LA GRAZIA E LA GLORIA (11)

LA GRAZIA E LA GLORIA (11)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO II

LA NATURA DELLA NOSTRA FILIAZIONE ADOTTIVA. – IL PRINCIPIO COSTITUTIVO CREATO, VALE A DIRE LA GRAZIA SANTIFICANTE CON LE VIRTÙ ED I DONI.

CAPITOLO V

Sulla natura metafisica della grazia, e perché Dio solo può produrla nelle anime con una sorta di creazione.

1. La grazia è una forma interiore e permanente. Ma questa forma, questo principio della nostra filiazione, a quale genere supremo appartiene nella distribuzione degli esseri? È qualcosa di sostanziale; è un accidente? E se dobbiamo classificarlo tra le realtà accidentali, a quale genere inferiore, a quale specie di accidente, la ridurremo? – Questioni discusse a lungo tra i teologi scolastici, e sulle quali diremo solo ciò che può essere strettamente necessario per averne qualche idea. – Che la grazia sia qualcosa di accidentale nell’anima o, il che equivale alla stessa cosa, che non sia né sostanza né anche un principio di sostanza, come l’anima o il corpo (materia o forma), questo non può essere messo in dubbio da chi conosce il valore dei termini. « Per il fatto stesso che la grazia sia una realtà creata, è necessario che sia compresa sotto il genere di accidente. Infatti, niente di ciò che presupponga l’essere completo di una sostanza può non essere sostanziale in questo essere. Perciò, poiché la grazia suppone che l’anima e l’uomo esistano indipendentemente da essa, essa deve essere unita ad essi come un accidente. Una cosa, lo so, può essere unita accidentalmente ad un’altra, sebbene sia in sé una sostanza; per esempio, l’abito all’uomo che lo indossa. Ma ciò che ho detto del vestito, che è sostanza, e tuttavia non ha che un’unione molto accidentale con l’uomo che copre, non può essere applicato alla grazia… E la ragione ultima è che la grazia svolge nell’anima il ruolo di una forma intrinseca, e che sopravviene quando l’essere sostanziale sia già completo »: due sono gli elementi che rendono l’accidente propriamente detto (S. Thom., II. D. 26, q. 1; a. 2, coll. I, D. 17, q. 1, 1°. 2). Ecco allora la grande, infinita differenza tra la natura divina presa in sé e la natura divina partecipata che è la grazia; o, se si vuole, tra l’archetipo e l’immagine. La natura divina in sé è sostanza e nient’altro che sostanza, una forma infinitamente attuale, che non ha alcun supporto in nessun soggetto, che non attua alcun essere in potenza perché è puro Atto, ed Essere sussistente. La natura divina partecipata non è che un accidente, una forma soprannaturale di una sostanza che perfeziona, è vero, ma a cui fornisce un supporto indispensabile. Questo è ciò che San Tommaso ha formulato in una di quelle frasi che dicono molte cose in pochissime parole: « Ciò che è sostanzialmente in Dio è accidentalmente nell’anima che partecipa della bontà divina, come appare dalla conoscenza e dalla volontà » (Id. 1. 2, q. 110, a. ad 2.) – La forma sostanziale (un’anima per esempio), e la forma accidentale (come sarebbe un pensiero), sono simili per un aspetto e diversi per un altro. Esse si accordano nel fatto che entrambe sono un atto, e che entrambe sono un atto di cui sono la forma. Ma differiscono, perché la forma sostanziale dà l’essere semplicemente detto; e la forma accidentale, presupponendo questo primo essere, dà a chi la riceve, solo di essere di tale e tale qualità, di tale e tale estensione, di avere tale e tale modo di essere. Il soggetto della prima è l’essere solo in potenza, e quello della seconda, l’essere in atto » (S. Tom. 1 p., q. 77, a. 6).

2. – La Chiesa nei suoi concili e decreti dogmatici non parla espressamente di accidente; ma rende la questione sufficientemente chiara pur tacendo la parola: infatti solo dell’accidente si può dire che sia inerente all’anima. Ma a quale tipo di accidente dobbiamo riferire la grazia? Il Concilio di Trento si è astenuto molto saggiamente dal definirlo. Quello che si può dire con certezza, però, è che appartenga alla categoria della qualità. Su questo punto non trovo alcuna controversia tra i Dottori della Scuola. I Padri, sebbene in nessun luogo abbiano agitato questa questione, mi sembra che abbiano insegnato per anticipazione l’opinione della Scolastica. – Così il confessore Massimo ci dice che il « Verbo fatto uomo, deificò le anime non per una natura, ma per una qualità, non natura sed qualitate deificavit » (S. Maxim. Capp. quinquies centen. 2, n. 26. P. G. t. 90, p. 1229). – S. Cirillo di Alessandria (S. Cyrill. Alex., L. IX in Joan, P. Gr. t. 74, p. 260.), S, J. Chrysostomus, Ammonius (Ammon. Caten. ad Joan., XIV, 18, P. Gr., t. 85 p. 1489.) ed altri in più di un luogo ci presentano la grazia o forma permanente della nostra santità, sotto lo stesso appellativo. – Qui è necessaria un’ultima precisazione: la Grazia prevale nella perfezione sulla sostanza, poiché la trasforma e la innalza in modo eccellente al di sopra della natura. Ora, come avviene questa preminenza della grazia sulla sottigliezza dell’anima, se essa è una qualità puramente accidentale? Come si possono conciliare due affermazioni così a prima vista contraddittorie: la grazia è al di sopra di ogni natura, e la grazia è un accidente, cioè una cosa meno nobile nel suo essere di questa stessa natura sostanziale? Niente di meno facile in apparenza, eppure niente di più semplice in realtà, per chi sa andare al fondo delle cose. Considerata precisamente come un accidente ed una qualità, la grazia è manifestamente inferiore nel suo modo di essere alla sostanza: quest’ultima sussiste in se stessa, mentre la grazia creata ha un’esistenza solo nel suo soggetto, l’anima o il puro spirito. Ma, considerata come espressione della bellezza divina, la grazia supera incomparabilmente la sostanza, perché essa sola è una partecipazione della natura divina (S. Tommaso, 4, 2, q. 110, a. 2, ud 2: coL.Il, D. 26, q. 1, a. 2, ad 2. – S. Bonav,, Il, D. 26, a. 1, q. 3, ad 1 e 2). E queste due cose sono così lontane dall’essere incompatibili, che l’una è la condizione dell’altra. Date alla grazia la dignità di sostanza, e riducete a nulla la partecipazione della natura divina che ne costituisce l’essenza e la gloria: perché una sostanza soprannaturale, cioè una sostanza al di fuori di Dio che, per la sua virtù nativa possa contemplarlo e amarlo così com’è in se stesso, è pura chimera (Sup, I. II c. 2, p. 93, sqq. 2). Così la grazia esiste solo a condizione di avere un modo di essere inferiore a quello della sostanza. E, d’altra parte però, questa realtà puramente accidentale ha così tanto potere, nella sua apparente infermità, che supera nel suo effetto quello della sostanza stessa: questa non costituisce che un uomo o un Angelo, e questa fa di questo uomo o di questo Angelo un figlio adottivo di Dio, un dio deificato. – Sento un filosofo troppo sottile che protesta contro la risposta appena data. È impossibile, dice, che una grazia accidentale, da qualsiasi punto di vista la si ponga, prevalga in dignità su una sostanza ragionevole. Poiché ogni accidente proviene dalla sostanza, nessuno, quindi, può avere una perfezione che quest’ultimo non conterrebbe. Chiediamo ancora una volta una risposta agli antichi Maestri. Essi ci diranno che bisogna distinguere una doppia classe di qualità o accidenti. Tutti, è vero, poggiano più o meno immediatamente sulla sostanza, come sul loro soggetto; ma non tutti emanano dai principi costitutivi della sostanza o dalle sue proprietà. Se ci sono corpi luminosi di per se stessi, ce ne sono altri che ricevono dall’esterno la luce con cui brillano. La scienza, le virtù naturali e altre qualità dello stesso tipo sono prodotti di cui la sostanza è coronata dall’esercizio delle sue facoltà native. Quanto alla grazia, essa viene dall’alto. È un seme celeste (semen Dei) che solo Dio può depositare nelle profondità delle anime che Egli crea a sua immagine. Ciò che viene dalla natura è la semplice capacità di ricevere la forma divina; ma questa forma non può emanare né dalla natura né da alcun agente creato (S. Thom. de Virtut. In comm. A, 10, ad 13.). – Ci chiediamo ancora come la grazia agisca sull’anima per trasformarla e farle produrre operazioni soprannaturali, poiché non è compito dell’accidente agire sul soggetto che esso modifica. La risposta è molto semplice: la grazia agisce sull’anima, non come il pittore sulla tela, ma come il colore: in altre parole, agisce alla maniera di una causa formale, e non alla maniera di una causa efficiente; e questo è precisamente il ruolo di un accidente.

 3. – Che una sostanza creata non possa essere in sé e per sé la causa della grazia è facile da ammettere (non parlerò esplicitamente della causa efficiente delle virtù o dei doni infusi, poiché essi sono prodotti con la grazia e nella grazia). Ma è proprio vero che non la si può ricevere da alcun agente creato? Niente è più certo, se si tratta della causa principale, cioè della causa che opera per la sua propria virtù, e non come semplice strumento di un principio superiore. Per non cadere in inutili ripetizioni, ricordiamo solo con la memoria tanti testi in cui i Padri dimostrano la divinità del Figlio e dello Spirito Santo per il fatto stesso che sono gli Autori della grazia, e che è attraverso di loro che l’immagine divina è impressa nelle nostre anime. Vano argomento e prova inefficace, se altri che Dio potesse, anche dipendentemente da Dio come causa prima, produrre in noi questo mirabile effetto. Ma non basta affermare il fatto: dobbiamo, per quanto ci è possibile, cercarne la ragione ultima. È un principio ovvio che nessun essere può produrre un effetto la cui eccellenza superi la sua natura, poiché in ogni ordine la causa deve essere più perfetta dei suoi prodotti. Chiedere pensieri ad un essere puramente sensibile e materiale sarebbe una chimera. È così che tutte le bellezze create ci rivelano in Dio il loro Autore sovrano, una bellezza che le contiene tutte e in un grado superiore. Ora, il dono della grazia è incomparabilmente al di sopra di ogni sostanza e di ogni perfezione puramente naturale, poiché è la partecipazione più eccellente della natura al di sopra di ogni natura. Quindi è assolutamente impossibile che la creatura sia la causa della grazia. « Perciò è necessario che Dio solo deifichi l’uomo, facendolo partecipare per somiglianza alla sua natura divina, così come è necessario essere fuoco, per infiammare » (« Sic enim necesse est quod solus Deus deificet, communicando consortium divinæ naturæ per quandam similitudinis participationèm; sicut impossibile est quod aliquid igniat, nisi solus ignis . » – S. Thom. 1-2, q. 112, a. 1 m. corp. IV, D. 46, q. 2, a. 1, sol. 3, ad 2.). – Insegnare che Gesù Cristo Nostro Signore sia come uomo la causa della grazia; che il suo corpo non solo sia vivente nella santa Eucaristia, ma anche vivificante; che tutta la santità venga a noi dalla sua pienezza; infine, che i Sacramenti stessi contengano e producano la grazia, non è andare contro questa conclusione. Infatti, abbiamo parlato solo della causa principale. Sì, l’umanità di Cristo è una fonte di grazia e di vita, ma è come un organo della divinità che produce effetti così meravigliosi. Ora lo strumento, qualunque esso sia, non produce l’effetto a cui è applicato per sua propria virtù, ma per la virtù dell’agente principale che passa in qualche modo attraverso di esso per raggiungere l’effetto. Il pennello di Raffaello ha fatto quadri ammirevoli; ma è a lui che dobbiamo attribuire la gloria, quanto alla loro causa? No, in verità: perché esso era solo uno strumento nelle mani del grande artista.  Così il corpo di Gesù Cristo non produce la grazia per virtù propria, ma per quella della Persona divina che rende salutare il suo contatto e la sua azione (S. Thom., ibid., ad 1). La stessa soluzione si applica a tutti i Sacramenti della nuova alleanza che derivano da Cristo. Presi in sé stessi e considerati nei loro elementi naturali, hanno il loro effetto principale, poiché sono delle cause: l’acqua bagna e rinfresca, le parole colpiscono l’aria e producono dei suoni. Ma per quanto riguarda l’effetto che è la grazia, è lo Spirito Santo che lo produce come causa principale; e il Sacramento, da questo punto di vista, non è altro che uno strumento che porta il comandamento e la virtù di Dio all’anima per santificarla. E questo è ciò che Nostro Signore intendeva dire con queste parole: « … se qualcuno non rinasce dall’acqua e dallo Spirito Santo »; comprendendo nella stessa formula lo Spirito Santo, causa prima e principale della grazia della rinascita, e la causa strumentale con cui la produce (Id. ibid. ad 2). (Id. ibid. ad 2) È anche da questo che capiremo quanto vane e futili fossero le accuse mosse contro la santa Chiesa riguardo all’efficacia che essa attribuisce ai nostri Sacramenti. Come – dicevano i protestanti del XVI secolo – l’acqua, l’olio o qualsiasi altra materia simile potrebbe produrre la grazia, cioè l’opera più perfetta di Dio? Che ci dicano a loro volta come un misero pezzo di materia più o meno ben lavorato produca delle melodie così divine, o come una mano senza intelligenza scriva a volte capolavori di scienza e di poesia. La loro risposta sarà la nostra. Da entrambe le parti, è la causalità prima o principale che deve precedere l’effetto nella virtù propria, e non la causalità come strumento.

4. – Che nome si dovrebbe dare alla produzione della grazia? Torniamo all’inizio di quest’opera (L. 1, c. 4), e troveremo tra i termini che la Scrittura e i Padri hanno usato per caratterizzarla, quelli di creazione e di ri-creazione. Potrebbe essere, allora, che Dio, nel darci la sua grazia, ci chiami alla dignità di figli adottivi con un atto da creatore? Sì e no. No, non è una creazione propriamente detta: perché la creazione finisce nell’essere, in tutto l’essere; non presuppone nulla, né la cosa da produrre, né alcun soggetto in cui questa cosa sarebbe prodotta. Pertanto, il suo termine è una sostanza capace di esistere in sé stessa, indipendentemente da qualsiasi altro elemento sostanziale e da qualsiasi soggetto. Ora la grazia non è una sostanza; essa presuppone la natura intellettuale di cui è una qualità; l’essere che porta con sé è un essere sopraggiunto, come quello del pensiero nell’essere pensante. Non è quindi un atto creativo propriamente detto che lo chiama all’esistenza. – Eppure, è qualcosa di simile ad una creazione: perché, a differenza di altre forme che, non essendo sostanze, esistono solo in un tutto, come le anime degli animali senza ragione, o in un soggetto preesistente, come la scienza, il colore e altre qualità dello stesso tipo, la grazia non può avere altra causa principale che Dio. Né le nature finite contengono la causa efficiente che possa produrla, né l’essere che la riceve contiene un principio seminale da cui potrebbe trarla da qualche sviluppo naturale (Suar. De Grat. T. VIII, c. 2, n. 9-10). – È necessario, senza dubbio, che ci sia in ogni essere intelligente una potenza positiva, una capacità naturale di ricevere la grazia in sé. « L’attitudine (posse) di possedere la fede, come l’attitudine di possedere la carità, è della natura dell’uomo; ma avere la fede, come avere la carità, è della grazia dei fedeli », diceva Agostino (« Posse habere fidem, sicut posse habere caritatem, naturæ est hominum; sed habere fidem, quemadmodum habere caritatem, gratiæ est fidelium ». S. Agostino, de Prædestin, ss. c. 5).  Ma questa attitudine ha quella qualità singolarmente propria che solo Dio può rendere efficace. E questo è ciò che i teologi vogliono esprimere, quando la chiamano “potere obbedenziale“. Potere: perché essa è una capacità di diventare; potere obbedenziale: perché questo divenire non può essere realizzato che dalla Causa sovrana alla quale tutto obbedisce. Cerchiamo di capire la differenza tra questa potenza obbedenziale e le altre potenze passive che si trovano nell’ordine della natura. Vedete questo cadavere, quello di Lazzaro per esempio, che giace già nella sua tomba. Può risorgere e prendere il suo posto tra i vivi? Sì, ma solo alla chiamata onnipotente di Dio. Il suo potere di rianimare è un potere obbedenziale. Quest’altro uomo, colpito da una grave malattia, può anche rialzarsi; ma ci sono principi attivi in natura, dentro e fuori di lui, che sono abbastanza energici per riportarlo in salute. Il suo potere di essere guarito dalla loro applicazione non è più obbedenziale, ma naturale. Quest’ultima risponde a cause secondarie e la prima solo alla Causa prima. Da qui questa distinzione, presa in prestito dagli scolastici da S. Agostino, tra ragioni causali, racchiuse in Dio solo, e ragioni seminali, depositate da Lui nelle cose. (È nell’interpretazione del passo della Genesi sulla produzione di Eva che il santo Dottore ha formulato questa distinzione. « Elementa mundi hujus corporei habent definitam vim qualitatemque suam, quid unumquodque valeat, vel non valeat, quid de quo fieri possit vel non possit… super hunc autem motum cursumque rerum naturalem potestas creatoris habet apud se posse de his omnibus facere aliud quam eorum quasi seminales rationes habent, non tamen quod non in eis posuit ut de his fieri vel ab ipso possit. Horum et talium modorum (puta, quod herba sic germinet, homo loquatur) rationes non tantum in Deo sunt, sed ab illo etiam rebus creatis inditæ atque concreatæ. Ut autem lignum de terra excisum… fructum gignat (Num., XVII, 8), ut per juventam sterilem femina in senecta pariat (Gen., XVII, 19), ut asina loquatur (Num., XXII, 28) et si quid est ejusmodi, dedit quidem naturis quas creavit, ut ex eis et hæc fieri possent; neque enim ex eis vel ille faceret quod ex eis fieri non posse ipse præfigeret, quoniam seipso non est nec ipse potentior: verumtamen alio modo dedit, ut non hæc haberent in motu naturali, sed in eo quo ita creata essent, ut eorum natura voluntati potentiori amplius subjaceret. – Habet ergo Deus in seipso absconditas quorumdam factorum causas quas rebus condilis non inseruit: easque implet non illo opere providentiæ quo naturas substituit ut sint, sed illo quo eas administrat ut voluerit, quas ut voluit condidit. Ibi est et gratia, per quam salvi fiunt peccatores. S. Agostino, de Gen, ad litt, L. IX, n. 32, 33). – « Quando vi si chiederà se la produzione di un effetto sia da attribuire a ragioni causali o seminali, rispondete: Se l’effetto in questione è così tanto di Dio che la creatura non vi contribuisca con alcuna potenza, come nel caso della creazione del mondo, o non apporti che una potenza obbedenziale, come accadde nella moltiplicazione dei pani, allora esso è prodotto secondo le ragioni causali che Dio conserva nella sua volontà, poiché non è prodotto secondo le esigenze della creatura, ma secondo le esigenze della disposizione eterna di Dio. Se invece l’effetto è tanto di Dio che la creatura ha il potere di produrlo, allora si fa secondo le ragioni seminali, come quando un uomo nasce da un uomo, o un albero da un altro albero (S. Bonav. in II, D. 18, a. 1, q. 2.). » – Quindi, per concludere, la grazia è uno di quegli effetti la cui ragione causale è solo in Dio. « Ibi est gratia per quam salvi fiunt peccatores »; e in questo senso la produzione della grazia è simile alla creazione. Inferiore a quest’ultima, se guardiamo il modo di azione, poiché presuppone una base di operazione; ma la supera se giudichiamo l’una e l’altra dai loro effetti, poiché la dignità di figlio di Dio supera incomparabilmente quella di una natura puramente ragionevole.

LA DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (13)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (13)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

CAPITOLO QUINTO

LA CONFORMITA’ A CRISTO (I)

Che io gli sia quasi un prolungamento di umanità

.1) La nostra predestinazione in Cristo — 2) La presenza intima di Gesù. – Devozione all’anima di Cristo — 4) Identificare i movimenti dell’anima propria a quelli dell’anima di Cristo — 5) Esprimere Cristo allo sguardo del Padre — 6) Essere per Lui quasi un prolungamento di umanità — 7) La conformità alla Sua morte

Una nota comune a tutti, ricongiunge i santi delle più varie scuole: la loro conformità a Cristo: « I predestinati — ci dice san Paolo — devono essere conformi all’immagine del Figlio » (Romani, VIII-29). Secondo l’assioma tradizionale, il Cristiano è un altro Cristo: Christianus alter Christus. Ma questa grazia della conformità a Cristo è essenzialmente multiforme; alcuni riproducono con particolare evidenza qualche aspetto della vita di Gesù: il suo silenzio di Nazareth, il fascino potente della sua parola sulle folle e il suo ascendente sulle anime; oppure, i lineamenti del Messia sofferente, come Geremia, le ignominie della passione e l’abbandono dei « suoi », come Giobbe; la sua umiltà, la sua pazienza, il suo disprezzo delle ricchezze, la sua vita adorante e riparatrice, il suo amore per il Padre; oppure, i suoi lumi sapienti di Dottore, la sua prudenza di capo supremo della Chiesa, la forza del suo martirio sulla Croce. I prediletti imitano il Maestro nel distacco assoluto: « Sono i vergini, e seguono l’Agnello ovunque Egli vada » (Apocalisse, XIV-4.). La santità di Cristo è, in qualche modo, infinita; Gesù offre in se stesso un modello di tutte le virtù, e Dio potrebbe moltiplicare senza limite i santi, sulla terra, senza esaurire le ricchezze incomprensibili della grazia capitale di Cristo, esemplare della nostra. Non deve quindi farci meraviglia il ritrovare in suor Elisabetta questa viva rassomiglianza col suo Maestro. « Vivo enim, jam non ego; vivit vero in me Christus »  (Lettera al sacerdote Don Ch. – 23 novembre 1904.): eccol’ideale della mia anima di Carmelitana ».Questa trasformazione in Cristo, iniziatasi al Battesimo,continua senza interruzione attraverso tutte le fasi dellasua vita. Scriveva nel suo diario di fanciulla: « Vorreifarlo amare da tutta la terra… ». « L’amo, fino a morirne» (Diario: 30 gennaio – 1° marzo 1899). E le feste, anche le più mondane, non potevano strapparla all’invisibile presenza del suo Cristo. Divenuta Carmelitana, con quale appassionato ardore premeva sul cuore il bel Cristo della sua professione che recava il motto: « Jam non ego, vivit vero in me Christus! ». Cristo è al centro della sua preghiera sublime alla Trinità, nella quale esprime in uno slancio d’amore tutto respiro della sua vita interiore: « O mio Cristo adorato, vorrei essere una sposa per il tuo cuore… Vorrei amarti, fino a morirne ». Nel suo letto di dolore, non sogna che « morire trasformata in Gesù Crocifisso ». La devozione al Cristo occupa un posto centrico nella sua dottrina come nella sua vita. A quale sorgente l’ha attinta? Durante il ritiro conventuale predicato nell’ottobre 1902, il Padre Vallée aveva esposto energicamente e in un’altissima luce contemplativa i grandi principî della cristologia tomista; aveva particolarmente insistito sulla natura del Verbo Incarnato e sul suo carattere essenziale di Salvatore, sulla grazia capitale, la scienza, l’amore, la preghiera di Cristo… ecc… Questo ritiro, privo di consolazioni interiori, aprì a suor Elisabetta orizzonti sconfinati sul mistero di Cristo e queste luci nuove entrarono immediatamente nella sua vita. « Abbiamo avuto un ritiro così bello, così profondo, così divino! Il Padre Vallée ci ha spiegato sempre Gesù Cristo, e vi avrei voluta vicina a me, perché l’anima vostra esultasse insieme alla mia. Noi siamo in comunione continua col Verbo Incarnato, con Gesù che dimora in noi e vuole dirci tutto il suo mistero. La vigilia della sua Passione, parlando dei « suoi », diceva al Padre: « Io ho fatto conoscere ad essi le parole che mi hai comunicato; ho dato loro la luce che ho avuto in Te, prima che il mondo fosse» (San Giovanni, XVII, 8-22.). Egli è sempre vivo, sempre operante nell’anima nostra: lasciamoci formare da Lui, e che Egli sia l’anima della nostra anima, la vita della nostra vita, affinché possiamo dire con san Paolo: « Per me, vivere è Cristo ». Egli non vuole che ci rattristiamo, considerando ciò che non abbiamo fatto interamente per Lui. È il Salvatore; la sua missione è perdonare. E il reverendo Padre, durante il ritiro, ci diceva: « Non vi è che un desiderio nel cuore di Cristo: cancellare il peccato e portare l’anima a Dio» (Lettera alla signora A… – 9 novembre 1902). Soprattutto le Epistole di san Paolo furono sorgente di luce per l’anima sua: in esse, suor Elisabetta se ne andava a « bere Cristo », secondo l’espressione di sant’Ambrogio. E non avrebbe potuto porsi ad una scuola migliore. Il Dottore delle genti aveva ricevuto da Dio la missione di manifestare al mondo le ricchezze di grazia, i tesori di scienza e di sapienza divina nascosti in Cristo. « Cor Pauli, cor Christi »: Paolo aveva il cuore di Cristo. Le formule di fede che egli scriveva ai primi Cristiani contengono in compendio tutto l’insegnamento della Chiesa sul mistero di Cristo. – Suor Elisabetta della Trinità, temperamento d’artista, così libera nell’ispirazione, così nemica di ogni metodo troppo rigido, pure aveva organizzato tutto uno schedario per lo studio del suo caro san Paolo. Queste note, bene analizzate, con riferimenti precisi, rimandano, per la massima parte, ad uno degli aspetti del mistero di Cristo. Ricorreva sovente ai testi dell’Apostolo per appoggiarvi i movimenti della sua anima contemplativa; e più di una volta, nelle sue lettere o nei suoi due ritiri, le capita di citarne dei lunghi passi per intiero, a tale punto il suo pensiero si era identificato con quello del santo. La nostra predestinazione in Cristo, e la restaurazione di tutte le cose in Lui, la nostra incorporazione al Figlio di Dio, capo del Corpo mistico costituito da tutti i redenti, la necessità che abbiamo di immedesimarci con tutti i sentimenti della sua anima divina, di esprimerlo agli sguardi del Padre, di essere per Lui, in certo modo, un prolungamento di umanità in cui Egli possa rinnovare tutto il suo mistero di Cristo adoratore e Salvatore… — tutti questi grandi orizzonti della teologia della redenzione divengono familiari, nel contatto con san Paolo, al pensiero contemplativo di suor Elisabetta della Trinità e le danno quelle ampiezze dottrinali che sono la ricchezza e la forza dei suoi scritti spirituali. Enumerare quasi tutti i testi da lei utilizzati, imporrebbe  delle citazioni innumerevoli. Noi rileveremo soltanto le grandi linee della dottrina mistica che quei testi le hanno ispirata.

1) Il contatto con san Paolo conferisce alla dottrina di suor Elisabetta un carattere cristocentrico molto accentuato. Essa studia con speciale cura il testo fondamentale dell’Epistola ai Romani, in cui san Paolo sviluppa tutto il senso della nostra predestinazione in Cristo: « Quelli che Dio ha conosciuti nella sua prescienza, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo; e quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati; quelli che ha chiamati li ha giustificati; e quelli che ha giustificati li ha anche glorificati » (Romani, VIII, 29-30.). Tale si presenta, allo sguardo dell’Apostolo, il mistero della predestinazione della elezione divina. « Quelli che Egli ha conosciuti ». Non siamo noi pure di questo numero? Non può forse, Iddio, dire a ciascuna delle anime nostre ciò che disse un giorno con la voce del Profeta? : « Ti son passato accanto, e ti ho guardata; e sopra di te ho spiegato il mio manto; ti ho giurato fede, ho stretto con te un patto, e tu sei divenuta mia » (Ezechiele, XVI-8.). Sì, noi siamo divenute sue col Battesimo; questo appunto vuol dire san Paolo con le parole: « Li ha chiamati », chiamati a ricevere il sigillo della Trinità santa; mentre ci dice san Pietro che « siamo stati fatti partecipi della natura divina » (II san Pietro, I-4.), che abbiamo ricevuto quasi un « inizio del suo Essere ». – Poi, ci ha giustificati coi suoi Sacramenti, coi suoi tocchi. diretti nelle intime profondità dell’anima raccolta; ci ha giustificati anche « mediante la fede » e secondo la misura della nostra fede nella redenzione acquistataci da Gesù Cristo. Finalmente, vuole glorificarci; e perciò, dice san Paolo. « ci ha resi degni di aver parte alla eredità dei santi, nella luce » (Colossesi, I-12.); ma noi saremo glorificati nella misura in cui saremo trovati « conformi alla immagine del suo divin Figlio ». Contempliamo dunque questa immagine adorata; restiamo sempre nella luce che da essa irradia, e facciamo che si imprima in noi; poi accostiamoci alle persone, alle cose, con le stesse disposizioni d’animo con cui vi si recava il nostro Maestro santo; allora realizzeremo la grande « volontà per la quale Dio ha in sé prestabilito di instaurare tutte le cose in Cristo » (Efesini, I, 9-10 — « Il paradiso sulla terra » – 9a orazione.). Invece di soffermarsi, come farebbe un teologo speculativo, sull’economia provvidenziale della nostra redenzione in Cristo, suor Elisabetta della Trinità, tralasciando ogni esposizione puramente teorica, ne fa immediatamente l’applicazione all’anima sua, cercandovi una « regola di vita ». « Instaurare omnia in Christo ». È ancora san Paolo che mi istruisce; san Paolo che si è or ora inabissato nel grande consiglio di Dio, e mi dice che « Egli ha stabilito di instaurare tutte le cose in Cristo ». E l’Apostolo viene ancora in mio aiuto; perché io possa realizzare personalmente questo piano divino, mi traccia egli stesso un regolamento di vita: « Camminate in Gesù Cristo, radicati in Lui, corroborati nella fede… e crescendo sempre più in Lui con rendimento di grazie » (Colossesi, II, 6-7 – Ultimo ritiro, XIII). Ogni punto di questo programma le suggerirà una parafrasi mistica di ordine pratico. Non chiedetele un’esegesi obiettiva secondo le rigorose leggi del metodo storico; suor Elisabetta lesse san Paolo da contemplativa, cercando nella  sacra Scrittura « la luce di vita » per l’anima sua. È intanto, in questo apparente commento delle formule paoline, essa ci svela il suo pensiero spirituale più intimo. Da vera Carmelitana, insiste prima di tutto — e con molta forza — sul totale spogliamento, condizione preliminare dell’unione divina. « Camminare in Gesù Cristo » è uscire da se stessi, è perdersi di vista, abbandonarsi, per entrare più profondamente in Lui, ad ogni istante; tanto profondamente, da radicarvisi e da poter lanciare ad ogni avvenimento, ad ogni creatura, questa bellissima sfida: «Chi mi separerà dalla carità di Cristo? » (Romani, VIII, 35.). Quando l’anima è stabilita in Lui a tale profondità che le sue radici vi affondano, la linfa divina fluisce, si riversa in lei abbondante; e tutto ciò che è imperfetto, banale, naturale, viene distrutto. « Ciò che è mortale viene assorbito dalla vita » (Ai Corinti, XV, 54). Allora, così spogliata di se stessa e rivestita di Gesù Cristo, l’anima non ha più da temere né i contatti esterni, né le interne difficoltà, perché queste cose, anziché esserle di ostacolo, non fanno che radicarla più profondamente nell’amore del suo Maestro. Qualunque cosa avvenga, favorevole o contraria, anzi servendosi di tutto ciò « sempre lo adora per Lui stesso », perché è libera, affrancata da sé e da ogni cosa, e può cantare col Salmista: « Mi assedi un esercito, non teme il mio cuore; insorga contro di me la battaglia, io spero ugualmente, perché Jahveh mi nasconde nel segreto della sua tenda » (Salmo XXVI, 3, 5), e questa tenda è Lui. Tutto questo mi sembra che voglia dire san Paolo quando ci esorta ad essere « radicati » in Gesù Cristo. E che cosa significa essere « edificati in Lui? ». Il Profeta canta: « Mi ha innalzato sopra una rupe, ed ora la mia testa sovrasta i nemici che mi circondano » (Salmo XXVI, 6.). Non è forse questa la figura dell’anima « edificata da Gesù Cristo? ». È Lui la rupe sulla quale ella è stata elevata al di sopra di se stessa, dei sensi, della natura, al di sopra delle consolazioni e dei dolori, al di sopra di tutto ciò che non è unicamente Lui. E lì, nel pieno possesso di sé, è dominatrice del suo « io »; e, superando se stessa supera anche tutte le cose. – Ma san Paolo mi raccomanda ancora di essere « corroborata nella fede », in quella fede che non permette mai all’anima di sonnecchiare, ma che la tiene tutta vigilante sotto lo sguardo del Maestro, tutta raccolta sotto la sua parola creatrice; in quella fede « nell’eccessivo amore » (Ephes. II, 4), che permette a Dio, mi dice san Paolo, di colmare l’anima « secondo la sua pienezza » (Ephes. III, 19). Infine, vuole che io « cresca in Gesù Cristo con l’azione di grazie », perché tutto deve compiersi nel ringraziamento. « Padre, io ti rendo grazie » (San Giovanni, XI, 41.), cantava l’anima del mio Maestro; ed Egli vuol sentirne l’eco nell’anima mia » (Ultimo ritiro, XII).

