DOMENICA I DI QUARESIMA (2019)

DOMENICA I DI QUARESIMA (2019)

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XC: 15; XC: 16

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Ps XC:1 Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorábitur. [Chi àbita sotto l’égida dell’Altissimo dimorerà sotto la protezione del cielo].

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui Ecclésiam tuam ánnua quadragesimáli observatióne puríficas: præsta famíliæ tuæ; ut, quod a te obtinére abstinéndo nítitur, hoc bonis opéribus exsequátur. [O Dio, che purífichi la tua Chiesa con l’ànnua osservanza della quaresima, concedi alla tua famiglia che quanto si sforza di ottenere da Te con l’astinenza, lo compia con le opere buone.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios. 2 Cor VI:1-10.

“Fratres: Exhortámur vos, ne in vácuum grátiam Dei recipiátis. Ait enim: Témpore accépto exaudívi te, et in die salútis adjúvi te. Ecce, nunc tempus acceptábile, ecce, nunc dies salútis. Némini dantes ullam offensiónem, ut non vituperétur ministérium nostrum: sed in ómnibus exhibeámus nosmetípsos sicut Dei minístros, in multa patiéntia, in tribulatiónibus, in necessitátibus, in angústiis, in plagis, in carcéribus, in seditiónibus, in labóribus, in vigíliis, in jejúniis, in castitáte, in sciéntia, in longanimitáte, in suavitáte, in Spíritu Sancto, in caritáte non ficta, in verbo veritátis, in virtúte Dei, per arma justítiæ a dextris et a sinístris: per glóriam et ignobilitátem: per infámiam et bonam famam: ut seductóres et veráces: sicut qui ignóti et cógniti: quasi moriéntes et ecce, vívimus: ut castigáti et non mortificáti: quasi tristes, semper autem gaudéntes: sicut egéntes, multos autem locupletántes: tamquam nihil habéntes et ómnia possidéntes.” –  Deo gratias.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

CORRISPONDENZA ALLA GRAZIA

Fratelli: “Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: «Nel tempo favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salute ti ho recato aiuto». Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salute. Noi non diamo alcun motivo di scandalo a nessuno, affinché il nostro ministero non sia screditato; ma ci diportiamo in tutto come ministri di Dio, mediante una grande pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle battiture, nelle prigioni, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con la purità, con la scienza, con la mansuetudine, con la bontà, con lo Spirito Santo, con la carità sincera, con la parola di verità, con la potenza di Dio, con le armi della giustizia di destra e di sinistra; nella gloria e nell’ignominia, nella cattiva e nella buona riputazione; come impostori, e siam veritieri; come ignoti, e siam conosciuti; come moribondi, ed ecco viviamo; come puniti, e non messi a morte; come tristi, e siam sempre allegri; come poveri, e pure arricchiamo molti; come privi di ogni cosa, e possediamo tutto”. (2 Cor VI, 1-10).

L’Epistola di quest’oggi è tolta dal cap. VI della II lettera ai Corinti. Sulla fine del capo precedente l’Apostolo aveva annunciato due grandi verità : a) Gesù Cristo sulla croce era stato personalmente sostituito al peccatore, perché venisse la riconciliazione tra questo e Dio; b) Dio incarica gli Apostoli, quali ambasciatori di Cristo, di promuovere tra gli uomini questa riconciliazione. E ricorda come egli nella sua qualità di ambasciatore abbia veramente imitato Gesù Cristo, compiendo l’opera sua tra numerose privazioni e difficoltà. Così rispondeva anche, in modo indiretto ma efficace, a quei che denigravano il suo ministero. Da questo passo prendiamo occasione per parlare della corrispondenza alla grazia, che dobbiamo:

1 Accogliere a tempo,

2 Rendere fruttuosa,

3 Invocare da Dio.

1.

Nel tempo favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salute ti ho recato aiuto. Sono parole tolte da Isaia che ilSignore rivolge al Messia, il quale prega e soffre per laredenzione degli uomini. Esse contengono l’assicurazione, che la preghiera del Messia è stata esaudita, e che iltempo messianico è il tempo dell’abbondanza delle grazie. S. Paolo, richiamate ai Corinti le parole d’Isaia, soggiunge: Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salute. E la Chiesa richiama queste parole dell’Apostolo a tutti i fedeli, indicando loro, come tempo specialmente accetto a Dio, il tempo quaresimale nel quale le sue grazie abbondano. «Che cosa — commenta S. Leone M. — è più accetto di questo tempo, che cosa è più salutare di questi giorni, in cui si intima la guerra ai vizi e aumenta il progresso di tutte le virtù?» (Serm. 40, 2). L’invito, però, ad abbandonare i vizi e a progredire nella virtù, se nel tempo quaresimale è più insistente da parte della Chiesa, non manca mai negli altri tempi dell’anno. Fin che l’uomo vive è sempre visitato dalla grazia di Dio. E se la grazia di Dio non sempre opera, è perché l’uomo non l’accoglie. La divina grazia illumina la mente dell’uomo, ora facendogli conoscere la bruttezza del peccato, perché si decida a lasciarlo; ora facendogli vedere la bellezza della virtù, col richiamargli alla mente gli esempi di coloro che sprezzano i piaceri mondani, per servir da vicino gli insegnamenti del Vangelo. Altre volte lo scuote mettendogli innanzi la speranza deibeni futuri, o lo atterrisce col pensiero delle pene eterne. Più spesso lo turba con l’ammonizione del Battista: «Non ti è lecito» (Matt. XIV, 4). Non ti è lecito mantenere quella pratica, non ti è lecito covare nel cuore quell’odio; non ti è lecito ritenere quella roba; non ti è lecito una vita dimentica di Dio e del prossimo; non ti è lecito il cattivo esempio che dài. Ora cerca di attirarlo con i benefici; ora con le tribolazioni o con le croci. Il Crisologo, parlando della vocazione di S. Matteo, dice: « Dio lo vide, affinché egli vedesse Dio» (Serm. 30). Matteo non ebbe paura della vista di Dio, di guardare Gesù che veniva a lui. E quando Gesù gli disse: «Seguimi», Matteo si alzò e lo seguì» (Matt. IX, 9). Alcuni son pronti come S. Matteo ad accogliere l’invito di Dio, a uscire dalla via delpeccato, a lasciare le occasioni, a darsi al servizio delSignore. Ma la maggior parte si merita il rimprovero che leggiamo nei libri santi: «Invitai e vi siete rifiutati, stesi la mano e nessuno si diede per inteso» (Prov. I, 24). Paurosi di sorgere dallo stato in cui si trovano, non accettano l’invito che Dio loro offre. Approviamo pienamente l’atteggiamento di Santo Stefano, che rinfaccia agli Ebrei la loro continua resistenza allo Spirito Santo; e noi continuiamo a resistere agli inviti della grazia. Con quale conseguenza? Quella di attirar su noi l’ira del Signore nel giorno del giudizio, se continueremo a disprezzare le ricchezze della sua benignità. «Poiché coloro che disprezzano la volontà di Dio che invita, sentiranno la volontà di Dio che vendica» (S. Prospero d’Aquit., Resp. ad cap. obiect. vinc. 16).

