I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “SUL SERVIZIO DI DIO”

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: “SUL SERVIZIO DI DIO”

(Discorsi di s. G. B. M. VIANNEY Curato d’Ars – vol. IV, 4° ed. Torino, Roma; Ed. Marietti, 1933)

Sul servizio di Dio.

Quærite primum regnum Dei et justitiam ejus.

(MATTH. VI, 83).

S. Matteo narra che Gesù Cristo essendosi trovato un giorno con alcuni i quali s’occupavano troppo di cose temporali, disse loro: “Non v’inquietate tanto per queste cose; cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, tutto il resto vi sarà dato con abbondanza;„ e voleva dire con ciò che se avevano la bella sorte di metter tutte le loro cure nel piacere a Dio e salvare l’anima propria, il Padre suo procurerebbe ad essi quanto sarebbe stato necessario pei bisogni del corpo. — Ma, direte, come possiamo cercare il regno dei cieli e la sua giustizia? — Come, Fratelli miei? Niente di più facile e consolante: dandovi al servizio di Dio, che è il solo mezzo per conseguire quel fine nobile e beato pel quale siamo stati creati. Sì, F. M., lo sappiamo tutti, ed anche i più grandi peccatori ne sono convinti, noi siamo al mondo solo per servire Iddio, e fare quanto ci comanda. — Ma, domanderete, perché sono così pochi quelli che lavorano a questo fine? — P. M., eccolo: gli uni riguardano il servizio di Dio come cosa troppo difficile: credono di non avere abbastanza forza per intraprenderlo, o immaginano che dopo averlo intrapreso, non potranno perseverare. Ecco precisamente, F. M., ciò che scoraggia e trattiene gran parte di Cristiani. – Invece di ascoltare queste consolanti parole del Salvatore, che non può ingannarci, e ci ripete che il suo servizio è dolce e gradevole, che attendendovi vi troveremo la pace delle anime nostre e la gioia dei nostri cuori (Matt. XI, 29, 30). Ma a farvelo meglio comprendere, vi mostrerò quale dei due conduce una vita più dura, più triste e più penosa: se chi adempie i suoi doveri di religione con fedeltà, o chi li abbandona per seguire il piacere e le passioni, per vivere a suo capriccio.

I . — Sì, F. M., da qualsiasi lato consideriamo il servizio di Dio, che consiste nella preghiera, nella penitenza, nel frequentare i Sacramenti, nell’amore di Dio e del prossimo ed in una intera rinuncia a noi stessi; sì, F. M., non troviamo in tutto ciò che gioie, consolazioni, felicità pel presente e per l’avvenire, come vedrete. Chi conosce la sua religione e la pratica, sa che le croci e le persecuzioni, il disprezzo, i patimenti, ed infine la povertà e la morte si cambiano in dolcezze, in consolazioni, e nella ricompensa eterna. Ditemi, non ve ne siete mai fatta un’idea sensibile? No, senza dubbio. Eppure, F. M., la cosa sta come vi dico; e per dimostrarvelo in modo che non possiate dubitarne, ascoltate Gesù Cristo medesimo: “Beati i poveri, poiché di loro è il regno de’ cieli: guai ai ricchi, perché è assai difficile che i ricchi si salvino „ (Luc. VI, 25) Vedete adunque, secondo Gesù Cristo, che la povertà non deve renderci infelici, poiché il Salvatore ci dice: “Beati i poveri„. In secondo luogo non sono le sofferenze, né i dolori, che ci rendono infelici; poiché Gesù Cristo ci dice : “Beati quelli che piangono e che sono perseguitati, perché un giorno saranno consolati (Matt. V, 3); ma guai al mondo e ad ai gaudenti, perché la loro gioia si cambierà in lagrime e tristezza eterna. „ (Luc. VI, 25). – In terzo luogo, non è l’essere disprezzati che può farci infelici; poiché Gesù Cristo ci dice: “Hanno disprezzato me, e disprezzeranno anche voi; hanno perseguitato me, e perseguiteranno anche voi; ma lungi dal rattristarvi, rallegratevi, perché una grande ricompensa vi attende in cielo „ Ditemi, F. M., che cosa potrà ora rispondere quel poverello che mi dice d’essere disgraziato, e mi domanda come potrà salvarsi in mezzo a tante persecuzioni, calunnie e ingiustizie che gli si fanno? No, no, F. M., diciamolo pure: niente può rendere l’uomo infelice quaggiù, quanto la mancanza di religione; e nonostante tutti i dolori che può provare quaggiù, se vuol consacrarsi al servizio di Dio, non mancherà di essere felice. – Ho detto, F. M., che chi si dona a Dio è più felice che le persone del mondo quando tutto riesce a seconda dei loro desiderii; anzi vediamo che molti santi non desideravano che la felicità di soffrire: ne abbiamo un bell’esempio in S. Andrea. Si racconta nella sua vita (Vedi Ribadenora, al 30 Novembre. Da questo autore il Beato ha preso il racconto del martirio del santo Apostolo e molti altri tratti della vita dei Santi che ricorda) che Egeo, governatore della città, vedendo che S. Andrea colle sue prediche rendeva deserti i templi dei falsi dèi, lo fece arrestare. Condotto davanti al tribunale, gli disse con aria minacciosa: “Sei tu, che fai professione di distruggere i templi dei nostri dèi, annunciando una religione affatto nuova?