LO SCUDO DELLA FEDE (276)

LO SCUDO DELLA FEDE (276)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (18)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864.

CAPO XIX.

MARTIRI — PROPAGAZIONE DELLA FEDE

1. I Martiri sono in minor numero di quel che si dice. II. Sono opera del fanatismo. III. Ogni causa ha i suoi martiri. IV. L’interesse e le mene dei preti han sostenuto il Cristianesimo.

Una delle glorie più inclite della fede cristiana è la corona dei Martiri, che di ogni età e condizione hanno dato il sangue per Gesù Cristo. Fino ab antico però i persecutori del Cristianesimo che ne vedevano tutta la bellezza e la forza, le portarono invidia, e si brigarono di sottrarre le memorie di essi a’ Cristiani disperdendone i corpi e le ceneri, ed apponendo ai Martiri finti delitti, acciocché non fossero creduti morti per la causa della santa fede. – L’incredulità di questi ultimi tempi ha ritentato con altri argomenti la prova stessa, e si sforza di rapir alla Chiesa di Cristo un’aureola sì gloriosa.

I. Dicono quindi che il numero dei Martiri non è poi sì grande come il narrano le leggende devote; che però non è a farne così gran caso. Questo strale contro del Cristianesimo l’avventò pel primo il protestante Dodwello: ma in mal punto per la sua causa, poiché quel detto aguzzò l’ingegno agli eruditi, per investigar qual ne fosse il numero, e tra gli altri al dotto Ruinart, il quale con documenti di ogni fatta alle mani pose in chiaro siffattamente la sterminata moltitudine che essi sono, che mai nessuno osò più rivocarla in dubbio. Io non starò qui a raccogliere tutte le cifre, ché sarebbe lavoro eccedente affatto lo scopo di questo libretto. Dirò solo che dieci furiosissime persecuzioni si scatenarono ne’ tre pri mi secoli contro la Chiesa, e si sparsero per tutta la vastità dell’Impero romano, che abbracciava le Spagne, le Gallie, l’Africa, 1’Italia, gran parte dell’Asia e quasi tutto il mondo allor conosciuto: che in tutti questi paesi i Cristiani furono messi alla discrezione dei Cesari, de’ proconsoli, de’ pretori, de’ sacerdoti degl’idoli, i quali, per ingraziarsi col popolo che li chiedeva a morte, li dannarono alle scuri, ai capestri, ai roghi, agli anfiteatri, alle saette, alle pietre ed a tutte le carneficine che il furore combinato con la malizia seppero inventare. I soli nomi de’ loro persecutori bastano a farne prova, giacché Nerone, Domiziano, Caligola, Massimiano, Massimino, Caracalla, Eliogabalo, Diocleziano, Licinio, Decio, sono i nomi della crudeltà. – Gli storici ecclesiastici, d’accordo cogli autori profani, ne raccontano a lungo le orride spietatezze e le vittime senza numero; ma senza allegar queste testimonianze, noi abbiamo la confessione degl’increduli stessi, i quali non ricordando che altrove hanno cercato di diminuirne il numero, affermano che nei primi secoli la maggior parte dei Cristiani correva al martirio per una specie di mania epidemica, suscitata dalla predicazione dei Padri della Chiesa. Se dunque la mania aveva soprappreso il maggior numero dei Cristiani, chi potrà enumerare le vittime che essa ha fatto?

