NECESSITÀ DI STRINGERSI A GESÙ CRISTO

NECESSITÀ DI STRINGERSI A GESÙ CRISTO

[P. V. Stocchi: Discorsi Sacri; Tip. Befani, Roma, 1884,]

DISCORSO I.

“Accipite armaturam Dei, ut possitis resistere  in die malo et in omnibus perfecti stare”.

(Ephes. VI, 13)

Chi consideri quello svariatissimo tenore di provvidenza, onde si è Dio compiaciuto di governare le sorti della sua Chiesa, fra le incessanti burrasche che l’hanno sempre bersagliata e tuttavia la bersagliano, vedrà che se l’essere e il mostrarsi cristiano non di solo nome ma di opere, non è stato mai cosa facile, neppure è stato sempre difficile allo stesso modo. Imperocché Colui che manda come gli piace e si fa obbedire ai venti ed al mare, alle volte infrenando per così dire i turbini, e tenendo alla catena le tempeste, ha voluto che le cose passassero, tranquille, e il vivere dei Cristiani fosse come viaggio di nave in bonaccia, senza altre scosse ed altri barcollamenti che quelli che porta seco necessariamente l’instabilità di questo mare del secolo: altre volte per lo contrario licenziando i venti, e lasciandoli irrompere a sconvolgere il pelago e levare i flutti alle stelle: ha permesso che nel Cristianesimo tutto andasse in sommossa, in iscompiglio: di sorte che fosse necessaria gran forza di animo, gran perizia e gran lena per giungere a riva fra tanto dibattersi di onde e flagellar di marosi. Ora a quel modo che un naviglio di saldezza mediocre e scarsamente arredato basta a valicare il golfo e afferrare il porto quando o il mare è spianato, e l’aria è mite, o se tempesta, la traversia non è né lunga né formidabile, ma per durare contro la rabbia diuturna di un pelago infellonito è mestiere al legno di fianco valido e di robusta armatura: cosi nel Cristiano, sino quando è pace e sereno, con una virtù ordinaria si giunge a riva, ma nelle prove, nelle tenzoni, nelle burrasche ci vuole qualche cosa di più, e bisogna trovarsi bene stretti e congiunti con Gesù Cristo, chi non vuole essere dalla furia del vento traboccato e sommerso. Stando così le cose, io non credo che nessuno vorrà negarmi, che il vivere cristianamente costi più, e più sia difficile ai giorni nostri, di quel che fosse al tempo dei nostri padri, e che per conseguenza sia ai giorni nostri necessaria una virtù più robusta per serbarsi fedele a Gesù Cristo e salvarsi l’anima; ma se alcuno ci fosse che o lo rivocasse in questione o non lo credesse, io mi son posto in animo di persuaderglielo con questo discorso, tenendo per fermo che chi attenderà potrà cavare dalle mie parole quel prò, che cava il passeggero dall’aver conti ed aperti i pericoli della via e non trovarsi sprovveduto al bisogno. – Mostrerò dunque che chi vuole scampare alle seduzioni e all’insidie di questo secolo, e salvarsi l’anima, conviene che si stringa fortemente con Gesù Cristo: e che i fiacchi e i rilenti nella sequela del Salvatore saranno facilmente rapiti dal vortice e periranno. Le prove saranno chiarissime, e, se tanto mi è lecito di promettere, irrepugnabili: dunque attendetemi e incomincio.

