CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (8)

CONGETTURE SU LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (8)

Tratte dall’Apocalisse, dal Vangelo, dalle Epistole degli Apostoli, e dalle Profezie dell’Antico Testamento

Messe in relazioni con le rivelazioni della Suora della Natività

di Amedeo NICOLAS

PARTE SECONDA

CAPITOLO IV.

LA SESTA ETÀ DELLA CHIESA

.I. Il male si è elevato nella quinta età e nel tempo di transizione da questa età alla sesta, si è spinto fino all’abolizione del Sacrificio perpetuo, all’abominazione della desolazione nel luogo santo. Invece di adorare un solo mortale, come avverrà nella settima epoca, ogni uomo adorava se stesso e si faceva il suo Dio. Gli empi hanno dominato ovunque; solo loro hanno avuto abbondanza, influenza, potere e tutto ciò che la terra può dare loro. I figli della Chiesa, in gran numero, hanno rinnegato e apostatato da Dio ed il suo Cristo; li hanno disprezzati, oltraggiati, dileggiati e bestemmiati; i veri fedeli, ridotti a pochi individui isolati, hanno vissuto nell’umiliazione, nella povertà, la sofferenza e l’oppressione. I Pastori hanno lasciato che molti del loro gregge si perdessero a causa della loro negligenza e del loro lassismo. Molti di quelli che sembravano buoni erano viziati e incancreniti come gli altri; pensavano di essere vivi e invece erano morti (Nomen habes quod vivas, et mortuus es, Apoc. cap. III v. 1), perché seguivano le vie dell’inferno mentre pensavano di seguire quelle del cielo. Ancora un po’ di tempo, non ci sarebbe stata più fede sulla terra, e il Figlio dell’Uomo venendo non ne avrebbe trovata affatto (Filius hominis veniens, putas, inveniet fidem in terra? San Luca. Vangelo cap. XVIII, v. 8). Si potrebbe pensare che siamo arrivati agli ultimi giorni, e che non ci resti altro da fare che avvolgerci in un sudario, coprirci gli occhi e aspettare, in questo stato, il grande e supremo cataclisma: la morte di ogni creatura. Ma no, la fine non è ancora arrivata; gli empi devono prima essere confusi e ricevere le punizioni dovute ai loro crimini, e devono essere inferti colpi così forti da provocare la loro conversione quasi forzata e lo sterminio di coloro che non si arrendono; Dio deve vendicare la sua gloria oltraggiata, la sua croce disprezzata, e riprendere possesso di un mondo che gli appartiene, che ha creato e che gli uomini avevano dato a satana (In gloriam meam creavi eum, formavi eum et feci eum, Isaia, cap. XLIII, v. 7). Il Signore deve far esplodere la sua giustizia ed esercitare il suo giudizio su quei viventi che hanno così a lungo e così fortemente insultato la sua divinità, la sua bontà, il suo amore, la sua potenza (Dominus a dextris tuis confregit in die iræ suæ reges. Judicabit in nationibus, implebit ruinas, conquassabit capita in terra multorum (Sal. CIX, v. 5, 6). Bisogna che Egli rialzi i suoi fedeli oppressi, toglierli da sotto la verga dei peccatori, affinché non stendano le mani nell’iniquità, e infine dare loro l’impero (Hic patientia sanctorum est qui custodiunt mandata Dei et fidem Jesu, Apoc. cap. XIV, v. 12. Qui autem perseveraverit in finem, hic salvus erit, S. Matt. cap. XXIV, v. 13. Quia non relinquet Dominus virgum peccatorum super sortem justorum, ut non extendant justi ad iniquitatem manus suas, Ps. CXXIV, v. 3). È necessario che il numero degli eletti debba essere riempito, il numero dei martiri debba essere completo, il che richiede una preparazione precedente (Et dictum est illis ut requiescerent, donec compleantur conservi eorum et fratres eorum qui interficiendi sunt sicut et illi , Apoc. cap. VI, v. 11). Il Vangelo deve essere predicato in tutto il mondo, non in modo nascosto ed individuale, come è stato finora tra i popoli infedeli, ma in modo aperto e pubblico, come è nei Paesi meglio disposti al Cattolicesimo; deve inoltre essere rispettato e praticato da ogni tribù, ogni lingua, ogni Nazione, ogni popolo (Et prædicabitur Evangelium in universo mundo in testimonium gentibus, St. Matth. cap. XXIV, v. 14), perché è solo dopo questo felice evento che verrà la consumazione (Et tunc veniet consummatio, ibid. v. 14). Infine, Babilonia, la grande prostituta, la madre delle fornicazioni e delle abominazioni della terra, deve cadere, ubriaca del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Et vidi mulierem ebriam de sanguine sanctorum et de sanguine martyrum Jesu, Apoc. XVII, v. 6), Babilonia, la grande confusione, che regna sui popoli e sui re (Aquæ quas vidisti ubi mulier sedet populi sunt, et gentes, et linguæ, Ap. cap. XVII, v. 15. Et mulier quam vidisti est civitas magna quæ habet regnum super reges terræ, v. 18 ). Dio deve tutte queste cose a se stesso, perché ha fatto dire a San Giovanni: « Tu devi profetizzare di nuovo alle nazioni, ai popoli, alle lingue e a molti re ». (Oportet te etenim prophetare gentibus, et populis, et linguis, et regibus multis, cap. X, v. 11). Lo deve ai suoi Santi, ai quali lo promise nel quinto sigillo, quando gli chiesero: « Fino a quando, Signore, che sei santo e verace, rinvierai il giudizio su quegli esseri viventi che ci opprimono, quando vendicherai il nostro sangue ingiustamente sparso? » (Usquequò, Domine – sanctus et verus – non judicas, et non vindicas sanguinem nostrum de iis qui habitant in terra? cap. VI, v. 10), e ai quali ha raccomandato la pazienza fino a quando il numero dei confessori e dei martiri non fosse completato (Et dictum est illis ut requiescerent adhuc tempus modicum, donec compleantur conservi eorum et frutres eorum qui interficiendi sunt sicut et ipsi, ibid. v. 11); Egli lo deve all’immutabilità e alla necessità della sua parola, poiché ha detto che i Santi avrebbero infine ricevuto il potere e ottenuto il regno con la loro pazienza (Suscipient autem regnum sancti Dei altissimi, et obtinebunt regnum, Dan. cap. X, v. 18). – E tutti questi annunzi e promesse sono ripetuti nell’Apocalisse, quando San Giovanni dice: « Vidi un altro Angelo che volava in mezzo al cielo, avendo il Vangelo eterno da annunciare alla terra, ad ogni nazione, ad ogni tribù, ad ogni lingua, ad ogni popolo, e dicendo a gran voce: temete il Signore e rendetegli l’onore che gli è dovuto, perché l’ora del suo giudizio si avvicina; adorate, voi semplici creature, Colui che ha fatto il cielo e la terra e il mare e le sorgenti d’acqua. E un altro Angelo venne dopo di lui, dicendo: È caduta, è caduta, la grande Babilonia, che ha fatto bere a tutte le nazioni il vino e l’ira della sua fornicazione. (Et vidi alterum Angelum volantem per medium cæli, habentem Evangelium æternum, ut evangelizaret sedentibus super terram, et super omnem gentem, et tribum, et linguam, et populum, Apoc. cap. XIV, v. 6. Dicens voce magna: Timete Dominum, et date illi honorem, quia venit hora judicii ejus; et adorate Eum qui fecit cælum et terram, mare et fontes aquarum, v. 7. Et alius Angelus secutus est dicens: Cecidit, cecidit Babylon magna, quæ à vino iræ fornicationis suæ potavit omnes gentes, v. 8).