2.

L’Apostolo a render più efficace l’esortazione, fatta ai Corinti, di non lasciar infruttuosa la grazia, mostra come egli si è diportato nell’adempimento del suo dovere. Noi non diamo alcun motivo di scandalo a nessuno, affinché il nostro ministero non sia screditato; ma ci diportiamo in tutto come ministri di Dio, mediante una grande pazienza nelle tribolazioni. E passa a narrare quanto ha sofferto e operato nel suo ufficio di collaboratore di Dio nell’opera della salvezza. La grazia aveva chiamato Paolo all’apostolato. Come si vede, egli non considera la grazia come un tesoro da nascondere sotto terra. Nessuno potrebbe rimproverargli d’aver ricevuto la grazia di Dio invano. – La grazia di Dio invita gli uomini a operare nello stato, cui ciascuno è chiamato. Non tutti, però, si sentono di operare secondo la volontà di Dio. Ci sono i pusillanimi che hanno paura di sbagliare in tutto, come se fossero abbandonati alle sole proprie forze; come se Dio, che vuole la loro cooperazione, non prestasse la sua assistenza. Costoro non corrispondono a una data vocazione, ricusano di entrare in quello stato, non accettano il tal posto, nel quale potrebbero far tanto bene, avendo avuto da Dio i doni necessari. Ci sono, e questi formano il maggior numero, gli infingardi i quali non fanno il bene che dovrebbero e potrebbero fare, per paura della fatica. Per essi Dio, che domanda la loro cooperazione, è un padrone duro, esigente, che richiede troppo, che vuole ciò che essi non potrebbero dare; e finiscono col non dar niente. E finiranno anche col perdere quello che da Dio han ricevuto. La sorte di costoro è quella del servo della parabola. Egli ha ricevuto dal padrone, che doveva partire, un talento. Scava la terra, e ve lo nasconde. Quando, dopo lungo tempo, il padrone ritorna e fa i conti col servo, questo gli dice: «Signore, sapevo che sei un uomo duro e mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso: ebbi paura e andai a nascondere il tuo talento sotto terra: eccolo qui». E il padrone risponde, chiamandolo: «servo iniquo e infingardo»; e dice ai suoi: «Toglietegli il talento che ha, e datelo a colui che ha dieci talenti » (Matth. XXV, 14 segg.). Quelli che non fanno profitto delle grazie che Dio accorda loro, se ne vedranno un giorno privati, e riceveranno il meritato castigo. Al contrario, chi si serve delle grazie prime, cooperandovi diligentemente, ne riceverà delle maggiori. Nessuno confida danaro da trafficare a chi lo rinchiude in un forziere o lo seppellisce sotto terra. Lo si affida a chi sa farlo rendere, di più. È naturale che chi sa far fruttare la grazia ricevuta, ne riceva di sempre maggiori. E così egli va accumulando i meriti che porta con sé la docilità all’azione della grazia; va moltiplicando le azioni virtuose nel rinunciare alle proprie inclinazioni per seguire le ispirazioni della grazia; e nel giorno del rendiconto si vedrà arricchito oltre ogni aspettativa.

3.

