J.-J. Gaume: IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (14)

CAPITOLO XXVIII

FINE DELLA RISPOSTA ALLE OBIEZIONI

Non contenti all’avere distrutto la prima obbiezione che viene opposta al ritorno dei classici cristiani, dimostrando che la restaurazione generale delle scienze, delle lettere e delle arti è anteriore al Rinascimento, noi prendemmo l’offensiva affermando che quello è l’epoca e la cagione principale del decadimento e della corruzione della lingua latina in Europa. Questo è ciò che ci rimane a provare. Noi non sappiamo più il latino! Ecco quello che ripetono, a chi li vuole ascoltare, gli uomini i più interessati a sostenere il contrario. Vari anni fa, un eminente funzionario della francese Università diceva in una pubblica scrittura: « L’insegnamento è limitato ad un piccolo numero, è inutile e pericoloso per la più parte di coloro che sono compresi in questo numero, è incompiuto e cattivo per tutti. Anche il greco ed il latino, questi oggetti speciosi degli studi collegiali, sono male insegnati: prova ne sia che tutti gli studenti ignorano il greco, e che nessuno sa bene il latino. Del rimanente, per il valore scientifico dell’insegnamento in Francia esiste un’infallibile pietra di paragone: e sono gli esami detti del baccellierato. Ebbene! io lo dichiaro francamente; sette anni fa io diedi per la prima volte di tali esami, e da sette anni in qua non ho trovato un solo candidalo su dieci, che rispondesse soltanto passabilmente (Lettera del sig. Gaziano Attutali, profess. di lat.. alla Facoltà diLettere di Tolosa.) ».Noi non sappiamo più il latino ! Ecco ciò che il senso intimo dice piano ad ognuno di noi! Uscendo di collegio, appena se i più valorosi fossero stati capaci di leggere senza dizionario una pagina di Cicerone o di Tacito; ma per fermo non un solo sarebbe stato nel caso di sostenere una conversazione od una discussione latina un po’ estesa. Oggi è anche peggio; la nostra memoria non conserva del latino se non ricordanze così indebolite, che ad eccezione di coloro i quali fecero, per istato loro, della lettura delle opere latine 1’occupazione ordinaria della loro vita, noi non oseremmo arrischiarci a spiegare un passo d’ un autore alcun che difficile, né forse tradurlo senza traduzione, ed ancor meno scrivere in latino i nostri pensieri. [stendiamo un velo pietoso sul sistema scolastico italiano, nel quale non solo gli studenti sono incapaci di balbettare anche qualche sillaba, ma ancor più gli insegnanti – si fa per dire – non hanno più alcuna nozione delle lingue barbare del passato, sia per ciò che concerne grammatica e sintassi, sia per quanto attiene alla letteratura – ndr. -] Noi non sappiamo più il latino! Ecco ciò che provano i fatti. Che sia vero, ad esempio, che il discorso in latino, pronunciato da tempo immemorabile al gran concorso dei collegi di Parigi da una delle sommità universitarie, si farà d’ora in poi in francese, per risparmiare alla dotta corporazioue i quolibet coi quali il latino dei suoi professori fu accolto da più anni? Che sia vero che uno dei motivi per cui non s’insegna più in latino né la filosofia, né il diritto Romano, sia la difficoltà, non oso dire per il professore, ma pei discepoli, di esprimere chiaramente e facilmente i loro pensieri in tale lingua? Non solo noi non sappiamo più né parlare, né scrivere latino, ma neppure giudicarne. Il fatto seguente è noto a tutta Francia. – Verso l’anno 1825, il dottissimo cardinale Mai, bibliotecario di Propaganda, scoperse una parte della Repubblica di Cicerone e la fece stampare. Alcuni esemplari ne giunsero a Parigi. Fra le persone, nelle cui mani vennero dapprima, eranvi un sostituto d’uno dei grandi collegi della Capitale ed un padre di famiglia, il cui figliuolo seguitava il corso di esso collegio. Ora, il maestro aveva giudicato conveniente di tradurre in francese una pagina ritrovata di Cicerone e di darla per tema ai suoi discepoli: egli era sicurissimo che nessuno potrebbe saccheggiare (copiare altrove il lavoro). Il padre, esaminando a caso il tema di suo figlio, conosce donde fu tolto e detta ei medesimo al figliuolo la pagina latina di Cicerone. La copia viene rimessa con le altre. Il sostituto trovandosi occupato, il tema è corretto dal professore titolare, che non sa donde sia stato tolto. Dopo un maturo e coscienzioso esame, ei riconosce che cinque discepoli avevano tradotto meglio che non colui il quale aveva copiato; in modo che Cicerone non fu se non il sesto della classe di colui! – Noi non sappiamo più il