In un certo senso, tutto si riconduce per loro a un solo oggetto, che centralizza gli altri con un’efficacia sovrana, Gesù Cristo. Come per gli apostoli, il Salvatore era l’oggetto fondamentale dei loro pensieri. Infatti facevano loro la parola di San Paolo che dichiarava ai Corinti di non voler conoscere che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso (I Cor. II, 2). Ma a seguirli, ci si rende subito conto che il Cristo, lungi dall’essere un limite, è invece un punto di appoggio universale e che tutto vi si ricollega, nei campi che hanno per l’uomo un interesse vitale. Nei vari capitoli di questo studio ne è stata fatta l’analisi. Ne possiamo ora fare la sintesi, partendo precisamente da questo oggetto centrale dove tutto si ricongiunge in Dio. Per quanto segreto sia e rimanga il mistero del Cristo, non è meno ricco e munifico di luce per coloro che lo considerano con devozione ponendosi alla sua scuola, seguendo e svolgendo quei molteplici punti di vista che l’antichità cristiana, orante e pensante, ci pone dinanzi. Il culto delle Tre Persone, caro ai Padri, introduce il Cristiano al di là delle devozioni propriamente dette; esso è la base di tutte le devozioni.

Le Tre Persone Divine

Nel Cristo è infatti il mistero del Dio in Tre Persone che si svela ed è quello che ha maggiormente nutrito la pietà dei Padri fin dalle origini. Di fronte al paganesimo, i Cristiani dovevano insistere sul fatto dell’unità divina, ciò che non impediva loro di affermare la divinità di Cristo, e di versare il loro sangue per questa causa. Ma già, fin da quell’epoca e fin dai primi scritti patristici, come in quelli stessi degli Apostoli, le Tre Persone sono proclamate Dio, Dio unico tuttavia, sperimentato come tale nella loro vita interiore: vita spirituale intensa, nella quale si afferma una potenza più alta, potenza unica c complessa di cui il Vangelo ha rivelato i possessori, Padre, Figlio, Spirito Santo, e di cui il Cristiano tocca, nella sua vita stessa, l’alta e magnifica realtà. Prima di porsi domande curiose i primi Cristiani hanno vissuto intensamente questo mistero nella loro anima, e le opere di un Sant’Ireneo ci mostrano con quale profondità, prima delle grandi controversie trinitarie, i Cristiani entravano con tutto il loro essere spirituale nella vita stessa di Dio. Le Tre Persone sono sempre in primo piano nel pensiero e nella preghiera, del resto ben associate, presso quei Cristiani che vivono il loro Cristianesimo invece di dissertarne abbondantemente, come faranno i filosofi in altri tempi. La vita di pietà assicurava ai maestri una ricchezza di dottrina che bastava a tutti i bisogni dell’anima in quei tempi di lotta e di preghiera. I Padri del IV secolo che fecero trionfare la fede tradizionale nella divinità del Verbo, Figlio di Dio, uguale al Padre, non fecero tanto ricorso alla speculazione quanto alla vita cristiana. Tale era, infatti, il caso del più grande di tutti: Sant’Atanasio. La sua vera fonte di ispirazione era in una pietà ardente, che poteva contentarsi di semplici formule, tratte dalla Sacra Scrittura, poiché queste venivano penetrate a fondo per mezzo delle intuizioni del cuore e della grazia. Da qui le certezze che cause umane non possono spiegare. I maestri cappadoci furono anche uomini di preghiera, formati nella solitudine e che attinsero nella contemplazione le formule capaci di ricondurre alla vera fede numerosi spiriti esitanti, a dispetto delle lacune manifeste della loro speculazione. La vita di preghiera suppliva alle debolezze della scienza. – Il dottore che doveva fornire i lumi, non definitivi (perché tali non ve ne saranno mai), ma più penetranti in questo profondo mistero, è certo Sant’Agostino. Il fatto delle Tre Persone in Dio è, senz’altro, quello che conta maggiormente nella sua vita: corona e compie tutte le ricerche del suo spirito insaziabile. Vi trova la pace del cuore e quella dello spirito, poiché quel mistero egli lo vive profondamente nella sua preghiera. Molte pagine dei sette primi libri de La Trinità lo lasciano chiaramente comprendere, ma tutta la seconda parte di quest’opera è costruita sulla profonda intuizione che egli ha delle analogie dell’anima umana con l’Essere divino. Puro Spirito e Vita trascendente, unica e multipersonale. Qui le intuizioni dello spinto sono fondate su quelle della preghiera, più alta e più audace. Abbiamo mostrato come Sant’Agostino trovi nell’anima cristiana, docile alla grazia fino alla sapienza, una immagine perfetta del Dio in Tre Persone. Questa immagine, che può non essere che un’immagine per il ricercatore intellettuale, diventa un’altissima preghiera, di carattere unitivo molto accentuato, nell’anima cristiana che vive del Dio presente e vivente in lei.

