CONOSCERE SAN PAOLO (53)

CONOSCERE SAN PAOLO (53)

CAPO II

I Novissimi.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

II. LA MORTE E LA RESURREZIONE.

1. LA MORTE E L’ALDILÀ . — 2. LA RISURREZIONE DEI GIUSTI. — 3. LA SORTE DEI VIVENTI.

1. La morte ha tanti significati diversi quanti ne ha la vita di cui è l’antitesi. Oltre la morte naturale o distruzione fisica del composto umano, san Paolo ricorda una morte spirituale, la morte del peccato, che si oppone alla vita della grazia e diventa, al termine della prova, la morte eterna. Gli empi sono degni di morte, il peccato opera la morte, « la morte è lo stipendio del peccato (Rom. VI, 23; VI, 21) ». Morte fisica, morte spirituale, morte eterna, tutto questo risale, direttamente o indirettamente, ad una sorgente comune, alla trasgressione dell’Eden. Ma vi è una quarta morte, rimedio delle altre tre, la morte mistica nel Cristo, la quale è per l’anima e per il corpo il preludio e il pegno dell’immortalità gloriosa: « Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta col Cristo in Dio ». — « Uno morì per tutti, dunque tutti morirono (Col. III, 1; II Cor. V, 14; Rom. VI, 2) » misticamente con lui. La morte è terribile come castigo del peccato. All’orrore istintivo della dissoluzione, si aggiunge il timore del Giudice e l’incertezza del di là. Nel linguaggio figurato di Paolo, « il peccato è lo stimolo della morte (I Cor. XV, 56) ». La morte si serve del peccato come di una freccia avvelenata per dilatare il suo impero, o meglio forse come di uno stimolo aguzzo per condurre a suo talento e per terrorizzare gli uomini. Gesù Cristo, vincitore del peccato, toglie alla morte il suo pungiglione malefico e doloroso, e un giorno la renderà impotente e inoffensiva. Se essa conserva fino alla fine un resto del suo antico potere ed è l’ultima a cedere al trionfo della croce, ha però già perduto il potere di spaventare. Nonostante le ripugnanze naturali, si fa strada, il sentimento della rassegnazione cristiana predicata ai fedeli di Tessalonica e di Corinto, e il sentimento più eroico di amoroso desiderio che Paolo, senza allontanarsi dalla conformità al volere divino, lascia spesso trapelare. D’ora innanzi la vita è un dovere che si accetta, e la morte un guadagno al quale si aspira. Che cosa diventa l’anima separata dal corpo? Quali sono le sue relazioni con Dio, con i vivi, con gli altri defunti? Sopra questi problemi san Paolo ci dà poche indicazioni e meno ancora di insegnamenti. Un numero assai notevole di teologi eterodossi pretendono che l’Apostolo si rappresenti l’anima inoperosa, intorpidita, addormentata, in attesa dell’ora della risurrezione (5). Simile alle ombre vaganti presso l’Èrebo mitologico, essa non avrebbe più né sentimento, né memoria, né coscienza, né personalità; e non ci vorrebbe meno che lo squillo dell’ultima tromba per trarla dal suo letargo. Queste supposizioni sono fondate sul nome di « dormienti (I Cor. XV, 20) » dato talora ai morti; ma questo appoggio è assai debole. In tutte le letterature, morte e sonno sono fratelli; il sonno è immagine della morte, e morire è dormire. Questa metafora conviene meglio ancora alla morte cristiana, anello di congiunzione di due vite, breve intervallo tra due atti di una medesima esistenza. Se portasse con sé la perdita del pensiero, la morte non avrebbe nulla di desiderabile. Paolo c’insegna formalmente che essa non separa i giusti dal Cristo (Fil. I, 21-23). Uscire dal corpo, per l’anima vuol dire emigrare verso il Signore, vivere in sua compagnia (II Cor. V, 6-8). La corona attende il vincitore al termine della lotta che figura evidentemente la vita presente (II Tim II, 5). Quello che in noi dorme non è dunque l’anima, ma è il corpo adagiato nella polvere del sepolcro e per il quale sarà un risveglio la risurrezione. Se i giusti entrano in possesso della beatitudine senza attendere l’ultimo giorno, è naturale che i peccatori subiscano il loro castigo appena finita la prova; tuttavia l’Apostolo non ci dice nulla a questo riguardo. Egli non ci parla neppure del giudizio particolare che fissa la sorte di ciascun uomo subito dopo la morte; ma tale giudizio è nella natura delle cose e risulta dal fatto che né la felicità degli eletti né, per analogia, il supplizio dei reprobi, viene differito fino alla parusia. Forse la maniera con cui l’Epistola agli Ebrei avvicina il giudizio alla morte, senza frapporre, a quanto pare, nessun intervallo tra i due avvenimenti, ci porta alla stessa conclusione (Ebr. IX, 27). Non troviamo neppure un insegnamento definito intorno alla sorte dei giusti che terminano la loro vita con colpe leggere o non interamente espiate. Niente di impuro entra in Paradiso, e nessuno è ricevuto nel seno di Dio senza aver pagato i l suo debito fino all’ultimo obolo: la dottrina del purgatorio si fonda sopra questi dati biblici e sopra la tradizione; ma il testo di san Paolo, citato da parecchi, ci dà piuttosto un’indicazione, che non una prova apodittica (I Cor. III, 11-15). Questa penuria di particolari intorno alle cose del di là non ci deve sorprendere, perché tutta la sollecitudine dell’Apostolo converge verso il fatto della risurrezione e verso questa verità capitale, che cioè i giusti sono uniti intimamente al Cristo così nella morte come nella vita.

