DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Domenica dopo l’Epifania (2019)

Sanctæ Familiæ Jesu Mariæ Joseph

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Prov XXIII: 24; 25
Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te.

[Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].
Ps LXXXIII: 2-3
Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit et déficit ánima mea in átria Dómini.

[Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore degli eserciti: anela e si strugge l’ànima mia nella casa del Signore].

Exsúltat gáudio pater Justi, gáudeat Pater tuus et Mater tua, et exsúltet quæ génuit te. [Esulti di gàudio il padre del Giusto, goda tuo Padre e tua Madre, ed esulti colei che ti ha generato].

Oratio
Orémus.
Dómine Jesu Christe, qui, Maríæ et Joseph súbditus, domésticam vitam ineffabílibus virtútibus consecrásti: fac nos, utriúsque auxílio, Famíliæ sanctæ tuæ exémplis ínstrui; et consórtium cónsequi sempitérnum: [O Signore Gesú Cristo, che stando sottomesso a Maria e Giuseppe, consacrasti la vita domestica con ineffabili virtú, fa che con il loro aiuto siamo ammaestrati dagli esempii della tua santa Famiglia, e possiamo conseguirne il consorzio eterno].

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. III: 12-17
Fratres: Indúite vos sicut elécti Dei, sancti et dilécti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum.
[Fratelli: Come eletti di Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza e di pazienza, sopportandovi e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno ha da dolersi di un altro: come il Signore vi ha perdonato, così anche voi. Ma al di sopra di tutto questo rivestitevi della carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché siete stati chiamati a questa pace come un solo corpo: siate riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, istruitevi e avvisatevi gli uni gli altri con ogni sapienza, e, ispirati dalla grazia, levate canti a Dio nei vostri cuori con salmi, inni e cantici spirituali. E qualsiasi cosa facciate in parole e in opere, fate tutto nel nome del Signore Gesú Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per mezzo di Lui].

Graduale
Ps XXVI: 4
Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ.
Ps 83:5. Una sola cosa ho chiesto e richiederò al Signore: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita.

Alleluja
Beáti, qui hábitant in domo tua, Dómine: in sǽcula sæculórum laudábunt te. Allelúja, allelúja, [Beati quelli che àbitano nella tua casa, o Signore, essi possono lodarti nei secoli dei secoli. Allelúia, allelúia]
Isa XLV: 15
Vere tu es Rex abscónditus, Deus Israël Salvátor. Allelúja. [Tu sei davvero un Re nascosto, o Dio d’Israele, Salvatore. Allelúia].

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc II: 42-52
Cum factus esset Jesus annórum duódecim, ascendéntibus illis Jerosólymam secúndum consuetúdinem diéi festi, consummatísque diébus, cum redírent, remánsit puer Jesus in Jerúsalem, et non cognovérunt paréntes ejus. Existimántes autem illum esse in comitátu, venérunt iter diéi, et requirébant eum inter cognátos et notos. Et non inveniéntes, regréssi sunt in Jerúsalem, requiréntes eum. Et factum est, post tríduum invenérunt illum in templo sedéntem in médio doctórum, audiéntem illos et interrogántem eos. Stupébant autem omnes, qui eum audiébant, super prudéntia et respónsis ejus. Et vidéntes admiráti sunt. Et dixit Mater ejus ad illum: Fili, quid fecísti nobis sic? Ecce, pater tuus et ego doléntes quærebámus te. Et ait ad illos: Quid est, quod me quærebátis? Nesciebátis, quia in his, quæ Patris mei sunt, opórtet me esse? Et ipsi non intellexérunt verbum, quod locútus est ad eos. Et descéndit cum eis, et venit Názareth: et erat súbditus illis. Et Mater ejus conservábat ómnia verba hæc in corde suo. Et Jesus proficiébat sapiéntia et ætáte et grátia apud Deum et hómines.

[Quando Gesù raggiunse i dodici anni, essendo essi saliti a Gerusalemme, secondo l’usanza di quella solennità, e, passati quei giorni, se ne ritornarono, il fanciullo Gesú rimase a Gerusalemme, né i suoi genitori se ne avvidero. Ora, pensando che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di cammino, dopo di che lo cercarono tra i parenti e i conoscenti. Ma non avendolo trovato, tornarono a cercarlo a Gerusalemme. E avvenne che dopo tre giorni lo trovarono nel Tempio, mentre sedeva in mezzo ai Dottori, e li ascoltava e li interrogava, e tutti gli astanti stupivano della sua sapienza e delle sue risposte. E, vistolo, ne fecero le meraviglie. E sua madre gli disse: Figlio perché ci ha fatto questo? Ecco che tuo padre ed io, addolorati, ti cercavamo. E rispose loro: Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi di quel che spetta al Padre mio? Ed essi non compresero ciò che aveva loro detto. E se ne andò con loro e ritornò a Nazareth, e stava soggetto ad essi. Però sua madre serbava in cuor suo tutte queste cose. E Gesú cresceva in sapienza, in statura e in grazia innanzi a Dio e agli uomini].

OMELIA

 [A. Carmagnola: Stelle Fulgide, S. E. I. Editrice, Torino, 1904]

DISCORSO III.

(Detto nella Chiesa della Maddalena in Genova).

La Sacra Famiglia;

(Domenica dopo Epifania).

“Et descendit cum eis, et venit Nazareth, et erat subtitus illis”.

(Luc. II, 51).