Gesù Cristo Verbo Incarnato

È la rivelazione dell’Uomo-Dio che ha posto con forza decisiva, il fatto delle Tre Persone in Dio, e il netto riconoscimento di queste, sta alla base del mistero dell’Incarnazione, ma non basta a esprimerlo. Si pone qui un nuovo problema, che è, fin dall’inizio, strettamente legato a un terzo, tutto di pietà: la maternità divina di Maria. Difatti è a proposito di questo titolo, Madre di’ Dio, dato alla madre di Gesù in Oriente che insorgono, nel IV secolo, quelle controversie che porteranno alla definizione solenne del grande privilegio mariano. – Le intuizioni della pietà cristiana sono qui alla base delle definizioni conciliari, e questo fatto deve essere compreso bene, non soltanto sul piano dogmatico propriamente detto, ma anche, e soprattutto, diremo qui, sul piano della vita cristiana, in cui tiene un posto eminente. – Maria non sarebbe Madre di Dio, se Gesù Cristo non fosse Dio in persona e unicamente Dio quanto alla persona. Se in Gesù Cristo vi fosse, accanto alla persona divina, una persona umana, Maria sarebbe la madre di questa e non di Dio; sarebbe una madre come le altre madri della terra, e per quanto grande sia, una maternità umana non ha, in sé, nulla di divino. Perché Maria sia veramente Madre di Dio, bisogna che suo Figlio non sia che Dio quanto alla Persona. Chiamiamo persona, parlando di un uomo, ciò che agisce, che parla, che pensa, che ama con questo insieme vivente e complesso che chiamiamo umanità, corpo e anima. Tutto ciò appartiene a un essere che ne usa, ma è posseduto da una persona; e in Gesù Cristo questa persona è Dio, il Figlio di Dio, la Sapienza infinita, il Verbo venuto al mondo per aiutare l’uomo a risalire verso Dio. In un mistero così complesso nella sua semplicità, San Cirillo d’Alessandria ebbe bisogno di intuizioni superiori per afferrare immediatamente, a dispetto delle lacune manifeste della filosofia a quell’epoca, il pericolo di formule presentate da uomini colti e sottili come lo erano Nestorio e i suoi difensori, le cui buone intenzioni erano senz’altro rette almeno sul principio. – I Papi, difensori della fede, messi sull’avviso da San Cirillo, lo appoggiarono senza riserve. Nonostante le difficoltà che sorsero in seguito, proprio a causa di queste formule imperfette, impiegate per andare diritti all’essenziale del mistero in causa, l’intervento del patriarca di Alessandria fu decisivo. Esso era provvidenziale, e gli altri scritti del Santo mostrano con evidenza che era stato altamente preparato, con lo studio e la preghiera, a questa missione di un’importanza sovrana. Non poteva essere, in quell’ora decisiva, il Dottore dell’Incarnazione, con la chiarezza che diede al suo messaggio, se non attraverso una preparazione spirituale di cui testimonia l’insieme della sua opera dottrinale. – Ma il mistero dell’Uomo-Dio non è reso tutto intero con l’affermazione dell’unica Persona divina; restano da esprimere le nature, poiché per essere Dio incarnato, Egli deve avere e la natura divina, che è unica nelle Tre Persone, e la natura umana, che gli è qui associata, senza avere personalità propria dello stesso ordine, ma che beneficia precisamente dell’alta personalità del Verbo. Tale umanità non è deficiente in nessuna maniera: scartato il pericolo del dualismo se ne profila appunto un altro che mette in causa l’integrità della natura umana del Cristo, il monofisismo. E la Chiesa che aveva già riprovato coloro che rifiutavano all’umanità di Gesù Cristo la ragione superiore, per meglio salvare la Persona, reagisce di nuovo con vigore, proclamando l’integrità totale della sua umanità. Il Papa San Leone prese direttamente la causa in mano e per opera sua fu trovata e approvata la formula definitiva che riguarda il mistero dell’Incarnazione considerato nei suoi elementi essenziali. – Contro il monofisismo, che rimetteva in questione, con l’umanità del Cristo, l’essenza stessa del Cristianesimo, si deve ancora ammirare un intervento divino. L’azione di