2. Sappiamo dall’Epistola agli Ebrei, che la risurrezione dei morti era, col giudizio Anale, uno dei punti cardinali della catechesi apostolica (Ebr. VI, 2). Paolo non mancava mai di mettere come base del suo insegnamento la risurrezione di Gesù alla quale egli collegava, sotto forma di corollario, la nostra risurrezione (I Cor. XV, 1-13). Né le beffe degli Ateniesi (Act. XVII, 32), né i sarcasmi del procuratore Festo (Act. XXVI, 24), né lo scetticismo del re Agrippa (Act. 27-28), né l’incredulità dei Sadducei (Act. XXIII, 6-8) poterono indurlo a dissimulare una verità tanto essenziale: egli si sarebbe vergognato di comprare la sua libertà con un silenzio disonorevole e si vantava di essere perseguitato per questo articolo di fede. Sappiamo quale fu la sua sorpresa e il suo sdegno quando venne a sapere che in una chiesa fondata da lui si sollevavano dubbi intorno ad un dogma tanto fondamentale (I Cor. XV, 12). Egli aveva predicato a Cesarea la risurrezione generale dei buoni e dei cattivi (Act. XXIV, 15). Così certamente deve essere presentata ordinariamente la dottrina della risurrezione, dato il testo ben noto di Daniele e dato anche l’insegnamento formale di Gesù, d’accordo in questo con l’opinione più accreditata degli Ebrei di quell’epoca (Dan. XII, 2). Tuttavia sembra che Paolo nelle sue lettere si occupi soltanto della risurrezione dei giusti. I suoi argomenti valgono soltanto per questa; il suo contesto per lo più impone una limitazione che, per analogia, conviene estendere a due o tre espressioni dubbie. È vero che nella prima ai Corinzi egli fa menzione, senza distinzioni, della risurrezione dei morti (I Cor. XV, 42), 0ma tutto il seguito del discorso dimostra che egli intende parlare della risurrezione gloriosa; e quando, nell’Epistola ai Filippesi, esprime il voto di « arrivare alla risurrezione dei morti (Fil. III, 11) », il suo pensiero non è punto equivoco: egli aspira alla risurrezione gloriosa. – Buoni esegeti sono di parere che l’insigne vittoria riportata dal Cristo sopra la morte suppone o esige la risurrezione universale; poiché, dicono, se non tutti i morti risuscitassero, la sconfitta della morte sarebbe soltanto parziale, e san Paolo non avrebbe il diritto di dire: Novissima autem inimica destruetur mors (I Cor. XV, 26). Questo argomento ci pare poco decisivo. Anche la vittoria del Cristo sul peccato sarà completa come la sua vittoria sopra la morte; ma ciò non porta come conseguenza la conversione di tutti i peccatori: la ragione è che i frutti della redenzione, universali per principio, sono di fatto condizionati dalla cooperazione dell’uomo. La vittoria del Cristo sopra la morte sarà assoluta in coloro che si uniranno a Lui per partecipare alla sua vittoria; per gli altri essa potrebbe essere soltanto parziale, come la vittoria sul peccato. Più debole ancora ci sembra l’argomento tratto da questo testo: « Ciascuno (risusciterà) nel suo ordine. La primizia è il Cristo; poi quelli che appartengono al Cristo, al momento della sua parusia; poi la fine (I Cor. XV, 23-24) ». Si vorrebbe che questa sia la fine della risurrezione e il terzo ordine dei risuscitati, di coloro che non appartengono al Cristo; ma questo è leggere troppe cose tra le righe. Sta il fatto che la risurrezione dei peccatori, la quale poco importa all’Apostolo perché non ha connessione con la sua dottrina, rimane ordinariamente fuori dal suo campo visivo. – In quanto alta risurrezione dei giusti, è provata con una decina di argomenti: l’argomento dall’assurdo, fondato sopra le perniciose conseguenze della tesi contraria (I Cor. XV, 12-19); l’argomento di tradizione che si appoggia alla dottrina e all’insegnamento costante degli Apostoli (I Cor. XV, 30-32); l’argomento ad hominem, tratto dalla persuasione intima, spontanea, irresistibile degli stessi fedeli (I Cor. XV, 29); argomento della causa meritoria, stabilito sopra questa verità, che Gesù Cristo è venuto per restaurare le rovine del peccato e per restituirci i beni perduti dal primo Adamo (I Cor. XV, 21); l’argomento della causa esemplare, legato alla teoria del corpo mistico e alla solidarietà del Cristo con i santi (29); l’argomento del sigillo impresso in noi dallo Spirito