II. L’ora del trionfo dei buoni e della confusione degli empi è arrivata. L’Agnello, che per tanto tempo ha sopportato pazientemente i crimini degli uomini, sta finalmente per colpirli per riconquistare un mondo che è suo; comincia denunciando loro la sua giusta ira, e dice loro, per bocca di Davide, il suo Profeta, e con più ragione che mai: « Perché le nazioni fremono, e perché i popoli hanno formato vane trame? I re e i governanti della terra si sono uniti e si sono posti come nemici davanti al Signore e davanti al suo Cristo. – Spezziamo le loro catene, hanno detto, e gettiamo via da noi il loro giogo. Insensati! Colui che abita nei cieli si riderà di loro e il Signore si prenderà gioco di loro. Egli parlerà loro nella sua ira, e nella sua ira li metterà a soqquadro. Quanto a me, che questi ciechi non vogliono più, sono stato stabilito dal Signore, mio Padre, re su Sion, il suo santo monte, da dove predico la sua legge e i suoi precetti. Mi disse: Tu sei mio figlio, Io oggi ti ho generato. Chiedi a me e io ti darò le nazioni come tua eredità e tutta la terra come tuo dominio. Li dominerai con una verga di ferro e li frantumerai come un vaso di vasaio. E ora, o re, abbiate comprensione; comprendete la mia lezione, istruitevi, voi che giudicate la terra. (Quare fremuerunt gentes, et populi meditati sunt inania? Astiterunt reges terræ, et principes convenerunt in unum adversùs Dominum et adversùs Christum ejus. Dirumpamus vincula eorum, et projiciamus à nobis jugum ipsorum. Qui habitat in cælis irridebit eos, et Dominus subsannabit eos. Tunc loquetur ad eos in ira sua, et in furore suo conturbabit eos. Ego autem constitutus sum Rex ab eo super Sion montem sanctum ejus, prædicans præceptum ejus. Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te. Postula e me, et dabo tibi gentes hæreditatem tuam, et possessionem tuam terminos terra. Reges eos in virgâ ferrea, et tanquàm vas figuli con frange eos. Et nunc, reges, intelligite, erudimini qui judicatis terram. Ps. 2).

III. Onde applicare queste parole, il sesto sigillo viene aperto, e improvvisamente c’è un grande terremoto; il sole diventa nero come un sacco di crine, e la luna tutta rossa come sangue (Et vidi, cùm aperuisset sigillum sextum, et ecce terræ motus magnus factus est, et sol factus est niger tanquàm saccus cilicinus, et luna tota facta est sicut sanguis, Apoc. cap. VI, v. 12). Un gran numero di stelle, cioè di sacerdoti che si credevano buoni, cadono sulla terra e, come il fico lascia cadere i suoi giovani germogli quando è agitato da un gran vento, affondano giù nel crimine (Et stellæ de coelo ceciderunt super terram, sicut ficus emittit grossos suos, cùm à magno vento movetur, ibid. v. 13). Gli uomini perduti non hanno più guide, non hanno più luce, non hanno più sentieri da seguire per condursi (Et cælum recessit sicut liber involutus – E il cielo si ritirò come un libro che è stato arrotolato -, ibid. v. 14). I potenti sono rovesciati, i grandi sono cacciati dai luoghi elevati che occupavano (Et omnis mons, et insulæ de locis suis molæ sunt – E ogni montagna e ogni isola sono rimosse dai loro luoghi-. Questo grande terremoto e le sue conseguenze possono essere un tutt’uno con gli eventi segnati alla fine del capitolo III immediatamente precedente, o possono venire immediatamente dopo di essi come risposta del cielo alle provocazioni della terra -, ibid. v. 14). I re della terra, i principi, i capitani, i ricchi, i forti, gli schiavi e i liberi si nascondono nelle caverne e nelle tane delle rocce e gridano ai monti e alle colline: cadeteci addosso e nascondeteci dalla faccia di Colui che siede sul trono e dall’ira dell’Agnello, perché il gran giorno dell’ira è venuto; e chi potrà resistere? (Et reges, et principes, et tribuni, et divites, et fortes, et omnis servus et liber absconderunt se in speluncis et in petris montium, ibid. v. 15. Et dicunt montibus et petris: Cadite super nos, et abscondite nos à facie sedentis super thronum, et ab irá Agni, v. 16. Quia venit dies magnus iræ ipsorum, et quis poterit stare (Holzhauser – t. 1, p. 293, Wüilleret – vede negli eventi che segnalano l’apertura del sesto sigillo la persecuzione di Diocleziano e Massimiano. Coloro che tremano davanti all’ira dell’Agnello e che hanno quindi paura di Lui sarebbero i fedeli, coloro che si preparano al martirio. – Questa opinione non ci sembra sostenibile. Sono ovviamente i malvagi che cercano di nascondersi in questo modo dalla faccia di Colui che è sul trono, e dall’ira dell’Agnello; perché l’Agnello è irato solo con loro, e non con coloro che lo amano al punto da dare la loro vita per Lui. L’opinione di Holzhauser confonde l’ira degli imperatori romani con quella dell’Agnello), v  17).

(*)

Nel T. 1, p. 308, la Suora della Natività vede una grande potenza guidata dallo Spirito Santo, che ristabilirà il giusto ordine con un secondo sconvolgimento. Il primo albero che la Suora aveva visto, che aveva cominciato ad abbattere l’albero della Chiesa e l’albero dello stato religioso, e che rappresentava il filosofismo, è completamente sradicato; infatti, la Suora dice, nel vol. 1, p. 291: “Ho sentito una voce che gridava: Tagliate l’albero selvatico alla radice, distruggetelo, e fate attenzione a preservare i primi due alberi. Ho sentito l’albero maledetto che veniva colpito, e l’ho visto cadere e rotolare con gran fracasso.” – Per quanto riguarda l’albero della rivoluzione, che ha quattro grandi radici che rappresentano la nazione (tom. 4, p. 407), esso è tagliato raso al suolo, e non sradicato; perché è detto, nel tom. 4, p. 394; « Anticiperò il tempo di tagliare questo albero; ma è la mia volontà, esso sarà solo tagliato fino a terra (Da questo possiamo concludere che il filosofismo non riparerà più, e non sarà usato dall’anticristo che, facendosi adorare come Dio, dovrà di conseguenza stabilire una religione. Quanto alla rivoluzione, questa sarà conservata; l’uomo del male la userà come mezzo per dividere e governare.). »

Nel Tom. 4, p. 401, la Suora vede questa caduta: « Vedo in Dio – dice – che verrà un tempo in cui questo grande albero sarà tagliato. Quando l’ora del Signore sarà venuta, Egli fermerà in un momento questa fortezza armata di satana, e rovescerà questo grande albero al suolo più rapidamente di quanto il piccolo Davide rovesciò il grande Golia. Allora grideremo: Rallegriamoci, gli operatori di iniquità sono vinti dalla forza del braccio onnipotente del Signore. Il cambiamento in meglio sarà improvviso, l’azione divina sarà necessariamente riconosciuta. » Questo concorda molto bene con il v. 8, cap. III dell’Apocalisse, Chiesa di Filadelfia: “Ecce dedi coram te ostium apertum quod nemo potest claudere, quia modicam habes virtutem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum”.  « Vedo che la fede e la santa Religione si stavano indebolendo quasi quanto in tutti i regni cristiani; Dio permise che fossero flagellati dagli empi per risvegliarli dal loro assopirsi. » (La parola assopirsi concorda bene con quanto abbiamo detto sulla quinta età e l’inizio della sesta – Cum enim dormirent homines).

IV. Nello stesso tempo Sobna, prefetto del tempio, è portato via come un gallo; è gettato, come una palla di merce, su un terreno ampio e spazioso; muore nel luogo della sua caduta (Hæc dicit Dominus Deus exercituum: Vade, ingredere ad eum qui habitat in ta bernaculo, ad Sobnam, præpositum templi, et dices ad cum, Isaia, cap. XXII, v. 15: Quid tu hic, aut quasi quis hic? Quia excidisti tibi hìc sepulcrum, excidisti in excelso memoriale diligenter, in petra tabernaculum tibi, v. 16. Ecce Dominus asportari te faciet, sicut as portatur gallus gallinaceus, et quasi amictum sic sublevabit te, v. 17. Coronans coronabit te tribulatione, quasi pilam mittet te in terram latam et spatiosam: ibi morieris, et ibi erit currus gloriæ tuæ, ignominia domús Domini tui, v. 18; et expellam te de statione tua, et de ministerio tuo deponam te (Non possiamo dire chi sia questo Sobna; da queste parole, præpositum templi, sembrerebbe a prima vista un personaggio ecclesiastico. Il testo dà anche indicazioni leggermente diverse. Spetta quindi al futuro designare la persona che viene così nominata. Quanto a noi, riportiamo tutto ciò che ci sembra riferirsi all’apertura della sesta epoca, lasciando al futuro il compito di spiegare tutto), v. 19.