1. Ma per non mettere il piede in fallo nella dimostrazione che mi sono proposta, credo opportuno di richiamar qui subito alla memoria di chi mi ascolta, quello che del nostro Signore Gesù Cristo disse S. Paolo con divina energia in quelle poche parole; Jesus Chrìstus fieri et hodie, tpse et in sæcula. (Hebr. XIII, 8.). Il che vuol dire che Gesù Cristo non fa come fanno gli uomini e come fa il mondo, i quali si accomodano ai tempi, e secondo le circostanze mutano le massime, i divisamenti, le leggi, i pensieri e gli affetti. No. Gesù Cristo tale è oggi quale fu ieri, e senza mutazione nessuna sarà tale in perpetuo. Può quindi il mondo e scompigliarsi e quietare, e ricomporsi ed insorgere, a modo della marea: possono gli uomini aborrire oggi quello che amarono ieri, e gittar domani nel fango quell’idolo che oggi innalzarono, e a cui testé ardevano incenso, accumulare sul capo il vituperio e la contumelia; Gesù Cristo immobile in mezzo a tanta vicenda, signoreggia tutte le mutazioni, le doma, le tempera, le regola, le disperde, a somiglianza di una rupe, che piantata ed eretta in mezzo all’oceano, aspetta imperterrita e sfida l’orgoglio dei marosi i quali siano grandi quanto si vuole, forza è che spumeggiando le si infrangano ai piedi l’uno dopo l’altro, e svaniscano. È per conseguenza un conato non solamente inutile ed empio, ma folle e ridicolo quello di coloro, che non avendo tanta lena di fianco per sollevar se medesimi all’altezza del Vangelo, si sforzano di abbassare il Vangelo alla propria abbiettezza, e argomentandosi di far complice delle loro codardie il Verbo fatto carne, cercano di persuadere a sé medesimi e agli altri, che Gesù Cristo non Badi tanto per la sottile, cosse suol dirsi ai dì nostri, e chiuda gli occhi rispetto a cene cose, che il Vangelo condanna, ma la snoda e il costume mettono in voga ed accreditano. Follie uditori, follie: cœlum et terra transibnnt. Vedete la terra? Vedete i cieli? Che si può pensar di più saldo, di più immutabile? Governati da leggi stabilissime ruotano da tanti secoli nello spazio, e sull’orbita e sulla traccia segnata loro da Dio viaggiano e viaggeranno. Eppure verrà giorno che questa gran macchina scrosci scompaginata e trapassi, ma neppur una trapasserà delle mie parole, disse Gesù: verba autem mea non prœteribunt, (Luc. XXI 33.) – Muti dunque il mondo quanto vuole, le verità insegnate da Gesù Cristo non mutano: imbizzarrisca a sua posta e si trasformi e insolentisca la moda, le leggi di Gesù Cristo son sempre quelle: sempre il medesimo debito di osservarle corre per tutti, e sotto la stessa sanzione. E qual sanzione? Del paradiso per gli obbedienti e delle eterne fiamme per i trasgressori.

2. Fermato bene questo gran punto veniamo a noi, e consideriamo onde avvenga, che una legge intimata da Dio medesimo agli uomini e con allettamenti di premi cosi grandi per chi la guarda, e con minacce di supplizi cosi formidabili per chi la conculca, sia stata e sia cosi poco osservata, che dico poco osservata? dovevo dire baldanzosamente trasgredita, vilipesa. La ragione la troveremo nelle passioni corrotte del cuore umano: alle quali se l’uomo dia il governo di sé medesimo, come cavallo sboccato ed indomito a cui il cavaliere abbia lasciato sul collo la briglia, lo porteranno senza fallo ad infrangersi nel precipizio; che è quello che disse lo Spirito Santo nell’ Ecclesiastico: si præstes animæ tuæ concupiscentias ejus faci et te in gaudium inimicis tuis: (Eccli. XVIII, 31.) se ti lascerai tirare agli appetiti sregolati del cuore, diverrai lo scherzo e il ludibrio dei tuoi nemici. – Ora se confronto il nostro secolo coi secoli antipassati, trovo che. in quelli come nel nostro abbondarono gli schiavi delle passioni, perchè sarebbe uno stolto chi pensasse che gli uomini abbiano cominciato ora a mostrarsi quei figliuoli che sono di Adamo prevaricatore. Con tutto ciò nessuno potrà negarmi, che se le passioni imperversavano per lo passato come al presente, era pel passato più assai che non al presente conosciuta e pregiata la mortificazione. Sì: gli schiavi medesimi delle passioni sapevano e intendevano che l’uomo sensuale e perduto