2) Mentre, per la maggior parte dei Cristiani, Cristo è un personaggio storico scomparso da ormai venti secoli dalla scena del mondo, oppure è un’entità astratta involatasi nelle profondità del cielo in un’eternità inaccessibile, per suor Elisabetta della Trinità, come per tutti i santi, Gesù è una realtà concreta, quotidiana, unita ai minimi particolari alla loro esistenza; in una parola è la realtà suprema. La sua presenza, invisibile, ma così prossima, li segue ovunque; ad ogni istante, essi sentono lì, accanto a loro, Gesù, questo Figlio di Dio e della Vergine, che li arricchisce con la sua grazia, li illumina, li sostiene, li rimprovera se è necessario, li salva, comunica loro l’eterna vita. Per comprendere questa dottrina della presenza intima di Gesù nella vita dei santi, bisogna ricordare che Cristo, come Verbo, è presente dovunque, insieme al Padre ed allo Spirito Santo. La Trinità rimane indivisibile. Col Padre e con lo Spirito Santo, il Verbo riempie il tempo e lo spazio; né vi è un atomo solo, nell’universo, che non sia compenetrato della sua divina presenza; se Egli si ritraesse, tutta la creazione ricadrebbe nel nulla. Come Verbo Incarnato, Egli è presente in cielo dove, splendente di gloria, sazia i beati e li inebria con la bellezza del suo volto; ed è presente nell’Ostia santa, con la sua Umanità velata. « Ma è sempre il medesimo che gli eletti contemplano nella visione e che le anime della terra possiedono nella fede » (Lettera alla zia R…  1903). Degli uni e degli altri, Egli è la vita, comunicando alle schiere dei predestinati la luce di gloria che li fa beati, e donandosi alla Chiesa militante per mezzo della fede e dei sacramenti. Da Lui, giorno e notte, « emana una virtù segreta » (San Luca, VI-19) che li santifica; e il suo contatto, ad ogni istante, divinizza l’anima dei santi. Tutto ci viene dall’Umanità di Cristo, « organo del Verbo » e strumento universale di tutte le grazie che discendono dalla Trinità sulle anime; da Cristo, grazia, luce, forza e carismi di ogni genere di cui la Chiesa ha bisogno per compiere la sua missione sulla terra; in Cristo, noi abbiamo l’essere, il movimento, la vita nell’ordine soprannaturale e, senza di Lui, non possiamo nulla: « Sine Me, nihil » (San Giovanni, XV, 5). La teologia cattolica ha dato un forte rilievo a questo punto di vista, in una dottrina di massima importanza nell’economia della nostra vita spirituale: la grazia capitale di Cristo. La vita trinitaria del nostro Battesimo non si sviluppa in noi che « in Cristo Gesù: in Cristo Jesu » (Efesini, I, 3 e spessissimo in san Paolo.). Questa dottrina era il punto centrico, il fulcro di tutti i moti dell’anima di suor Elisabetta della Trinità. Le era tanto caro rifugiarsi ad ogni istante sotto la grazia di questo dolce Cristo vivente in lei, nell’intimo dell’anima sua! « Sento che Egli mi comunica la vita eterna » (Alla Madre priora). Aveva preso l’abitudine di andare a Lui per ogni cosa. supplicandolo di rivestirla della sua divina purezza, di custodirla vergine, di elevare l’anima sua al di sopra delle terrene agitazioni, di mantenerla calma e serena, come se già fosse nell’eternità. « Stiamocene raccolte vicino a « Colui che È », vicino all’Immutabile il cui amore ci avvolge sempre. Noi, ciascuna di noi, siamo colei che non è; andiamo a Lui che ci vuole tutte sue e talmente ci possiede, che non viviamo più, noi, ma Egli vive in noi» (Lettera a M. G… 1901). « È così ineffabile e soave la divina presenza del Maestro, e dà all’anima tanta forza! Credere che Dio ci ama al punto di abitare in noi, di farsi il compagno del nostro esilio, il confidente, l’amico di tutti gli istanti, è l’intimità dolcissima del bimbo con la mamma, della sposa con lo sposo. Ecco la vita della Carmelitana: l’unione è il suo splendido sole, ed orizzonti sconfinati si spiegano dinanzi al suo sguardo» (Lettera a G. de G… 1903). Questa intima unione con Cristo presente nell’anima sua era divenuta il punto di convergenza della sua fede, della sua carità, della sua vita di preghiera e di adorazione. « Rimanete in me» (San Giovanni, XV-4). È il Verbo di Dio che ci dà questo comando, che esprime questa volontà. « Rimanete con me », non per qualche minuto, per qualche ora che passa, ma rimanete in modo permanente, abituale. Rimanete in me, pregate in me, adorate in me, amate in me, soffrite in me, lavorate, agite in me. Rimanete in me quando vi incontrate in qualsiasi persona o cosa » («Il paradiso sulla terra » – Orazione 2°). Uno dei suoi atteggiamenti preferiti consisteva nel raccogliersi in contemplazione dell’« eccessivo amore » di Cristo, e lasciarsi tutta invadere e possedere da Lui. « San Paolo dice che « non siamo più pellegrini o stranieri, ma concittadini dei santi e della famiglia di Dio » (Efesini, II, 19). Là, in quel mondo soprannaturale e divino, già noi abitiamo mediante la fede. La mia visione, qui sulla terra, è il Suo amore, « il suo eccessivo amore », come si esprime il grande Apostolo. Mi pare che sia proprio questa la scienza dei santi. San Paolo, nelle sue magnifiche epistole, non predica che questo mistero della carità di Cristo. « Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere fortemente corroborati nell’uomo interiore per mezzo del suo Spirito e faccia sì che Cristo abiti nei vostri cuori con la fede e voi, radicati e fortificati in amore, siate resi capaci di comprendere, con tutti i santi, quale sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza e la profondità, e di intendere l’amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ripieni di tutta la pienezza di Dio» (Efesini, III, 14-19). Poiché Cristo abita nelle anime nostre, la sua preghiera ci appartiene, ed io vorrei esserne partecipe sempre, stando presso la fontana della vita come un piccolo vaso alla sorgente delle acque, e poterla quindi comunicare alle anime, lasciandone straripare le onde di carità infinita » (Lettera al sacerdote Don Ch… – 25 dicembre 1904). Le espressioni di suor Elisabetta sulla presenza di Gesù in noi sono di una tale vivezza che, prese troppo alla lettera, potrebbero indurre alla conclusione di una vera e propria abitazione di Gesù in noi. Ma lei stessa mette in guardia la mamma contro una simile esagerazione: « Non puoi possedere di continuo l’Umanità santa di Gesù, come allorché ricevi la santa Comunione; ma la Divinità, quell’Essenza che i beati adorano in cielo, è nell’anima tua » (Lettera alla mamma – Giugno 1906). Fatta questa riserva, si abbandona liberamente agli slanci dell’anima sua che la riconducono sempre nell’intimo, per vivervi nell’unione più stretta col Maestro divino e lasciarsi salvare e santificare da Lui. « Egli è in noi per santificarci; chiediamogli dunque che sia Lui stesso la nostra santità. Quando Gesù era sulla terra, « una virtù segreta, dice il Vangelo, emanava da Lui » (San Luca, -VI-19); e al suo contatto, i malati guarivano, i morti risuscitavano alla vita. Egli è vivo sempre; vivo nel suo Sacramento adorabile, vivo nelle anime nostre; l’ha detto Lui stesso: « Se alcuno mi ama, custodirà la mia parola, e il Padre mio l’amerà; e noi verremo a lui, porremo in lui la nostra dimora » (San Giovanni, XIV-23). Poiché Egli è qui, teniamogli compagnia, come l’amico all’amico diletto. Questa unione divina e tutta intima è, si può dire, l’essenza della vita al Carmelo. « L’anima possiede, nel suo intimo centro, un Salvatore che la purifica ad ogni istante » (Lettera alla signora A… – 24 novembre 1904 e novembre 1905). « Il divino Adorante è in noi, quindi la sua preghiera ci appartiene. Offriamola; partecipiamovi; preghiamo con la sua stessa anima » (Lettera a G. de G… – Fine settembre 1903.).

3) La nota veramente caratteristica di suor Elisabetta è la sua devozione così personale all’anima di Cristo. Altre anime si sentono portate ad onorarlo in questo o quell’altro dei suoi misteri, a venerare una od un’altra parte del suo Corpo santissimo; la devozione di suor Elisabetta va diritta all’anima di Cristo, capolavoro della Trinità. Per ragione della sua personale unione al Verbo di Dio, tutto quanto il Cristo è adorabile: in se stesso e in ciascuno dei suoi misteri; ma l’anima di Gesù è quanto vi è di più nobile nel Verbo Incarnato, dopo la sua unione ipostatica. Tutta la sublime attività degli spiriti e dei santi non vale il minimo atto di virtù dell’anima di Cristo, rivestita di una pienezza di grazia in qualche modo infinita, che la rende degna della Persona increata del Verbo Incarnato; l’anima di Cristo, nella quale la Trinità santa trova infinite compiacenze, nella quale vi sono abissi di luce, di amore, di divine bellezze, la cui contemplazione intuitiva sarà, dopo la visione di Dio, la gioia più grande dell’eternità. Gesù non diceva infatti al Padre suo, presenti i discepoli: « Contemplare svelatamente Te e il tuo Cristo: ecco la vita eterna? » (San Giovanni, XVII-3).

4) Suor Elisabetta della Trinità seppe comprendere fino a che punto il Cristo è nostro: « Sento che tutti i tesori dell’anima di Cristo mi appartengono » (Lettera al Canonico A… – 11 settembre 1901.). E nel formulario riempito otto giorni dopo la sua entrata al Carmelo, scriveva che « l’anima di Cristo era il suo libro preferito ». Fin dalla prima sera, la Madre Germana la trovò tutta silenziosa e raccolta presso il grande Cristo che domina il giardino. — Che cosa fai costì figliola, — le chiese. — Sono passata nell’anima del mio Cristo (Questo particolare mi è stato comunicato direttamente dalla Madre Germana) — fu la risposta di suor Elisabetta. E prende come parola d’ordine della sua vita religiosa: « Rendere i movimenti della propria anima sempre più uguali a quelli dell’anima di Cristo »; risoluzione che diviene una commovente realtà, a mano a mano che la sua vita spirituale si svolge e progredisce; tutto lo studio della sua vita interiore tende a « penetrare nel movimento dell’anima divina di Gesù» (Lettera alla signora A… – 29 settembre 1902) ed a lasciarsi portare con Lui nel seno del Padre. – Nella sua preghiera, alla quale bisogna ritornare sempre per sorprendere il ritmo più segreto della sua vita spirituale, le note più essenziali di questa divozione alla anima di Cristo si manifestano con evidenza, e tutta riassumono la sua dottrina su questo punto: « O mio Cristo adorato, crocifisso per amore… ti chiedo di rivestirmi di Te, di identificare i movimenti della mia anima a quelli della Tua anima, di sommergermi, di pervadermi, di sostituirti a me, così che la mia vita sia una riflesso della Tua vita ».

LA GRAZIA E LA GLORIA (10)

LA GRAZIA E LA GLORIA (10)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO II

LA NATURA DELLA NOSTRA FILIAZIONE ADOTTIVA. – IL PRINCIPIO COSTITUTIVO CREATO, VALE A DIRE LA GRAZIA SANTIFICANTE CON LE VIRTÙ ED I DONI.

CAPITOLO IV.

La grazia creata, forma intrinseca e permanente dei figli di Dio, secondo i più grandi Dottori della scuola. Ciò che essa sia in se stessa.

Alcuni teologi, all’inizio del XII secolo, discepoli più o meno intelligenti del Maestro delle Sentenze, non riconoscevano altra grazia se non la grazia increata, o almeno pensavano con lui che lo Spirito Santo supplisca nell’anima dei figli adottivi il ruolo della carità, considerata come un abito di virtù. Alla domanda che ricorre così frequentemente tra i commentatori delle Sentenze: « La grazia o carità suppongono qualcosa di reale in fondo alle anime? » (Non dimentichiamo che la parola grazia, in questi testi e in altri della stessa natura, significa grazia abituale, la grazia santificante, o come si diceva allora, gratia gratum faciens.), e qual è questo qualcosa? Era porre la stessa domanda che dobbiamo trattare in questo libro. Non c’è nessuno che non veda quali luci si possano trarre da questa controversia per conoscere chiaramente tutto il pensiero di questi Dottori, così venerati e così grandi nella Chiesa di Dio. Io ritengo che siano abbastanza chiari da lasciarli parlare da soli, ed è per questo che riporterò fedelmente i loro testi e non i miei commenti. – Cominciamo con il Dottor serafico, San Bonaventura. La grazia è una realtà positiva nell’anima del giusto? Si – egli risponde – e la sua risposta si basa sulle considerazioni che abbiamo fatto, nell’esporre la differenza tra l’adozione puramente umana e l’adozione divina. « Sarebbe un’empietà credere che Dio si sbagli nei suoi giudizi, poiché Egli è la verità suprema. Se, quindi, Egli considera gradito un peccatore che fino ad allora aveva considerato un nemico, deve esserci stato un cambiamento che motivi questa differenza di opinione. Ora, non troverete questo cambiamento nella volontà divina: essa è sovranamente immutabile. Così dobbiamo cercarlo nella creatura; e cosa sarebbe, se non il dono che ha ricevuto da Dio per farne un oggetto di compiacenza? » (S. Bonav., II, dist. 26, a. 4, q. 1). Ma questo dono è di per sé qualcosa di creato, è increato? Questo è un punto su cui i saggi non sono perfettamente d’accordo. Distinguiamo tra ciò che la legge determina e ciò che la ragione, partendo dalla fede, possa trovare alla fine delle sue investigazioni (Id., ibid., q. 2).  « La fede e la Scrittura hanno stabilito che senza il dono della grazia è impossibile essere graditi a Dio. Determinano anche che, senza il dono increato che è lo Spirito Santo, l’uomo non può né piacere a Dio, né prendere posto tra i suoi figli adottivi…  – Ma, oltre a questo dono increato, è necessario ammettere una grazia creata che ci renda amici di Dio? Questa è una questione che, non essendo espressamente definita dall’autorità della Scrittura, doveva essere sottoposta dai Dottori alle indagini della ragione. E poiché le abitudini, le virtù e i doni ci sono rivelati dai loro effetti, era necessario, per avere una piena conoscenza della grazia, studiarla nella sua relazione con questi effetti. Ora gli effetti della grazia sono il ricreare l’anima, ravvivarla, illuminarla, elevarla al di sopra di se stessa, assimilarla ed unirla alla natura divina. « Tra i Dottori, alcuni hanno interpretato la grazia solo come la causa efficiente di questi vari effetti. E poiché Dio è sufficiente a Se stesso nel produrle nella creatura ragionevole, e che esse sono addirittura possibili solo a Lui, essi hanno considerato, se non come impossibile, almeno come superfluo, il dono di una grazia creata; altri hanno considerato nella grazia il carattere della forma, persuasi che gli stessi effetti richiedano una causa formale oltre che efficiente. Ora, poiché non è opportuno e nemmeno possibile che la divinità svolga il ruolo di forma in una creatura, gli effetti sopra elencati rimangono inspiegabili, a meno che non si ammetta un dono creato che informi (perfezioni) l’anima e li produca in essa. « Ora – continua il santo Dottore – quest’ultima tesi mi sembra preferibile alla prima, sia dal punto di vista della sicurezza che da quello della ragione. Dal punto di vista della sicurezza: perché è più conforme al sentimento generale dei maestri, dato che da qualche tempo viene insegnato di comune accordo nelle scuole di Parigi…; più conforme ancora al sentimento delle anime pie e semplici… Dal punto di vista della ragione: perché, come si fa notare, e gli atti e gli effetti da produrre richiedono un principio interiore che completi l’anima, e compia in essa le funzioni di forma informante. Ora, è manifestamente impossibile che questo ruolo di forma perfezionante convenga a Dio, benché possa essere forma esemplare. Ed è per questo che la grazia è paragonata all’influenza della luce, e il suo principio, al Sole; infatti, Dio stesso o il suo Cristo è chiamato dalla Scrittura il Sole di giustizia. Perché come il sole materiale diffonde la sua luce nell’aria, in modo che l’aria stessa sia formalmente illuminata; così Dio, il Sole spirituale, getta i suoi raggi sull’anima, e l’anima stessa diventa formalmente luminosa; ed è da questo riflesso divino che essa viene riformata, vivificata e risulta gradita al cuore di Dio. – « Così, di tutte le creature corporee nessuna rappresenta meglio la grazia che… l’influenza della luce. La luce materiale, diffusa sulla superficie dei corpi, li assimila alla fonte stessa da cui emana; e la grazia, l’influenza spirituale, assimila le anime ragionevoli al Principio di ogni luce. Inoltre, non è senza motivo che questo influsso, proveniente dal Sole divino, si chiami con il nome di grazia. Essa è grazia, perché è il dono di una liberalità purissima: perché non è richiesta né dalla mera natura, poiché non emana dai principi del soggetto, né dalla natura di Dio, poiché nulla lo obbliga a concedercela. Grazia ancora, perché rendendo l’uomo immagine e figlio di Dio, lo rende gradito a Lui e lo trasforma in un amico. Grazia, infine, perché inclina l’uomo a fare il bene gratuitamente, cioè per un amore disinteressato, il bene che opera: perché se l’amore della creatura ha una qualche tendenza naturale a ripiegarsi su se stesso, alla maniera di un mercenario, per cercare soprattutto la propria utilità, l’uomo, una volta rivestito di grazia, si compiace di spendersi interamente per gli interessi del prossimo e l’onore di Dio. Quindi, accettando quest’ultima dottrina come la più sana e ragionevole, è facile risolvere le obiezioni che la attaccano. – Lasciamo da parte per un momento queste obiezioni e le soluzioni che comportano, e diamo la parola al Dottore Angelico. Si potrà forse rimproverarmi per alcune ripetizioni. Ma preferisco incorrere in questo piccolo rimprovero che troncare testi pieni di analisi così alte e belle. Ecco la risposta data da S. Tommaso alla questione già risolta dal suo santo amico, il Dottore Serafico. – « La parola grazia – egli dice – rientra nel linguaggio comune degli uomini in tre modi. In primo luogo, significa la benevolenza o l’amicizia di un uomo per un altro: così diciamo di un cavaliere che è in grazia del re, cioè che il re lo gradisce. La si intende, in secondo luogo, per favori e doni concessi da una liberalità gratuita, nel cui senso siamo abituati a dire: ti faccio questa grazia. In terzo luogo, la parola grazia è usata per esprimere il ritorno di gratitudine che deve seguire i doni liberamente ricevuti, come in questa formula: Vi ringrazio. Bisogna notare che il secondo significato deriva dal primo, e il terzo dal secondo. Non è, infatti, la benevola compiacenza che si ha per una persona, che lo porta a fare dei doni gratuiti, e questi doni non sono forse la condizione necessaria del ringraziamento, il pagamento naturalmente obbligatorio dei benefici? Ora, se consideriamo solo gli ultimi due significati, è manifesto che la grazia suppone qualcosa in colui che riceve la grazia; cioè, sia il dono gratuitamente elargito, sia la riconoscenza per lo stesso dono. « Per quanto riguarda il primo significato, c’è una distinzione molto notevole da fare tra la grazia di Dio e la grazia dell’uomo. Poiché la creatura non ha nulla che non provenga dalla volontà divina: è dall’amore con cui Dio vuole il bene della sua creatura che deriva tutto il bene che è in essa. La volontà dell’uomo, al contrario, ha il suo motivo nel bene preesistente; ed è per questo che l’amore dell’uomo, lungi dall’essere la causa totale della bontà di ciò che ama, lo suppone o in parte, o sia anche nella totalità. Così tutto l’amore di Dio porta con sé una certa bontà nella creatura, senza però che questa bontà sia co-eterna all’amore eterno. Ora, secondo la differenza del bene che dà, diverso è l’amore di Dio per la creatura; c’è la dilezione comune secondo la quale, secondo la testimonianza della Sapienza (Sap. XI, 25), amando tutto ciò che è, si dà il loro essere naturale alle cose create; c’è la dilezione speciale che eleva la creatura ragionevole al di sopra della sua condizione naturale, e fino alla partecipazione del Bene supremo. Ed è di questa dilezione che si dice che Dio ci ami assolutamente e semplicemente, perché è attraverso di essa che Dio vuole, in tutta verità, comunicare alle sue creature il bene eterno che è Egli stesso. – Quindi, per concludere, dire di un uomo che ha la grazia di Dio è affermare equivalentemente che egli possieda in sé un dono soprannaturale che viene da Dio » (S. Thom., 1, 2, q. 110, a. 1.). – Fermiamoci un momento per chiarire alcuni dubbi che potrebbero sorgere nella mente del lettore. La maggior parte di essi sono stati formulati e risolti da tempo, sia dal Dottore Angelico che da San Bonaventura e dai loro discepoli. Questo dono, frutto dell’amore divino, non sarebbe lo stesso Spirito Santo, quello Spirito che s. Giovanni Damasceno ha così giustamente chiamato la sostanza dei doni di Dio? Ascoltate la bella risposta del Dottore Serafico, che trascrivo letteralmente. « Questo testo di San Giovanni Damasceno, dove si dice dello Spirito Santo che Esso è la sostanza dei doni, deve essere interpretato, come tutte le autorità dello stesso genere, con l’idea di causalità e di appropriazione. Ciò che significa è che lo Spirito Santo è il Dono per eccellenza, il Dono principio e la fonte, in cui tutti gli altri ci vengono concessi; ma questo non esclude in alcun modo il dono creato. Se un uomo conduce un cavallo per la briglia, direte di lui che tiene il cavallo; ma, così dicendo, non negherete che egli tiene anche la briglia, poiché lo conduce per essa. Tuttavia, dire che lo Spirito è la sostanza del Dono non è escludere il dono creato, al contrario, è includerlo. Infatti, perché diciamo che lo Spirito Santo ci è dato, se non perché è così tanto in noi da Dio, che lo possediamo? Ora possedere lo Spirito Santo è avere in noi un’abitudine (habitum) che ce ne dà il godimento, e questo abito è il dono creato della grazia » (S. Bonav. , II D. 26, a. 1, q. 2, ad 1). Così la grazia increata suppone la grazia creata come principio degli atti che la mettono in nostro possesso. Questa è anche la soluzione data da San Tommaso d’Aquino. – Egli osserva, infatti, che « il passaggio dal non possesso dello Spirito Santo al suo possesso può essere spiegato solo da un reale cambiamento che avviene o nel dono stesso o nel donatore. E poiché il dono di sua natura è assolutamente immutabile, occorre necessariamente che la creatura a cui viene dato lo Spirito Santo riceva un miglioramento interiore che è come un dominio sullo Spirito divino, e senza il quale questo dono dello Spirito di Dio non sarebbe altro che una vana parola »  (S. Thom., II, D., 26, q. 1, a. 1.). Ma è proprio vero che l’amore di Dio si misura dai doni che Egli fa alla sua creatura? Per questo motivo, amerebbe solo le creature esistenti; esse solo partecipano ai suoi benefici. Risposta: Sebbene la creatura, che non esiste ancora, non abbia alcuna parte effettiva nei doni di Dio, essa li ha già ricevuti nell’eterna prescienza e nell’eterno disegno del suo Autore, e per questo è eternamente amata (cf. S. Tom., III, D, 32, Q. 1, a. 3, ad 1, sqq.). Voi dite che l’amore di Dio metta, in coloro che Egli ama, una perfezione creata che supera ogni perfezione di natura. Dio, quindi, amando tutto ciò che è, dovrebbe arricchire con doni soprannaturali ogni essere che è uscito dalle sue mani divine. Questa è l’ultima obiezione; ed ecco la risposta:  « È vero che la dilezione divina è il principio di ogni bontà nella sua creatura. Ma ciò che non è meno vero è che Dio, nell’infinita semplicità della sua sostanza e del suo atto, ama diversamente le creature secondo i diversi gradi di bontà che il suo Amore ha profuso su di loro. Egli ama tutte le cose create nella misura in cui dà a ciascuna le perfezioni richieste dalla loro natura. Ma l’amore perfetto, l’amore propriamente detto, è quell’amore di cui Egli ama la sua creatura, non semplicemente come un operaio ama la sua opera, ma come un amico che ama familiarmente il suo amico; cioè, l’amore con cui Egli lo associa alla sua stessa vita, alla sua stessa beatitudine e gloria. Tale è la dilezione di Dio per i santi. Essendo la dilezione per eccellenza, il suo effetto è anche la grazia per eccellenza, sebbene i doni naturali siano anch’essi delle grazie, nella misura in cui sono liberamente concessi da Dio. (S. Thom, II, D. 26, q. 1, a. 1, ad 1. – Altrove egli aveva già fatto osservare che l’amore di Dio per gli esseri senza ragione non è e non può essere un amore di amicizia, poiché essi non possono restituirgli amore per amore, né entrare con Lui in una comunione di vita, di beni e felicità. Piuttosto, è qualcosa come un amore di concupiscenza; non perché li ami come qualcosa che potrebbe servire alla propria utilità, ma perché li ordina alle creature ragionevoli per la loro utilità, a Se stesso, per la sua bontà. Infatti, l’amore di concupiscenza può avere come oggetto sia il nostro bene che quello degli altri. – 1 p., q. 20, a. 2, ad 3). Oltre a questa prima ragione tratta dall’amore, S. Tommaso adduce un altro punto che è ancora più importante, perché ci mostra più chiaramente cosa sia la grazia in sé, e come l’ordine della grazia, lungi dal distruggere o alterare l’ordine della natura, lo completi, lo elevi e lo perfezioni. Ecco come lo si può leggere nella Somma Theologica: « Non sarebbe opportuno che la provvidenza di Dio facesse meno per coloro che destina al possesso del Bene soprannaturale che è Lui stesso, la Verità suprema e la Bontà sovrana, di quanto non faccia per le nature ordinate al solo bene naturale? Ora, quando si tratta di questi ultimi, Dio non si accontenta di muoverli ad operazioni conformi alla loro natura; Egli dà loro forze e forme che sono il principio interno dei loro atti, e li inclina per disposizione naturale verso quelli che sono loro propri. E così i movimenti che ricevono da Dio divengono naturali e facili per loro, secondo le parole dei nostri Libri santi: Egli dispone di tutte le cose con soavità (Sap., VIII, 1). Perciò, molto più giustamente, quando si tratta di esseri che Egli muove verso il Bene soprannaturale e infinito, deve infondere in essi certe forme e qualità di ordine superiore, per mezzo delle quali li conduce con facilità e dolcezza alla conquista dell’eterna bontà » (S. Thom., 1. 2., q. 110, a. 2). Più avanti vedremo perché, parlando di queste realtà divine, San Tommaso usi il plurale (L. III, c, 1, sqq.). – Basti qui notare che egli concepisce la grazia come una specie di natura superiore impressa nell’anima alla maniera delle qualità, per essere un principio di tendenza verso il Bene supremo e la radice delle operazioni soprannaturali che devono assicurarci il suo possesso. – Non ci stanchiamo di chiedere ai nostri Maestri dei chiarimenti che ci aiutino ad afferrare meglio la profondità e la certezza della loro dottrina. Alcune persone miopi hanno trovato il modo di rivoltare l’ultima prova che abbiamo appena scritto contro l’Angelico, e questo è il modo in cui l’hanno fatto: più una creatura è perfetta, essi dicevano, più ha in sé i mezzi per raggiungere il suo destino. Se dunque gli esseri senza ragione, sotto l’occhio e la mano della provvidenza, possono tendere al loro fine con le sole energie della loro natura, non sembra che la creatura ragionevole, incomparabilmente più perfetta, debba avere anche la stessa potenza? E, di conseguenza, che una grazia aggiunta alle sue forze naturali sia intrinsecamente inutile? – Questo è, se non mi sbaglio, il ragionamento di un razionalista. Indubbiamente, l’energia che deriva dalla sua natura potrebbe bastare all’uomo, se non avesse altro fine che quello che risponde alle esigenze di questa stessa natura; ma poiché piacque a Dio di designargli un fine che supera incomparabilmente tutti i fini naturali, cioè il possesso della propria beatitudine, ne segue chiaramente che Egli doveva, elevandolo, proporzionare la creatura ragionevole a questi nuovi destini, e di conseguenza trasformarlo in se stesso, come lo trasformava nel suo proposito (S. Thom, II D., 26, q.1, a. 1 ad 3.). – Ma, si dice ancora, se si ammette una grazia creata come principio della vita soprannaturale e divina, che ne è degli assiomi dei Padri: Dio è la vita del corpo; come Dio ci ha creato, così ci ricrea da sé e senza intermediari, e questa è la caratteristica dell’Agente sovranamente Perfetto; infine, nulla deve frapporsi tra l’anima e Dio. Alcune distinzioni saranno sufficienti per chiarire qualsiasi equivoco. « Se c’è somiglianza tra la relazione di Dio con l’anima e l’anima con il corpo, non c’è parità assoluta. L’anima è per il corpo non solo una causa efficiente, ma formale: perché è l’anima che lo determina e si comunica ad esso come principio d’essere e di vita. Ora, tra la materia e la forma che la determina, la filosofia non può concepire alcun intermediario. Ma non può convenire all’infinita perfezione di Dio di essere la forma dell’anima, se non come forma esemplare. Ed è per questo che Dio, che la vivifica immediatamente da Se stesso come causa efficiente, deve necessariamente comunicarle la vita della grazia attraverso una forma creata. (S. Thom. II D, 26, q.1, a 1, ad 5). Inoltre, questo paragone è facilmente rivoltato contro coloro che vorrebbero abusarne. Infatti, nell’ordine della vita naturale, Dio vivifica sì il corpo umano, ma per mezzo dell’anima che infonde; così nell’ordine superiore della grazia, Dio comunica sì la vita soprannaturale, ma per mezzo di una forma creata che Egli imprime nell’anima. È con una distinzione simile che il secondo equivoco sarà dissipato. Creare e ricreare sono ugualmente di Dio solo come causa efficiente. Così come nel creare l’uomo Egli gli dà una forma sostanziale che lo costituisce nel suo essere naturale e nel suo grado specifico; così nel ricrearlo deve produrre in lui quella forma superiore di grazia che gli darà un essere soprannaturale proprio esclusivamente dei figli di adozione. È possibile, infatti, concepire una causa agente che non produca nulla, né forma sostanziale né forza accidentale? Quindi, Dio e la grazia si uniscono per ricrearci, Questi come principio formale del nostro essere divino, quella come principio efficiente. (S. Thom. D. 26, q. 1, a.1, ad 4.). Il terzo equivoco cade da solo davanti a una spiegazione dello stesso tipo. Cosa significa il principio che nulla si frapponga tra l’anima e Dio nel pensiero di Sant’Agostino che lo ha formulato? Una verità molto semplice, ma che si concilia facilmente con la dottrina tradizionale: Dio non ci ha creato o giustificato per mezzo di un potere ministeriale, ma per mezzo di Se stesso; ed è Lui stesso, e non una creatura, fosse anche un Serafino, che sarà la nostra beatitudine. Ma questo non esclude la forma che, depositata nell’anima, la assimila a Dio (S. Thom., de Verit. Q. 27 a. 1 ad 10). – Per concludere, diamo un’ultima e più completa risposta, che prendo di nuovo in prestito dal Dottore Angelico. « Nell’opera di santificazione delle anime, ci deve essere una duplice operazione dello Spirito Santo: l’una che termina nell’atto primo, cioè nell’essere soprannaturale all’anima; l’altra che termina nell’atto secondo, cioè nel movimento della volontà verso Dio, il sommo Bene. Ora, in entrambe queste operazioni dobbiamo riconoscere qualcosa di intermedio tra l’anima e il suo Dio. Cerchiamo la causa di questo, non nella debolezza o nella impotenza dello Spirito Santo che lavora sull’anima, ma nella necessità che l’anima riceva l’operazione divina dentro di sé. Tuttavia, questo intermediario deve essere concepito in modo diverso. Per quanto riguarda il primo effetto, che è l’essere soprannaturale, la grazia (caritas) sta tra l’anima e Dio come causa formale: perché ogni essere nella creatura risulta da una forma. Quanto al secondo effetto, che è l’operazione, la carità si interpone alla maniera di una causa agente….. perché è impossibile che un’operazione proceda, allo stato perfetto, da una creatura, se non ha una perfezione di potenza come suo principio, nel senso che diciamo che l’abitudine da cui proviene l’atto sia il suo principio » (S. Thom., I. D. 17, q. 1 a. 1, ad 1). – Questa esposizione della dottrina di questi due grandi maestri, S. Tommaso e S. Bonaventura, ci dispensa dal soffermarci sul pensiero degli altri. Indichiamo solo in poche parole quali siano le loro conclusioni sullo stesso soggetto. A questa domanda: “che cosa sia la grazia”, essi rispondono senza alcuna esitazione, con piena e costante sicurezza, dai primi giorni della Scolastica fino alla sua decadenza nel XVIII secolo: la grazia « è un accidente creato che trasforma l’anima e la assimila a Dio » (Alex. Halens., 3p, q. 64, m. 2, a, 2); è il riflesso proiettato sull’anima dalla luce increata, fonte delle virtù, come il corpo luminoso è la fonte dei suoi raggi (Petr. à Terent. In II, D. 26, a, 1, a. 2); è un’abitudine infusa e l’immagine della bontà divina, che ci unisce molto intimamente a Dio » (Dionys. Carth. In II, D, 26, q. 1); è un’abitudine immanente, seme di Dio nell’anima, e il principio degli atti meritori e della visione beatifica (Domin. Soto, de Nat. et grat., l. 1, c. 5); è una qualità permanente che ci dispone alla pronta e fruttuosa esecuzione degli ordini divini (Ant. Vega, de Justific. L. V, v, 2, 4); un dono creato, fisicamente stabile nel profondo delle anime, causa formale della nostra adozione (Theolog. Wirceb., de Gratia habit. c. 1 ecc.) Tante sono le formule e le affermazioni equivalenti, prese in prestito da teologi di tutti i tempi e di ogni scuola, che sono pienamente sufficienti a dimostrare quale sia la dottrina comune su questo punto; una dottrina che sarebbe quantomeno avventato rimettere in discussione.  – È infatti ben vero che pervertono più o meno gravemente la nozione di grazia giustificante, coloro che vedono in essa solo l’imputazione della giustizia divina, o la giustizia delle opere; o che vorrebbero ridurla interamente o a qualche continuità di tocchi divini e di atti indeliberati, o alla presenza benevola dello Spirito Santo nelle anime che ama e da cui è riamato, o ad una certa esigenza di aiuto soprannaturale che non apparterrebbe che ai giustificati, o, per tutto dire, a modificazioni la cui intera realtà sarebbe, in fondo, quella della sostanza stessa.