V. Allo stesso tempo, è colpita la grande Babilonia, cioè l’Inghilterra protestante, la cui condotta, sia interna che esterna, non è che un crimine da tre secoli, per la rivoluzione che essa conserva, alimenta, mantiene e arricchisce; e per l’anticristianesimo la grande città che lo propaga e ne è la sede, è colpita. I capi dei popoli avevano dato il loro potere alla bestia che portava la prostituta; ma ora la odiano, la colpiscono (Attrita est civitas vanitatis, Isaia, cap. XXIV, v. 10), la rendono deserta (clausa est omnis domus nullo introeunte, ibid. v. 10), la circondano con ogni sorta di mali (Et calamitas opprimet portas, ibid. v. 12), la desolano, la spogliano, mangiano la carne dei suoi abitanti e la distruggono con il fuoco (Hi odient fornicariam, et desolatam facient illam et nudam, et carnes ejus manducabunt, et ipsam igni concremabunt – La condotta degli Indiani verso l’Inghilterra assomiglia a quella che si tiene verso la prostituta). A questo scopo, un Angelo scende dal cielo, armato di grande potenza; la sua gloria illumina la terra; egli grida nella sua forza: “È caduta, è caduta, la grande Babilonia; è diventata la dimora dei demoni, degli spiriti immondi e degli uccelli immondi, perché gli uomini non vi abitano più. (Et post hæc vidi alium Angelum des cendentem de cælo, habentem potestatem magnam, et terra illuminata est à gloriâ ejus, Apoc. XVIII, v.). Et exclamavit in fortitudine dicens: Cecidit, cecidit Babylon magna, et facta est habitatio Dæmoniorum, et custodia omnis spiritus immundi, et custodia omnis volucris immundæ et odibilis, v. 2). Egli dichiara che la ragione di questa caduta che ha spaventato gli uomini è che questa donna prostituta aveva fatto bere a tutte le nazioni l’ira della sua fornicazione; che i re della terra si erano corrotti con lei, e i mercanti si erano arricchiti con il suo lusso e le sue delizie (Quia de vino iræ fornicationis ejus biberunt omnes gentes, et reges terræ cum illa fornicati sunt, et mercatores ejus de virtute deliciarum ejus divites facti sunt, v. 3). Ordina ai fedeli di lasciare questa città prima che sia colpita, per non essere a loro volta colpiti dai suoi nuovi crimini e dalla sua punizione (Exite de illâ, popule meus, ut ne participes sitis delictorum ejus, et de plagis ejus non accipiatis, v. 4); e davanti a questa immensa rovina, gli uomini piangono con tremore, come mostra il resto del capitolo XVIII dell’Apocalisse, che non svilupperemo, perché è solo la narrazione dettagliata di questo grande evento, e a noi interessano solo le grandi linee. Dopo questo terribile giudizio, che raggiunse gli uomini viventi e distrusse tutto ciò che si opponeva al bene, si apre la bella e santa chiesa di Filadelfia, che è inclusa nella sesta età, e il cui nome, che significa amore fraterno, annuncia che gli uomini vivranno allora come fratelli, come figli di Dio, e che ci sarà un solo Pastore e un solo gregge (Et erit unum ovile et unus pastor, San Giovanni, cap. X, v. 16); questo annuncia la fine degli scismi e delle eresie, come dice Holzhauser – Volume 1, p. 188, Volume 2, p. 12, Wüilleret -, e apre un’era di pace e di calma che potrebbe ben riferirsi a quella grande tranquillità che, sulla parola del divino Maestro, successe a una spaventosa tempesta scoppiata sul mare, e che fece dire agli Apostoli: « Et ecce motus magnus factus est in mari, ita ut navicula operiretur fluctibus, ipse verò dormiebat (Questo sonno di Gesù Cristo durante la tempesta si riferisce bene al carattere che abbiamo riconosciuto nella quinta età.). Et accesserunt ad eum discipuli ejus, et suscitaverunt cum dicentes: Domine, salva nos, perimus. Et dicit eis Jesus: Quid timidi estis modicæ fidei ? tunc surgens imperavit ventis et mari, et factu est tranquillitas magna, s. Matth. VIII, v. 24, 25, 26).

VI. Gesù Cristo apre questa chiesa, perché ha la chiave di Davide, e quindi Lui solo può aprire la porta del bene senza che nessuno possa chiuderla prima del tempo stabilito, e chiudere la porta del male, senza che nessuno possa riaprirla prima dello stesso tempo (Et Angelo Philadelphiæ ecclesiæ scribe : hæc dicit Sanctus et Verus, qui habet clavem David, qui aperit et nemo claudit, claudit et nemo aperit – Scrivi all’angelo di Filadelfia: Questo è ciò che dice colui che è santo e vero, che ha la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. – Apoc. cap. III, v. 7). Egli apre questa porta ai pochi fedeli della fine della quinta epoca e dell’inizio della sesta, perché avevano poca forza e, nonostante ciò, mantennero la sua parola e non rinnegarono il suo nome (Ecce dedi coram te ostium apertum quod nemo potest claudere, quia modicam habes virtu tem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum. Ecco, io ti ho dato questa porta aperta davanti a te che nessuno può chiudere, perché tu hai poca forza, e tuttavia hai mantenuto la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. – ibid. v. 8). – Queste terne notevoli dei v. 7 e 8 del capitolo 3 di San Giovanni collegano evidentemente il tempo di cui si tratta con quello di cui parla Isaia nel capitolo XXII, a proposito del rovesciamento di Sobna, prefetto del tempio; perché, al posto di quest’ultimo, che è in una posizione dove non dovrebbe essere (Quid tu hic, aut quasi quis hic? Isaia, cap. XXII, v. 16), Dio chiama il suo servo Eliacim, figlio di Helcias (Et erit in die illa, vocabo servum meum Eliacim filium Helciæ, ibid. v. 20); mette sulla sua spalla la stessa chiave di David di cui si parla nell’Apocalisse, e tramite lui apre, come in San Giovanni, senza che nessuno possa chiudere; chiude senza che nessuno possa aprire (Et dabo clavem David super humerum ejus; et aperiet, et non erit qui claudat; et claudet, et non erit qui aperiat, – E io darò la chiave di Davide sulla sua spalla; egli aprirà e nessuno potrà chiudere; egli chiuderà e nessuno potrà aprire. – Isaia cap. XXII, v. 22) Questo Eliacim diventa lo strumento e il mezzo della misericordia divina e del regno dell’Agnello nel mondo. La profezia di Daniele e l’Apocalisse danno alcuni dettagli su questo strumento. “Nel primo, vediamo un personaggio simile al Figlio dell’uomo, e che quindi non è Lui, poiché è solo la sua immagine, che viene sulle nuvole del cielo, raggiungendo il trono degli Antichi Giorni, e che è condotto e posto dagli Angeli alla presenza della Maestà divina (Aspiciebam ergò in vi sione noctis, et ecce in nubibus cæli quasi Filius hominis veniebat, et usque ad Antiquum dierum pervenit, et in conspectu ejus obtulerunt eum – Guardai allora nella visione della notte, e vidi nelle nuvole del cielo uno che era simile al Figlio dell’uomo. Ed egli venne e si avvicinò all’Antico dei Giorni, e lo misero alla sua presenza. – Dan. cap. VII, v. 13). È a questo personaggio, immagine dell’Agnello, che Dio dà il regno e il potere, senza dubbio al posto dell’oppressione che pesava su di lui (Et dedit ci potestatem, et honorem, et regnum, et omnes populi, tribus et linguæ servient ei – E gli diede il potere e l’onore e il regno, e tutti i popoli, le tribù e le lingue, – ibid. v. 14). In lui e con lui i santi finalmente regnano in tutto il mondo (Suscipient autem regnum sancti Dei altissimi, ibid. v. 8. Et regnum obtinuerunt sancti, v. 22. Regnum autem, et potestas, et magnitudo regni quce est subter omne cælum detur populo sanctorum Altissimi – Ma i santi dell’Altissimo riceveranno potere; otterranno impero, regno, potenza, grandezza; il dominio su tutto ciò che è sotto il cielo sarà dato al popolo dei santi dell’Altissimo), v. 27).