latino! Eppure si consacrano sei o sette anni ad impararlo; si spendono in libri ed in professori somme immense. Sembra, vedendo la grande importanza che è data a questo studio, che noi dovremmo essere i più solenni latinanti del mondo. Donde mai deriva siffatto indebolimento nella conoscenza d’un idioma sul quale riposa però tutto quanto il sistema della nostra pubblica istruzione ? Oltre varie cagioni, la cui esposizione ci trarrebbe troppo lungi, una ve n’ha che devo indicare, sia perché è la prima, sia per giustificare la proposizione enunciata più sopra. Lo studio d’una lingua morta presenta già di per se difficoltà abbastanza grandi. Queste difficoltà crescono quando la lingua da studiare è quella di un popolo, le cui idee, i cui sentimenti, la cui religione, le cui istituzioni, i cui usi, la cui vita pubblica e privata sono totalmente diverse dalle nostre. Il giovinetto non trova né nella sua prima educazione, né nella società in mezzo alla quale egli vive, alcuna o quasi alcun’idea corrispondente a quella del mondo di cui è condannato a studiare la lingua; egli deve indovinare ed il senso delle parole ed il senso del pensiero. In questo mondo affatto nuovo per lui, egli non sa come orizzontarsi; il più delle volte cammina a tastoni, si vede fermato da difficoltà insormontabili ch’egli sfugge cadendo in contro-sensi, e finisce con disgustarsi di uno studio che rimane sempre per lui come una fatica, senza mai essere un piacere. – Ecco (ne chiedo a testimoni tutti coloro che fecero le loro classi), ciò che avvenne ad ognuno di noi. Lo stesso succedette a tutti i nostri predecessori dopo il Rinascimento del paganesimo letterario. Ci si fa studiare la lingua latina pagana, cioè la lingua di una società che non ha nessun rapporto con la nostra; una lingua il cui procedere traspositivo non rassomiglia in nulla al procedere logico della nostra lingua materna; una lingua, il cui fondo si compone d’idee, di fatti e di cose, alla cui intelligenza nulla ci ha preparati. Quindi, l’estrema difficoltà d’imparare; quindi, l’imperfetta conoscenza che noi acquistiamo di questa lingua, per non dire l’ignoranza nella quale rimaniamo. – Diversamente avveniva prima del regno del paganesimo classico. Si studiava dapprima la lingua latina cristiana. Questa sola parola lascia trasparire quante difficoltà di meno si opponevano ai progressi del giovinetto. Come madre delle nostre lingue moderne, la lingua latina cristiana presenta relazioni mirabili, e numerose, con l’idioma materno. Aprendo il suo libro latino, il giovane discepolo ritrovava lo stesso procedere semplice e naturale; poco o nulla di inversioni; lo stesso fondo d’idee ch’egli aveva acquistato nella sua prima educazione. La sua intelligenza cristiana indovinava senza pena una parte dei pensieri nascosti sotto una forma estranea. Ei si orizzontava agevolmente in quel mondo che non era più nuovo per lui. A ciascun passo incontrava nomi, fatti, cose, con cui le sue prime letture, la conversazione con sua madre, le istruzioni del sacerdote lo avevano da lungo tempo reso famigliare. Lo studio del latino non era quasi più per lui se non un affare di memoria. Bentosto il piacere congiungevasi al lavoro, perché l’intelligenza entrava facilmente di mezzo, e quegli imparava rapidamente la lingua latina cristiana, la parlava senza pena e la scriveva correttamente. Ecco quanto attestano tutti i monumenti di quella epoca. – Ciò è vero, dicono, ma ei non conosceva la lingua del secolo di Augusto, la bella latinità. Rispondo primieramente, ch’ei conosceva almeno uno dei due idiomi latini. In questo era a noi superiore, poiché dimenticando la lingua latina cristiana per darci esclusivamente allo studio della lingua latina pagana, noi riuscimmo a non sapere né luna né l’altra. Rispondo poi che nulla è più falso quanto il credere e il dire che prima del Rinascimento gli spiriti colti ignorassero la lingua del secolo di Augusto, la bella latinità. Me ne appello alla buona fede di tutti gli eruditi, e li prego di dire se prima del Rinascimento si possedessero, si leggessero, si ammirassero con minore intendimento e buon gusto, di quello che poscia fu fatto, le grandi opere dell’ antichità? Rispondo finalmente che la bella latinità non è solo, come noi provammo, la latinità del secolo di Augusto, ma ancora, e soprattutto, la latinità dei grandi secoli cristiani. – La prima obbiezione che noi esaminammo è dunque falsa del tutto, giacché riposa per intero su una confusione d’idee e di parole condannate dai fatti, ma