LO SCUDO DELLA FEDE (228)

LO SCUDO DELLA FEDE (228)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (2)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

SPIEGAZIONE DELLA S. MESSA

Anello che ricongiunge il cielo colla terra, perno su cui s’appoggia tutta la religione, centro, a cui mirano tutti i sacramenti, e a cui tutti i riti sono ordinati, è il Sacrificio della santa Messa. E in vero il Sacrificio, è sempre come il compendio, e l’espressione più genuina delle religioni, in cui sì pratica; sicché dove materiale e grossolano è il sacrificio, è rozza la religione: dove crudele ed empio il sacrificio, barbara e diabolica è la superstizione; dove santo al contrario e, come nella Chiesa Cattolica, il Sacrificio è divino, la Religione è santissima e al tutto divina. Anche nell’entrare nel tempio santo è dato di scorgere che le membra del sacro edificio con tutti gli adornamenti convergono al Tabernacolo di propiziazione, e tutte le immagini, che ridono d’una celeste bellezza, pare che a quello i loro sguardi rivolgano, e stiano d’intorno all’altare quasi a guardia d’onore. Poiché sull’altare cattolico stanno come scolpiti in basso rilievo gli augusti Misteri della Fede Cristiana, ed in fronte ad esso come sopra un acroterio in sublime iscrizione sta espressa tutta l’economia celeste della redenzione nostra operata da Dio: ed il Sacrificio; che sull’altare si consuma, è un vero spettacolo della misericordia di Dio. Quindi la Chiesa doveva questo augusto mistero a Lei affidato compiere con dignità; ed in esso tradurre in atto le sue credenze. Essendo poi Ella madre, e la vera educatrice dei Popoli, coi suoi riti doveva inspirare le sue idee e dare i suoi ammaestramenti ai figliuoli. Lo compresero i santi padri, e non credettero meglio aiutare questa madre, che collo spiegare le auguste cerimonie da Lei praticate nell’esercizio del culto divino, e fare ad esse partecipare i fedeli. Fin dal secondo secolo s. Giustino filosofo e martire per difendere la Chiesa in faccia ai tiranni, e farla rispettare, anzi amare da tutto il mondo, non credeva poter far meglio che esporre i riti con cui si celebravano nelle Catacombe i santi Misteri. Quindi s. Cipriano, s. Basilio, s. Giovan-Grisostomo nelle loro Omelie, s. Cirillo nelle sue Catechesi, e tutti i santi Padri alla maestà dei riti sacri si ispiravano sovente, e, facendo partecipi delle loro sublimi ispirazioni i fedeli, lì mantenevano in comunicazione continua collo spirito della Chiesa, che li praticava. E se ciò allora era bene, quando il popolo assisteva così fervorosamente alle sacre funzioni, e queste in gran parte erano anche eseguite nel linguaggio che in quei tempi ancora si parlava comunemente; per cui i fedeli assistenti alla Messa erano in continuo colloquio colla Chiesa c col Sacerdote, pare necessario di dover «piegare le belle e devote significazioni di queste auguste pratiche ora che il popolo prende ogni dì sempre più poca parte a ciò che si fa nella Chiesa e le sacri funzioni tiene quasi in conto di cosa, vorremmo dire, di professione dei sacerdoti, in cui egli non s’abbia per poco che fare. Per rimediarvi alcuni hanno voluto che si dovesse, nell’esercizio del pubblico culto abolire il linguaggio latino. Eh! bisogna pur dire che costoro non fossero informati a quello spirito di universal carità, che è l’anima della Chiesa Cattolica, che abbraccia in una sola famiglia tutti gli uomini di tutti i tempi dispersi sopra la terra, di nazione, di lingua, di colore diversi. Madre di tutti, Ella ha bisogno di una lingua, che, studiata in ogni terra, non sia il privilegio di alcun popolo del mondo. Veramente quando per esempio un fedele d’Italia si trova ad ascoltare la s. Messa celebrata dal prete nero d’Etiopia, o di color di rame dell’Oceania, sentendo sull’altare il linguaggio che parla il Pontefice in Roma; allora, si trovasse pure agli antipodi in mezzo ai più estranei popoli, sente di essere in mezzo ai fratelli, tutti figli della medesima madre, che tutti conduce per mano a ricoverarli in Paradiso (Conc. Trid. sess. XXII, cap. 8.). Inoltre, la latina lingua antica e misteriosa, non più soggetta a variare coi tempi, mentre conviene assai bene al culto dell’Essere eterno, incomprensibile, immutabile, tiene al sicuro le verità eterne da quel vortice di variazioni, che strascina gli uomini e le cose, che da loro dipendono, in mutazioni continue; e meglio la serba nella loro interezza entro le esatte forme di un linguaggio fuori d’uso e custodito da tutti (Car. Bon. lib. De rerum liturg. dove tratta del variare continuo delle lingue viventi). Pare ancora che le orazioni in lingua latina raddoppino presso la moltitudine il sentimento religioso. Ché nel tumulto dei suoi