GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 2° Corso di Esercizi Spirituali (15)

Nostra conversatio in cœlis est

15. La Madonna

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

Parliamo della Madonna. Un corso di Esercizi senza parlare della Madonna, come si potrebbe fare? Voglio dirvi perché ne parlo. Non è semplicemente perché è argomento direi d’obbligo e argomento così insito alla pietà cristiana che non se ne può fare a meno, ma perché c’è un altro motivo, e anche un motivo per averlo tenuto in finale. Il motivo è questo. Ho cercato attraverso questi SS. Esercizi di richiamarvi ad avere niente più di quel che si deve di stima al mondo e senza abbandonarlo — perché non lo possiamo abbandonare; è qui che abbiamo il campo della nostra prova —. Ho cercato di invitarvi a collocare conversatio nostra  in cœlis. Vi ho indicato alcuni elementi, e abbiamo fatto anche una specie di esercizio di considerare taluni argomenti dall’ alto, proprio per abituarci a collocare il più alto possibile la nostra vita, la nostra abitudine mentale e il criterio direttivo della nostra esistenza. – Ma tutto questo bisogna che avvenga “humano modo”, perché siamo uomini. Ecco l’ultimo argomento: humano modo. Noi non siamo esseri astratti; non siamo spiriti, ombre, Angeli; siamo uomini, fatti di umanità, circondati di umanità, sospinti, tirati e sommersi dall’ umanità. E pertanto il discorso sulla Vergine Madre del Signore equivale a queste due parole: tutta la conversatio in cœlis, ma humano modo. La S. Vergine è, per via della sua caratteristica di Madre, quella che nella nostra vita permette a tutte le cose umane di diventare divine e fa sì che tutte le cose che sono divine si umanizzino e arrivino al nostro livello. Non dimenticatelo mai. Questa è l’ultima parola che vi lascio a chiusura degli Esercizi: la Vergine santa è il gradino per arrivare alla conversatio in cœlis. Perché, per quanto noi vogliamo realizzare questa conversatio in caelis, la ragione dell’umanità che ci circonda, che ci compone, che ci sommerge, crea certamente una serie di problemi, di difficoltà, di carenze, di ombre che hanno una soluzione messa da Dio e si chiama: la Madre del Signore, la VergineMadre di Dio. La caratteristica fondamentale della SS. Vergine è questa: che essa è la Madre di Dio. Qui c’è tutto. Tutto il rimanente è per questo e in ragione di questo. Noi dobbiamo credere e ritenere per certo che nello scegliere una creatura a tale ufficio, Dio, nella sua eterna scienza dei futuri e dei futuribili, ha visto i motivi per scegliere Maria piuttosto di qualunque altra creatura. Perché Iddio fa le cose bene, e tutte le cose hanno sempre una ragione eterna, e questa è la grande antifona del merito personale della Vergine. Se è stata scelta Lei, la scienza dei futuri e dei futuribili ha indicato a Dio che il merito di questa Vergine la poneva dinanzi a tutto e a tutti perché fosse la prescelta. Ma tutto è in Lei perché è stata la Madre di Dio. Perché è Madre di Dio? Perché ha dato a Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, quello che danno tutte le altre madri: il corpo, e l’ha dato in modo superiore a tutte le altre madri, perché in ragione della sua verginità, per miracolo unico nel genere umano, nella storia degli uomini, Maria SS. è stata la causa unica della divina maternità; per cui la verginità della Vergine fa la Madonna più Madre di tutte le altre madri: cosa che non bisogna dimenticare. Essa è la Madre per eccellenza, e questo vuol dire che è Madre in un ordine che ha tutto quello che hanno tutte le altre madri più qualche cosa di molto grande, proprio perché è Vergine. Perché è Madre di Dio? Perché il concetto di maternità è una relazione, è un rapporto, e il concetto di maternità lo si rivela sempre dal termine del rapporto. Tutte le altre madri che cosa danno ai loro figli? Danno solamente il corpo; non danno né l’anima né la personalità; eppure le chiamiamo solo madri del corpo del figlio o madri del figlio? Sono madri del figlio e non semplicemente madri del corpo del figlio. E dandogli il corpo, il rapporto, la relazione con chi è instaurata? Col termine a cui è dato il corpo, cioè con la persona del figlio, che è creata da Dio. E allora si qualificano dal termine della relazione di cui le madri pongono l’obiettivo fondamento dando il corpo: siccome lo danno alla persona del figlio, si dice che sono madri del figlio. È la stessa cosa per la Madre di Dio: essa ha dato il corpo umano al Figlio di Dio, ma a chi l’ha dato? Lo ha dato alla Persona eterna del Verbo, perché il soggetto terminale di questa relazione, di questo rapporto, è il Verbo stesso, non la creatura, e pertanto la relazione è contratta con Lui, col Verbo. Ecco perché essa è la Madre di Dio: Theotocos. Voi sapete che cosa è successo quando Nestorio ha cercato di attaccare questa verità: la Chiesa si è alzata in piedi, col Concilio che ha lasciato nell’antichità l’impressione più commovente nell’anima del popolo cristiano, il Concilio Efesino. È successo questo: che quando hanno proclamato la divina Maternità della Madonna contro l’eresia di Nestorio, il popolo, che sente sempre la Madre, sempre, ha fatto ciò che non ha fatto per nessun altro Concilio, il popolo di Efeso si è armato di torce — la sera del giorno in cui è stata fatta la definizione finale e la condanna di Nestorio — ed è andata a prendere i Padri del Concilio e li ha portati in trionfo al chiarore delle torce. Tutto quello che fa grande la Vergine è che è Madre di Dio: tutti gli altri privilegi sono stati dati ad essa perché è Madre di Dio; Vergine perché è Madre di Dio; Immacolata perché è Madre di Dio. Ma io vi ho detto che essa è il gradino; è quell’elemento che porta la humanitas nella conversatio nostra in cœlis e permette che, ad onta della nostra umanità, noi possiam vivere in modo tale da dire che la vita nostra est conversatio in cœlis. Debbo dire la ragione. Guardate dov’è laragione. Maria è stata il gradino di tutto. Perquale motivo S. Luca e S. Matteo hanno datola genealogia di Gesù Cristo? Per quale motivoS. Paolo ha fatto un così vivo riferimento a quellagenealogia dicendo chiaro che Gesù Cristo è « fatto» da Adamo, è fatto dalla carne, è fatto da unadonna (Gal. IV. 4)? Perché Gesù Cristo è stato ingrado di riversare capacità divine nel genere umano e togliere il peccato che gli uomini non potevano togliere perché li superava? Perché Gesù Cristo ha preso sopra di sé il peccato di tutti gli uomini? Ma credete che sia una cosa semplice? Per quale motivo Gesù Cristo ha potuto prendere sopra di sé il peccato di tutti gli uomini e quindi, come dice S. Paolo, ha potuto ricapitolare il genere umano in sé stesso e fare la sostituzione vicaria, che è l’aspetto più commovente della Passione del Signore? La ragione è che Gesù Cristo