II. Il perché passiamo a vedere piuttosto la causa che essi allegano per spiegare come fossero tanti di numero. La mania, di cui favellano, non è altro che il fanatismo, e questo basta, osservano essi, a render ragione di tante vittime, polche chi non sa come si ecciti ed infiammi tra il fuoco delle persecuzioni? Infatti, ogni religione, per quanto assurda, vanta i suoi martiri. Aggiungete l’interesse che i preti trovano nel mantenere le superstizioni, le minacce che essi fanno di eterne pene a chi non accetta i loro dormi, e voi avrete compreso come tanti abbiano profusa la vita per sostenere il Cristianesimo, e come esso si mantenga in piedi fino a’ dì nostri. Ora per rispondere a costoro, chiederemo in primo luogo che cosa sia il fanatismo, il quale ha una virtù così potente sopra la terra? Il definiscano pur come vogliono, dovranno concedere che sia un esaltamento dell’animo accecato da qualche passione, per cui apprende per bene reale un oggetto che non è tale e che lo vuole procacciare a qualunque costo. Or, di grazia, chi furono i primi ad accecarsi e passionarsi così furiosamente per Gesù Cristo? Non furono certamente solo plebe indotta e moltitudine ignorante; v’ebbe anche filosofi chiari e dottori insigni che, dai primi momenti che la nuova religione apparve nel mondo, l’abbracciarono con tutto il cuore. Che anzi in tutti i tempi gli uomini più assennati e più dotti, siccome appare fino al presente dai loro volumi, ne furono i più teneri ed i più appassionati. Singolare cecità d’intelletto, la quale più si apprende a chi più vede! Inoltre, come avvenne un sì subito fanatismo? Gli uomini si andarono a riposare quest’oggi sobri, tranquilli, sani di mente, e la dimane si svegliarono pazzi e farnetici per questa nuova dottrina. E ciò nella Giudea non meno che in Roma, nell’Asia non meno che nell’Africa, in Oriente ed in Occidente, presso i popoli barbari e presso i colti; e quel che è più mirabile, quegli stessi che oggi avevano posto in croce Gesù qual malfattore, pochi giorni dopo a molte migliaia insieme son presi da tanto fanatismo per Lui, che si lasciano scannar mille volte piuttosto che rinnegarlo. Oh che è questo mai? Una febbre che ad un dato punto invade tutto l’uman genere! Avremo almeno qualche gran causa posta in atto per destare tal fanatismo. Sarà comparso qualche filosofo maraviglioso sopra la terra, qualche uomo portentoso, il quale coi fulmini della sua eloquenza, col fascino della sua dottrina, coll’autorità della sua persona e col fulgore di sua maestà avrà rapite, infiammate, travolte, trascinate le moltitudini alla sua sequela, non è vero? Eh appunto. A destare tanto fanatismo furono alcuni pochi uomini, non illustri per sangue, non ragguardevoli per scienza, di professione pescatori, di patria Giudei, senza credito, senza aderenze, senza ricchezze, senza autorità. Ora mentre i filosofi più riveriti, i savi più accreditati, gl’Imperatori più potenti non sono riusciti a destare fanatismo altro che in pochi seguaci ed aderenti, quelli l’hanno eccitato in tutte le parti della terra, fino al punto di far versare il sangue a torrenti, per mantenere quello che essi avevano annunziato. Singolare effetto di un vastissimo incendio di fanatismo, senza che si veda chi lo accenda! Ma forse il segreto di questo fanatismo sarà tutto nelle dottrine di questa nuova religione. Gli uomini corrono facilmente dove le passioni li attirano, e la sperienza mostra che non è difficile sollevar tutti gli animi offrendo oro, libertà, piaceri. Così lo mostrarono un Maometto, un Lutero; e lo mostrarono tuttodì tanti Catilini novelli, i quali fanno correre le turbe sciocche al grido di libertà, benché sempre menzognera. Avran fatto altrettanto anche i banditori dalla dottrina di Gesù Cristo? Ma voi, o lettore, sapete che non solo non offrirono nulla di tutto ciò, ma al contrario mossero la più cruda guerra che mai fosse stata mossa alle passioni del mondo. All’intelletto imponevano che si sottomettesse a credere misteri ardui, difficili, imperscrutabili; al cuore non solo non offrivano appagamenti, ma imponevano dolorosi sacrifizi; non si parlava se non di mortificazione, di abnegazione, di croce non interrotta fino alla morte. La pratica del Cristianesimo è tutt’altro che adatta a destar fanatismo. E per verità qual fanatismo può destarsi a pregare in segreto lungamente? Quale a staccarsi interiormente dai beni di questa terra? Qual fanatismo a digiunare, quale a vincersi, a mortificarsi? Quale ad imprendere seco stesso una lunga lotta per raffrenare i pensieri, per moderare gli affetti per rinnegare l’amor proprio, per vincere gli appetiti segreti dell’avversione, della collera, della lascivia, della superbia, che sempre ci pullulano in cuore? E con tutto ciò fino a qual punto non giunse egli un tal fanatismo? Fino alla perdita delle sostanze, della patria, della vita. Fino all’incontrare tormenti e stragi mille volte peggiori della morte. Or che è egli mai ciò? Non è al tutto straordinario un fanatismo che poté produrre effetti così portentosi? Dov’è dunque, lo ripeto, la causa che ha potuto destarlo? Lettore, conchiudete voi qual sia il grado di fanatismo che ci vuole per ascrivere la propagazione del Cristianesimo al fanatismo.