„ S. Andrea gli rispose: “Non è nuova, essa ha cominciato col mondo. „ — ” O rinunci al tuo crocifisso, o ti farò morire in croce come Lui. „ — « Noi cristiani, gli rispose S. Andrea, non temiamo i patimenti, ossi formano la nostra maggior letizia sulla terra; più saremo stati conformi a Gesù Cristo crocifisso, più saremo gloriosi in cielo; ti stancherai prima tu di farmi soffrire, che non io di soffrire. „ Il proconsole lo condannò a morire in croce, ma per rendere il suo supplizio più lungo, ordinò di non inchiodarlo, ma di legarlo solo con corde. S. Andrea provò tanta gioia d’essere condannato a morire in croce, come Gesù Cristo, il suo divino Maestro, che vedendo due mila uomini che venivano ad assistere alla sua morte, quasi tutti piangenti, temendo di venir privato della sua felicità, alzò la voce a scongiurarli, per grazia, di non ritardare il suo martirio. Vista da lungi la croce alla quale doveva venir appeso, in un trasporto d’allegrezza esclamò: “Io ti saluto, Croce veneranda, che fosti consacrata ed abbellita dal contatto del Corpo adorabile di Gesù Cristo, mio divin Salvatore! O Croce santa! o Croce tanto desiderata! o Croce amata con tanto ardore! O Croce che ho cercato e sospirato con tanto zelo e senza stancarmi mai! tu soddisfi tutti i voti del mio cuore! O Croce diletta, ricevimi dalle mani degli uomini per rimettermi in quelle di Dio, affinché io passi dalle tue braccia in quelle di Colui che mi ha redento. „ L’autore che ne scrisse la vita, ci dice che essendo ai piedi della croce per esservi legato, non cambiò di colore, i capelli non gli si drizzarono sul capo, come accade ai rei, non gli tremò la voce, il sangue non gli si agghiacciò nelle vene, non fu nemmeno preso dal minimo tremito; ma si vedeva invece che il fuoco della carità, che ardeva nel suo cuore, gli faceva uscire fiamme di ardore dalla bocca. Quando fu vicino alla croce, si spogliò da solo, e donò le sue vesti ai carnefici; montò senz’aiuto d’alcuno sul palco dov’era rizzata. Tutto il popolo, erano circa duemila persone, vedendo S. Andrea appeso alla croce, esclamò che era ingiustizia far soffrire un uomo così santo, e corse al pretorio per mettere a brani il proconsole, se non lo faceva slegare. S. Andrea vedendolo da lontano, esclamò: ” O Egeo, che vieni a far qui? se vieni per imparare a conoscere Gesù Cristo, sia pure; ma se vieni per farmi distaccare, non avanzarti: sappi che non arrivi in tempo, ed io ho la consolazione di morire pel mio divin Maestro! Ah! veggo già il mio Dio, l’adoro con tutti i beati. „ Malgrado questo, il governatore volle farlo distaccare, temendo che il popolo desse a lui medesimo la morte; ma fu impossibile distaccarnelo: a misura che s’avvicinavano per slegarlo, mancavano loro le forze, restando immobili. Allora S. Andrea esclamò alzando gli occhi al cielo: ” Mio Dio, ti domando la grazia di non permettere che il tuo servo, crocifisso per la confessione del tuo nome, abbia l’umiliazione d’esser liberato per ordine di Egeo. Mio Dio! tu sei il mio Maestro, tu sai che non ho cercato e desiderato altro che te. „ Terminate queste parole, si vide una luce in forma di globo che avvolse tutto il suo corpo, e sparse un profumo che ricreò tutti gli astanti, e nel medesimo momento l’anima sua volò all’eternità. Vedete, F. M.? chi conosce la religione e si è fermamente dato al servizio di Dio, non considera le sofferenze come disgrazie, ma le desidera e riguarda come beni inestimabili. – Sì, F. M., anche quaggiù, chi ha la fortuna di darsi a Dio, è più felice che non il mondo con tutti i suoi piaceri. Ascoltate S. Paolo: « Sì, ci dice io sono più felice nelle mie catene, nelle prigioni, nel disprezzo e nei patimenti, che non i miei persecutori nella loro libertà, nell’abbondanza dei beni, nelle gozzoviglie. Il mio cuore è ripieno di gioia, e non può