poteva rappresentare tutti gli uomini. Ma per quale motivo Gesù Cristo poteva rappresentare tutti gli uomini e pertanto ricapitolarli in sé stesso? Li poteva rappresentare tutti, gli uomini, perché Lui apparteneva alla famiglia umana, il che vuol dire che non era soltanto della specie umana, corpo e anima come noi; no, non sarebbe stato sufficiente questo; sarebbe mancato il collegamento; sarebbe stato collegato al genere umano come poteva essere collegato, se ci fossero, ai marziani. Era necessario questo collegamento fisico: bisognava che Egli fosse fisicamente, per la generazione, collegato con Adamo, capo del genere umano e primo peccatore e responsabile, e collegato con tutti gli altri uomini, ma collegato fisicamente: perché è la colleganza fisica che rende gli uomini fratelli. E allora Gesù Cristo ha potuto rappresentare tutto il genere umano perché Lui ha appartenuto, non solo alla specie umana, ma alla famiglia umana, e vi ha appartenuto in modo da essere collegato fisicamente con tutti gli uomini. È per questo che S. Paolo insiste: « factum ex muliere ». Factum; badate bene che è persino, si direbbe, grossolana la parola, ma necessaria: « fatto da una donna ». È stato inserito nella famiglia umana, collegato fisicamente con tutti gli uomini da redimere perché ha avuto il corpo umano per generazione naturale, salva la verginità della Madre. E così, per via della Madre, ecco l’anello, ecco il punto senza il quale si romperebbe tutta la catena; e per via della Madre, e soltanto per via della Madre, è stato collegato a tutti gli uomini ed è collegato a noi. – Io vi prego di osservare questa catena. La Vergine Madre di Dio è l’anello che lega tutto, tutto. Se si spezzasse questo anello, io non potrei essere redento, non potrei essere Cristiano, non potrei avere la grazia, non potrei salvarmi. Tutto passa di là. C’è qualcuno che ha da obbiettare qualche cosa? Ma se Dio ha voluto così! Ve l’avevo detto che quello è il gradino, perché è Madre: tutto è lì. Ecco come e perché la Vergine entra, ed entra in quell’ordine di cose, di elementi che io ho prospettato fin dall’inizio di questa nostra conversazione. La Madre. Bisogna vederla così: Mater Dei. Mi piace che quest’immagine della Madonna abbia il Bambino in braccio. Dobbiamo ricordarci che nella iconografia la Vergine, finché i tempi sono stati profondamente cristiani, non è stata mai separata dal Figlio, perché è la Madre. Sulla fine del ‘300 e nel ‘400 soprattutto, per opera dell’Umanesimo, si è cominciato a rappresentare la Vergine Madre senza il Figlio. Non dico che sia un errore teologico, no; si può rappresentare, è chiaro. Ma non è mai l’immagine più completa della Madonna, perché Ella è tutto quello che è perché è la Madre. E tutto ciò che essa rappresenta per noi, lo rappresenta perché è la Madre. Voi sapete che la interpretazione data da tutta la Tradizione Cattolica, e pertanto accettabile, al brano che ci viene riportato al cap. XIX dell’Evangelo di Giovanni, ci indica che Gesù Cristo l’ha data per madre a noi, e quindi è nostra Madre. Gesù dalla croce dice alla Madre, accennando con la testa a Giovanni: « Donna, ecco tuo figlio », e a Giovanni, accennando con la testa alla madre: « Ecco tua madre ». Egli allora agì umanissimamente, come se non fosse stato Figlio di Dio, come se non avesse avuto nessuna risorsa in mano, perché Gesù Cristo, per quel che lo riguardava, si è sempre diportato così: non ha mai voluto fare miracoli per accomodarsi le cose, mai, nemmeno per cambiare prima del tempo la testa ai discepoli, i quali il giorno in cui è andato in cielo gli han dato, alcuni di loro almeno, uno spettacolo che avrebbe fatto perdere la pazienza a chiunque. Ha sempre voluto mantenere le cose che lo riguardavano direttamente nell’ambito delle umane possibilità. Non ha mai cambiato, Lui, le pietre in pane per sveltire una questione economica. No. Mai. Ha cambiato l’acqua in vino per gli altri, per tenere una comitiva di buona gente onestamente allegra a un pranzo di nozze. Ma per sé no. E allora Gesù Cristo, che anche sulla croce è rimasto coerente a essere perfettamente uomo, ha provveduto a sua Madre come se non avesse nulla in mano. E l’ha raccomandata al discepolo, all’unico presente. Chi c’era d’altri? Pietro? Se l’era data a gambe dopo uno spettacolo che non gli ha fatto onore. Quanto agli altri, eh! hanno camminato ancora più di Pietro; perché Pietro almeno ha avuto il coraggio di seguirlo fino all’atrio. E allora Gesù, come un qualunque condannato a morte — come sono commoventi questi limiti piccoli, questo ridursi a una umanità — come un qualunque condannato a morte, senza prospettive qui in terra, con una Madre che rimaneva sola, l’ha lasciata a Giovanni. Quelli che dicono: gli altri figli! Ma se c’erano degli altri figli, l’avrebbe lasciata a loro! – Ma tutto questo, in una interpretazione cattolica che ha tale fondamento da poter essere accettata, significa, e del resto la storia di poi lo dimostra, che l’ha data a noi come Madre. Ce l’ha data Gesù Cristo, il che è coerente con tutta la dottrina della comunione dei Santi, con tutto il ritmo divino che si mantiene inalterato in tutti i diversi piani della redenzione. Maria è la Madre. Badate che come Madre nella nostra vita ce l’ha messa Iddio. E noi che cosa dobbiamo fare? Ritenerla così; è nostra Madre, quella che permetterà che noi arriviamo alla conversatio in cœlis in tanti momenti e in tante aridità; e quando le cose divine saranno difficili, e quando le cose umane saranno difficili e forse ripugnanti; e quando le cose divine saranno sul margine dell’ aridità; e quando le cose umane saranno in pieno deserto. È lei la Madre! Lasciatela entrare così nella vostra vita, ma pienamente, sempre, ogni giorno. Noi dobbiamo ricordarci di essere figli, cioè piccoli. Guardiamoci un po’. Passano gli anni, sì, ma abbiamo sempre bisogno di una maternità sopra di noi. In fin dei conti i ricordi più belli della vita di ogni uomo sono quelli di sua madre. Egli cresce, potrà diventare grande, dotto, pieno di arie, ma è sempre bambino, sempre, e ha sempre bisogno di una madre. Quando eravamo piccoli, avevamo paura a star soli. E allora si chiamava: mamma! Quando eravamo piccoli, il buio ci intimoriva e ci faceva strillare; probabilmente abbiamo obbligato nostra madre a vegliarci finché non avevamo chiuso gli occhi perché avevamo paura del buio. Oggi ci sono altre solitudini; oggi non piangiamo più se andiamo in una camera la sera o siamo soli; ma ci sono ben altre solitudini, ben altre solitudini che si chiamano aridità. Ci sono ben altre ombre, ben altri problemi, che possono essere tutti quanti simboleggiati dalla notte e dalle ombre della notte. E allora abbiamo bisogno di una madre. Questo bisogno non finisce mai, mai. A certi termini propri dell’infanzia se