Famiglia! E chi è mai, che a questo nome non si senta intenerire il cuore? Dopo la Religione, la famiglia è quanto vi ha di più bello, di più caro, di più dolce, di più attraente sulla terra. Iddio, che sebbene uno nella essenza, per essere trino nelle persone costituisce in cielo la famiglia più perfetta, ha voluto nel suo amore per noi riprodurla quaggiù sulla terra. Epperò dopo aver creato il cielo e la terra con tutte le meraviglie che l’adornano, dopo aver compiuto il capolavoro della creazione, l’uomo, volle coronare l’opera sua creando la famiglia. Egli mandava un dolce sonno ad Adamo, e mentre questi dormiva gli traeva dal fianco la donna facendogliene un aiuto simile a lui, e dopo d’avergliela condotta innanzi benediceva all’uno e all’altro dicendo: Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra: Crescite et multiplicamini, et replete terram (Gen. I, 28). – Ed è lì, nella famiglia creata e benedetta da Dio, che due cuori vivono dolcemente incatenati fra di loro, dividendo le gioie e le sofferenze, le fatiche ed i riposi, gli abbattimenti ed i conforti, le pene e le consolazioni. È lì, che lo sposo pur essendo superiore alla sposa, non fa altro tuttavia che riguardarla come dolce consorte; ed è lì, dove la donna forte, saggia, operosa, prudente, sommessa, affettuosa riempie di gioia il cuore del marito e raddoppia il numero dei suoi anni. È lì ancora dove un padre ed una madre vedendo i loro figliuoli, come novelli virgulti di olivo circondare la loro mensa, posano sopra di essi le più belle speranze, e in essi si allietano delle più pure consolazioni; ed è lì alla loro volta, dove i figliuoli stando umilmente soggetti al padre ed alla madre vivono beati nell’amore così intenso e così sicuro dei loro genitori! No, non vi ha pace, non vi ha felicità più bella, più pura, più grande di quella che si gode nel seno della famiglia; essa è l’immagine più viva della pace e della felicità, che si gode per sempre in cielo dalla famiglia dei Santi. Se non che è egli vero, che in tutte le famiglie regni tale pace e felicità? Ahimè! tutt’altro. Qua vi hanno mariti inumani, che violando le più sante promesse fatte appiè degli altari, mentre per la compagna avuta da Dio non hanno che odio, disprezzo, fastidio ed abbandono, gettano negli amori più infami sanità, sostanze, onore ed anima. Là sono mogli implacabili, le quali tengono sempre lo loro lingue armate di finissima punta per ribattere le osservazioni dei loro mariti e per ferire al vivo chi alla fin fine è il capo della casa e può e deve comandare. Altrove sono padri crudeli, che senza alcun giusto motivo trattano spietatamente i loro figliuoli o li lasciano nel più barbaro abbandono: ed altrove sono figliuoli, che arrivati appena ai primi anni dell’adolescenza più non piegano la fronte ad alcun comando di padre e di madre, insorgono anzi riottosi contro di loro e fanno a dispetto quel che ad essi è proibito. Insomma, qua per un membro, altrove per un altro, in non poche famiglie invece della pace regnano sovrani il disamore, la gelosia, l’odio, la lite, la discordia e per conseguenza l’infelicità. » – O Famiglie cristiane, voi, che volete davvero che regni in mezzo a voi la pace e la felicità, venite oggi in conformità al desiderio della Chiesa a specchiarvi in quella Divina Famiglia, che il Signore ha posto sulla terra per vostro modello. Di Gesù sta scritto nel Santo Vangelo che, ritrovato da Maria e da Giuseppe nel tempio di Gerusalemme, se ne andò con essi e fece ritorno a Nazareth, ed era ad essi soggetto: Et descendit cum eis et venit Nazareth, et erat subditus illis. Facciamo quello che Gesù ha fatto: andiamo per poco in compagnia di Lui, di Maria e di Giuseppe nella Santa casa di Nazareth e vedendo in essa risplendere il santo amore coniugale, la sollecitudine paterna e materna, la sudditanza figliale apprenderemo sempre meglio di qual guisa possa stabilirsi e mantenersi tra di noi quel dolce vivere, che è principio e pegno dell’eterna beatitudine. – Essendo ornai vicina la pienezza dei tempi, dovevasi perciò operare sulla terra il grande mistero della Divina Incarnazione. E la prima opera circostante a questo grande mistero fu lo sposalizio di S. Giuseppe con Maria Vergine; giacché sebbene il Signore avesse stabilito di nascere da una Madre vergine, voleva non di meno che questa sua Madre fosse da uno sposo aiutata, protetta, difesa, consolata e sostenuta in mezzo ai suoi bisogni e ai suoi travagli, ed egli durante i suoi trent’anni di vita privata avesse nello sposo di sua Madre una guida, un sostegno, un custode, un vice padre. Pertanto arrivato S. Giuseppe ad un’età virile e Maria raggiunti gli anni fissati dalla legge ebraica per il matrimonio, non ostante che l’uno e l’altra avessero fatto voto al Signore di perpetua verginità, per divino volere resosi a loro in modo certo manifesto, in conformità al rito ebraico si sposarono, e nello stato coniugale si diedero a vivere insieme nella umile e piccola casetta di Nazareth. Ma per dirsi il vicendevole e sacramentale sì, che doveva poscia tenerli uniti fino alla morte dell’uno di essi in perpetua concordia e dolcissima pace, a che badarono essi anzi tutto? Oggidì il più delle volte, avendosi a combinare un matrimonio, anziché cercare se lo sposo e la sposa siano illibati nei loro costumi, se frequenti alla Chiesa, se laboriosi, se ritirati e modesti, si cerca se lo sposo stia bene a quattrini, a possedimenti, se la sposa abbia ricca la dote, se la famiglia si trovi in relazioni splendide ed utili; si guarda ad un bel volto e non ad un bel cuore, e qual meraviglia poi che, spariti i giorni così detti della luna di miele, spariscano eziandio i sentimenti e gli affetti di benevolenza, di fedeltà e di rispetto, che pur dovrebbero durare per tutta quanta l a vita, e dai quali soltanto nasce e si mantiene la concordia e la felicità degli sposi? – Ben diversamente dall’odierno andazzo Giuseppe e Maria per congiungersi tra di loro nello stato coniugale non mirarono ad altro massimamente che alla santità della vita, allo splendore delle virtù, che vi era nell’uno e nell’altro. Essi, benché di stirpe regia, erano tuttavia decaduti; non avevano ricchezze di sorta, anzi erano poveri tanto da dover del continuo lavorare per guadagnarsi il sostentamento quotidiano, ma erano santi e ciò fu più che bastante perché i loro cuori si incontrassero e si unissero insieme nel vincolo indissolubile del matrimonio. – Ed ora come mai si potrebbe convenientemente esaltare il genere di vita, che presero a condurre insieme Maria e Giuseppe? Quel genere di vita intima e intimamente unita, che procedeva dallo straordinario amore reciproco che si portavano? S. Giuseppe amava Maria con quanto amore si può amare una creatura; l’amava tanto che volentierissimamente e senza esitazione di sorta avrebbe dato per lei il suo sangue e la sua vita, e nel tempo stesso l’amava di un amore santo e purissimo, in cui non entrava nulla di umano e sensuale. E Maria alla sua volta amava il suo sposo Giuseppe quanto lo poteva amare, di modo che dopo Gesù nessun altro al mondo fu amato con amore più ardente da Maria che S. Giuseppe. – E questo