GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 1° corso di ESERCIZI SPIRITUALI “LA PERFEZIONE” (8)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I. corso di ESERCIZI SPIRITUALI

LA PERFEZIONE

(8)

10. La Redenzione

La verità che propongo a voi è quella della Redenzione. S’è parlato della Incarnazione; completiamo l’argomento con la Redenzione. Vediamo che cosa questa grande verità dice a noi e come debba entrare nella nostra vita per realizzarvi la fede concreta, illuminante e tale da innervare ogni nostro atto e tutta la nostra vita. Consideriamo un punto: i termini dell’impossibilità degli uomini di salvarsi senza la Redenzione. Voi li conoscete questi termini: il peccato dell’uomo è più grande dell’uomo, e non vi sembri una contraddizione. Perché il peccato dell’uomo, essendo contro Dio, non in ragione della causa che lo pone, l’uomo, ma in ragione della Persona a cui è diretto, Dio, è più grande dell’uomo. Ed è per questo che l’uomo è stato, è e sarà sempre incapace di cancellare il proprio peccato. Di questa incapacità profonda è sostanziata tutta la tristezza del genere umano, il quale, prima di Gesù Cristo ha cercato dei diversivi, e non ne ha mai trovati di concludenti; e talvolta anche dopo Gesù Cristo cerca dei diversivi, non volendo infilare la strada giusta, ma non ne trova mai di concludenti. Sicché esso più apparentemente diventa ricco di possessi terreni, di scoperte, di capacità di assorbirsi le creature, e più diventa annoiato e triste. – Il genere umano ha sempre avuto la sensazione, varia ma profonda, ma lancinante, di questa sua impossibilità a riemergere. In quelle civiltà che hanno avuto maggiore cultura e in cui l’uomo ha affinato lo spirito per affermarne e trattarne i problemi, le espressioni di questo dramma hanno preso tutto l’accento della disperazione. Questo è il primo termine che ci fa riflettere. Noi siamo talmente abituati alla Redenzione e ai frutti suoi che forse non la stimiamo più. Siamo talmente abituati, se il peccato avesse mai qualche volta battuto alla nostra porta, a cancellare la colpa con un Sacramento che è alla portata di tutti, che spesso e volentieri ci dimentichiamo che cosa sia la colpa, che cosa sia costato il toglierla a Colui che ha pagato andando in croce per noi. – Guardate che fa parte del cammino di perfezione scuotere l’indifferenza. Che vale vivere la fede, se non si scuote la indifferenza e se non ci si mette in sintonia con la fede? Noi non sappiamo che cosa voglia dire toglierci il peccato di dosso. Perché appena avvertito il peccato, un altro ce lo ha tolto il peccato di dosso, e noi abbiamo sempre beneficiato del sangue di un altro, del patimento di un altro, e la nostra vita si è arricchita della morte di un altro. – Come possiamo credere di essere su un cammino vero di perfezione, se non ritorniamo all’evidenza di quelle verità che possono essersi attutite nel nostro spirito e più non lo colpiscono? Verità grandi, solenni e che forse abbiamo sostituito coi nostri piccoli problemi e con l’angolosità della nostra testa. Se queste verità non le stimiamo per quello che sono e per quello che valgono e non le lasciamo entrare in noi trionfalmente; se non le lasciamo diventare le dominatrici della nostra vita, come saremmo sulla via della perfezione? Come potrà avvicinarsi a Dio perfettissimo chi nel suo cammino non ha tenuto conto della cosa più grande che Dio ha fatto per noi, completando la Incarnazione del Verbo con la Redenzione, cioè con la passione e la morte di N.S. Gesù Cristo? Ci vorrebbero considerazioni e commozioni che ci sfuggono; perché in fondo non è difficile scrollarsi il peccato di dosso; ma nessuno di noi è dovuto andare nel Getsemani a sudare sangue; nessuno di noi ha avuto un Giuda, in quei termini, in quelle proporzioni, in quell’ambiente e con quella oscura cattiveria; nessuno di noi è dovuto andare in croce e farsi trapassare le mani e i piedi; nessuno di noi ha avuto tenebre tali, le tenebre del Getsemani, che quelle che si addensarono sul Calvario non furono che un piccolo simbolo. Ed è per questo che soltanto molta meditazione, una accurata attenzione e somma diligenza ci possono permettere di rievocare passabilmente i termini della Redenzione operata da Gesù Cristo. – Guai a noi se queste cose non le stimeremo e se non prenderemo di punta le fantastiche costruzioni della nostra anima, i suoi egoistici isolamenti, gli stravaganti indurimenti delle sue preoccupazioni sciocche, per lasciare spazio alle divine considerazioni di quello che Dio ha fatto per salvarci. È così che si vive la propria fede: nella meditazione sulla Redenzione