III. Ogni causa, continuano essi, ha i suoi martiri, e gli idolatri non meno che gli eretici li vantano, e perfino gli stupidi Indiani muoiono per le loro fallaci divinità. Qual prova è dunque questa che serve all’errore non meno che al vero? Chi così replicasse, oltre a molte altre cose, mostrerebbe anche di non aver mai compreso come sia addotta e come provi in favore del Cristianesimo la ragione tratta dai Martiri. Noi adunque non diciamo che sia vero il Cristianesimo, perché altri ha versato il sangue per Gesù Cristo, ma perché altri l’ha versato in un tal complesso di circostanze, che non era moralmente possibile a forza umana il versarlo. Concediamo che possa giungere un impeto di passione a portare un uomo mad infuriare contro sé stesso; può il fanatismo fare che altri si precipiti da una rupe, o che si dia ad infrangere alle ruote di un carro; può un amore stolido di gloria fare che altri s’investa nelle picche o nelle spade di un esercito; può persino un’impazienza portata alla disperazione fare che altri, violento contro sé stesso, si dia la morte: ciò non lo neghiamo, e non è di qua che si trae l’argomento in favore del Cristianesimo. Sono tutte le circostanze che accompagnano il martirio cristiano, che ne formano la prova così gagliarda. Imperocché non può la sola natura far che migliaia e migliaia d’uomini tutti in un punto cospirino a voler dar la vita nel tempo per riceverla nell’eternità, a perdere il presente che godono sull’espettazione di quello che solo sperano, ad incorrere mali certi e presenti, per timore di mali solo creduti e lontani. Non può la sola natura far tutto ciò, quando non vi ha passione alcuna in moto che presti le forze e risvegli, dirò così, il furore. Non può la sola natura somministrar tanto coraggio a uomini non robusti per natura, non audaci per allevamento, come vecchi cadenti, donne imbelli, fanciulle timide e giovani di prima età. Non può la sola natura fare che non solo siano non temuti i più acerbi mali della vita, ma desiderati, ma ambiti, ma cercati, ma abbracciati con tutto l’ardore. Se un impeto momentaneo di furore può precipitare alcuno a darsi una morte celere, una morte furiosa, una morte non possibile a ritrattarsi; non può la sola natura tenere volonterose in mezzo ai tormenti inauditi coteste vittime per giorni interi, settimane ed anni, e tenervele sempre contente, sempre giubilanti di una gioia sì pura e sovrumana che rapisce i carnefici, che confonde i tiranni, che persuade le intere moltitudini a seguitare quel Gesù per cui esse patiscono: mentre potrebbero ad ogni istante con una parola cessarsi le pene, anzi volgersele in delizie, in onori, in cariche che loro sono profferte. Tutto ciò nol può la natura, bisogna che v’intervenga al tutto una virtù soprannaturale che conforti l’umana debolezza. Hanno i miscredenti cercato di accozzare tutti insieme gli esempi che hanno trovato nelle storie, per dimostrare che ogni causa ha i suoi Martiri: ma non era mestieri di tal opera. Mettano in mostra una sola vittima che regga al confronto della nostra Agnese e della nostra Cecilia, e diam loro vinta la causa. E tuttavia accresce la forza di questa ragione la moltitudine dei prodigi, onde il cielo onora questi suoi eletti campioni nell’atto del martirio. Conciossiaché spesse volte le fiere invece di sbranarli si prostrano loro dinanzi con riverenza, i roghi accesi si spengono, i metalli liquefatti non bruciano, le spade perdono il taglio, le punte non feriscono; essi camminano sui carboni accesi come sopra le rose, i templi delle false divinità si diroccano alla loro presenza, gl’idoli cadono da sé infranti, e spesso sono ancora colpiti di cecità, di paralisi, di morte, i tiranni che infuriano contro di loro: e ciò alla presenza d’intere moltitudini che o l’attribuiscono alla magia, oppure si convertono al Cristianesimo. Come, dunque, non è visibile la mano di una causa superiore che li favorisce ed aiuta? Alleghino, se possono, alcun che di somigliante quelli che affermano che ogni causa ha i suoi Martiri, e poi impugnino pure la prova da noi addotta, che siamo disposti a far loro ragione: ma se noi possono fare, si contentino che noi crediamo a testimoni che si fanno scannare in favore delle verità che professano.