vicendevole amore si andava aumentando ogni giorno per la vicendevole comunicazione, che passava fra di essi, dei loro beni, per l’unione delle loro volontà e per il servizio che l’un l’altro si rendevano. Ed ecco nascere di qui quella fedeltà così grande, che non ebbe mai uguale in sulla terra e per la quale S. Giuseppe meritava d’essere lodato per eccellenza, conforme a quello che di lui fu detto profeticamente: Vir fidelis multum laudabitur; l’uomo fedele sarà molto lodato (Prov. XXVIII, 20). Ecco di qui sorgere quel vicendevole rispetto che S. Giuseppe e Maria si portavano e pel quale l’uno cercava di prevenire i desideri dell’altro e di assecondarli con la maggior esattezza. È vero S. Giuseppe, riconoscendosi ogni giorno più di gran lunga inferiore alla santità di Maria avrebbe voluto più volte, e più volte certamente gli dovette riuscire, di fare a lei da umilissimo servo. Ma la Vergine alla sua volta riconoscendo che S. Giuseppe come suo sposo era il suo capo ed il suo superiore, voleva a lui in tutto obbedire, epperò si può dire che non si metteva ad alcuna opera senza prima parlarne con Giuseppe e riceverne il consenso, non moveva un passo senza la sua licenza, non si dipartiva un filo dalla sua volontà, era del tutto con Giuseppe un cuor solo ed un’anima sola. – Oh! io non oserò certamente di dire che oltre al rispettarsi ed obbedirsi, in virtù del loro puro e ardente amore si usassero eziandio reciproco compatimento, perché è egli possibile di pensare che l’uno all’altro facesse mai cosa che si dovesse compatire? Essi erano due cetre così perfettamente armonizzate, che non producevano mai il minimo disaccordo; ma facendo pure, per un istante, e con la misericordiosa licenza di Giuseppe e di Maria, facendo pure, dico, la supposizione che in qualche cosa fosse o all’uno o all’altro capitato anche inavvertitamente di venir meno all’armonia perfetta, non è egli vero che tanto l’uno quanto l’altro, oltre al sopportare l’accaduto senza risentimento alcuno, se ne sarebbero ancora domandato prontissimamente perdono? Or dunque se tale fu la convivenza di Maria con Giuseppe, e mille volte più santa che noi non sappiamo immaginare, non è egli vero che la Sacra Famiglia fu per eccellenza la famiglia della concordia, della tranquillità, e della pace? E che questa famiglia si presenta anzitutto come l’esemplare degli sposi cristiani nell’adempimento dei loro reciproci doveri? – I quali ad altro alla fin fine non si riducono che ad un vero e santo amore. E non è questa la più calda raccomandazione che al riguardo fa l’Apostolo S. Paolo? « Uomini, egli dice, amate le vostre donne, come anche Cristo amò la Chiesa, sino a dare per lei se stesso affin di santificarla. E secondo il suo esempio amatele le vostre mogli come i corpi vostri. Imperocché se il Sacramento del matrimonio è grande, lo è appunto perché significa l’amore immenso che unisce santamente, intimamente e indissolubilmente Gesù Cristo alla Chiesa. Perciò a corrispondere alla grandezza di questo Sacramento, voi, o uomini amate davvero le vostre mogli, e voi o donne rispettate i vostri mariti » (Efes. V. 25-33). Cosi l’Apostolo. E ben a ragione, perché quando tra gli sposi vi è un vero e santo amore, allora vi ha eziandio la fedeltà, il rispetto, il compatimento, epperò la concordia, la pace e la felicità. – Ma questo vero e santo amore vi ha ora tra gli sposi Cristiani? Oh viva Dio! che delle famiglie, ove questo amore regna sovrano e con esso la concordia, la pace, e là tranquillità della Famiglia di Nazareth non mancano. Ma quante altre, dalle quali un tale amore è del tutto sbandito! Deh! o sposi Cristiani che mi ascoltate, che ciò non sia delle famiglie vostre! come Giuseppe e Maria amatevi sempre anche voi, e veramente, santamente, nel Signore, cercando di rendere gli uni agli altri meno grave la croce, che vi siete addossato. Nel vicendevole amore, vero e santo, sarà mai possibile che spunti nella vostra mente un pensiero d’infedeltà? E se mai vi spuntasse come per sorpresa, non lo ricaccereste prontamente, inorriditi al pensiero del grave delitto, che vi si è presentato dinanzi? Nel vicendevole amore, vero e santo, sarà mai possibile che vi manchiate del conveniente rispetto? No, per certo. La donna, come è suo dovere, sarà soggetta al marito e cercherà con ogni impegno di accontentarlo in tutto ciò che non è peccato: sarà anzi sommamente sollecita di prevenirne i desideri. E il marito alla sua volta non farà sentire sopra della sua moglie il peso della sua autorità, ricordando che nel Sacramento del matrimonio la donna non è più schiava come presso ai pagani, ma consorte, vale a dire ammessa a partecipare della sorte del marito. Le aprirà sovente il suo pensiero, la metterà a parte de’ suoi divisamenti, non ricuserà i suoi pareri, e, se dovrà correggerla, il farà con destrezza e con amore. Finalmente, se voi vi amerete d’amor vero e santo, vi compatirete a vicenda dei difetti e dei mancamenti vostri. Purtroppo tutti mancano quaggiù: è questa la condizione degli uomini in sulla terra, e nel mancare si può urtare il prossimo. Ciò quanto più facilmente può accadere tra marito e moglie, che devono convivere insieme! Certe differenze sono inevitabili. Ma l’amore vero e santo trionferà di tutte queste piccole miserie. Gettate adunque, o coniugi cristiani, gettate lo sguardo sopra gli sposi della Sacra Famiglia e da loro imparerete nello stato del matrimonio a pregustare l’armonia, la pace, e la gioia del cielo. – Ma la Sacra Famiglia non meno che agli sposi si presenta modello ai padri ed alle madri. Ed in vero essendo giunto il tempo preciso stabilito da Dio per mandare sulla terra l’Unigenito suo figliuolo, un Angelo del Paradiso, l’Arcangelo Gabriele, calava dal cielo a darne l’annunzio a Maria ed a chiamarne il consenso. E Maria, poiché fu rassicurata dall’Angelo che diventando madre di Gesù sarebbe rimasta ancora purissima vergine, ed ebbe detto il gran fiat, eccola per opera dello Spirito Santo concepire nel suo castissimo seno il Verbo divino ed a suo tempo darlo alla luce. Or chi sa dire le sollecitudini, le cure, le diligenze che da quel momento fino a che fu cresciuto all’età adulta ebbero per Gesù la sua santissima madre Maria e il suo santo custode Giuseppe? Maria, poiché il suo Gesù fu nato, tosto lo ravvolse nei poveri panni, che seco aveva, e lo pose a giacere nel presepio. In seguito lo nutrì del suo latte, lo vegliò di giorno e di notte, gli preparò e indossò la veste, lo addestrò a parlare e a camminare, usò sempre verso di lui tutte le cure della madre più affettuosa e diligente. E Giuseppe? Vi è forse funzione alcuna spettante ad ottimo padre, che non sia stata gloriosamente esercitata da questo servo fedele e prudente, quem constituit Dominus super familiam suam? E chi fu se non Giuseppe che preparò la prima culla a Gesù? Chi altri mai se non Giuseppe lo sottrasse alle furie di quell’Erode che lo cercava a morte? Chi lo provvide per trent’anni di vitto, di vestito, di abitazione con le fatiche delle sue braccia, con i sudori della sua fronte? Chi lo ricercò con tanto affanno allorché si fu smarrito all’età di dodici anni, se non