San Leone, che mantenne con tanta fermezza la fede antica e mise definitivamente fine a tentativi di divinizzazione dell’umanità nel Salvatore, fu veramente provvidenziale. Le sette pullularono invano. Non soltanto esse vennero ridotte all’impotenza fin dall’inizio, ma il culto stesso dell’umanità del Salvatore fu largamente favorito, come lo fu due secoli più tardi con la condanna del monotelismo, grazie specialmente a San Massimo il Confessore, che seppe ricollegare al culto dell’umanità del Cristo una vera dottrina spirituale e mistica, di cui si troverà il seguito nelle direttive di un San Bernardo nel Medio Evo, e un’alta applicazione, tutta particolare, nel culto moderno del Sacro Cuore, che il Cristo stesso doveva promuovere.

Il Cristo Redentore e Sacerdote

Il mistero della Redenzione è un altro aspetto dell’Incarnazione. Non fu tuttavia discusso tanto quanto questa, benché la sua importanza sia stata riconosciuta fin dall’origine: verso la fine del II secolo, Sant’Ireneo ne parlava abbondantemente con forza. Non è lo scopo stesso dell’Incarnazione? Gli antichi non sembrano dubitarne, appoggiandosi a San Paolo. Il grande difensore della divinità di Cristo, Verbo fatto carne, Sant’Atanasio, riconosceva che la Redenzione è il fine dell’Incarnazione, non ne tratta diffusamente. Il solo fatto di essere uomo, per il Verbo, è così importante, agli occhi del patriarca di Alessandria, che il resto segue come un corollario evidente. Non che egli deprezzi il valore del secondo aspetto; ma è troppo preso dal primo perché l’altro lo attiri egualmente: la contemplazione del Verbo incarnato gli basta; in essa ha tutto. Chi ha insistito con grande forza sulla Redenzione è stato S. Agostino. Non ne vede solo il valore morale, o il potere di attrazione mediante l’esempio, ma penetra in profondità nelle esigenze della soddisfazione sul peccato, offesa infinita, che richiede una riparazione proporzionata. Egli ha consacrato a tale argomento, nelle Confessioni, pagine commoventi che devono essere qui citate, poiché mostrano con quale accento di pietà il Santo trattava un argomento di simile levatura: «Ma il vero mediatore, che il segreto della Tua misericordia ha rivelato agli umili e che hai inviato per insegnare loro, con il suo esempio, l’umiltà stessa, questo mediatore di Dio e degli uomini, è Gesù Cristo fatto uomo, che è apparso fra i peccatori mortali e il Giusto immortale, mortale con gli uomini, giusto con Dio. E come la vita e la pace sono la ricompensa della giustizia, per mezzo della giustizia che l’unisce a Dio, egli affranca i peccatori, giustificati dalla morte di cui ha voluto essere quasi loro tributario. È lui che è stato mostrato da lontano ai Santi degli antichi giorni, perché essi venissero salvati dalla fede nel sangue che Egli doveva spargere, come noi lo siamo per mezzo della fede nel suo sangue versato. È nella sua qualità di uomo infatti che è mediatore (I Tim, II, 5). In quanto Verbo, non è intermediario, poiché il Verbo è uguale a Dio, Dio in Dio (Rom. VIII, 32) e un solo Dio con il Padre e lo Spirito Santo. » Come ci hai amato, o Padre, o Bene, Tu che non hai risparmiato il Tuo unico figlio, ma lo hai immolato per le nostre iniquità! (Rom. VIII, 32). Come ci hai dunque amato, noi per i quali Colui che non ha considerato come una usurpazione di essere tuo eguale, si è reso obbediente fino alla morte di croce! (Phil. II, 6). Colui che solo è libero fra i morti (Ps. LXXXVII, 6), che aveva il potere di lasciare la vita e di riprenderla (Joan. X, 18), si è offerto per noi come vincitore e vittima, come vincitore in quanto è stato vittima. Per noi, si è offerto come sacrificatore e come sacrificio, sacrificatore in quanto è stato sacrificio. Infine, da schiavi che eravamo, ci ha reso tuoi figli, lui Tuo Figlio, divenuto nostro schiavo. È dunque giustamente che io pongo in lui la ferma speranza che tu guarirai i miei languori, per mezzo di Lui che siede alla tua destra e intercede per noi (Rom. VIII, 