Santo che, col farci suoi, si obbliga a conservarci, corpo e anima, eternamente (Ephes. IV, 30); l’argomento dei pegni dati dallo stesso Spirito come una caparra dell’immortalità gloriosa (II Cor. V, 5); l’argomento del tempio, dimora sacra e imperitura dello stesso Spirito, (I Cor. VI, 19); l’argomento delle primizie, o detto anche della grazia semente di gloria (Rom. VIII, 23); L’argomento del desiderio soprannaturale che lo Spirito Santo accende in noi e che ci fa sospirare la glorificazione di questo corpo associato ai combattimenti dell’anima, strumento delle sue vittorie (Rom. VIII, 15, 17, 23-26). Alcuni di questi argomenti sono così vicini, che si toccano e si compenetrano: non sono tanto prove distinte, quanto piuttosto aspetti diversi di una medesima prova. Che cosa possano avere di oratorio, non tocca a noi il cercarlo; bisogna però guardarsi bene dal considerarli come conclusioni filosofiche. Sono induzioni teologiche in tutta la forza del termine, le quali si appoggiano sopra l’insegnamento dell’Apostolo. Fatta astrazione dalle asserzioni di Paolo che ne afferma le premesse come verità di fede, alcuni sembrerebbero fondati sopra una petizione di principio o girare in un circolo vizioso. – I primi cinque argomenti sopra citati sono stati studiati a proposito della prima epistola ai Corinzi. Gli altri cinque i cui elementi sono sparsi in diverse Epistole, si fondano tutti sopra l’attività soprannaturale dello Spirito Santo. Si può dire che essi si riducono a questa formula: « Se lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in noi, Colui che risuscitò Gesù Cristo da morte vivificherà anche i nostri corpi morti, per causa del suo Spirito che abita in noi (Rom. VIII, 11) ». Forse perché il corpo del giusto è il suo tempio? Può essere. Tuttavia, eccetto due testi in cui lo Spirito Santo figura come anima del corpo mistico più che come ospite di un tempio individuale (I Cor. VI, 19), il ragionamento dell’Apostolo prende un’altra forma. Lo Spirito Santo, egli dice, « vi ha segnati col suo segno per il giorno della redenzione (Ephes. IV, 30) ». Voi siete sua proprietà; un giorno vi reclamerà come suoi: in quel giorno il corpo dopo l’anima sarà vendicato degli oltraggi della morte. Il sigillo di cui parla san Paolo ci è impresso nel Battesimo. Questo rito sacramentale che ci incorpora al corpo mistico, ci conferisce anche i « pegni dello Spirito (II Cor. I, 22) », nuovi pegni dell’eternità beata. I pegni sono una caparra pagata come garanzia del pagamento totale. Essi non sono distinti dallo Spirito Santo: sono lo stesso Spirito Santo come dono delle anime, dono identico nella sua essenza ma suscettibile di progresso in intimità e in perfezione. I giusti vivificati dalla grazia hanno ricevuto fin da questo mondo, le primizie dell’immortalità gloriosa; essi sono « salvati in speranza ». e la salvezza promessa riguarda tanto il corpo quanto l’anima. Paolo non stabilisce mai una linea di divisione netta tra la grazia e la gloria che ne è lo sviluppo tardivo ma assicurato. Chiunque è innestato sul Cristo è per ciò stesso associato alla sua vita immortale e glorificata. – La prova tratta dal desiderio sembra a prima vista un sofisma, e tale sarebbe veramente, se si trattasse di un desiderio puramente naturale, poiché vi sarebbe allora sproporzione tra la tendenza e la mèta. Ma l’Apostolo suppone e afferma che tale desiderio è soprannaturale, prodotto e mantenuto in noi dallo stesso Spirito Santo. Facendo salire alle nostre labbra quel grido del cuore: Abba Pater! Lo Spirito fa testimonianza della nostra filiazione adottiva; attesta che noi siamo eredi di Dio e coeredi del Cristo. Ma la gloria del corpo risuscitato fa parte integrante di questa eredità. Allora non abbiamo più bisogno che la creazione, con le sue aspirazioni ansiose, ci predica il ritorno all’immortalità originaria: « noi stessi, avendo le primizie dello Spirito, gemiamo internamente nell’attesa della filiazione (consumata) e della redenzione (gloriosa) del nostro corpo (Rom. VIII, 24) ». Il desiderio della grazia non sarà illusorio; infatti perché mai lo Spirito Santo ci metterebbe in cuore un’aspirazione che Egli non può o non vuole soddisfare?