Giuseppe? Insomma dal momento in cui venne al mondo Gesù, egli non visse più che per Lui; tutte le sue cure e sollecitudini, tutti i suoi lavori e tutte le sue fatiche non mirarono più ad altro che al sostentamento ed alla conservazione di Gesù. Ma non bisogna credere che la cura di Maria e di Giuseppe per il loro Gesù fosse solamente rivolta al corpo. Oh sì! Maria e Giuseppe sapevano bene che Gesù, non essendo solo vero uomo, ma pur vero Dio, non aveva alcun bisogno di essere ammaestrato dagli uomini e di essere da loro curato affine di essere virtuoso: ma sapendo altresì come pure in ciò Gesù Cristo non voleva parere da più degli altri uomini, ai quali in tutto si fece simile fuorché nel peccato, perciò eccoli a prendersi cura eziandio del suo spirito, e dopo d’avergli insegnato essi medesimi le cose più facili e più importanti a sapersi da chi vuol essere esatto nell’adempimento dei doveri che si hanno e verso Dio, e verso gli uomini, e verso di noi stessi, nel giorno di sabato condurlo seco loro alla Sinagoga, dove appunto facevasi la spiegazione della legge ed impartivasi, secondo il bisogno di quei tempi, l’istruzione religiosa. Eccoli mattina e sera pigliarlo tra loro nell’atto di volgere al cielo le loro preghiere. Eccoli, giunto che fu all’età di dodici anni, cominciare a condurlo seco in conformità alle prescrizioni ebraiche al tempio di Gerusalemme nelle feste della Pasqua e nelle altre principali solennità. Eccoli insomma, per quanto era da loro e non ostante il nessun bisogno che ne aveva Gesù, iniziarlo agli atti di religione, alle preghiere, alle opere bucane, allo studio della legge, al canto delle sacre laudi, al divino servizio, precedendolo almeno in quello che era loro possibile, cioè in quanto all’esterno, nell’adempimento di tutti questi doveri. Così Maria e Giuseppe esercitavano l’ufficio di madre e di custode di Gesù Cristo. – Ed è così appunto che ancor voi, o genitori cristiani dovete esercitare l’ufficio vostro nell’educazione dei vostri figli. E qui io non dico nulla della cura materiale che dovete avere per essi. Ah! un padre ed una madre si caverebbero il pan dalla bocca per non lasciarlo mancare ai loro figli. Ma io parlo sopra tutto della cura, che ai genitori incombe per lo spirito e pel cuore dei loro figli, di quella cura per cui allevandoli per Iddio, dal quale li ricevettero, sarà senza dubbio loro impegnò istruirli fin da bambini nelle preghiere e nelle verità di nostra fede, mandarli in seguito ai catechismi e in vigilare perché vi si rechino davvero e ne approfittino, condurli seco alla domenica ad ascoltare la santa Messa e la parola di Dio, dar loro in casa ogni qualvolta si presenta l’occasione dei saggi avvertimenti, far loro conoscere l’importanza di crescere su virtuosi, amanti di Dio, della Chiesa, dei Santi Sacramenti; e poi attentamente in vigilare perché non si associno con cattivi compagni, perché non leggano cattivi libri, perché stiano lontani da quei luoghi dove la virtù corre pericolo, ed ogni qualvolta si vedono a mancare in qualche cosa, correggerli, sgridarli, castigarli, non già per passione, per impeto di collera, ma unicamente per dovere e per fare il  loro vero bene. Senonché è questa propriamente la cura che tutti i genitori si pigliano dei loro figliuoli? Ah! padri e madri, che mi ascoltate, per carità intendete la grandezza dell’ufficio vostro e la gravezza della vostra responsabilità. Epperò riflettendo che al suo tribunale Dio vi chiamerà strettissimo conto dei vostri figli, dell’educazione che loro avete dato, mentre siete in tempo fate, fate per essi quel che dovete: siate loro genitori, sopra tutto col pigliarne diligente cura. E qui rammentate che le parole giovano, ma gli esempi traggono; che anzi nella famiglia ciò che assicura ad un padre e ad una madre il possesso e l’esercizio della propria autorità è solo il buon esempio. Sì, quando voi per i primi vi manteniate fermi nella pratica dei doveri cristiani, cioè quando voi continuiate a venir alla chiesa, a santificare la festa, a frequentare i sacramenti, a fuggire la bestemmia ed ogni indecente parola, a raccogliervi alcuni minuti il mattino e la sera insieme coi figli vostri a pregare Iddio, voi vi manterrete altresì il re e la regina nella vostra famiglia. Oh! la pratica esatta dei doveri cristiani, la preghiera soprattutto, quella fatta in famiglia, alla presenza dei figliuoli, anzi in comunanza coi medesimi, sono propriamente la base di granito su cui posa incrollabile l’autorità d’un padre e d’una madre. Nostro Signore ha detto, che dove sono due o tre congregati nel nome suo, ivi sarà in mezzo a loro: Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum (Matt. XVIII, 20). E la sua parola, che non vien meno giammai, tanto più si adempirà nel seno di quelle famiglie cristiane, che gli rappresenteranno allo sguardo il dolce spettacolo della Divina Famiglia, a cui appartenne quaggiù, quando Giuseppe, Maria e Gesù, insieme raccolti nella piccola stanza di Nazareth, facevano salire al cielo il profumo delle loro preghiere. Sì, Dio sarà tra quel padre e quella madre che pregano insieme coi loro figli, ed oltre allo spargere un soave balsamo sui piccoli vicendevoli disgusti della giornata, farà raggiare la loro fronte di una maestà severa ed amabile ad un tempo, per cui i figliuoli genuflessi loro d’accanto sentiranno di star vicini ai primi rappresentanti di Dio in sulla terra, e si verranno sempre più animando alla loro venerazione ed alla loro obbedienza. – Ma in quel giorno in cui voi padre, e peggio ancora voi madre, lascerete il buon esempio, e vi dimenticherete di essere cristiani e più non pregherete, più non andrete alla Chiesa e ai Sacramenti, e più non praticherete la Religione, in quel giorno la corona di re e di regina scadrà miseramente dalla vostra testa, e voi non sarete più i capi sicuri delle vostre famiglie. Avrete un bel dire: Mi farò temere; un figlio non è un servo e non si domina soltanto col timore: ci vuole qualche cosa di più, quel qualche cosa di più che amorosamente persuade e convince, quel qualche cosa che non potete avere senza della Religione. Quando un figliuolo, una figliuola può dire: Mio padre non obbedisce più a Dio: mia madre non obbedisce più alla Chiesa; mio padre e mia madre di Dio non riconoscono più l’autorità; può andare anche più avanti, e generalmente vi va, e dire: Ebbene neppur io ubbidirò a mio padre ed a mia madre, ancor io disprezzerò la loro autorità, ancor io mi riderò di loro. Un tal ragionamento è senza dubbio colpevole, che un figlio ed una figlia devono sempre obbedire ai loro genitori, anche allora che fossero malvagi, tranne che nel peccato; ma chi può impedire e rattenere la forza dello scandalo? O carissimi genitori, tenetevi dunque fermi qui, a questo Dio, a questa fede, a questa Religione: essa è per voi, per la vostra autorità, una rocca inespugnabile. Sì, purtroppo, questi vostri figliuoli che crescono, nel passare e vivere nel mondo, dove non risuonano al loro orecchio che le parole di libertà e indipendenza, un giorno troveranno duro lo stare a voi soggetti ed obbedirvi, e daranno delle scosse alla vostra autorità, e cercheranno