FESTA DELLA B. V. MARIA ASSUNTA IN CIELO – 15 AGOSTO 2022

FESTA DELLA B. V. MARIA ASSUNTA IN CIELO

15 AGOSTO (2022)

[D. G. LEFEBVRE O. S. B.: Messale romano – L.I.C.E. –R. BERRUTI, TORINO 1936]

Doppio di I classe con Ottava Comune – Paramenti bianchi.

In questa festa, la più antica e la più solenne del Ciclo Mariano (VI secolo), la Chiesa invita tutti i suoi figli sparsi nel mondo a unire la loro gioia (Intr.), la loro riconoscenza (Pref.) a quella degli Angeli che lodano il Figlio di Dio, perché sua Madre è entrata in questo giorno, con il corpo e con l’anima, nel cielo (All.). Nella Basilica di Santa Maria Maggiore si celebra a Natale il Mistero, che è il punto di partenza di tutte le glorie della Vergine ed ancora si celebra oggi l’Assunzione, che ne è l’ultimo. Maria, porta in sé l’umanità di Gesù al momento dell’incarnazione del Verbo; oggi è Gesù, che riceve a sua volta il corpo di Maria in cielo. Ammessa a godere le delizie della contemplazione eterna, la Madre ha scelto ai piedi del suo divin Figlio la miglior parte, che non le sarà giammai tolta (Vang., Com.).

In altri tempi si leggeva il Vangelo della Vigilia, dopo quello del giorno, a fine di dimostrare che la Madre di Gesù è la più fortunata tra tutte, perché meglio d’ogni altra, « Ella ascoltò la parola di Dio ». Questa Parola, questo Verbo, questa Sapienza divina che stabilisce, sotto l’Antica Legge, la sua dimora nel popolo d’Israele (Ep.), è discesa sotto la Nuova Legge in Maria. Il Verbo si è incarnato nel seno della Vergine e ora negli splendori della celeste Sion Egli l’ha colmata delle delizie della visione beatifica. Come Marta, la Chiesa sulla terra si dedica alle sollecitudini delle quali necessita la vita presente ed ancora come Marta, la Chiesa reclama l’aiuto di Maria (Or., Secr., Postc). Una processione fu sempre fatta nel giorno della festa dell’Assunzione. A Gerusalemme era formata dai numerosi pellegrini che andavano a pregare sulla tomba della Vergine e contribuirono così all’istituzione di questa solennità. Il clero di Costantinopoli faceva anch’esso nel giorno della festa dell’Assunzione di Maria una processione. A Roma, dal VII al XVI secolo, il corteo papale, al quale prendevano parte le rappresentanze del Senato e del popolo, andava in quel giorno dalla chiesa di San Giovanni in Laterano a quella di Santa Maria Maggiore. Questo si chiamava fare la Litania.

Assunzione della Beata Maria Vergine.

[Appendice al Messale ut supra]

Doppio di I classe con Ottava Comune. – Paramenti bianchi.

La credenza nell’Assunzione corporea di Maria SS. era già radicata da secoli nel cuore dei fedeli, profondamente persuasi che la Vergine, sin dal momento del suo transito da questa terra al Cielo, era stata glorificata da Dio anche nel corpo, senza che dovesse attendere che questo risorgesse, insieme con quello di tutti gli altri, alla fine del mondo. Cosi la festa dell’Assunzione, celebrata già verso il 500 in Oriente, costituì la più antica e la maggiore solennità dell’anno in onore di Maria SS. Tuttavia la realtà dell’Assunzione corporea di Maria in Cielo non fu oggetto di una solenne definizione da parte del Papa se non il 1° novembre 1950. In tale giorno, il Sommo Pontefice Pio XII proclamò dogma di fede che « Maria, terminata la carriera della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste quanto all’anima e quanto al corpo. – Questa definizione, maturata lentamente, ma incessantemente nei diciannove secoli che seguirono al beato transito di Maria da questa terra, ha ed avrà un’eco incalcolabile nella dottrina come nella vita cristiana. – Una delle sue conseguenze pratiche sarà quella di attirare vieppiù l’attenzione dei fedeli sulla futura glorificazione nostra non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo. Come Adamo ci rovinò nell’una e nell’altro, così Gesù ci redense non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo, cosicché l’anima del giusto è destinata ad una beatitudine immensa mediante la visione beatifica di Dio, ed il corpo alla sua volta verrà risuscitato, trasformato e configurato a quello glorioso del Cristo. Per Maria SS. la glorificazione corporea avvenne alla fine della sua carriera mortale; per gli altri giusti non avverrà che alla fine del mondo; ma se devono attenderla, non possono però dubitarne; la loro redenzione è certissima e sarà completa e perfetta (Rom. VIII, 23; Ef. IV, 30). Avendo già realizzato pienamente in se stessa il disegno divino della nostra redenzione, Maria SS. è per noi, colla sua Assunzione corporea, un altro modello, oltre quello di Gesù, della divinizzazione dell’anima mediante la visione beatifica e della glorificazione del corpo cui tutti siamo chiamati e che tutti dobbiamo meritare con le buone opere e con le sofferenze di questa vita cristianamente sopportate. Come del Cristo, così saremo coeredi di Maria SS., se soffriremo con Lei e come Lei (Rom. VIII, 17). – D’altra parte, l’Assunta non soltanto ci ricorda quale sia la nostra meta soprannaturale e la via per raggiungerla, ma ci presta anche il suo validissimo aiuto. A quel modo che una buona mamma mira sempre a rendere partecipi della sua felicità tutti i suoi figli, così la Madre nostra celeste regna in Paradiso sempre sollecita della salvezza di tutti gli uomini. S. Paolo ci rappresenta Gesù che vive alla destra del Padre, sempre pregando per noi (Rom. VIII, 34; Ebr. VII, 25); la Chiesa, alla sua volta, ci dice che la Vergine è stata assunta in cielo, affinché fiduciosamente s’interponga presso Dio per noi peccatori (Segreta della Vigilia). – Affine di perpetuare anche nella Liturgia il ricordo della definizione del dogma dell’Assunzione di Maria SS., la Santa Sede ha pubblicato una nuova Messa in onore dell’Assunta, ordinando di inserirla nel Messale il giorno 15 d’agosto, in luogo di quella antica (A. A. S. 1950, pag. 703-5).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confiteor

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nobis omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.


S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

Introitus

Ap XII:1
Signum magnum appáruit in cœlo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim

[Un gran segno apparve nel cielo: una Donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Ps XCVII:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quóniam mirabília fecit.

[Cantate al Signore un càntico nuovo: perché ha fatto meraviglie].


Signum magnum appáruit in coelo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim

[Un gran segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui Immaculátam Vírginem Maríam, Fílii tui genitrícem, córpore et ánima ad coeléstem glóriam assumpsísti: concéde, quǽsumus; ut, ad superna semper inténti, ipsíus glóriæ mereámur esse consórtes.

[Onnipotente sempiterno Iddio, che hai assunto in corpo ed ànima alla gloria celeste l’Immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio: concédici, Te ne preghiamo, che sempre intenti alle cose soprannaturali, possiamo divenire partecipi della sua gloria].

Lectio

Léctio libri Judith.
Judith XIII, 22-25; XV:10

Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino Deo excelso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit coelum et terram, qui te direxit in vúlnera cápitis príncipis inimicórum nostrórum; quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

[Il Signore ti ha benedetta nella sua potenza, perché per mezzo tuo annientò i nostri nemici. Tu, o figlia, sei benedetta dall’Altissimo piú che tutte le donne della terra. Sia benedetto Iddio, creatore del cielo e della terra, che ha guidato la tua mano per troncare il capo al nostro maggior nemico. Oggi ha reso cosí glorioso il tuo nome, che la tua lode non si partirà mai dalla bocca degli uomini che in ogni tempo ricordino la potenza del Signore; a pro di loro, infatti, tu non ti sei risparmiata, vedendo le angustie e le tribolazioni del tuo popolo, che hai salvato dalla rovina procedendo rettamente alla presenza del nostro Dio. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gloria di Israele, tu l’onore del nostro popolo!]

Graduale

Ps XLIV:11-12; 14.
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam, et concupíscit rex decórem tuum.

[Ascolta, o figlia; guarda e inclina il tuo orecchio, e s’appassionerà il re della tua bellezza.]

V. Omnis glória ejus fíliæ Regis ab intus, in fímbriis áureis circumamícta varietátibus. Allelúja, allelúja.

[V. Tutta bella entra la figlia del Re; tessute d’oro sono le sue vesti. Allelúia, allelúia].


V. Assumpta est María in cælum: gaudet exércitus Angelórum. Allelúja.  

[Maria è assunta in cielo: ne giúbila l’esercito degli Angeli. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:41-50
“In illo témpore: Repléta est Spíritu Sancto Elisabeth et exclamávit voce magna, et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi ut véniat mater Dómini mei ad me? Ecce enim ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum; et exsultávit spíritus meus in Deo salutári meo; quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ, ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes. Quia fecit mihi magna qui potens est, et sanctum nomen ejus, et misericórdia ejus a progénie in progénies timéntibus eum.”

[In quel tempo: Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Donde a me questo onore che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, infatti, che appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bimbo ha trasalito nel mio seno. Beata te, che hai creduto che si compirebbero le cose che ti furono dette dal Signore! E Maria rispose: L’ànima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva; ed ecco che da ora tutte le generazioni mi diranno beata. Perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente, e santo è il suo nome, e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su chi lo teme.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

L’ASSUNTA

Le realtà più grandi, le consolazioni più vere quaggiù non si possono vedere, né sperimentare. Dobbiamo crederle con la fede, dobbiamo aspettarle con la pazienza. Potessimo vedere e godere quello che oggi si celebra in cielo! Di tutti i miliardi di corpi umani che ebbero il soffio della vita sulla terra, due soli non conobbero il disfacimento e la corruzione del sepolcro, e sono già lassù, gloriosi: il corpo di Cristo e il corpo di Maria; quello della Madre Vergine e quello di suo Figlio nato da lei per opera dello Spirito Santo, Madre e Figlio non mai disgiunti nell’anima, non potevano essere disgiunti col corpo. E in giro a Maria, radiosa col suo corpo virgineo, tutto il paradiso converge e si fa più bello e più lieto. Gli Angeli a ghirlande infinite volandole intorno ripetono il saluto dolcissimo che fu trovato per primo da uno di loro: « Ave, o piena di grazia! ». I Patriarchi, i Profeti dell’Antico Testamento non si saziano di guardare in quel volto, in quegli occhi misericordiosi, e le dicono: .« Salve Regina! quanto t’abbiamo aspettato senza poterti vedere: e morendo il nostro sguardo estremo si volgeva ad oriente, sospirando che tu sorgessi, mistica aurora che porti il Sole di giustizia e di salvezza, Gesù! ». E gli Apostoli vanno ricordando con Lei i giorni trepidi della vita terrena: quand’Ella premurosa e delicata veniva a trovare Gesù stanco e addolorato. Quando stette quasi sola sotto la croce, quando lo videro risorto, quando discese lo Spirito divino su tutti raccolti in giro a Lei nel cenacolo. E i Martiri avvolti nella fiammante porpora del suo sangue, e i Vergini vestiti di gigli eterni, e tutti i Santi, con tenerissimo amore si svolgono a Lei, perché ciascuno vede che per Lei ha meritato lo gloria che ha, e per Lei è entrato in paradiso. Ella è la mediatrice d’ogni grazia. Ella è la porta del cielo. Ma la parola più soave e più profonda non le può essere detta che dal suo Gesù. L’eterno Figlio di Dio si piega su Lei e le dice: « Mamma! », I trionfi eterni cogli Angeli e coi Santi non fanno però a Maria dimenticare gli altri suoi figliuoli, pellegrini ancora sulle strade dell’esilio. E noi della terra dobbiamo unirci ora con quei del cielo e glorificare il mistero della sua Assunzione. Meditando: come avvenne; qual segno di gloria sia per Lei; qual pegno di misericordia per noi.

1. COME AVVENNE

Delle persone amate noi desideriamo sapere tante notizie, ed anche le più particolareggiate ci sono più preziose e care. E quando non riusciamo ad averne di sicure, cerchiamo con insistenza almeno le più probabili. E quando non ne riceviamo delle nuove, andiamo tra noi ripassando quelle vecchie. Ogni buon Cristiano con questa affettuosa volontà parla o ascolta di Maria, la sua dolcissima e celeste Madre. L’ultima volta che nella Sacra Scrittura si parla della Madonna è negli « Atti degli Apostoli », ove si dice che dopo l’Ascensione in cielo del suo Figlio diletto, Ella tornò con gli Apostoli in Gerusalemme, e si ritirò insieme con loro nel Cenacolo. Essi preferivano stare al piano superiore per darsi con maggiore entusiasmo e con meno disturbo alla preghiera, mentre aspettavano, com’era stato loro promesso, la discesa dello Spirito Santo. Ci possiamo domandare: « Perché mai Gesù Cristo, allorché salì al cielo non si condusse dietro la sua Madre? Lui che la volle insieme sul Calvario, perché non la portò insieme nell’Ascensione; perché gli piacque di prolungarle i giorni della vita terrena, giorni che non potevano essere che sbiaditi per Lei dopo che il suo Gesù non era più sulla terra? ». È che gli Apostoli e i Discepoli avevano bisogno proprio di Lei, del suo incoraggiamento, del suo compatimento materno, del suo consiglio. Infatti, la Madonna mise su casa insieme a S. Giovanni, e, con tutta probabilità, almeno nei primi tempi abitò in Gerusalemme. Troppi ricordi, dolorosi e soavi, la tenevano legata alla città di Davide. E poi Gerusalemme era un centro donde gli Apostoli partivano per le loro prime esperienze evangelizzatrici e dove si davano di quando in quando appuntamento. Così Ella poteva essere presente ad ogni loro partenza, ad ogni ritorno. Così essi potevano raccogliersi intorno a Lei, raccontarle i primi risultati, ed anche gli insuccessi, forse lasciavano curare da Lei le ferite ricevute dagli ingrati uomini. E la Madonna li ascoltava con tenerissima comprensione materna, benediceva affettuosamente quegli evangelizzatori gagliardi e pronti alla morte, e sapeva dir loro una parola piena di forza e di soavità, parola in cui sensibilmente tremava l’eco della voce di Gesù. – Ma poi i viaggi degli Apostoli si fecero sempre più lunghi, i loro ritorni sempre giù rari. Qualcuno non ritornava più: l’avevano ucciso. Sicché la sua missione di attrice e di madre amorosa verso la Chiesa nascente era ormai finita; l’altissima santità, nella quale Ella doveva risplendere nei secoli eterni, era ormai raggiunta. Perciò, prima che gli Apostoli si disperdessero per l’ultima volta e per sempre per le strade del mondo, Ella, avendoli quasi tutti intorno a sé, li salutò, poi chiuse gli occhi come se dormisse dolcemente. Ma era morta. Quanti anni aveva la Madonna quando morì? secondo la tradizione e il calcolo più probabile, doveva aver superato la sessantina, ma di poco. Di che male morì la Madonna? Tutta una tradizione santa è concorde nell’assicurare che l’Immacolata non morì se non d’amore, avverando così alla lettera le parole della Sacra Scrittura: « Dicite Dilecto meo, quia amore langueo ». (Cant. V, 8). A noi, così materiali e rudi di cuore, può recar meraviglia che si possa morire consunti da una fiamma d’amore divino. Ma pensate che anche un amore semplicemente umano può consumare ed estenuare la vita. Quanto più lo potrà un amore divino, incomparabilmente più ardente e forte! S. Filippo Neri conobbe un monaco d’Aracoeli che continuamente stava a letto tutto languido, e s’andava spegnendo a poco a poco, senza aver altra infermità che d’amore. E lui stesso, S. Filippo Neri, per un impeto d’amore divino sentì gonfiarsi talmente il petto, che due costole gli si incurvarono grandemente. E la cosa fu documentata da medici valenti, tra cui quell’Andrea Cesalpino, che fu tra i primi a scoprire e a indagare la circolazione del sangue. E S. Teresa d’Avila, non ebbe il cuore ferito sensibilmente da un trafittura d’amore divino? Ora se queste cose sono potute avvenire nei Santi, che cosa fu di Maria, il cui amore da solo superava quello di tutti i Santi messi assieme? Se Dio non avesse impedito che il suo amore soprannaturale ridondasse nel corpo, una vampa immensa l’avrebbe consunta fin dai primi anni di sua vita, perché fin dal principio Ella era colma d’amore divino. Orbene, quando a Dio piacque, quando nei suoi disegni eterni giunse il tempo di liberarla dall’esilio, l’eterno immenso amore non più impedito comunicò una scintilla al cuore di Maria. Fu abbastanza per metterla in una dolcissima consumazione d’ardore febbrile e santo. Sempre più irresistibile le risonava nell’anima una voce che la chiamava incessantemente: « Vieni, levati, o unica prediletta! Passato è l’inverno, dileguate son le nebbie gelide: sono apparsi i fiori nella nostra contrada, i fiori della tua corona. Levati, e vieni: sarai incoronata ». Veni coronaberis! Di comunione in comunione, (ed era probabilmente S. Giovanni che a Lei porgeva suo Figlio sotto il velo eucaristico), crescendo sempre a dismisura gli assalti d’amore, finirono per vincere la sua fibra. Le membra virginee si sciolsero, e spirò. Ma quel corpo, dal quale era nato il Salvatore del mondo, non doveva corrompersi nella sepoltura. – Un racconto antichissimo che già passava sulla bocca dei cristiani del V secolo, ed anche prima, così narra: « Come gli Apostoli, che le stavano intorno, la videro addormentarsi nel sonno della dolce morte, pieni di riverenza portarono il corpo ad un sepolcro già preparato e ve lo chiusero. Intanto s’udiva per l’aria un canto soavissimo, una melodia celestiale, che durò per tre giorni. Al terzo giorno, arrivò S. Tommaso. Dolente di non esser giunto a tempo per dare l’estremo saluto alla Vergine morente, bramò di vedere ancora una volta la sacra spoglia della Madre di Gesù. Andarono tutti insieme al sepolcro e lo discopersero: invece della salma videro fiori. Allora s’accorsero che la Vergine Madre era giaciuta nella tomba quanto era durata l’angelica melodia: tre giorni come il suo Figlio divino. Poi era risorta e salita al cielo. Perciò resero con gaudio ineffabile gloria a Colui che chiamava in paradiso quel corpo dal quale s’era degnato di nascere ». Dunque per virtù e grazia divina la Madonna risuscitò, e viva in anima e corpo trionfa lassù, al fianco del suo Unigenito. La terra non possiede più nulla di Lei, ma da tutti i cieli piove incessantemente la sua misericordia e la sua consolazione sulla nostra valle del pianto.

2. SEGNO DI GLORIA PER MARIA

Nel mistero che oggi celebriamo sono da considerarsi particolarmente tre aspetti come quelli che ci rivelano tre glorificazioni della virtù di Maria.

a) Maria risuscita. La risurrezione fu il trionfo del suo immacolato concepimento, e della sua verginità perpetua. Noi sappiamo come la morte e la conseguente corruzione del sepolcro siano un castigo dovuto al peccato. Orbene Maria è senza peccato: senza la più lieve ombra d’imperfezione trascorse i suoi giorni sulla terra; e perfino dal peccato originale che tutti i discendenti d’Adamo contraggono necessariamente, Ella fu esente per sommo privilegio. Era giusto dunque che la corruzione della morte non toccasse quel santo suo corpo. Anche tutti gli altri corpi degli uomini peccatori risusciteranno alla fine del mondo, quando le tremende trombe angeliche squilleranno. Ma questo corpo verginale e castissimo di Maria meritava d’essere svegliato molto tempo prima, e in più dolce maniera. Il suo diletto Figlio non la lasciò a lungo preda della morte, ma dopo tre giorni soltanto andò a destarla: « Svegliati, t’affretta: l’eterna primavera per te è già venuta ». Infine, scrive S. Giovanni Damasceno, conveniva che questa oliva sempre verdeggiante, simbolo della pace tra cielo e terra, mai non si sfrondasse e fosse trapiantata intatta dalla triste riva del mondo alla sponda del fiume d’eternale dolcezza che irriga la santa città del paradiso.

b) Maria sale in alto. L’ascesa fu il trionfo della sua umiltà. Non si era Ella chiamata la serva del Signore, quando un Arcangelo stesso si chinava a riverire la sua altissima elezione e santità? Non visse, la Regina del cielo, povera e ignota a tutti, nella casa d’un fabbro, ubbidendogli, servendolo, accudendo alle quotidiane umili faccende domestiche? E Lei che non si lasciò vedere nelle poche ore di trionfo durante l’ingresso in Gerusalemme, rimase sotto la croce segnata a dito e derisa forse come la madre d’un falso profeta, d’un preteso re, d’un seduttore di folle. Era giusto dunque che quel Dio, che dà la sua grazia agli umili e la ritoglie ai superbi, esaltasse la Vergine umilissima sopra tutti i cori degli Angeli e dei Santi.

c) Maria entra in cielo. Quest’ingresso in paradiso col suo corpo è il trionfo della sua maternità divina. Che cosa può mai essere la gioia d’una madre terrena nel riabbracciare dopo dieci o quindici anni un figlio carissimo, confrontata con l’abbraccio eterno di Maria col suo Gesù? Poté rivedere quel volto che tante volte aveva accarezzato, quegli occhi amorosissimi e profondi in cui tante volte aveva spiato le divine volontà, quelle mani che ella aveva, adorando, baciate… Tutto lo strazio subìto durante la settimana di passione le veniva incomparabilmente ricompensato e per tutta l’eternità. Sempre vicino al suo Figlio e al suo Dio, beata della sua infinita beatitudine. Tutto il cielo ora la segnava a dito: « Ecco, ecco la gran Madre di Dio! ».

3. PEGNO DI MISERICORDIA PER NOI

In una terribile siccità, dalla terra arida e screpolata, Elia vide levarsi una nuvoletta, che sull’orizzonte dapprima non pareva più vasta d’un piede d’uomo. Ma ecco quella nuvoletta dilatarsi meravigliosamente, occupare tutto il cielo e poi disfarsi in pioggia fresca, ristoratrice, benefica. Simile a quella nuvoletta saliente è la Madonna Assunta. Ella, andando in cielo non ha dimenticato i suoi figliuoli rimasti sulla terra, ma su tutti fa piovere un’onda incessante di grazie. Perciò il mistero dell’Assunzione è per noi un pegno di misericordia: è un aiuto, una speranza, un conforto.

.a) È un aiuto nei bisogni. Ora infatti abbiamo presso: Dio la Vergine, la Vergine ch’è potente, ch’è Madre. Se ella; al banchetto delle nozze di Cana potè piegare la volontà di Gesù a favore di due sposi, oggi seduta al banchetto del cielo, collocata nell’atto del suo grande ufficio di mediatrice, può ottenerci ogni bene che noi le chiediamo. Ella ha ricevuto tutti i poteri per donarci grazie, e solo desidera di esercitarli. Infelici quelli che non sanno chiedere a Maria! I cuori che non la pregano mattina e sera, che non l’invocano nell’ora del pericolo, che hanno dimenticato le sue novene e feste, non sanno che cosa può Maria.

b) È una speranza di santificazione e di salvezza. La Vergine è stata portata in alto perché tutti abbiano a rispecchiarsi in Lei, ad imitarla. Leviamo gli occhi nostri alla sua eccelsa perfezione e poi abbassiamoli sulla nostra miseria. Se confrontassimo la sua fede ardente con la nostra incredulità, la sua umiltà col nostro egoistico orgoglio, e specialmente confrontassimo il suo candore liliale e perenne con la nostra sensualità, quanto dovremmo arrossire! Almeno oggi, da codesto confronto, s’accenda in noi un desiderio veemente e uno sforzo costante d’imitare le sue virtù. Se abbiamo veramente un tale desiderio e facciamo un tale sforzo, non c’è che da nutrire la più grande speranza di santificazione e di salvezza. Maria è la Madre nostra ed è più desiderosa Lei d’accorrere in aiuto della nostra debolezza e insufficienza, di quanto lo possiamo essere noi. Diciamole dunque frequentemente: « Sancta Domina Dei Genîtrix, sanctificationes tuas transmitte nobis ».

c) È un conforto. Perché la Vergine fu assunta nel più eccelso gaudio del paradiso anche col corpo? Perché ebbe forza e generosità d’accettare i dolori più profondi. Il suo esempio e il suo aiuto ci conforti a portare ogni giorno, con cristiana serenità e fiducia, la nostra parte di dolore. Il premio che accanto a Lei ci è riserbato illumini le nostre ore di oscurità e di abbattimento. Non ci sia cruccio nel cuor nostro che la Madonna ignori: a lei tutto come a una mamma bisogna confidare. Confidiamole specialmente le angustie e le lotte spirituali dell’anima nostra: Ella che ha vinto il male in ogni parte, che ha schiacciato sotto il suo calcagno il capo del serpente, non può lasciare inesaudita l’implorazione di certi trepidi istanti. – Ma l’istante in cui soprattutto avremo bisogno del suo conforto è quello estremo dell’agonia. Istante d’abbandono straziante, d’angoscia indicibile, di tremori. Nessuno di questo mondo ci potrà confortare in quell’istante da cui dipende il nostro eterno destino. Nessuno, ma la Madonna lo potrà. E lo farà. Con una vita pura e devota meritiamo che la Madonna ci assista, e ci stringa al suo seno nel momento dell’estremo passaggio. Sul cuore di Maria, nessun timore. Poggiati su un cuore risorto scenderemo nella tomba con la certezza di rivivere. Poggiati al cuore di Lei che è morta d’amore, sarà concesso anche a noi almeno di morire nell’amore di Dio, cioè nella sua grazia. È ben questa la preghiera che ogni giorno, che più volte al giorno, i figli rivolgono alla Madre: « Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi: ora, e nell’ora della nostra morte, Così sia ». — O DOLCE VERGINE MARIA ASSUNTA. Dal domma dell’Assunzione sgorga una preziosissima grazia, che fa dolce il nostro vivere e fa dolce il nostro morire.

1. FA DOLCE IL NOSTRO VIVERE.

.a) Per noi che abbiamo una natura sensibile, riesce molto duro pensare a persone intensamente amate senza poter dare loro un volto e una figura. Ora, se pensando alla cara e santa Madonna le diamo un volto per sorriderci, mani per prenderci per mano o carezzarci maternamente, e pupille lucenti per vederci, questo non è un’illusione fantastica del sentimento, ma è la consolante realtà assicurataci incrollabilmente dalla definizione dommatica del 1° novembre 1950. Riflettete. Quel volto che ha sorriso sulla povera culla del piccolo Verbo Incarnato provocandone il primo sorriso, quel dolce volto c’è ancora. E sorride anche a noi ogni volta che riportiamo vittoria sui nostr duri egoismi, sulle nostre sensibilità torbide. Col suo sorriso ci infonde il desiderio della castità, ci provoca a compiere atti di fede, di speranza e di carità, ci sprona ad essere ogni giorno più buoni e più generosi. Quelle mani che si posarono tante volte sulla testa del Figlio di Dio, il Quale le cresceva in casa, che diligenti e puntuali gli preparavano la parca mensa e gli rammendavano le umili vesti, quelle mani ci sono ancora. E sono vive: vanno in cerca della nostra testa per disperdervi con la loro carezza ogni ombra di malinconia che non è secondo Dio; vanno in cerca delle nostre mani per renderle pure, pronte al gesto di carità, agili nelle opere buone. Quegli occhi che contemplarono le ferite e gli squarci che i peccati di ciascuno di noi hanno fatto nel corpo liliale del suo Unigenito, quando le giaceva disteso sulle ginocchia, esanime e insanguinato, quegli occhi ci sono ancora. E ci guardano, ci seguono dappertutto, dolenti, amorosissimi, supplichevoli. Ci supplicano di non rendere inutili le atroci piaghe che il suo Gesù ha sopportato per noi.