dietro ai piaceri che appagano la parte animalesca non è cristiano altro che di nome; onde se non avevano animo di imitare coloro, che battevano la via segnata da Gesù Cristo li pregiavano e li onoravano, e questo non era poco. Non era poco, perché temperava e debilitava lo scandalo, mentre i godenti inchinandosi in faccia ai mortificati, facevano una quasi protesta di esser del numero dei primi, per non aver tanto di valore quanto faceva mestieri per mettersi coi secondi: non era poco, perché tagliava i nervi al rispetto umano, e operava che nessuno dovesse vergognarsi di essere e mostrarsi seguace del Crocifisso: non era poco, perché induceva gli stessi voluttuosi a praticare a quando a quando qualche opera di mortificazione cristiana, e pungeva i loro cuori di una spina continua; onde date giù le passioni, sfiorita la gioventù, sottentrato alle illusioni il disinganno, alle fallacie la verità, alle lusinghe della presente le speranze e i timori della vita futura, era ordinario vedere uomo morigerato chi fu giovane dissoluto, e vecchio pio e cristiano, chi fu uomo di bel tempo e arnese di mondo: non era poco finalmente, perché faceva, se non amabile, tollerabile almeno ed anche soave la loro condizione ai privi dei beni della terra, e agli sforzati a campar la vita stentatamente con l’opera delle mani e con il sudor della fronte, molceva gli affanni mantenendo viva nei loro cuori la consolazione della speranza cristiana. Ma che segno, che traccia resta oggimai nel mondo di mortificazione, di vittoria di sé medesimo, di abnegazione che traccia resta? Una smisurata sensualità invade e corrompe ogni cosa. Si vuol godere, e goder sempre e goder da tutti. E secondo questo desiderio tutto il mondo è pieno di templi, dove si arde incenso continuo alla voluttà. Godere, ed eccovi moltiplicati i teatri, teatri per le ore notturne, teatri per le diurne: teatri nobili e dispendiosi che smungano l’oro dell’agiato e del ricco, teatri umili ed abbietti, che si appaghino dell’obolo dell’artigiano e del povero. Godere, e i passeggi ribollono: godere, e 1- spesseggiano : godere, e non han posa le musiche: godere, e qua si legge a vil prezzo ogni lordura ed oscenità di romanzo; godere, e là si schiudono casini di giuoco e ridotti di gozzoviglia: insomma quel che aiuta a godere tutto è buono, quel che lo impedisce tutto è cattivo; ogni invenzione che può fruttare un godimento di più al corpo oramai svogliato fradicio di delizie consuete si applaude; ogni trovato che intenda ad ingentilire la miglior parte di noi, l’intelletto, o non si cura o si vilipende. Gode il dovizioso, e per godere getta nel vortice insano di mille inezie l’avito retaggio. Quegli che ha mezzane le facoltà, si spolpa e si riduce nella paglia per godere: chi è costretto rimanere fra gli ultimi guarda bieco chi lo precede, e aspetta fremendo il momento di sospingersi avanti. – Né questa è faccenda dei soli cattivi -. anche fra i buoni son molti che sottilmente quanto si possa goder di piaceri senza andare all’inferno, e li voglion godere fino all’ultima stilla, dedicando ad essi se non tutta almeno la maggior parte della lor vita. Questa immensa sete di diletti, questa è a confessione di tutti, la piaga massima del nostro secolo: questa da cui tutte le altre traggono la loro origine, lo costituisce praticamente un secolo anticristiano per eccellenza, mentre Gesù Cristo lo fulmina con tante saette quante sono le parole del suo Vangelo. Onde è che se il Vangelo è Vangelo, salvarsi con questa maniera di vita non è possibile. Che convien fare pertanto? Conviene farsi parte da sé, lasciare andare il mondo per la sua via, e a malgrado e a dispetto e quasi in faccia di tutta la turba che gode mortificarsi, o perire. Non è altro rimedio: conviene davvero stringersi al Crocifisso, conviene impararlo a conoscer bene: quella cognizione che in altri tempi sarebbe bastata non basta più: le cautele ordinarie per conservar la salute bastano nei tempi ordinari, ma quando regna la peste e imperversa il contagio, le cautele si convengono raddoppiare, e non bisogna aspettare ad esser malato, bisogna ancora prevenire la malattia.