34). Altrimenti io dispererei, poiché numerose e grandi sono le mie infermità. Sì, numerose e grandi; ma più grande ancora è la virtù dei tuoi rimedi. Noi avremmo potuto credere il Tuo Verbo troppo lontano da noi per unirsi all’uomo, e disperare di noi, se Egli non si fosse fatto carne, e se non avesse abitato fra noi. Spaventato dai miei peccati e dal peso della mia miseria, avevo deliberato nel mio cuore e quasi risoluto di fuggire nel deserto; ma tu mi hai fermato e rassicurato con queste parole: « Il Cristo è morto per tutti, affinché coloro che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per loro » (II Cor. V, 15). Così Signore, rimetto nelle tue mani la cura della mia vita, e considererò le meraviglie della tua legge. (Ps. CXVIII). Tu conosci la mia ignoranza e la mia debolezza, istruiscimi, guariscimi. Questo Figlio unico in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Colos. II, 3), mi ha ricomprato con il suo sangue. Lungi da me le calunnie dei superbi (Ps. CXVIII), poiché conosco il prezzo della mia vittima; mangio la sua carne, bevo il suo sangue, e la distribuisco agli altri. Povero ancora, desidero esserne saziato con quelli che la mangiano e se ne saziano e che lodano il Signore poiché lo cercano » (Ps. XXI, 26). (Conf. I, X, e. XLIII, 68, 6g, 70). – Qualche anno più tardi riprese la sua tesi nella grande opera sulla Trinità. Essa costituisce l’essenza del libro XIII consacrato al raddrizzamento dell’immagine di Dio nell’uomo degradato dal peccato, e il prezzo del riscatto mostra la grandezza della colpa. La teologia ha largamente attinto in queste pagine acute e profonde, in cui il Santo Dottore precisa il significato e le vere esigenze della giustizia in questo campo, distinguendole dalle formule correnti un po’ equivoche. È nella Città di Dio e contro le pretese religiose dei neoplatonici, di Porfirio soprattutto, che Sant’Agostino ha più abbondantemente trattato l’argomento, e a leggerlo si sente che non è solo una teologia quella che egli espone; è una vita religiosa che egli difende e vuole promuovere, sia che provi il sacerdozio del Cristo, sia che ne descriva il sacrificio: è l’argomento essenziale del X libro. Il tono delle prime pagine di tale esposizione ne mostra il carattere profondamente religioso. « È a Dio che dobbiamo, per parlare come i Greci, rendere il culto di latria, sia negli atti esteriori, sia nella nostra interiorità; poiché noi siamo il suo tempio, tutti insieme come ognuno di noi in particolare, ed Egli si degna di prendere a dimora ogni fedele e il Corpo della Chiesa, senza essere più grande nel tutto di quanto non lo sia in ogni parte, poiché la sua natura è incapace di ogni estensione e di ogni divisione. Quando il nostro cuore è elevato a Lui, esso è il suo altare; il Suo unico Figlio è il sacerdote per mezzo del quale lo preghiamo; gli immoliamo vittime cruenti quando versiamo il nostro sangue per la verità e per lui; l’amore che ci infiamma in sua presenza, con una fiamma santa e pia, è il più gradito incenso; gli offriamo i doni che ci ha fatto, e se ci offriamo restituiamo noi stessi al nostro Creatore; richiamiamo il ricordo dei suoi benefici con feste solenni, per paura che il tempo non rechi l’ingratitudine e l’oblio; infine gli votiamo sull’altare del nostro cuore, in cui irradia il fuoco della carità, un’ostia di umiltà e di lode. È per vederlo, per quanto può essere visto, è per essere uniti a Lui, che ci purifichiamo della sozzura dei peccati e delle passioni cattive, e che cerchiamo una consacrazione nella virtù del suo nome; poiché è la fonte della nostra beatitudine e il fine di tutti i nostri desideri. Legandoci dunque a Lui, o piuttosto legandoci invece di distaccarcene per nostra disgrazia, meditandolo e rileggendolo senza sosta (da cui viene, si dice, la parola religione), tendiamo verso di lui per mezzo dell’amore, alfine di trovare in lui il riposo e di possedere la beatitudine possedendo la perfezione » (Città di Dio, I. X, c. III, 2).