trattenerla, essa trabocca d’ogni parte. „ (II Cor. VII, 4), Sì, senza dubbio, F . M., S. Giovanni Battista è più felice nel suo deserto, privo d’ogni soccorso umano, che Erode sul suo trono, sepolto fra le ricchezze e nei godimenti delle sue infami passioni. S. Giovanni è nel deserto, conversa famigliarmente con Dio, come un amico coll’amico, mentre Erode è divorato da un segreto timore di perdere il suo regno, ciò che lo induce a far trucidare tanti poveri bambini (Matt. II, 16). Vedete ancora Davide : non è egli più felice quando fugge la collera di Saul, quantunque costretto a passare le notti nelle foreste ( I Reg. XXIII); tradito ed abbandonato dai suoi migliori amici, ma unito al suo Dio e abbandonato in Lui con intera confidenza, non è egli più felice di Saul in mezzo a’ suoi beni e nell’abbondanza delle ricchezze e dei piaceri? Davide benedice il Signore perché prolunga i suoi giorni e gli dà tempo di soffrire per suo amore, mentre Saul maledice la vita e diventa suo proprio carnefice (ibed. XXXI). Perché ciò, F. M.? Ah! perché l’uno si dà al servizio di Dio, e l’altro lo trascura. Che cosa dobbiamo concludere da tutto ciò, F. M.? Questo solo, che né i beni, né gli onori, né le vanità possono rendere l’uomo felice sulla terra; ma solo l’attendere al servizio di Dio, quando abbiamo la fortuna di conoscerlo e di compierlo fedelmente. Quella donna, non curata dal marito, non è dunque infelice perché egli la disprezza, ma perché non conosce la religione, o non pratica ciò che essa le impone. Insegnatele la religione, e vedrete che, da quando la praticherà, cesserà di lamentarsi e di credersi sfortunata. Oh! come l’uomo sarebbe felice, anche sulla terra, se conoscesse la religione, ed avesse la ventura di osservare quanto essa ci comanda, e considerasse quali beni essa ci promette nell’altra vita! Oh! qual potere ha presso Dio chi lo ama e lo serve con fedeltà. Davvero, F. M.! Una persona disprezzata dal mondo, e che sembra non meriti che d’essere schiacciata sotto i piedi, vedetela divenir padrona della volontà e della potenza di Dio. Vedete Mosè, che obbliga il Signore aperdonare atrecento mila uomini colpevoli (Es. XXXII, 31); vedete Giosuè che comanda al sole di arrestarsi, ed il sole s’arresta immobile (Gios. X, 12): ciò che non era mai accaduto e che forse mai più avverrà. Vedete gli apostoli: sol perché amavano Dio, i demoni fuggivano davanti a loro, gli zoppi camminavano, i ciechi riacquistavano la vista, i morti risuscitavano. Vedete S. Benedetto che comanda alle rupi d’arrestarsi nella loro caduta, ed esse restano sospese nell’aria; vedetelo moltiplicare i pani, far sgorgare l’acqua dalle rocce, e rendere le pietre ed il legno leggieri come una paglia (Ribad. al 21 marzo). Vedete S. Francesco da Paola che comanda ai pesci di venir ad ascoltare la parola di Dio, ed essi accorrono alla sua voce con tutta prestezza e applaudono alle sue parole (Questo miracolo è narrato nella vita di S. Antonio da Padova, ma per quanto sappiamo, non in quella di san Francesco da Paola). – Vedete S. Giovanni che comanda agli uccelli di tacere ed essi obbediscono (Questo miracolo è raccontato nella vita di S. Francesco d’Assisi). Vedetene altri che attraversano i mari senza mezzo alcuno (Per esempio S. Raimondo di Peñafort e S. Francesco da Paola, citato più sopra. — Per questi fatti vedi nel Bibadeneira le vite di questi santi). Ebbene! confrontateli ora con tutti gli empi ed i grandi del mondo pieni di brio, di scienza presuntuosa: di che sono capaci? di niente: e perché? Perché non sono fedeli al servizio di Dio. Oh! chi conosce la religione e osserva tutto ciò che essa comanda, quanto è potente e felice insieme! Ahimè! F. M., chi vive a seconda delle proprie passioni ed abbandona il servizio di Dio, quanto è sventurato! egli è capace di fare ben poca cosa! Mettete un esercito di centomila uomini vicino ad un morto, e che tutti impieghino la loro potenza per risuscitarlo: no, no, F. M., non risusciterà mai; ma che una persona sprezzata dal mondo ed amica di Dio comandi a questo morto di ritornare alla vita, e subito lo vedrete rialzarsi e camminare. Ne abbiamo altre prove ancora (Mettete tutti questi imperatori, come Nerone, Massimiano, Diocleziano… Vedete Elia: era solo a far discendere il fuoco dal cielo sul sacrificio, ed i sacerdoti di Baal erano cinquecento. – Nota del Beato).