3. Tanto più, uditori carissimi, che la faccenda non si contiene negli ordini della pratica, ma passa ancora negli speculativi, e questo sommergersi nel lezzo della voluttà e dei godimenti del senso vien proclamato come un diritto, e asserito come un dovere. Imperocché per tacere per ora di quelle truculenti dottrine che ad udirle fanno dubitare se si dia per avventura ai tempi nostri il miracolo di vedere sotto umane sembianze le più sozze fra le bestie: la riabilitazione per esempio della carne, la necessità dei piaceri, e per procacciarseli la fellonia, la licenza, l’empietà, il furto, il ladroneggio, l’assassinio, preconizzati sotto nome di diritti dell’ uomo, di libertà, di emancipazione e andate voi discorrendo; chi non ha udito ripetere mille volte, che il Vangelo non fa guerra alla voluttà, ma adagia l’uomo dei mezzi per procacciarsela? E perché il dir la cosa così crudamente, avrebbe avuto tal sembiante di assurdo, che nessuno ci si sarebbe gabbato, hanno abusato della parola civiltà; ed equivocando sul senso della medesima, hanno domandato prima se il Vangelo si opponga alla civiltà; e udito rispondersi che no, ma che la promuove invece, e può dirsi che dal Vangelo germoglia come frutto terreno, da pianta celeste, che hanno fatto? Hanno chiamato civiltà tutto ciò che conferisce a satollare gli appetiti ed il senso, e poi hanno gridato: “Popoli, ecco qua, pigliate, godete, tutto questo vi dà il Vangelo; e se altri viene a dirvi che la cosa non è così, chiamatelo un ipermistico, un ascetico esagerato, che ha capito il Vangelo a rovescio”. Esagero forse? Ma come, se abbiamo ancora le orecchie piene del frastuono di chi bandiva che ivi il Vangelo meglio fa e più puramente si pratica, dove è più lauta l’imbandigione del piacere? Come, se l’affluenza dei beni terreni e degli agi in un popolo ci è stato dato per contrassegno da conoscere chi è in possesso della vera credenza? Come, se quelli medesimi che così parlarono passarono per modesti rispetto agli altri che più baldanzosi se volete, ma meno ipocriti dissero chiaro, bisogna finirla col Vangelo perché una religione che prescrive di mortificarsi non è buona pel nostro secolo? Ora uditori, crediamo noi, che sia poca giunta al male, questo arrogere che si fa alla pratica presso che universale della voluttà, l’insegnamento che la legittima? Non solo non è poco male, ma è male gravissimo e quasi direi irreparabile. E perché? Perché toglie a questo fetido torrentaccio ogni diga ed ogni argine che lo ritiene. È così violenta la inclinazione dell’uomo al piacere, che parecchi vae formidabilissimi, scagliati da Gesù Cristo nel Vangelo contro i voluttuosi non impediscono che la maggior parte di coloro che credono al Vangelo ci si sommerga. Ingannate la gente e datele ad intendere che Gesù Cristo invece di dire: guai a chi gode, guai a chi ride, beato chi piange, beato chi tribola, abbia detto, beato chi la sguazza nei godimenti, e tristo chi è tribolato e chi è povero, e non rimarrà nulla di sano nel mondo: e noi ne vediamo se non il meriggio l’aurora almeno e gli albori, quando passa per buono e se volete per pio, chi satollandosi di diletti, guarda pure con qualche attenzione che non siano gravemente peccaminosi. Eppure ad onta di tanta lusinga di seduzione, di tanta universalità di esempio, di tanta piena di scandalo, di tanta corruttela di insegnamento, bisogna che il cristiano che vuol salvarsi creda ed operi tutto al rovescio : perché che faceva di peggio quell’Epulone del Vangelo? Non bazzicava, che si sappia, nei ridotti del vizio, non bestemmiava, non rubava nulla a nessuno: solamente se la godeva: e qual più innocente maniera di godimento? Vestiva bene, e mangiava meglio. Induebatur purpurei et bysso, epulabatur quotìdie splendide. (Luc. X V I , 19.) Ecco tutto, non ci era di peggio. Eppure non fu appena quell’anima uscita dal corpo, che fu sepolta giù nell’inferno. Mortum est dives et sepultus est in inferno. (Luc. XVI, 22.) Ma come sarà possibile pensare ed operare così, senza capir davvero Gesù-Cristo, e a Lui aderire con tanta più di sollecitudine, quanto più è grosso il torrente che minaccia di separarci da Lui, il quale, come vedemmo, ai dì nostri è gravissimo?