di N. S. Gesù Cristo. E questo per la impossibilità nostra a toglierci il peccato, perché il peccato, che è fatto da noi, è più grande di noi, terribilmente più grande. – La Redenzione. Com’è avvenuta? Ci voleva un prezzo, una riparazione. Il peccato è un piacere illecito, sempre, e il caso contrario è una sottrazione di piacere, è un dolore. E così c’è stato il dolore. La rispondenza del diritto di giustizia è perfetta tra peccato e dolore. Però questo dolore per essere valevole, per poter vincere la colpa, e non quella di un uomo solo ma di tutti gli uomini, doveva essere di una dignità infinita. E come è venuta la dignità infinita a questo dolore? È venuta così: ciò che dà la dignità e il valore all’atto è la persona, il soggetto. Difatti se la mia mano uccide un uomo, non mettono in prigione la mano, mettono in prigione me, perché il valore dell’atto compiuto attraverso la natura dipende dal soggetto che porta la natura e ne è responsabile. È la persona quella che valorizza l’atto, sia da un punto di vista negativo se è colpa, sia da un punto positivo, se è merito. Però se la Persona divina non può soffrire, la natura umana può soffrire. E allora in Gesù Cristo ecco il mistero dell’Incarnazione: la natura umana assunta, ma assunta dalla Persona divina, poteva soffrire. – La valutazione dell’atto di sofferenza in questa umana natura dipendeva dalla dignità della Persona assumente, ed era dignità infinita. Il dolore si arrestava alla natura umana, ma la qualificazione dipendeva da chi sosteneva quella natura, dal soggetto che la portava, ossia dalla divina Persona. – Così il dolore dell’umana natura ha avuto l’infinito valore dalla Persona. Veramente il dolore acquistava quello che era necessario per coprire il gran debito, per superare la colpa e vincerla, per far trionfare un’altra volta la vita. E così Gesù Cristo ha portato il dolore. Ma perché è andato in croce? Bastava meno, oh, infinitamente meno; perché ha fatto tanto? È difficile a noi dire il perché. Ma è evidente, da tutto il comportamento della parola di Dio, che in quella croce Gesù ci ha voluto dare un documento, un documento di compagnia, si è messo accanto a quelli che nel mondo hanno sofferto e avrebbero sofferto di più. Così gli uomini sono in compagnia di Gesù. E ha dato un documento di esempio, perché la grettezza umana doveva essere sfondata in tutte le direzioni. Aboliti i se, aboliti i ma, e perché la grettezza umana, aboliti i se, aboliti i ma, fosse sfondata in tutte le direzioni, l’esempio è stato incredibile. Perché i termini dell’umana nequizia, dell’umano tradimento, dell’umano dolore si sono come concentrati in Gesù Cristo? Tenete presente che si soffre in proporzione dell’intelligenza, gli scemi soffrono molto meno, e nessuna natura, nessuna ha avuto naturalmente l’acutezza d’intelligenza e di sensibilità propria della natura assunta dal Figlio di Dio. I termini storici sono i più tragici, i più gravi, i più complicati, a leggere bene tutta la Passione; ma i termini interiori che danno la valutazione di quel dolore presentano un addendo che copre il mondo. Nessuno al mondo ebbe la sensibilità raffinata, l’intelligenza altissima dell’umana natura assunta dal Verbo Incarnato. E questo è stato documento di esempio perché entrasse negli uomini il superamento della loro grettezza e in questa ampiezza di stile fossero aiutati a imitare il Signore. – E finalmente dalla divina parola questo, che parrebbe a noi un eccesso, si rivela ed è il massimo documento dell’amore: così Dio ha amato gli uomini, da dare, da mettere nelle mani dei traditori il suo Unigenito Figlio. Così Dio ha amato gli uomini. È la documentazione dell’amore. Quando si parla dell’amore di Dio, bisogna sempre parlarne davanti al Crocifisso, perché nessun linguaggio sull’amore che noi dobbiamo a Dio, Padre nostro e Salvatore nostro, ha mai un termine di paragone esatto per poterlo valutare come il divino Crocifisso. » – Un’esagerazione, per noi che siamo piccoli. Ma vi ho detto che cosa la divina parola lascia intravvedere per giustificare pienamente questa esagerazione: Dio è stato il Signore. Quando si pensa che cosa è la redenzione e in che modo è avvenuta, si sente, si deve sentire il bisogno della penitenza, si deve essere in ritmo con quella grande condanna, ma s’impara lo stile di Dio che è stile da Signore, non da gretti. E noi cristiani, se l’abbiamo questo stile, siamo dei signori. E se siamo così, dei signori, siamo dei cristiani. Perché lo stile divino non è quello della miseria, delle piccole linee, dei piccoli lamenti, delle piccole ombre, delle piccole economie fatte sulla nostra