1. Se per servire il buon Dio bisognasse esser ricchi od istruiti, molti non lo potrebbero fare. Ma no, F. M., la gran scienza e la gran ricchezza non sono affatto necessarie per servire Dio; al contrario, assai spesso sono a ciò di grande ostacolo. Sì, F . M..  siamo ricchi o poveri, dotti o ignoranti, in qualsiasi stato ci troviamo, possiamo piacere a Dio e salvarci: e S. Bonaventura appunto ci dice che lo possiamo: “in qualsiasi stato o condizione ci troviamo. „ – Ascoltatemi un momento, e vedrete che il servizio di Dio non può che consolarci e renderci felici in mezzo a tutte le miserie della vita. Per esso non dovete lasciar né i beni, né i parenti, né gli amici, tranne che vi siano causa di peccato; non occorre che passiate i vostri giorni in un deserto a piangervi le vostre colpe; fosse anche necessario, dovremmo esser felici di aver un rimedio ai nostri mali; ma no: un padre ed una madre di famiglia possono servire Dio vivendo coi loro figli, educandoli cristianamente; undomestico può facilmente servire Dio ed il suo padrone, nulla lo impedisce; anzi il suo lavoro, e l’obbedienza che deve ai suoi padroni divengono occasione di merito. No, F. M., il modo di vivere servendo Dio non muta niente in ciò che facciamo; al contrario servendo Dio facciamo meglio le nostre azioni; siamo più assidui ed attenti nell’adempire i doveri del nostro stato; siamo più dolci, più benevoli, più caritatevoli; più sobri nei pasti, più riservati nelle parole; meno sensibili alle perdite che subiamo ed alle ingiurie che riceviamo; cioè, F. M., quando ci diamo al servizio di Dio, compiamo assai meglio le azioni nostre, operiamo in maniera più nobile, più elevata, più degna d’un Cristiano. Invece di affaticarci per ambizione, per interesse, noi lavoriamo solo per piacere a Dio, che ce lo comanda, e per soddisfare la sua giustizia. Invece di far un servigio od un’elemosina al prossimo per orgoglio, per essere considerati, noi la facciamo solo per piacere a Dio, e redimere i nostri peccati. Sì, F. M., ancora una volta, un Cristiano che conosce la religione e la pratica, santifica tutte le sue azioni, senza nulla mutare di quanto fa; e senza nulla aggiungervi, tutto diviene per lui causa di merito pel cielo. Ebbene, F. M.! ditemi, se aveste ben pensato che fosse così dolce e consolante servire il buon Dio, avreste potuto vivere come avete fatto sinora? Ah! F. M., qual rimorso al punto di morte, quando vedremo che se ci fossimo dati al servizio di Dio, avremmo guadagnato il cielo, compiendo solo quanto abbiamo fatto! Mio Dio! quale sventura per chi si troverà nel numero di questi ciechi! Ora, vi domanderò, è l’esteriorità della religione ohe vi sembra ripugnante e troppo difficile? Forse la preghiera, le funzioni sacre, i giorni di astinenza, il digiuno, la frequenza ai Sacramenti, la carità verso il prossimo? Ebbene! vedrete che in ciò non v’è nulla di penoso come avete creduto.

1° Anzitutto è forse penosa la preghiera? o non è invece essa il momento più felice della nostra vita? Non è per la preghiera che conversiamo con Dio, come un amico coll’amico? Non è in questo momento che incominciamo a fare ciò che faremo cogli Angeli in cielo? Non è per noi una fortuna troppo grande che, miserabili come siamo, Dio, così eccelso, ci soffra alla sua santa presenza, e ci metta a parte, con tanta bontà, d’ogni sorta di consolazioni? Del resto, non è Lui che ci ha dato quanto abbiamo? Non è giusto che l’adoriamo e l’amiamo con tutto il nostro cuore? Non è dunque il momento più felice della nostra vita quello dell’orazione, giacché vi troviamo tante dolcezze? E forse cosa penosa offrirgli tutte le mattine, le nostre preghiere e le nostro azioni, affinché le benedica, e ce ne ricompensi nell’eternità? È forse troppo il consacrargli un giorno ogni settimana? Non dobbiamo al contrario veder arrivare questo giorno con grande piacere; poiché in esso impariamo i doveri che dobbiamo adempiere verso Dio e verso il prossimo, e ci si fa concepire così gran desiderio dei beni dell’altra vita, che ci induce a disprezzare ciò che è veramente spregevole? Non è nelle istruzioni, che impariamo a conoscere la gravità delle pene che il peccato merita? Non ci sentiamo noi spinti a non più commetterlo, per evitare i tormenti che gli sono riservati? Mio Dio! quanto poco l’uomo conosce la sua felicità!