4. E se la cosa rimanesse qui. il male non sarebbe ancora supremo, ma ci è di più. Il mondo è stato sempre diviso in due parti, e i Cristiani si son trovati sempre nel bivio di scegliere fra i due padroni che si contendono il regno di Gesù Cristo ed il secolo, o che è lo stesso, Gesù Cristo e il Demonio. Padroni essenzialmente irreconciliabili, dei quali se l’uno, il demonio, pur di aver qualche cosa verrebbe ai patti, sapendo che avuto il poco ottiene poi di certo anche il molto, l’altro, Gesù Cristo, protesta risolutamente che no, e denunzia e proclama: qui non est mecum contra me est. qui non colligit mecum disperdit. (Luc. VI, 23). Nemo potest duobus Dominis servire; non potestis Deo servire et mammonæ. (Matth.VI. 24.) Chi non è con me è contro di me, chi non raccoglie meco disperde. Servire a due padroni, impossibile: impossibile servire a Dio e al demonio. Essendo tanta la divisione fra i condottieri, è manifesto che fra gli eserciti non può esser pace: ma fra l’esercito di Gesù Cristo e quello del diavolo è questa capitalissima differenza: che nelle continue battaglie mentre pel secondo ogni arme è buona, e ogni libito lecito, le armi del primo non sono altro che la ragione, la verità, la giustizia, la pietà, le quali, se come per lo più accade, vengano in questa malignità di mondo sopraffatte e conquise, e la legittima difesa renduta impossibile, non è lecito contrapporre ai furori degli avversari altro che la rassegnazione, la umiltà, la pazienza, la longanimità, la preghiera, expectantes beatam spem et advenium gloriæ magni Dei. (Tit. II, 11.) sostentandosi con la speranza e rimettendo le proprie ragioni ad un Giudice e a un tribunale che non è in questa terra. Questa condizione di cose è quella che fece dire all’Apostolo, omnes qui pie vivere volunt in Christo Jesu persecutionem patientur. (II. Tim. III, 12.) Non ci è rimedio, chi vuol vivere piamente in Gesù Cristo si rassegni alla persecuzione: la quale non è mai mancata, e la storia della Chiesa ce ne porge continuo ed irrefragabile testimonio. Vero è che i tristi, non hanno avuto in ogni tempo ad un modo le mani libere, e allora i buoni hanno respirato, e la pratica del bene e della vita cristiana è stata più facile, e certo qualche secolo fa, non pativa universalmente altri impedimenti che quelli della intrinseca difficoltà, e degli estrinseci intoppi inevitabili in un mondo posto tutto in maligno. Ma in questi nostri tempi è così? Non ci è bisogno che lo dica io, lo dicano per me le incessanti ed universali querele di tutti i buoni, e più che le querele dei buoni lo dica il manifesto ed irrepugnabile linguaggio dei fatti. Qual velo di pudore, qual freno di verecondia, quale impedimento di paura, comprime oramai la baldanza e i furori dei nemici di Gesù Cristo? Hanno calato la. visiera, e non essendo più né necessaria né possibile l’ipocrisia che ne protesse le culle, ne favorì i progressi, ne dilatò le conquiste, parlano come pensano, operano come parlano, e a chi non pensa e non opera come loro, fanno una guerra inesorabile, e non con altro intento che di perderlo o guadagnarlo. Questo sfrenamento e preponderanza di coloro che combattono nelle file di satana esige una vigoria di animo, e una tempera di virtù robustissima, in chi non vuole esser divelto da Gesù Cristo e perire, e certamente un coraggio, una gagliardia comunale non basta più. Bisogna professare magnanimamente la fede con le parole, sotto pena di incorrere nel numero infelice di coloro dei quali disse Gesù Cristo. Qui me erubuerit…. hunc filius hominis erubescet. (Luc. IX, 26) Chi si vergognerà di me al cospetto degli uomini, anch’Io mi vergognerò di lui al cospetto del Padre mio. Ma va e mostra di sentir da Cristiano, di non patteggiar con la miscredenza, di non tollerare che si faccia insulto alla fede dei tuoi padri, e vedrai i ghigni ingiuriosi, i sorrisi beffardi, proverai le punture dei motti villani, sentirai il morso delle contumelie, la trafittura degli insulti. Bisogna osservare la santa legge di Dio e della Chiesa, frequentare i Sacramenti e le pratiche di pietà, rifuggire da tutto ciò che pericola la salute dell’anima. Ma se vuoi farlo liberamente tieni per certo, che il camminare all’opposto della correste sarà nulla verso le battaglie che dovrai sostenere, quando del rimprovero manifesto, quando della beffarda mostra di compassioni di chi ti compiangerà come un folle deluso. La giustizia deve essere inviolabile per un cristiano, e tutto il mondo armato contro di lui non lo deve ritenere dall’adempiere