CONOSCERE SAN PAOLO (52)

CONOSCERE SAN PAOLO (52)

CAPO II

I Novissimi.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

I. PUNTI DI CONTATTO CON L’ESCATOLOGIA EBRAICA.

1. DIFFICOLTÀ DELL’ARGOMENTO. — 2. SECOLO PRESENTE E SECOLO FUTURO. — 3. LE VERE FONTI DELL’ESCATOLOGIA DEL NUOVO TESTAMENTO.

1. Sotto il nome comprensivo di escatologia si sogliono spesso indicare la morte e lo stato intermedio, la parusia con i suoi segni precursori, la risurrezione ed il giudizio, la retribuzione ai buoni ed ai cattivi, la consumazione delle cose. Si riserva il nome speciale di apocalisse alla crisi morale e religiosa che deve precedere l’ultimo giorno con le sue fasi preliminari e con la drammatica lotta impegnata tra le potenze celesti e le potenze infernali intorno al genere umano. Questi termini sono passati nell’uso, e li adopreremo, per amore di brevità, insieme a quello di novissimi che comprende non soltanto i destini individuali, ma anche la sorte finale dell’umanità e la trasformazione definitiva dell’universo. È noto che l’insegnamento escatologico di san Paolo seguì uno sviluppo nettamente decrescente: dopo che ebbe una parte così grande nelle lettere ai Tessalonicesi e occupò ancora un posto notevole nelle Epistole maggiori, non compare più che incidentalmente ed a lunghi intervalli negli scritti della prigionia e nelle Pastorali (I principali testi escatologici sono, per ordine di data: I Tess. IV, 13; V, 5; II Tess. I, 4-12; II, 2-12; I Cor. XV; II Cor. V, 1.10; Rom. VIII, 17-23; XI, 25-29; Fil. III, 21; II Tim. IV, 1-8). Dal giorno in cui la teoria del corpo mistico è stata scolpita in alto rilievo, essa concentra tutta l’attenzione: l’escatologia d’allora in poi non è più altro che il termine normale, l’incoronamento regolare della vita morale. Ben lungi dall’essere la parte più originale della teologia di san Paolo, l’escatologia ne sarebbe appena un’appendice di poca importanza, se non si collegasse da una parte all’insegnamento primitivo degli Apostoli e per conseguenza alla prima trasfigurazione delle speranze giudaiche, e dall’altra parte, alla dottrina del corpo mistico della quale san Paolo fece una sua specialità. Ne esporremo qui i punti principali raggruppandoli sotto quattro capi:

I. Punti di contatto con l’escatologia ebraica. — II. Morte e risurrezione. — III. Parusia e giudizio. — IV. Consumazione delle cose. Se la conoscenza precisa dell’ambiente neotestamentario non è mai tanto desiderabile per lo storico delle origini del Cristianesimo, quanto nelle questioni di escatologia, essa non è mai di così difficile accesso come in tali questioni. Gli scrittori ellenisti di quell’epoca, Filone e Giuseppe, gelosi di accomodare il pensiero ebreo, l’uno al gusto dei suoi lettori pagani, l’altro ai postulati della filosofia greca, non poterono fare a meno di alterarlo, di velarlo o attenuarlo. Le produzioni del rabbinismo, di data così incerta e generalmente così tardiva, non si devono adoperare se non con somma circospezione. Ancorché fossero del primo secolo, come comunemente si crede, e non del terzo, come sostengono con forza alcuni critici recenti, i Targum di OnkeJos e di Jonathan ci darebbero poca luce intorno all’escatologia contemporanea, perché l’uno, anche parafrasando, non intende di allontanarsi dal suo compito di interprete, e l’altro è soltanto un traduttore esatto fino allo scrupolo. Le fonti meno torbide delle tradizioni ebraiche — voglio dire la Mishna, scritta apparentemente verso la fine del secondo secolo, e la Tosephta, redatta forse al principio del terzo secolo — dato il loro carattere di pandette, non toccano quasi che incidentalmente l’escatologia. Nella Ghemara dei due Talmud e nei Midrashim le idee escatologiche scorrono con maggiore abbondanza; ma se si legge la Teologia ebraica del Weber o qualunque altra opera del genere, si vedrà che cosa si possa cavare da quel guazzabuglio confuso, incoerente e contradittorio. Restano le apocalissi ebraiche, assai numerose verso l’èra cristiana; ma anche qui siamo assaliti da difficoltà di ogni specie. « È un compito delicato, si è detto giustamente, quello di mettere un po’ di ordine in quel caos, a rischio di sacrificare mille particolari alla necessità di venire a idee generali, compito tuttavia necessario per l’importanza estrema — e diciamo subito sproporzionata — che oggi si vuol dare a quei prodotti di un tempo che era agitato e sfinito per la febbre ». Non si è troppo severi nel chiamarli.« un gigantesco sforzo nel vuoto, o un sogno molesto, con qualche bagliore di buon senso nell’incubo di un ammalato, e talora con vere bellezze, con un tono religioso, e più ancora nazionalistico, sincero ed appassionato (Lagrange, Paris, 1909, p. 39) ». – Ma la difficoltà di districare questo caos non è la sola: le apocalissi ebraiche, come sono arrivate fino a noi, sono piene di interpolazioni cristiane. Come si fa a riconoscere con sicurezza la mano del falsario e l’estensione del suo lavoro? È un problema arduo, sempre complicato, per lo più insolubile. – Avvicinandosi ai tempi apostolici, l’escatologia ebraica diventava ad un tempo più universale, più individuale e più spirituale: più universale, poiché guardava anche di là dall’orizzonte nazionale per occuparsi dei destini di tutti i popoli; più individuale, perché avendo cessato di fondere nella storia d’Israele la sorte degli individui, veniva esprimendo con Intensità sempre crescente il sentimento della responsabilità personale; finalmente più spirituale, perché di quando in quando s’innalzava sopra i sogni di un patriottismo esaltato e di un grossolano realismo: se il regno terrestre ancora si trovava nelle fantasie, non formava più la somma totale delle speranze messianiche. Ecco che cosa si può dire in generale; ma questo compendio schematico ci potrebbe anche trarre in inganno: nella marcia in avanti vi sono delle fermate, delle deviazioni, dei passi indietro di cui bisogna tener conto. Ogni documento esige un trattamento particolare. Fortunatamente tale studio non tocca a noi; ci limiteremo dunque a indicare qui una concezione di considerevole importanza nell’evoluzione dell’escatologia.