ostinatamente conservata nella discussione dai partigiani del paganesimo classico. – La seconda obbiezione consiste nel dire che il rimedio, cioè la sostituzione dei classici cristiani ai classici pagani, è impossibile, poiché il baccellierato richiede imperiosamente lo studio degli autori profani. Ed io chiedo, per prima risposta, se sia o no vero, che l’uso esclusivo dei libri pagani nell’educazione è uno dei motivi che maggiormente contribuirono a corrompere i costumi, a pervertire le idee da tre secoli in qua, ed a condurre la società sull’orlo dell’abisso in cui siamo minacciati di vederla sparire? Chiedo inoltre se si possa o no continuare, per una considerazione qualunque, un simile sistema? Supposto che il baccellierato sia un invincibile ostacolo all’adozione di un cammino contrario, ne segue che la questione è impegnata tra la società ed il baccellierato: e poiché la è questione di vita o di morte, ne conchiudo semplicemente che bisogna sopprimere il baccellierato per lasciar vivere la società. Se dunque la società è ancora guaribile, e se i l rimedio proposto è necessario, noi siamo in diritto di affermare che un tal rimedio è possibile. Rispondo di più, che i classici cristiani non sono solo necessari alla Francia, ma all’Europa intera. Ora, grazie a Dio, l’Europa intera non è condannata al baccellierato. Libero dunque ad essa di fare, quando voglia, la riforma che può assicurare 1’avvenire. Finalmente rispondo, che i l Consiglio Superiore stabilito dalla nuova legge sulla pubblica istruzione può pure, quando lo voglia, modificare il programma degli esami da subirsi dai futuri baccellieri. Invece di non farvi figurare se non autori pagani, esso può, senza danno per la letteratura, per la società, per la religione, diminuirne il numero, e chiedere che i giovani cristiani siano tenuti di conoscere a l meno i principali autori cristiani. Può eziandio (il che è ben più conforme alla libertà) contentarsi di esigere dal candidato che sappia il latino, senza obbligarlo ad impararlo in un’opera piuttosto che in un’altra. Oso affermare che, così facendo, il Consiglio Universitario renderà il maggior servizio possibile alla patria, e se eccita le ingiurie dei tristi, avrà per compenso l’approvazione di tutti gli uomini saggi, che seriamente si occupano dell’avvenire. – Passando dal ragionamento alla pratica, noi sosteniamo che simile rimedio è benissimo applicabile. Qui è il luogo di dire tutto quanto il nostro pensiero. Una grande legge sociale fu violata nel XVI secolo. La fonte cristiana, destinata a togliere la sete alle generazioni cristiane, fu mutata in una fonte pagana, e l’educazione diventata pagana produsse una società pagana, ed in seno a questa società noi vedemmo svilupparsi tutte le idee e tutti i vizi del paganesimo. Noi chiediamo un termine a sì strana aberrazione; noi chiediamo che l’ordine venga ristabilito nell’educazione per rientrare nella società; noi chiediamo in conseguenza che i filosofi ed i retori di Atene o di Roma non siano più i soli, né i principali pedagoghi della gioventù cristiana; che autori cristiani adempiscano oramai sì nobile, sì delicata funzione. – Vogliamo noi con ciò escludere gli autori profani? Quando lo volessimo, noi non saremmo se non gli echi dei più grandi uomini e dei più grandi secoli della storia moderna. Ma rassicuratevi, noi vogliamo semplicemente che l’accessorio cessi di essere il principale. Ora, in fatto di educazione cristiana, voi ci concederete senza pena che il paganesimo è solamente l’accessorio, e che a questo titolo il suo posto non deve essere se non secondario. Giacché voi gli date importanza, noi vi concediamo che il giovinetto cristiano abbia a conoscere due società, quella di cui è figliuolo e che deve un giorno servire e onorare; e l’altra ch’egli può ignorare senza danno per la sua felicità o per quella dei suoi simili. Gli autori cristiani sono gli organi della prima, gli autori pagani della seconda: a voi sta di fissare il loro posto rispettivo. Qui io vi vedo uscir fuori con una nuova impossibilità. Voi dite: « Non è possibile studiare a un tempo gli autori cristiani e gli autori pagani; il tempo delle classi non lo permette. Non adottando se non classici profani, appena se ne possono spiegare alcuni, e fra quelli che si spiegano non ve n’ha quasi alcuno che si veda per intero. Il maggior numero dei giovani escono dalla retorica senza avere mai letto, ed ancor meno spiegato Virgilio, Ovidio, Orazio e Quinto Curzio da capo a fondo. Che sarà se voi date loro