i sacrosanti doveri. Provati a mostrarti inflessibile propugnatore della giustizia, e quasi fatto stuolo ti piomberanno addosso le persecuzioni, e ti azzanneranno le calunnie, ti arreticheranno le trame, e percosso da mille lati, sospinto da mille mani cadrai sotto il peso di una guerra tanto più formidabile quanto più fraudolenta, e non vedrai l’arme che ti ferisce e ignorerai d’onde parta il colpo che ti conquide. A questo o somigliante prezzo dovrai comprare il mantenerti fedele a Gesù Cristo, e Gesù Cristo non cederà, e tutto questo esigerà inflessibilmente da te, e ti dirà: “o la fedeltà a me a questo prezzo o perire”. Eh! Uditori carissimi, non ci lusinghiamo. Mi concedete voi che tutto questo si esiga per essere o dimostrarsi Cristiani, e per non tradir la coscienza? Se me lo concedete, io ripiglio tosto così. Bisogna amare più che mediocremente Gesù Cristo per esser capaci di far tutto questo per Lui. E come volete che posto al cimento di sostenere tanta battaglia, di privarsi di tante soddisfazioni, di incorrere tanti danni, si tenga saldo un animo più che per metà posseduto e tiranneggiato dal mondo? Gesù Cristo ci fa insuperabili; ma per armarci cosi che tutto il mondo non ci crolli né smuova, bisogna che sia Egli il padrone del nostro cuore. Date il cuore a Gesù Cristo e diverrete un eroe. Perché ci contrista tutto giorno lo spettacolo di tanti che ieri passavano per buoni, oggi sono nelle file dei cattivi? Perché non avevano il cuore stabilito e fermo in Gesù. Si trovarono a un passo forte, urtarono in un intoppo gagliardo, traballarono, sdrucciolarono, caddero, presero il pendio ed ora precipitano.

5. E qui permettetemi che v i apra intero l’animo mio. Avrete udito voi come me e più ancora forse di me, come più prossimi ed aderenti a quel mondo, dal quale la misericordia di Dio mi ha sequestrato, certi avvocati e patrocinatori del nostro secolo, che ce lo vogliono dare come un fiore e una cima di secolo colto e gentile, e di tanto superiore agli antipassati di quanto la civiltà sovrasta alla barbarie, e la luce alle tenebre. E se così parlando costringessero il loro dire nei termini dei miglioramenti materiali che accrescono i comodi della vita, e agevolano il godimento più copioso dei beni della terra non solo non lo negherei, ma lo confesserei di buon grado, anzi l’ho già confessato. Ma si passa più avanti: ed esagerando certi scandali e certi delitti, che si vedevano e commettevano ai tempi andati, non più frequentemente ma per quel che si dice più scopertamente che ai giorni nostri, trionfano e gridano. Ecco: dove sono ora queste brutture? Trovatemi una sfacciataggine di scandalo così manifesto. Un prepotente non avrebbe animo di fare la metà, e se lo osasse lo fulminerebbero mille lingue, e lo percoterebbe la esecrazione universale. Se io avessi preso a difendere i secoli passati potrei mostrare quanto ci sia di esagerato in queste declamazioni: potrei dire che se non mancava chi scandalizzasse il mondo con grandi vizi, soprabbondava chi lo edificasse con lo splendore di virtù ancora più grandi, ma non è questo l’intento mio. Io non voglio difendere i secoli passati, voglio mostrare che ai nostri giorni più che per il passato un Cristiano che vuol salvarsi ha bisogno tener vivo Gesù Cristo e il Vangelo davanti agli occhi, e di calcarne le orme risolutamente. – Quindi io posso concedere, se si vuole, ogni cosa. Se anche nei secoli passati ci eran gli scandali, abbondavano i delitti; e che meraviglia se gli uomini erano uomini e non erano angeli? Ma allora i delitti erano delitti, e come delitti si esecravano e si punivano, e non gli altri solamente ma il delittuoso medesimo e il peccatore si riconosceva per peccatore e delittuoso, non si vantava per integerrimo, né trionfava come un eroe. E così chi insidiava alla innocenza della gioventù, era un sozzo e un infame, chi attentava all’onor dei talami un adultero, chi spargeva bestemmie ed errori contro la fede un sacrilego e un empio, chi insorgeva contro la legittima autorità un fellone: ora questi e somiglianti vituperi hanno mutato nome, e i nomi mutati hanno pervertito i concetti degli nomini. Ed oh! con quanto danno. Perché finché il delitto è chiamato delitto e percosso con l’onta e col vituperio che merita, gli innocenti ne rifuggono inorriditi, i colpevoli sentono il peso della propria miseria ed il rimorso della colpa: ma chiamate male il bene, onorate il vizio coi fregi della virtù, ed eccovi tutta la morale andarsene in fasci, il delitto in trionfo, la virtù in sterminio, e