2. Agli occhi dei profeti, l’apparizione del Messia inaugurava un’era nuova: era il punto di partenza della fine dei tempi, il principio del regno di santità e di giustizia che il Giorno del Signore doveva precedere o chiudere. Il compimento delle promesse messianiche ed i destini finali dei popoli si raccoglievano in un quadro senza prospettiva, dove tutti gli avvenimenti parevano confondersi. Talora si direbbe che tutto quell’avvenire dipende da un attimo indivisibile. L’esegesi rabbinica lavorò su questi dati. Di mano in mano che veniva separando il regno terrestre del Messia dal suo regno eterno e che, con calcoli fantastici, assegnava al primo una durata di quaranta, di settanta, di cento, di quattrocento, di seicento, di mille anni o più, essa veniva ad avere per la fine dei tempi un doppio punto di partenza, cioè il principio o il termine del regno terrestre. La storia dell’umanità veniva divisa in due periodi, l’età presente e l’età futura, e vi erano due mondi misurati da questi due periodi, il mondo presente e il mondo futuro. A quale età, a quale mondo apparteneva il regno temporale? Naturalmente le apocalissi senza Messia non avevano da proporsi tale questione; ma le altre la potevano risolvere in due maniere: o tutta l’escatologia veniva riportata al mondo futuro, oppure era sdoppiata, per così dire, in due giudizi, in due risurrezioni, in due regni messianici, in due rinnovamenti. Siccome ogni scrittore non rappresenta altro che la sua autorità personale, non si sa a quale sistema si deve dare la preferenza; e se si pensa ai ritocchi, ai rimaneggiamenti, alle interpolazioni che tali documenti subirono, agli agglomerati di scritti eterogenei che oggi si presentano a noi sotto un medesimo titolo, la confusione non ha più limiti. Quello che distingue essenzialmente l’escatologia cristiana dall’escatologia ebraica, è la fede nella doppia venuta del Cristo. Le speranze messianiche sono già realizzate, ma soltanto in parte; le antiche profezie si spiegano e si precisano alla luce della Storia; le prospettive si allontanano e si armonizzano; perciò tutti i punti di vista sonomutati: la risurrezione, il giudizio, la retribuzione finale sono portate nell’avvenire e collegate con la seconda venuta. L’orizzonte può sembrare più o meno lontano, la crisi suprema più o meno prossima; ma questo è un punto accessorio, e l’escatologia cristiana acquista una nettezza di contorni, una relativa stabilità di linee quale mai non ebbe l’escatologia ebraica. – Tuttavia la terminologia antica che si ereditava, non poteva adattarsi senza sforzo alle concezioni nuove: di qui le incertezze nell’espressione e le divergenze nell’uso dei termini. Così la fine dei tempi coincide, per san Matteo, con la fine del mondo; per l’Epistola agli Ebrei, conformemente al linguaggio dei profeti, con l’aurora dell’età messianica. San Paolo dà questo stesso significato alla pienezza dei tempi ed alla fine dei secoli. Non molto più fisso è il limite degli ultimi giorni: secondo i diversi punti di vista, noi vi siamo già arrivati, oppure ancora li aspettiamo. – Già abbiamo veduto quale parte eccezionale abbia nel Nuovo Testamento e particolarmente in san Paolo la concezione del mondo o del secolo presente. Ma la nozione corrispondente del mondo o del secolo futuro non ha punto la stessa importanza. San Paolo nomina una sola volta «il secolo futuro (Ephes. I, 21) », un’altra volta « i secoli futuri (Ephes. II, 7) »; d’altra parte l’Epistola agli Ebrei nomina una volta « le potenze del secolo futuro (Ebr. VI, 5) e due volte « la terra o la città futura (Ebr. II, 5; XIII, 14) », ed è tutto qui: Come spiegare la parità di questa locuzione, mentre quella che le corrisponde è tanto frequente? Questo fenomeno attribuito da Bousset ad un semplice caso, pare invece che si possa attribuire a ben altre cause. Per gli scrittori del Nuovo Testamento, il secolo presente o il mondo presente non hanno più che un valore morale; il secolo presente ha perduto la nozione della durata, e il mondo presente la nozione dello spazio; perciò il secolo presente e il secolo futuro si possono compenetrare; tra loro non vi è più nessun intervallo cronologico, ma vi è soltanto un’opposizione d’influenze contrarie. D’altra parte l’idea di una catastrofe improvvisa che inauguri il regno del Messia, e di un improvviso sconvolgimento operato da Dio solo, senza il concorso dell’uomo che ne sarebbe spettatore passivo, lascia a poco a poco il posto all’idea di un regno messianico che si va sviluppando gradatamente fino alla consumazione delle cose. In tali condizioni, il concetto ebraico del secolo o del mondo futuro diventava quasi inapplicabile, e bisognava sostituirlo con la vita eterna.