La Chiesa e Maria, templi dello Spirito Santo

Cristo continua a vivere, spiritualmente, nella Chiesa, che è il suo Corpo mistico. Tale dottrina, espressamente insegnata da San Paolo (I Cor. XII, 12-13 e 27), era familiare ai Padri della Chiesa. Nessun Dottore antico tuttavia l’ha sviluppata con maggiore entusiasmo di Sant’Agostino. Uno dei suoi temi basilari è il paragone della vite e dei tralci: « Come il corpo è unico e ha molte membra, e come tutte le membra, malgrado il loro numero, non formano che un solo corpo, così il Cristo è molteplice nelle sue membra e unico nel suo corpo. Siamo dunque tutti uno con il Cristo, nostro capo, noi che, senza capo, siamo senza valore. Perché? Uniti al nostro capo, siamo la vite; separati da Lui, ciò che Dio non voglia! saremmo tralci tagliati, inutili per i vignaioli, buoni soltanto ad essere bruciati. Per questo è detto nel Vangelo: “Io sono la vite, voi i tralci; mio Padre è il vignaiolo, e senza di me non potete fare nulla ” (Joan. XV, I, 5). Signore, se non possiamo fare nulla senza di te, possiamo tutto con te. Difatti tutto ciò che il Cristo fa in noi, siam noi che sembriamo farlo; ma mentre Egli senza di noi può molto, può tutto, senza di Lui non possiamo nulla (In Ps. 30, serm. II, n. 4). – Tutti i fedeli mossi dallo Spirito formano un corpo di cui il Cristo è la testa, una città di cui è il capo, uno Stato di cui è il Re. Egli è Cristo per l’unzione regale e sacerdotale che ha ricevuta, e noi lo siamo in Lui, noi che siamo il suo corpo, poiché Egli ci incorpora a lui (concorporans nos sibi), fa di noi sue membra, affinché noi formiamo un sol Cristo con lui. È per questo che i Cristiani godono dell’unzione che, nell’Antico Testamento, era riservata a due sole persone. Per conseguenza noi siamo il corpo di Cristo, poiché tutti noi siamo consacrati. In lui, siamo tutti dei «cristi» e un solo Cristo, poiché la testa e le membra formano il Cristo totale. Questa unzione ci perfezionerà in maniera spirituale nella vita che ci è promessa » (In Ps. XXVI, serm. I , 2). Corpo mistico, la Chiesa è un organismo vivente, animato dallo Spirito Santo ricevuto nella Pentecoste, secondo le promesse fatte dal Salvatore: Come molti altri Padri, Sant’Agostino sviluppa questa dottrina, che fu l’anima del suo primo grande apostolato presso i donatisti. Mentre lottava contro i fanatici difensori dello scisma, la sua anima si esaltava a contemplare, nella preghiera, le bellezze e le grandezze della Sposa di Cristo. Le ha molte volte descritte nelle sue omelie sui Salmi. Nel suo commento al Salmo XLIV, canta con entusiasmo questa mistica unione del Verbo e della Chiesa. La devozione al Cristo e alla Chiesa si completa in Sant’Agostino, in un vero culto verso Maria, e il fatto è tanto più commovente in quanto questo culto non ha preso veramente il suo grande sviluppo nella Chiesa se non dopo la definizione della maternità divina della Vergine nel Concilio di Efeso, tenuto nel 431, l’anno che seguì la morte del Santo Dottore: vi era invitato, ma non poté rispondere a quell’appello. Il culto verso Maria era nato molto prima, e i trattati sulla verginità, che apparvero nel IV secolo, in Occidente come in Oriente, contribuirono a diffonderlo. Il titolo di « Madre di Dio » che ne era il punto di appoggio, incontrò resistenze che il concilio dovette spezzare. Fin dall’inizio del V secolo, trent’anni prima di queste lotte, Sant’Agostino aveva preso posizione, nei primi capitoli del suo trattato « Sulla Verginità », e quelle pagine hanno un alto valore dottrinale, non soltanto nei riguardi della verginità in sé, ma