la società in soqquadro. Ci è bisogno che io provi quest’ultima conclusione con l’argomento dei fatti? No, ciascuno può farlo da sé. e la memoria è cosi recente, che ogni commemorazione sarebbe superflua. Domanderò piuttosto che in tanta corruzione dei principi più comuni della legge medesima della natura sia possibile mantenersi fedele a Gesù Cristo con una vita molle, vanitosa, spartita fra le brighe del mondo, e i duetti del senso, e consolata solamente di qualche pia necessaria pratica di religione, la Messa alla festa per esempio, e forse non sempre, la confessione alla Pasqua, e poi ogni maniera di peccati, commessi alla libera in ogni repentaglio di occasioni cercate apposta? No, certo no: non basteranno queste poche pratiche, sebbene santissime a contrabbilanciare gli scapiti, che tutto giorno si incorrono, e saranno scarso contravveleno a tanta copia di tossico che si sorbisce con l’aria medesima che si respira. Quindi poco a poco si verrà stendendo una nebbia sopra il lume delle massime della fede: e non rifulgendo più del loro lume, non accenderanno neppur di sé quell’amore che prima accendevano, né avranno al bisogno quella efficacia che in sé contengono, e se avvenga che alcuno di questi tali sia posto a cimento di subire qualche gran male, o di calpestar la Religione e di rinnegar Gesù Cristo, verrà anche a questo profondo, e per non essersi a dovere assodato nel bene sarà un apostata. Dicendo così, uditori, non dico altro, che quel che disse con espresse ma formidabili parole il nostro Signore Gesù Cristo. Qui audit verbo mea et facit ea assimilabitur viro sapienti qui ædifìcavit domum suam supra Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica non tema: egli rende similitudine di quell’uomo savio che pianta i fondamenti della sua casa sopra la roccia. Vengano pure i venti, si scatenino i turbini, cadano le piogge, si disarginino i torrenti non crollerà. Ma quel cristiano per metà che dice di creder tutto ma vuol far poco, che vuol tenere un occhio al Vangelo e un altro al secolo, quello insomma qui audii verba mea et non facit ea, a chi sarà simile? Similis erit viro stulto qui ædificavit domum suam super arenam, (Matth. VII, 24.) al pazzo che va a fondare la casa sopra la rena. Dio gliela guardi da una pioggia che precipiti, da un fiume che traripi, da un turbine che si scateni. All’urto primo, alla prima sospinta, l’edilizio cadrà sul capo, e la rovina non ammetterà riparo. E diciamolo francamente, potrà un Cristiano ai dì nostri promettersi con una fiducia che non sia baldanza, che non gli accadrà mai che insorga qualche bufera a cimentar l’edificio della sua fede, con pericolo che lo spianti se non lo trovi fondato bene sulla vera pietra angolare che è Gesù Cristo? O Dio se il mondo è stato sempre un mare nel quale ad ogni calma è sempre in breve succeduta la procella, oggigiorno si direbbe che da qualche breve tregua in fuori tempesta sempre. A quel modo che un serraglio di fiere freme intorno ai cancelli aspettando che qualche mano audace, o qualche accidente propizio rimuova la sbarra per irrompere ed avventarsi al macello; fremono i nemici di Gesù Cristo e aguzzano l’ugne e la rabbia anelando lo sterminio di tutto ciò che è santo. Non udite le bestemmie che vomitano in tanti libri? Non vi percuotono le orecchie i fremiti che mettono in tante minacce? Non li vedete rodere rabbiosamente la lor catena guatando bieco quanto ha in sé l’impronta di cristiano e di pio ? Stringiamoci con Gesù Cristo uditori, che è quel Potente col quale si vince sempre, e sempre si vincerà. A quel modo che le onde del mare si avventano l’una dopo l’altra alla spiaggia quasi per inghiottirla, né perché le prime si infrangano e retrocedano cessano di avventarsi all’assalto le seconde e le terze: sono diciannove secoli che l’inferno si scaglia contro la Chiesa: sempre indarno sì, ma senza che per le male prove passate si disanimi e resti di tentar le future. È scritto che tutti questi furori contro la Chiesa non prevarranno; ma prevalsero e prevalgono contro quei meschini che nel giorno della prova non si trovano ben saldi in Gesù Cristo. Noi non siamo di questi, uditori carissimi, e per quanto amiamo di non dannarci non facciamo come quel pigro di cui parla lo Spirito Santo. Propter frigus piger arare noluit. (Prov. XX, 4.) Il pigro, venuto il tempo della sementa non volle arare il suo campo dicendo: è freddo. Mendicabit ergo in æstate, alla state quando gli altri mietono andrà cercando limosina. Chi gliela darà? Nessuno. Et non dabitur illi.