VII. Secondo l’Apocalisse, questo strumento di misericordia è quel figlio maschio che la Chiesa ha dato alla luce, che è sfuggito alla furia del drago, perché è stato assunto fino a Dio ed è salito al suo trono (questo bambino potrebbe anche designare una famiglia che Dio ha così preservato). E fu destinato fin dal momento della sua nascita a governare tutte le nazioni con una verga di ferro (Et peperit filium suum masculum qui recturus erat gentes in virgâ ferrea, et raptus est filius ejus ad Deum et ad thronum ejus, Apoc. X, v. 5). Questo è il personaggio simile al Figlio dell’uomo, che viene su una nuvola bianca, proprio come dice Daniele, avendo una corona d’oro sul capo e una falce in mano (Et vidi, et ecce nubem candi dam, et super nubem scdentem Filio hominis, habentem in capite suo coronam auream, et in manu suâ falcem acutum, Apoc . XIV, v. 14). Sull’ordine che riceve di un Angelo, questo inviato di Dio miete la terra, sradica le zizzanie per gettarle nel fuoco, raccoglie il buon grano nel granaio del padre di famiglia (Et alius Angelus exivit de templo, clamans voce magnâ ad scdentem super nubem: Mitte falcem tuam, et mete, quia venit hora ut metatur, quo niam aruit messis terræ, ibid. v. 15. Et misit qui se debut super nubem falcem suam in terram, et demessa est terra – E un altro Angelo uscì dal tempio, gridando ad alta voce a colui che sedeva sulla nuvola: “Gettate la vostra falce e mietete la terra, perché il tempo della mietitura è venuto, e la messe è già disseccata. E colui che sedeva sulla nuvola mandò la sua falce sulla terra, e la terra fu mietuta” – ibid. v. 16). Inoltre, al tempo di questo grande Monarca, un nuovo Angelo, che può rappresentare un uomo, anche lui con in mano una falce affilata, obbedisce agli ordini di un altro Angelo che esce dal cielo, il quale, per questo, può essere il Santo Pontefice, Et alius Angelus exivit de altari, qui habebat potestatem super ignem , et clamavit voce magnâ ad eum qui habebat falcem acutum, dicens : Mitte falcem tuam acutam, et vindemia botros terræ, quoniam maturæ sunt uvæ ejus, Apoc, cap. XIV, v. 18. Et misit Angelus falcem suam acutam in terram, et vindemiavit vineam terræ, et misit in lacum iræ Dei magnum – E un altro Angelo uscì dall’altare avendo potere sul fuoco, e gridò forte a colui che aveva la falce, dicendo: Getta la tua falce affilata e raccogli l’uva della terra, perché è matura. E l’Angelo mandò la sua falce sulla terra e raccolse la vite della terra, e la gettò nel grande lago dell’ira di Dio. Holzhauser (vol. 2, p. 115, Wüilleret) vede il grande Monarca nell’uomo del capitolo XIV dell’Apocalisse, come lo vide nel figlio del capitolo XII, ibid.). Nel capitolo XIX dell’Apocalisse, San Giovanni vede il cielo aperto e un cavallo bianco montato da un cavaliere che è chiamato il Fedele, il Verace, che giudica e combatte con giustizia (Et vidi cælum apertum, et ecce equus albus, et qui sedebat super eum vocabatur fidelis et verax, et cum justitiâ judicat et pugnat, v. 11). I suoi occhi sono come una fiamma di fuoco: molti diademi coronano il suo capo (Se questo cavaliere potesse rappresentare il grande Monarca, i vari diademi sul suo capo potrebbero indicare che egli regnerà su molti regni e porterà, per questo, il titolo di Imperatore.). Egli porta un nome scritto che nessuno conosce tranne lui (Oculi autem ejus sicut flammam ignis, et in capite ejus diademata multa, habens nomen scriptum quod nemo novit nisi ipse, v. 12). Le sue vesti sono cosparse di sangue, senza alcuna indicazione che egli stesso sia insanguinato, e il suo nome è il Verbo di Dio (Et vestitus erat veste aspersâ sanguine, et vocatur nomen ejus Verbum Dei, v. 15). Gli eserciti del cielo lo seguono, montati su cavalli bianchi e puri come i suoi, coperti di lino bianco e immacolato (Et exercitus qui sunt in cælo sequebantur eum, in equis albis, vestiti byssino albo et mundo, v. 14). Sulla sua veste e sulla sua coscia è scritto che egli è il Re dei re e il Dominatore dei dominatori (Et habet in vestimento et in femore suo scriptum: Rex regum et Dominus dominantium, v. 16). Il versetto 15 dello stesso capitolo ci dice che questo meraviglioso cavaliere ha in bocca una spada affilata da entrambi i lati, con la quale colpisce le nazioni, che governa con una verga di ferro, e che calpesta il torchio del furore dell’ira di Dio onnipotente (Et de ore ejus procedit gladius ex utrâque parte acutus, ut in eo percutiat gentes, et ipse reget eos in virgâ ferrea, et ipse calcat torcular vini furoris iræ Dei omnipotentis). Questo stesso versetto 15 sembrerebbe autorizzare a confondere questo cavaliere con il figlio del capitolo XII di San Giovanni, che, anche lui, governa le nazioni con una verga di ferro, con l’uomo del capitolo XIV dello stesso Profeta che miete la terra, e con l’uomo del capitolo VII di Daniele, perché i santi regnano finalmente nel mondo, e viene il Re dei re e Signore dei governanti. Ma non arriveremo a fare questo collegamento, a causa del nome incomunicabile di Verbo di Dio, che questo cavaliere porta, che un semplice strumento non potrebbe ricevere, se non per rappresentazione, e ci limiteremo a presentare alcune osservazioni su questo argomento che il lettore apprezzerà, dopo aver risposto a un’obiezione che ci può essere fatta riguardo al figlio del capitolo XII, l’uomo del capitolo XIV e quello di Daniele. Cosa sia del cavaliere del capitolo XIX di San Giovanni, Isaia ce lo mostra realmente come lo strumento della bontà divina; lo chiama Eliacim, il nome dato a Joas, che era rinchiuso nel tempio sotto la guardia del sommo sacerdote Joiada. Gli dà come suo padre Helcias, tutto ciò che non può convenire a N.S.J.-C.; e lo stesso Profeta celebra la grandezza di questo inviato dal cielo con queste notevoli parole: A finibus terræ laudes audivimus , gloriam justi – Dalle estremità della terra, abbiamo sentito la gloria del Giusto – cap. XXIV, v. 16, rifiutando di rivelare il futuro su questo punto e aggiungendo, per questo, queste significative parole: Et dixi: Secretum meum mihi, secretum meum mihi – E dissi: Il mio segreto è per me, il mio segreto è per me – ibid. v. 16). – Passiamo ora alla confutazione dell’obiezione di cui abbiamo parlato e alle osservazioni che abbiamo annunciato. L’obiezione consiste nel dire che queste parole: Similem Filio hominis del capitolo XIV di San Giovanni, e quelle: Quasi Filius hominis di Daniele, che sono tradotte in francese con “simile al Figlio dell’uomo”, designano Gesù Cristo stesso, e non il suo strumento; questo si basa sul capitolo I, v. 13, dove San Giovanni, vedendo, come si sostiene il nostro divino Maestro in persona, scrive di aver visto un personaggio simile al Figlio dell’uomo, perché la similitudine sarebbe qui l’identità. – Non pretendiamo che questa valutazione sia del tutto inesatta; è verissima se consideriamo il Salvatore come l’unico autore, l’unico principio del bene fatto da colui che è solo il suo strumento; ma ci sembra che i testi presi nel loro insieme o isolatamente non siano ripugnanti al nostro modo di vedere, e che lo sostengano, al contrario. Prima di tutto, il figlio del capitolo XII è, come abbiamo detto, il figlio della Chiesa, cosa che difficilmente sarà contestata; quindi non è il suo sposo, cioè Gesù Cristo stesso. L’uomo del capitolo XIV riceve da un Angelo l’ordine di mietere la terra; quello di Daniele è presentato dagli Angeli davanti alla Maestà divina; ora, Gesù Cristo non riceverebbe ordini dalle sue creature, non avrebbe bisogno di loro per presentarsi davanti a suo Padre; quindi non è personalmente nessuno di questi due uomini. La semplice somiglianza che indica una rappresentazione, una somiglianza nella funzione, come tra lo strumento e l’autore, porta alla non identità, prendendo i termini nel loro senso naturale e letterale. D’altra parte, non è affatto stabilito che la figura vista da San Giovanni nella sua visione al capitolo I sia Gesù Cristo stesso; è più probabile che non sia Lui stesso, ma solo il suo rappresentante, e se possiamo dimostrare questo punto per quanto sia possibile in una semplice congettura, l’obiezione cadrà naturalmente. Non si può affermare che sia stato il Maestro Divino in persona a parlare, apparire e mostrarsi a San Giovanni. Il versetto 1 del capitolo I dell’Apocalisse sembra contrario a questa opinione, quando dice che questo personaggio è solo l’Angelo, cioè l’inviato di Gesù Cristo, e che si esprime nel modo seguente: “Apocalisse” di Gesù Cristo, che ha ricevuto da Dio per scoprire ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che ha manifestato per mezzo del suo Angelo inviato a Giovanni, suo servo. (Apocalypsis Jesu Christi quam dedit Deus palàm facere servis suis quae oportet fieri citò, et significavit mittens per Angelum suum servo suo Joanni); e nel versetto 16 del capitolo XXII, Nostro Signore stesso conferma questo punto dichiarando di aver mandato il suo Angelo a fare questa rivelazione e a certificare queste cose (Ego, Jesus, misi Angelum meum testificari vobis hæc in Ecclesià). È perché colui che appare e mostra San Giovanni è un Angelo, che parla, non in nome proprio e in prima persona, ma in nome di un altro diverso da sé, in nome di Dio, di cui riporta solo le parole, come risulta dai testi seguenti: Hæc dicit qui tenet septem stellas, cap. 2, v. 1. Hæc dicit primus et novissimus, ibid. v. 8. Hæc dicit qui habet romphæam, ibid. v. 12. Hæc dicit Filius Dei, ibid. v. 18). Hæc dicit qui habet Spiritus Dei, cap. 3, v. 1. Hæc dicit Sanctus et Verus, ibid. v. 7. Hæc dicit: Amen, testis fidelis et verus, ibid. v. 14. Dio Padre e Gesù Cristo sono rappresentati in modo diverso. Il primo è visto seduto sul trono nel capitolo IV, v. 2 (Et ecce sedes posita erat in cælo , et supra sedem sedens – E vidi un seggio posto in cielo, e su questo seggio qualcuno seduto) . È lui che dice nel capitolo XXI, v. 5: “Farò nuove tutte le cose. (Et dixit qui sedebat in throno: Ecce nova facio omnia). Gesù Cristo appare nel corso della visione sotto la figura di un agnello