anche della condizione unica della Vergine-Madre, Maria. Sant’Agostino va qui oltre i limiti dell’argomento, pur così elevato, della maternità divina propriamente detta, realizzata nell’Incarnazione, per proclamare un’altra maternità, tutta spirituale, di Maria, quella che l’associa strettamente alla Chiesa per mezzo della quale i Cristiani sono introdotti nella vita divina. Anche la Chiesa è una Vergine, legata spiritualmente al Cristo con un matrimonio verginale; e, d’altra parte, è Madre, perché dona agli uomini la vita divina: « Venga in nostro aiuto il Cristo, figlio della Vergine e sposo delle vergini, nato corporalmente da un seno verginale, legato spiritualmente da un matrimonio verginale. Dato che la Chiesa universale è una Vergine unita a uno sposo unico, il Cristo, come dice l’Apostolo (II Cor. XI, 2), di quale felicità non son degne quelle delle sue membra che osservano fin nella loro carne ciò che nella sua totalità ella osserva nella sua fede? Ella prende per modello la madre del suo Sposo e Signore; poiché anche la Chiesa è Madre e Vergine. A chi appartiene infatti l’integrità su cui vegliamo, se ella non è Vergine? O ancora, di chi sono i figli di cui parliamo, se non è Madre? » (Virg., II, 2). – Un nuovo parallelo, tracciato a grandi linee, mostra come, in questo campo spirituale, la verginità e la fecondità vadano di pari passo nella Chiesa e in Maria: « Maria ha messo al mondo fisicamente il capo di questo corpo; la Chiesa mette al mondo spiritualmente le membra di questo capo. Né nell’una né nell’altra la verginità impedisce la fecondità; né nell’una né nell’altra la fecondità distrugge la verginità. Di conseguenza, se la Chiesa universale è santa di corpo e di spirito, senza essere tuttavia universalmente vergine di corpo, ma soltanto di spirito, quanto è più santa in quelle delle sue membra in cui essa è vergine e di corpo e di spirito! » (Virg. II, 2; p. 113). L’introduzione generale del trattato prosegue nelle pagine seguenti (cap. IV, VI), che si riferiscono specialmente alla Madre del Salvatore. Questa dottrina di Sant’Agostino sulla Santissima Vergine non deve isolarsi da un’altra formula del santo di cui non si è sempre vista la profondità. Nel trattato su La Natura e la Grazia, contro Pelagio, egli dichiara in modo categorico, dopo aver esposto l’universale estensione del peccato nella discendenza di Adamo: « Bisogna dunque fare eccezione per la Santa Vergine Maria, di cui, per l’onore del Signore, non voglio assolutamente sia questione in alcun modo, quando si tratta dei peccati » (XXXVI, 42; P. L. 44, col. 267). È chiaro che il contesto prende di mira i peccati attuali. Sant’Agostino non si poneva la questione del peccato originale; ma la formula è così categorica e così universale, che ci si può domandare ciò che avrebbe risposto se la questione gli fosse stata posta, come fu posta ai Dottori medioevali. Non è temerario pensare che egli avrebbe potuto trovare, quasi per istinto spirituale, la ragione invocata da Duns Scoto per scartare le obiezioni di coloro che ci tenevano, con ragione, a salvaguardare l’universalità della salvezza per mezzo del Cristo (È in vista dei meriti del Cristo che Maria fu preservata.). Questa ipotesi — non è che un’ipotesi — diventa più plausibile quando si è messa in rilievo, come abbiamo cercato di fare, la nota spirituale predominante nelle opere patristiche, piuttosto che il carattere tecnico delle loro ricerche. Queste alte preoccupazioni erano particolarmente acute in Sant’Agostino, ciò che toglie all’ipotesi ogni inverosimiglianza, anche se non si può andare oltre.