IV. Resta ora ad esaminare la difficoltà che tolgono dall’interesse che i preti hanno avuto nel mantenere la cristiana superstizione e dell’averla sostenuta colle minacce che hanno fatte ai popolidelle pene eterne; ma questa non è men vana dell’antecedente.Imperocché prima di tutto, come avvenne che alcuni, anzi chetanti volessero essere sacerdoti ai primi tempi del Cristianesimo?Finalmente gli uomini non sono poi tanto stupidi in quello che riguardai loro vantaggi. Ora egli è certo che il sacerdozio alloranon fruttava altro che maggiori fatiche, rischi più gravi e quasisempre la perdita della vita. Scorrete gli annali di quei tempi, etroverete che cominciando dal primo Sacerdote, il romano Pontefice,venendo giù fino all’ultimo chierico, i Sacerdoti ebbero semprela prerogativa di sopportare le più spietate carneficine. Per tresecoli niun Papa la scampò, niun Vescovo illustre ne fu esente, ed i Sacerdoti furono sempre la preda più desiderata e più cerca dai persecutori di nostra fede. Dovevano avere a quei tempi gli uomini un gusto un po’ strano, quando avevano tanta smania di farsi impendere e squartare. Inoltre, il sacerdozio è dignità spirituale non temporale; e sebbene nell’età posteriore non andasse sempre disgiunta da vantaggi anche terreni, pure erano questi allora sì tenui, ed i pesi sì gravi, che è inesplicabile l’essersi trovati tanti che così volonterosi vi si sobbarcassero. Certamente il genere di vita loro prescritto, il distacco dai beni della terra, il finanziamento alle gioie della famiglia, la obbligazione della continenza e la persecuzione continua dei figliuoli del secolo, non dovevano essere motivi che, discorrendo all’umana, ve li confortassero molto.. – Ma su via, poniamo pure che eleggessero quello stato per interesse, come avvenne poi che trovassero tanto credito presso le moltitudini da dover essere così ascoltati e così temuti? Gli uomini allora erano di una tempera diversa dalla nostra? Se venisse da noi un bramino dall’India, un agà turco, od un sacerdote qualunque degl’idoli, sarebbe creduto così fattamente che sulla sua parola gli uomini ne dovessero impallidire? Io credo che per quanto gridassero, minacciassero, strepitassero, commovessero cielo e terra, mai non riporterebbero altro che le nostre beffe e le nostre risate. E che gli antichi Romani non fossero d’altro pensiero dal nostro, voi lo potete raccogliere anche da ciò che sapevano burlarsi benissimo dei Giudei che vivevan fra loro. Or perché ciò? Perché fino a tanto che non sono allegate prove che convincano I’intelletto della verità di una religione, fintantoché non è creduta vera, essa non ha forza ad intimorire co’ suoi dorami e colle sue minacce. Ebbene, questo è che accade nel nostro caso. Quando è che un sacerdote comincia ad essere riverito ed ascoltato dagli uomini? Quando gli uomini hanno creduto alla religione che predica. Fra i Cristiani questo poi è evidentissimo. lmperocché e donde se non dalla fede traiamo che i sacerdoti sono da ascoltare? La fede sola è quella che ci ammaestra di tutto quello che li riguarda, che essi cioè sono scelti da Dio per sì alto ministero, che sono a ciò deputati con special consacrazione, che hanno una tutta propria autorità sopra il comun dei fedeli, che chi ascolta loro ascolta lo stesso Cristo. Se la fede precedendo non ci assicurasse di tutte queste verità, non vi sarebbe ragione per cui né