ne sostituiscono altri ai quali forse una madre terrena non può bastare, per quanto rimanga sempre incredibilmente grande. Quando eravamo piccoli e venivano i temporali e c’erano i tuoni e i fulmini, scappavamo terrorizzati; ma quando si trovava nostra madre, era finita la paura. Oggi probabilmente non abbiamo più paura dei temporali e dei fulmini. Ma ci sono altri temporali, altri fulmini. E noi rimaniamo sempre eternamente piccoli, siamo impenitentemente piccoli. Quando eravamo bambini, non avvertivamo mai alcun pericolo, se eravamo in braccio a nostra madre. Qualunque cosa succedesse, bastava che ci prendesse in braccio. Basta! finiva tutto. – Ho letto una volta su un giornale che un operaio americano, dovendo riparare non so che aggeggio sulla cima più alta di un grattacielo di New York, che doveva essere di 360 metri o giù di lì, si è portato lassù il suo bambino di 2-3 anni, si è attaccato all’asta che doveva riparare e c’è andato col bambino. E a un certo punto, mentre si teneva all’asta con una mano, tenendo il bambino con l’altra, l’ha sporto fuori, nel vuoto. E il bambino rideva. Ci si accappona la pelle a pensarci. I giornalisti, quando i due sono scesi, sono corsi a interrogare il bambino di 2-3 anni: « Di’, non hai avuto paura? » Il bambino rispose: « No, ero con papà! ». È perfettamente logico. Quando un bambino è con sua madre, con suo padre, non ha più paura di nulla. Gli altri continueranno ad aver paura, lui no. Abbiamo avuto bisogno anche noi, mille volte, di poter saltare in braccio a qualcuno che ci stringesse; e una volta che siamo stati in braccio … l’abbiamo tanto anche adesso questo bisogno, molto di più di quando eravamo piccoli, molto di più, credete! Vi sono tante cose umane che a un certo punto si fanno aride, sabbiose, si fanno senza umore, senza luce, si fanno pesanti e ci tolgono la forza, e tremano le gambe, vacillano, non sappiamo più dove appoggiarci. E quante volte ci sono delle cose divine che abbagliano, acciecano, impauriscono. Volontà di Dio: sono cose divine; ma come si fa a far questo? È tremendo! Come si fa a portare sto peso? Eh! bisogna trovare un braccio che ci pigli su, non c’è niente da fare! Tutta la vita. Guai al Cristiano che non capisce questi termini umani della sua esperienza, questi termini reali delle sue proporzioni. Potrebbe essere paragonato a uno che debba mangiare e gli manchino tutti i denti. – La verità è questa: l’anello, ve l’ho fatto vedere teologicamente, l’anello, aperto il quale si rompe tutta la catena, chiuso il quale tutta la catena sta, è la Madre. E rimane così. Il ritmo divino è che quello che fu « ab initio » sempre debba essere così. Quello che è stato nel Vangelo si protrae come un piano che faccia la sua proiezione all’infinito. Guai se noi dimentichiamo che siamo sempre dei bambini! Diventiamo grandi, ci danno delle responsabilità, qualche volta ci siedono in trono. Io dico a me stesso: se avessi solo la paura che avevo da bambino! Beh! di paura non ne provo tanta, ma di casi da aver paura, ne avessi solo tanti quanti ne avevo da bambino, sì che salterei, canterei, folleggerei! Come ci si sente piccoli! Sempre più piccoli. Quando crescono le cose intorno a noi, noi si diventa sempre più piccoli. Siamo dei bimbi! non c’è niente da fare. E abbiamo bisogno di una mamma. Ricordatevi che questa Madre c’è, e interviene sempre. Io vi invito a leggere, quando potrete, la vita postuma della Madre di Dio. La vita della Beata Vergine Maria ha un capitolo, e quello sta in cielo, e di quello cantiamo lode “sine fine” e va bene; a vedere non ci andiamo, perché per adesso non si può. Ma vi sono altri due capitoli quaggiù. Uno è la sua vita, della quale sappiamo poco, ma tanto quanto basta per entrare in una venerazione immensa per Lei. E poi c’è un’altra vita sua, un altro capitolo, la parte postuma, dal momento in cui è andata in cielo fino a noi, fino a oggi, fino alla fine dei tempi, quaggiù in terra. Ella viene a passeggiare sulla terra. Viene sul serio. Tutte le apparizioni della Madonna! A fare questa storia e a vederla nell’insieme, è commovente. Ho già avuto occasione di accennarvi, parlandovi del Regno di Dio, di quel tale dispositivo strategico che è stato fatto al tempo della Riforma protestante, che ha protetto l’Italia e gli altri paesi cattolici; quei santuari sorti poco prima o poco dopo, messi proprio ai valichi. Per esempio, chi legge la storia della Svizzera del XVI e XVII secolo, fino alla metà, capisce perché c’è stato il santuario di Tirano, messo lì, allo sbocco, dove scendevano abitualmente. Piantato lì, e li ha fermati. C’è stato un momento che la Valtellina era già in mano dei protestanti, ed è stato quel santuario che ha salvato la Valtellina. E dappertutto così. È commovente. Un giorno, nel Messico, e fosse stato un giorno solo!, tutti i giorni nel Messico i signori spagnoli d’allora, al seguito di Cortes e di Pizarro, facevano discriminazione tra americani e messicani, indigeni del paese e spagnoli di razza bianca. Li volevano convertire, ma non avevano superato le barriere razziali. Pensate che nell’America del Sud il motivo per cui ancora oggi mancano sacerdoti è dovuto al fatto che non accettavano al Sacerdozio gli indigeni del paese. Guardate che cosa succede: arriva la Madre. Appare nel ‘500, pochi anni dopo, a Guadalupe, e appare a un indiano al quale dà ordine di trasmettere la sua volontà a chi comanda. Non credono che la Madonna abbia parlato a un indiano; lo guardano con l’occhio del cànone. Ma arriva Lei. E sorge così il primo santuario mariano di tutto il nuovo mondo, quasi a indicare che bianchi e neri sono uguali. A ricordare tutti gli altri avvenimenti c’è da commuoversi. C’è insita una poesia, un disegno da cui esce fuori un palpito da lasciare estasiati. Le finezze di questo intervento sono di una grazia inarrivabile. Ci sono tanti momenti dell’anima, che noi conosciamo, in cui il gradino per poter salire è soltanto Lei. Ricordatevi di lei, lasciatela entrare come le si conviene, da Madre. In una Udienza di S. S. Papa Giovanni XXIII [l’antipapa massone 33:. A. Roncalli – ndr. – ], a un tratto il S. Padre mi disse: « La vede quella Madonna? Vicino a Sotto il Monte c’è quella immagine della Madonna. La Vergine in piedi, e il Bambino a cui dà la mano. Il Bambino è grande e la Madonna gli porge la mano ». Dare sempre la mano alla Madonna: ricordatelo! Il gesto che vi permetterà di superare, di rischiare, di completare, di addolcire, di vincere, di convincere, di fortificare, di sostenere, di rimanere diritti, di non perdere l’equilibrio; il gesto, ricordatevelo, ricordatevelo sempre, che vi permetterà di mantenere quella conversatio in cœlis che è stata l’oggetto di questi Esercizi Spirituali sarà sempre questa: tenete la vostra mano nella mano della Madre di Dio.

