S. SIMEONE STILITA

5 Gennaio.

S. SIMEONE STILITA

[Raccolta di vite dei Santi – I vol. Prima ed. veneta, Venezia, 1778]

Secolo V

Le azioni meravigliose di S. Simeone Stilita sono state descritte nel suo Filoteo al cap. 26. da Teodoreto, il quale viveva nel medesimo tempo, ed era Vescovo di  Ciro, città della Siria, dove il Santo dimorava ; e anche da Antonio discepolo dello stesso S. Simeone, e da altri. Il Filoteo di Teodoreto è riportato dal Rofweido nella Vite dei Padri dell’Eremo lib. 9, e la vita di Antonio, la più sincera si trova presso i Bollandisti. Si veda ancora il Tillemont nelle Memorie su la Stor. Eccl, Tom, 15.

1. Simeone, soprannominato lo stilita, a cagione di aver vissuto lungo tempo sopra una colonna, è uno di quei personaggi straordinari, che Iddio ha fatto comparire nel mondo, piuttosto come monumenti della sua onnipotenza, e dell’efficacia della sua grazia, che come modelli, ed esempi da imitarsi. Nondimeno servirà la sua storia sincerissima, ed autentica ad animare la nostra fiducia nell’aiuto divino per superare tutte le difficoltà, che s’incontrano nella via della salute: giacché il Signore si degnò di assistere questo suo Santo nell’esercizio di una vita prodigiosissima, nella quale ancora, se la considereremo bene, troveremo non poche cose, che possono servire per nostra istruzione, e per nostro profitto.

2. La patria di Simeone fu un borgo di Cilicia chiamato Sisan, in cui nacque circa lanno 391, ed i suoi genitori attendevano alla cura delle pecore, nel qual mestiere allevarono ancora quel loro figliuolo. Un giorno, in cui il gregge non poteva uscire a pasturare, a cagione delle nevi, andò Simeone alla Chiesa, dove sentì leggere quelle parole del Vangelo: Beati sono quei, che piangono: beati quelli, che hanno il cuor puro; e non intendendone bene il senso, domandò ad un buon vecchio, che cosa si doveva fare per entrare nel numero di questi beati. Bisogna digiunare, rispose il vecchio, bisogna sopportare la nudità, le ingiurie, gli obbrobri, bisogna gemere, e vegliare, e fare orazione, prendendo appena un poco di sonno ed essere paziente nelle malattie, rinunziare a quelle cose del Mondo che più si amano; essere umiliato, e perseguitato dagli uomini, senza affettare alcuna consolazione in questa vita. “Capite voi queste cose, o figliuolo? Se le capite, si degni anche il Signore di darvi per sua misericordia la volontà dì praticarle”.

3. Allora Simeone aveva solamente tredici anni; ma pure queste parole fecero in lui tale impressione, che dopo aver pregato Dio, acciocché lo guidasse per la strada della perfezione, se ne andò ad un monastero vicino, ove si trattenne due anni fotto la disciplina di un Santo Abate, chiamato Timoteo.. Passato questo tempo, il desiderio di sempre più avanzarsi nella pietà lo indusse a portarsi ad un altro monastero, governato da Eliodoro, e composto di ottanta Monaci, che si esercitavano nelle più penose opere di mortificazione. Ma il nostro Santo superava tutti gli altri nel rigore dell’attinenza; e dove gli altri digiunavano un giorno si, e un giorno no. Egli si ristorava una sola volta la settimana, e dava il resto del suo cibo segretamente ai poveri.

4. Aggiunse altresì a questo digiuno sì austero un altro supplizio per macerare il suo corpo; poiché essendosi accorto, che la corda, con cui si attingeva l’acqua del pozzo, era molto ruvida per essere composta di foglie di palma; egli si cinse il corpo con essa, e si strinse talmente i reni, che penetrò ben dentro alla carne. Questo nuovo genere di penitenza fu ignoto ai Monaci per lo spazio di dieci giorni; dopo dei quali il fetore ed il sangue, che usciva dalla piaga, lo rendé palese al monastero. L’Abate pertanto volle che si levasse quella corda, e bisognò nel cavarla fuori portar via della carne viva con grandissimo dolore dei paziente, il quale stentò due mesi a guarire; dopo i quali fu licenziato da quel luogo per timore, che l’esempio dell’eccessiva sua penitenza non pregiudicasse a qualcuno dei compagni. Per la. qual cosa Simeone si ritirò sulle montagne vicine, dove avendo ritrovato una cisterna secca, vi discese, e si pose ivi a cantare le lodi del Signore, fintantoché l’Abate Eliodoro coi principali del monastero da lui governato lo richiamarono, e cavatolo da quel luogo, lo condussero tutto languido all’antica abitazione, donde per altro egli partì poco dopo e si ritirò a Telanisse, luogo situato ai piedi di una montagna non molto discosta da Antiochia, rinchiudendosi per tre anni in un piccolo tugurio abbandonato.