di farla cadere, ma indarno… l’autorità vostra basata sulla fermezza della santa Religione fiaccherà la loro cervice superba. – Ma no, neppur voi, o figliuoli che mi ascoltate, neppur voi farete mai simile attentato; perciocché se i vostri padri e le vostre madri seguiranno soprattutto gli esempi, che nella Sacra Famiglia han dato loro Maria e Giuseppe, voi seguirete specialmente quello che vi ha dato lo stesso Gesù Cristo. Ed in vero, che cosa ha fatto Gesù per trent’anni nella casa di Nazaret? Che cosa ha fatto? È stato soggetto a Maria ed a Giuseppe: Ut descendit cum eis et venit Nazareth, et erat subditus illis: ecco tutto. Miratelo, miratelo, quel caro Gesù sempre intento a fare la volontà di Maria e di Giuseppe, a prevenirla anzi ed aiutarli in tutte le loro faccende. È vero, che tanto Maria come Giuseppe riconoscendo con vivissima fede che quel loro figliuolo era Dio, non avrebbero osato di fargli alcun comando, ma nel tempo stesso riconoscendo che era volere di Gesù che lo comandassero, perché obbedendo potesse lasciare a noi il suo ammirabile esempio, eccoli di tratto in tratto con tutta grazia e soavità chiamarlo e impartirgli degli ordini. E Gesù sorridente in volto, il cuore pieno di gioia, pronto subito ad eseguirli. Epperò eccolo per obbedire a Maria e porgerle aiuto ora accendere il fuoco, ora lavare con le sue mani divine le povere stoviglie, ora prendere con dolce violenza la scopa di mano a Lei, e mettersi a pulire la casa, ora correre sollecito al pozzo, che ancora presentemente si fa vedere presso di Nazaret, e attingervi l’acqua. Eccolo per obbedire a Giuseppe e lavorare con lui, ora segar qualche trave, ora piallar qualche tavola, ora verniciare quel mobile, ora uscire a far delle compre, ora a prendere delle misure, ed ora attendere ad altre cose somiglianti. Oh Dio! Che spettacolo sublime non doveva esser quello per gli Angeli del Paradiso vedere quel Dio, che è Re dei re, dominatore del mondo, al cui cenno tremano gli spiriti d’abisso, alla cui servitù si prostra riverente il cielo, soggetto ad un uomo e lavorare umilmente sotto la sua direzione in quella bottega di Nazaret! – Che spettacolo commovente doveva essere altresì per tutti coloro che si fermavano dinnanzi a quella bottega! Nel vedere un giovane di bellezza così celestiale, di una intelligenza così straordinaria, tutto intento a quei lavori sì grossolani e faticosi, e così pronto a fare la volontà di colui che essi credevano suo vero padre, anche senza sapere chi egli fosse, sentivano nel cuore la più viva e più grande ammirazione per lui, e senza dubbio nel partirsi di là con vero entusiasmo dovevano andar ripetendo: Che figlio! Che figlio è mai quello! – Or bene, se Gesù volle esercitare tale sudditanza verso Maria e Giuseppe, si fu propriamente per dare a tutti i figliuoli l’esempio, affinché stiano sottomessi ai loro genitori. Anche qui Gesù, come sta scritto negli Atti Apostolici, volle prima fare per poter poi più efficacemente insegnare. E poiché uno fra i più grandi precetti, che Egli colla sua dottrina doveva confermare, era pur questo, dell’onorare il padre e la madre, volle perciò anzi tutto, benché non obbligato, praticare un tal precetto Egli stesso. Chi non vede adunque l’importanza di prendere da Gesù questa importante lezione? E di prenderla tutti, siamo fanciulli, siamo giovanotti, siamo adulti, sol che abbiamo ancora la grande fortuna di avere un padre ed una madre, benché vecchi? Guai a quei malvagi figliuoli, i quali perché sono giunti ad una certa età e si sentono pieni di vigoria e di vita, non vogliono più sottostare ai loro genitori, ne sdegnano gli avvisi, crollano le spalle ai loro comandi, vanno e vengono, vivono come loro piace, vogliono insomma farla essi da padroni! La mano del Signore non tarderà a farsi pesante sopra il loro capo per castigarli terribilmente anche in questa vita. Nella Sacra Scrittura (Eccli. III, 18)è chiamato infame colui che abbandona suo padre ed è dichiarato maledetto da Dio colui che esaspera la sua madre. Cam manca di rispetto al suo vecchio padre Noè, e Dio maledice alla sua discendenza: maledictus Canaan (Gen. IX, 25), e il segno di quella tremenda maledizione sta tuttora scolpita sopra di essa. Ofni e Finees sprezzano gli avvisi del loro padre Eli, e tutti e due muoiono nello stesso giorno uccisi in battaglia. Assalonne si ribella al suo padre Davide e finisce di mala morte appeso ad una quercia e trapassato il cuore dalla lancia di Gioabbo. Tant’è, Dio riguarda come fatto a sé ogni oltraggio recato ai genitori. Deh! adunque, o figliuoli diletti, a somiglianza di Gesù professate sempre ai vostri genitori la più umile ed affettuosa sudditanza. Anzi a somiglianza di Lui, del quale sta scritto che crescendo negli anni cresceva altresì nella manifestazione della sapienza e della grazia presso Dio e presso gli nomini, crescete anche voi ogni giorno più nell’amore e nel rispetto al vostro padre e la vostra madre e nella pratica di tutti gli altri vostri doveri e di tutte le cristiane virtù, apportando per tal guisa ai medesimi le più dolci consolazioni. – Ormai si rimarranno più poco insieme con voi, Non vedete? I loro capelli si fanno grigi, la loro fronte si copre di rughe, i loro occhi si infossano e la loro vista si oscura, impallidisce il loro volto, le loro mani si fanno tremanti, vacillanti le loro gambe, curve le loro spalle, la forza vien meno, il respiro è corto, la memoria si perde. Ahimè! È il gelo della morte che comincia a serpeggiare nelle loro vene. Ancor pochi anni, forse… forse ancor pochi mesi e poi… lasceranno le vostre case per sempre per portare le loro quattro ossa al camposanto! Ma allora che non saranno più, allora sì intenderete appieno il gran tesoro che essi erano; allora sì vorreste aver fatto mille cose per loro, ma saranno rimpianti inutili, e che ad altro non serviranno che a rendere più cocente il rimorso di non averli trattati come si meritavano. O fratelli carissimi, nell’aver oggi rammentati e considerati gli ammirabili esempi della Sacra Famiglia, risolvete tutti di seguirli sempre ciascuno per la parte vostra. Ed a riuscire più facilmente in questo nobile proposito continuate a professare per la stessa Sacra Famiglia la più tenera divozione. Vi sia dolce il consacrarvi a Lei, il farvi ascrivere alla Pia Associazione che da Lei si intitola e praticarne fedelmente i facilissimi doveri, che altri non sono alla fin fine se non quelli che io vi ho accennati. Datevi premura di collocare nella vostra casa in vista di tutti la immagine della Sacra Famiglia ed oltre al recitarle innanzi quotidianamente le vostre preghiere, consideratela ancora di tratto in tratto per richiamare alla vostra mente il santo amore coniugale, la sollecitudine paterna e materna e la figliale sudditanza, onde praticare ancor voi, ciascuno nella propria condizione, sì belle virtù; ed allora certamente regnerà anche fra di voi il santo timor di Dio, la carità reciproca, il vicendevole rispetto, la dovuta obbedienza, e conseguentemente la pace, la concordia, la tranquillità, la gioia che regnò n ella Sacra Famiglia, ciò che io vi auguro e vi prego da Dio di tutto cuore.