b) Un secondo pensiero ci aiuta a sentire la dolcezza che dall’Assunta piove sul nostro vivere. La Madonna tutta viva, anima e corpo, è in cielo. Che fa in cielo? Gode la visione beatifica di Dio. Nella luce di questa visione, Ella partecipa della scienza infinita del Signore. Perciò conosce tutti e ciascuno di viso, di nome, personalmente. Di ciascuno di noi sa il passato, il presente e l’avvenire: ogni momento del nostro vivere è davanti a Lei con una chiarezza maggiore della nostra. Ci sono quaggiù ore di gioia o di angoscia, di successo o di accasciamento in cui ogni uomo dice tra i sospiri: « Lo sapesse la mia mamma! » Nessuna gioia nostra è piena, nessun dolore è consolato, se la nostra mamma è assente e ignora. Orbene, che dolcezza il domma dell’Assunzione corporea di Maria ci infonde, dandoci di poter dire con verità in quelle ore trepide: « La Madonna lo sa. Il suo materno cuore di carne palpita di gaudio o di dolore all’unisono col mio inquieto cuore di figlio ». La Madonna è in cielo, tutta viva, anima e corpo. Che fa in cielo? Quello che ci ha detto che Gesù, risorto e asceso, sta davanti al divin Padre semper vivens ad interpellandum pro nobis (Hebr., VII, 25). E la Madonna, risorta e assunta, sta davanti al divin Figlio similmente semper vivens ad interpellandum pro nobis. La grande orante! Prega per la Chiesa universale, militante e purgante; prega per l’umanità intera, santa e peccatrice; prega per il Papa, per i Vescovi e i sacerdoti; prega per i poveri, per gli ammalati, per i tribulati, per i tentati, per gli infermi, per gli abbandonati, per i disoccupati… Prega per ciascuno di noi, non già con una preghiera generica e confusa, ma precisa e specifica, perché Ella sa ad uno ad uno i nostri bisogni, anche i più segreti. c) La Madonna, assunta in cielo, ci è sempre vicina. Occorre liberarci da un’illusione fantastica che potrebbe diminuire assai la dolcezza del domma dell’Assunzione: quella di pensare il cielo come una regione remota; stupenda, sì, ma lontana da noi, in alto, oltre le nuvole, oltre le stelle. No, non è così. Il cielo è dove è Dio, e Dio è dappertutto. Nella Sacra Scrittura il cielo appare vicino, vicinissimo all’uomo. Forse l’uomo ci vive in mezzo senza poterlo vedere, sentire, gustare. Giacobbe è nel deserto: e il cielo si spalanca al suo fianco in guisa di scala che dalla terra sale a Dio. Dei pastori vegliano sui monti a custodia del gregge: il cielo si chiude su quei pascoli con l’annuncio del Natale. Giuseppe dorme nel suo povero letto: la porta del cielo s’apre proprio in quella cameretta per lasciar uscire un Angelo a comunicargli un avvertimento divino. Saulo cammina verso Damasco: il cielo gli attraversa con irruenza la strada e lo rovescia a terra. La Madonna è stata assunta in cielo, ma ciò non le può togliere di stare accanto ai suoi figliuoli. Non c’è solitudine, non c’è lontananza di oceani o di deserti, non ostacolo di monti, di muraglie o di porte sbarrate che possa impedire all’Assunta di starci vicini tutta viva com’è, in anima e corpo. Quando il sangue ribolle per fermenti di corruzione, quando il corpo coi ribelli istinti appesantisce il volo dell’anima, Ella ci è vicina e dalla incorrotta carne, dal suo virgineo sangue emana una virtù che placa i sensi, spegnendo gli impuri ardori. Quando le creature ci incantano colle fosforescenze della loro opaca bellezza, colle promesse fallaci d’arcane felicità, Ella ci è vicina e dai suoi occhi purissimi emana una luce che rende persone e cose trasparenti come un velo, dietro al quale appare Dio: Dio solo e la sua gloria congiunta alla nostra vera felicità. – 2. FA DOLCE IL NOSTRO MORIRE. La singolare nobiltà e tragicità dell’uomo è di essere l’unico vivente che sa di dover morire. Pensate a quello che fu la cupa tristezza di tutti i secoli antichi di fronte alla morte. La sopravvivenza dell’anima era generalmente conosciuta, ma era immaginata come un’esistenza umbratile, squallida, senza nessuna delle intense vibrazioni di cui è ricca questa vita, un’esistenza colma soltanto di struggenti rimpianti verso i beni terrestri perduti per sempre. E non soltanto nei popoli pagani, ma in quel popolo stesso che era il detentore della vera religione nell’Antico Testamento il pensiero della tomba diffondeva un tragico orrore, di cui abbiamo ripetute e chiare testimonianze nei libri ispirati. «Lascia, — gemeva Giobbe (X, 2-5) — che io un poco mi rassereni ancora, prima che vada, per non più ritornare, nella regione delle tenebre e delle ombre funeree, regione buia e nebulosa ove è cupa confusione e fosco bagliore ». E l’Ecclesiaste constata amaramente che la vita anche più diseredata sulla terra è sempre preferibile allo squallore d’oltre tomba. « A ognuno che vive resta almeno qualche speranza, perciò val meglio un cane vivo che un leone morto… I morti non sanno niente, né più attendono ricompensa, essendo dimenticata la loro memoria » (IX, 5). Ed è ancora Giobbe che sente d’invidiare la sorte delle piante che, tagliate alla radice, rimettono i polloni nella carezza dell’aria azzurra e del tiepido sole. « L’uomo invece, morendo, è finito… una volta coricatosi, più non si alza finché durino i cieli, né dal suo sonno più nessuno lo sveglia » (XIV, 7-12). Ma dopo che Gesù è venuto e ci ha parlato, dopo che è morto per noi e per noi è risorto, la morte è tutt’altra cosa. Per il Cristiano, nel confronto tra la vita di là e la vita di qua, è questa che ci scapita, tanto quella è intensa di gioia, di luce e di bene. Noi sappiamo che val meglio un attimo di là che cento anni in questa valle d’esilio. Noi non invidiamo le piante che, una volta tagliate, ripullulano con virgulti dalle radici, perché, falciati dalla morte, siamo certi di ripullulare incomparabilmente più vivi e più integri. S. Paolo sospirava: « Potessi disciogliermi da qui e stare con Cristo, quanto sarebbe meglio! Tuttavia, se è per il vostro bene, mi rassegno a stare quaggiù » (Fil., 1, 23-24). – Il vecchio Vescovo d’Antiochia, S. Ignazio, supplicava i Romani a non brigare per evitargli la condanna e il martirio. « Una cosa sola concedetemi: lasciate che io sia immolato a Dio! È bello tramontare al mondo per risorgere in Dio… lasciate che io raggiunga la pura luce! Un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: vieni al Padre » (Lettera ai Romani, passim.). – S. Teresa d’Avila esclamava: « O morte, o morte, in te è la vita, e io non so come ti possa temere » (Opere, Milano, 1932, pag. 1632). S. Teresa di Lisieux rispondeva a chi la voleva confortare nell’agonia: « Ci vuol coraggio per vivere, e non per morire » (Autobiografia, c. XII). – E ora il domma dell’Assunta è stato definito per renderci più chiare, più presenti, più sensibili queste cristiane e consolantissime certezze. La morte non esiste più, esiste unicamente la vita eterna. Già Una che era in tutto simile a noi, tranne che nel peccato, è stata risuscitata e assunta in cielo per la virtù del suo Figliuolo. Con Lei la nostra risurrezione è incominciata. Tra poco risorgeremo anche noi; risorgeranno tutti. È solo questione di un po’ di tempo: e i millenni, visti dall’eternità, sono brevi come un giorno già trascorso. Sicut hesterna dies quæ prateriit. È indubitabile che questa Madre risuscitata e assunta ci sarà vicina nel momento della morte. Migliaia di volte l’abbiamo invitata per quell’ora … et in hora mortis nostræ. Non sarebbe Madre, non sarebbe Lei se mancasse all’appello che le fu ripetuto innumerevoli volte. Dunque l’Assunta verrà, non mancherà in quell’ora. E con le sue labbra risorte bacerà la nostra fronte sudata e gelida, con le sue mani risorte ci prenderà le mani stanche e inerti. Dolce morire di noi risorgendi fra Gesù e Maria risorti! – Per un figlio non c’è gioia più grande di quella di sapere sua madre felice. Se vogliamo bene alla Madonna come a madre, se per lei alberghiamo in cuore tenerezza di figli, sopra le dolcezze che la sua Assunzione può dare al nostro vivere e al nostro morire, dobbiamo sentire che ve n’è un’altra più grande: quella di sapere con assoluta certezza che Maria nostra Madre è felice, già tutta felice, anima e corpo. Dalla pienezza della sua felicità questa nostra dolcissima Mamma pensa a noi e trepida per noi. Ci vuole vicino a Lei, nella sua gioia, per sempre. Perciò ci supplica: « Fuggite il peccato, vivete in grazia, Salvate l’anima se volete salvare anche il corpo, e trasfigurarlo come il mio nella beata Assunzione al cielo ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Gen III:15
Inimicítias ponam inter te et mulíerem, et semen tuum et semen illíus.

[Porrò inimicizia tra te e la Donna: fra il tuo seme e il Seme suo.]

Secreta

Ascéndat ad te, Dómine, nostræ devotiónis oblátio, et, beatíssima Vírgine María in coelum assumpta intercedénte, corda nostra, caritátis igne succénsa, ad te júgiter ádspirent.


[Salga fino a Te, o Signore, l’omaggio della nostra devozione, e, per intercessione della beatissima Vergine Maria assunta in cielo, i nostri cuori, accesi di carità, aspirino sempre verso di Te.]

Præfatio  …

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

… de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Assumptione beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis


Orémus:

Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc 1:48-49
Beátam me dicent omnes generatiónes, quia fecit mihi magna qui potens est.

[Tutte le generazioni mi diranno beata, perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente.]

Postcommunio

Orémus.
Sumptis, Dómine, salutáribus sacraméntis: da, quǽsumus; ut, méritis et intercessióne beátæ Vírginis Maríæ in coelum assúmptæ, ad resurrectiónis glóriam perducámur.


[Ricevuto, o Signore, il salutare sacramento, fa, Te ne preghiamo, che, per i meriti e l’intercessione della beata Vergine Maria Assunta in cielo, siamo elevati alla gloriosa resurrezione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – “CUM SANCTA MATER”

Il Santo Pontefice scrive questa lettera per promuovere, indire e sollecitare, presso i suoi Vescovi, le preghiere dei fedeli per invocare dal Dio della pace, la pace tra i popoli cristiani allora minacciata da conflittuali eventi storici. Questa è la pratica che tutti i fedeli cristiani hanno avuto nei secoli passati per evitare o almeno attenuare l’animosità di popoli e nazioni agitate dalle forze del male che spingevano al confronto bellico. Oggi questa voce è ancora più opportuna, dal momento che all’orizzonte si prospettano eventi terrificanti indotti da personaggi chiaramente gestiti e manipolati da sette satanico-esoteriche che trovano ogni pretesto per scardinare l’ordine costituito della civiltà cristiana fondata dall’opera redentiva del Figlio di Dio fatto uomo nel seno della Vergine Maria. La ricerca della pace per mezzo del ricorso a Dio elargitore della pace nei cuori e nei popoli, è l’unica possibilità che l’uomo ha per evitare cataclismi e rovine inimmaginabili con gli odierni arsenali militari. Ma tutti si affannano a cercare soluzioni politiche, finanziarie, diplomatiche … tutto inutile se non si ricorre prima a Dio. Anzi, scriveva Geremia: maledetto l’uomo he confida nell’uomo… Tutti siamo maledetti se confidiamo nell’uomo, qualunque costume indossi, senza rivolgerci a Dio, non solo con le labbra ed il cuore, ma con i comportamenti morali ed il recupero degli autentici valori cristiani. Inganno moderno sono le elezioni politiche e la democrazia fondata su disvalori laici, atei, pagani … maledetti saremo da Dio, e le preghiere che saranno costretti a dire come uomini spinti dal terrore di perdite materiali e fisiche, suoneranno come orribili sacrilegi respinti da Dio…

Pio IX

Cum Sancta Mater

In questi sacri giorni di festa, Venerabili Fratelli, la Santa Madre Chiesa celebra con solennità l’annuale ricorrenza del Mistero Pasquale, effondendo il suo gaudio in tutto il mondo, e richiama alla memoria di tutti i suoi fedeli quelle lietissime parole di soavissima pace che l’Unigenito Figlio di Dio Cristo Gesù, Nostro Signore, annunciò frequentemente e amorosamente ai suoi Apostoli e Discepoli, risorgendo dopo aver vinto la morte e debellato la tirannia del demonio. Ma ecco si leva un ben triste clamore di guerra fra nazioni cattoliche, e risuona nelle orecchie di tutti. – Pertanto, Noi, che, pure immeritevoli, continuiamo l’opera vicaria di Colui che, nascendo dalla Immacolata Vergine, annunziò per mezzo degli Angeli la pace agli uomini di buona volontà e, risorgendo da morte e ascendendo al cielo per assidersi alla destra del Padre, lasciò la pace ai suoi Discepoli, non possiamo non invocare e proclamare sempre e ripetutamente la pace, per quella paterna carità che Ci spinge particolarmente verso i popoli cattolici. Cercando di inculcare in tutti, con il massimo sforzo del Nostro animo, le parole del Nostro Divin Redentore, ripetiamo incessantemente: Pace a Voi! La Pace sia con Voi! E con queste parole di pace, parliamo a Voi con tanto affetto, Venerabili Fratelli, che siete stati chiamati a partecipare alla Nostra sollecitudine, affinché esortiate i fedeli affidati alla vostra vigilanza e li sproniate con ogni cura e zelo con tutta la vostra esimia pietà a ricorrere con le preghiere al Dio Ottimo e Massimo affinché elargisca a tutti la sua desideratissima pace. Per questa ragione e per quanto riguarda il Nostro Ufficio pastorale, non abbiamo omesso di ordinare che in tutto il territorio della Nostra Pontificia giurisdizione, si offrano pubbliche preghiere al clementissimo Padre di ogni misericordia. E seguendo le vestigia e gli esempi illustri dei Nostri Predecessori, abbiamo stabilito di ricorrere e rifugiarci nelle preghiere vostre e di tutta la Chiesa. – Pertanto con questa Lettera, Venerabili Fratelli, Vi chiediamo, per la vostra esimia devozione, di indire al più presto nelle vostre Diocesi come vorrete, per i fedeli a Voi affidati, pubbliche preghiere con le quali, implorando il patrocinio dell’Immacolata e Santissima Madre di Dio, la Vergine Maria, preghino e supplichino il nostro Dio, ricco di misericordia, di rimuovere da noi la sua indignazione, per i meriti del suo Unigenito Figlio, il Signore Nostro Gesù Cristo. Allontani così le guerre fino agli estremi confini della terra, e illumini la mente di tutti con la sua divina grazia; infiammi il cuore di tutti all’amore della pace cristiana; e faccia sì con la sua Onnipotenza che, radicati e fondati nella fede e nella carità, osservino fedelissimamente i Suoi comandamenti; implorino umilmente e col cuore contrito il perdono dei loro peccati; e distaccandosi dal male e facendo il bene, possano camminare nei sentieri della giustizia; esprimano fra di loro un continuo amore, vi si esercitino, e così possano conseguire una pace salutare con Dio, con se stessi e con tutti gli uomini. – Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che per l’ossequio e la obbedienza già sperimentata verso Noi e questa Sede Apostolica, Voi cercherete di assecondare con molta diligenza questi Nostri desideri e voti. Affinché, poi, i fedeli si dedichino con ardente diligenza e con sempre maggior frutto alle preghiere che Voi stabilirete, abbiamo deciso di mettere a disposizione e di erogare i tesori delle celesti grazie la cui competenza è stata a Noi conferita dall’Altissimo. Pertanto, concediamo ai fedeli trecento giorni di indulgenza nella forma consueta della Chiesa, ogni volta che essi interverranno devotamente alla recita di tali preghiere per la pace e le ripeteranno. Inoltre durante il tempo della recita di tali preghiere concediamo agli stessi fedeli l’Indulgenza Plenaria da lucrarsi una volta al mese, allorché purificati e assolti dalla Confessione sacramentale e nutriti della santissima Eucaristia, visitino devotamente una Chiesa e qui recitino preghiere a Dio per lo stesso scopo. – Infine niente è a Noi più gradito di poter usufruire di questa occasione per testimoniare ancora una volta, Venerabili Fratelli, la Nostra benevolenza verso Voi tutti. E di questo grande affetto verso di Voi sia pegno la Benedizione Apostolica che dal profondo del cuore impartiamo con amore a Voi stessi, Venerabili Fratelli, e a tutti i Chierici e fedeli Laici affidati alla vostra fede.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 27 aprile 1859, anno tredicesimo del Nostro Pontificato.

DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA X DOPO PENTECOSTE (2022).

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La liturgia di questa Domenica ci insegna il vero concetto dell’umiltà cristiana che consiste nell’attribuire alla grazia dello Spirito Santo la nostra santità; poiché le nostre azioni non possono essere soprannaturali, cioè sante, se non procedono dallo Spirito Santo, che Gesù ha mandato agli Apostoli nel giorno della Pentecoste e che dona a tutti quelli che glielo chiedono. Dunque la nostra santificazione è impossibile se vogliamo raggiungerla da soli, perché, abbandonati a noi stessi noi non siamo che impotenti e peccatori. Dobbiamo a Dio se evitiamo il peccato, se ne otteniamo il perdono, se riusciamo a fare il bene, poiché nessuno può pronunciare neppure il santo nome di Gesù con un atto di fede soprannaturale, che affermi la sua regalità e divinità, se non mediante lo Spinto Santo. L’orgoglio è, dunque, il nemico di Dio, perché si appropria dei beni che solo lo Spirito Santo distribuisce a ciascuno nella misura che crede conveniente e impedisce alla potenza divina di manifestarsi nelle nostre anime in modo da farci credere che noi bastiamo a noi stessi. Come Dio potrebbe perdonarci (Oraz.), se noi non vogliamo riconoscerci colpevoli? Come potrebbe aver compassione di noi ed esercitare su noi la sua misericordia (Oraz.), se nel nostro cuore non vi è nessuna miseria riconosciuta cui il suo Cuore divino possa compatire? L’umile, invece, riconosce il proprio nulla perché sa che solo a questa condizione discenderà su lui la virtù di Cristo. Mentre la Chiesa sviluppa in questa Domenica tali pensieri, le letture, che fa durante questa settimana nel Breviario, danno due esempi di orgoglio e di grande umiltà. Dopo la figura del profeta Elia che si oppone così fortemente a quella di Achab e di lezabele, dei quali nell’ufficio è ricordato il terribile castigo, vi è quella del giovane Gioas che contrasta fortemente con quella di Atalia. Figlia di Achab e di lezabele, empia come sua madre, Atalia sposa il re di Giuda Ioram, che morì poco dopo. Allora la regina si trovò padrona del regno di Giuda e per esserlo per sempre fece massacrare tutta la famiglia di David. Ma losabeth, sposa del gran sacerdote Joiada tolse dalla culla l’ultimo nato della famiglia reale e lo nascose nel Tempio. Questi si chiamava Gioas. Per sei anni Atalia regnò ed innalzò templi in onore del dio Baal perfino nell’atrio del Tempio. Nel settimo anno il gran sacerdote attorniato da uomini risoluti e armati, mostrò Gioàs che allora aveva sette anni e disse: « Voi circonderete il fanciullo regale e se qualcuno cercherà di passare fra le vostre file, lo ucciderete! ». E quando il popolo si riversò nell’atrio, all’ora della preghiera, Joiada fece venire avanti Gioas, l’unse e lo coronò al cospetto di tutta l’assemblea che applaudi’ e gridò: «Viva il Re!». Quando Atalia intese queste grida, uscì dal palazzo ed entrò nell’atrio e quando vide il giovane re assiso sul palco, circondato dai capi e acclamato dal popolo col suono delle trombe, stracciò le sue vesti e gridò: « Congiura! Tradimento! ». Il gran sacerdote ordinò di farla uscire dal sacro recinto e quando essa giunse nel suo palazzo venne uccisa. La folla allora saccheggiò il tempio di Baal e non lasciò pietra su pietra. E il re Gioas si assise sul trono di David, suo avo; regnò quarant’anni a Gerusalemme e si dedicò a riparare e abbellire il Tempio (All., Com.). La Scrittura fa di lui questo bell’elogio: « Gioas fece quello che è giusto agli occhi di Dio » È questa l’Antifona del Magnificat dei Vespri alla quale fa eco quella dei II Vespri che è tratta dal Vangelo di questo giorno: « Questi (il pubblicano) ritornò a casa sua giustificato e non quello (il fariseo), poiché chi si esalta sarà umiliato e chi s’umilia sarà esaltato ». – « Quelli che si innalzano sono visti da Dio da lontano, dice S. Agostino. Egli vede da lontano i superbi, ma non perdona loro. « L’umile invece, come il pubblicano, si riconosce colpevole! ». Egli si batteva il petto, si castigava da sé, e Dio perdonava a quest’uomo perché confessava la sua miseria. Perché meravigliarsi che Dio non veda più in lui un peccatore dal momento che si riconosce da sé peccatore? Il pubblicano si teneva lontano ma Dio l’osservava da vicino » (Mattutino). Così l’umile fanciullo Gioas fu gradito a Dio perché la sua condotta avanti a Lui era quale doveva essere. Egli fece ciò che era giusto agli occhi del Signore. Atalia, invece, orgogliosa ed empia, non fece ciò che era giusto avanti al Signore, e sdegnò e insultò quelli che facevano il loro dovere, poiché l’orgoglio verso Dio si manifesta ogni giorno nel disprezzo verso il prossimo. Dice Pascal che vi sono due categorie di uomini: quelli che si stimano colpevoli di tutte le mancanze: i Santi; e quelli che si credono colpevoli di nulla: i peccatori. I primi sono umili e Dio li innalzerà glorificandoli, i secondi sono orgogliosi e Dio li abbasserà castigandoli. « Il diluvio, dice S. Giovanni Crisostomo, ha sommerso la terra, il fuoco ha bruciato Sodoma, il mare ha inghiottito l’esercito degli Egiziani, poiché non è altri che Dio, il quale abbia inflitto ai colpevoli questi castighi. Ma, dirai tu, Dio è indulgente. Tutto ciò allora non è che parola vana? E il ricco che disprezzava Lazzaro non fu punito? … e le vergini stolte non furono discacciate dallo Sposo? E quegli che si trova nel banchetto con le vesti sordide non verrà legato mani e piedi e non morrà? E colui che richiederà al compagno i cento denari non sarà dato al carnefice? Ma Dio si fermerà solo alle minacce? Sarebbe molto facile provare il contrario e dopo quello che Dio ha detto e fatto nel passato possiamo giudicare quello che farà nell’avvenire. Abbiamo piuttosto sempre in mente il pensiero del terribile tribunale, del fiume di fuoco, delle catene eterne nell’inferno, delle tenebre profonde, dello stridore dei denti e del verme che avvelena e rode » (2° Nott.). Questo sarà il mezzo migliore per rimanere nell’umiltà, che ci fa dire con la Chiesa: « Ogni volta che io ho invocato il Signore, questi ha esaudita la mia voce. Mettendomi al sicuro da quelli che mi perseguitavano, li ha umiliati, Egli che è prima di tutti i tempi » (lntr.). « Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dei tuoi occhi, perché i tuoi occhi vedono la giustizia » (Grad.). « Signore, io ho innalzata l’anima mia verso te, i miei nemici non mi derideranno perché quelli che hanno confidenza in te non saranno confusi » (Off.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

.Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur tui omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis tuis, perdúcat te ad vitam ætérnam.
S. Amen.

S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LIV: 17; 18; 20; 23
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.

[Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet.

[Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, 9salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, ad tua promíssa curréntes, cœléstium bonórum fácias esse consórtes.

[O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo, moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché quanti anelano alle tue promesse, Tu li renda partecipi dei beni celesti.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XII: 2-11
Fratres: Scitis, quóniam, cum gentes essétis, ad simulácra muta prout ducebámini eúntes. Ideo notum vobis facio, quod nemo in Spíritu Dei loquens, dicit anáthema Jesu. Et nemo potest dícere, Dóminus Jesus, nisi in Spíritu Sancto. Divisiónes vero gratiárum sunt, idem autem Spíritus. Et divisiónes ministratiónum sunt, idem autem Dóminus. Et divisiónes operatiónum sunt, idem vero Deus, qui operátur ómnia in ómnibus. Unicuíque autem datur manifestátio Spíritus ad utilitátem. Alii quidem per Spíritum datur sermo sapiéntiæ álii autem sermo sciéntiæ secúndum eúndem Spíritum: álteri fides in eódem Spíritu: álii grátia sanitátum in uno Spíritu: álii operátio virtútum, álii prophétia, álii discrétio spirítuum, álii génera linguárum, álii interpretátio sermónum. Hæc autem ómnia operátur unus atque idem Spíritus, dívidens síngulis, prout vult.

[“Fratelli: Voi sapete che quando eravate gentili correvate ai simulacri muti, secondo che vi si conduceva. Perciò vi dichiaro che nessuno, il quale parli nello Spirito di Dio dice: «Anatema a Gesù»; e nessuno può dire: «Gesù Signore», se non nello Spirito Santo. C’è, sì, diversità di doni; ma lo Spirito è il medesimo. Ci sono ministeri diversi, ma il medesimo Signore; ci sono operazioni differenti, ma è il medesimo Dio che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito, perché sia d’utilità. Mediante lo Spirito a uno è data la parola di sapienza, a un altro è data la parola di scienza, secondo il medesimo Spirito. A un altro è data nel medesimo Spirito la fede; nel medesimo Spirito a un altro è dato il dono delle guarigioni: a un altro il potere di far miracoli; a un altro la profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue, a un altro il dono d’interpretarle. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, il quale distribuisce a ciascuno come gli piace”].

UNITA’ NELLA VARIETA’ E VICEVERSA.

Gli uomini piccoli si rivelano colle loro unilateralità. C’è chi al mondo non vede, non vuole, non ama che la unità, una unità esagerata che diviene, né essi se ne dolgono, uniformità; c’è chi non vede, non vuole, non ama che la varietà, la diversità, una diversità che diviene, così esagerata, del che ad essi non cale, confusione babelica, caos. Per i primi tutti dovrebbero pensare allo stesso identico modo in tutto e per tutto, fare tutti la stessa cosa, farla tutti allo stesso modo. Per gli altri il rovescio, tutti pensare e agire diversamente. Estremismi opposti, figli della stessa micromania. Il Vangelo, il Cristianesimo ci si rivela grande e divino anche per quella formula « unitas in varietate » che è la sua divisa. N. S. Gesù ha detto una parola nella quale è lo spunto di quello che oggi dice San Paolo nel brano domenicale della Epistola prima ai Corinzi: « nella casa di mio Padre vi sono molte dimore. » La Casa è una, una la Chiesa, Casa di Dio, edificio classico e prediletto di Gesù Cristo; una per unità di culto. Se non fosse così, non sarebbe divina. Una nelle cose essenziali, sostanziali. Ma in questa bellissima e forte e compatta e vigorosa unità non si esaurisce la vita della Chiesa; se no saremmo nell’uniformità plumbea. La casa è una e le stanze, anzi i piani sono molti e diversi. San Paolo riprende il pensiero evangelico e dice testualmente così: « Or vi sono (nella Chiesa) distinzioni (ossia varietà) di doni, ma non c’è che un medesimo Spirito; e c’è distinzione nei ministeri, ma non c’è che un medesimo Signore; e c’è distinzione nei modi di operare, ma non c’è che un medesimo Dio, il quale opera ogni cosa in tutti ». Varietà, continua l’Apostolo, utile al corpo sociale, come, dico io, la varietà dei cibi è utile al corpo umano. Di questa varietà non bisogna né scandalizzarsi, né abusare. Alcuni estremisti se ne sono scandalizzati. Per esempio: i Greci, che poi si separarono dalla Chiesa, si scandalizzarono quando fu aggiunta una paroletta « Filioque » al Credo di Nicea, senza domandarsi se essa stonava o sintetizzava, armonizzava col Credo nel suo insieme, nel suo spirito. Altri ne abusano e vorrebbero portare la diversità dappertutto, dappertutto le novità, dimenticando l’aureo principio: «in necessariis unitas ». Varietà che nel campo pratico, l’operare e il modo dell’operare sono ben altrimenti ricche e accentuate che non siano nel campo teorico. Quante diversità, salva la unità essenziale, nei riti! Quante nell’azione dei Santi! Ecco qua dei Santi e delle spirituali famiglie dei Santi che son tutto calcolo e prudenza; altri e altre che sono tutta spontaneità e ingenuità. Santi che edificano monasteri grandiosi come spirituali reggie, quasi ad affermare la maestà dello spirito, e santi che fabbricano modestissimi conventini; Santi che sono tutto zelo e severità, altri il cui zelo realissimo è fatto di mansuetudine. Paolo che va a destra, Barnaba che va a sinistra e camminano per le vie di un unico apostolato. Ma lo Spirito è uno; lo spirito di Dio, spirito di verità d’amore. Rallegriamoci di questa varietà che è ricchezza e rispettiamola; rallegriamoci di questa unità e cerchiamola, lieti per conto nostro ciascuno del posto che gli è toccato nella casa del Padre, nella vigna del Signore, non smaniosi di cambiarlo, avidi solo di occuparlo degnamente.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XVI: 8; LXVIII: 2
Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me.

[Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi sotto l’ombra delle tue ali.]

V. De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem.

[Venga da Te proclamato il mio diritto: poiché i tuoi occhi vedono l’equità.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

 Ps LXIV: 2
Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi redde tu votum in Jerúsalem. Allelúja.

[A Te, o Dio, si addice l’inno in Sion: a Te si sciolga il voto in Gerusalemme. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
Luc XVIII: 9-14.
In illo témpore: Dixit Jesus ad quosdam, qui in se confidébant tamquam justi et aspernabántur céteros, parábolam istam: Duo hómines ascendérunt in templum, ut orárent: unus pharisæus, et alter publicánus. Pharisæus stans, hæc apud se orábat: Deus, grátias ago tibi, quia non sum sicut céteri hóminum: raptóres, injústi, adúlteri: velut étiam hic publicánus. Jejúno bis in sábbato: décimas do ómnium, quæ possídeo. Et publicánus a longe stans nolébat nec óculos ad cœlum leváre: sed percutiébat pectus suum, dicens: Deus, propítius esto mihi peccatóri. Dico vobis: descéndit hic justificátus in domum suam ab illo: quia omnis qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.” 

 [“In quel tempo disse Gesù questa parabola per taluni, i quali confidavano in se stessi come giusti, e deprezzavano gli altri: Due uomini salirono al tempio: uno Fariseo, e l’altro Pubblicano. Il Fariseo si stava, e dentro di sé orava così: Ti ringrazio, o Dio, che io non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri; ed anche come questo Pubblicano. Digiuno due volte la settimana; pago la decima di tutto quello che io posseggo Ma il Pubblicano, stando da lungi, non voleva nemmeno alzar gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: Dio, abbi pietà di me peccatore. Vi dico, che questo se ne tornò giustificato a casa sua a differenza dell’altro: imperocché chiunque si esalta, sarà umiliato; e chi si umilia, sarà esaltato”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