che è come ucciso, con sette corna e sette occhi (Et vidi: Et ecce in medio throni … Agnum stantem tan quàm occisum habentem cornuu septem et oculos septem, cap. V, v. 6). Egli si mostra a San Giovanni in forma umana solo nella Gerusalemme celeste, dopo la fine della rivelazione che riguarda la terra e il tempo, e lo fa per dichiarare che colui che ha parlato fino ad allora non è Lui, ma il suo Angelo. La figura simile al Figlio dell’Uomo, il cui magnifico aspetto è descritto nell’Apocalisse capitolo I, v. 13-17, dice a San Giovanni nel v. 17: “Non temere, io sono il primo e l’ultimo”; e aggiunge nel v. 18: “Io sono vivo e sono stato morto; ecco, io vivo per sempre; ho le chiavi della morte e dell’inferno”. (Noli timere , ego sum primus et novissimus, v. 17. Et vivus et fui mortuus; et ecce sum vivens in sæcula sæculorum, et habeo claves mortis et inferni, v. 18); ma, da un lato, l’Angelo poteva apparire e parlare così per rappresentazione del Dio fatto uomo di cui occupava il posto in questo momento, prendendo in prestito per questo il suo esterno e riproducendo le sue stesse parole; d’altra parte, San Giovanni stesso lo confuse due volte con il vero Figlio dell’Uomo prostrandosi ai suoi piedi per adorarlo, tanto che l’Angelo dovette fargli notare che egli era solo un servo e che l’adorazione era dovuta solo a Dio (Et cecidi ante pedes ejus, ut adorarem eum; et dixit mihi: Vide ne feceris; conservus tuus sum. .. Deum adora, cap. XIX, v. 10. Et postquàm audissem et vidissem, cecidi ut adorarem antè pedes Angeli qui mihi hæc ostendebat, et dixit mihi: Vide ne feceris; conservus enim tuus sum … Deum adora. cap. XXII, v. 8, 9). Inoltre, anche se le parole Similem Filio hominis del v. 13, cap. I, si applicassero realmente e unicamente a Gesù stesso, non se ne potrebbe dedurre che debbano essere tali anche gli stessi termini usati da San Giovanni nel capitolo XIV e da Daniele nel capitolo VII, perché l’Apostolo, all’inizio della rivelazione, vede Gesù per la prima volta dalla sua ascensione che dice: “Io sono il Figlio di Dio”. Questo perché l’Apostolo, all’inizio della rivelazione, vedendo Gesù Cristo per la prima volta dalla sua ascensione, avrebbe potuto benissimo non riconoscerlo subito, trovando, a prima vista, solo una semplice somiglianza dove c’era un’identità, senza che questo avesse alcuna conseguenza per il resto della visione dove la sue conoscenze erano più sviluppate e più esatte. – Quanto al cavaliere del capitolo XIX dell’Apocalisse, che confonderemmo con lo strumento della bontà divina, con il figlio e l’uomo di San Giovanni, come pure con la figura di Daniele, se non fosse chiamato il Verbo di Dio, ci limiteremo a far notare che non avremmo mai confuso le persone, ma solo il ministero, vedendo nello strumento solo l’immagine dell’autore; che spesso la Sacra Scrittura fa questa confusione davanti alla quale noi indietreggiamo, come è per Ciro che, dovendo liberare i Giudei dalla cattività materiale, riceve il nome di Cristo, come il Salvatore che libera il suo popolo dalla servitù del peccato (Hæc dicit Dominus Christo meo Cyro – Questo è ciò che il Signore dice al mio Cristo Ciro – Isaia, cap. XLV, v. 1). E che a volte penseremmo di sbagliare, nel vedere in un passaggio l’azione di un inviato invece di quella del Figlio dell’Uomo, mentre un altro testo ci dimostra che è uno strumento che agisce nella stessa circostanza. Quest’ultima osservazione è fornita dal v. 7, capitolo III dell’Apocalisse, dove San Giovanni scrive: “Questo è ciò che dice colui che è santo e vero, che ha la chiave di Davide, che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre. (Hæc dicit Sanctus et Verus qui habet clavem David; qui apprit et nemo claudit, claudit et nemo aperit). Quando leggiamo queste parole, le applichiamo solo al Maestro divino; avremmo paura di fare violenza al testo estendendo questa applicazione ad un semplice strumento; eppure, se leggiamo Isaia, cap. XXII, v. 20, 22, vediamo che se il Verbo agisce con la sua divinità, non lo fa Egli stesso direttamente all’esterno, ma si serve di Eliacim figlio di Helcias, e pone sulla spalla di Eliacim questa potente chiave di Davide, che tramite lui, almeno esternamente, apre e nessuno chiude, chiude e nessuno apre (Vocabo servum meum Eliacim filium Helciæ, et dabo clavem David super humerum ejus: et aperiet , et non erit qui claudat , et non erit qui aperiat). Questa identità di azione e di ministero potrebbe permettere, non di confondere le persone, ma di comprendere l’autore e lo strumento sotto lo stesso nome, il nome principale, quello dell’autore. Tuttavia, come abbiamo detto, non trarremo alcuna congettura da questi versi del capitolo XIX della profezia di San Giovanni. In ogni caso, l’applicazione del capitolo XIX dell’Apocalisse a colui che sarà lo strumento della misericordia divina nel mondo, i capitoli XII e XIV di San Giovanni, il capitolo VII di Daniele e il capitolo XXII di Isaia, sembrano riferirsi a questo stesso strumento, e possiamo indagare chi è o sarà colui attraverso il quale tre Profeti dell’Altissimo hanno scritto cose così mirabili. Questo personaggio è, secondo noi, il grande Monarca il cui avvento nella sesta epoca Holzhauser annuncia in molti passi del suo Commentario (Holzhauser riconosce che il “figlio” del capitolo XII dell’Apocalisse può rappresentare il grande Monarca; ma siccome applica con ragione l’immagine di questo capitolo a varie epoche, vi vede anche l’imperatore Eraclio, poi Carlo Magno. Per quanto riguarda Eraclio, la sua applicazione, vera sotto un aspetto, è imprecisa sotto un altro. Questo sovrano fece grandi cose all’inizio del suo regno, ma poi cadde nell’eresia e morì monotelita; non poteva quindi essere, in tutta verità e per tutto, il figlio prediletto della Chiesa, perché perseguitò sua madre). Chi sarà questo grande re, qual è la sua famiglia, la sua personalità? È già venuto? Regna ora o deve ancora venire? Una fitta nube copre tutti questi misteri: sappiamo solo che il nome di Eliacim significa Dei resurrectio, che sembra essere inteso in senso morale, e che il nome di suo padre Helcias significa Pars Dei. Spetta al futuro dirci il resto e farci conoscere il nome di questo personaggio, che nessuno conosce se non lui (Habens nomen scriptum quod nemo novit nisi ipse, Apoc. cap. XIX, v . 12). Nonostante questa incertezza, abbiamo tutte le ragioni per pensare che questo grande Monarca sia o sarà un sovrano francese, e che la verga di ferro con cui governerà il mondo sia un esercito francese che gli sarà totalmente devoto. Ne traiamo le ragioni: 1° dal capitolo XII di San Giovanni, che lo mostra come il figlio maggiore o prediletto della Chiesa; 2° da quel detto così antico e riconosciuto in tutti i secoli: Gesta Dei per Francos (Gli atti di Dio sono compiuti sulla terra dai francesi. – Se la Francia ha fatto prigionieri due Ponteſici, ha pure resa possibile l’indipendenza temporale della Chiesa e ha restituito Pio IX ai suoi Stati.) ; 3° il carattere particolare che l’incoronazione dà ai nostri sovrani, che costituisce come sacerdoti, come i soli veri re, a tal punto che l’imperatore di Germania, venendo a sapere dell’assassinio giuridico di Luigi XVI, disse semplicemente alla sua corte: Il re è morto; 4° le credenze diffuse generalmente in tutto l’Oriente, che un principe francese sarà il distruttore dell’impero turco e il salvatore di coloro che seguono il falso profeta Maometto (Questa distruzione è già iniziata dalla guerra d’Oriente. Chi lo completerà? Il futuro ce lo dirà). (Scisma dei Greci. Maimbourg); 5° e il modo in cui la Chiesa cattolica ha sempre considerato la Francia. Il Papa Alessandro III dichiarava, infatti, che l’esaltazione dell’impero dei Franchi era inseparabile da quella della Chiesa romana. I francesi avevano ottenuto dalla Santa Sede i gloriosi titoli di concittadini degli Apostoli e servi di Dio (aves Apostolorum et domestici Dei). Sulla porta di San Luigi dei Francesi, a Roma, si leggevano e si leggono ancora queste toccanti parole: “Dieci giorni di indulgenza quando si prega per il Re di Francia”. Ma ciò che è più espressivo su questo argomento, è l’orazione che i Pontefici facevano fare per il nostro Paese. Eccone il testo: Omnipotens sempiterne Deus, qui, ad instrumentum divinissimæ tuæ voluntatis per orbem, et ad gladium et propagnaculum Ecclesiæ tuæ sanctæ, Francorum imperium constituisti, cælesti lumine, quæsumus, filios Francorum supplicantes semper et ubiquè præveni, ut ea quæ agenda sunt ad regnum tuum in hoc mundo efficiendum, videant, et ad implenda quæ viderint, charitate et fortitudine perseverantes convalescant, per Dominum, etc. – Dio onnipotente ed eterno, che per servire come strumento della tua divina volontà nel mondo e per la difesa e il trionfo della tua santa Chiesa, stabilisti l’impero dei Franchi, illumina sempre e ovunque con i tuoi lumi divini i figli dei Franchi che ti supplicano, affinché vedano ciò che devono fare per stabilire il tuo regno nel mondo, e affinché, perseverando nella carità e nella forza, portino a termine ciò che hanno visto. Per il N.-S. etc.). Questi sono i titoli della Francia! Qual è il popolo che ne possiede di simili? Quale è così ben posizionato, anche geograficamente, per compiere una tale missione? Quale nazione è missionaria e apostola per natura, nel bene e nel male? Il diavolo teme tutti i paesi cattolici, ma soprattutto il nostro Paese. Ecco perché l’ha attaccato per primo, sapendo che sarebbe stato seguito e imitato dalle altre nazioni. In questo non si sbagliava. La rivoluzione che, nel XVI secolo, aveva avuto in Inghilterra il suo regicidio, la sua repubblica, il suo dittatore, la sua usurpazione, è diventata universale solo alla fine del XVII secolo, quando è stata tale per il fatto che era francese; il male è iniziato in Francia, ma il bene vi si è sempre conservato e lotterà con l’inferno in un combattimento supremo; esso sarà vittorioso, e il nostro popolo aiuterà gli altri a scuotere il giogo del crimine, dell’anarchia e dell’empietà.