3. San Paolo in diverse riprese afferma che i giusti testimoni della parusia non morranno. Egli non dice mai: « Tutti i giusti risusciteranno », ma dice invece: « I morti che sono nel Cristo risusciteranno (I Tess. IV, 16) ». Talora presenta il suo pensiero in questo dilemma: « O noi risusciteremo, o non saremo trasformati (I Cor. XV, 52) ». Egli parte da questo principio, che « la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio (I Cor. XV, 50) ». La carne e il sangue per lui sono sempre la natura umana in ciò che ha di debole, di mutevole, di perituro, soprattutto in opposizione alla natura divina eterna, immutabile, incorruttibile. Qui dunque il suo pensiero non è, come credettero certi Padri, che nulla d’impuro entrerà nel regno dei cieli, e neppure che la carne non avrà parte alla risurrezione gloriosa, come vogliono parecchi interpreti moderni che accoppiano così uno sbaglio di esegesi con un errore dottrinale. Egli insegna che i corpi dei giusti, per entrare nella gloria, hanno bisogno di una trasformazione. Questa trasformazione che egli ha descritta minutamente per i defunti restituiti alla vita, è pure altrettanto necessaria — e anche più misteriosa — per i vivi risparmiati dalla morte. Ecco il messaggio che egli trasmette ai Tessalonicesi, da parte del Signore: “Noi, i viventi, noi riservati per (assistere a) la parusia del Signore, non precederemo quelli che dormono (il sonno della morte). Poiché il Signore stesso, al comando, alla voce dell’Arcangelo, al suono della tromba di Dio, scenderà dal cielo ed i morti (che sono) nel Cristo risusciteranno prima; poi noi, i viventi, i superstiti, insieme con essi saremo rapiti nelle nubi dell’aria all’incontro del Signore; e così saremo sempre col Signore” (I Tess. IV, 15-17). – Da questa rivelazione che non ha nulla di oscuro, purché si legga senza pregiudizi dommatici, si ricavano tre verità: I morti in istato di grazia (οἰ νεκροὶ ἑν Χριστῷ = oi necroi ev Cristo) risusciteranno prima del trasporto aereo dei giusti allora in vita. — I morti risuscitati ed i vivi saranno rapiti insieme in aria all’incontro del Cristo. — Tutti i giusti, morti risuscitati e viventi, saranno per sempre col Signore. L’Apostolo non dice nulla dei peccatori, né vivi né morti; egli si occupa soltanto dei giusti e specialmente di quelli che vivranno al momento della parusia. Questi ultimi non avranno nessun vantaggio sopra i loro fratelli mietuti dalla morte; ma essi pure dovranno essere oggetto di una trasformazione gloriosa per godere eternamente, senza mutamento né vicissitudine, della società del Cristo glorificato. Se fosse altrimenti, la loro sorte non sarebbe da compiangere? Paolo non aveva bisogno di insistere sopra una dottrina della quale i neofiti di Tessalonica non dubitavano punto. »  Egli vi ritornerà più tardi per rispondere ai dubbi dei Corinzi: « Ecco che io vi dico un segreto. Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono della tromba, poiché sonerà la tromba ed i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. Perché bisogna che questo (corpo) corruttibile rivesta l’incorruttibilità, e che questo (corpo) mortale rivesta l’immortalità (I Cor. XV, 51-53) ». San Paolo annunzia che vuole svelare un segreto, qualche cosa di nascosto e di misterioso. Il mistero consiste in questo, che anche i giusti risparmiati dalla morte devono essere trasformati come i giusti morti nel Cristo. — Questa trasformazione comune ai vivi ed ai morti avverrà istantaneamente e simultaneamente, al primo squillo della tromba che annunzierà la parusia. — La ragione « di questa trasformazione necessaria è che la « carne e il sangue non potrebbero ereditare il regno di Dio, né la corruzione l’incorruttibilità ». Corruzione e incorruttibilità sono due cose contraddittorie e perciò incompatibili. Dunque questo corpo corruttibile deve cessare di essere corruttibile, e questo corpo mortale deve cessare di essere mortale: in questo consiste la trasformazione. Rivestire