SUPERBIA

Gesù aveva sedato la burrasca del lago, ma non disse mai: « Imparate da me a comandare all’acqua e al vento ». Gesù aveva moltiplicato il pane e il pesce, ma non disse mai: « Imparate da me a moltiplicare il cibo e la bevanda ». Neppure quando ebbe guarito i lebbrosi, gli storpi, i ciechi, i muti disse: « Imparate da me a sanare le malattie ». Però a tutti comandò: « Da me dovete imparare ad esserne umili e miti di cuore ». Umili e miti! Invece molti erano gonfi di sé, sprezzanti degli altri. Allora il Maestro contò una parabola. « Al tempio di Gerusalemme, nello stesso giorno e nella stessa ora, si trovarono due uomini: uno era fariseo, l’altro pubblicano. Stando in piedi, il primo cominciò la sua preghiera: Signore! La legge ordina di digiunare una volta all’anno; ed io digiuno due volte alla settimana. La legge ordina al coltivatore di pagare la decima dei suoi prodotti; ed io, non solo di quelle che raccolgo nel campo ma anche di quello che acquisto al mercato, pago la decima. Signore! dopo tutto ciò, non è meraviglia che tu sia stato come costretto a riempirmi di grazie. Poiché, tutti lo possono dire, io non sono un ingordo di roba altrui, non sono frodatore nel commercio, non sono un disonesto adultero: queste cose le lascio a certa gente come quel disgraziato pubblicano, laggiù… » Laggiù, infatti, lontano dall’altare, dove sapeva risiedere un Dio giusto, v’era un umile pubblicano che neanche ardiva levar gli occhi al cielo, e si batteva il petto e gemeva: — O Dio, sii buono con me che son gran peccatore. A questo punto Gesù terminò la parabola e conchiuse: « Vi dico che costui ritornò a casa sua giustificato, ma l’altro no: perché chi si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà esaltato ». Tanto chiara è la parabola, che ogni spiegazione sarebbe di troppo. Piuttosto vediamo se anche contro di noi è rivolta: Dixit ad quosdam qui în se confidebam tamquam iusti, et aspernabantur ceteros: la disse per quelli che si stimano perfetti e disprezzano tutti gli altri. Oh la superbia! ora è smascherata: essa è vanteria di sé e sprezzo degli altri. Il contrario precisamente di come Gesù ci vuole: umili e miti.1. PER QUELLI CHE SI STIMANO PERFETTI. S. Giovanni Climaco, raccogliendosi intorno i suoi monaci, amava spesso raccontare la cattiva figura che fece un giorno la cornacchia. Si era essa fatto prestare da ciascun uccello una piuma colorita, e con quelle adornandosi, si vantava di essere più bella di tutti. Gli uccelli indignati di tanta superbia vollero indietro ciascuno la propria piuma: apparve allora agli occhi di tutti la deformità naturale della cornacchia, che svergognata in mezzo alle risa dei compagni, voleva morirsene di rabbia. « È cosa vergognosa — concludeva S. Giovanni Climaco — insuperbire delle piume altrui: ma il vantarsi dei doni ricevuti da Dio come se si trattasse di roba nostra è il colmo della pazzia. Il Dio nostro resiste ai superbi; se il superbo si gonfia appropriandosi i suoi doni, subito Egli li riprende, ed il disgraziato millantatore resta deforme spoglio tra le risa maligne dei demoni ». La favola della cornacchia sarà ingenua, però non manca d’opportunità neppure oggi, per noi. Vediamo un po’ queste penne di cui ci gloriamo. Per molti sono le dignità umane: hanno un posto di fiducia nel paese, nella città; sono consultati in casa, inchinati per le strade, onorati da per tutto. Costoro, dimenticando che ogni autorità viene da Dio, che ogni onore è un peso in favore degli altri, si curano soltanto di emergere e di raccogliere gli incensi delle lodi, come fossero piccole divinità. Per altri invece le piume di cornacchia sono le ricchezze: perché hanno un palazzo, una casa, servi, automobile, vesti lussuose, danaro in quantità si credono superiori ad ognuno meno ricco di loro; quasi che anch’essi non fossero figliuoli peccatori di Adamo, ma appartenenti ad una stirpe privilegiata. Altri ancora, e non sono pochi, insuperbiscono per la bellezza del loro volto, per la compitezza della loro persona. Quanto al corpo che cosa eravate voi? chiede San Bernardo; che cosa sarete più tardi? Voi eravate un vero niente, voi sarete vermi e cenere. Ci sono infine di quelli che son gonfi del loro sapere. Ebbene, infinitamente maggiore è il numero delle cose che ignorano di quelle che conoscono; ed il numero di quelli che sanno più di loro è pur esso grandissimo. E poi bisogna ricordare che gli uomini dotti sono umili, poiché la superbia è madre dell’ignoranza. Non io negherò che in tutte queste cose, — dignità, ricchezza, bellezza, scienza — vi sia un certo valore. Ma donde vengono esse? Sono opera delle nostre mani? Che cosa abbiamo di non ricevuto? Perfino il Fariseo di questo s’era persuaso e ne ringraziava il Signore: « O Dio, ti dico grazie… ». Ma poi se ne vantava come se non avesse nulla ricevuto. E noi l’imitiamo. Si autem accepisti, quid gloriaris quasi non acceperis? (I Cor., IV, 7).2. PER QUELLI CHE SPREZZANO GLI ALTRI. I santi han sempre avuto per divisa il motto: « Tutto per Dio »; ma i superbi vi hanno sostituito quest’altro: « Tutto per sé ». Essi si credono altrettanti soli in giro a cui tutte le stelle e i pianeti si raccolgono e girano. Per ciò, se qualche cosa non piega davanti a loro, la disprezzano: disprezzo che, a volta a volta, si cambia in giudizi maligni, in invidia, in odio. Il disprezzo che i superbi hanno per il loro prossimo appare facilmente nei giudizi malevoli: tacciono i meriti altrui e palesano solo i difetti. Di meriti anzi negli altri essi non ne scorgono, ma, se proprio sono costretti a far qualche concessione, per non sembrare malintenzionati, sanno dosare la lode con molte riserve, reticenze, insinuazioni: « Sì, senza dubbio è buono… lo dicono tutti, ma… tempo addietro! Sì, è laborioso, ma… ma!… Sì è onesto, è devoto, ma…, a frequentarlo un po’, a stargli vicino!… ». E sempre, come una vipera in mezzo ai fiori, c’è quel terribile « ma » della superbia. Quando poi si tratta di scoprire i difetti altrui, essi hanno occhi di lince mentre a vedere i propri hanno occhi di talpa. Essi si usurpano l’autorità di giudicare tutto e tutti, e non pensano che Dio solo è giudice: « Sono io il loro giudice! » (Ger., XXIX, 23). A loro non toccherà certo la bella morte di quel santo monaco, che sentendo prossima la fine sorrideva: « Non avete paura del tribunale di Dio? » — gli fu chiesto. « Io non ho mai giudicato nessuno, — rispose — e non sarò giudicato ». Ma chi invece, come il Fariseo nel tempio, avrà giudicato gli altri per rapaci, ingiusti, adulteri, lui stesso davanti a Dio sarà tenuto per tale. L’invidia, che insieme al disprezzo occupa il cuor del superbo, si manifesta in due modi: o col dispiacere del bene altrui o col piacere dell’altrui male. Saul era sempre stato il re forte, il re vincitore; ma ecco che un giorno, dai campi in cui pascolava il gregge, arriva David. Esso pure è forte e vincitore. Lo applaude il popolo e dice: « Valoroso è Saul, ma David lo è di più. Mille ne uccise Saul e diecimila David ». Saul sente, ne riceve un colpo al cuore: diviene intrattabile, taciturno, cupo fino a impazzirne. Ecco l’invidia: rincrescimento del bene altrui. Quando davanti alla fortuna d’un nostro vicino, quando davanti alla gioia di un nostro parente, noi ci sentiamo afflitti, ricordiamoci che la superbia ha invaso il nostro cuore e se lo fa schiavo. Se lo fa schiavo fino al punto di desiderare il male agli altri, e di goderne allora che sono colpiti. Da lungo tempo quel negoziante ha guardato con l’occhio torbido d’invidia il fiorente negozio di un suo collega; ma ecco che il suo sguardo si schiarisce e brilla di piacere maligno, ora che crede di constatare una disavventura dell’invidiato. E quel medesimo contadino che si è sempre afflitto per la fertilità del campo d’un altro, quella donna che si è irritata per la bellezza d’un’altra, quello stesso uomo che s’angustiava per gli onori ottenuti da un altro, quanto si rallegrano appena gli invidiati incontrano una disgrazia, una malattia, una calunnia! Guai a chi si lascia trascinare dalla superbia per queste vie! Giungerà fino a procurare egli stesso al prossimo quel male che tarda a venire. Non è così che Caino ha ucciso Abele? Non è così che gli undici fratelli han venduto Giuseppe? che Saul ha vibrato la lancia contro David? che la gente di Palestina rovinò i pozzi d’Isacco? « Aveva seminato Isacco in quella terra, e, l’anno stesso, ne raccolse il centuplo, avendolo benedetto il Signore. S’arricchì, divenne grande e potente, ebbe armenti e servi. Per questo i Palestinesi si rodevano d’invidia e gli riempirono di terra i pozzi che servivano di beveraggio al gregge ed innaffiamento agli orti ». (Gen., XXVI 12-14). Ancora una cosa è da aggiungersi: ed è che nessun cuore è pieno di odio come quello del superbo. Il superbo non bada per il sottile se i suoi pensieri, le sue parole le sue azioni offendono gli altri. Che cosa sono questi altri in suo confronto? Egli è il centro del mondo. Ma quando l’offeso è lui, fosse pure leggera l’offesa, allora non dimentica, non perdona: e aspetta settimane e settimane l’occasione propizia per una vendetta completa. Vi sentirete rinfacciare un torto di cui non vi eravate nemmeno accorti, un’ingiuria d’antica data, uno sbaglio di cui avevate già fatto le scuse e date riparazione. Dio può dimenticare e perdonare le offese, ma il superbo, no! – Povero S. Bernardo! Era stato assalito dal demonio della superbia e nella tentazione aveva titubato un istante. Subito comprese che il Signore s’era da lui ritirato. Sentiva il cuore indurito come un sasso, e l’anima arida come terra senz’acqua. Voleva piangere, ma non una lacrima cadeva dagli occhi; voleva pregare, ma i salmi non gli volevano uscire dalla bocca; voleva meditare, ma la mente s’annebbiava come una vetta durante il temporale. Vagava come un fantasma angosciato sotto gli archi del chiostro, e guardava con interiore sofferenza i suoi monaci lieti e fervorosi: Heu! omnes montes în circuito meo visitat Dominus, ad me autem non appropinquat. A tutti i Cristiani che si lagnano di non ottenere grazie, di non avere pace, e di essere dimenticati da Dio ripeterò le parole di S. Bernardo: « Non senza ragione sono abbandonato. Ti signoreggiò la superbia: quella del cuore, per cui tu non pensi che a te e alle tue virtù, quella della bocca, per cui tu non parli bene che di te e delle tue cose, mentre degli altri e delle loro cose non sai che criticare; quella dell’azione per cui tu cerchi sempre il primo posto, non fai il bene che per essere lodato, non vuoi perdonare le offese, non vuoi rallegrarti con quelli che godono, non vuoi dolerti con quelli che soffrono: quella del vestito, per cui vuoi parere più ricco, più bello, più istruito di quello che sei. Ti signoreggia la superbia: perciò Dio s’avvicina a tutti gli altri cuori umili e miti, ma non al tuo ». Heu!… ad me autem non appropinquat! (In Cantica, sermo LIV, 8). – CUOR CONTRITO ED UMILIATO. Dico vobis descendit hic iustificatus in domum suam. Quante volte anche noi siamo andati al tempio per confessare i nostri peccati davanti a Dio e al suo ministro: siamo sempre ritornati a casa nostra giustificati? Se le nostre confessioni furono simili a quella del superbo Fariseo che accusava i peccati degli altri e le proprie virtù, non solo non siamo stati perdonati ma abbiamo fatto sacrilegio. Iddio perdona soltanto a quelli che hanno un cuore umile e contrito. Cor contritum et humiliatum Deus non spernit. (Ps., L. 19). Ed umile era il cuore del Pubblicano che si riconosceva con gemiti peccatore: Deus propitius esto mihi peccatori. L’umiltà infatti non è che sincerità, e consiste nel riconoscerci quali noi siamo: senza nascondere nulla di ciò che abbiamo commesso, senza aggiungere nulla di ciò che abbiamo tralasciato. Contrito era il cuore del Pubblicano. La contrizione non è un dolore sensibile come il male di testa o di denti; non consiste in piangere o sospirare: la contrizione è un dispiacere del cuore che sente d’aver offeso Dio e promette di non offenderlo più. Per ciò sul cuore si batteva il Pubblicano: percutiebat pectus suum. Dal cuore, ha detto Gesù, escono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri,, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie (Mc., VII, 21); e dal cuore esce anche la contrizione dei peccati. La confessione del pubblicano c’insegna le due condizioni necessarie a un vero peccatore: sincerità e dolore. Le voglio spiegare con due esempi. – 1. Sincerità. Cromazio prefetto di Roma era malato di un male strano che nessun medico sapeva guarire. Gli dissero allora che in Roma v’erano due  Cristiani che compivano guarigioni miracolose, e, chi sa, avrebbero forse guarito ancor lui. Cromazio li fece chiamare: erano Sebastiano e Policarpo. « Cromazio — dissero i due santi al prefetto pagano — se tu vuoi guarire, dacci in mano tutti gli idoli della tua casa, ché noi vogliamo distruggerli ». « Se è necessario — rispose a malincuore, — io v’insegnerò dove sono, e voi prendeteli ch’io non oso ». Sebastiano e Policarpo presero tutte le immagini dei falsi dei e le frantumarono, poi tornarono da Cromazio. Ma Cromazio non era guarito; anzi stava peggio. « Cromazio! » dissero i santi, guardandolo fisso nella nube ch’era nel bianco dei suoi occhi, « Cromazio, tu hai mentito: nella tua casa ci sono idoli ancora ». Ed il prefetto dovette confessarlo: egli ne aveva nascosti alcuni nella sua camera vicino a lui, perché gli erano più cari. Solo quando si decise a consegnare anche quelli, poté guarire. Così è pure nella Confessione; quelli che tengono nascosti nel più fondo della loro anima anche un solo peccato mortale, non saranno perdonati neppur degli altri, anzi si incolpano di un pessimo sacrilegio. S. Giovanni Crisostomo esclamava: « O uomo, che cosa è peggiore: fare il male o dirlo? Se dunque al cospetto di Dio non hai avuto rossore a far male, perchè hai vergogna a dirlo davanti agli uomini? Se non hai avuto vergogna a macchiarti, perché  avrai vergogna a lavarti? ». In tre modi la superbia ci fa mancare di sincerità in confessione: non accusando, accusando per metà, scusando. Non accusando: anche il Fariseo ha fatto così, egli ha taciuto le sue colpe, per dir soltanto le proprie virtù, per dir soltanto i peccati degli altri. Ma uscì dal tempio senza giustificazione. Infelici noi se taciamo, di proposito, anche un peccato solo, profaneremmo il sangue di Cristo, e cominceremmo il primo anello d’una catena maledetta: la catena che ci strapperà giù nell’inferno. Accusando per metà: alcuni dicono d’aver un po’ d’ambizione, e non dicono che per questa ambizione hanno seguito una moda pagana, ed hanno suscitato discorsi e passioni cattive. Altri dicono d’aver detta qualche bugia, e non dicono che questa bugia l’hanno detta in confessione, oppure non dicono che dalla loro bugia è derivato un grave danno al prossimo. Scusando: ci sono di quelli, infine, che mentre si confessano involgono i lori peccati in una miriade di scuse, quasi quasi, in faccia a Dio son loro che ne avanzano. Non c’è umiltà in queste confessioni, e per ciò non c’è perdono. – 2. DOLORE. Santa Caterina da Genova, nata da una delle più ricche e nobili famiglie della città, contro sua voglia, costretta dai genitori sposò Giuliano Adorno. Ma la bontà di Dio permise che le fosse dato un marito contrario e difforme alla sua vita, il quale consumò il patrimonio nei giochi e la fece soffrire moltissimo. Ella, stanca del lungo martirio, aveva cessato d’essere buona, cercando qualche consolazione nelle delizie e nelle vanità del mondo. Ma il giorno arriva che queste dilettazioni stancano, che sotto le belle apparenze si trovan frutti di cenere e tosco; allora l’anima scontenta anela di sciogliersi dai legami del peccato e implora. Era appunto in questo stato di tristezza quando la sorprese una mirabile e dolorosa visione. La porta di casa si aperse d’un tratto da sola, e in un’aureola luminosa Gesù con la croce in spalla entrò ospite silenzioso nelle sue stanze. Camminava faticosamente senza parlare: dalla testa coronata, dalle spalle flagellate, dagli occhi piangenti grondava sangue per modo che tutta la casa ne pareva bagnata. Caterina si gettò in ginocchio esclamando: « O Amore, mai più, mai più peccati! Se bisogna, sono disposta a confessare le mie colpe in pubblico ». Voleva dir altro e la parola non le usciva, voleva piangere e non poteva: uno scroscio come di fiume cadente le rimbombava negli occhi, sotto le palpebre chiuse. Era il giorno dopo la festa di S. Benedetto del 1473. Quando vi accostate al Sacramento della confessione pensate voi che i vostri peccati sono stati la vera causa della passione di Cristo? pensate voi che quel perdono che implorate vi è concesso solo per il sangue versato da Cristo? Che fu l’agonia del Getsemani, che fu l’umiliazione dei tribunali di Caifa e di Pilato, che fu la morte in croce a liberarci dal fuoco della maledizione eterna; lo pensate voi quando vi confessate? Non si può pensare a questo attentamente senza gridare dal profondo dell’anima il grido di Santa Caterina da Genova: « O Amore, mai più, mai più peccati! ». Dite: che dolore può avere certa gente che va a confessarsi come si va all’osteria, senza pregare, senza esame di coscienza, senza riflettere che s’accosta al sangue del Figlio di Dio? Che dolore possono avere taluni che prevedendo di doversi confessare presto, accrescono il numero dei peccati dicendo: — confessarne dieci e confessarne venti è la stessa fatica? E quelli che trascinano la loro vita in un’altalena di confessioni e di peccati, e non si decidono mai, e non si sforzano mai di cambiar vita, come possono illudersi di avere il dolore dei peccati? E senza dolore non c’è perdono. – Si presentò a S. Antonio di Padova un gran peccatore per confessarsi: ma era tanto confuso che non gli riusciva d’articolar parola e dava in singhiozzi. Il santo gli disse: « Va, scrivi i tuoi peccati e poi ritorna ». Il penitente ubbidì. Poi tornò: e leggeva i suoi peccati come li aveva scritti. Appena ebbe terminato di leggere vide che dalla carta era scomparsa ogni traccia di scrittura e restava solo il foglio candido. Così sarà dell’anima nostra quando ci confesseremo con l’umiltà e con il dolore del pubblicano descritto da Gesù nella sua parabola bella. Ogni macchia di peccato svanirà dal nostro cuore e apparirà soltanto il candore dell’innocenza riacquistata. E dal Cielo Gesù che ci segue, si rivolgerà a’ suoi Apostoli ancora e agli Angeli e dirà: « Io vi dico che costui torna a casa giustificato ». Dico autem vobis descendit hic iustificatus in domum suam. L’UMILTÀ –  Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato. Essere giustificato, ottenere il perdono delle nostre colpe e poter possedere la grazia di Dio, per l’anima è cosa essenziale: sta qui tutta la vita cristiana! Ma bisogna avere l’umiltà del pubblicano, bisogna presentarsi al Signore adorno di questa virtù, coi segni di possederla davvero. – 1. COSA È L’UMILTÀ. Michelangelo lavorava per la Cappella Sistina. Doveva dipingerne la volta e da parecchi mesi, con passione indomita si affaticava attorno ai disegni. Finalmente, quando tutto fu pronto, diede inizio alla esecuzione. Saliva al mattino sui ponti e non scendeva che al calar del sole. Il lavoro presentava difficoltà enormi. Doveva starsene tutto il giorno disteso o rannicchiato sull’impalcatura, colla faccia verso l’alto. La volta era tanto vicina che spesso pareva lo volesse schiacciare. Che fatica scegliere i colori giusti! Che fatica cambiare ed intingere il pennello; quando poi lo sollevava in alto verso la volta, gli cadevano addosso le gocce di pittura che gli sporcavano tutta la faccia. Ci vollero lunghi mesi di questo martirio, ma alla fine su quelle pareti lasciò capolavori di fama imperitura. Ma almeno doveva metterci il suo nome? Dopo tanta fatica ne aveva tutto il diritto, eppure non volle. Invece del suo nome scrisse un alfa ed un omega per indicare che a Dio riferiva ogni gloria; al Signore principio e fine d’ogni cosa creata, consacrava il frutto dei suoi lunghi sudori. Cristiani, sulle nostre opere e su quello che è in nostro possesso, noi abbiamo meno diritto di scriverci sopra il nostro nome che non ne avesse Michelangelo. Fossero pure dei capolavori, come i dipinti della Sistina, noi dobbiamo mettervi il Nome Santo di Dio. L’umiltà sta appunto in questo, riconoscere i diritti di Dio su quello che noi possediamo, a Lui riferire ogni gloria ed onore. Trenta, cinquanta, cento anni fa nessuno di noi era al mondo: il Signore ci ha dato la vita! È forse un merito nostro se abbiamo salute, se possiamo lavorare, se ci sentiamo ripieni di vita? L’oggi ed il domani è nelle mani di Dio e da parte nostra non potremmo allungare di un solo minuto i giorni della esistenza quaggiù. Se poi guardassimo i beni dell’anima, vi troveremmo sopra il nome di Gesù. È scritto collo stesso suo sangue poiché la grazia e la gloria sono i frutti della sua Passione. Oseremmo cancellare quel nome divino e sostituirlo col nostro? Quid habes quod non accepisti? Si autem accepisti quid gloriaris quasi non acceperis? (I Cor., IV, 7). – 2. SEGNI DELL’UMILTÀ. S. Tommaso d’Aquino, colla sua sapienza, aveva meravigliato il mondo. Sulle cattedre delle più celebri Università del suo tempo, negli scritti profondi e chiari, dai pulpiti più famosi e affollati mostrava di avere una delle più grandi intelligenze della umanità. Un giorno, nel convento di Bologna, passeggiava sotto i portici, assorto in contemplazione. Come al solito, teneva lo sguardo rivolto al Cielo. Un frate domenicano entra allora in Convento e neppur sospettando che parlava col grande Dottore si accosta e gli dice: « Fratello, seguitemi in città! Debbo fare la questua e mi fu dato licenza di farmi accompagnare dal primo religioso che qui avessi incontrato ». S. Tommaso sorridente accetta ed è tutto felice di attraversare Bologna stendendo umilmente la mano. Ma… alle prime porte cominciano le più alte meraviglie ed il povero frate s’accorge di avere con sé Tommaso d’Aquino. Gli si butta ai piedi, gli domanda perdono e vuole subito far ritorno al convento. Ed il Santo: « No, fratello, proseguiamo per amore di Cristo. Torneremo quando avremo finito! ». Parlar di umiltà non è cosa difficile, che anzi… lo facciamo così volentieri! Ma saremmo ben stolti se soltanto per questo pensassimo di essere umili. Forse, anche quando preghiamo, noi ci accontentiamo di parole. Domandiamo al Signore che ci dia l’umiltà, ma… e perché non chiediamo che ci mandi umiliazioni? Il nome di umiltà è qualche cosa di astratto, ma se la virtù non vuol essere un nome, deve constare di fatti concreti. Sarà umile colui che ubbidisce ai suoi genitori e superiori senza discussioni di sorta, non già per servire all’occhio dell’uomo, ma soltanto per la gloria di Dio. Potrà dirsi davvero Cristiano chi dimentica che Gesù si è fatto ubbidiente fino alla morte in Croce? La vita è una lotta che bisogna vincere: ma è l’uomo ubbidiente che canterà la vittoria. Ha l’umiltà chi accetta i consigli degli altri e li segue nel suo operare. È umile davvero chi ama gli inferiori e li tratta con amore fraterno. Quando c’è umiltà il padrone vuol bene all’operaio che lavora sotto di lui; il ricco non disprezza il povero che gli tende la mano; il dotto va volentieri insieme a quelli che sono ignoranti. Non è forse vero che un po’ di umiltà renderebbe più bella la vita sociale, e ancor più dolce la vita domestica? – Non tutti quelli che vanno in paradiso han predicato il Vangelo ai popoli infedeli; non tutti hanno versato il sangue o perduta la vita per amore di Cristo; non tutti hanno la stola sacerdotale o vengono dal chiostro. Ma tutti, nessuno escluso, devono aver praticato l’umiltà perché verrà esaltato solo colui che si sarà umiliato.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XXIV: 1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.

[A Te, o Signore, ho innalzata l’anima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta

Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres.

[A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

… de sanctissima Trinitate
:
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps L: 21.
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine.

[Gradirai, o Signore, il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.

[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (215)

LO SCUDO DELLA FEDE (215)

MEDITAZIONI AI POPOLI (III)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE IIL