VIII. Essendo state esposte queste tre cose, dobbiamo solo seguire la storia del resto della sesta età nella sesta Chiesa, il resto del sesto sigillo, la sesta tromba, la sesta lode, e i dettagli forniti nei capitoli 12, 14, 17 e 19. La sesta Chiesa, la chiesa di Filadelfia, cioè dell’unità cattolica nel mondo intero (Et fiet unum ovile et unus pastor, San Giovanni, cap. X, v. 16), è la più bella che sia mai esistita. Ha questo in comune con la seconda Chiesa, quella di Smirne e delle persecuzioni romane: che Dio non la rimprovera; ma ha, più di essa, una testimonianza molto preziosa, quella di Dio che dichiara di amarla (Et scient quia ego dilexi te.). Questa testimonianza d’amore si accorda bene con le nozze dell’Agnello, di cui parleremo più avanti. Gesù Cristo parla alla sua Chiesa come a una sposa amata (Apoc. cap. III, v. 9). Il nostro Divino Maestro si annuncia a questa Chiesa come santo e verace (La verità farà scomparire l’errore, quindi scompariranno le eresie. – Sic Holzhauser, 61, p. 188, Wüilleret). – Hæc dicit sanctus et verus, ibid. v. 7). Erano queste stesse perfezioni che i poveri Cristiani oppressi della quinta età adoravano e chiedevano quando invocavano Dio per salvarli e vendicarli (Usquequò, Domine, sanctus et verus non judicas et non vindicas sanguinem nostrum de iis qui habitant in terra, cap. VI, v. 10). Il Maestro divino non viene allora (nella quinta epoca), rimanda la sua venuta alla sesta epoca, quando giudicherà e condannerà i civilizzatori e farà mietere la terra. Con queste perfezioni si annuncia che la santità regnerà nel mondo, che la verità sarà conosciuta e generalmente adottata, che ci sarà verità in tutto, in tutti i rami, in tutte le arti, in tutte le scienze, che saranno spinte fino agli ultimi limiti della possibilità; che tutti gli errori cadranno e non si vedranno più sulla faccia della terra – Sic Holzhauser, t. 1, p. 189, 195, 194, 201, Wüilleret). Il nostro Salvatore appare ancora come l’Onnipotente, che può fare tutto ciò che vuole, e la cui azione nessuno può ostacolare o impedire (Qui habet clavem David, qui aperit et nemo claudit, claudit et nemo aperit, cap. III, v. 7); Egli apre ai suoi fedeli una porta, quella del bene, che essi stessi non potevano aprire, e che nessuno potrà chiudere, perché, nonostante le loro poche forze, hanno mantenuto la sua parola e non hanno rinnegato il suo nome (Ecce dedi coram te ostium apertum quod nemo potest claudere, quia modicam habes virtutem, et servasti verbum meum, et non negasti nomen meum, ibid. v. 8). Egli conosce le loro opere e le approva pienamente (Scio opera tua, v. 8; quoniam servasti verbum patientiæ meæ, v. 10); gli promette la conversione di un certo numero di Giudei (Holzauzer – t. 1, p. 199, 200, Wüilleret – applica questa conversione, non a una parte dei Giudei, ma agli eretici e agli scismatici greci. (Ecce dabo de synagoga Satanæ qui dicunt se Judæos esse et non sunt, sed mentiuntur. Ecce faciam illos ut veniant, ut adorent ante pedes tuos, et scient quia ego dilexi te, ibid. v. 9). Egli annuncia la vicinanza del suo ultimo avvento, raccomanda loro di rimanere sempre fedeli, affinché nessuno riceva “la tua corona” (Ecce venio cito, tene quod habes ut nemo accipiat coronam tuam, v. 11); dichiara loro che, poiché hanno conservato la parola della sua pazienza, li preserverà dall’ora della tentazione (quella dell’anticristo), che verrà nel mondo intero per mettere alla prova coloro che abitano sulla terra, cosa che potrà fare, sia chiamandoli in cielo con una morte ordinaria ma prematura, sia dando loro la forza di uscire vittoriosi dalla battaglia (Holzhauser fornisce lo stesso mezzo di preservazione – t. 1, p. 202, 203, Wüilleret -) (Quoniam servasti verbun patientiæ meæ, et ego servabo ab hora tentationis, quo ventura cst in orbem universum, tentare habitantes in terra, v. 10). E infine promette al conquistatore di renderlo saldo, come una colonna nel tempio del suo Dio, di fissarlo per sempre in questo tempio, cioè nel bene, affinché non lo lasci più, di scrivere su di lui il nome del suo Dio, il suo nuovo Nome, e il nome della Gerusalemme celeste, che non lascerà più (Qui vicerit, faciam illum columnam in templo Dei mei, et foras non egredietur ampliùs; et scribam super eum nomen Dei mei, et nomen civitatis Dei mei, novæ Jerusalem quæe descendit de cœlo, et nomen meum novum – Sic Holzhauser, t. I p. 186, Wüilleret – v. 12).