2° Inoltre: forse vi ripugna la confessione? Ma, amico mio, si può avere più bella sorte che vedere in meno di tre minuti cambiata una eternità sventurata in una eternità di piaceri, di gioie, di felicità? Non è la confessione che ci rende l’amicizia del nostro Dio? Non è la confessione che ci libera da quei rimorsi della coscienza, che ci straziano senza posa? Non è essa che ridona la pace all’anima nostra, e le dà novella speranza di raggiungere il cielo? Non è in questo momento che Gesù Cristo sembra spiegare le ricchezze della sua misericordia sino all’infinito? Ah! F. M., senza questo Sacramento , quanti dannati di più e quanti santi di meno!… Oh! i santi del cielo quanto sono riconoscenti a Gesù Cristo d’aver istituito questo Sacramento!

3° In terzo luogo, F. M., forse i digiuni i prescritti dalla Chiesa vi fanno trovare pesante il servizio di Dio? Ma la Chiesa non ve ne comanda più di quanti ne possiate fare. Del resto, F. M., se li consideriamo cogli occhi della fede, non è per noi gran ventura potere con piccole privazioni evitare le pene del purgatorio, che sono tanto rigorose? Eppure, F.M., quanti si condannano a digiuni ben più rigidi per conservare la sanità ed appagare il loro amore pei divertimenti o accontentare la loro golosità! Non si vedono giovani donne abbandonare i figli in mano ad estranei, ed anche la casa? Non se ne vedono altre passare le intere notti all’osteria in mezzo ad ubbriachi, ad avvinazzati, dove non ascoltano altro che sconcezze ed oscenità? Non si vedono vedove le quali sciupano i pochi giorni che loro rimangono e che dovrebbero invece consacrare a piangere le pazzie di loro gioventù… non se ne trovano talune che si abbandonano da ogni sorta di vizi, come persone che hanno d’improvviso perduto il senno? costoro sono di scandalo ad una intera parrocchia. Ah! F. M., se per Iddio si facesse quanto si fa per il mondo, quanti Cristiani andrebbero in cielo!… Ahimè! F. M., se doveste stare tre o quattro ore in chiesa a pregare, come le passate al ballo od all’osteria, quanto vi sembrerebbero lunghe!… Se doveste fare parecchie miglia per ascoltare una predica, come si fanno per divertirsi o per conseguire qualche guadagno, ah! F. M, quanti pretesti, quante scuse si cercherebbero per non andarvi! Ma, per il mondo, niente è pesante; e di più non si teme di perdere Dio, l’anima, il cielo. Ah! F. M., Gesù Cristo aveva dunque ben ragione quando diceva che i figli del secolo si danno maggior premura di servire il loro padrone, il mondo, che non i figli della luce per servire il loro padrone, il Signore (Luc. XVI, 8). Ahimè! F. M., diciamolo a nostra vergogna, non fanno paura le spese e neppure i debiti quando si tratta dei propri piaceri: ma per un povero che cerca qualche cosa non si ha nulla; ecco come va la cosa: si ha tutto per il mondo e nulla per Iddio, perché si ama il mondo, e Dio non è da noi affatto amato. – Ma qual è la causa, F. M., per cui abbandoniamo il servizio di Dio? Eccola. Noi vorremmo poter servire Dio ed il mondo insieme: cioè poter unire l’ambizione e l’orgoglio coll’umiltà, l’avarizia collo spirito di distacco che il Vangelo ci comanda; bisognerebbe poter confondere insieme la corruzione colla santità della vita o, a dir meglio, il cielo coll’inferno. Se la religione comandasse, od almeno permettesse l’odio e la vendetta, la fornicazione e l’adulterio, saremmo tutti buoni Cristiani; tutti sarebbero figli fedeli della loro religione. Ma per servire Iddio è impossibile potersi comportare così; bisogna assolutamente essere tutti di Dio, o non appartenergli punto. – Sebbene abbia detto, F. M., che tutto è consolante nella nostra santa religione, e questo, è verissimo, debbo anche aggiungere che dobbiamo fare del bene a chi ci fa del male, amare chi ci odia, conservare la riputazione dei nostri nemici, difenderli quando vediamo che altri ne parla male; ed invece di desiderar loro il male, dobbiam pregare Dio che li benedica. Lontani dal mormorare quando Dio ci manda qualche afflizione, qualche dolore, dobbiamo ringraziarlo, come il santo re Davide, che baciava la mano che lo castigava (II Reg. XVI, 12) La nostra religione vuole che passiamo santamente il giorno di festa, lavorando a procurarci l’amicizia di Dio, se per disgrazia non la possediamo; vuole che consideriamo il peccato come il nostro più crudele nemico. Ebbene! F. M., questo ci sembra la cosa più dura e faticosa. Ma, ditemi, non è un procurare con ciò la nostra felicità sulla terra e per l’eternità? Ah! F. M., se conoscessimo la nostra santa Religione, ed il gusto che si prova praticandola, quanto ci sembrerebbe cosa da poco! quanti santi hanno fatto più di quello che Dio da loro richiedeva per dare ad essi il cielo! Essi ci hanno detto che una volta gustate le dolcezze e le consolazioni che si provano nel servizio di Dio, è impossibile lasciarle per servire il mondo coi suoi piaceri. Il santo re Davide ci dice che un giorno solo passato nel servizio di Dio, vale assai più di mille che i mondani passano nei piaceri e nelle cose profane (Ps. LXXXIII, 10)