La grazia, da alcuni, viene respinta quando Dio l’offre; da altri non si prende in considerazione; altri la perdono dopo averla ricevuta. E allora, avessero pure per il passato imitato San Paolo nello zelo per le opere buone, non possono ripetere con lui, siamo stimati come privi d’ogni cosa e possediamo tutto. Quando si è perduta la grazia si è perduto tutto, in merito alla vita eterna. Ma fin che siamo su questa terra siam sempre in tempo a trar profitto dalla grazia, di Dio. Opera della grazia di Dio è il risorgere dal peccato; opera della grazia di Dio è il non cadervi: opera della grazia di Dio è il progredire generosamente nella via della perfezione. Se abbiamo perduta la grazia, dobbiamo implorarla da Colui che ne è la fonte. «Tutti. — dice S. Arrostino — con piena fede e certa fiducia, si accostino all’Autore della vita, affinché quelli che hanno la vita vivano d’una vita più piena e perfetta, e quelli che sono morti tornino a vivere» (Serm. 98, 7). Durante questa vita mortale Dio non abbandona mai il peccatore del tutto. Egli torna sovente a invitarlo alla conversione. Preghiamolo ardentemente che ci faccia sentire la sua voce; che ci scuota; che ci dia la forza di accoglierla. Diciamogli con grande fiducia: «Seconda col tuo aiuto i nostri voti, che tu pel primo c’inspiri » (Oremus nella Messa di Pasqua). Se, per nostra fortuna, serviamo fedelmente il Signore, ricordiamoci che « dipende dalla sua misericordia, se noi possiamo perseverare a prestargli servizio » (S. Ilario, Tract. in Ps CXVIII, 10). Rallegrati della grazia del Signore, se la possiedi, « non devi stimare, però, di possedere un dono di Dio, come per diritto ereditario, così da essere sicuro come se non lo potessi mai perdere» (S. Bernardo, In Cant. cantic. Serm. 21,5). Anche qui c’è bisogno dunque della preghiera. Dobbiamo rivolgerci a Dio e supplicarlo che ci tenga sempre lontani da ciò che è nocivo, e che ci diriga con la sua grazia. Anche coloro che s’adoperano sul serio a render fruttifera la grazia di Dio, vanno soggetti a momenti di stanchezza e di sfiducia. Sarà sempre quella che è chiamata l’arma dei deboli, che bisogna usare in quei momenti. « Quando adunque ti senti abbattere dalla tiepidezza, dall’accidia e dalla noia, non devi sfiduciarti o desistere dall’esercizio spirituale, ma chiedi la mano di Colui che aiuta» ( S. Bern. 1. c.). Se la voce di Dio non l’abbiamo ascoltata per il passato, ascoltiamola ora. Essa verrà ancora a scuoterci. Camillo de Lellis sente a 18 anni la voce della grazia che lo invita a lasciare il mondo, quando, rimasto orfano di padre, con una piaga al piede che lo rende inabile a1 servizio militare, edificato dal contegno di due cappuccini, fa voto di entrare nel loro ordine. Ben presto, però, dimentica il proposito. Scacciato dall’ospedale degli incurabili a Roma pel suo carattere rissoso e insubordinato, si dà alle armi. Guarito per virtù dei sacramenti da un’infermità che lo riduce in fin di vita, si getta a nuove avventure, mettendosi al servizio della Spagna. Giunto a Napoli, dopo esser stato liberato da una terribile tempesta per la protezione della Vergine, si dà così pazzamente al giuoco, da perdervi armi e abiti. Costretto dalla necessità a condur calce nella costruzione di un convento in Manfredonia tra gli insulti e gli scherni, egli il discendente di nobile prosapia, che era andato in cerca di celebrità e gloria nella professione delle armi, non si decide ancora a ritornare a Dio. Un giorno, lungo una via deserta che conduce al convento di Manfredonia, ripensa alle gravi parole udite la sera innanzi da uno zelante padre cappuccino. Dio gli manda un raggio splendente della sua grazia, e Camillo, novello Saulo, sceso dal giumento, si getta a terra ed esclama : « O me infelice! Perché non ho conosciuto prima il mio Dio e non l’ho servito?… Perché ho sempre resistito ostinatamente alla sua grazia?…» (Der heil. Kamillus T. Lellis und sein Orden. Freiburg, 1914, p. 11). Se, come Camillo De Lellis, per il passato abbiam sempre resistito ostinatamente alla grazia del Signore, pieghiamoci finalmente come lui e diamoci vinti. Meglio tardi che mai. Rinunciamo oggi stesso, in questo momento, al peccato. Cominciamo oggi stesso, in questo momento, nelle circostanze in cui ci ha posti la Provvidenza, a servir Dio. Mettiamoci subito a fare quanto avremmo voluto aver fatto in punto di morte. Con la Chiesa preghiamo Dio che ci faccia docili. «La tua grazia, te ne preghiamo o Signore, ci preceda sempre e ci segua: e ci conceda di esser sempre occupati in opere buone» (Oremus della messa della Dom. XVI di Pentecoste).

 Graduale

Ps XC,11-12

Angelis suis Deus mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum.

[Dio ha mandato gli Ángeli presso di te, affinché ti custodíscano in tutti i tuoi passi. Essi ti porteranno in palmo di mano, ché il tuo piede non inciampi nella pietra.]

Tractus.

Ps XC: 1-7; XC: 11-16

Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorántur.

V. Dicet Dómino: Suscéptor meus es tu et refúgium meum: Deus meus, sperábo in eum.

V. Quóniam ipse liberávit me de láqueo venántium et a verbo áspero.

V. Scápulis suis obumbrábit tibi, et sub pennis ejus sperábis.

V. Scuto circúmdabit te véritas ejus: non timébis a timóre noctúrno.

V. A sagitta volánte per diem, a negótio perambulánte in ténebris, a ruína et dæmónio meridiáno.

V. Cadent a látere tuo mille, et decem mília a dextris tuis: tibi autem non appropinquábit.

V. Quóniam Angelis suis mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

V. In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum,

V. Super áspidem et basilíscum ambulábis, et conculcábis leónem et dracónem.

V. Quóniam in me sperávit, liberábo eum: prótegam eum, quóniam cognóvit nomen meum,

V. Invocábit me, et ego exáudiam eum: cum ipso sum in tribulatióne,

V. Erípiam eum et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum, et osténdam illi salutáre meum.

[Chi abita sotto l’égida dell’Altissimo, e si ricovera sotto la protezione di Dio.

Dica al Signore: Tu sei il mio difensore e il mio asilo: il mio Dio nel quale ho fiducia.

Egli mi ha liberato dal laccio dei cacciatori e da un caso funesto.

Con le sue penne ti farà schermo, e sotto le sue ali sarai tranquillo.

La sua fedeltà ti sarà di scudo: non dovrai temere i pericoli notturni.

Né saetta spiccata di giorno, né peste che serpeggia nelle tenebre, né morbo che fa strage al meriggio.

Mille cadranno al tuo fianco e dieci mila alla tua destra: ma nessun male ti raggiungerà.

V. Poiché ha mandato gli Angeli presso di te, perché ti custodiscano in tutti i tuoi passi.

Ti porteranno in palma di mano, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Camminerai sull’aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone e il dragone.

«Poiché sperò in me, lo libererò: lo proteggerò, perché riconosce il mio nome.

Appena mi invocherà, lo esaudirò: sarò con lui nella tribolazione.

Lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni, e lo farò partécipe della mia salvezza».]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt IV: 1-11

“In illo témpore: Ductus est Jesus in desértum a Spíritu, ut tentarétur a diábolo. Et cum jejunásset quadragínta diébus et quadragínta nóctibus, postea esúriit. Et accédens tentátor, dixit ei: Si Fílius Dei es, dic, ut lápides isti panes fiant. Qui respóndens, dixit: Scriptum est: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo, quod procédit de ore Dei. Tunc assúmpsit eum diábolus in sanctam civitátem, et státuit eum super pinnáculum templi, et dixit ei: Si Fílius Dei es, mitte te deórsum. Scriptum est enim: Quia Angelis suis mandávit de te, et in mánibus tollent te, ne forte offéndas ad lápidem pedem tuum. Ait illi Jesus: Rursum scriptum est: Non tentábis Dóminum, Deum tuum. Iterum assúmpsit eum diábolus in montem excélsum valde: et ostendit ei ómnia regna mundi et glóriam eórum, et dixit ei: Hæc ómnia tibi dabo, si cadens adoráveris me. Tunc dicit ei Jesus: Vade, Sátana; scriptum est enim: Dóminum, Deum tuum, adorábis, et illi soli sérvies. Tunc relíquit eum diábolus: et ecce, Angeli accessérunt et ministrábant ei.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XV.

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente gli venne fame. E accostatoglisi il tentatore, disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ che queste pietre diventino pani. Ma egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giù; imperocché sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giù; imperocché sta scritto: che ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani, affinché non inciampi talvolta col tuo piede nella pietra. Gesù disse: Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte molto elevato; e fecegli vedere tutti i regni del mondo, e la loro magnificenza; e gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Vattene, Satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi lui solo. Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco che gli si accostarono gli Angeli, e lo servivano” (Matth. IV, 1- 11).

Quanto più si studia il Santo Vangelo, tanto più si viene a riconoscere l’immensa bontà, che Gesù Cristo ebbe per gli uomini. Volendo egli essere il loro perfettissimo modello in tutte le circostanze della vita, dopo di avere con una umiltà ammirabile ricevuto il battesimo, che amministrava S. Giovanni Battista, per seguire l’impulso dello spirito di Dio, disceso sopra di Lui, si recò nel deserto a subire le tentazioni del demonio. E ciò Egli fece appunto, sia per avvertir noi delle prove, a cui ci sottopone la nostra condizione, sia per mostrarci col suo esempio i mezzi, che abbiamo per scampare dal pericolo, sia ancora per meritarci la grazia di trar profitto dagli stessi assalti del demonio. Epperò ben a ragione diceva S. Agostino, che Gesù Cristo ha permesso al demonio di assalire Lui, perché pur troppo avrebbe pure assalito noi. Ecco adunque il Vangelo di questa prima domenica di quaresima: la tentazione di Gesù nel deserto. Ricordiamolo pertanto e facciamovi sopra qualche salutare considerazione.

1. In quel tempo, dice il Vangelo, vale a dire dopo il battesimo, Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente gli venne fame. Con queste prime parole il Vangelo di oggi mettendoci innanzi l’esempio della penitenza di Gesù Cristo, ci mostra senz’altro l’obbligo, che noi abbiamo della medesima, se vogliamo essere a Lui conformi. Imperocché se Gesù Cristo che era l’innocenza in persona volle tuttavia darsi alla penitenza, che cosa non dovremo fare noi, che non siamo più innocenti? Ecco adunque perché la Chiesa, massime in questo tempo, a nome di Dio e di Gesù Cristo tanto ci raccomanda la penitenza. Che se la poca salute, la giovane età, il lavoro e lo studio, in cui dobbiamo occuparci, ci impediscono le vere penitenze, facciamo quel tanto che per noi si può. Non mancano modi di supplire a tale impotenza, mentre sotto il nome di penitenza si comprendono tutte le opere afflittive, che riescono di mortificazione o al corpo o allo spirito. Tali sono l’astenersi da certe ricreazione e passatempi, non solo pericolosi, come sarebbero gli spettacoli del mondo, ma anche da certi altri per sé leciti ed onesti. Mortificar la curiosità, che ci tira a voler sapere molte cose inutili; mortificar gli occhi tenendoli modesti e ben custoditi; mortificare la lingua, evitando tante ciarle oziose, tanti discorsi vani, e amando il silenzio e il raccoglimento; mortificar la gola, privandoci di certi cibi più ghiotti, di certe bevande geniali; mortificare la vanità del vestire e la smania di comparire, vestendo con tutta semplicità senza seguire le pazze mode del mondo, e lasciando le pompe e le gale: sopportar pazientemente le intemperie delle varie stagioni senza lamentarci; fuggir la delicatezza e la mollezza, che ci fanno cercare in tutto ogni nostra comodità e contentamento, sono tanti bei modi di far penitenza.Buona materia di penitenza ci daranno anche i doveri del proprio stato, sopportando con rassegnazione i pesi, le noie, gli imbarazzi e le fatiche, che arrecano con sé, facendo tutto con esattezza e con buon ordine, senza stancarci, e offrendo tutto a Dio per soddisfazione dei peccati commessi. Così anche la violenza che dobbiamofare a noi stessi per vincere le passionie i rispetti umani, per mortificare la nostra cattiva volontà, per superare le tentazioni, che ci combattono, per praticare con fedeltà e costanza i mezzi necessari per conservarci e crescere sempre più nella grazia di Dio, per tenerci lontani dalle occasioni e pericoli di peccare. Ottima penitenzaè pure la pazienza nel sopportare le tribolazionie le croci, che in tante maniere ci affliggono, prendendo tutto con rassegnazione dalle mani di Dio, senza brontolare, confessandoci meritevoli di molto peggio, e unendo i nostri patimenti a quelli di Gesù Cristo in espiazione delle nostre colpe.Tuttavia, sebbene in tutti questi modi noi possiamo fare penitenza, resta sempre doveroso il digiuno per chi ne ha la possibilità ed ha compiuto il ventunesimo anno. Il digiuno viene indicato dallo stesso Redentore come un’arma potente nelle mani del Cristiano per vincere le tentazionidel demonio. Affinché l’anima sia forte, è d’uopo che sia affievolito il corpo. Allorché io son debole, dice l’Apostolo, allora è ch’io son forte! Imperocché la virtù si perfeziona nella debolezza. Il Cristiano ò forte nella debolezza, dice S. Ambrogio, quando la sua carne è mortificata dai digiuni, e l’anima sua impinguata dalla purità, giacché quanto alimento si sottrae al corpo, altrettanta santità e grazia si aggiunge all’anima. E tale appunto è stato lo spirito della Chiesa nella istituzione del digiuno e della quaresimale penitenza; e quanti Cristiani non vogliono intendere questo spirito della Chiesa e trattano il digiuno con una leggerezza inconcepibile, cercando di accomodare alla loro debolezza le sante prescrizioni della quaresima, sono Cristiani che non pensano punto a conformarsi all’esempio di nostro Signor Gesù Cristo, e che di Cristiano hanno il nome, ma non le opere. Abbiamo adunque coraggio e buona volontà, certi che quanto più con la penitenza pagheremo di qua, tanto di meno ci resterà a pagare di là; e così accumuleremo un bel capitale di meriti da contrapporre ai debiti contratti coi peccati commessi. Mentre siamo in vita Iddio si contenta di poco; ma dopo morte usa una giustizia più rigorosa. Un sol giorno di purgatorio arreca più pena e tormento che non tutti insieme i patimenti di questo mondo. Il far penitenza ci costa, è vero, qualche disagio e travaglio; ma animiamoci ancora col riflettere alla gloria e beatitudine eterna, che ci procura. Felici noi, se, come ebbe a dire S. Giovanni della Croce comparso dopo morte, potessimo ripetere: Benedette penitenze, che mi avete fruttato tanta contentezza e tanta gloria in cielo per tutta la beata eternità!