pensieri e delle miserie, onde è assediata la vita, il buon fedele, pronunciando nella sua semplicità parole a lui poco famigliari od anche sconosciute del tutto, si persuade domandar cose che a lui mancano e che non saprebbe quali. L’indeterminazione della sua preghiera la rende più graziosa, e l’inquieta anima sua, che mal conosce ciò che ella desidera, e inclinata a fare voti misteriosi, come sono misteriosi i suoi bisogni (Chateaubr.). Del resto sapendo di ripetere le parole che gli mette in bocca come a bimbo la madre, a lei si affida, e da lei unito dell’intelletto per la fede, e del cuore per la carità, vivendo per Lei in un’atmosfera più sublime d’intelligenza e d’amore, come pensa coi suoi pensieri, così gli vien bene esprimerti nelle sue orazioni in grembo alla madre colla misteriosa parola ch’ella gl’insegna (Bened. XIV. De Sacrif. Miss. lib. II, cap. 2). Sia benedetta questa Madre santissima! È nella speranza di meritare anche noi la sua benedizione, noi (se ce lo concede Iddio), vorremmo farla da interprete tra lei ed i suoi figli; ed in certo qual modo, mentre si trovano in seno a lei allora che tratta con Dio di tutti i loro più cari interessi, noi vorremmo farci a ridestar l’attenzione dei figli, quasi dire con semplicità: « vedete, ascoltate, sentite ciò che vi dice e fa la Chiesa con quelle tali cerimonie, e con quelle sante parole, che le ispira Iddio. » Troppo ben fortunati, se avremo porta occasione ai RR. Parrochi e Sacerdoti di far sovente parola dei santi riti della Chiesa, e massime della santa Messa. Perché, a dir vero, di alcuni fedeli, (e noi l’abbiamo provato nel trattare con loro nei momenti delle più sincere loro espansioni, dedicati essendo alle Missioni sante), ci sembrarono troppo meschine e ristrette le idee che hanno infatti dei più sacri misteri. Onde è che di un tempo il più prezioso e veramente accettevole appresso a Dio si fa sovente per loro un tempo di noia mortale; pel che se ne vanno volentieri lontano. Par bene adunque che bisogni aiutarli a farsi famigliari coi pensieri della Chiesa nelle sacre funzioni, e che bisogni iniziarli alla grandezza, alla profondità delle cose di Dio. E ci pare carità il dar loro la mano per sollevarli dal tempio al cielo; e, quando entrano nel luogo santo, trasportarli quasi in un’atmosfera spirituale tra le braccia della madre Chiesa a conversare con Dio. Perché essendo la Messa piena d’utilissimi e grandi misteri (Cone. Trid. sess. XXII, cap. 8.), in essa troviamo come lo spirito di tutta la nostra religione, e, col compendio di tutti i misteri, anche un’idea di tutte le obbligazioni che il Vangelo c’impone, ed una caparra di tutte le promesse, che ci fa intravedere la fede, ed anche un saggio anticipato della felicità, che ci appresta la misericordia di Dio. Ah! quando conosceremo la forza e il valore di tutte le cerimonie alla grande oblazione consacrate, nel vedere Gesù, che mai non si spoglia della qualità di vittima, che si sacrifica, e resta in mezzo a noi, intenderemo, che la nostra con lui non deve essere una unione passeggiera, ma in ogni tempo, in ogni circostanza ci dovremo considerare come vittime da immolare con Lui nel sacrificio della vita cristiana, e vivere del cuore sempre uniti con Lui. Perciò, affinché non manchi questo sostanziale pascolo alle agnelle di Gesù Cristo, ed affinché i pargoli non chiedano pane, se non vi sia chi loro lo spezzi in mano, comanda la Chiesa, che spesso nella celebrazione della Messa ai fedeli raccolti si spieghi ciò che si legge e si pratica nel Sacrificio, e specialmente nei giorni di festa (Conc. Trid. sess. XXII, De Sac. Mis., cap. 8). – Come fecero, e fanno già molti, anche noi vorremmo aggiungere l’opera nostra. Desiderosi di farlo nel povero modo, che per noi si possa, abbiamo abbracciato anche tutte le occasioni, che ci si presentarono, per parlare di altri riti e di altre istituzioni, come chi gode di parlare coi fratelli di tutte le cose, che appartengono alla comune madre carissima; anche nella speranza di dare in mano ai fedeli, fossero pure neofiti, un Libro che basti a farli istruiti degli usi, per dir così, più comuni della nostra Chiesa, e metterli in comunicazione coi fratelli, che ci precedettero in paradiso; coi quali, benché siano in cielo, noi qui in terra facciamo una sola famiglia, quando siamo nella Chiesa Cattolica. – Abbiamo diviso tutta l’opera nostra in tre parti; cioè: La Preparazione, — Il Sacrificio. — Il ringraziamento della Messa. Ma prima è a dire che cosa sia il Sacrificio della santa Messa, ed il perché il Sacrificio si chiami Messa. Cominceremo pertanto da questo nome.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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