(*).

Estratto della Suora della Natività:

T. 4, p. 401 « Dopo che Dio avrà soddisfatto alla sua giustizia, farà piovere abbondanti grazie sulla sua Chiesa; estenderà la fede; ravviverà la disciplina della Chiesa in tutte le regioni dove era diventata tiepida e lassa…  – Vedo tutti i poveri popoli, stanchi delle fatiche e delle prove così gravi che Dio ha mandato loro, tremare… Essi diranno: Signore, tu hai riversato nei nostri cuori la gioia e la forza della giovinezza; non sentiamo più il dolore del lavoro, della fatica e della persecuzione. (Così, lavoro, fatica e persecuzione sono la sorte dei veri figli della Chiesa fino al momento del trionfo. Questo è ciò che le nostre congetture tendono a stabilire). La Chiesa diventerà più fervente e più fiorente e sana che mai a causa della sua fede e della sua pietà. (Questo è molto in linea con il carattere della sesta Chiesa, che Dio non rimprovera, e alla quale dà una così bella testimonianza, dicendo in Apocalisse, cap. III, v. 9: “Et scient quia ego dilexi te”.). Questa buona Madre vedrà molte cose consolanti, anche da parte dei suoi persecutori, che verranno a gettarsi ai suoi piedi, la riconosceranno e chiederanno perdono a Dio e a lei per tutti i crimini e gli oltraggi che hanno commesso contro di essa. Questa santa Madre accoglierà nel suo seno tutti questi poveri penitenti; non li considererà più come suoi nemici, ma li metterà nel numero dei suoi figli »).

IX. L’apertura del sesto sigillo ci aveva mostrato un grande cataclisma che converte o estirpa i malvagi. La continuazione di questo sigillo, facendo la storia pubblica di una parte della sesta età, ci mostrerà sia gli effetti della bontà divina, sia quelli dello zelo ardente e veramente apostolico che caratterizza i fedeli, e specialmente il sacerdozio durante la chiesa di Filadelfia, e la concordanza fondamentale che esiste tra la Chiesa e il sigillo durante questo periodo di tempo. – Nel capitolo VII di San Giovanni, ove vediamo quattro Angeli che stanno ai quattro lati del mondo, trattenendo i venti che lo avrebbero tormentato, e impedendo loro di soffiare sulla terra, sul mare e sugli alberi che rappresentano il clero (Holzhauser – t. 1, p, 301, Wüilleret – vede in questi quattro Angeli i quattro imperatori romani Galerio, Massimino e Licinio. È la conseguenza forzata della sua opinione sui sigilli, e sul sesto in particolare. Un altro Angelo sale dall’Oriente, portando il segno del Dio vivente, e grida ad alta voce ai quattro Angeli ai quali è stato dato il potere di danneggiare la terra e il mare, di non farlo più finché non avrà segnato gli eletti di Dio sulla loro fronte. (Post hæc vidi quatuor Angelos stantes super quatuor Angelos terræ, tenentes quatuor ventos terræ, ne flarent super terram, neque super mare, neque in ullam arborem, Apoc. VII, v. 1. Et vidi alterum Angelum ascendentem ab ortu solis, ha bentem signum Dei vivi, et clamavit voce magnâ qua tuor Angelis quibus datum est nocere terræ et mari, v. 2. dicens: Nolite nocere terræ et mari, neque arboribus, quoadusquè signemus servos Dei nostri in frontibus eorum, v. 3). Questi servi così segnati (signati) sono innanzitutto i centoquarantaquattromila, dodicimila per ciascuna delle tribù d’Israele, con la particolarità che la tribù di Dan non è inclusa, il che può venire dalla sua totale estinzione, perché era la meno numerosa, come prova la piccola estensione che occupava; e che la tribù di Giuseppe è contata come due tribù, quella di Efraim e quella di Manasse, e che il numero delle dodici tribù è così ripristinato. cap. VII, v. 4 a 8). Questi centoquarantaquattromila uomini segnati per prima ci sembrano essere il numero dei Giudei la cui conversione N.-S. promise alla chiesa di Filadelfia, quando disse ad essa, nel cap. III, v. 9: Ecce dabo de synagoga Satanæ qui dicunt se Judæos esse, et non sunt, sed mentiuntur (Holzhauser – t. 1, p. 306, Wüilleret – vede in questi centoquarantaquattromila uomini segnati quelli che il martirio dei Cristiani porta alla conversione), perché i veri figli di Giuda sono i Cristiani Cattolici. I servitori segnati sono poi un numero innumerevole di persone di tutte le nazioni, tribù, popoli e lingue che abbracciano la fede di Gesù Cristo (Post hæc vedi turbam magnam quam dinumerare nemo poterat, ex omnibus gentibus, et tribubus, et populis, et linguis – Dopo questo, ho visto una grande moltitudine che nessuno poteva contare, da ogni nazione, tribù, popolo e lingua, Apoc. cap. VII. V. 9). Propter hoc in doctrinis glorificate Dominum , in insulis maris nomen Domini Dei Israel –  Per questo motivo, glorificate il Signore con il vostro insegnamento, celebrate nelle isole del mare il nome del Dio d’Israele.- Isaia, cap. XXV, v. 13). – Questi nuovi Cristiani, dopo essersi rivestiti del candore della santità con il loro Battesimo e il loro fervore, stanno davanti al trono alla presenza dell’Agnello che fino ad allora li aveva misconosciuti, portando nelle loro mani la palma della vittoria che hanno ottenuto sull’errore e sul peccato, e nel trasporto della più viva gratitudine al Dio che li ha così portati alla conoscenza della verità, dicono ad alta voce: “Salve al nostro Dio che siede sul trono e all’Agnello! (Stantes ante thronum, et in conspectu Agni, amicti stolis albis, et palmæ in manibus eorum, et clamabant voce magna, dicentes: Salus Deo nostro qui sedet super thronum et Agno (Holzhauser –  t . 1 , p, 306, Wüilleret) applica questi passaggi alla persecuzione di Diocleziano. Questa applicazione ci sembra arbitraria, senza ragioni serie e molto improbabile. – Apoc. cap. VII, v. 9, 10)

(* – Dopo questo trionfo, la Chiesa regna sul mondo con Cristo.

Nel vol. 1, p. 295 a 301, N.-S. mostra alla Suora della Natività il Cristiano apostata e infedele e le mostra la facilità con cui quest’ultimo è convertito, annunciando così l’estensione della fede tra numerosi popoli.

Nel vol. 1, p. 301, la Suora dice: « Tutti i falsi culti saranno aboliti; tutti gli abusi della rivoluzione saranno distrutti e gli altari del vero Dio restaurati. I costumi antichi saranno ripristinati e la religione diventerà più fiorente che mai.

In t. 4, p. 401, aggiunge: “Vedo in Dio che la Chiesa sarà stabilita in molti regni, anche in luoghi dove non esisteva più da diversi secoli (Questi paesi ci sembrano essere Inghilterra, Scozia, Scandinavia, Russia, Grecia, diverse parti della Germania, Siria e Asia Minore.). Essa produrrà frutti in abbondanza, come per vendicare gli oltraggi che ha subito attraverso l’oppressione dell’empietà e le persecuzioni dei suoi nemici. »*)

X. La sesta tromba era iniziata con una nuova azione del male, e vedremo che finirà nello stesso modo. Ma come la santa Chiesa di Filadelfia è posta tra due Chiese molto deplorevoli, quelle di Sardi e Laodicea, così le due parti malvagie della sesta tromba sono separate da un intervallo di tempo che è tutto buono, perché, per effetto della potenza divina, l’azione del male è nulla sulla terra durante la sesta Chiesa. – L’Apocalisse, capitolo X, ci mostra un Angelo molto forte che scende dal cielo, vestito di una nuvola come una veste, con un arcobaleno sulla testa, la faccia che brilla come il sole e i piedi che brillano come una colonna di fuoco. Questo Angelo forte ha in mano un libro aperto, e mettendo un piede sulla terra e l’altro sul mare, grida con grande voce: che non ci sarà più tempo, ma che nei giorni del settimo Angelo, il mistero di Dio sarà consumato (Et vidi alium Angelum fortem descendentem de cælo, amictum nube, et iris in capite ejus; et facies ejus erat ut sol, et pedes ejus tanquàm columnæ ignis. Et habebat in manu suâ libellum apertum: et posuit pedem suum dextrum super mare, sinistrum autem super terram: Et clamavit voce magnà, quemadmodum cùm leo rugit, levavit manum suam in cælum, et juravit per viventem in sæcula sæculorum, qui creavit cælum et ca quæ in eis sunt, et terrum et ea quæ in eâ sunt , et mare et ea quæ in eo sunt: Quia tempus non erit amplius. Sed in dicbus vocis septimi Angeli, cùm coeperit tubâ canere consummabitur mysterium Dei, sicut evangelizavit per servos suos prophetas, Apoc. cap. X, v. 1, 2, 3, 5, 6, 7).