[Fine del 2° corso]

Indice del II Corso.

« NOSTRA CONVERSATIO IN CÆLIS EST »

1. Nostra conversatio in cœlis est . . . »

2. Il fine della vita »

3. Le cariche »

4. Il peccato »

5. La morte »

6. Il metodo »

7. L’Inferno »

8. Il tesoro nascosto »

9. Il Regno di Dio »

10. La SS. Eucaristia »

11. La S. Messa »

12. La preghiera »

13. La divina Liturgia »

14. Sapienza e fortezza »

15. La Madonna »

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 2° Corso di Esercizi Spirituali (14)

Nostra conversatio in cœlis est

14. Sapienza e fortezza

[G. SIRI: Esercizi spirituali, Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi, 1962] –

Per reggere tutto l’edifìcio e perché veramente e praticamente si arrivi a far sì che la nostra vita sia conversatio in cœlis, bisogna che in noi vi siano due cose: la sapienza e la fortezza. Quando il Vescovo dà la Cresima, stendendo le mani sul capo del cresimando, invoca solennemente che Dio gli conceda i sette doni dello Spirito Santo. Ora io non posso parlarvi di tutti e sette i doni, perché bisognerebbe cominciare un altro Corso di Esercizi. E allora parlo dei due che sono i più importanti, ossia: la sapienza e la fortezza. Cominciamo a parlare della sapienza. – A proposito della nostra sapienza, vi sono due parti: una la fa Iddio, e di questa non abbiamo da parlare perché Dio sa benissimo quello che deve fare; l’altra l’abbiamo da fare noi, e di questa invece dobbiamo parlare con una certa accuratezza. Che cos’è la sapienza? La sapienza è quella dote dell’anima per cui essa sa vedere, capire, coordinare le cose perché tutte siano atte al loro fine e all’ultimo fine: questa è la leggera parafrasi della grande definizione della sapienza data dalla Scolastica. In linguaggio povero, la sapienza è il buon senso. È ciò che si chiama il giudizio, per cui si dice: uno non ha giudizio, uno ha poco giudizio, uno sta perdendo il giudizio. E tutti, anche se non sanno dare definizioni scolastiche « per genus et differentiam specificam », quindi perfette, capiscono bene di che cosa si tratta. Noi intendiamo quindi parlare di sapienza tutte le volte che parliamo di giudizio o di buon senso. Dalla definizione essenziale bisogna passare un po’ a quella descrittiva. Il buon senso, ossia la sapienza, è un insieme di cose e risulta da tante cose: da meditazione, considerazione, ponderazione, riflessione. Però questa sapienza ha la sua innervatura nella umiltà profonda; è la umiltà che permette di vedere il vero coni è, senza veli, senza alterazioni e senza comode riduzioni. Senza umiltà non si vede mai una cosa giusta a questo mondo. Perché senza l’umiltà, una colonna rotonda la vedrete quadrata, se vi comoderà. Senza umiltà, una torre, se vi comoderà, la vedrete come se fosse un mercato, e così via. Se vi comoderà, un uomo giusto vi sembrerà un furfante e, se vi comoderà, un furfante vi sembrerà un santo. Talvolta si riesce a misurare di colpo il grado di umiltà, o viceversa, di una persona, sentendo i giudizi che dà sugli altri. E pertanto nella sapienza la virtù dell’umiltà ha un posto predominante, a tal punto che, mancando l’umiltà, generalmente crolla la sapienza. Rimarrà la furbizia, ma è una cosa diversa; rimarrà l’intuizione: l’intuizione può portare il suo contributo alla sapienza, ma non è la sapienza; rimarrà l’abilità, la diplomazia, l’intelligenza; ma tutte queste cose non sono la sapienza. Il fatto di capire profondamente le cose nella verità e assumerle per adattarle e coordinarle al loro proprio fine e al fine ultimo, il che è tutta una visione simultanea e multipla di proporzioni, richiede che noi, per vederle, siamo nel punto giusto. E questo lo dà soltanto l’umiltà quando è alimentata dalla esperienza. Notate bene che l’esperienza è un frutto d’umiltà, perché il superbo non fa esperienza. Il superbo raccoglie motivi consentanei al proprio istinto, che è una cosa diversa dall’esperienza. Per fare una esperienza che sia valevole, bisogna avere la mente così sgombra da pregiudizi, da preconcetti, da ragioni precostituite, da interessi precostituiti, da mire d’orgoglio, di vanità o d’altro, che l’esperienza, cioè il fatto conosciuto e analizzato, entri nella sua verità senza essere deformato come fanno gli specchi concavi che deformano tutto. Voi vedete dunque che bisogna avere la preoccupazione di arrivare nella vita a questo buon senso che poi calibra tutto: il buon senso calibra, proporziona, ordina, trattiene i furori e anche gli zeli smodati, fa sempre prendere la giusta via, concilia, non spinge al compromesso ma fa trovare la strada per cui si concilia senza il compromesso; il buon senso dà quella patina umana alle cose per cui si sente, si ravvisa, e se ne gode, la maturità. Noi diciamo che una persona è matura quando abbiamo motivi per credere che ormai sia veramente una persona di buon senso. E il buon senso è il condimento di tutti i cibi; è come il sale. Il buon senso è il condimento di tutti gli uffici, di tutti i doveri, di tutte le imprese e, ricordatevelo bene, di tutto l’apostolato. Non è possibile avere nostra conversatio in cœlis se non c’è il buon senso. Perché senza il buon senso, cioè senza la sapienza, la gente si crede di avere conversatio in cælis quando stravede, quando è isterica o giù. di lì, e non è affatto in cielo. Si crede di vedere, di sentire, di sapere, di avere divine comunicazioni, ma non è vero. La ragione è che manca la sapienza, manca il buon senso, e pertanto si prendono lucciole per lanterne. Si scambia l’oriente con l’occidente; uno si sente male e si crede di avere dei rapimenti; ha appetito e crede di svenire per l’amore di Dio. Un fornitore della sapienza è anche la scienza; e bisogna parlare un pochino dello studio. Ricordatevi una cosa: che non si vive di reddito, cioè non basta aver studiato una volta. Non basta assolutamente. Nella vita bisogna continuare a studiare e a mantenersi aggiornati. E ciò vale, credo, per tutti coloro che hanno determinati compiti e che a un certo momento della loro vita hanno dovuto studiare. Se non si studia, le rotelle si arrugginiscono, e dopo essersi arrugginite, si sclerotizzano e finiscono col diventare statiche. E la sclerotizzazione nel campo puramente intellettuale porta anche a una forte sclerotizzazione nel campo morale. Persino le cose più elementari si vedono male, non si capisce ilproprio tempo, si va avanti con sistemi che potevano essere