2. Prosegue il santo Vangelo dicendo: « E accostatosegli il tentatore, disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ che queste pietre diventino pani. Ma Egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giti; imperocché sta scritto, che ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani, affinché non inciampi talvolta col tuo piede nella pietra. Gesù disse: Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte molto elevato; e fecegli vedere tutti i regni del mondo, e la loro magnificenza; e gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Vattene, satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi Lui solo. Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco che se gli accostarono gli Angeli e lo servirono ».

Ora da tutte le diverse tentazioni che Gesù Cristo permise al demonio di rivolgergli contro, e da tutti i diversi modi, con cui gliele rivolse, si rende chiaro come Gesù voglia anzitutto che noi per guardarcene fissiamo bene la nostra attenzione sulla malizia del demonio, poiché quanto meglio conosceremo la malignità d’un nostro nemico, tanto maggior impegno noi metteremo ad evitarla. Or bene quale e quanta è la malizia del demonio! – Il demonio, nota S. Cipriano, è chiamato serpente, perché a mo’ del serpe striscia e insensibilmente s’insinua, nascondendo il suo avanzarsi, affine d’ingannare. Così grande è la sua astuzia, così fine e scaltre sono le sue arti, che, per così dire, fa scambiar il giorno con la notte, il veleno col rimedio. Di questo modo, sostituendo la menzogna alla verità, giunge a togliere di mezzo la verità medesima. Epperciò S. Paolo ammoniva i Corinti che satana si trasforma in angelo di luce affine di sedurre. La malizia, la scaltrezza, gli artifizi di satana in ciò principalmente si manifestano: che osserva e guarda i luoghi meno muniti e difesi, secondochè dice S. Gerolamo; e che non presenta mai all’uomo, come notava già S. Giovanni Crisostomo, il peccato allo scoperto, ma sempre travestito e camuffato. Egli ne cela la bruttezza e gli dà l’apparenza ed il nome di dolcezza, di felicità, e ben anche di virtù. Audacissimo come è, vorrebbe pure, dove l’osasse e il potesse, farci di primo getto cattivi al pari di lui, ma scaltro di troppo, ei prevede che sconcerebbe l’opera sua; vorrebbe pure assalirci a forza aperta, ma, maligno al sommo, teme che la preda gli scappi; quindi egli procede per gradi, come appunto cercò di fare con lo stesso Gesù Cristo, tentandolo prima di sensualità, poi di vanità e di orgoglio, e da ultimo di ambizione e di amore alle ricchezze. Anzi egli studia le particolari inclinazioni e vi si adatta: quindi non solleticherà di lussuria l’avaro, né tenterà d’avarizia l’impudico: trasporterà invece l’ambizioso a vagheggiare grandi onori; spianerà l’orgoglioso ad adorare se medesimo; stuzzicherà la fame nell’uomo dato alla gola. In un modo seduce il libertino, in un altro il savio, differentemente ancora lo scrupoloso. Assale il fanciullo, il giovane, l’uomo maturo, il vecchio, ciascuno secondo l’età, la complessione, l’inclinazione propria. Di questo attacca il corpo, di quello lo spirito: talora ferisce all’esterno, tal’altra all’interno; tasta il lato debole e per questo monta all’assalto; presenta il fiore e nasconde la spina; indora il calice e vi mesce il veleno. Osservate, ei va gridando, com’è bello questo fiore! che soave olezzo tramanda! Vedete com’è elegante questa coppa! Ah, se assaggiaste che soave e delizioso liquore essa contiene! bevete, tracannate. Alla fin fine non è che un pensiero, dice lo spirito maligno, un semplice sguardo, una piccola compiacenza. Provate; poi ve ne asterrete a vostro talento: ecchè? voi cercate il piacere e non l’assaporerete? Così agisce il demonio. E se tale è la sua malizia, non importa adunque di usare la massima attenzione per guardarsene e riportarne vittoria? Ed ecco perciò come nostro Signor Gesù Cristo dopo d’averci fatto riflettere sulla malizia del demonio vuole altresì, che noi consideriamo attentamente in che modo Egli la combatté e la vinse, affine di far noi il somigliante.