L’incontinenza

Abbiamo pur gran motivo di umiliarci, quando leggiamo come ai primi tempi della Chiesa i santi Padri Cipriano, Ambrogio, il Grisostomo, Gregorio ed altri erano tutti a tessere l’elogio della più bella, della più amabile, della più angelica di tutte le virtù, la santa purità. Tempi fortunati erano quelli, in cui la purità aveva i suoi martiri, e ne aveva pur tanti! Negli antri delle catacombe nelle notturne adunanze i santi Vescovi ai fedeli « siate puri, esclamavano, accennando a Gesù nel Sacramento , siate puri, o figliuoli di questo Sangue santissimo. » E sant’Apollonia per impulso dello Spirito Santo, prima di lasciarsi oltraggiare, si slancia in mezzo al fuoco, e vola coll’anima colomba immacolata in grembo allo Sposo Divino in cielo, « Siate puri » e sant’Agata grida davanti al persecutore « tagliami il petto, o uom brutale; ma io mi serbo intemerata a Gesù Cristo! » « Strappami gli occhi di fronte, o tiranno, dice santa Lucia; ché io vedrò più pura l’Amor mio celeste. » E fino Agnese bambina, quando il giudice in rabbia per le ributtate esecrate moine la fa stringere colle manette della ladronaia; ella tirando fuori dalle manette di ferro le braccioline troppo minute, gitta quei ferri da ladri ai piedi del sozzo crudele, e « guarda, gli dice, non sono ancora adattata a’ tuoi tormenti; ma Gesù mi ha fatto atta a’ suoi trionfi » ; e consunta dal fuoco quell’angioletto di fanciulla batte l’ali diritta al Paradiso. « Siate puri, » e un santo giovane, avvinto a ghirlande di rose sopra il letto della voluttà, solleticato con terribil tentazione, si taglia la lingua coi denti e la getta in faccia alla spudorata. « Siate pure, o figliuole, » e cento e mille verginelle in sul bel mattino della vita cadevano colle teste sotto le mannaie dei manigoldi, come nelle mattine del mese di maggio cadono sotto le falci dei mietitori i fiori brillanti di rugiade, ridenti anch’esse col volto al cielo. Sentite quanto convenga guardare il pudore, o spose cristiane. Santa Perpetua giovine sposa veniva gittata nell’anfiteatro, le si aizzavano intorno i tori infuriati; e un toro gli dié di cozzo col corno nel fianco, e le ebbe squarciata la veste. La sposa cristiana, più che di quel terribil frangente, paurosa che non si offendesse il pudore, per togliersi agli sguardi procaci, subito si mette intrepida a serrarsi la veste: mentre il toro la fa balzar sulle corna! Signori, allora il popolo cristiano in mezzo alla universale corruzione aveva questo carattere, che lo distingueva, la purità. Cosicché i pagani dicevano degli antichi fedeli (come racconta uno scrittore di quei tempi): « Abbiamo scoperto i Cristiani nelle caverne in ragunate. Sono gente pazza i Cristiani! che, invece di profumarsi le membra, se le straziano coi cilizi, e muoiono di digiuno, per dare pascolo alla poveraglia; i Cristiani son gente che non sa goder piaceri. » O miei cari, se gl’infedeli dei nostri giorni ci sorprendessero nelle nostre case in mezzo agli usi della vita, potrebbero dire: che noi siamo gente pazza che non sa godere i piaceri? Ahi che abbiamo perduto ogni resto di evangelica severità! La mollezza, le sozzure, il vitupero inondano il popolo santo di Dio; e l’immondezza è portata fin nell’interno del santuario ad insultare lo sguardo di Gesù Santissimo in Sacramento! E perché va più audacemente tronfia la sfacciata impudenza dovremmo tacere noi?… Parole di fuoco sul labbro del Sacerdote di Gesù Cristo, a fulminare l’infame peccato che non nomineremo mai; perché non possiamo pur nominarlo, senza lordarci le labbra. Venite meco voi, o fratelli, ora a meditare con orrore come il brutto peccato di carne fa il peggior oltraggio alla immagine di Dio in noi, e profana in noi Gesù Cristo; e così di peccato in peccato precipita i disgraziati ché vi si abbandonano, nell’abisso di perdizione: terribile peccato in se stesso e nelle conseguenze sue, e nelle conseguenze di altri peccati. – Non temete, o venerati, che io possa fare insulto alla purità delle orecchie vostre cristiane. La mia parola sarà pura, quale debbe esser sul labbro, che tutte le mattine si bagna nel Sangue di Gesù Cristo. Ah sì Voi, Sposo purissimo dell’anime nostre, dal vostro Sacramento purgate prima di tutto questa lingua mia di terra d’ogni leggerezza di mondanità, e datemi quella parola vostra che irraggia sulle anime il candor verginale. Voi poi, o santissima Immacolata, che siete la sola gran Madre della purità, tenete ai vostri piedi noi poveri Sacerdoti, destinati che siamo, come voi col Bambino, a servirlo sempre intorno a Lui sull’altare. Noi (ci vedete nell’anima!) vorremmo farlo amare da tutti i fedeli di casto amore. Deh quando io parlo, s’accorgano questi cari vostri figli, che il mio povero cuore, benché di fango, è vicino a Voi, e che si accorda col vostro Cuore, per mettere in salvo la loro virtù dall’esecrato demonio che li perseguita. Noi intanto cogli Angioli Custodi, per terror dei brutti peccati, ci getteremo in seno a Gesù qui velato col Cuor vostro purissimo, o Maria (Ave Maria). –  Debbo trattar del più brutto peccato, spaventoso in se stesso, ma più terribile nelle sue conseguenze. Noi abbiamo un’anima capace di tendere alla virtù, e alla virtù ordinare il nostro corpo a dar gloria a Dio; questa è la dignità dell’uomo, dice Tertulliano. Abbiamo un’anima che debbe del corpo nostro regolare gl’istinti, e frenargli le vibrazioni dei sensi, perché non la disturbino nell’elevarsi a Dio: e anzi dobbiamo fare del corpo un’ostia pura a Dio piacente, crocifiggendo le passioni della carne sull’altare di Dio appiè del Crocifisso; questa è la vocazione del Cristiano. In questo santo pensiero noi abbassiamo lo sguardo sopra di voi, e nel vedervi modesti in nobile decoro di vita onorata, cogli occhi alto levati quasi in cerca di luce in cielo che vi consoli, ci vien dal cuore questo saluto a Voi: « Care speranze di Paradiso, non siete voi no, destinati a restare consunti in questo fango della terra; le vostre persone sono venerate immagini di Dio vivente, e quest’anime vostre, qui alle prove della virtù, insieme coi corpi vostri, cara porzione della nostra umanità crocifissa e risorta in Gesù Cristo, debbono essere in Lui assorte nella beatitudine in Paradiso. » Ora fare, che il corpo nostro comandi all’anima, il maltalento alla volontà, e si strascini lo spirito nelle indegne corruttele di una carne bollente in sozzure, è tale disordine, che avvilisce la dignità dell’uomo alla condizione dei bruti senza ragione: Homo, cum in honore esset, comparatus est iumentis insipientibus et similis factus èst illis. Anche le favole della superstizione dicevano, che gli uomini che si abbrutiscono nei piaceri delia carne, abbietti in vita bestiale, vengono dalla maga passione cangiati in sozzi animali; e s. Bernardo ne dà la ragione. Perocché, egli dice, se l’uomo pecca d’orgoglio, in certo qual modo pecca (sia pure da angelo cattivo), ma pecca da angelo; perché anche l’angelo poté rizzare il capo superbo contro di Dio. Se l’uomo pecca d’avarizia, pecca da uomo; perché è proprio dell’uomo poter far calcolo dei beni che può procacciarsi a danaro. Ma, se l’uomo pecca di carne, pecca da bestia, perché si abbandona all’istinto ch’è nelle bestie il più prepotente. Anzi dirovvi con velata parola con s. Giovanni Grisostomo: che almeno l’istinto mira nell’ordine provvidenziale alla propagazione della specie; e non trasmoda più in là: ma l’uomo, che ha per fine la beatitudine eterna in seno a Dio, se, lasciato Dio, fonte inesausta di felicità, si abbandona al reprobo senso, la tendenza all’eterna felicità diventa brama di carne fremente. Ei vuole che la carne gli basti per Dio, s’incoccia a voler trovare un paradiso di godimento eterno nella carne che va in corruzione: affamato in foia di carne caninamente latra, e per divorare che faccia, ha sempre più fame che prima. Come ciacco immondo, va col grugno a grufolare le immondezze, si tuffa perdutamente a gola in ogni più indegno pantano. Ahi! che la corruzione dell’ottimo si è fatta pessima!… Deh ritiriamo lo sguardo da quella ribalda sozzura! Grand’Iddio! Quale sacrilego oltraggio alla immagine vostra si fa dall’uomo brutale, che nello stemperamento di lascivie si lascia andare in tal volume di vituperi! Ma vi è un sacrilegio maggiore; poiché noi non siamo solo immagine di Dio, ma gli siamo figli rinati nel Sangue del suo Figlio: siamo Cristiani! Or che peccassero di carne i pagani, non è da far meraviglia, diceva Tertulliano: impastati di carne corrotta si abbandonavano alla corruzione: ma non dum caro Christi erant: essi non erano carne di Gesù Cristo. Quale espressione!….. La spiega col dire, che non eravamo ancora, come dice Tertulliano con tanta energica parola, impastati di Spirito Santo, come siamo noi: poiché il Verbo Divino fatto carne trasfonde in noi il Sangue ristoratore dell’umanità, e ci ricrea figliuoli di Dio, santificandoci non solo dell’anima, ma anche della carne, la quale diventa così carne della carne di Gesù Cristo. Venite a consolarvi nel vedere la Madre Chiesa con quante fine e sante cure va preparando il corpicciolo del bambino, che debbe rinascere in Gesù Cristo nel battesimo. Gli segna di croce tutte le membroline; lo consacra col sacro crisma tutto intorno alla vita; gli soffia in petto coll’alito del Sacerdote caldo del Sangue di. Gesù Cristo; gl’infonde in bocca il mistico sale, segno della sapienza di chi vuol vivere dell’incorruttibile immortalità; lo avvolge in bianca veste, come angioletto in candida nube; l’adorna della stola, simbolo dell’eterna gloria, e gli fa tenere la candela ardente al fianco, che vuol dire come debba ardere il cuor suo nello slancio in amore a Dio. È così veneranda una creatura battezzata, che il santo martire Leonida, battezzato che s’ebbe il suo fanciulletto (che fu poi il grande Origene), se lo portò a casa, e sel guardava come cosa tutta santissima. Quando il fanciullo dormiva (padri e madri, udite il rispetto, che si deve usare coi bambini dell’innocenza battesimale), si avvicinava al letticciuolo, gli scopriva con venerazione il petto, gli s’inginocchiava al lato, e diceva « tempietto dello Spirito Santo, tabernacoletto del Dio vivente, io adoro in te Gesù Cristo, che in te abita personalmente » e davanti al fanciullo battezzato si faceva il segno della croce, come davanti al Santissimo! Noi adunque col Battesimo fummo consacrati tempi di Dio in anima e in corpo. Ora ben vedo io in questa bella Chiesa vostra, in quegli splendidi ori, in quei magnifici drappi, quanto voi amate l’onor del luogo santo. Siate benedetti! Ma dite: se in questo momento uno sciagurato invaso dal demonio del sacrilegio entrasse in questa augusta magione di Dio, e qui, sugli occhi vostri, buttasse il fango contro le pareti sacre, gettasse le immondezze, ahi! fino sull’immagine della santissima Immacolata e sul Crocifisso, tanto cari alla vostra pietà; dite voi, qual non v’infuocherebbe furore di sdegno contro quel maledetto? — Bene! ma ragionate per poco: è più santa questa chiesa, od è più santo il vostro corpo? Si veramente queste sono mura consacrate coll’olio santificato dal sangue di Gesù Cristo; ma esse poi sono mura morte; ma voi siete tempi vivi, consacrati dello Spirito Santo che in voi abita personalmente. Dite in vero ancora: è più santa l’immagine di Maria santissima, e il Crocifisso, od è più santa la vostra persona? Ma queste venerate immagini sono d’insensibile e morto legno: ma voi, vergini e spose cristiane, siete immagini vive dell’Immacolata Vergine Madre, e voi, fratelli, siete immagini vive di Gesù Crocifisso. E vi sarà chi vorrà gettare le immondezze del brutto peccato sopra le immagini vive di Dio che siamo noi? E chi sarà così protervo che osi mettere la mano immonda sopra le vergini e spose, immagini di Maria Santissima? Voi pure inorridite al sentire che un ladro mise la mano sugli ori e sulle gemme della Madonna nei santuari! e fino sui sacratissimi vasi dell’altare! Ora, se poteste sorprendere il ladrone sacrilego nella sagristia nell’atto che rompe i forzieri, tira fuori il calice, l’ostensorio e la pisside; anzi lo vedeste che con maggior sacrilegio corre fuori sopra la via ad empire i santi vasi delle sozzure di strada…. Ah che già vi sentite furiosamente indegnati! Voi vi gettereste sul mal capitato ladrone, e vel dico io, come l’acconciereste , neh!… Ma or via, perché tanto furore?… Voi mi rispondete « ma quei vasi toccarono nella specie il Corpo, il Sangue di Gesù santissimo! » Bene sta; e voi non avete mai osservato, come il Santissimo tocca solamente i vasi sacri, vi passa sulla superficie; ma non si mischia coll’oro e coll’argento! Ma nelle nostre persone entra proprio il Corpo di Gesù e ci compenetra nelle nostre carni, il Sangue suo si mischia col nostro sangue: e noi oseremo pigliare questo corpo nostro incorporato col Corpo di Gesù, per farne esecrate oscenità, e verseremo in vitupero il sangue nostro così consacrato!….. Inorridite! Ma vi è da fremere pel sacrilegio ancor più tremendo. Mi trema l’anima nell’addentrarmi in questi orrori! … Voi sapete, come nella frenesia del fanatismo protestante, gli eretici indemoniati, atterrate le porte a colpi di scure nelle nostre chiese, si slanciarono dentro nei penetrali del santuario ….ruppero i cancelli del santo dei santi…. infransero la porticella del sacro ciborio…. misero l’orribile mano sulla pisside sacratissima, e trattala fuori dal tabernacolo, versaron per terra…. mi manca l’animo !…. Ah, nostro buon Gesù, anche questo insulto!… perché volete restar qui con noi?… Piangiamo insieme all’adorabile suo Cuore!… Ma deh! che noi dobbiamo fremere egualmente per l’orror di un brutto peccato nelle nostre persone; e vorrem dire che ci pare simile sacrilegio: Poiché, dice s. Paolo, noi formiamo un sol corpo con Gesù, e siamo come le sue membra. Ed ahi piglierò un membro di Gesù Cristo, e lo farò membro di una infame creatura venduta al peccato? Tollam membrum Jesu Christi et faciam membrum meretricis!… È orrendo troppoil sol pensarvi! – Perciò vengono appresso come conseguenze propriedei peccati di carne, la perdita delle più caresperanze delle famiglie e la perdita della fede. Si, sì, lo Spirito di Dio si ritira da una carne,si lascia andare nella via della corruzione: ed allora perdute le più belle speranze, perduta la fede,il disgraziato, sgocciolante in sozzura d’abisso inabisso precipita nel baratro della disperazione, seDio non lo salva ancora.Diciamo che van perdute le più belle speranze;e le più care sono nei nostri giovani, che con tantoamore coltiviamo nelle famiglie. Avviene a noi comeal tradito giardiniere, che coltiva con ogni più finacura una pianticella preziosa che la primavera mettefiori e fiori. Al vedere quei rami brillanti di fiori,egli si aspetta abbondanza di frutti che gli consolila vita. Passa la bella stagione, non è fiore maiche leghi; e non vi restano che foglie. Cerca cercail perché, e trova alla ceppaia nel coletto vitale unverme, che corrode l’’alburno e consuma il sugoche dà frutta. Genitori, anche voi vi vedete fioriredinanzi gli amati figliuoli, con quegli occhi, in quegliaspetti più eloquenti di ogni più eloquente parola;e voi, o madri, siete le prime a compiacervene:e se li menate con frequenza ai Sacramenti, i giovanetti, irrorati di grazie celesti, finché restano devoti,vi fanno gustare in casa i profumi del paradisoterrestre. Ma, se una brutta biscia di maligna compagnasi avvinghia alla vita di quel fior di fanciulla;se lasciate per poco vi serpeggi intorno un seduttore….ve’..,! che getta via il libro di divozione..va sfrontata in chiesa, alterata in casa; morde come una vipera la madre: pallida come la morte, con un romanzo nelle mani, si consuma in sospiri; e se diventerà sposa quella bizzarra, colla matta poesia d’amore in corpo, la sarà una disgrazia per una famiglia! Ma chi guastò questo fiore di soavi speranze? È un verme schifoso ingeneratole in seno dalla serpe compagna! Se poi un tristo amico è ai panni del giovane vostro, se colla malizia gli guasta la vita nel suo germoglio, egli resta guasto per sempre. Eccolo già pauroso d’aspetto, lo sguardo incantato, luride macchie sul volto, penzolone il labbro, incapace al sorriso dell’affezione. Il meschino! spenta la vivacità, perduta la memoria, ora è inetto agli studi, snervato nei lavori: guarda come una prigione la casa, ulula come il mal augello lungo le vie di notte; si butta ai giuochi, ai teatri, alle osterie, alle orge; va a gettarsi fin nelle tane.. Ahi diventa un nemico di Dio, perché i brutti vizi fan perdere poco a poco la fede. Lo Spirito Santo ce l’assicura, che uno stolto ha detto: « non è vero che vi sia Dio. » Ma chi è, dimanda sant’Agostino, questo pazzo da catena che nega Dio? Forse fu egli, il frenetico, che creò questo ammirando universo? Eh leggete, commenta il santo, leggete: ché lo spirito del Signore ci dà la ragione di tanto abborramento: corrupti sunt, abominabiles: facti sunt in studiis suis: sono questi che si sono guastati, che divenuti abominevoli nelle lorobrame, vanno in foia frenetica fino a negar Dio,perché lo guardano come un nemico che a loro disputale agognate soddisfazioni. E per vero il primopasso all’empietà è il cattivo costume. La storiaè li ad attestarlo. « Io lessi, disse l’uomo della piùprodigiosa memoria, il grande Pico della Mirandola,tutti i libri che potei (e la sua biblioteca è una dellepiù ammirande in Roma), e posso assicurare chegli atei sono tutti gentame di mala vita. » È questoun gran fatto negli annali del mondo, che la guerrasistematica e poi continua, continua contro alla solaReligione cattolica cominciò d’allora che il Vangeloportò sulla terra la purità. È d’allora che la bordaglia dei corrotti asserragliossi fremente intorno alla Chiesa per cacciar Gesù Cristo dal mondo, se lo potesse. Questa è la bella gloria della Chiesa, che tutti i nemici che la combatterono e la combatteranno sempre, sono e saranno sempre un’accozzaglia di uomini di costumi indegni, dai primi eretici, cioè dagli gnostici e simil lordura, che nelle orge notturne in ridde infernali sacrificavano al demonio del vitupero nelle più esecrande sozzure, fino ai capi delle presenti e future eresie. Lutero, il bel padre dei protestanti! imprecava con atra bile al Sommo Pontefice in questa infernale bestemmia: « Che?… Voglio ben io purificare la Chiesa….. a me! a me! che monterò sul triregno del Papa!…» Ora questo frate lucifero ve’ in qual putridume è caduto! Per purificare la Chiesa licenzia a donne i religiosi sconsacrati; strappa dagli altari le vergini dedicate a Dio, le getta sulle piazze, e piglia a mogliera la sozza smonacata Catterina Boré.. Eh! guarda guarda, dice Erasmo con frizzo schernitore, come la gran commedia della Riforma finisce col matrimonio universale degli sconsacrati che avevan giurato la castità. Calvino tenta elevarsi sopra il maestro; ma ripiomba nell’istessa putredine, e resta ad infamia bollato per esecratissima laidezza. – Sempre fino ad ora così. E noto che uno scomunicato di prete scriveva un libercolo contro la Confessione; ma l’empio ne rendeva al mondo la vera ragione: egli viveva con una cotale, e non è molto moriva in Torino al fianco alla schifosa serva con una scurrile bestemmia in bocca! Un monaco vituperato al nostro tempo va a far guerra alla Chiesa ed all’Episcopato in Inghilterra: ma fuggito di Svizzera è processato in Italia per donne tradite. Ieri un altro sconsacrato predicava contro la purità del sacerdozio; ed uno schifoso cialtrone in sottana abbaiava arrabbiato sulle piazze di Torino ed in altri luoghi contro il Papa ed i Sacerdoti, a tutti in ribrezzo; ma questi due se la fanno colle lupe nelle tane, a rinfuocarsi nell’apostolato dell’empietà. Ma sentite oggi uno smonacato che fa guerra alla verità di Dio nel sommo Pontefice, che la rappresenta infallibile; sentitelo come con un’impudenza schifosa pubblica colle stampe, che egli, se volle tradire i voti, la religione e Dio, è per giurare ad una indegna donna esecrati amori! Via là ché così almeno copre lo scandalo dell’apostasia col fetore della sozzura, che lo fa ributtare da tutti! Ah non rimescoliamo questo immondezzaio; poiché di questo fango ne vedete fino nelle vostre contrade. Quando nella famiglia vostra un azzimato narciso, cadente di smorfie, consunto di brama, si avvicina alle vostre spose e fanciulle, egli insulta subito la loro devozione, e le schernisce, perché usano ai Sacramenti; e ride fin dell’inferno: credete a me, ch’è giusta la regola dei naturalisti colla quale osservando un augellaccio del becco adunco, della larga bocca, che manda puzza e fa il brutto verso, gli guardano sotto gli artigli, ed ha gli adunchi unghioni come di ferro, dicono subito: è un sozzo carnivoro. E voi, mariti e madri, affrettatevi di portargli via d’appresso le vostre colombe, perché non le strazi quel brutto augellaccio…. che mangia la carne… E poi ve’ ve’, che tutti questi immondi si dan l’aria d’alteri increduli, e non sono che bavosi ranocchi che ingozzano melma! Gran Dio santissimo! eccovi chi vi fa guerra. Almeno a fare guerra al falso dio Giove furono i giganti che misero le montagne una sopra l’altra, dice la favola. Ora più che giganti, son questi sconci pigmei, anzi vermi che guizzano in brago, che schizzando veleno fetente, vorrebbero oscurare il trono dell’eterna vostra gloria. – Ma finalmente, come si perde la fede nel brutto peccato, così esso manda a male ogni virtù. Dobbiamo tremare; perché non vi è santità che possa vantarsi di tenersi sicura. Davide era gran santo; ma egli fermossi a guardare una creatura in un brutto cimento; e Davide dopo di aver parlato con Dio, si lascia andare…. diventa omicida e peggio….. Avviso a voi, accioché non confidiate nella pietà vostra, né vi affidiate a persone, che l’allettamento della virtù rende più terribilmente pericolose. Non vi ha sapienza che possa gloriarsi di non andare tradita da certe lusinghe. Salomone era l’uomo più sapiente del mondo; ma Salomone, dopo che gli era apparso pur Dio a comunicargli della divina sapienza, apostatò per le donne infedeli che gli fecero adorare idoli indegni. Avviso a voi che confidate nella vostra accortezza, e state sicuri che non vi lascerete ingannare. Uno sguardo, una lacrimuccia gettò in catene e fece dare in pazzie tanti e tali sapienti… che non vi dico io! Non vi ha forza, che possa bravare di non avere paura. Sansone era tanto forte che sbarrò le porte della città, e se le portò sul monte in ispalla a dileggio dei Filistei; ma Sansone passa la veglia presso una fanciulla una sera, poi un’altra sera, poi nell’altra sera ancora; le si affida; e la scaltra gli taglia i capelli, gli cava gli occhi, lo dà legato a scherno dei Filistei; ed egli muore in mezzo di loro. Avviso a voi che trattate, avviso a voi che lasciate trattare le fanciulle per tante ore in tanto pericolo, fino di notte…. Avviso a tutti, perché noi non siamo più santi di Davide, né di Salomone più saggi, né di Sansone più forti (dice s. Gerolamo). Ulula abies, quia cecidit cedrus: caddero quei grandi! Quando certo vento furioso sradica i robusti cedri, che tanto si sprofondano di radici sotterra, quanto elevano i rami fino alle nubi, le pianticelle di pioppo si abbassino a terra, se non vogliono restare sverzate… Deh! se ci son care le nostre persone, noi non abbiamo che due mezzi per poterle salvare: ciò sono fuggire i pericoli, e ripararci in seno a Gesù Cristo nei Sacramenti, e tra le braccia a Maria in divozione. Se il brutto demonio ci sorprende all’abbandonata, egli alla malora ci rompe addosso con sette diavoli a tutta prova, e d’abisso in abisso ci strascina in perdizione. Gesù Cristo ne avverte, che, se il demonio dei brutti peccati coglie alla sprovveduta un’anima che sia stata pura, vi mena dentro i sette diavoli a far riddone. Al demonio della carne viene compagno il demonio del turpiloquio, il demonio dello scandalo, quello del tradimento, e quello della distruzione, il demonio dell’omicidio, quello del sacrilegio, ed infine il demone della disperazione. Diciamo, che il brutto peccato mena seco il demonio del turpiloquio, il diavolo mal parlatore, il quale come una serpe maligna, col fiato ammorba, colla bava avvelena e colla lingua dà la morte. L’uomo guasto di cuore mescola sempre nella bocca bavosa avvelenate parole: e negli scherzi maliziosi, negli osceni discorsi agita la lingua invasata per ferire da ogni lato il santo pudore. Genitori, cacciate gl’immondi dalle vostre case, se vi sono cari i vostri figli. Oh dite voi: se vi entrasse in famiglia un indemoniato furioso, e menasse giù colpi alla cieca, e dicesse che fa per divertirsi; e qui con un crudo colpo tagliasse il volto ahi! all’avvenente fanciulla, di lì troncasse un membro, e la gettasse a terra con una piaga fitta nel corpo il bel giovinetto, voi non vi scagliereste addosso al maledetto omicida?…. Deh! quando sentite dire brutte cose, sorgete sdegnati, serrate in gola all’assassino delle anime le avvelenate parole. Egli fa un’orrida ferita in quell’angioletto di bella innocenza, e la vostra figlia, che resta guastata in malizia per sempre: egli coll’insegnare un brutto peccato corrompe nel germe la vita del giovinetto, e lo colpisce di piaga schifosa, che diventerà forse cancrena da non potersi sanare mai più. – Mena seco il demonio dello scandalo, il più pericoloso, perché sa pigliare mille forme a tradir sempre. Ora invasa una donna vana, ed essa col suo demonio in corpo immodestamente vestita porta gli scandali fin dentro le sante chiese sugli occhi stessi degli angioli di Dio. Nei libri se invasa la storia, rimescola il putridume già sepolto, per ammorbare e presenti e futuri, come ammorbò i passati: nei romanzi cambia le tinte, camaleonte sempre da schifo per tutti ingannare: della letteratura e dei giornali fa un immondezzaio; e dei. teatri, infami bordelli. Se avvicina una fanciulla, la artiglia: se mette la mano su di un figlio, egli è perduto: se col tiranno bisogno incatena una meschinella, la tiene legata nella tana, e ne fa esca velenosa da dar la morte; che se poi corrompe un grande, ammorba una intiera nazione… Così gli scandalosi con una smania infernale perseguitano il pudore in ogni luogo… La povera innocenza è come il grazioso pesciolino detto angel del mare per la sua bellezza. Egli dalle squame colore di rosa, dalle carni delicatissime, non ha dove possa fermarsi. Se guizza in alto mare, il pesce cane l’ingoia: se cala nei bassi fondi lo soffoca la melma: se costeggia le spiagge, l’arraffa l’orrido granchio: se rade gli scogli, il polipo delle lunghe braccia l’attrappa: se vola fuor d’acqua, lo sparviero procellario gli piomba alla vita. No, no: noi non possiamo ormai più salvarvi in questo mare d’immondezze, se voi, cari figli, non vi cercate da voi stessi lo scampo solo in seno a Gesù ,nel Sacramento, e tra le braccia della Madre della purità, la Madre nostra Maria. E per vero il demonio degli infami peccati mena seco il demonio del tradimento. Bella gioventù: tu folleggi ingenua pei prati dei piaceri, e ti pare tiranno chi mira a tenerti in guardia lontano dai pericoli. Vieni a vedere l’incauto usignolo! Anche quell’augelletto in mezzo al prato scherza tra i rami della pianta, che mette fiori: gorgheggia allegro, e tempra l’armonia del canto coll’aere d’aprile, che gli ride d’intorno, e bacia il venticello, che gli accarezza le piume, geme e sospira; sospira!,.. poi si sfoga repente in fuga di trilli. Ma al piede dell’albero, sotto il fogliame si appiatta la serpe, che apre la bocca tra l’erbe, guizza la lingua a Spire a mo’ di vermicello, e fischia per richiamo all’augellino. Ei vola giù ad imbeccarlo… Ah! due occhi di brage gli fanno paura: fugge stridendo, e ciancia per l’aere, e si querula del tradimento. Va, che sei salvo ancora. Ma il boccone l’attira: fa la ronda, svolta…; e via…. Ma il fascino l’insegue, e torna svolazzando tra il cespuglio e l’arboscello, casca languido tra l’erbe, l’ali dimena e la coda; poi su tra i rami librasi ancora, guarda al verme…. pigola, geme, tremola, tremola, e vola in bocca al serpe… Ahi! stride l’usignuolo, tenta sfuggire, ma la biscia si alza indragata, e dall’orrida bocca misto alla bava gronda il sangue del divorato augellino. Fanciulle, vi fa spavento? L’usignuolo siete voi! E voi, o giovani….. vel dico io, che m’intendete. Eccovi dove vanno a finire le avventure d’amore! E ricordatevi tutti che, se d’Adamo in qua i pesci si sono presi cogli ami, ora poi vi è gran progresso nel sapere adattare le fogge degli ami alla bocca di tutti. Per prendere i pesci di carne grossa si getta un boccone di carne che manda fetore; e il pesciolone abbocca e resta preso dall’uncino alla gola. Così da una carne avvelenata si dà sovente la morte all’anima e al corpo ai peccatori più sozzi. Per prendere pesci più buoni si veste l’amo di un vermicello, che a mezza vita infilzato, si contorce nell’onda; e il buon pesce resta preso al palato, come anche per certe donne oneste certe offerte e regalucci e favori e servitù sono segni di una castità che va a morire, seppure non è già morta come dice s. Girolamo. Ma per pesciolini più delicati si veste l’amo a mo’ di un moscherino di ciniglie di colori cangianti, col fil trasparente si fa danzare nello specchio dell’acqua: il pesciolino la sfiora guizzando, e spruzza d’intorno come perline le gocce illuminate dal sole, si rituffa, poi dimena la coda, agita le pinne… e guizza al moscherino… Ve? la canna lo balza in aria e mostra il ventre inargentato al sole, e muore con un palpito in mano al pescatore. Con ciò vogliamo dire, che certe occhiate e moine e sospiri di alcuni svenevoli, sono di perdizione e che certe creature tradirebbero fino gli angioli in carne. – Ho detto che mena seco il demonio distruggitore della pace della famiglia. Guai se entra tra marito e moglie il demonio dell’infedeltà! mena esso seco il demonio della guerra in casa, e della distruzione della famiglia. E non sentite, o. fratelli, un ruggito?… E la belva infernale del divorzio, che adocchia il momento in cui una nazione sia corrotta abbastanza, per slanciarsi a distruggere le famiglie. Già la Prussia e l’Inghilterra invano tentano frenarlo: rotto il ritegno del Sacramento del matrimonio, essa è già dentro a straziarle. Ecco perché il demonio vorrebbe fare unioni, che dicono matrimoni senza Sacramento. Intanto, mentre il voto della castità da questo mondo senza amore raccoglie tanti, che non sì conoscono fra loro, e forma care famiglie di fratelli e sorelle di un cuor solo nei monasteri, il laido demonio distruggitore gettò all’abbandonata tanti infelici che si credono liberi perché non si maritano. – Meschini! Alcuni pensano che l’amore si compri a danaro dalle perfide, che li tradiscono, per chi più le paghi. Così senza affezioni di famiglia, senza consolazioni di parenti vanno vagolando nella società, come nello spazio certi areoliti infuocati, slanciati fuori dalle orbite dei pianeti, i quali dove cadono abbruciano, e mandan fetore di zolfo, né si sa in qual regno della natura classificarli. Povero scapolo! troverà la pace nelle osterie e nei caffè, che sono le sue case senza tenerezza? No; ché dalle invetriate dei caffè delle sale dei piaceri forse travede per la piazza un monello mezz’ignudo, educato per le carceri che manda maledizioni a chi contro le leggi dell’onore gli diede la vita, e contro la legge della natura non gli fa da padre! E le maledizion del sangue fan sempre male al cuore!… Il mal demonio li perseguita dappertutto, né giova cercar la pace in calcolatrice scaltrezza, in un matrimonio di convenienza ad una certa età, dopo di aver tradito forse una giovane incauta. Perché fino nel torbidi sonni nella camera nuziale gli appare uno spettro colla faccia ingiallita, coi capelli rabbuffati. È la figlia tradita che piglia dal seno una manata di nero sangue, e glie la getta in volto, per funestargli l’affezione maritale. Va, disgraziato! Ti sei riso dei traditi amori: ma il demonio struggitore del bene dell’anima ti insegue a funestarti fino l’agonia. Allora.., quando benedirai morendo i fanciulli del tardo matrimonio, che abbandoni col cuore lacerato ancor bambini, cupa una voce ti griderà: ma i tuoi figliuoli sono tutti qui?… Sono tutti qui?… – Ma ecco che vien appresso il demonio dell’omicidio, che agogna tuffarsi nel sangue umano. Fino le favole antiche dicevano che fu un pazzo di re pastore, che rubò una donna; e che quel pazzo attirò tutti i guerrieri di Grecia a distruggere il gran reame di Troia. E la storia antica ricorda che fu Taide, la svergognata famosa, la quale dal meretricio amplesso di Alessandro corse colla fiaccola alla mano come una furia a dar l’incendio che ridusse la capitale della Persia in una montagna di cadaveri e di rovine. Ah lo dice pur bene il Vangelo, che al più sant’uomo del mondo, al Battista dal sozzo Erode fu troncata la testa, perché una laida donna voleva saziarsi di quel sangue in una festa da ballo! La storia moderna poi segnala all’orrore di tutti il traditore della Chiesa Enrico VIII, che inferocito dall’osceno demonio non rifiniva mai di tagliare le teste alle proprie mogli per mutare pascolo alla insaziabile brama. Eh che dal diluvio universale, che affogò tutta la carne umana marcia in peccato, alle fiamme che abbruciarono le cinque città infangate d’orrende carnalità, fino alle creaturine spente prima di aver veduto la vita, e fino ai molti duelli e suicidi moderni è il sozzo demonio che diguazza nel sangue! Guai alle nazioni che si affogano nelle immondezze! In quel putridume cadono i troni dei re! E, signori! Allora sull’altare di Gesù, Dio del santo amore, s’innalza da adorare una druda oscena. Per quest’orrido dio gli apostoli sono gli assassini: pel coro delle vergini, le petroliere le Taidi d’adesso lupe dei bordelli, furie d’inferno: per sacerdoti, i boia dell’internazionale: e pei sacrifici i milioni di uomini che agognano sgozzare. Vi è da tremare per noi! – Il demonio del brutto peccato mena seco nell’anima il demonio del sacrilegio. E non vi accorgete che fa riddone infernale nelle chiese intorno alle processioni, ad insultare Gesù fino sugli altari, a morderlo nelle sacrileghe comunioni, e fino ad abusar del Sacramento santissimo in…. Maledizione all’orrido sacrilegio che non si può nominare! Gesù nostro! fuggiamo da quei luoghi dove la bordaglia dei sozzi indemoniati non contenti di andar sfrenati pei teatri, in mezzo alle città, in tante case o tane di vizi, vi portano fin nelle chiese il sacrilegio sui sacratissimi occhi vostri in Sacramento, fin nell’ora che spandete sui vostri fedeli col vostro Cuore, le sante benedizioni! Ah fratelli! pur troppo Gesù sì ritira, come si ritirò dalla Turchia, quando la civiltà si tuffa nel più orrendo pantano di vizi. Gesù più di tutto aborre dai civili bordelli, e preferisce le capanne dei selvaggi, ed ha più cari i popoli barbari delle Americhe, dell’Australia, del Nord, dei mari ghiacciati, che abitano cogli orsi marini, anziché l’accozzaglia ammorbata di viziosi eleganti. Tocca a voi tanto buoni, a fermarlo qui colla purità dei vostri costumi, o figlie di Maria, o giovani uniti in devoti consorzi, o caste spose, buona gente del popolo: voi costringetelo a rimaner qui. Siete puri, l’otterrete. Mane, Domine! Mane, Domine! Finalmente l’osceno demonio mena seco troppo sovente nell’anima il demonio della disperazione. – Sentite caso terribile ed inorridite! Ve lo racconto quasi con tutte le parole del padre Segneri. Un cavaliere sordido di costumi si teneva in casa una fanciulla a libidinoso trastullo. Se alcuno gli parlava di licenziarla, ei se lo levava d’intorno con un disdegnoso: non posso. Però venne la morte a distaccarlo. Si ammala lo sciagurato, si abbandona, sì colca; ed essendo già il male dichiarato pericoloso, viene un Sacerdote per prepararlo a quel passo estremo… Con accorta carità sì ben lo dispone, che l’infermo gli risponde, che, quantunque egli abbia menato cattiva vita, desiderava di sortire una buona morte con una santa Confessione. Pigliato tanto animo, il buon religioso avrebbe voluto venire al ,taglio di quella pratica scellerata, che con cordoglio e stomaco eguale vedeva nella camera stessa del moribondo, il quale la voleva sempre efficacemente vicina: ma la prudenza gli persuase di andarlo disponendo prima con richieste più facili. E come pareva pronto a far tutto « Non volete, gli disse per ultimo, ricevere i Sacramenti, come conviensi ad un buon Cristiano? » « Volentierissimo li riceverò, se voi, o padre, vi compiacete di amministrarmeli…. » « Ma sapete pure che questo non sì potrà, se prima non licenziate da voi quella giovane. » « Oh questo, padre, non posso! » « E perché non potete? e potete, e dovete, signor mio caro, se volete salvarvi! » « Io dicovi che non posso. » « Ma non vedete che tanto vi converrà partire da lei fra breve per necessità? Scacciatela adunque per elezione. » « Non posso, padre, non posso! » « Come! ad un Dio crocifisso che ve lo chiede, è Maria nostra Madre che l’aspetta?….» « Non posso, non posso!» « Ma voi non parteciperete dei Sacramenti! voi perderete il cielo!… » « Non posso! » « Ma voi precipiterete nell’inferno! » « Non posso! » « È possibile, che io non debba cavarvi di bocca altra voce? Meschino! perderete la donna, la riputazione, il corpo, l’anima, i Santi, la Madonna, Gesù, e il paradiso e così farete una morte da scomunicato, e sarete sepolto da bestia! » Allora quello svergognato, gettando un crudo sospiro, tornò ancora a replicare: non posso! non posso! — Afferrò improvvisamente la perfida per un braccio, e con volto angoscioso, con Voce alta: « Questa, proruppe, è stata la mia gloria in vita, questa è la mia gloria per tutta l’eternità! » Quindi con forza stringendola, ed abbracciandola, tra per la veemenza del male, e l’agitazione dell’affetto esalò sulle sozze braccia, l’anima disperata. Oh miei cari fratelli! E troppo vero che i brutti peccati di carne sono il peggiore oltraggio all’immagine di Dio che siamo noi. Sono un sacrilego insulto alle membra di Gesù Cristo, e sono cagione di tanti altri rovinosi peccati: poiché l’orrido demonio, che spinge a quegli esecrati delitti, trabocca gl’infelici in tutti i vizi, e li subissa nell’inferno. Deh! salviamoci tutti in seno a Gesù nel Sacramento. Nella santa Comunione mette Gesù dentro di noi il suo Sangue, che fa diventar pure le nostre persone, fa palpitare il cuore in purità. Nelle tentazioni chiamate Gesù e Maria! e sempre Gesù e Maria, che vi hanno da salvare.

LA GRAZIA E LA GLORIA (9)

LA GRAZIA E LA GLORIA (9)

Del R. P. J-B TERRIEN S. J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO II

LA NATURA DELLA NOSTRA FILIAZIONE ADOTTIVA. – IL PRINCIPIO COSTITUTIVO CREATO, VALE A DIRE LA GRAZIA SANTIFICANTE CON LE VIRTÙ ED I DONI.

CAPITOLO III

La Grazia creata secondo gli insegnamenti dottrinali dei Concili e dei Sovrani Pontefici.

.I. – Questi insegnamenti, che non devono mai essere persi di vista quando si tratta di questioni così delicate, confermano sotto ogni aspetto la dottrina esposta nei capitoli precedenti. Ascoltiamo, prima di tutto, il grande Concilio di Trento. Sarebbe difficile leggere qualcosa di più decisivo sull’esistenza della grazia abituale, cioè di una forma permanente, il fondamento e la ragione della nostra filiazione divina, il termine formale della generazione nell’ordine divino, come la natura è il termine formale della generazione nell’ordine della paternità comune. È nel settimo capitolo della Sesta Sessione che il Concilio afferma la sua dottrina. Ma per comprenderlo appieno, è necessario fare un’osservazione importante: la giustificazione di cui parla il santo Concilio e la filiazione adottiva, sono la stessa cosa. Adottarci è giustificarci: il Concilio lo insegna chiaramente nel terzo e quarto capitolo della stessa sessione. Dopo aver riportato le parole con cui l’Apostolo ci invita a rendere eternamente grazie a Dio Padre per averci salvato dal potere delle tenebre, chiamati alla sua luce meravigliosa e fatti entrare nel regno del Figlio suo diletto (Col. I, 12, 13), esso aggiunge immediatamente: « Queste parole ci insinuano la descrizione della giustificazione dell’empio: è come un passaggio dallo stato in cui l’uomo nasce figlio del primo Adamo, allo stato di grazia e all’adozione dei figli di Dio da parte del secondo Adamo, Gesù Cristo nostro Salvatore » (Conc. Trid., Sess. VI, c. 4). – Quindi, se vogliamo sapere cosa, secondo il Concilio, renda i figli adottivi, chiediamogli la causa intrinseca e formale della giustificazione. La risposta si trova nel capitolo successivo dello stesso Concilio. Esso afferma: « Queste sono le cause della giustificazione. La causa finale è la gloria di Dio e del Cristo e la Vita eterna; la causa efficiente, è Dio che nella sua misericordia ci lava gratuitamente, ci santifica..; la causa meritoria, il Figlio unico e diletto di Dio, Gesù.-Cristo Nostro Signore ….; la causa strumentale, il Sacramento del Battesimo… – Infine, l’unica causa formale è la giustizia di Dio, non quella giustizia con cui Dio stesso è giusto, ma la giustizia con cui ci rende giusti; cioè, questa giustizia ci rinnova anche nel profondo dello spirito, quando è infusa in noi interiormente: così che non siamo solo reputati giusti, ma siamo in realtà giusti, per la giustizia veramente ricevuta nelle nostre anime… « Demum, unica formalis Causa est justitia Dei, non qua ipse justus est, sed qua nos Justos facit, qua videlicet ab eo donati renovamur spiritu mentis nostræ; et non modo reputamur, sed vere justi nominamur et sumus, justitiam in nobis recipientes….. ». – Due righe più avanti, il Concilio aggiunge nello stesso capitolo: « È vero che giusti sono solo coloro ai quali sono comunicati i meriti della passione di nostro Signore Gesù Cristo; ma questo vale anche per la giustificazione degli ingiusti, quando per il merito di questa santissima Passione, la carità effusa dallo Spirito Santo nel cuore dei giustificati diventa inerente a loro. » Lungi dal diminuire il significato di queste formule, l’undicesimo canone, che risponde al nostro capitolo, le conferma: « Se qualcuno pretende che gli uomini siano giustificati o dalla semplice imputazione della giustizia di Cristo, o dalla semplice remissione dei peccati, ad esclusione della grazia e della carità che viene riversata dallo Spirito Santo nei loro cuori, e diventa inerente ad essi; oppure che la grazia che ci giustifica sia un puro favore di Dio, sia anatema. » – Nel XIV secolo, un Concilio ecumenico, quello di Vienne, aveva già emesso un notevole decreto sulla questione che ci riguarda. Clemente V, il Papa allora regnante, lo promulgò come segue: « Per quanto riguarda l’effetto prodotto nei bambini dal Battesimo, si trovano diverse opinioni tra i teologi. Alcuni hanno pensato che la virtù del Battesimo rimetta la colpa originale ai bambini, ma non conferisca loro la grazia; altri, al contrario, affermano che, oltre al perdono della colpa originale, essi ricevano la grazia informativa e le virtù infuse, quanto all’abitudine, ma non quanto all’atto, almeno per un certo tempo. Per noi, considerando l’efficacia universale della morte di Cristo che, attraverso il Battesimo, si applica ugualmente a tutti i battezzati, scegliamo, con l’approvazione del Concilio, la seconda opinione secondo la quale la grazia informante e le virtù sono conferite nel Battesimo agli infanti, non meno che agli adulti; la scegliamo come la più probabile e la più conforme agli insegnamenti dei Santi e dei Dottori moderni di teologia » (De Summa Trinit. et cath. fide, apud Denzing. Enchirid., n. 411). – Come prova che questa dottrina sia veramente, come afferma il decreto, basata sulla tradizione dei Santi, si potrebbero citare tra le altre queste rimarchevoli parole di Sant’Agostino: « Al Battesimo, i bambini ricevono in uno stato latente lo stesso principio di vita che più tardi si manifesterà con le sue operazioni quando saranno adulti. lllud autem eis datur principium vitæ, quarmvis latenter, quod in adultis prorumpit in actus ». De peccat. merit. et remiss., L. I, c. 2). Come abbiamo detto, questo decreto merita tutta la nostra attenzione. Vi vediamo, prima di tutto, che anche al tempo di Clemente V, l’infusione negli adulti battezzati di una grazia informante, assolutamente diversa dalle operazioni soprannaturali e dai tocchi di Dio sull’anima, era universalmente ammessa nelle scuole teologiche, poiché la controversia e la decisione che la conclude, riguardano solo i bambini. Inoltre, il termine “grazia informante” ci spiega in anticipo il significato delle parole « causa formale » usate più tardi a Trento. – Senza dubbio, di fronte ai riformatori che negavano qualsiasi rinnovamento interiore, qualsiasi santificazione positiva, il santo Concilio afferma soprattutto il rinnovamento ontologico e reale che ha luogo nell’anima del giustificato. Ma il significato naturale e completo dei termini va oltre. Precisando, per così dire, la natura del rinnovamento che esso insegna, il Concilio lo fa consistere in un’elevazione non solo immanente ma permanente; diciamo la parola, anche se i Padri di Trento non l’hanno usata, in una qualità fisica intrinseca inerente, infusa, dalla quale risulta un nuovo essere, l’essere di figlio di Dio (Conc. Trid…. Sess. VI, capp. 7, 10. 14, 16; can. 32, ecc,1). – Ne abbiamo come garanzia il Catechismo del Concilio, al quale l’approvazione del Papa S. Pio V ha dato tanta autorità nella Chiesa. « La nostra anima – esso dice – in virtù del Battesimo è riempita di grazia divina che, rendendoci giusti e figli di Dio, ci costituisce per lo stesso mezzo eredi della salvezza eterna… Ora questa grazia, come il Concilio di Trento ci ordina di credere sotto pena di anatema, non consiste unicamente nella remissione dei peccati; ma è anche una quintessenza divina, inerente all’anima, e come una luce il cui splendore avvolge le anime, cancella le loro contaminazioni e conferisce loro una bellezza radiosa. E questo è ciò che la Scrittura ci dà per concludere con evidenza quando dice che la grazia è versata nei nostri cuori, e che è il pegno dello Spirito Santo » (Catechismo. Conc. P. II, de Baptismo, § 6). – La forza di questa prova non viene meno quando si sottolinea che i Padri di Trento avevano come unico scopo la condanna degli errori dei protestanti sulla giustificazione. Che questo fosse il fine principale dei loro decreti non può essere negato. Ma non è meno vero che, per definire la verità cattolica, abbiano impiegato formule che non hanno alcuna spiegazione plausibile al di fuori di quella che noi difendiamo. – Che cosa è in effetti, una grazia infusa, una grazia inerente ai cuori, la grazia, infine, che svolge il ruolo di causa formale, se non questa partecipazione permanente della natura divina che rende figli di Dio? – Non dimentichiamo che, per i Padri di Trento, la giustificazione dei bambini non è di natura diversa da quella degli adulti, come chiarisce espressamente il capitolo 4 della quinta sessione. È vero che, per riceverlo, alcuni richiedono delle disposizioni che non sono richieste agli altri. Ma per gli uni e gli altri, le cause e l’essenza della giustificazione sono identiche. Per entrambi, essere giustificati è rinascere in Cristo; per entrambi, la giustificazione deve portare all’anima dei doni che sono infusi in essa, una forma che è inerente ad essa. Se, dunque, né questi doni, né questa forma possono essere per i bambini tocchi transitori di Dio sull’anima del giusto, ancor meno delle operazioni soprannaturali che questi tocchi divini ecciterebbero, né nell’intelligenza né nella volontà, non è in questo che dobbiamo collocare la grazia giustificante, e il principio formale dell’adozione per gli adulti. – Inoltre, questa dottrina, presa nel senso che andiamo dicendo, non era una novità nella Chiesa. Quando la guardiamo da vicino, vediamo chiaramente che essa riassume e chiarisce le affermazioni dei Padri; e presto vedremo anche come gli antichi Dottori della Scuola la insegnassero nei loro scritti, tanto che i Concili di Vienne e di Trento presero in prestito la maggior parte delle loro espressioni per definirla. – I più illustri maestri venuti dopo il Concilio di Trento hanno interpretato il suo insegnamento come noi. « I teologi – scrive uno dei più gravi tra loro – insegnano di comune e costante accordo che Dio infonde nelle anime un abito soprannaturale, ornamento intrinseco e perfezione dell’anima che lo riceve. E sebbene il Concilio di Trento non abbia voluto definire se la grazia che ci santifica sia un’abitudine (habitus) propriamente detta o qualche altra qualità, sembra tuttavia aver deciso chiaramente che è una qualità permanente alla maniera delle abitudini, e per questo, inerente all’anima. » (Bellarmin. de Grat. et liber. arbit.: L I, c. 3.). – Gli altri teologi non parlano in modo diverso, e li vediamo tutti, con poche eccezioni, appellarsi al Concilio di Trento. – Finanche i più accesi avversari del Concilio manifestano con i loro attacchi quello che era stato il suo vero pensiero. « È falso – dice Calvino nel suo Antidoto contro il Concilio di Trento – che la giustizia consista in minima parte in un’abitudine o qualità che risiede in noi; ciò che costituisce giusti, è unicamente un favore gratuito » (Calvin. Antid. Conc. Trident., c. 7, n. 6) – Anche un luterano, Martin Chemnitz, rimprovera ai Padri di Trento di aver messo la giustificazione tra le qualità e le virtù infuse (Chemnitz, Exam. Conc. Trid. ecc.). A queste testimonianze si può aggiungere quella del Card. Pallavicini – « Oservare est mentem Concilii fuisse statuere Speciatim habitum infusum justitiæ, et non generatim meram interiorem Iustitiam, nihil definendo ea ne sit actus an habitus. H. Conc. Trid. L. VIII, c. 14; col. Suar. d. Grat, L. c. 3, n. 6).