Credo…

Offertorium
Orémus
Luc II: 22
Tulérunt Jesum paréntes ejus in Jerúsalem, ut sísterent eum Dómino. [I suoi parenti condussero Gesú a Gerusalemme per presentarlo al Signore.]

Secreta
Placatiónis hostiam offérimus tibi, Dómine, supplíciter ut, per intercessiónem Deíparæ Vírginis cum beáto Joseph, famílias nostras in pace et grátia tua fírmiter constítuas. [Ti offriamo, o Signore, l’ostia di propiziazione, umilmente supplicandoti che, per intercessione della Vergine Madre di Dio e del beato Giuseppe, Tu mantenga nella pace e nella tua grazia le nostre famiglie.]

Communio
Luc II: 51
Descéndit Jesus cum eis, et venit Názareth, et erat súbditus illis. [E Gesú se ne andò con loro, e tornò a Nazareth, ed era loro sottomesso.]

Postcommunio
Orémus.
Quos cœléstibus réficis sacraméntis, fac, Dómine Jesu, sanctæ Famíliæ tuæ exémpla júgiter imitári: ut in hora mortis nostræ, occurrénte gloriósa Vírgine Matre tua cum beáto Joseph; per te in ætérna tabernácula récipi mereámur:
[O Signore Gesú, concedici che, ristorati dai tuoi Sacramenti, seguiamo sempre gli esempii della tua santa Famiglia, affinché nel momento della nostra morte meritiamo, con l’aiuto della gloriosa Vergine tua Madre e del beato Giuseppe, di essere accolti nei tuoi eterni tabernacoli.]

 

 

LO SCUDO DELLA FEDE (XLV)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XLV.

IL CULTO DEI SANTI.

Che cosa sia la Comunione dei Santi ? — È possibile che i Santi pensino a noi ? — La loro invocazione non è contro la fede di Gesù Cristo nostro unico mediatore? — Non è una novità contraria alla Sacra Bibbia? — Il culto dei Santi, e più ancora delle loro immagini e reliquie non e idolatria ? — E se una reliquia si venisse a riconoscere falsa?

— È vero che la Chiesa di Gesù Cristo non sta tutta nella società visibile dei fedeli, che vivono quaggiù?

Ciò è verissimo. La Chiesa di Gesù Cristo è formata da tre grandi parti o famiglie. Vi ha la parte o famiglia che si vede qui in terra, e che si chiama Chiesa militante, perché ancora combatte per conseguire l’eterna corona, vi ha la parte costituita dagli Angeli e dai Santi, che sono già beati in cielo, godendo il trionfo delle vittorie riportate e chiamata perciò Chiesa trionfante, e poscia la parte costituita da quelle anime, che hanno già lasciata  la terra, ma sono ancora nel purgatorio, ed è chiamata Chiesa purgante.