3. Ed in qual modo Gesù combatté e vinse il demonio? Col non fermarsi punto a ragionare e discutere con lui, col metterlo in imbarazzo con la sua profonda umiltà. Così appunto riconoscono e S. Girolamo, e S. Agostino, e S. Ambrogio. Ed in vero alla prima tentazione di fare un miracolo col convertire le pietre in pane, Gesù rispose: Non di solo liane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Alla seconda tentazione di gettarsi giù dal pinnacolo del tempio, confidato nell’assistenza degli Angeli, Gesti rispose: Sta scritto: non tenterai il Signore Dio tuo. Ed alla terza tentazione di guadagnare tuttii regni del mondo con l’adorazione del demonio,rispose anche più arditamente di prima: Vattene satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi lui solo. Or ecco i mezzi, che dobbiamo ad operar anche noi per riportar vittoria nelle tentazioni. Anzi tutto non discutere col demonio, ma romperla tosto non appena siamo tentati, ed anche prima di essere tentati, col fuggire risolutamente le occasioni. Chi non è risoluto di fuggire le occasioni ed i pericoli, e non li fugge davvero, farà ridere il demonio, quand’anche andasse a confessarsi sovente e facesse i più santi propositi. Bisogna fuggire, bisogna star lontani, aver paura, e non fidarsi della buona volontà risoluta, che sembra di avere. Chi ama il pericolo, dice il Signore, in esso perirà. E ciò vale in genere per ogni peccato; ma in modo particolare per il maledetto peccato della disonestà, che porta tante anime in perdizione. Il peccatore disonesto non si libera certo dal suo vizio abbominevole, se non fugge a tutto potere le cattive compagnie, i discorsi osceni, gli sguardi immodesti, le famigliarità e le confidenze peccaminose, la libertà di trattare, le letture cattive, i trattenimenti pericolosi e tutti quegli oggetti, quelle persone, quei luoghi, che gli sono di incentivo e di stimolo al peccato. Ricadrà di continuo nei suoi peccati, e fino a tanto che continua volontariamente nelle occasioni prossime, non gli giovano i Sacramenti, non gli servono le orazioni, le pratiche di pietà e tutti gli altri mezzi. Egli è abbandonato da Dio, mentre col mettersi nell’occasione si getta volontariamente fra le braccia del demonio. Bisogna adunque fuggire ad ogni costo, per quanto si può, pronti a qualunque sacrificio, perché  si tratta dell’anima. « Se il tuo occhio, dice Gesù Cristo, ti è occasione di peccato, cavalo e gettalo via. Sarà meglio andar in Paradiso con un occhio solo, che con due precipitar nell’inferno (Matth. XVIII, 9) ». Non basta chiudere l’occhio, ma bisogna cavarlo e gettarlo via, e ciò significa che, per quanto è possibile, bisogna ad ogni costo lasciare e fuggire quei luoghi, quelle persone, quegli oggetti, quei trattenimenti, che ci sono occasione di peccato, ci fossero anche cari ed utili quanto gli occhi. Le mezze misure non bastano: e tutte le ragioni che arrecano certi infelici per non troncare le occasioni prossime volontarie, in cui stanno avviluppati, non sono di solito, che pretesti e scuse vanissime loro suggerite dalla passione e dal demonio per tradirli e trascinarli in perdizione. Oh Dio! quanti vi son precipitati per questa strada fatale delle cattive occasioni! Quanti per non aver fuggito le occasioni pericolose, anche nel punto di morte sono ricaduti nei loro peccati e sono passati all’eternità nella disperazione! Eppure per alcuni non valgono nemmeno queste gravissime considerazioni per tenerli lontani dall’occasione del peccato. A costoro converrebbe almeno che capitasse quel che S. Agostino racconta essere capitato ad un Cristiano di tal fatta. Racconta questo santo, che un certo uomo per quanto fosse avvisato, pregato, scongiurato da persone zelanti di abbandonare una casa che frequentava con grande scandalo, e con grave danno dell’anima propria, perché gli era occasione di peccato, mai volle indursi a lasciarla, dicendo che non poteva farlo, mettendo in campo mille ragioni e pretesti. Un giorno avvenne che in quella stessa casa gli fu regalato un carico di bastonate veramente solenni. Credereste? Subito abbandonò la casa; tutta l’impossibilità sparì, e di lì innanzi non si vedeva neppur passare per quella contrada. Quello che non poterono il timore di Dio, e l’amor dell’anima, come diceva poi S. Agostino, giunse ad ottenerlo il bastone. Che bel rimedio sarebbe questo per togliere a tanti l’impossibilità, che pretendono avere di abbandonare le male pratiche, una cattiva compagnia e tante altre occasioni di peccato! Che predica efficace sarebbe quella del bastone!Ma il fuggire le occasioni non basta ancora per vincere le tentazioni: ci vuole inoltre una grande umiltà, vale a dire una tale diffidenza di noi medesimi che ci induca a mettere ogni confidenza in Dio, ed a ricorrere a Lui prontamente per aiuto. Deboli come siamo, la minima tentazione può farci cadere: perciò, ogni nostro aiuto essendo posto nella grazia del Signore, bisogna  a Lui ricorrere, confessargli la nostra impotenza, domandargli che ci risparmi quelle grandi tentazioni in cui soccomberemmo, e che in quelle altre, con le quali ci vuole sperimentare, si degni sostenerci, e darci forza d’uscirne vittoriosi.Soccorsi e protetti da Dio, non abbiamo nulla a temere; essendo Egli assai potente da farci vincere qualunque tentazione e da rendercele anche utili. E Dio ci proteggerà, quando non ci esporremo temerariamente al pericolo, e se gli chiederemo aiuto nelle tentazioni che non possiamo evitare. Allora non saremo soli a combattere, ma Dio combatterà con noi, e perciò sicura sarà la vittoria. S. Benedetto mentre se ne stava nella sua grotta di Subiaco, intento notte e giorno nella preghiera, venne assalito da una forte tentazione contro la purità. Di cuore pregò Dio che ne lo liberasse. Ma vedendo che continuava, comprese che il Signore lo voleva mettere alla prova, voleva cioè che combattesse. Perciò spogliatosi delle sue vesti, si gettò fra le spine e le ortiche, e vi si ravvoltolò di modo, che ne uscì tutto grondarne sangue per le ferite che aveva fatte al suo corpo. In questo modo trionfò di quel terribile assalto che il demonio gli aveva dato. Seguiamo ancor noi questi ammirabili esempi dei Santi. Piuttosto di cedere alle tentazioni, sottomettiamoci anche noi, se ciò è necessario, a qualche grave mortificazione, ed allora, dopo di aver sempre vinto il demonio nel corso di nostra vita, ci sarà dato certamente di poterlo vincere, anche al punto di morte. E gli Angeli, come dopo le tentazioni di Gesù Cristo si presentarono a Lui per servirlo, in quell’estremo punto, dopo d’averci protetti in vita, verranno a prendere l’anima nostra per portarla in seno a Dio.