validi cinque, dieci anni avanti. Oggi il mondo cammina, galoppa. Il ritmo della vita è tale che oggi, in dieci anni, noi viviamo un secolo. Quelle trasformazioni che nella storia abbiamo veduto verificarsi in cento anni, noi oggi le vediamo realizzarsi in 25 anni, in 20 anni, qualche volta si direbbe in 10 anni. Ora questo induce a una misura precauzionale, perché si può rimanere indietro; si possono perdere tutti gli autobus, se non ci si tiene in contatto. E il contatto lo si fa certamente con l’esperienza; ma 1′ esperienza la si legge bene quando c’è lo studio. Lo studio deve esserci sempre nella vostra vita, perché se non lo avrete, avrete sì un contatto con la realtà nell’apostolato, ma non lo saprete leggere. Noi dobbiamo acquistare questa sensibilità, credetelo. Voi siete su una navicella di avanguardia, unica nel suo genere e nella sua complessità, in Italia; siete su una navicella essenzialmente d’apostolato. Ma badate bene che il giorno in cui vi si arrugginisse la testa e vi venisse un pochino di sclerosi nella mente, voi rimarreste indietro. Perché le cose di questo mondo cambiano. È  notorio che ogni cinque anni gli impianti industriali di meccanica piuttosto fine debbono rinnovarsi completamente, tanto che nel calcolo economico dei bilanci bisogna considerare l’ammortamento nel giro di cinque anni. Perché, se non si mette da parte quello che occorre, a un bel momento si chiudono tutti gli impianti e si resta lì, e si mangerà aria. Ora la velocità che noi vediamo nel mondo industriale è la stessa nel mondo morale. Se non si studia, non ci si fa; se non si tengono sempre tutte le rotelle ben oleate e ben pronte, con i comandi precisi, con le inibizioni immediate, noi rimaniamo indietro. Vi prego di ascoltare questa testimonianza che vi dà un Vescovo: la mia più grave fatica è tirare: tirare gli altri perché si accorgano per tempo di ciò che accade. E quante volte si ha da fare con teste meravigliose, ma già belle e sclerotizzate. Non si capisce! Quando poi succede che l’andare avanti ha l’apparenza di andare un momento indietro! Avete mai visto i tornanti delle strade? Avete visto che, alle volte, dove inizia il tornante c’è una scaletta. Con quattro salti, anche dopo essersi riposati un momento, si arriva in cima. Chi ha preso la grande strada dice: Io vado avanti. Io vado avanti: ecco è ancora là. E invece, dopo essersi riposati e aver avuto l’aria di rimanere indietro, quattro salti, si è presa la scorciatoia e si è arrivati prima. – E questa, sapete, è veramente la grande tattica della Chiesa. Alle volte pare che rimanga un pochino indietro, la Chiesa come tale, non parlo dei suoi umili e qualche volta anche inutili servitori, ma parlo della Chiesa; pare alle volte che arrivi dopo. Non è vero: lascia al mondo di andare a fare tutto il tornante, un tornante lungo che gira tutto il monte, e finalmente, chissà quando, arriverà cinque metri più in su. Quella invece sta lì tranquilla: lascia andare e si mette a ridere; questa vecchia madre, giovane madre, annosa ma giovane madre, si mette a ridere; sta a guardare. Andate, andate, vedete poi delle vostre gambe cosa ne farete! Quando, dopo tanto girare, arrivano, la trovano già lì, c’era già. Succede sempre così. Ma bisogna che noi, servitori della Chiesa, l’aiutiamo a far questo, a seguire questa sua grande tattica per cui, con l’aria di arrivare dopo, è sempre arrivata prima degli altri. Nella sostanza della sua storia non contano certi episodi perché, avendo un criterio eterno, ha sempre il migliore dei criteri e la più grande delle furbizie. Sempre. Perché ha un punto di riferimento che è talmente al di sopra, ed è talmente perfetto che tutte le altre umane furberie non possono uguagliarla. Però noi, noi singoli, dobbiamo studiare. Permettete che vi dia, anzi che vi ricordi alcune norme. Nello studio la prima regola è sempre quella di delimitare il campo. Chi tiene davanti dei campi troppo vasti non farà altro che camminare su e giù e non combinerà niente. Farà come coloro che in una biblioteca si arrampicano su per una scala e vanno all’ultimo piano, perché l’ultimo piano permette di fare più ginnastica. Quando sono lassù e stanno cercando qualche cosa, supponiamo di storia, vien loro in mente che probabilmente sarà utile sapere una certa nozione di fisica. Scendono giù dalla scala, attraversano tutta la biblioteca, portano la scala di là. Insomma studiano a questo modo. Nello studio la delimitazione del campo è poi sempre una questione di metodo. Ciascuno il campo se lo deve delimitare secondo il dovere che ha, secondo i consigli buoni che ha ricevuto, secondo le indicazioni autorevoli che può ricevere. Campo delimitato: prima regola. Ve ne ricordo una seconda: sceverare ciò che nel campo proprio, delimitato, serve da ciò che non serve. Oggi c’è una tale colluvie di pubblicazioni che sono una delle ragioni più gravi della superficialità della nostra cultura. Perché troppe cose vengono stampate, e non è possibile che siano né pensate né meditate. E succede che tutte queste pubblicazioni servono per fare grandi bibliografie, e c’è la elefantiasi delle bibliografie. Ci sono dei libri che non sono altro che bibliografia. E di fare una bibliografia sono capaci tutti, anche i ragazzini delle scuole elementari. Pochi libri sono veramente afferenti. Ma c’è un altro grave pericolo, quello di perdere il tempo senza concludere niente: leggi di qui, leggi di là, leggi di lì, anche stando nel proprio campo, e non approfondire nulla. E soprattutto il pericolo di non arrivare mai a fare, delle cose che si studiano, una struttura logica. L’arte della lettura dei libri è un’arte che non è di tutti. Io sono convinto che molta gente non impari un bel niente tappezzando i muri di libri che poi non hanno in sé stessi la ragione di essere letti una seconda volta, perché sono stati scelti male. E pertanto vi prego di non dimenticare questa seconda regola dello studio. Guardate di sceverare, di saper sceverare e di sapervi rivolgere a chi può dare consigli per poter sceverare. Perché bisogna tendere quanto è possibile a leggere molto e profondamente i libri che poi si potranno rileggere, i libri ai quali si potrà ricorrere ancora. E vedete bene che la maggior parte dei libri si guardano, si sfogliano un po’, così, si leggicchia un po’ in qua e in là e poi si mettono lì. Riempiono gli scaffali e non servono ad altro. Perché si segue la