2. – Qualche tempo dopo il Concilio di Trento, la Chiesa ebbe occasione di tornare su questa importante questione. Essa lo fece con grande forza nella Costituzione promulgata da Pio V contro le Opinioni Temerarie di un innovatore del Protestantesimo (Ss. Pii V, Bulla “Ex omnibus afflictionibus” 1 ott: 1567; apud Denzin., Énchirid., n. 881, sqq.), confermata dalle bolle di Gregorio XIII e Urbano VIII. Bajo, che era l’innovatore, non attaccava direttamente l’esistenza della grazia abituale e delle virtù infuse, ma le considerava di pochissima importanza nel costituire lo stato di giustizia e di merito. Il rinnovamento interiore di cui parla il Concilio di Trento, e che costituisce la parte principale della giustificazione, era per lui interamente nella novità delle opere. E questo è ciò che è chiaramente espresso nella 42a proposizione tra quelle condannate del Pontefice: « La giustizia, con la quale l’empio è giustificato per la fede, consiste in modo formale nell’obbedienza ai comandamenti, che è la giustizia delle opere, e non invece in una qualche grazia infusa nell’anima, con la quale l’uomo viene adottato come figlio di Dio, viene rinnovato secondo l’uomo inferiore e viene reso compartecipe della natura divina, in modo tale che, così rinnovato per mezzo dello Spirito Santo, possa poi vivere bene e obbedire ai comandamenti di Dio. » – Questa sentenza dogmatica ha un grande peso nella presente questione: perché è sufficiente a rimuovere i dubbi che ancora rimanevano nella mente di alcuni teologi subito dopo il Concilio di Trento. E se non ci è permesso classificare la dottrina comune tra i dogmi della nostra fede, almeno ci dà il diritto di proporla non solo come universalmente ammessa, ma anche come assolutamente certa (Suar., de Grat., l. VI, c. 21, n. 4).

3. – Posso portare un ultimo documento che, senza avere l’autorità di una cosa autenticamente giudicata, merita una considerazione molto seria: perché contiene la dotta e lunga esposizione di una dottrina che doveva essere sottoposta ai Padri del Vaticano, in vista di una definizione della materia. Ecco i tre canoni che dovevano rispondere all’esposizione dogmatica della grazia del Redentore: « Se qualcuno dice che Cristo Redentore non abbia restaurato l’ordine della grazia soprannaturale, sia anatema! Se qualcuno dice che la giustificazione non sia altro che la remissione dei peccati, o che la grazia santificante sia solo il favore in virtù del quale Dio riceve l’uomo nelle sue buone grazie e gli prepara l’aiuto della grazia attuale, sia anatema! Se qualcuno nega che la grazia santificante sia un dono soprannaturale inerente e permanente nell’anima, sia anatema! » (Schema Constit. de doctrina cath. Acta et decr. SS. Concil. recent. Collectio Lacensis, vol. 7, p. 566. Il lettore sarà grato se gli poniamo davanti il capitolo del progetto, corretto e riformato dalla Commissione del Dogma, che si riferisce a questa questione. È il capitolo V della suddetta Costituzione. Si intitola: Sulla grazia del Redentore. « Per quanto riguarda la grazia che ci è stata data per i meriti del Santo Redentore, la Chiesa Cattolica professa che non è solo una grazia che ci liberi dalla schiavitù del peccato e dal potere del diavolo, ma anche una grazia che ci rinnova nell’anima, così che per mezzo di essa recuperiamo la giustizia e la santità che Adamo aveva perso per noi, come per lui. Così questa grazia non solo ripara le forze della natura, in modo che, aiutati da essa, possiamo conformare i nostri costumi ed i nostri atti alla regola della morale onestà, ma essa ci trasforma, oltre i limiti della natura, nell’immagine dell’Uomo celeste, Gesù Cristo nostro Signore, e ci rigenera con una vita nuova. – Dio, infatti, ci ha scelti in Cristo Gesù, prima della costituzione del mondo, e ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del suo Figlio, affinché Egli sia il primogenito tra molti fratelli. Era dunque la volontà dell’amore di Dio che noi, essendo nati da Dio, fossimo chiamati figli di Dio, e lo fossimo davvero. E con l’adozione di figli noi abbiamo recuperato quella comunione di natura che, cominciata nella grazia, sarà consumata nella gloria. Ora, unti i consacrati dallo Spirito del Figlio, che Egli stesso ha mandato nei nostri cuori, diventiamo il tempio della maestà divina, in cui la santissima Trinità abita e si comunica all’anima fedele, secondo questa parola del Signore: « Se qualcuno mi ama, osserverà i miei comandamenti, e il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e faremo la nostra dimora in lui. » Perciò si deve ritenere, e tutti i seguaci di Cristo devono professare, che la grazia santificante che ci unisce a Dio, non sia costituita né da un favore puramente esterno di Dio, né da operazioni transitorie; ma che sia un dono soprannaturale, infuso da Dio nell’anima ed inerente in essa, senza alcuna eccezione per nessuno dei giustificati, sia adulto, sia semplicemente un bambino rigenerato nel Battesimo. Ora, questo rinnovamento dell’uomo per mezzo del Verbo Incarnato è il mistero nascosto per secoli, in virtù del quale ciò che Dio aveva formato in modo meraviglioso nel primo Adamo, fu riformato ancora più meravigliosamente nel secondo. (Ibidem, cap. V, p. 562).

DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (12)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (12)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

CAPITOLO QUARTO

LA LODE DI GLORIA

(II)

3) Ma questo carattere negativo di spogliamento assoluto, carattere distintivo della dottrina spirituale di suor Elisabetta e dei grandi mistici, non è che una fase preliminare. Questo annientamento che l’anima si studia di raggiungere, questo « niente » è la condizione che prepara al possesso del «Tutto », possesso nel quale consiste positivamente la nostra vita spirituale: infatti, lo spirito del Vangelo si manifesta prima di tutto come una religione essenzialmente positiva. Si glorifica Dio nella misura dei suoi doni; ecco perché la Vergine e Cristo Lo hanno più di tutti glorificato: perché più di tutti Essi hanno ricevuto. Questa dottrina à fondamentale, nella buona spiritualità. Si sente dire spesso: Purché io arrivi in Cielo, mi accontento dell’ultimo posto… Significa non aver capito niente del vero amore di Dio e della Sua gloria. Questo è un punto di massima importanza nella dottrina spirituale di suor Elisabetta della Trinità e nella concezione cristiana dell’universo. Che cos’è la gloria di Dio? La manifestazione stupenda di ciò che Egli è, la rivelazione delle Sue perfezioni infinite. Vi è una duplice gloria di Dio: la sua gloria intima, dentro di Lui, e la sua gloria esterna, al di fuori, nell’universo da Lui creato. Non si tratta, qui, della sua gloria essenziale, quella che Dio trova in Se stesso, nel suo Verbo, Pensiero unico, eterno, che esprime adeguatamente tutto ciò che Egli è, nell’indivisibile Unità della sua Essenza e nella Trinità delle Persone. Il Verbo dice tutto: dice la inesauribile fecondità del seno del Padre, e la bellezza del Figlio, e l’Amore che li fonde nell’Unità; tutto, anche l’universo che è scaturito dalla loro potenza creatrice ed è nelle mani di Dio come un trastullo di bimbo. Così, il Padre manifesta al Figlio la sua propria gloria. Nel Verbo, immagine e splendore della sua gloria, il Padre risplende; il Verbo manifesta al Padre tutto ciò che è Egli stesso; nel Verbo, il Padre e il Figlio conoscono l’Amore eterno che li unisce. Tale è la gloria essenziale di Dio, quella gloria intima, intratrinitaria. che è il Verbo. L’universo non aggiunge nulla a questa gloria infinita; e, dinanzi alla Trinità santa, l’anima stessa di Cristo deve confessare il suo niente. Nella Società trinitaria delle divine Persone e nell’indivisibile Unità della loro Essenza, Dio basta a se stesso. Tutto quello che può venire dal di fuori, anche da parte di Cristo, non è che accidentale. E, tuttavia, Dio ci tiene, in modo assoluto: perché così esigono la gerarchia dei valori e l’ordine delle cose. Al Creatore: onore, sapienza, potenza e gloria. Per un equilibrio ammirabile della divina Sapienza e degli altri attributi divini, Dio non trova questa gloria accidentale che nella nostra felicità e nella misura di questa felicità. « La gloria del Padre esige che voi portiate copiosi frutti » (San Giovanni, XV-8.), insegnava Gesù. Chi è più santo Lo glorifica di più; e, in questo senso, il Verbo Incarnato è la più perfetta lode di gloria di tutti i Suoi doni, a causa delle incomprensibili ricchezze della sua umanità santa. Dopo di Lui, ad una distanza infinita, l’anima della Vergine, la creatura che ha ricevuto di più, dopo Cristo; e così, via via, tutti gli altri santi. Significa, dunque, avere un falso concetto della gloria divina, volersi accontentare di una santità mediocre. – Suor Elisabetta della Trinità, con una profondità di pensiero sorprendente in una fanciulla, si è elevata senza sforzo, sotto l’impulso della grazia, a questa altissima luce di Sapienza, la più deiforme nella quale possa porsi uno sguardo creato per considerare l’universo alla luce di Dio. Essa ha perfettamente compreso che deve essere santa, prima di tutto per Dio; tanto santa quanto le è possibile, perché la gloria di Dio è strettamente legata alla sua santità. Nel suo diario di fanciulla, scrive: « Voglio essere santa »; segue una cancellatura, quindi: «Santa per Te ». La fine della sua vita fu la magnifica realizzazione del desiderio concepito a 19 anni. Ha compreso che, quanto più un’anima si innalza sulle vette dell’unione trasformante, tanto meglio compirà il suo ufficio di lode di gloria. Dio è glorificato nella misura in cui « la bellezza » delle sue perfezioni si riflette nelle anime. E i beati l’hanno raggiunta questa trasformazione suprema, essi che « contemplano Dio nella semplicità della Sua Essenza, essi che « Lo conoscono nel modo stesso che sono da Lui conosciuti », cioè per mezzo della visione intuitiva. Ecco perché « sono trasformati, di chiarezza in chiarezza, nella immagine di Lui, dalla potenza del suo Spirito », divenendo così lode incessante di gloria all’Essere divino che in essi contempla il proprio splendore… « A sua immagine e somiglianza »; tale fu l’ideale del Creatore: potersi contemplare nella « creatura, vedere irradiate in essa tutte le sue perfezioni, tutta la sua bellezza, come attraverso un cristallo limpido e terso; non è questa, in certo modo, una estensione della sua propria gloria? L’anima che permette all’Essere divino di riflettersi in lei, questa anima è veramente la lode di gloria di tutti i suoi doni, e in ogni occupazione, anche nelle più ordinarie, canta il canticum magnum, il canticum novum che fa esultare il cuore di Dio nelle sue profondità » (Ultimo ritiro III). – Dare a Dio la testimonianza di tutte le proprie potenze, orientandole verso di 9Lui solo: ecco ciò che suor ,Elisabetta intende per lode di gloria di tutti i suoi doni. Secondo lei, una vera lode di gloria è avida di ricevere Dio al maximum, è un’anima che se ne sta come un’arpa sotto il tocco divino, e tutti i doni che Egli le ha elargiti sono corde armoniose che vibrano giorno e notte per cantare la lode della sua gloria. Siamo ben lontani dalla visuale ristretta di tutte quelle concezioni meschine che, invece di liberare le anime slanciarle in pieno verso Dio, le ripiegano su di sé, le deprimono, paralizzando in esse la libera espansione del  perfetto amore.

4) Attirata sempre verso le alte cime, suor Elisabetta della Trinità va a cercare i suoi modelli di « lode di gloria » fra i beati che stanno continuamente dinanzi al Trono dell’Agnello in preghiera e in adorazione. Sotto l’influenza della sua lettura del Cantico e della Viva fiamma, la visione beatifica diviene il pensiero dominante degli ultimi suoi giorni, comunicando a tutti gli slanci dell’anima sua quasi un ritmo di eternità. Negli ultimi capitoli dell’Apocalisse (nell’ultimo soprattutto), che erano divenuti l’alimento più familiare dell’anima sua, essa attingeva quel senso di eternità che anima quasi tutte le pagine dell’ultimo suo ritiro. A chi le stava vicino in quei giorni ripeteva: «Il mio Maestro non mi parla più che di eternità ». Viene così a congiungersi, con un senso dottrinale sempre impeccabile, ad un’altra dottrina spirituale che è familiare alla teologia cattolica: che, cioè, la nostra vita divina sulla terra è già « la vita eterna incominciata ». « Mi pare — scrive che esercitarsi nel cielo della propria anima in questa occupazione dei beati, sarebbe dare una gioia immensa al cuore di Dio» ( Ultimo ritiro III). « Ieri san Paolo, sollevando un poco il velo, mi permetteva di spingere lo sguardo nell’eredità dei santi, nella luce, perché io vedessi la loro occupazione e procurassi, quanto è possibile, di conformare la mia vita alla loro, per adempiere il mio ufficio di « laudem gloriæ ». Oggi san Giovanni, il discepolo che Gesù amava, mi schiude le porte dell’eternità perché l’anima mia possa riposarsi nella « santa Gerusalemme, dolce visione di pace ». E, prima di tutto, mi dice che non ha bisogno di lumi, la Città, perché lo splendore di Dio la illumina e sua luce è l’Agnello. Ora, se voglio che la mia città interiore abbia qualche tratto di conformità e di somiglianza con quella del Re dei secoli immortali e riceva la grande irradiazione di Dio, bisogna che io estingua ogni altro lume e che l’Agnello ne sia l’unica face » (Ultimo ritiro IV). La vita dei beati è una vita di luce e di amore. Su questo duplice movimento, suor Elisabetta traccia il programma della lode di gloria che vuole, nel cielo dell’anima sua, imitare l’occupazione dei beati. Alla visione beatifica, impossibile sulla terra, supplisce la virtù della fede. « Ecco, mi appare la fede, la bella luce della fede; questa sola deve illuminarmi per andare incontro allo Sposo. Il salmista canta che « Egli si occulta nelle tenebre »; poi in un altro punto, sembra contraddirsi con queste parole: « La luce l’avvolge come una veste ». L’insegnamento che per me risulta da questa contraddizione apparente è che io devo immergermi nella «sacra tenebra », facendo la notte e il vuoto in tutte le mie potenze. Allora incontrerò il mio Signore, e la luce che lo avvolge come una veste avvolgerà me pure, perché Egli vuole che la sposa sia luminosa della Sua luce, della sola Sua luce, ed abbia la chiarezza di Dio. Si dice di Mosè che « era incrollabile nella sua fede, come se avesse veduto l’Invisibile ». Mi sembra che tale debba essere la disposizione di una lode di gloria che vuol proseguire, malgrado tutto, il suo inno di ringraziamento: « Incrollabile nella sua fede, come se avesse visto l’Invisibile », incrollabile nel credere all’« eccessivo amore» … «abbiamo conosciuta la carità di Dio per noi, e vi abbiamo creduto » (I san Giovanni, IV-16.). « La fede è sostanza delle cose che speriamo e convinzione di quelle che non vediamo » (Ebrei, XI-1). Raccolta nella luce che accende in lei questa parola, che cosa importa ormai all’anima sentire o non sentire, essere nel buio o nella luce, godere o non godere? Ella si vergogna, quasi, di fare tali distinzioni… Mi sembra che a quest’anima che possiede una sì grande fede in Dio-Carità, si possano rivolgere le parole del Principe degli Apostoli: « Poiché credete, sarete ricolmi di un gaudio immutabile e sarete glorificati » (Ultimo ritiro IV). Ma la « lode di gloria » che vuole imitare l’occupazione dei beati, deve essere animata da un altro sentimento: l’attività adoratrice dell’amore. Tutta la psicologia della « lode di gloria » deve modellarsi sullo stato d’animo dei beati. – « Essi non hanno riposo né giorno né notte, e ripetono: — Santo, santo, santo, è il Signore, Dio onnipotente che era, che è che sarà nei secoli dei secoli… — Si prostrano, adorano e depongono le loro corone dinanzi al trono, dicendo: Degno Tu sei, o Signore, di ricevere la gloria e l’onore e la potenza…» (Apoc., IV-8… 11.). Come imitare nel cielo dell’anima mia questa occupazione incessante dei beati nel Cielo della gloria? « Essi si prostrano, adorano, depongono le loro corone ». Prima di tutto, l’anima deve prostrarsi, immergersi nell’abisso del proprio niente; penetrarvi così a fondo, da trovare — secondo l’ineffabile espressione di un mistico — la pace vera, invincibile e perfetta che nulla può turbare, perché si è precipitata così in basso, che nessuno andrà a cercarla, laggiù. Allora, potrà adorare… L’adorazione ah, è una parola di cielo, mi sembra che possa definirsi: l’estasi dell’amore. È l’amore schiacciato dalla bellezza, dalla forza, dall’immensa grandezza dell’oggetto amato: « Adorate il Signore, perché Egli è santo », dice il Salmista; e ancora: « Sempre l’adoreremo a motivo di Lui stesso» (Ultimo ritiro VIII.). – Così, questa psicologia dei beati nell’eternità diviene per lei l’esemplare vivente della santità sulla terra. « L’anima che si raccoglie in questi pensieri, che li penetra col « senso divino » di cui parla san Paolo, vive in un paradiso anticipato, al di sopra di tutto ciò che passa, al di sopra di se stessa. Sa che Colui che ella adora possiede in sé ogni felicità ed ogni gloria, e gettando come i beati dinanzi a Lui la sua corona, si disprezza, si perde di vista e, in mezzo a qualunque sofferenza e dolore, trova la sua beatitudine in quella dell’Essere adorato, perché ha abbandonato se stessa ed è passata in un altro. In questo atteggiamento di adorazione, l’anima non somiglia forse a quei pozzi di cui parla san Giovanni della Croce, in cui si radunano le acque che scendono dal Libano? Vedendola, si può dire: « La città di Dio è rallegrata dal corso di impetuosa fiumana » (Ibidem.).

5) La vita spirituale di suor Elisabetta della Trinità, anima essenzialmente trinitaria, rimane però sempre, e con un crescendo continuo, incentrata in Cristo Gesù. Il sogno che « Laudem gloriæ » accarezza durante le lunghe penose insonnie, è di morire, « non solo pura come un Angelo, ma trasformata in Gesù Crocifisso ». Questo modello » divino è dinanzi al suo sguardo, sempre; unico suo ideale è contemplarlo per riprodurlo; vorrebbe potere esprimerlo agli occhi del Padre. Ma, lo sa bene, la conformità suprema dell’immagine del Cristo conduce « alla conformità alla sua morte ». Nel corso dell’ultimo suo ritiro, questo pensiero non l’abbandona un istante; e mentre scrive le sue riflessioni sulla inabitazione della Trinità e sulla lode di gloria, ripete spesso, cuore a cuore, alla sua Madre Priora, con voce languente di malata: « Madre, sento che Egli mi conduce sul suo Calvario ». Ed è qui che si compie ogni santità. Una lode di gloria è essenzialmente un’anima crocifissa: ha contemplato, nel cielo, « la grande moltitudine che nessuno può enumerare », sa che « sono coloro che vengono dalla grande tribolazione, che hanno lavato e reso candide le loro stole nel sangue dell’Agnello; per questo, stanno dinanzi al trono di Dio e lo servono dì e notte nel suo tempio; e Colui che è assiso sul trono stenderà sovr’essi la sua tenda. Non avran più fame né sete, non li colpirà il sole né ardore alcuno, perché l’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque di vita; e Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi ». « Tutti questi eletti che hanno in mano la palma e che sono bagnati dalla grande luce di Dio, hanno dovuto prima passare per la grande tribolazione, conoscere il dolore « immenso come il mare » cantato dal Profeta. Prima di contemplare svelatamente la gloria del Signore, essi hanno partecipato agli annientamenti del suo Cristo; prima di essere trasformati, di chiarezza in chiarezza, nella immagine dell’Essere divino, sono stati conformi all’immagine del Verbo incarnato, il Crocifisso per amore. – « L’anima che vuol servire Dio notte e giorno nel suo tempio, cioè in quel santuario interiore del quale parla san Paolo quando dice: « il tempio di Dio è santo, e questo tempio siete voi », quest’anima deve essere risoluta di partecipare realmente alla passione del suo Signore. Essa è una riscattata che deve a sua volta riscattare altre anime; e canterà perciò sulla sua lira: «Io mi glorio nella Croce di Gesù Cristo. Con Cristo sono confitta alla croce… » ed ancora: « Do compimento, nella mia carne, a ciò che manca alla passione di Cristo, per il corpo di Lui, che è la Chiesa ». « Alla tua destra sta la Regina »: tale è l’atteggiamento di quest’anima. Essa procede sulla via del Calvario, alla destra del suo Re crocifisso, che, annientato, umiliato, eppure così forte, calmo e pieno di maestà, va alla sua passione per far risplendere « la gloria della sua grazia », secondo l’espressione così forte di san Paolo. Ed Egli vuole associare la sua sposa all’opera di redenzione; ma la via dolorosa in cui la fa camminare le sembra la via della beatitudine, non solo perché alla beatitudine conduce, ma ancora perché il Maestro santo le fa comprendere che deve superare quello che vi è di amaro nel dolore, per trovarvi, come Lui, il suo riposo. Allora, può veramente servire Dio « notte e giorno nel suo tempio »; le prove interne ed esterne non possono farla uscire dalla santa fortezza in cui Egli l’ha rinchiusa; non ha più « né fame, né sete » perché, malgrado il suo struggente desiderio della beatitudine, si sente saziata dal nutrimento che fu quello del suo Maestro divino: la volontà del Padre; non sente più « il sole che su lei dardeggia », cioè non soffre più di soffrire; e l’Agnello può condurla, ora, alle sorgenti della vita, dove Egli vuole, come gli pare, perché lei non guarda per quali sentieri passa, ma tiene lo sguardo fisso semplicemente, sul Pastore che la guida. Dio, chinandosi su quest’anima, sua figlia adottiva, così conforme all’immagine del suo « Figlio primogenito fra tutte le creature », la riconosce per una di quelle da Lui « predestinate, chiamate, giustificate »; ed esulta nelle sue viscere di Padre, pensando di consumare l’opera sua, cioè di glorificarla, trasferendola nel suo regno, perché vi canti nei secoli senza fine la lode della sua gloria » (Ultimo ritiro V. 25).

6) Fedele al pensiero dominante degli ultimi suoi giorni, adempiere cioè, fin da questa vita, la sua vocazione eterna di « Laudem gloriæ », suor Elisabetta della Trinità vuol cercare di compiere nel « cielo dell’anima sua » ciò che fanno i beati nel « cielo della gloria ». È lo sviluppo supremo della sua vocazione interiore di « Casa di Dio ». La sua grazia fondamentale fu di vivere raccolta interiormente, nel più profondo dell’anima, con l’intimo Ospite; aveva trovato, in questo, il suo cielo sulla terra. Per una evoluzione normale, ella vivrà pure interiormente la sua vocazione suprema di « lode di gloria »: « Poiché l’anima mia è un cielo dove vivo nell’attesa della celeste Gerusalemme, bisogna che anche questo cielo canti la gloria dell’Eterno, niente altro che la gloria dell’Eterno » (Ultimo ritiro VII.). – In questo cielo interiore, tutte le attività intime, tutto l’esercizio dell’amore e della pratica della virtù è una lode di gloria al Dio che vi abita, come le opere del Signore narrano al di fuori la gloria dell’Eterno. Questa glorificazione divina nel silenzio dell’anima è la lode più sublime che possa salire dalla creatura a Dio. « Cœli enarrant gloriam Dei ». Ecco che cosa narrano i cieli: la gloria di Dio. « Il giorno trasmette al giorno questo messaggio ». Tutti i lumi interiori, tutte le comunicazioni di Dio all’anima mia, sono questo giorno che trasmette al giorno il messaggio della sua gloria. « Il precetto di Jahveh è puro », canta il Salmista, « ed illumina lo sguardo ». Per conseguenza, la mia fedeltà nel corrispondere ad ogni suo precetto, ad ogni suo interno comando, mi fa vivere nella luce sua; anch’essa è un messaggio che annunzia la sua gloria. Ma, ecco la dolce meraviglia: « Jahveh, chi ti guarda, risplende », esclama il Profeta. L’anima che, con la profondità del suo sguardo interiore, nella semplicità che la distacca da ogni estranea cosa, contempla attraverso a tutto il suo Dio, quest’anima è risplendente; essa è un giorno che annunzia al giorno il messaggio della sua gloria » (Ultimo ritiro VII). – Nel cielo interiore, tutto canta la gloria dell’Eterno: gioie e consolazioni spirituali, come pure tutto ciò che crocifigge. « La notte l’annuncia alla notte »: ecco una cosa davvero consolante: le mie impotenze, i miei disgusti, le mie oscurità, persino le mie colpe, narrano la gloria dell’Eterno; e le mie sofferenze fisiche e morali celebrano anch’esse la gloria del mio Signore. David cantava: « Che cosa renderò io al Signore per tutti i suoi benefici? — Prenderò il calice della salute ». Se io lo prendo, questo calice imporporato dal Sangue del mio Maestro, e se, nel mio ringraziamento pieno di gioia, unisco il sangue mio a quello della Vittima santa che lo rende in qualche modo partecipe del suo « infinito », esso può dare al Padre una magnifica lode; allora, il mio dolore è un messaggio che annunzia la gloria dell’Eterno. « Là, (nell’anima che narra la sua gloria), Egli ha posto una tenda per il sole ». Il sole è il Verbo, è lo Sposo. Se Egli trova l’anima mia vuota di tutto ciò che non rientra in queste due parole: il suo amore, la sua gloria, allora la sceglie per sua camera nuziale; « vi si slancia come un gigante che si precipita trionfatore nella corsa… ed io non posso sottrarmi al suo calore ». Questo « fuoco consumante » opererà la felice trasformazione di cui parla san Giovanni della Croce: « Ciascuno — egli dice — sembra essere l’altro, e tutti e due non sono che uno », per essere lode di gloria al Padre» (Ultimo ritiro VII.).