3. Insomma, gli apocrifi ed il Talmud sono di scarso aiuto per l’intelligenza dell’escatologia neotestamentaria. Tutti quelli che si mettono per questa via con la speranza di trovarvi la luce, ne ritornano delusi, e quelli che a tale via con tanta sicurezza vorrebbero mandare anche noi, ci fanno quasi supporre che essi stessi non la conoscano troppo. Un testo di Daniele illustra l’escatologia del Nuovo Testamento forse più che tutti gli scritti rabbinici presi insieme: In quel tempo si leverà Michele, il gran capo, il difensore dei figli del tuo popolo. E sarà un’epoca di tribolazioni, quale non sarà stata mai da quando esistono le nazioni. In quel tempo saranno salvati tutti quelli del tuo popolo che si troveranno scritti nel libro della vita. E molti di quelli che dormono nella polvere si desteranno, gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e l’obbrobrio eterno. Ed i saggi brilleranno come lo splendore del cielo e quelli che avranno insegnato la giustizia alla moltitudine scintilleranno come lo stelle per sempre… (Dan. XII, 1-4). – Questo passo, oggetto d’innumerevoli allusioni e reminiscenze, ci fa conoscere il compito impareggiabile dell’arcangelo Michele nell’escatologia ebreo-cristiana; i tempi di estrema tribolazione che precederanno il gran Giorno; il Libro della vita dove stanno scritti i nomi dei giusti e dove si trovano le loro credenziali d’immortalità gloriosa; la risurrezione comune ai buoni ed ai cattivi; la vita eterna dei giusti e la gloria disuguale degli eletti; l’obbrobrio e l’ignominia senza fine che toccheranno ai riprovati; la distinzione definitiva dei buoni e dei cattivi, separati per sempre da una barriera insormontabile. Sono sette verità capitali che riassumono la dottrina dei Novissimi. – Daniele, la seconda parte d’Isaia, le sezioni dei profeti relative al giudizio e alla fine dei tempi, i Libri dei Maccabei, sono le vere fonti dell’escatologia neotestamentaria. Nel pantano degli apocrifi e degli scritti rabbinici si possono talora incontrare alcune pagliuzze d’oro, ma quanto mescolate a scorie impure!