6. Ma come mai, verrà voglia per avventura a taluno di domandare, come mai permette Gesù Cristo che quella Sposa che Egli ama tanto della quale è Sposo amoroso e su cui veglia dal Cielo con provvidenza così operosa, sia tanto frequentemente bersagliata e battuta dalle persecuzioni che il diavolo solleva per opera dei suoi ministri, persecuzioni cosi violente alle volte che sembrano metterla in fondo, e non passano senza precipizio e rovina di innumerabili? La ragione la diede l’Apostolo Paolo ai fedeli dei suoi tempi, che facevano le meraviglie medesime, e “oportet, disse, et hæreses esse, ut qui probati sunt manifesti fiant in vobis (I Cor.XI,19.). Sono necessarie alta Chiesa le persecuzioni, perché la virtù dei Cristiani sia cimentata, e quella che regge alla, prora riceva la corona, quella che si sommerge sia come alga vile dal mare quando tempesta gittata al lido. Si aggirano in tempo di pace i cristiani di solo nome fra quelli che son Cristiani in opera e in verità, chi li conosce? chi li discerne? Nessuno. Viene la battaglia e la prova, e il soldato codardo getta le armi alla prima affrontata e si dà per vinto, il generoso e il magnanimo guarda il suo posto, sostiene gli impeti, ribatte gli assalti, e non abbandona le armi altro che con la vita. Il premio è grande, è ineffabile, è un’eternità di contenti, un immenso peso di gloria, un trionfo che mai non cessa nel Paradiso: ma la legge è fatta: Gesù Cristo non lo vuol dare ai codardi, non lo ha proposto come dono, ma come premio. Che meraviglia però, che lasci insorgere il nemico e bollir la battaglia? Lo fa per darci occasione di arricchirci di spoglie che siano seme di gloria. E non ne ha fatto mai un mistero, ma l’ha detto scopertamente, e noi lo sappiamo. Siamo soldati di Gesù Cristo, la Chiesa che ci raccoglie ed unisce si chiama Chiesa che milita, il Capitano che ci guida è morto nel campo della gloria, ed eccolo qua guiderdone insieme ed insegna. Guai però al soldato che aspetta ad imparare l’uso dell’armi e a guardare in viso il nemico il giorno della battaglia, guai al Cristiano che aspetta a guernirsi di animo e di virtù quando sovrasta il cimento. Eh! su, gridava l’Apostolo ai cristiani di Efeso: occipite armaturam Dei, ut possitis resistere in die malo, et in omnibus perfecti stare. (Eph. VI, 13) Indossate ora l’armatura di Dio. acciocché nel dì del conflitto sappiate tenervi saldi e far testa: state succinti lumbos vestros in veritate, et induti loricam iustitiæ, calceati pedes in præpatione Evangelii pacis. (1. c. 14. 15) La verità sia la cintura dei vostri lombi, la giustizia vi guernisca il petto come corazza, il Vangelo vi somministri la lena a camminare in pace fra tanti pericoli. In omnibus sumentes scutum fidei, in quo possitis omnia tela nequissimi ignea restinguere. (1. c. 16) La fede poi sia sempre lo scudo che vi armi il braccio, dietro al quale possiate ripararvi, e con il quale ribattere e rintuzzare le infuocate saette del nequitoso. Indossate questa armatura, galeam, salutis assumite, et gladium spiritus quod est verbum Dei. (1. c. 17.) Proteggete il capo con l’elmo della salute, armate la mano con la spada dello spirito che è la parola di Dio, e non temete. Per orationem et obsecrationem in spiritu in ipso vigilantes. (1. c. 18.) Con le preghiere, con le suppliche, con la vigilanza, vedrete annullarsi davanti a voi la potenza dei vostri nemici, mille ne cadranno alla vostra destra, dieci mila alla sinistra, ma la punta delle armi loro non giungerà fino a voi. O bel combattere con la certezza della vittoria. – E questa certezza rallegra sempre e conferma nelle tenzoni chi ha dalla sua Gesù Cristo.