 Credo …

Offertorium

Orémus Ps XC: 4-5:

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus. [Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Secreta

Sacrifícium quadragesimális inítii sollémniter immolámus, te, Dómine, deprecántes: ut, cum epulárum restrictióne carnálium, a noxiis quoque voluptátibus temperémus.

[Ti offriamo solennemente questo sacrificio all’inizio della quarésima, pregandoti, o Signore, perché non soltanto ci asteniamo dai cibi di carne, ma anche dai cattivi piaceri.]

Communio

Ps XC: 4-5

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus.

[Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Postcommunio

Orémus.

Qui nos, Dómine, sacraménti libátio sancta restáuret: et a vetustáte purgátos, in mystérii salutáris fáciat transíre consórtium. [Ci ristori, o Signore, la libazione del tuo Sacramento, e, dopo averci liberati dall’uomo vecchio, ci conduca alla partecipazione del mistero della salvezza.]

LO SCUDO DELLA FEDE (52)

LO SCUDO DELLA FEDE (52)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murte, FIRENZE, 1858]

FALSITA’ DEL PROTESTANTESIMO

CAPITOLO II.

SI CONVINCE FALSO IL PROTESTANTISMO DALLE PERSONE CHE LO PROPAGANO.

Direte forse che se erano cattivi quei primi Maestri, non sono cattivi quelli che vi parlano adesso del Protestantismo. Miei cari, se anche fossero buoni, non dovreste ascoltarli, perché non vi ripetono altro che quello che hanno detto quei primi Protestanti malvagi. Ma il vero si è che anche questi sono tali da vergognarsene a seguitarli. State attenti che hanno la pelle di pecora che li ricopre, ma dentro sono lupi. – Io voglio farveli conoscere un poco. Prima sono ignorantissimi, poi sono superbi, poi sono avari, poi sono torbidi ed inquieti. – Chi sono costoro che vi vogliono ammaestrare?? se fossero anche Dottori, Letterati, Avvocati, Medici, non sarebbero per ciò maestri di Religione. L’avere studiata una Scienza, non dà il diritto d’insegnarne un’altra non studiata. Ditemi: potrebbe un calzolaio, perché sa fare le scarpe, fare anche il sarto e cucire gli abiti? Un avvocato saprebbe condurre l’aratro come Io conducete voi? Eh certo no. Ciascuno la sua professione. Ora come dunque potrebbe un Medico, un Dottore, perchè hanno studiato il modo di curare le febbri o di trattare le cause, parlare con scienza e profondità della Religione? Bisogna aver fatto gli studi necessari. Questi studii necessarii sono difficili, sono ardui, sono scabrosi, richiedono molto tempo, molta fatica: epperò è che neppure a loro dovreste dar retta, quando vi venissero ad inzuffolare alle orecchie certe proposizioni contro la S. Fede: perché quando voi sapete il Catechismo, di queste cose ne sapete quanto loro. Ma se dunque neppure un uomo di lettere qualunque, perché non ha fatti gli studi necessari, non potrebbe insegnarvi queste cose, dite, non sono ridicoli quelli che vi si danno per maestri in questa grande scienza e non sono mai stati scolari? Imperocché parliamo chiaro: chi sono quelli che si presentano a voi per farvi da maestri? Sono calzolai, sono sarti, sono barbieri, sono scarpellini, sono maestri da muro, sono contadini pari vostri. Oh non è questa la più ridevole cosa del mondo? Domandate adunque un poco a questi Maestroni, quando hanno imparata la Teologia, se al bischetto quando tiravano lo spago, o quando affilavano il rasoio, o quando cucivano le cappe, o portavano il vassoio della calcina. Domandate loro, quando hanno studiato i gran libri di S. Agostino, di S. Girolamo, di S. Gregorio, di S. Ambrogio, di S. Gio. Grisostomo, di S. Tommaso e di tanti altri gran Santi della Chiesa. Credono essi che disputare della Religione sia lo stesso che fare la saponata per la barba, o murare una finestra, o rimettere i tacchi ad una scarpa? Arroganti e superbi! Sapete dove hanno fatti i loro studii? Hanno letto qualche pezzo di una Bibbia guasta e corrotta, senza saperla leggere, senza intenderla, ed hanno appreso di viva voce da qualche mariuolo pari loro quattro spropositi, e adesso vi fanno i maestri addosso, e condannano il Papa, i Teologi e tutti quei grandi uomini che fiorirono nella S. Chiesa per tanti secoli, che riempirono le biblioteche dei loro dotti volumi, che propagarono la Fede con le loro s. predicazioni, che l’autenticarono coi miracoli loro, che la confermarono anche col loro sangue. Oh temerità veramente diabolica! E di qui voi potrete vedere quale sia anche la loro superbia. L’anteporsi che fanno a tutti quei gran Santi, basta a darvene un’idea. L’osare di contraddire tutti i sapienti che sono ora nella Chiesa, tutti i legittimi Pastori, tutti i Sacerdoti. ve lo potrà far comprendere anche meglio. Né vale a scusarli quella ragione sciocca che adducono, che essi seguono il puro Vangelo, che seguitano Gesù Cristo, e che però non sono superbi se fanno cosi. No, non vale questa ragione, perché sarà sempre vero che essi hanno la pretensione di conoscere da sé soli il puro Vangelo meglio che i sacerdoti che l’hanno studiato, meglio che tutta la S. Chiesa, la quale non l’intende a loro modo. Se non è questa una superbia infernale, al mondo non vi è più superbia. Del resto per convincervene affatto, fate così: mirateli un pochino questi nuovi dottori, mirateli all’importanza che si danno, al modo con cui insegnano, come sputano tondo sopra tutte le questioni anche più sublimi e più difficili, come pretendono di capir tutto, di poter fare i maestri a tutti, come si vantano del loro sapere, come vanno tronfi e pettoruti, allorquando hanno da fare