generosità, no; davanti al modo con cui Dio ci ha redento si capisce che il cristiano è tanto cristiano quanto è signore anche lui, non un pidocchioso, gretto, miserabile, a lesinare continuamente la quantità del proprio valore e del proprio dono, e lesinarlo a Dio che l’ha salvato a questo modo. Stile da Signore! Guardate che senza di questo non si è in ritmo col nostro Maestro esemplare, che è andato in croce. Noi probabilmente non dovremo andare in croce materialmente; ma se dovremo andarci, non facciamoci pregare troppo, andiamoci e basta. Noi cristiani, se siamo tali, siamo dei signori; altrimenti non siamo cristiani. – La Redenzione dice questo. Però la Redenzione ha vinto: la colpa è stata cancellata virtualmente per tutti gli uomini. A quelli che tra di loro hanno peccato volontariamente, il rispetto che Dio ha per la loro libertà richiede che essi l’accettino, perché a chi ha peccato volontariamente Dio non perdona se non c ‘è il loro benestare: il perdono soggiace a questo benestare. Il benestare si chiama atto di penitenza, che è il rinnegamento della colpa in tutta l’estensione, compresa quella temporale, del passato e del futuro. La Redenzione ha vinto, e allora apre una visione nuova. È possibile vincere su quello che è ineluttabile? Due cose erano ineluttabili, la colpa e la morte. La colpa è stata già vinta del tutto; la morte anche, con la risurrezione di N.S. Gesù Cristo. La nostra morte verrà a suo tempo assimilata a quella e allora sarà compiuta la Redenzione totale; perché anche per i singoli uomini è stata definitivamente vinta la morte, e allora Cristo, tornato giudice, per usare la frase della Sacra Scrittura, « consegnerà il regno al Padre »: solo allora, perché solo allora sarà completata tutta la Redenzione. E questo ordine si chiuderà, questo ciclo sarà salvato, e su di esso nell’eterna gloria di Dio si rifletterà il cantico perenne dei beati, perché la Redenzione darà valore eterno a tutto quello che è servito all’uomo e che è entrato in qualunque modo a essere patrimonio inscindibile dell’uomo. Così la Redenzione si attuerà totalmente nella gloria eterna. Ed è la vittoria di Gesù Cristo. – Guardate ora che cosa riflette la Redenzione sulla nostra vita. E questo è il terzo punto. Per noi che siamo ancora nel tempo, nel cammino, riflette la speranza. Credete voi che sia possibile il cammino della perfezione senza il rispetto assoluto di tutte e tre le virtù teologali, della fede, della speranza e della carità? Il cammino di Dio deve passare per questi tre punti. Se noi credessimo di passare per un altro punto, in sostituzione a uno di questi, noi saremmo nell’errore, saremmo nella morte. La via della perfezione come deve passa attraverso la fede, deve passare attraverso la via della speranza. E perché è possibile la speranza agli uomini? Perché la Redenzione ha vinto. Che cos’è la speranza? E’ il desiderio fiduciale. La speranza è fatta di due pezzi: del desiderio e della fiducia. Se manca il desiderio, non abbiamo più la speranza; se manca la fiducia, non abbiamo più la speranza. La speranza è il desiderio fiduciale. Il desiderio che cos’è? È un movimento dell’anima che si sposta in avanti verso un bene ancora assente; non si desidera quello che si ha, quello che si ha lo si gode ma non lo si desidera più. Il desiderio è il movimento dell’anima che si protende verso un bene assente. Il bene può essere impossibile, e allora il desiderio è sballato; il bene può essere possibile, e il desiderio comincia a diventare ragionevole. – Ma non per questo siamo nella speranza, perché per avere la speranza, al movimento dell’anima e della volontà che tende a qualche cosa si deve unire la fiducia. Che cos’è la fiducia? La fiducia è quell’atteggiamento dell’anima conseguente a un giudizio dell’intelletto. Il giudizio dell’intelletto, documentando, dimostra possibile il bene desiderato e,  documentando, dimostra esserci una fedeltà che si è impegnata, sotto talune condizioni, a darcelo. Sicché quello che è desiderato non è semplicemente un possibile; ma, senza essere una certezza assoluta e infallibile, poggia sul giudizio di una fedeltà che è in causa e, nel caso, è la fedeltà divina che ha promesso, verificandosi le condizioni. Questa è la fiducia. È il giudizio insomma sulla possibilità di un bene desiderato e sulla presenza di una fedeltà capace, e nel caso è quella di Dio, impegnata, di farci conseguire il bene desiderato. E’ chiaro che quando il desiderio si sposa alla fiducia e la fiducia è di questo genere, parliamo della fiducia in Dio, ne viene il sollevarsi dell’anima, l’innervamento dell’anima, ne viene allora