stupida moda: uno, più nomi sa e più gli pare di essere scienziato: più libri sa citare, e più gli pare di essere un grand’uomo, tanto più se sa infarcirsi dei nomi un po’ esotici, tanto da far strabiliare la gente, in modo da dire delle grosse frasi. Ma con questo bel sistema si finisce che si perde il tempo. Attenti: saper sceverare, saper sceverare. Perché bisogna sempre impiegare il minimo mezzo per ottenere il massimo effetto. La terza regola che mi permetto ricordarvi per il vostro studio è questa: abbiate sempre il criterio di cercare delle strutture logiche. Quando studiate, vedete un po’ se avete già un albero in testa, o un attaccapanni. Perché ciò che trovate di nuovo vi converrà sempre attaccarlo a quest’albero, in modo che sia organizzato in una struttura logica che vi salverà anche dagli sgarri della memoria e vi renderà della gente che pensa. Perché uno pensa tanto quanto ha in testa delle strutture logiche, non quando ha la testa piena di francobolli, attaccati così. – Quindi, come primo lavoro, vediamo un po’ questo o quello che io ho già. L’ho già la struttura? Ce l’ho? Bene. Io vedo dove attaccarmi, in modo che quanto arriva nella mia testa vada al suo casellario, come una partita di libri che arriva, che non rimanga là nel fondo, poi nessuno ritrova più niente, ma se ne vada al suo scaffale, se ne vada nel suo debito schedario, anzi ai due schedari quando si possono fare, per lo meno al primo. Nel caso in cui una struttura non c’è, oh, allora vedete che lo stesso studio richiama e mette in campo le carenze che si hanno. Se non c’è una preparazione filosofica, è difficile affrontare bene le questioni, tutte le questioni di questo mondo. Dico una preparazione filosofica basilare, cioè uno studio della Logica maggiore, della Logica minore e della Metafisica. Badate che lo studio della Logica fa gli uomini infrangibili e li rende tetragoni e buoni argomentatori, capaci veramente di difendere una causa, e poi in sé stessi ben certi e ben sicuri. Molti dubbi o esitazioni che possono venire su una cosa o sull’altra, alle volte sono esaurimento nervoso, alle volte sono osmosi del mondo che non fa altro che vendere la sua merce; ma a volte sono la mancanza di una struttura logica in testa. Studio della teologia. Voi dedicate parte del vostro tempo allo studio della teologia, e questo non sarà mai abbastanza raccomandato perché, in fin dei conti, è dalla sacra dottrina che voi prenderete l’ispirazione. L’apostolato non consiste nell’andare a fare dei salti con delle bandiere sugli spalti né sulle trincee né sulle barricate, e gridare evviva di qui, evviva di là, o abbasso di qui, abbasso di là. L’apostolato consiste nel portare la divina parola, e tutto ciò che è anche scienza umana serve come cuscino sul quale presentare la divina parola. Serve a fare la presentazione perché questa, chiamiamola divina merce, se è presentata bene, è accolta bene. Voi sapete che oggi l’arte di presentare ha degli specialisti. Vi sono specialisti che fanno le vetrine, e i grandi negozianti chiamano gli specialisti a fare le vetrine e li pagano profumatissimamente. Nelle grandi città, almeno, succede così, perché è la vetrina che fa; è la presentazione del prodotto. Ora, ricordatevi che tutta la umana sapienza e l’umana saggezza servono proprio da appoggio per fare la presentazione giusta della parola di Dio; però è la parola di Dio che sta al centro. E per questo voi fate bene a studiare la teologia. Ma nello studiare la teologia ricordatevi che è la storia che la illumina, perché la rivelazione è essenzialmente un fatto storico. Infatti la teologia la si fa tutta con documenti positivi che sono o della Rivelazione o sono garantiti nella esplicazione e deduzione dalla Rivelazione divina e da affermazioni del Magistero ecclesiastico infallibile. E pertanto direi che la teologia ha in sé stessa un procedimento storico. Ed è qui dove si afferma, perché c’è una autorità di Dio rivelante che dà la base logica per fare affermazioni di una sicurezza inconcussa. Ma a un certo punto comincia il lavoro di spiegazione. E bisogna ricordare la distinzione che c’è fra la teologia positiva, che è la prima, che è la vera teologia, e la seconda, che è esplicativa. Nella parte esplicativa fino a un certo punto si può essere assistiti dai documenti della parte positiva, per cui quella spiegazione riveste la stessa autorità che ha la parte affermativa della teologia. A un certo punto, quando si tratta di cose in cui di camminare ce ne sarà per tutti i secoli dei secoli, può cominciare il lavoro che il teologo fa con le sue gambe e va avanti. E allora bisogna essere discreti e cauti, e stare sempre attenti ad avere ben netto il criterio teologico. Perché, ed ecco la seconda cosa che devo dirvi a proposito della teologia, la seconda cosa è il criterio teologico. – I n teologia bisogna avere in un modo quadrato questo criterio teologico, che è la logica della teologia. La teologia si afferma per documento: « credo Deo revelanti et non theologo opinanti ». Il documento è quello che decide: documento della Rivelazione, documento del Magistero della Chiesa, la cui logica si ricostruisce tutta nel trattato De locis theologicis e nel trattato De Ecclesia, che poi ci rimanda al trattato De divina Revelatione e De Christo divino legato. Ma il criterio teologico è questo: che c’è il mezzo per giudicare il documento. Questo che io vi dico è coerente al documento? Sì o no? Ma le mie poesie! Poesie ne posso fare quante ne voglio, ma credo « Deo revelanti et non theologo opinanti ». E ancora, a proposito dello studio della teologia, un altro consiglio. Guardate sempre di mirare all’approfondimento delle grandi linee, mettendo in secondo piano le cose che sono accessorie, secondarie, che non sono le più necessarie. L’errore più tragico che si possa fare è di dare la stessa importanza al tronco dell’albero come a un piccolo filamento che si distacca dall’albero, al tronco della vite come a un piccolo pampino che se ne va vagolando qua e là per l’aria. Questo criterio di distribuzione, di rilevanza delle grandi linee, e queste approfondite fino in fondo, ecco ciò che veramente fa delle impostazioni teologiche quadrate, inconcusse, che servono meravigliosamente alla certezza della fede, a dare la certezza agli altri, a chiarificare tutto. Poiché alle volte certi particolari secondari possono anche essere obliterati dalla