l’immortalità senza subire gli orrori della morte è un privilegio invidiabile. I Corinzi, sapendo dall’insegnamento di Paolo nella prima Lettera, che tale privilegio toccherà effettivamente ai giusti che si troveranno in vita al momento della parusia, cominciarono a desiderarlo. L’Apostolo non li biasima, poiché tale desiderio è troppo naturale. “Noi non ci perdiamo di coraggio; ma anche quando il nostro uomo esteriore va in rovina, il nostro uomo interiore si va rinnovando di giorno in giorno Perché sappiamo che se la tenda in cui abitiamo su questa terra viene a perire, abbiamo in cielo un edificio (promesso e preparato) da Dio, una dimora eterna che non è fatta da mano d’uomo. Per questo noi gemiamo, desiderando di rivestire la nostra abitazione celeste sopra (il corpo mortale), se tuttavia siamo trovati vestiti e non nudi. Sì, noi che siamo in questa tenda, gemiamo accasciati, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti (d’immortalità) sopra (questo corpo perituro), affinché ciò che vi è di mortale in noi sia assorbito dalla vita. Ora Colui che ci ha disposti a questo, è Dio stesso che ci ha dato i pegni dello Spirito”. (II Cor. IV, 16) È quasi impossibile tradurre questo passo senza commentarlo o poco o assai, tanto è denso di pensieri. La difficoltà nasce anzitutto da una mancanza di armonia nelle metafore, poiché Paolo rappresenta il nostro corpo ora sotto l’immagine di un abito, ora sotto quella di un edificio e qualche volta mescola insieme le due figure; essa dipende anche da altre cause. Qui è il caso di ricorrere a quel principio di esegesi, in virtù del quale ciò che è oscuro si spiega con ciò che è chiaro. Ora i due punti seguenti sembrano fuori di dubbio: « La tenda della nostra abitazione terrestre » indica il corpo corruttibile che è quaggiù la dimora dell’anima. — Noi non vorremmo essere spogliati di questo corpo, per quanto sia abbietto; noi temiamo per l’anima nostra una nudità contraria alla sua natura e alle sue aspirazioni; noi per conseguenza desideriamo di rivestire la nostra veste celeste senza abbandonare la veste terrestre. Tale è il valore esatto della parola greca non facilmente traducibile. A che cosa corrisponde la veste celeste? Che cosa significa la dimora eterna che è nei cieli? Qui cominciano le controversie. Anzitutto respingiamo senza esitare un’ipotesi emessa da un piccolo numero di esegeti eterodossi e anche da uno o due commentatori cattolici: i giusti riceverebbero nel Battesimo il germe di un corpo glorioso, che si svilupperebbe quaggiù con l’uso dei Sacramenti e soprattutto dell’Eucaristia; questo corpo provvisorio seguirebbe l’anima dopo la morte e sarebbe cambiato più tardi, nel momento della risurrezione generale, col corpo definitivo. In san Paolo non vi è traccia di tale concezione strana. I giusti morendo emigrano dal corpo; risuscitando riprendono il loro corpo trasfigurato; in nessun luogo si accenna ad un corpo intermedio tra il corpo perituro ed il corpo glorificato. – Respinta questa ipotesi, ci troviamo davanti a due opinioni. Secondo gli uni, la dimora spirituale indica per metafora il corpo glorioso; secondo gli altri, indica la gloria celeste. La prima interpretazione è la più comune: se « la tenda terrestre » rappresenta il corpo mortale, non è naturale che « la dimora celeste » rappresenti il corpo glorioso? Senza dubbio noi non lo possediamo di fatto subito dopo la morte; come sembra indicare la proposizione condizionale dell’Apostolo; ma lo possediamo fin d’allora idealmente, si può dire che vi abbiamo diritto; noi lo possediamo non con la certezza relativa della speranza, ma con la certezza piena e assoluta di un credito che dobbiamo esigere. Ora la Scrittura esprime ordinariamente con un verbo al tempo presente la certezza di un bene futuro. La sola difficoltà seria è che in realtà noi non rivestiamo il corpo glorioso sopra il corpo mortale: queste non sono due cose essenzialmente distinte; gli elementi