l’attesa, il coraggio e, già riflessa, anticipata, la gioia. Queste sono conseguenze della fiducia, cioè conseguenze della speranza che è il desiderio fiduciale. Ora voi capite che la vittoria della Redenzione, con quello che ho anche succintamente rievocato, documenta la fedeltà divina, la promessa di Dio, che è fedele a quello che ha promesso. E allora entra trionfale nella vita, negli uomini, il desiderio fiduciale, la speranza, il cui oggetto è la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla, come si dice nel comune atto di fede. Allora la Redenzione fa entrare nella vita la speranza. Ma è possibile che non entri? Perché se non entrasse, sarebbe un rinnegamento della Redenzione. La mancanza della speranza a proposito della Redenzione si ritorcerebbe in una mancanza di fede. La vita di fede non può esistere, se manca la virtù della speranza. Potrà sussistere l’atto di fede, forse, ma se non c’è la speranza, non si vive di fede. Allora come è necessario per camminare verso la perfezione vivere di fede, vedere queste verità, apprezzare queste verità, farne ogni momento stimolo e ragione e sfondo a quello che si fa, così è necessario che nella vita entri la speranza. – Vi prego di misurare brevemente quello che ciò significa. Che entri la speranza nella vita significa che entra il giusto e cristiano ottimismo; perché quando si ha dalla propria parte la fedeltà divina, impegnata con una promessa, non c’è più la ineluttabilità del male. Il pessimismo è il senso della ineluttabilità del male; non si concilia con la speranza. – Il pessimismo è una mancanza di speranza oppure è una malattia. Nel secondo caso bisogna curarlo come si curano tutte quante le malattie. Ma è certo che la speranza non solo dà l’ottimismo ma dà il coraggio. La speranza dà al momento opportuno la necessaria serenità all’anima che si può abbandonare e distendere in Dio per le infinite ragioni che Dio le manifesta nella sua divina parola e che possono essere pronte a sovvenire in tutte le sue circostanze, purché allora la semplicità e l’umiltà aprano la porta alla parola di Dio. Semplicità e umiltà, e la speranza è inscindibile, almeno per qualche momento, dalla gioia. È la speranza che dipinge chiari gli orizzonti, che non chiude gli orizzonti in limiti angusti e invalicabili. È la speranza che risolve i problemi della nostra debolezza e della nostra incontentabilità. Se non c’è questo abbandono in Dio, se non si fa a Dio, che per darcene un documento è andato in croce, l’onore di aver fiducia in Lui, non si è degni di avvicinarsi a Lui. – Il contrario della speranza è il peccato di disperazione; l’unico peccato che non si può perdonare è quello contrario alla speranza, perché il peccato di disperazione rifiuta di aver fiducia nella bontà di Dio. Tutti gli altri peccati sono remissibili da Dio; questo, fintanto che c’è, è irremissibile. Dio ci chiede l’onore di credere al suo amore, alla sua misericordia, alla sua bontà. La Croce è una esagerazione che rientra nell’equilibrio quando si pensa che a certi uomini, che dalle loro stesse ombre, dalla loro stessa talvolta amara esperienza cadono in pericolo di disperazione, era opportuno che la documentazione dell’amore fosse data senza limiti. E tale documentazione Dio ha dato a noi; e noi non possiamo rifiutare d’avere tale fiducia con pieno, filiale, assoluto abbandono, in ogni momento, in vita e in morte. La Redenzione, così inquadrata in questa esagerazione, è necessaria, perché in certi momenti della vita, se non ci fosse quella esagerazione, noi piccoli uomini quasi incapaci di concepire cose più grandi di noi non troveremmo motivi sufficienti per continuare a sperare. E invece anche il peggiore degli uomini, nella peggiore delle situazioni, nel peggiore dei momenti, di fronte alla morte, può credere nella Misericordia di Dio, credendo alla Croce. Guai se non ci fosse quella esagerazione! Noi siamo abituati a vedere il Crocifisso tutti i giorni, non ci facciamo più caso. Ma perché quelle braccia non si staccano dalla croce? Sono lì, e la Chiesa le vuole lì, non esige per legge nessun’altra immagine sull’altare; quella sì, e se non c’è, non si può dire la Messa. Le braccia aperte, inchiodate, il costato aperto, il capo reclino, sempre così, la divina esagerazione! Se l’abitudine ci ha fatto perdere il senso di che cosa significhi per noi quella divina esagerazione, la meditazione ristabilisca l’equilibrio e ci faccia capire che cosa vuol dire il Crocifisso e guardare il Crocifisso, perché ci sono dei momenti, nella vita di tutti gli uomini, che senza quella divina esagerazione la speranza non reggerebbe.