memoria; ma quando c’è questa grande struttura degli elementi fondamentali, tutto e sempre si risolleva, anche se la memoria serve poco. Vi prego di ricordare questo. – Ma ora vengo alla seconda parte, alla quale, purtroppo, per le malefatte del tempo che corre, non posso dare l’ampiezza che avrei voluto concederle. – Cominciamo a parlare della fortezza. La fortezza, lo sapete, è la qualità dell’anima, per cui l’anima sa portare egregiamente i pesi senza curvarsi, per cui l’anima sa resistere alle sollecitazioni, mozioni, istigazioni esterne contro la norma. È una dote dell’anima che non si piega, che rimane ferma, che sostiene la sua parte, che non ha paura. La fortezza ci vuole, perché noi non dobbiamo credere che le cose in noi resisteranno, se le appoggiamo sul sentimento, sugli impeti o sugli incanti dello stesso. No; se le cose si vanno ad appoggiare sul sentimento, non resistono molto. Se si diventa sensibili, ipersensibili, se si fa capo a quella facile devozione che vede una bella vetrata e si mette a piangere e adora Iddio; sente una bella musica e comincia a fare la faccia svanita… no, no; il sentimento è una cosa che viene molto bene, serve, perché è quello che rimpolpa tutto, che imbottisce tutto, dà una vibrazione a tutto; quello che fa sì che nella vita le cose non siano tutti chiodi da succhiare, e pertanto umanizza la vita e il mondo. Il sentimento è una parte rispettabilissima, e sia ringraziato Iddio che ce l’ha messo, perché se non ce l’avesse messo, noi saremmo proprio mal ridotti. Però non si può appoggiare sul sentimento la propria vita spirituale; la vita spirituale deve essere appoggiata sulla volontà. La fortezza è una dote della volontà, è una qualità della volontà. Ma a che serve aver detto che ci vuole la fortezza? Tanto più quando c’è l’opposto. Voi sapete che la virtù della fortezza è direttamente contraria al guaio della debolezza. E la debolezza umana è un capitolo troppo grave, troppo ingombrante, troppo presente dovunque, troppo clamoroso, troppo invadente, troppo pretenzioso, troppo filtrante: filtrante anche quando si dorme, per poterlo trascurare. E pertanto l’elogio della fortezza, che è una dote dell’anima, richiama l’antagonista che è la debolezza. Noi siamo carichi di debolezza, la nostra natura umana, per la sua stessa struttura, è esposta alle prove, perché è creata per essere quaggiù nella prova. E pertanto, di natura sua, è esposta ai terremoti. Ma la disposizione ai terremoti cresce perché il peccato di origine ha lasciato al genere umano un ampliamento di questa debolezza, ha acuito la debolezza naturale, ha portato una debolezza nuova: non ha tolto niente di sostanziale all’uomo: il peccato di origine non gli ha tolto la libertà, come ha detto Lutero, no, ma l’ha lasciata indebolita, e i peccati degli uomini si raccattano su dalla gran debolezza. Voi sapete quanto c’è di ereditario nella vita; lo studio sull’ereditarietà ha rivelato cose che hanno dato ragione alla Chiesa, hanno dato pienamente ragione a quanto la Chiesa, senza sapere delle leggi di Mendel, ha sempre insegnato; sapete che tutta la teoria del subcosciente dà pienamente ragione alla morale della Chiesa, alla virtù della modestia, ecc., predicate da duemila anni, quando sulla teoria del subcosciente non si sapeva un bel nulla. La scienza arriva a dar ragione alla fede; arriva in ritardo, perché sono i soliti tornanti, è vero? Arriva in ritardo, bene o male, ma poi arriva a darle sempre ragione. Come, in fondo, oggi le ultime scoperte nucleari danno pienamente ragione alla teoria ilemorfica di S. Tommaso. È sempre la storia dei tornanti. Ma attenti che noi, se non abbiamo un criterio esatto su questa debolezza che c’è nella nostra natura e non sappiamo fare i conti con questo dato reale, non resistiamo nella vita spirituale, assolutamente. Nel trattato De gratia actuali c’è una proposizione che è certa, non opinabile, la quale dice che senza la grazia di Dio nessun uomo può osservare per lungo tempo, con le sole forze naturali, tutta la legge. Se poi guardiamo all’esperienza, quel « per lungo tempo », lo accorciamo molto. E allora vedete che a questo punto, consci che occorre una fortezza spirituale, consapevoli della nostra debolezza, noi dobbiamo capire che ci occorre la grazia di Dio. Parlo della grazia di Dio attuale, cioè erogazione divina di mozioni, di energia divina data alla mente e alla volontà dell’uomo perché possa evitare il male, fare meglio il bene, tutto il bene e camminare verso l’ottimo. Erogazione di energia divinamente data in modo discretissimo e senza che la coscienza psicologica direttamente la possa avvertire. Dio è discreto: entra senza chiedere al portinaio le chiavi; ma senza questa grazia, non si fa niente. È inutile avere l’umano orgoglio o il cerebrale umanesimo di dire: io, coi miei principi filosofici, io col mio carattere da galantuomo, io con la mia forza di volontà! No. Io niente, proprio niente; senza grazia di Dio non si fa niente. E questo deve rimanere ben scolpito. – Ci vuole la sapienza; ma per avere la sapienza, ci vuole tanta grazia di Dio; e per questo cominciamo sempre col cantare il Veni Creator o il Veni Sancte Spiritus. Ci vuole la fortezza, ma la fortezza noi non la rimediamo se non c’è una grande grazia di Dio, grazia attuale. E allora capite dove si arriva. Ho lasciato questo argomento della grazia di Dio al termine degli Esercizi perché, siccome il dulcis in fundo rimane, ve ne ricordiate sempre. Tutta la nostra conversatio in cœlis è legata al