— E fra queste tre parti o famiglie vi è una qualche relazione?

Senza dubbio. Siccome queste tre parti hanno, benché non allo stesso modo, i medesimi interessi, tutte godono o in una o in altra maniera gli stessi benefìci effetti della Redenzione di Gesù Cristo, e tutte sono sotto il suo amorossissimo governo, devono perciò essere in relazione tra di loro, amarsi come membri dello stesso corpo, essere solidali delle stesse glorie e delle stesse sventure, e tutte insieme concorrere alla prosperità e al benessere di tutta intera la società di Gesù Cristo. È quello appunto che nel modo più espressivo insegna l’Apostolo S. Paolo nelle sue Lettere e specialmente nella prima ai Corinti, dove dice che « come nel corpo umano tutte le membra sono piene di sollecitudine le une per le altre, cosi ha da essere in tutte le diverse parti della Chiesa di Gesù Cristo, affinché l’abbondanza delle une supplisca alla povertà ed ai bisogni delle altre » (V. capi XII e XIII).

— E ciò si effettua realmente?

Sì, per mezzo della Comunione dei Santi! che noi dobbiamo credere come verità di fede

— Ma che cos’è propriamente questa Comunione dei Santi secondo l’insegnamento cattolico?

Essa è la partecipazione, che, sebbene in modo diverso, hanno tuttavia tutte e tre le parti della Chiesa di Gesù Cristo ai beni, che nella Chiesa vi sono, e cioè le grazie dei Sacramenti e del Santo Sacrificio della Messa, i meriti infiniti del divin Redentore e quelli sovrabbondanti di Maria Vergine e dei Santi, i frutti delle preghiere, delle limosine, dei digiuni, delle virtù e di tutte le buone opere, che si compiono dai fedeli,

— Ma non capisco perché questa partecipazione o Comunione si chiami dei Santi?

Si chiama dei Santi, perché di essa godono perfettamente soltanto coloro, che sono santi ossia giusti per il possesso della grazia di Dio, e alla quale perciò, oltre che ne sono esclusi del tutto i dannati dell’inferno, che non appartengono più in alcun modo alla società di Gesù Cristo, e gli infedeli, gli eretici, gli scismatici, che non appartengono neppure essi alla vera Chiesa del divin Redentore, i poveri peccatori non vi partecipano che in modo imperfetto.

— E perché i peccatori non partecipano alla Comunione dei Santi che in modo imperfetto?

Vedi: come nel corpo il benefico influsso della circolazione del sangue in modo perfetto non si fa sentire che nelle membra che sono vive, e nelle morte, qualora ve ne sia, se non in modo imperfetto e come per riverbero, così quelli che si trovano in peccato, per la mancanza della carità e della grazia santificante essendo membri morti della Chiesa, benché non ne siano staccati, non possono ricevere perfettamente il frutto spirituale, che ricevono i membri vivi, ma possono solo essere sostenuti da Dio per le espiazioni e soprattutto per la virtù del santo Sacrificio della Messa, ed aiutati a convertirsi e a valersi del Sacramento della Penitenza, delle preghiere e delle buone opere di coloro, che sono giusti.

— Questo l’ho inteso. Ma ora mi dica un po’: se, come insegna la nostra fede, i santi del cielo stanno in relazione con loro, è bene ricorrere a loro per aiuto?

È cosa ottima ed utilissima.

— Ma non dicono i protestanti che ciò non serve, perché i Santi non si danno alcun pensiero di noi?

E ciò ti par vero? Supponi che in una società vi sia l’esercito, che combatta in paese lontano. Sarebbe credibile che i membri di quella società, che se ne stanno sicuri in patria, non si diano pensiero dei loro soldati che combattono nel paese lontano, e non pensino, massime quando ne sono richiesti, a inviar loro aiuti? Or bene, esercito di Gesù Cristo sempre in battaglia contro i nemici della nostra salute, noi imploriamo ed attendiamo dai Santi, che abitano la patria celeste, nella quale un giorno dovremo noi pure trionfare, un’assistenza necessaria ed efficace; È vuoi che i Santi facciano come certi volgari egoisti del mondo, che saliti dal basso all’alto, dalle miserie alle prosperità, dimenticano sì facilmente i parenti e gli amici rimasti allo stesso posto di prima, e non si curino punto di ascoltare ed esaudire le nostre preghiere?

— Ma non dice forse san Paolo, che un solo è il mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo?

Lo so, e questa per l’appunto è la fede nostra, checché ne dicano i protestanti, essere cioè un solo per natura il mediatore tra il cielo e la terra, un solo per natura il Salvatore del genere umano, un solo per natura il nostro avvocato presso il trono dell’Altissimo; ma ciò non toglie che altri mediatori ed avvocati vi possano essere per partecipazione e per grazia.

— Ma col rivolgerci ai Santi non facciamo affronto a Dio, quasi riconoscendo in essi e non in Dio i padroni ed i dispensatori delle grazie?

No affatto, perché noi ci rivolgiamo ai santi non come ad autori e padroni delle grazie, ma semplicemente come ad intercessori per ottenerle. Tanto è vero che la Chiesa nella S. Messa non mai si dirige con le sue orazioni ai Santi, ma si rivolge direttamente a Dio pregandolo a concederci le sue grazie per la intercessione dei Santi, e sempre per i meriti di Gesù Cristo. Il far rimettere nelle mani del re una supplica per mezzo di un suo favorito, sarà questo un affronto al re stesso e un riconoscere per autore della grazia, che si implora, il suo favorito?

— Ma se Dio è ottimo Padre, pronto sempre ad esaudirci, e Gesù Cristo per mezzo della sua passione e morte ci ha meritate tutte 1e grazie, di cui abbisogniamo, perché ancora ricorrere ai Santi?

Sì, certamente Iddio è ottimo Padre, ma noi siamo pur troppo figliuoli cattivi, ai quali può giustamente negare quello che noi gli chiediamo, per avere noi tante volte negato a Lui quello che da noi richiedeva; ed è perciò sommamente utile ad ottenere le grazie sull’interporre l’intercessione dei figliuoli santi che Iddio per la loro bontà predilige; e se Gesù Cristo basta senza alcun dubbio a meritarci ogni favore, ciò non impedisce che Egli si compiaccia di onorare i Santi, facendoci ottenere le grazie anche per la intercessioni degli stessi.