anche autori cristiani? ». Ecco appunto l’inconveniente dell’uso dei classici pagani nell’educazione. La difficoltà estrema d’imparare la lingua d’una società totalmente diversa dalla nostra, condanna la gioventù ad uno studio lungo e ingrato, e le toglie il tempo di leggere gli autori; a più forte ragione poi di sviscerarne alcuno. Un tale inconveniente sparisce, almeno in gran parte, se voi fate studiare prima la lingua latina cristiana (Bisognerebbe pure modificare il metodo attuale d’imparare le lingue. Un metodo che richiede sei o sette anni per imparare una lingua che in fin dei conti non si sa poi, non può essere essenzialmente buono). La facilità con cui il discepolo la impara, gli lascia tempo da leggere molto latino. Alla sua volta questa lettura abbondante gli dà una meravigliosa facilità per capire la lingua latina pagana, di cui, in fine, le parole sono in generale le stesse che quelle dell’idioma cristiano. D’altra parte, quand’egli fosse vero che 1’uso dei classici cristiani diminuisse un poco lo studio dei classici pagani, qual danno tanto grave ne potrebbe mai derivare? Conoscere un po’ meno Fedro ed Esopo, ed un poco più la Sacra Scrittura; un po’ meno Ovidio e Virgilio, ed un poco più i Salmi e i Profeti; un po’ meno Cicerone e Demostene, ed un poco più San Gregorio e San Crisostomo, sarebbe forse ciò un nuocere allo sviluppo dell’intelligenza, un falsare l’educazione, un compromettere la società, un oltraggiare il senso comune? Noi crediamo dunque, e l’esperienza lo conferma, che cominciando dal far imparare esclusivamente la lingua latina cristiana, non solo si possano vedere i principali autori pagani che servono di presente da classici, ma anche vederli molto meglio. Il giovinetto conoscerà tutto ciò che egli conosce, e lo conoscerà meglio. Di più, conoscerà una lingua ed autori che non conosce in verun modo. Cosi rassicuratevi, il baccellierato che inspira tanta sollecitudine, nulla avrà a soffrire. Soltanto la sua influenza sarà meno funesta alla gioventù ed alla società: ecco tutto. – Ho io d’uopo di aggiungere, che, nella sua forma attuale, il baccellierato non ha alcuna promessa d’immortalità? che l’interesse il più serio dell’avvenire richiede ch’esso venga o soppresso o profondamente modificato? Il mezzo di ucciderlo o di mutarlo è precisamente il mezzo che noi proponiamo. Inutile ancora il dire che per buona sorte il baccellierato non è obbligatorio per il clero; che il clero può dunque immediatamente e con gran vantaggio adottare i classici cristiani. Ora, si “È ANCORA DAL CLERO CHE DEVE COMINCIARE, COME TUTTE LE ALTRE, QUESTA RIFORMA DECISIVA PER LA RELIGIONE E PER LA SOCIETÀ. Per ultima obbiezione si dice: « Il rimedio sarà inefficace, poiché con classici cristiani il professore può sempre, quando Io voglia, formare discepoli pagani ». Rispondo in primo luogo, che la cosa sarà meno focile che noi sia oggidì. In secondo luogo rispondo, che con classici cristiani, i cattivi professori diventeranno sempre più rari, e che i buoni diventeranno eccellenti: è questo il caso di applicare il proverbio: Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. Rispondo in terzo luogo, che, se con classici cristiani un cattivo professore può formare discepoli pagani, un buon professore non può, in regola generale, con classici pagani formare discepoli cristiani : tre secoli di esperienza stanno dietro di me per provarlo. Ecco la grandissima differenza che separa l’uno e l’altro sistema. Ridotta alla sua più semplice espressione, questa diversità significa che, se i classici cristiani non possono, per colpa degli uomini, salvare in Europa la religione e la società, i classici pagani, malgrado tutti gli sforzi degli uomini, perderanno infallibilmente e senza scampo la religione e la società nell’Europa intera. Quando pure le probabilità di successo fossero ancora più deboli che voi non supponete, io domando se sia lecito esitare un sol momento sull’uso dei classici cristiani. Fra due rimedii, dei quali l’uno ucciderà per fermo l’ammalato, e l’altro offre qualche probabilità d’efficacia, la coscienza non ingiunge forse al medico, in modo sacrosanto, di rigettare il primo e di servirsi del secondo?

[Oggi il buon Abate Gaume stramazzarebbe apprendendo che la gioventù attuale si forma con i libri del maghetto Henry Potter, dei Ninjia, dei Pokemon. Ma per fortuna ora egli vive nella Eternità beata e gode dei frutti del suo instancabile lavoro di “allerta alla società!” Che il Signore lo abbia in gloria! – ndr.-]. (Continua)