fatto della grazia di Dio in noi, e pertanto al fatto che noi abbiamo la metodologia per procurarcela sempre, coi mezzi che voi ben conoscete. Occorre la fede in quei mezzi, perché con quei mezzi si risolvono tutti i problemi, nessuno escluso; si superano tutte le difficoltà, tutte le tentazioni, tutti i dubbi, tutte le esitazioni. Messa, sacramenti fatti bene, sacramentali, preghiera, e nella preghiera soprattutto l’orazione mentale, penitenza. La penitenza è necessaria all’obbedienza perfetta, all’umiltà perfetta, alla carità perfetta. Noi dobbiamo procurarci la grazia di Dio coi mezzi che conosciamo e saperli maneggiare tutti, con la caratura, col volume, con la forza, con la lunghezza d’onda che occorre, secondo i rispettivi casi e la propria soggettiva situazione. Ma usciamo di qui con la coscienza che noi non avremo nessuna conversatio in cœlis se non ci sarà questa grazia di Dio, se non useremo la strumentalità e se non daremo a questa grazia del Signore la collaborazione che si dà con la docilità e con la stessa ricerca. Perché Dio ci ha lasciati liberi, ci ha lasciato l’onore di chiedere molte volte la sua grazia e, in ogni grazia, anche data senza nostra richiesta, e sono le più, l’onore di collaborare. Dio non ci vuole ricchi mendicanti; vuole che in tutte le cose anche noi abbiamo la nostra parte; Dio per primo intende salvare l’umana dignità che ci ha dato. È qui che deve operare il nostro convincimento. È qui che deve farsi sentire la profondità del medesimo e la costanza nel medesimo quale criterio che deve guidare la nostra vita.