II. — Ditemi, chi di noi vorrebbe servire il mondo, se avessimo la felicità, la grande felicità di comprendere tutte le miserie che vi si incontrano, cercando i suoi piaceri, ed i tormenti che si preparano per l’eternità? Mio Dio! Quale cecità è la nostra di perdere tanti beni, anche in questo mondo, e molto più nell’eternità! E ciò per piaceri che sono soltanto apparenti, per gioie miste a tanti dolori e a tante tristezze! Infatti, chi vorrebbe servir Dio, se fosse necessario soffrire tanto e sopportare tante molestie, mortificazioni, strazi del cuore, quanti se ne sopportano pel mondo? Vedete uno che si è prefisso di accumulare ricchezze: né venti, né pioggia lo trattengono; soffre ora la fame, ora la sete, ora le intemperie; giunge talora fino ad arrischiare la vita e perdere la riputazione. Quanti vanno di notte a rubare, esponendosi al pericolo di essere uccisi e di perdere la stima, essi e la loro famiglia. E senza andar tant’oltre, F. M., vi costerebbe di più in tempo delle funzioni essere in chiesa ad ascoltar con rispetto la parola di Dio, o starvene fuori a chiacchierare di interessi temporali o di cose da nulla? Non sareste più lieti di assistere ai Vespri, quando si cantano, che restare in casaad annoiarvi, mentre si cantano le lodi di Dio? – Ma, direte, bisogna farsi delle violenze quando si vuol servire a Dio. — Ebbene, vi dirò che molto meno si soffre servendo Dio colla sua croce che seguendo il mondo con i suoi piaceri, le sue passioni; e ve lo mostro. Forse penserete che è difficile perdonare una ingiuria ricevuta; ma, ditemi, chi soffre più dei due, chi perdona prontamente e di buon cuore per amor di Dio, o chi nutre sentimenti di odio per due o tre anni contro il suo prossimo? Non è questo per lui un verme che lo rode e divora continuamente, che spesso gli impedisce di mangiare e di dormire; mentre l’altro, perdonando, ha subito trovato la pace dell’anima? Non è cosa più eccellente domar le proprie passioni, che volerle accontentare? Si riesce forse a soddisfarle del tutto? No, F. M.: usciti da un delitto, vi spingono ad un altro, senza mai darvi tregua; siete uno schiavo, che esse trascinano dovunque vogliono. Ma, a meglio convincervene, accostiamoci ad uno di quegli uomini, che fanno consistere tutta la loro felicità nei piaceri del senso, e si gettano a corpo perduto nelle lordare delle più infami e vergognose passioni. Sì, F. M., se prima ch’egli s’abbandonasse al libertinaggio, alcuno gli avesse descritta la vita che oggi deve condurre, avrebbe egli potuto risolvervisi senza inorridire? Se gli aveste detto: Amico mio, hai due partiti da prendere: o reprimere le tue passioni, ovvero abbandonarviti. L’uno e l’altro hanno piaceri e pene: scegli quale vuoi. Se vuoi abbracciare il partito di praticare la virtù, baderai bene di non frequentare i libertini, e sceglierai i tuoi amici tra chi pensa ed agisce come te. Saranno tua lettura i libri santi, che ti animeranno alla pratica della virtù, e ti faranno amare Dio; concepirai ogni giorno nuovo amore per Lui; occuperai santamente il tuo tempo, e tutti i tuoi piaceri saranno piaceri innocenti, che daranno sollievo al corpo, mentre renderanno gagliardo lo spirito; adempirai i doveri religiosi senza affettazione e con fedeltà; sceglierai per condurti nella via della salvezza un saggio ed illuminato confessore, che cercherà soltanto il bene dell’anima tua, e seguirai con esattezza quanto ti comanderà. Ecco, amico mio, tutte le difficoltà che proverai nel servizio di Dio. La tua ricompensa sarà d’aver sempre l’anima in pace, ed il cuore sempre contento; sarai amato e stimato da tutti i buoni; ti preparerai una vecchiaia felice, immune in gran parte dalle infinite malattie, a cui d’ordinario vanno soggetti quelli che conducono una giovinezza sregolata; i tuoi ultimi momenti saranno dolci e tranquilli; da qualsiasi lato considererai allora la tua vita, nulla potrà affliggerti; anzi, tutto contribuirà a consolarti. Le croci, le lagrime, le penitenze saranno ambasciatori inviati dal cielo per assicurarti che la tua felicità sarà eterna, e che non hai più nulla a temere. Se in quei momenti volgerai lo sguardo all’avvenire, vedrai il cielo aperto per riceverti; infine, partirai