Tuttavia nella Chiesa Cattolica l’invocazione dei Santi non è forse una pratica nuova?

Tutt’altro. L’invocazione dei Santi è una pratica, che rimonta da noi sino ai primi secoli: e le chiare testimonianze di ciò si ritrovano nelle più antiche liturgie, nelle iscrizioni delle catacombe, negli atti dei martiri, negli scritti di Origene, di S. Cipriano, di Eusebio, di S. Gregorio Nazianzeno, di S. Cirilllo Gerosolimitano, scrittori tutti del ITI, IV e V secolo, nei Concili ecumenici Costantinopolitano III e Niceno II; e però ben a ragione il Concilio Tridentino comanda ai sacri Pastori di insegnare ai fedeli che « I Santi, i quali regnano con Cristo, offrono a Dio le loro orazioni per gli uomini; essere quindi cosa buona ed utile l’invocarli supplichevolmente ».

— Ma nella Bibbia non trovasi parola dell’invocazione dei Santi.

Questa è una menzogna. Nel vecchio testamento gli amici di Giobbe a lui si raccomandano, perché plachi Iddio con essi sdegnato; Mosè ed Aronne s’interpongono più volte in favore degli Israeliti prevaricatori; il popolo ebreo ricorre alle preghiere di Samuele; nel libro di Zaccaria si parla d’un Angelo, che prega Dio per i Giudei; nel libro II dei Maccabei si manifesta la cura che degli stessi presero Onia e Geremia già passati di questa vita. Nel nuovo testamento poi il Divin Salvatore compie il suo primo miracolo per intercessione di Maria; e per tacere di altro, S. Giovanni nella sua Apocalisse vede in cielo ventiquattro seniori, che prostrati dinanzi all’Agnello tengono in mano ampolle d’oro piene di soavi fragranze, che sono le orazioni dei Santi.

— Sia pur dunque cosa buona e utile invocare i Santi, ma l’onorarli come fa la Chiesa Cattolica non è una specie di idolatria?

L’idolatria è un rendere alle creature il culto supremo di adorazione dovuto a Dio solo. Ora è questo forse il culto, che noi rendiamo ai Santi? No certamente. Il culto supremo d’onore e di gloria è a Dio solo che lo rendiamo e i Santi li veneriamo soltanto, non già riconoscendo in essi altrettanti Dei, ma unicamente degli uomini sommamente di noi benemeriti e da Dio stesso grandemente amati e glorificati.

— Ma perché tributare il culto anche alle loro immagini e reliquie? In questo atto non c’è veramente il peccato d’idolatria?

Ci sarebbe se noi adorassimo le immagini e le reliquie dei Santi, come facevano i Pagani coi loro idoli, e se noi riponessimo nelle stesse una qualche fiducia. Ma se noi

baciamo e veneriamo le immagini e le reliquie dei Santi, non intendiamo forse di riferire culto e la venerazione nostra ai Santi medesimi? – Vedi strana incoerenza: si protesta che il culto delle immagini e reliquie dei Santi, ma si protesta forse contro il culto, che il soldato serba alla sua bandiera? Si protesta forse contro il rispetto, che il popolo serba alla casa, che vide nascere un uomo grande e ne raccolse l’estremo sospiro? si protesta forse contro del figlio, che guarda con riverenza una scritto del padre? si protesta forse contro la sposa, che serba con tenerezza l’anello dello sposo? contro l’amico, che tiene caro un fiore staccato dalla tomba dell’amico? contro la famiglia, che appende con affetto i ritratti dei maggiori? Ma che dico? si protesta forse contro i governi e i municipi che nei loro musei serbano e venerano capelli, calzoni, tabacchiere, bastoni, badili, e persino altri più vili istrumenti degli uomini, che si dicono grandi? Eh via! l’iniquità mentisce sempre a se stessa. – Del resto le immagini dei Santi, che noi veneriamo, ci parlano al cuore, ci ricordano le loro virtù, la loro potenza, ci stampano in mente il dovere, che noi abbiamo di imitarli, e ci spronano a seguire i loro esempi, e noi non rigetteremo giammai un culto per noi tanto utile. – I corpi poi e le reliquie dei Santi sono corpi e reliquie di coloro, che sono membra vive di Gesù Cristo e templi dello Spirito Santo per la grazia, onde furono ripieni; ed un giorno saranno con le anime glorificati in cielo, e noi non disprezzeremo giammai la voce della ragione, che ci dice di venerarli. La Chiesa in ogni tempo ebbe in uso il culto delle reliquie; i Cristiani serbarono sempre con venerazione l’arena inzuppata dal sangue dei martiri, e si gloriarono sempre d’inginocchiarsi nei santuari dinanzi agli avanzi gloriosi di quei Santi, che essi invocarono a difesa e tutela della loro patria; e Dio stesso più volte con grazie e miracoli ha mostrato come questo culto gli torni accettevole. Tutte le obbiezioni adunque, che tu hai fatte a nome del protestantesimo sia contro la invocazione, sia contro il culto dei Santi, sono obbiezioni vane, che si dissipano al più semplice ragionamento.

— Ciò è verissimo. Ma se una reliquia si venisse a riconoscere falsa?

Né avrebbe a patirne la fede, né sarebbe perduto il merito della venerazione, che le si è prestata. La certezza, per cui la Chiesa propone o permette la venerazione d’una reliquia qualsiasi, è certezza umana, vale a dire quella certezza morale, che noi ricerchiamo nelle cose della vita. Quindi è che anche allora che gli stessi Papi si occupano in certo modo del culto di qualche reliquia, scrivendone o parlandone, concedendo pure privilegi e indulgenze, essi stanno al giudizio delle persone gravi prudenti, che dopo le più accurate ricerche hanno conchiuso per l’autenticità di tali reliquie; ma non intendono con ciò di fare una definizione ex cathedra. Epperò qualora in seguito a prove irrefragabili una reliquia apparisse falsa, la fede rimarrebbe sempre integra; e il culto prestato alla medesima riterrebbe sempre il suo merito presso Dio, giacché, come ti dissi, nel culto delle immagini e reliquie non intendiamo già di onorare l’oggetto materiale, ma di rendere ossequio a Dio e ai Santi suoi.

— Benissimo! Questa spiegazione mi ha tolto dalla mente delle idee molto strambe.