materiali sono comuni a entrambe, e soltanto è differente la maniera di essere. Questa difficoltà non esiste affatto nella seconda opinione: l’anima santa riveste realmente la gloria celeste appena che il corpo mortale è separato da essa; ed i giusti testimoni della parusia rivestiranno quella stessa gloria sopra il loro vero corpo del quale non saranno stati mai spogliati. Così dunque l’allegoria si armonizza, e il linguaggio di Paolo è di una rigorosa esattezza. Se moriamo prima della parusia, abbiamo subito la nostra veste di gloria; se invece viviamo fino all’ultimo giorno, la gloria ci avvolgerà come di un manto regale, secondo il desiderio che lo Spirito Santo accende nei nostri cuori, e così ciò che vi è di mortale in noi sarà assorbito dalla pienezza della vita. Rimane ancora una proposizione incidente il cui senso preciso è molto discusso. Secondo la Volgata, il senso sarebbe: Noi desideriamo di rivestire la gloria sopra il corpo attuale, si tamen vestiti non nudi inveniamur; « se tuttavia (al momento della parusia) noi siamo trovati rivestiti (del corpo), e non nudi », cioè spogliati dalla morte, del nostro involucro mortale terrestre. È una spiegazione così naturale, che non fa davvero meraviglia il vederla accettata da tanti Padri e da commentatori antichi e moderni. Ma molti dotti contemporanei, in nome della filologia, insorgono contro una interpretazione così semplice. Per salvaguardare la proprietà dei termini, essi propongono questa traduzione: Noi desideriamo di rivestire la gloria sopra il corpo mortale « atteso che, una volta rivestiti (della gloria celeste) noi non saremo più trovati nudi », poiché la morte non avrà più potere sopra di noi (46). L’inciso non esprime più la condizione da compiersi per realizzare il voto espresso nel versetto precedente, ma bensì l’oggetto stesso di quel voto o la circostanza che lo rendo desiderabile. Per quanto sia grande la divergenza su questo punto particolare, l’idea complessiva del passo resta quasi immutata. Ad ogni modo, l’Apostolo ha la certezza che un corpo glorioso e immortale lo attende in cielo; e tale prospettiva gli fa affrontare con gioia le tribolazioni di questa vita e lo consola del veder cadere in rovina il suo corpo perituro. Se egli prova il desiderio naturale di vivere fino alla parusia, non è già per timore della morte, poiché sa benissimo che nulla può separarlo dal Cristo, unico oggetto del suo amore, ma è per la ripugnanza istintiva che noi tutti proviamo al pensiero di dover subire, anche solo per qualche tempo, la dissoluzione del composto umano. Come i fedeli di Tessalonica e di Corinto, dei quali approva e divide il desiderio, vorrebbe essere portato vivo incontro al Cristo trionfante ed entrare nell’immortalità gloriosa senza passare per la morte. Egli non dà come certa la sopravvivenza fino alla parusia, e neppure come probabile, ma la dà soltanto come possibile, altrimenti il suo desiderio sarebbe privo del suo oggetto. Anzi egli afferma che tale desiderio ha lo Spirito Santo come autore, e questo, una volta di più, ne indica la possibilità. La condizione posta per la realizzazione di tale desiderio è espressamente enunziata se si intende l’inciso come lo intendono la Volgata e l’esegesi comune; è almeno supposta, se s’interpreta come vorrebbe la maggior parte dei filologi moderni. Tuttavia il voto in questione non è talmente imperioso da togliere la pace e la rassegnazione. Noi sappiamo che il nostro pellegrinaggio su questa terra è un esilio lontano dal Signore, e sappiamo anche che per rassegnarci a quel passaggio, nonostante i desideri istintivi della natura e della grazia, ci vuole sempre del coraggio e dell’intrepidezza, sentimenti che la fede c’inspira. In qualunque condizione, noi cerchiamo di piacere al Signore, o vicino a Lui o lontano da Lui; questo è l’essenziale: il resto non dipende da noi.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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