7) Curioso è il fatto che, mentre l’ultimo ritiro di « Laudem gloriæ » termina con un movimento dell’anima verso l’inabitazione della Trinità, invece il piccolo trattato composto per la sorella, per insegnarle come trovare il paradiso sulla terra, si chiude con un’elevazione che riassume tutto l’ufficio di una lode di gloria; variazione, questa, che trova però la sua spiegazione nell’unità concreta della psicologia religiosa di suor Elisabetta della Trinità negli ultimi giorni della sua vita. Questa pagina, meno nota della sua preghiera, merita tutta la nostra attenzione. Sotto l’azione irresistibile della grazia, suor Elisabetta ci scopre, nell’ultima ora della sua vita, il suo ideale supremo di santità. Riprendendo il testo di san Paolo agli Efesini da cui era stata così fortemente colpita e che si può considerare, infatti, come il punto classico della teologia sul senso ultimo della nostra predestinazione in Cristo, la sua squisita anima di artista canta su quel tema, con ritmo fortemente accentuato, il suo ufficio supremo, quaggiù. Nulla v’è da aggiungere al suo pensiero così denso e dottrinale, che si può considerare come il testamento del suo cuore, non solo alla sorella, ma anche a tutte le anime che vorranno realizzare, a suo esempio, l’ufficio di una lode di gloria. – « In Lui siamo stati predestinati, per decreto di Colui che tutto opera secondo il consiglio della sua volontà, ad essere la lode della sua gloria » (Ephes. I, 11-12). È san Paolo che ce lo dice, san Paolo istruito da Dio stesso. Come attuare questo grande ideale del cuore del nostro Dio, questa sua volontà immutabile riguardo alle anime nostre? Come, in una parola, rispondere alla nostra vocazione e divenire lodi perfette di gloria alla santissima Trinità. In cielo, ogni anima è una lode di gloria al Padre, al Verbo ed allo Spirito Santo, perché ognuna è stabilita nel puro amore e non vive più di vita propria, ma di quella di Dio. Allora, essa Lo conosce, dice san Paolo, come è conosciuta da Lui. In altri termini: Lode di gloria è un’anima che ha posto la sua dimora in Dio, che Lo ama con amore puro e disinteressato, senza cercare se stessa nella dolcezza di questo amore; un’anima che Lo ama al di sopra di tutti i suoi doni, anche se nulla avesse ricevuto da Lui, e che desidera il bene dell’oggetto a tal punto amato. Ma come si può desiderare e volere effettivamente del bene a Dio, se non compiendo la sua volontà? Poiché questa volontà dispone tutte le cose per la sua maggior gloria. Quest’anima deve dunque abbandonarvisi pienamente, perdutamente, fino a non poter volere altra cosa se non ciò che Dio vuole. Lode di gloria è un’anima di silenzio che se ne sta come un’arpa sotto il tocco misterioso dello Spirito Santo, perché Egli ne tragga armonie divine. Sa che il dolore è la corda che produce i suoni più belli; perciò è contenta che vi sia questa corda nel suo strumento, per commuovere più deliziosamente il cuore del suo Dio. Lode di gloria è un’anima che contempla Dio nella fede e nella semplicità; è un riflesso di tutto ciò che Egli è; è come un abisso senza fondo nel quale Egli può riversarsi ed espandersi; è come un cristallo attraverso il quale può irradiare e contemplare le proprie perfezioni e il proprio splendore. Un’anima che permette in tal guisa all’Essere divino di saziare in lei il bisogno che Egli ha di comunicare tutto ciò che è e tutto ciò che possiede, è veramente la lode di gloria in tutti i suoi doni. Finalmente, una lode di gloria è un’anima immersa in un incessante ringraziamento; tutti i suoi atti, i suoi movimenti, i suoi pensieri, le sue aspirazioni, mentre la fissano più profondamente nell’amore, sono come una eco del Sanctus eterno. Nel cielo della gloria, i beati non hanno riposo né giorno né notte, ma sempre ripetono: — Santo, santo, santo, il Signore onnipotente… — e prostrandosi, adorano Colui che vive nei secoli dei secoli. Nel cielo dell’anima sua, la lode di gloria inizia già l’ufficio che sarà suo in eterno; il suo cantico è ininterrotto e, benché non ne abbia sempre coscienza perché la debolezza della natura non le consente di fissare il suo pensiero in Dio senza distrazioni, pure rimane sempre sotto l’azione dello Spirito Santo che opera tutto, in lei. Canta sempre, adora sempre, è, per così dire, interamente trasformata nella lode e nell’amore, nella passione della gloria del suo Dio. – Nel cielo dell’anima nostra, procuriamo di essere lode di gloria della Trinità santa, lode d’amore della nostra Madre Immacolata. Un giorno il velo cadrà, e saremo introdotte negli atri eterni; ivi canteremo nel seno stesso dell’Amore infinito, e Dio, ci darà il nome nuovo promesso al vincitore. E quale sarà questo nome? « Laudem gloriæ » (Il Paradiso sulla terra, 13° orazione.).

LA GRAZIA E LA GLORIA (8)

LA GRAZIA E LA GLORIA (8)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO II

LA NATURA DELLA NOSTRA FILIAZIONE ADOTTIVA. – IL PRINCIPIO COSTITUTIVO CREATO, VALE A DIRE LA GRAZIA SANTIFICANTE CON LE VIRTÙ ED I DONI.

CAPITOLO II

La Grazia, Partecipazione creata della natura increata. Significato preciso di questa formula.

1- Il principe degli Apostoli, San Pietro, ci insegna che la grazia è una partecipazione della natura increata in un testo che è stato commentato mille volte dai teologi e dai Padri, tanto è pieno di scienza divina. Questo testo di tale importanza capitale ci è dato nella sua seconda Epistola. Dio, « per mezzo di J.-C. N. S. ci ha dato i doni molto grandi e preziosi che ci aveva promesso, per renderci partecipi della sua natura divina attraverso di loro » (II. Piet.., I, 4). Queste sono parole di una profondità grandiosa che, se adeguatamente meditate, gettano un po’ di luce su tutto l’ordine della grazia e della gloria. Tu mi chiedi perché sono un figlio di Dio, un dio divinizzato, portando in me l’immagine e la forma dell’unigenito Figlio del Padre; e io rispondo come l’Apostolo: È perché ho ricevuto doni molto grandi e preziosi: io sono partecipe della natura divina. – Il Verbo di Dio, Gesù Cristo, riceve eternamente dal Padre, suo Principio e non sua causa, la piena comunicazione della natura paterna; e questa natura è la sua propria natura, senza divisione o condivisione, senza diminuzione o moltiplicazione; e per questo è veramente il Figlio unico, in tutto uguale e consustanziale a suo Padre. I figli di adozione, quando sono giustificati per grazia, ricevono da Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, come un effluvio creato di quella natura increata, una partecipazione finita dell’essenza infinita; e per questo diventano figli adottivi di Dio, non più uguali al Padre, ma simili al Figlio per natura, dei deificati come Egli è Dio deificante. – È impossibile ricordare, anche in forma abbreviata, i passi dei santi Dottori in cui questa dottrina è messa in luce. Rileggiamo quelli che abbiamo già citato nel corso di questo lavoro, e ci stupiremo di vedere quanto il pensiero di San Pietro torni naturalmente alla memoria dei Padri, ogni qualvolta essi tocchino il mistero della nostra adozione per grazia. Eppure, quanti altri testi si potrebbero citare! Ne scegliamo alcuni tra i tanti. « Il Figlio, rimanendo nella sua natura, si è reso partecipe della nostra, affinché anche noi, rimanendo nella nostra natura, partecipassimo della sua » (S. Agos., ep. 140, c.4, n. 11). Così, secondo S. Agostino, è uno stesso fine dell’Incarnazione, il rendere figli adottivi, dei deificati e partecipanti della natura divina. – Gli stessi pensieri sono in San Cirillo di Alessandria. Ho già trascritto parte del suo commento al primo capitolo di San Giovanni (Joan, I, 12-13. L. I, p. 9, 10). Ecco la continuazione, che non è meno importante per l’argomento che stiamo trattando: « Questi – egli dice – che sono stati elevati per fede in Cristo all’adozione dei figli di Dio, non hanno ricevuto il Battesimo nel nome di una creatura. No, la Chiesa li ha battezzati nella Santa Trinità, attraverso il Verbo, uno con noi nella natura umana di cui si è rivestito, uno nell’Essenza divina con il Padre. Se i servi e gli schiavi sono chiamati alla figliolanza, è perché la partecipazione del vero Figlio li eleva a quella dignità che Egli ha per natura… Ma poiché ci sono alcuni che hanno il coraggio di negare che il Figlio e lo Spirito Santo siano consustanziali al Padre e Dio come Lui, opponiamo a queste temerarietà sacrileghe la vera dottrina della fede. Se lo Spirito del Figlio non è Dio per natura, se non è da Dio, immanente come sostanza nel suo principio; in una parola, se è così diverso da Lui da essere per essenza di un ordine creato, come possiamo dire che noi, che siamo nati da Lui, siamo nati da Dio? O diciamo che l’evangelista ci abbia mentito; oppure, se lo riteniamo vero, come in effetti è, confessiamo che lo Spirito è Dio, Dio per natura, Colui la cui partecipazione per la fede in Cristo ci rende partecipi della natura divina, e di conseguenza ci dà il diritto di portare il nome di figli di Dio; cosa dico? il titolo di dei! (S. Cyril. Alex., L. I., in Joan. P, Gr., t. 73, p. 155, 157.) – Le stesse idee ancora in San Giovanni Damasceno, l’unico tra i Padri greci che meglio riflette e riassume tutti gli altri. « L’uomo, essendo diventato prevaricatore, fu così sottoposto alla morte e alla corruzione… Questa è la ragione per cui l’Onnipotente Operatore del genere umano abbia voluto, nelle viscere della sua misericordia, farsi come noi, prendendo la nostra natura senza assumere il nostro peccato. Poiché non avevamo conservato né la sua immagine né lo Spirito che ci aveva originariamente dato, Egli entrò in commercio con la nostra povera e debole natura, per purificarla dai suoi crimini, per spogliarla della corruzione e per renderci nuovamente partecipi della sua divinità. Perché era necessario che non solo le primizie del nostro genere umano, ma che ogni uomo che volesse, nascesse di nuovo e con questa seconda nascita partecipasse all’eredità del bene” (S. J. Damasc., de Fid. orth., L. IV; c. 13: P. Gr:, t. 94; n. 1137). – Aggiungiamo un’ultima testimonianza, quella di Sant’Atanasio. « Ogni creatura ragionevole partecipa al Figlio, secondo la grazia dello Spirito Santo che Egli stesso ci ha portato… Ora, quando partecipiamo del Figlio, noi partecipiamo di Dio; e questo è ciò che ci insegna San Pietro quando dice: Affinché diventiate partecipi della natura divina » (S. Atanasio, Or. c. Arian., 1, n. 16, P. Gr., vol. 26, p. 45). – Dire che questa partecipazione alla natura divina debba essere intesa esclusivamente come l’unione dello Spirito Santo con le anime, e che non presupponga alcuna realtà finita che sia un principio costitutivo del nostro stato di grazia, sarebbe una pretesa manifestamente insostenibile. Il principe degli Apostoli non nega che lo Spirito ci venga dato quando diventiamo figli di Dio. ma non è meno vero che i doni che, secondo lui, costituiscono la nostra partecipazione formale alla natura divina, siano distinti sia dal Datore che dal Mediatore attraverso il quale ci sono dati. Il testo sacro significa chiaramente questo: Per quem (Christum Deus) maxima et pretiosa nobis promissa donavit, ut per hæc efficiamini divinæ consortes naturæ (II Piet,., I, 4). Possiamo vedere che ciò che ci rende partecipi della natura divina siano doni molto grandi e preziosi che Dio ci fa attraverso Gesù Cristo; doni al plurale, e non solo il dono per eccellenza che è lo Spirito, il dolce Ospite dell’anima fedele.

2. – La grazia è una partecipazione permanente e molto intima alla natura divina. Ma è proprio vero che questa partecipazione ricevuta nell’anima del giusto abbia la virtù che abbiamo detto, che in essa e per mezzo di essa siamo rinnovati, figli di Dio, addirittura dei? Che cos’è la partecipazione alla natura divina, se non avere una perfezione modellata su questa natura e derivante immediatamente da essa come dal suo principio e dalla sua prima fonte? Questa è la vera idea di partecipazione, quando si tratta del rapporto tra la creatura e il Creatore, tra l’essere contingente e l’Essere in essenza (Ognuno di noi partecipa della natura umana: perché se la possiede interamente nella comprensione, cioè nei principi che la costituiscono, la possiede solo parzialmente nell’estensione, cioè nelle individualità in cui si divide. L’umanità è in me, poiché sono uomo; ma è fuori di me, realmente e numericamente distinta, poiché ci sono altri uomini come me. Ho un’umanità; non sono l’umanità. Ovviamente non è così che la creatura partecipa alla natura divina: perché questa natura non è nostra, e non può moltiplicarsi in individui, poiché è essenzialmente una. Notiamo di passaggio questo testo del Dottore Angelico: Dicendum quod creaturæ non dicuntur divinam bonitatem participare quasi partem essentiæ suæ, sed quia similitudine divina bonitatis in esse constituuntur, secundum juam non perfecte divinam bonitatem imitantur, sed ex parte. S. Thom. II, D 17,- q .1, a. 1 ad 6). Ora, per questo motivo, mi si potrebbe obiettare qui, che tutte le creature partecipano alla divinità, poiché nessuna ha esistenza e realtà se non nella misura di questa partecipazione. Un essere distinto da Dio, l’Essere impartecipato, che non avrebbe in sé qualche somiglianza con il suo Autore, e che non sarebbe di Lui come del suo primo essere, sarebbe il puro nulla. – La Teologia cattolica ci insegna che lo scopo della creazione fosse quello di comunicare in vari gradi e di manifestare esternamente le infinite ricchezze della perfezione di Dio. Ma poiché questa perfezione non ha limiti, non potrebbe essere rappresentata, come dovrebbe essere, da una sola creatura. « Per questo – dice San Tommaso – Dio li ha fatti, li ha moltiplicati e diversificati, affinché ciò che manchi all’una per questa manifestazione della bontà divina sia compensato da un’altra. Perché la bontà che è in Dio molto uno e molto semplice, è frammentata, per così dire, e moltiplicata nella totalità dell’universo che nell’unità di una sola natura, per quanto perfetta possa essere » (S. Thom., 1 p., q. 47, a. 1.). Così l’infermità del linguaggio umano ci obbliga a moltiplicare i discorsi per esprimere qualcosa di sé che Dio si dice in una sola parola, una parola eterna, una parola infinita come lui, il suo Verbo. Così, per usare un esempio più umile, dobbiamo prendere diverse vedute di un palazzo, se vogliamo avere una riproduzione adeguata di esso. – Cos’è dunque il mondo, se non l’insieme delle partecipazioni di questa bellezza divina, che non è altro che l’Essenza e la natura stessa di Dio? Se tutti gli esseri hanno l’esistenza, è perché tutti partecipano all’Essere di Dio. Se alcuni hanno vita con l’esistenza, è perché partecipano all’Essere di Dio. Se altri sono dotati di intelligenza, come gli Angeli e gli uomini, anche questa è una partecipazione alla natura sovranamente intelligente che è Dio. Ovunque vestigia, copie, immagini delle perfezioni divine e, di conseguenza, partecipazione alla natura divina, poiché tutto in cielo e in terra non solo rappresenta Dio, ma viene da Dio. Anche i Santi, il cui occhio è illuminato dall’amore, vedono Dio in ogni creatura, come in uno specchio in cui è dipinta l’immagine più o meno piena delle sue infinite perfezioni. – Pertanto, queste stesse partecipazioni dell’essere, della vita, dell’intelligenza divina, per quanto eccellenti, non sono sufficienti a costituire dei figli di Dio; perché tra i più nobili, tra i più ammirevoli di essi ci sono dei nemici di Dio. Dove dunque possiamo trovare una più alta assimilazione alla natura divina, una comunione così singolare e perfetta che tutte le altre impallidiscono davanti ad essa, e che l’Apostolo può veramente chiamare coloro che la possiedono, e solo quelli, partecipi della natura divina: « divinæ consortes naturæ »?

3. – Per risolvere questo problema non abbiamo bisogno di uscire dal nostro testo: le parole usate da San Pietro, se le penetriamo nel loro significato più intimo e stretto, bastano a risolvere la questione. « La parola natura – insegna San Tommaso – sembra significare l’essenza di una cosa nella misura in cui è ordinata al suo proprio funzionamento. Nomen autem naturæ videtur significare essentiam rei, secundum quod habet ordinem ad propriam operationem » (S. Thom., De Ente et essentia, c. 1). In altre parole, la natura di un essere sostanziale è ciò che in questo essere costituisce il primo principio delle operazioni che gli sono essenzialmente proprie. – Il funzionamento proprio dell’uomo non è il sentimento, poiché tutti gli animali sentono, gustano, vedono e soffrono come lui. Che cos’è allora? Pensare e volere, poiché solo lui tra le creature visibili pensa e vuole. Dunque, la natura specifica dell’uomo, quella per cui si distingue dagli esseri inferiori, in una parola, la natura ragionevole, è la sostanza stessa dell’uomo considerata come il principio radicale delle operazioni di cui l’intelligenza e la volontà sono il principio prossimo. È così che i Padri nelle loro controversie con gli eretici del quarto e quinto secolo hanno inteso la natura, dimostrando contro questi ultimi la natura umana di Cristo con le sue operazioni ragionevoli, dimostrando contro i primi le operazioni ragionevoli con la fede nella natura umana. – Se, dunque, voglio sapere cosa si debba intendere strettamente per natura di Dio, devo prima di tutto cercare di accertare quali siano le operazioni proprie di Dio, quelle che gli appartengono essenzialmente e che possono essere appropriate solo a Lui. Non è l’operazione creatrice, in quanto trae il mondo dal nulla: infatti, oltre al fatto che la creazione è un fatto contingente e libero, uno spirito veramente puro e sovranamente indipendente da tutte le cose deve avere un’operazione propria, di cui l’oggetto e il termine siano in se stesso (Se consideriamo l’operazione creatrice così come è in Dio, essa non si distingue dell’atto caratteristico di Dio; poiché non è altro che il suo atto infinitamente perfetto di conoscere e amare). – Né è la semplice conoscenza delle infinite perfezioni di Dio, né l’amore della sua nota bellezza: perché sia la ragione che la fede insegnano che l’uomo possa arrivare con le sue luci naturali ad una certa conoscenza del vero Dio, nostro Creatore e Signore (Conc. Vatic. Cost. de Fid. Cath. De Revelat., c. 1); e, se lo può conoscere, come potrebbe essere impossibile l’amore? Ma vedere Dio faccia a faccia e contemplarlo così com’è in se stesso nella profondità della sua essenza, amarlo con un amore che corrisponde a questa intima conoscenza, è ciò che supera non solo i poteri naturali dell’uomo, ma la potenza nativa di ogni creatura, per quanto perfetta possa essere, e per quanta altezza possa aver raggiunto nel suo sviluppo intellettuale. Questa, dico, è la corretta operazione di Dio. – Deum nemo vidit unquam, dice la Sacra Scrittura (I Joan. I, 18). Essendo immortale per natura, Egli è anche invisibile (I Tim. I, 17). « Ora – dice San Paolo – vediamo Dio come in uno specchio, in enigma; ma allora (quando saremo tutti inondati della sua stessa luce) sarà faccia a faccia. Ora conosco Dio solo in parte; allora lo conoscerò come Egli conosce se stesso » (I Cor. XIII, 12). Entriamo nel pensiero dell’Apostolo. Noi vediamo Dio non in se stesso, ma come in uno specchio; e questo specchio è il mondo creato in cui Egli offre ai nostri occhi alcune pallide imitazioni delle sue infinite perfezioni. Lo vediamo negli enigmi: perché, oltre al fatto che abbiamo solo una visione molto imperfetta delle sue immagini, queste immagini rappresentano ancora più imperfettamente la copia di cui esse sono la copia. La conosciamo solo in parte: perché Dio ci rivela nelle sue opere solo le perfezioni che gli sono proprie come causa suprema e quelle che si possono logicamente dedurre da essa (S. Thom. , 1 p., q. 32, a,1); le perfezioni esterne all’essenza, «  τά περί τήν οὐσίαν [= ta peri ten ousian], come parlano i Padri. Ma le profondità più intime della divina Presenza e i tesori insondabili dell’essenza divina rimangono nascosti ai nostri occhi, tanto inaccessibile è la luce che vi abita (I Tim. VI, 16), agli occhi di una creatura. – E affinché non siamo tentati di credere che un occhio creato più perspicace del nostro, come l’occhio di un Angelo, di un Arcangelo o di un Serafino possa, con il suo vigore naturale, penetrare questo invisibile, il Figlio di Dio ci dichiara nel suo Vangelo: « Nessuno conosce il Figlio se non il Padre; e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Padre si è degnato rivelarlo » (Matt. XI, 27). E l’Apostolo, a sua volta, parlando di quei misteriosi segreti in cui ci conduce la liberissima condiscendenza del nostro Dio: « Ciò – dice, che non è entrato nel cuore dell’uomo… Dio ce lo ha rivelato attraverso lo Spirito Santo. Perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Perché chi tra gli uomini sa cosa ci sia nel cuore dell’uomo, se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così ciò che è in Dio nessuno lo conosce se non lo Spirito di Dio » (1 Cor. II, 9-14). Quindi, per avere in virtù delle sue potenze naturali la visione di Dio, come Egli è in se stesso, si dovrebbe essere o lo Spirito di Dio o “Colui che è nel seno del Padre” (Gv. I, 18). E questa conclusione non è solo dalla fede, ma è la ragione stessa che la proclama. Alcuni eretici, gli Anomei, un tempo rivendicavano per ogni creatura ragionevole il privilegio naturalmente incomunicabile di vedere Dio faccia a faccia. Non devo dire come siano arrivati a questo errore: ci basta sapere che i santi Padri, sostenuti dai principi della sana filosofia, hanno confuso questa pretesa con prove luminose come il sole. Ne indicherò solo una, perché è universale e, quindi, si applica ad ogni intelligenza che non sia il Dio increato. S. Tommaso d’Aquino l’ha sviluppata magnificamente nelle sue opere (S. Thom. 1 p., q.12, a, 4 e 1, 2, q.5, a. 5 cum parall.): ma mi piace presentarla nella forma datale dai nostri antichi Dottori. – Chiunque, ci dicono, pensa e concepisce le cose, volente o nolente, se le rappresenta secondo il suo modo di essere (la Scolastica diceva con il Dottore Angelico « l’oggetto conosciuto è nel conoscente secondo il modo di essere del conoscente – Cognitum est in cognoscente secundum modum cognoscentis »). Voi siete uno spirito incarnato; vi è impossibile concepire degli esseri puramente spirituali senza incorporarli in un’immagine sensibile; ed è così che gli Angeli vi appaiono rivestiti di un involucro di attributi materiali che, voi ben sapete, non appartengono loro (S. Gres. Naz; Orat. 28; n, 12, 13. P. Gr. t. 36, p. 41). L’eternità non ha né cangiamento né successione; e tuttavia è una necessità per noi concepirla come una durata successiva in cui si mescolano le idee del passato, del presente e del futuro; non certo ché vi sia qualcosa di simile in Dio, ma perché « è la legge della nostra intelligenza di rappresentare le cose secondo la nostra propria natura, e di misurare l’eterno con il passato, il presente e il futuro » (S. Greg. Nyss, L. XII c. Eunoim, P. Gr., 45, p. 1064, col. L. 1, p. 336). Se la vastità di Dio ci appare come una distesa senza limiti che nel suo vasto seno include, racchiude e sorpassa tutte le cose, è perché il nostro modo di presenza è, come quello del corpo, in relazione alla distesa. – Non ditemi che gli spiriti puri sfuggano alla regola, poiché non sono né corporei come noi, né soggetti al tempo come noi, né estesi come noi. Poiché se essi sono liberi da queste imperfezioni, almeno non sfuggono all’imperfezione radicale che è essenziale per tutte le creature. Essi non raggiungono la perfetta semplicità. La composizione che non li raggiunge nella loro natura, si ritrova in loro per le loro facoltà e per i loro atti. Infatti, in essi, come in ogni essere che non è l’Essere sussistente, l’Essere per essenza, colui che si definisce: Io sono colui che sono, le potenze, la potenza di conoscere, la potenza di amare, sono distinte dalla sostanza, come lo sono anche dalle loro molteplici operazioni. Dio solo è unità perfetta, semplicità senza distinzione né mescolanza, perché solo lui è l’Essere, tutto l’Essere, nient’altro che l’Essere. Perciò, ancora una volta, Dio non può essere l’oggetto proprio, immediato e diretto delle intuizioni di nessuna creatura immaginabile, perché essendo il semplice, l’incomposto, l’immateriale per eccellenza, Egli supera infinitamente il modo di essere essenziale di tutto ciò che non è Lui (S. Cirillo. Alex, Thesaur. Assert. 31. P. Gr. t. 75, p. 451 cum S. Maxim. Capp. theol. Cent. 2, n. 23. P. Gr., vol. 90, p. 1125).  Per riassumere tutto in una parola, Dio si riflette nel nostro essere intellettuale, come si riflette nel nostro essere fisico; e poiché la creatura è così prodigiosamente al di sotto di Dio quanto all’essenza, è necessario che l’Essenza di Dio superi infinitamente la conoscenza della creatura (S. J. Damasc., de F. Orth., L. I, c. 4. P. Gr., t. 94, p. 800; col Dyonis. De nativ. Nomin. c. 1, § 4 ecc.) – Così, infine, se non abbiamo dimenticato la nozione che abbiamo dato della natura all’inizio di questa considerazione, non ci sarà difficile capire cosa sia per Dio chiamare gli Angeli e gli uomini alla partecipazione della sua propria natura. Egli scende, per parlare con il linguaggio umano, così impotente ad esprimere questi misteri, scende, dico, in quelle profondità adorabili, dove il Padre, per l’intuizione globale che ha di se stesso, genera il suo Verbo; dove il Padre e il Figlio, in un eterno abbraccio d’amore, producono l’Amore personale che è lo Spirito Santo. Egli cerca, in un certo senso, questi abissi per trovare il modello ed il principio di una nuova e più inestimabile comunicazione della sua bontà. E questa perfetta assimilazione la riversa nella nostra sostanza come la fonte vivente da cui possa scaturire la potenza e l’atto di vederlo e amarlo come Egli è in se stesso. Così l’uomo e l’Angelo diventano figli di adozione, partecipano della natura divina, e sono in grado di aspirare e possedere l’eredità paterna. – Indubbiamente, in Dio la natura, le facoltà e le operazioni sono una stessa perfezione infinita. La distinzione è solo nei concetti formati dall’infermità della creatura. Ma questa stessa infermità richiede che la creatura partecipi alla semplicissima unità di Dio per mezzo di perfezioni distinte: di modo tale che, tra le partecipazioni della divinità, le seconde rispondano all’idea di natura, e le prime alle idee di facoltà e operazioni vitali. Così la grazia santificante è una partecipazione della divinità formalmente considerata come natura, cioè come principio primo degli atti che le sono essenzialmente propri. Tale è nella sua suprema realtà la perfezione costitutiva dei figli di Dio. È uno splendore che si fa in noi di ciò che è di più alto, più intimo, più profondo, più naturalmente incomunicabile nella sostanza divina. Così, chi è in stato di grazia, e quindi figlio di Dio per adozione, è in tal modo esaltato al di sopra di tutta la natura creata, perché nessuna natura creata ha nulla né nella sua sostanza sostanziale né nelle facoltà di cui è soggetto e radice, che possa elevarla alla visione beatifica o renderla degna di essa. (Io non ignoro che diversi teologi spiegano diversamente questa partecipazione della natura divina, anche se questa diversità ha forse meno a che fare con la sostanza delle cose che con il modo di concepirle o esprimerle. Per loro la natura divina è Dio formalmente considerato come Essere in essenza, Essere puro, Essere che è solo essere. E questo, dicono, è ciò che rende la partecipazione della grazia eccellentemente superiore ad ogni partecipazione naturale: per grazia, e solo per grazia, la creatura partecipa all’Essere di Dio. È impossibile per me essere d’accordo con questo punto di vista. O voi parlate dell’Essere di Dio, direi a loro, in quanto è l’Essere, o lo considerate formalmente in quanto Essere per essenza. Nel primo senso, ogni essere, fino al più piccolo granello di sabbia, partecipa all’Essere di Dio; Nel secondo senso, nulla partecipa dell’Essere divino: poiché nulla al di fuori di Dio, né per natura né per grazia, può in qualsiasi grado diventare un essere puro, un essere in cui l’essenza è essere, una cosa infine che è in sé il suo essere: sarebbe Dio. – L’Essere per essenza è un essere impartecipato. Così, partecipare alla natura divina, nella misura in cui è l’essere per essenza, in altre parole, rendere possibile in qualsiasi misura questo modo di essere, sarebbe diventare un essere impartecipato, pur rimanendo per ipotesi un essere partecipante e partecipato. Certamente la grazia è una partecipazione formale della natura divina; ma, poiché esclude il modo di essere essenzialmente incomunicabile sotto il quale questa stessa natura si presenta in Dio, è solo una partecipazione per analogia. Ascoltiamo ancora S. Tommaso: « Quiquid perfectionis est in Deo creatura, totum est exemplatum a divina perfectione; tamen perfectius est in Deo quam in creatura; nec secundum illum modum in creatura esse potest quo in Deo est. Et ideo omne nomen quod designat perfectionem, divinam absolute, non concernendo aliquem modum, communicabile est creaturæ, ut potentia, sapientia, bonitas et hujusmodi. Omne autem nomen, concernens modum quo illa perfectio est in Deo, creaturæ incommunicabile est, ut Summum bonum, esse omnipotentem et hujusmodi. » I, D. 43, q. 1, a. 2, ad 1; coll. c Gent, L. I, c. 30 e 1 p., q. 4 a. 3).

4. – Mi si potrebbe dire che queste sono belle considerazioni, ma che diritto hai di concludere che io, figlio adottivo, porti nel mio cuore questa partecipazione alla natura divina, quando non trovo in essa le operazioni di cui essa debba essere il principio? Posso ora contemplare Dio faccia a faccia o amarlo come gli Angeli in cielo? Non è forse un assioma che la natura di un essere sia rivelata dalle sue azioni? – È vero che non è ancora il momento della contemplazione faccia a faccia e del godimento amoroso che l’accompagna. Ma siamo già figli; e se siamo figli, siamo eredi, non di fatto, ma di diritto. Si filii et hæredes, dice San Paolo. Ora, questo doppio titolo di figlio ed erede rivendica, già ora, il principio immanente e permanente delle operazioni che saranno un giorno la nostra eredità e la nostra gloria, cioè la partecipazione creata della natura divina. Più tardi, dovremo considerare nella stessa grazia santificante il principio necessario dei meriti con cui dobbiamo acquistare ciò che è la nostra speranza. Accontentiamoci a questo punto di riflettere sulla nostra condizione di figli ed eredi. – Figli perfetti, lo saremo solo un giorno. Ma fin d’ora noi siamo figli in formazione, modo geniti infantes; figli portati nel grembo della madre loro, la santa Chiesa (V. supr. L. 1, c. 2). « Filioli, figlioli miei – ci dice essa per bocca di San Paolo – figlioli che io faccio nascere di nuovo finché Cristo sia formato in voi » (Gal. IV, 19). Chi non ha notato quante volte queste parole siano usate da Nostro Signore e dai suoi Apostoli (Marco, X, 24; Giovanni, XIII, 33; Galati, l. c.; Giovanni, II; 1, 12, 18, 28; III, 7, 18; IV, 4; V, 21). Possiamo vedere in questo l’espressione di una tenerezza paterna, ma una tenerezza che si manifesta ai figli che sono ancora piccoli “parvulis” nel Cristo, secondo una formula usata frequentemente nei nostri Libri sacri. – Cosa saremo nella beata eternità? Uomini perfetti « secondo l’età e la pienezza di Cristo » (Efesini IV, 13). Ora, la natura del bambino ancora assopito nel grembo materno o tra le braccia di sua madre non è la stessa dell’uomo al culmine del suo sviluppo, anche se allora ha un esercizio più libero delle sue facoltà, e persino certi organi che gli mancavano nei primi giorni della sua esistenza. Ciò che ora possiede in atto, lo aveva in germe; e la perfezione attuale non è altro che il pieno sviluppo della perfezione originale. Ed è in questo senso che i teologi hanno chiamato la grazia un seme di gloria. Dite, se volete, che il figlio degli uomini deve acquisire una nuova natura, un essere nuovo, per diventare un uomo perfetto, ed io dirò che il figlio di Dio non ha già da questa vita la natura soprannaturale che farà la sua perfezione finale. – Non è solo la storia dell’uomo, ma anche quella degli esseri inferiori che protesta contro una tale scissione. Guardate questo rude bruco che si trasforma in una farfalla che risplende d’oro e d’azzurro; questa larva informe che, a lungo immobile nel suo involucro grezzo, improvvisamente prende vita e vola nell’aria, adornata con la più graziosa eleganza. È un essere di un’altra natura? No: perché, per quanto strana sia la trasfigurazione, l’occhio del naturalista ha scoperto nel bruco o nella ninfa il germe di quegli organi della maternità il cui esercizio sarà l’atto supremo della loro esistenza fugace. Così è per i figli di Dio. – Così è anche per i suoi eredi. Il loro attuale diritto all’eredità presuppone che abbiano già la natura che li rende degni. La visione che attendono, e l’ineffabile godimento che è inseparabile da essa, sono già posseduti da loro nella misura che corrisponde alla loro condizione attuale: la visione nella fede, il godimento nella speranza e nell’amore perfetto della carità. Ed è per questo che Pietro e San Giovanni ci parlano con tanta insistenza del seme di Dio che, dimorando in noi, non può allearsi col peccato (Giovanni, III, 9); un seme incorruttibile, causa e principio della nostra rinascita alla vita divina (1 Pet. I, 23). Questa è un’idea veramente grandiosa che non potremo mai meditare o approfondire abbastanza. Un giorno, quando le ore di prova saranno cessate e saremo finalmente nella casa del Padre, ci sarà un bellissimo spettacolo: Dio in piedi nell’assemblea degli dei « Deus stetit in synagoga deorum » (Sal. LXXXI, 5).  Ma grazie a questo seme di Dio, partecipazione creata della natura paterna, che germoglia nelle anime dei figli adottivi, questi dei esistono già, almeno a grandi linee. Se non hanno l’organo della visione immediata che aprirà le profondità di Dio, ne possiedono già l’esigenza e i primi rudimenti, così come il bambino possiede fin dall’inizio la facoltà di vedere e sentire, anche se non è ancora formato o sviluppato (notiamo, di passaggio, che è la stessa cosa partecipare alla natura e partecipare alla vita divina). Infatti, la vita di Dio è conoscersi ed amarsi. Perciò, partecipare alla divinità così come è concepita come principio della sua propria conoscenza è chiaramente partecipare alla vita stessa di Dio).