da questo mondo come una santa e casta colomba che va a nascondersi e seppellirsi nei seno del suo diletto; non abbandonerai nulla, e acquisterai tutto. Non avrai desiderato che Dio solo, e sarai con Lui per tutta l’eternità. Ma, invece, se vuoi lasciar Dio e il suo servizio per seguire il mondo ed i suoi piaceri, la tua vita passerà nel desiderare sempre e nel cercare sempre senza mai essere né contento, né felice; potrai usare tutti i mezzi che sono a tua disposizione, ma non vi riuscirai. Comincerai a cancellare dal tuo spirito i principi di Religione che hai imparato fin dall’infanzia e seguito sino a quest’ora; non aprirai più quei libri di pietà che nutrivano l’anima tua, e la proteggevano contro la corruzione del mondo; non sarai più padrone delle tue passioni, esse ti trascineranno dovunque vorranno; ti farai una religione a tuo modo; leggerai libri cattivi, ispiranti disprezzo contro la fede e sollecitanti al libertinaggio, e percorrerai la via da essi tracciata; non ricorderai più i giorni passati nella pratica della virtù e della penitenza, quando era per te gioia grande accostarti ai Sacramenti, dove Iddio ti colmava di tante grazie, o, se li rammenterai, sarà solo per rammaricarti di non aver dato tutto quel tempo ai piaceri del mondo; arriverai fino a non credere più nulla, ed a negare ogni cosa; insomma, diventerai un povero empio; in questa convinzione cederai la briglia a tutte le passioni, esclamando che colla vita tutto finisce, che bisogna correre in cerca di tutti i piaceri che si possono godere. Accecato dalle passioni, precipiterai di peccato in peccato, senza neppure accorgertene; ti abbandonerai a tutti gli eccessi di una gioventù bollente e corrotta, e non temerai di sacrificare la quiete, la sanità, l’onore ed anche la vita: non dico l’anima, giacché non crederai di averla. Sarai sulla bocca di tutti, tutti ti guarderanno come un mostro, sarai fuggito e temuto: non importa; ti riderai di tutto, continuerai sempre nel tenore di vita usato, seguendo ormai soltanto la via delle passioni che ti trascineranno ove loro meglio piacerà. Talora ti si troverà presso una giovane intento ad adoperare tutti gli artifici e gli inganni che il demonio saprà ispirarti per ingannarla, sedurla e perderla; tal altra sarai veduto, di notte, alla porta d’una vedova, a farle tutte le promesse possibili per indurla ad acconsentire ai tuoi infami desideri. Forse, senza alcun rispetto ai sacri diritti del matrimonio, calpesterai tutte le leggi della religione, della giustizia e della stessa natura, e diventerai un adultero infame. Giungerai anche a fare delle membra di Gesù Cristo le membra d’un’infame prostituta. E andrai più innanzi, poiché le pene dello spirito e del cuore non saranno le sole che dovrai divorare vivendo nel libertinaggio: ma le infermità del corpo, il sangue indebolito, la vecchiaia snervata saranno la tua porzione. Durante la vita hai abbandonato Dio; la morte, al suo avvicinarsi, farà forse risuscitare quella fede che avevi spenta colla tua vita malvagia… Se riconoscerai di aver abbandonato Dio; Egli ti farà toccar con mano che ti ha abbandonato, respinto per sempre e maledetto per tutta l’eternità; allora i rimorsi della coscienza che cercavi di far tacere, si faranno sentire e ti divoreranno, nonostante ogni tuo sforzo per soffocarli; tutto ti turberà e ti getterà nella disperazione. Se vorrai riandare col pensiero la tua vita, conterai i giorni seguendo il numero de’ tuoi delitti, che saranno come tanti tiranni i quali ti strazieranno senza posa; la vita non ti presenterà altro che grazie disprezzate, un tempo ben prezioso che hai sciupato; avevi bisogno di tutto, e non hai approfittato di nulla. Che se considererai l’avvenire, i tormenti dai quali l’anima tua sarà straziata, ti faranno credere che le fiamme divoranti i reprobi infelici già ti circondino, mentre il mondo, che tanto avevi amato, al quale temevi tanto di dispiacere, a cui avevi sacrificato Dio e l’anima, ti avrà abbandonato, respinto per sempre. Hai voluto seguire i suoi piaceri: allora, mentre avrai bisogno di maggior aiuto, sarai abbandonato da tutti; tuo solo rifugio sarà la disperazione; e, ciò che è peggio, tu morrai, e, piombando nell’inferno, dirai che il mondo ti ha sedotto, ma che, troppo tardi, riconoscesti la tua sventura. Ebbene, F. M.! che ne pensate voi? Eppure, sono queste le pene e le gioie, e di quelli che vivono virtuosamente, e di quelli che vivono per il mondo. Ah! F. M., quale sventura è quella di chi non vuole che il mondo, e trascura la salvezza del l’anima sua!