riverirli, né temerli. Dunque, non sono i sacerdoti che rendono augusta e credibile la fede e che la sostengono, come dicono i miscredenti: è tutto il contrario; la fede è quella che dà peso ed autorità ai Sacerdoti presso il popolo cristiano. Volete vederlo ancor più chiaramente? Consultate il buon senso del popolo. Che cosa dice egli quando vede qualche Sacerdote a prevaricare? Non dice no, che non sia perciò buona la santa fede, ma afferma invece che sebben sia riprovevole quel Sacerdote per la sua condotta, pure deve rispettarsi per ragione della sua dignità. Vedete dunque quanto sia vero che non è il Sacerdote che dà credito alla fede, ma la fede invece che dà credito al Sacerdote? – E similmente vuol dirsi del timore e delle minacce, all’ombra di cui si dice stabilito il Cristianesimo. Questa sciocca ragione che fu messa in campo dall’empio Lucrezio contro ogni sorta di religione: Primus in orbe Deos fecit timor; questa ragione, io dico, si scioglie colla stessa osservazione fatta di sopra. Come non vedono costoro che, senza credere prima agli Dei, non è possibile di temerli? Chi avrebbe mai pensato a temere i ladri, la peste, il malanno, se prima non avesse saputo che esistessero il malanno, la peste ed i ladri? Oh una volta gli effetti venivano dopo le cagioni, ora sono le cagioni che vengono dietro agli effetti! E pur mirabile la Religione cristiana quando per impugnarla bisogna rinunziare, non dico alla filosofia, ma pure al senso comune. Né niun dica che un timor panico può soprapprendere le moltitudini, anche senza che vi sia un solido fondamento a temere: siccome accade agl’idolatri, i quali temono divinità che hanno occhi e non vedono, mani e non toccano; perocché questa replica non ha valore. Conciossiaché un timor panico non può incatenare tanti milioni d’uomini e tante generazioni; un timor panico non può aver luogo presso tanti savi e tanti dottori, quanti ne ha contati e ne conta il Cristianesimo; e poi gli uomini che non si rattengono dal fare il male per timore di castighi che credono certi, come si tratterrebbero per un timor panico? – Né vale l’esempio tratto dagl’idolatri, i quali temono inutilmente divinità che sono vane: perocché tanto è lungi che il così temere sia un errore, che è anzi l’unico vero che loro è rimasto. Per lume di natura non pienamente annebbiata dai vizi, e per tradizione loro provenuta dai primi padri, essi comprendono che Dio esiste e che è vindice delle iniquità; che non esercitandosi sulla terra la giustizia, questa debba senza manco veruno aver luogo pienissimo nell’altra vita. Quindi in ciò non s’ingannano. L’errore è solo nell’oggetto da cui aspettano i castighi, o nella qualità della punizione che aspettano, o nel modo che prendono per onorare e placare la divinità; ma questo appunto perché è errore, è tutt’altro che comune; mentre noi vediamo che ogni gente idolatrica si forma un’idea della divinità a proprio modo. Il timore adunque che è comune a tutti gli uomini, dimostra il sentimento che tutti hanno della divina giustizia: il timore poi di questo o quel castigo, che è speciale ad ogni gente idolatria, colla stessa sua varietà condanna il paganesimo. Appar quindi falsissimo che un errore possa impadronirsi delle intere moltitudini e per secoli interi, e quindi che dall’errore si possa ripetere il coraggio dei Martiri, che non può avere altra causa che l’aiuto del cielo.