Questo Angelo che annuncia la fine dei tempi ci sembra essere il Santo Pontefice, che guiderà e consiglierà il grande Monarca. Questo libro aperto, e quindi pubblico e rivolto a tutti, ci sembra essere la raccolta delle decisioni di un grande Concilio che sarà tenuto dal grande Papa, sotto la cura del forte Monarca. Colui a cui viene detto di venire a prendere questo libro ci sembra essere questo monarca stesso, che deve farlo eseguire in tutto il mondo. Questo libro è dolce alla bocca e al gusto, perché contiene le regole e le vie della santità, che è dolce, anche in mezzo alla sofferenza; ma è amaro allo stomaco e difficile da digerire, perché può essere osservato solo da scismatici, eretici e infedeli con grande difficoltà. (Holzhauser – vol. 1, p. 449, Wüilleret) pensa che questo Angelo non sia il Santo Pontefice, ma il grande Monarca, e concorda con noi che il libro aperto indica un grande Concilio. Ma allora dovrebbe vedere in quest’epoca il Pontefice, poiché un Concilio è prima di tutto sotto la sua guida. Il forte Monarca lo riceve solo per eseguirlo. Tuttavia, il grande Monarca, consigliato dal santo Papa, deve farlo adottare da questi popoli; poiché sta scritto: “Devi profetizzare di nuovo alle nazioni, ai popoli, alle lingue e a molti re”. (Et audivi vocem de cælo iterùm loquentem mecum et dicentem: Vade et accipe librum apertum de manu Angeli stantis super mare et super terram. Et abii ad Angelum, dicens ei , ut daret mihi librum. Et dixit mihi: Accipe librum, et devora illum, et faciet amaricari ventrem tuum, sed in ore tuo erit dulce tamquàm mel. Et accepi librum de manu Angeli , et devoravi illum, et erat in ore meo tanquàm mel dulce; et cùm devorassem eum, amaricatus est venter meus, et dixit mihi: Oportet te iterùm prophetare gentibus, et populis , et linguis , et regibus multis, Apoc. cap. X, v. 8, 9, 10, 11)

(* – T.1, p. 308. « Vedo in Dio una numerosa assemblea dei ministri della Chiesa che sosterrà i diritti della Chiesa e del suo capo, e restaurerà la sua antica disciplina. In particolare, vedo due ministri del Signore che si distingueranno in questa gloriosa lotta.*)

XI. Il capitolo 19 di San Giovanni, v. 7, annunciava che le nozze dell’Agnello stavano per aver luogo, e il v. 9 proclamò beati coloro che vi sarebbero stati chiamati (Gaudeamus et exultemus, et demus gloriam ei; quia venerunt nuptiæ Agni, et uxor ejus præpara vit se . Et dixit mihi: Scribe: Beati, qui ad cœnam nuptiarum Agni vocati sunt; et dixit mihi: Hæc verba Dei vera sunt – Rallegriamoci, allietamoci, e rendiamogli gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello ed è pronta la sua Sposa,  e mi dice: beati coloro che sono invitati alle nozze dell’Agnello; e inoltre mi dice: queste parole sono vere. – Apoc. XIX, v. 7, 9). – Con questo banchetto, che ha luogo dopo la grande vittoria che Cristo ottiene attraverso i suoi rappresentanti, il Santo Pontefice e il Forte Monarca, durante la sesta età, e che è la figura di quello delle nozze eterne che avranno luogo in Cielo dopo l’ultimo giudizio, il divino Maestro sembra aver inteso sia la Chiesa di Filadelfia, sia la conversione generale di cui si parla in San Matteo, capitolo XXII, vv. 8-13, e in San Luca, capitolo XIV, vv. 6-24. – Questo padre di famiglia che vuole fare il matrimonio di suo figlio, è Dio Padre. E siccome nessun matrimonio o banchetto si tiene senza invitati, egli manda i suoi servi a convocare quelli che ha invitato; questi si rifiutano di venire. Manda loro nuovi servitori, sperando di non ricevere per due volte la stessa risposta sprezzante; questi, per affrettarsi e lasciare quelli a cui sono inviati senza scuse nel loro ritardo, dicono loro che non devono indugiare e perdere tempo, perché tutto è pronto. Offesi di malavoglia da questa insistenza, che è del tutto naturale in tali circostanze, e rifiutando di accettare l’insigne onore che è stato loro concesso, coloro che sono stati invitati non tengono alcun conto dell’invito. Vanno altrove, alcuni per occuparsi delle loro proprietà, altri dei loro affari; altri, più malvagi, sequestrano i servi, li oltraggiano e li uccidono. – E mi disse: “Queste parole sono veraci. Dio si adirò e ordinò alla gente della sua casa di andare nelle piazze, nelle strade e nei crocicchi, per portare i poveri e gli storpi, gli zoppi e i ciechi. Questo ordine viene eseguito; ma la sala del banchetto non è piena, il numero degli eletti non è ancora colmo, e il Signore comanda ai suoi ministri di insegnare di nuovo al mondo, di non limitarsi agli uomini delle città e delle periferie, cioè ai paesi civilizzati, ma di spingersi nei deserti, Egli comanda che, se non entrano volentieri, siano costretti ad entrare, in modo che la sala del banchetto non sia più vuota (Exi in vias, et sepes, et compelle intrare, ut impleatur domus mea, San Luca, cap. XIV, v. 23). – Quest’ultima predicazione e questa chiamata degli uomini alla salvezza differisce dalle precedenti, in quanto avviene, in un certo senso, per costrizione (compelle intrare); e questo si accorda molto bene con la condotta del grande Monarca che guiderà le nazioni con una verga di ferro (qui recturus erat omnes gentes in virga ferrea, – cap. XII, v. 5), li costringerà ad eseguire le prescrizioni del grande Concilio, dichiarerà guerra a tutti coloro che si rifiuteranno di farlo, e li costringerà ad entrare nell’ovile di Cristo. Quanto a questo sventurato che, solo tra tutti gli esseri viventi che partecipano al banchetto dell’Agnello, non era vestito con la veste nuziale, ci sembra essere l’anticristo stesso, che avrebbe vissuto allora, e che sarebbe stato un Cristiano Cattolico, poiché era nella sala del banchetto, ma si sarebbe dato al demonio. È perché il grande Monarca usa la forza per far tornare gli uomini al loro Dio, che il capitolo XIV di San Giovanni lo rappresenta come il mietitore della terra.

XII. Alla sesta età corrisponde la sesta lode, la gloria (gloriam, Apoc. cap. V, vv. 12 ); e, in effetti, una molto grande ne è resa a Dio da tutto il mondo che lo conosce, lo adora, lo ama e lo serve.

*) Estratto dalla Suor della Natività, riguardante la durata della sesta Chiesa:

T. 1, p. 308: « Ma, ahimè! Ma, ahimè, Signore, quando arriverà questo “tempo felice”… e quanto durerà? Questo è senza dubbio un segreto che tieni per te. Qui vedo solo che all’avvicinarsi dell’ultimo avvento di Cristo, ci sarà un sacerdote malvagio che causerà molte afflizioni alla Chiesa (Questo cattivo prete, non sarà l’antipapa di cui abbiamo parlato?). »

T. 4, p. 404: « La Chiesa godrà di una pace profonda per un tempo che sembra probabile di breve lunghezza. La tregua (Questi termini e questa parola tregua indicano che questo tempo sarà breve rispetto alle altre età della Chiesa) sarà più lunga questa volta, non di quanto sarà da ora fino al giudizio generale nell’intervallo delle rivoluzioni. Più ci avviciniamo al giudizio generale, più brevi saranno le rivoluzioni contro la Chiesa; e più breve sarà anche la pace che ne seguirà. »

«La Chiesa sarà ristabilita… ma sempre un po’ nel timore, perché assisterà a molte guerre tra diversi principi e re; le tregue tra queste guerre, saranno brevi, e ci saranno molte agitazioni nelle leggi civili » *)

CONGETTURE SU LE LE ETÀ DELLA CHIESA E GLI ULTIMI TEMPI (9)