… Come passa invece felice la vita colui che ha la grande ventura di cercare soltanto Dio e la salvezza dell’anima sua! Quante amarezze di meno! quante consolazioni di più nel servizio di Dio! quanti rimorsi di coscienza risparmiati al punto di morte! Quanti tormenti evitati per l’eternità!… Ah! F. M., quanto la nostra vita sarebbe felice, malgrado tutto ciò che possiamo soffrire da parte del mondo e del demonio, se avessimo la bella sorte di darci al servizio di Dio, disprezzando il mondo e chi lo segue! Ah! F. M., qual cambiamento grande opera il servizio di Dio in chi è così avventurato da cercare sulla terra Dio solo! Se dovete vivere con un orgoglioso, che non vuol tollerare nulla, pregate Dio che lo faccia attendere con costanza al suo servizio: vedrete subito tutto cambiarsi in lui; amerà il disprezzo, ed egli medesimo si terrà a vile. Un marito od una moglie sono sfortunati nel loro matrimonio? procurate che abbraccino il servizio di Dio, e vedrete allora che non si considereranno più come infelici, ma la pace e l’unione regnerà fra loro. Un domestico è trattato duramente dai padroni? Consigliatelo di darsi al servizio di Dio, e d’allora non lo udrete più lamentarsi, anzi benedirà la bontà di Dio che gli dà occasione di far il suo purgatorio in questo mondo. Dirò ancor più, F. M.: una persona che conosce la religione e la pratica, non pensa più a se stessa, ma solo a rendere felice il suo prossimo. Per meglio farvelo comprendere, eccovi un bell’esempio. – Leggiamo nella storia che nella città di Tolosa viveva un santo sacerdote, lo zelo e la carità del quale lo facevano considerare in tutta la città come il padre dei poveri. Quantunque povero egli stesso, pure non mancava mai di mezzi per soccorrere gli altri. Un giorno una donna devota venne ad annunciargli che le era stato messo in prigione il marito, e che le restavano a carico quattro figliuoli; se alcuno non aveva pietà di lei e dei bambini, avrebbe dovuto morire di fame. Il santo sacerdote fu commosso fino alle lagrime; ora appena tornato dalla sua questua giornaliera a favore dei suoi poveri, ma uscì di nuovo per domandare soccorso ad un ricco negoziante, suo amico. Mentre il sacerdote entrava, il mercante aveva appena ricevuto una lettera annunciantegli una perdita considerevole. Il sacerdote, nulla sapendo, gli fa il racconto delle miserie di quella sventurata famiglia. E il mercante burberamente: “Siete ancor qui; è troppo. „ — “Ah! signore! Se sapeste! gli risponde il sacerdote. „ — “No, non voglio saper nulla, andatevene subito. „ — ” Ma, signore, gli dice il sacerdote, che sarà di quella povera famiglia! ah! ve ne scongiuro, abbiate pietà delle sue sventure! „ L’altro, preoccupatissimo della propria disgrazia, gli si rivolge contro e gli dà uno schiaffo sonoro. Il sacerdote, senza mostrare la minima emozione, presenta l’altra guancia, dicendogli: “Signore, percuotete quanto vi pare, purché mi diate di che soccorrere quella povera famiglia.„ Il mercante, meravigliato di ciò, gli dice: “Ebbene, venite con me; „ e prendendolo per mano, lo conduce nel suo studio, gli apre la cassa forte, e: “Prendete quanto vi abbisogna. „ — “No, signore, gli dice umilmente il sacerdote, datemi quanto volete. „ Il mercante caccia ambo le mani dentro al suo scrigno e gli dà abbondantemente, dicendogli: “Venite ogni qual volta vorrete. „ Ah! F. M., la religione è pur cosa preziosa per chi la conosce. Infatti, quanto vi è di bene nel mondo, fu essa che lo ha prodotto. Gli ospedali, i seminari, le case di educazione, tutto fu istituito da chi si era dato al servizio di Dio. Ah! se i padri e le madri conoscessero quanto sarebbero felici essi stessi, e quanto contribuirebbero a glorificare Dio educando santamente i loro figli! Ah! se fossero ben convinti che essi tengono il luogo di Dio sulla terra, come lavorerebbero a rendere vantaggiosi per sé e pe’ loro cari i meriti della Passione e della Morte di Gesù Cristo!…,, – Concludo, F. M., col dire che seguendo il mondo e volendo accontentare le nostre inclinazioni perverse, non saremo mai felici, né potremo trovare quel che cerchiamo; mentre dandoci al servizio di Dio, tutte le nostre miserie verranno addolcite, o meglio, si muteranno in gioia e consolazione, al pensiero che fatichiamo pel cielo. Quale differenza tra chi muore dopo aver vissuto male, e chi muore dopo aver condotto vita buona; questi ha il cielo per eredità; le sue lotte sono finite; la sua felicità, che già intravvede, incomincia per non più finire! Sì, F. M., diamoci a Dio davvero e proveremo questi grandi benefizi che Dio mai rifiuterà a chi l’avrà amato! Eccovi la felicità che vi auguro.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.