con quelli che non hanno fatti studi su quelle materie di cui discorrono: pare che abbiano il tripode della sapienza in corpo, tanto sono vani ed orgogliosi. Son proprio quei maestri di errore che Gesù Cristo ci avvertì di fuggire. Ma vi è altro ancora sul loro conto. Volete che io ve lo confidi? Ci è anche una buona dose d’interesse in questi Apostoli dell’errore. Vengono da voi col collo torto e fingendo di volervi insegnare la verità, e tutto per amor delle vostre anime: ma non ci credete; più che delle vostre anime, preme loro dei propri corpi e più che del vostro vantaggio, s’interessano della propria borsa. Avete da sapere che i Protestanti hanno nei loro paesi fondate delle società per propagare gli errori delle loro sette, e contribuiscono perciò di molto denaro. Ora con questo danaro si stipendiano poi questi maestrucoli che vanno girando per le campagne e si comprano le anime a tanto il giorno. Se voi direte loro questo, faranno le viste di andare in collera, ma state pur certi che vanno in collera appunto perché sono toccati sul vivo. Le prove si hanno a migliaia, in Genova, in Savoia, nell’Irlanda, in Firenze stessa, dove parecchi che si erano lasciati miseramente ingannare, dopo di essersi convertiti hanno poi pubblicamente manifestato che ricevevano i tre, i quattro, i cinque paoli il giorno come prezzo di loro apostasia, e come salario per tirare anche altri nello stesso laccio di dannazione. Anime vili che trafficano il sangue prezioso di Gesù Cristo per un infame danaro come già fece Giuda! Ma e che interesse possono avere nei paesi Protestanti a spendere tanto per rovinare le nostre anime? Giacché volete sapere anche questo, ed io ve lo dirò e con tanto maggiore certezza, quanto che alcuni di loro un po’ imprudenti se lo sono lasciato fuggire dai denti, chiaro e spiattellato. Veggono quei galantuomini i nostri bei paesi; le nostre belle campagne ricche di ogni bene del Signore, veggono tanti bei pascoli pel bestiame, veggono tanti bei campi pieni di frumenti e di ogni maniera di legumi, veggono le nostre belle vigne cariche di ogni sorta d’uve, veggono i nostri oliveti produrre tanta copia d’olio, veggono i nostri gelsi che bastano ad allevare tanto numero di filugelli, veggono tante sorta di frutta che ci spuntano in ogni stagione, e come essi nei loro freddi paesi non hanno tutti questi beni, fanno all’amore con le nostre campagne e città. Vorrebbero mettervi sopra una zampetta, per goderli essi rubandoli a noi. Per arrivare a questo intento, la prima cosa è affratellarsi con noi, stringersi a noi: ma perciò come veggono che è di grande ostacolo la diversità della Religione, cercano in primo luogo di farci Protestanti come loro. Quando avranno fatto questo primo passo e vedranno di avere buon numero di seguaci, sperano di potere fare qualche altra cosa. Stringono quell’amicizia che il lupo stringe con le pecore, si cacciano in casa nostra col pretesto del commercio e vanno spillandoci tutto il bello e tutto il buono, come hanno fatto già in altri paesi: e se non basta rubar tutto ciò con buona grazia, e se l’occasione si presenta di fare qualche  cosa di più; per esempio un po’ di rivoluzione … mandare a spasso qualcuno … e chiamare in casa qualche altro … non lasciano poi di farlo. Avete osservato come fanno certe buone donne quando in Chiesa vi domandano un cantoncino di banco? Sulle prime basta loro ogni poco, poi a mano a mano si accomodano tanto bene, che tocca a voi lasciar loro tutto il posto. Per concludere adunque siate sicuri che tutto questo affare del Protestantismo altro non è che un vilissimo interesse che muove quei che vi predicano e quelli che li mandano, e perciò gettano sulle prime un poco di danaro come voi gettate la sementa, sperando di raccogliere a suo tempo molto di più. – Un’altra cosa vogliono da voi certi altri. E che vorrebbero? Fare un po’ di rivoluzione e levare la castagna dal fuoco con la vostra zampa, per non bruciarsi la loro. Vi ricordate di tutte belle teorie che pubblicavano nel quarantotto? L’unione d’Italia, l’indipendenza d’Italia, e tanti bei paroloni vi promettevano l’oro a sacca da godersi tuttodì con le mani in panciolle? Essi vorrebbero rimettere in piedi tutte quelle baldorie perché riescono di profitto a loro, se non a voi. Ma come fare? I governi tengono aperti gli occhi, ed anche i popoli si sono disingannati di tanti sogni dorati e non si lasciano più accalappiare. Non si possono più fare i conventicoli ed i capannelli, dove si parli della politica. Si fa dunque così, si lasciano stare le cose del governo e si finge che si tratti soltanto di religione. Cercano di arrotarvi come Protestanti sotto le loro bandiere, per scoprirsi al giorno della rivolta e farvi diventare rivoluzionari e ribelli; con che fanno un tradimento nerissimo a voi, alle vostre famiglie e vi espongono a tutti i pericoli a cui sono esposti i nemici della società. In una parola si fingono maestri di religione, e sono ministri di rivoluzione. Nè queste sono cose nuove. Han fatto così nella Germania, così nella Francia i Protestanti, or sotto nome di Anabattisti. or sotto nome di Ugonotti, ed hanno scompigliati altamente tutti quei regni. Macchinano lo stesso a dì nostri, e variato solo il paese in cui operano, ed il pretesto sotto cui lavorano, lo scopo è sempre lo stesso, abbattere ogni governo e giungere ad una sfrenatissima libertà. – Avrei ancora qualche altra cosetta sul conto di questi maestri e fabbricatori d’ eresie da confidarvi, ma ve la dirò in segreto più sotto.