5. Ivi il Santo determinò d’imitare il digiuno di Mosè, di Elia, e di Gesù Cristo, passando i quaranta giorni della Quaresima senza mangiare. Comunicò una tal risoluzione a Basso visitatore delle parrocchie di quei contorni, e lo pregò a murar la porta del suo tugurio senza lasciarvi niente da mangiare. Basso, che era un Prete virtuoso, ed illuminato, gli rappresentò le conseguenze di questa straordinaria condotta, aggiungendo ancora, che il darsi la morte da se medesimo non era già una virtù, ma anzi il più enorme di tutti i delitti. Allora Simeone disse: Mettetevi, o padre, dieci pani, e un vaso di acqua acciocché se ho bisogno di ristoro possa prevalermene. Il che fu prontamente eseguito, e poi fu murata la porta. Passati i quaranta giorni ritornò Basso, ed essendo entrato in quel tugurio, ritrovò tutto il pane, che non era stato toccato, e il vaso di acqua parimente pieno, e Simeone colcato per terra senza voce, e senza moto. – Basso inumidì coll’acqua la bocca del Santo, gli lavò il viso, ed avendolo fatto ritornare in sé, gli diede l’Eucaristia, e dopo lo fece mangiare; e questo cibo non consistè se non in lattughe, e cicoria, che egli masticò, e inghiottì a poco a poco. Essendogli così riuscita questa prova, continuò ogni anno a passare nello stesso modo la Quaresima; nei primi giorni della quale lodava Dio, stando sempre diritto in piedi: indi non potendo più reggersi in quella positura, sedeva facendo pure orazione; e negli ultimi giorni stava steso per terra tutto languido, e spossato.

6. Finiti i tre anni di dimora in quel tugurio, salì sulla cima della montagna, ove fece fare uno steccato di pietre, e vi si rinchiuse, risoluto di vivere allo scoperto, ed esposto alla inclemenza delle stagioni; portando al piede destro una catena di ferro lunga venti cubiti, attaccata ad una grossa pietra, affinché gli si rendesse impossibile 1’uscire da quel recinto. Ma Melezio, vicario pel Patriarca di Antiochia, in occasione che visitava quei luoghi della sua diocesi, avendo veduto in tale stato Simeone, gli disse, che una volontà stabile e fissa nel bene lo doveva tenere attaccato alla solitudine, e non una carena di ferro, e così lo persuase levarsela subito, come fece.

7. La fama della santità di Simeone cominciò allora a spargersi da per tutto: onde gli erano condotti dei malati, acciocché li guarisse, ed ottenendo essi il loro intento, palesavano la virtù di Simeone che era perciò visitato da un gran numero di persone, le quali venivano ad implorare il suo aiuto. Per non esser disturbato dalla orazione, egli credette a proposito di collocarsi sopra una colonna e ne fece fabbricare di varie e differenti altezze, la più alta delle quali fu quaranta palmi, o cubiti; la cima di essa aveva tre piedi di diametro, ed era circondata da un piccolo recinto simile ai nostri pulpiti. Moltissimi biasimavano un genere di vita sì st, altri lo schernivano; ed alcuni oltraggiavano il Santo, e lo trattavano da impostore, talmenteché gli altri Solitari giunsero a volersi separare dalla sua comunione. Ma i più savi fra loro stimarono, che prima di prendere alcuna risoluzione, fosse necessario di bene informarsi, da quale spirito procedesse una simile straordinaria condotta di Simeone. Mandarono  pertanto a lui in nome dei Vescovi, e dei Solitari un deputato, che gli comandasse di calar subito dalla colonna; con quello però, che se vedeva Simeone disposto ad ubbidire, lo lasciasse vivere a suo modo, ma se ricusasse di ubbidire, lo trattasse come un impostore, e ribelle. Il deputato dunque avendo dichiarato il suo ordine, ed avendo ritrovato il Santo prontissimo a scendere dalla colonna, lo confortò a perseverarvi, accorgendosi, che esso era guidato dallo Spirito Santo per una strada sì difficile, e sì impraticabile senza un particolare celeste soccorso.

8. Il Patriarca di Antiochia volle vedere uno spettacolo sì prodigioso della onnipotenza divina, e però andò a ritrovar Simeone; ed avendo veduto il suo tenore di vita, ne rimase oltre modo ammirato, ed esso stesso gli portò i sacrosanti Misteri, dandogli di sua mano l’Eucaristia. L’orazione era quasi la continua occupazione del Santo, ed ora la faceva diritto in piedi, ora col corpo chino; e nelle principali solennità passava tutta la notte in piedi con le mani stese. Ogni giorno cominciava a far orazione dopo il tramontar del Sole, e durava fino a tre ore dopo il mezzo giorno del dì seguente, e d’allora fino alla sera istruiva gli astanti, che a lui venivano da tutte le parti, rispondeva a quelli che lo interrogavano, guariva i malati, componeva le differenze, riconciliava i discordi.

9. Si mostrava Simeone mansueto, e gioviale ad ognuno, non facendo distinzione di persone, ed esercitava la sua carità ugualmente verso di tutti; e perciò non ricusava di soccorrere con i suoi consigli, e con le sue preghiere gli uomini più bassi, e più poveri, niente meno che i ricchi, ed i potenti. Venendo eziandio molti per curiosità a vedere un sì nuovo, e straordinario spettacolo, Iddio si servì di questo mezzo, per convertire molte migliaia d’infedeli di diverse nazioni, i quali se ne ritornavano penetrati, e compunti dalle parole divine, che uscivano dalla sua bocca. I Vescovi, e gli Imperatori lo consultavano sugli affari della Chiesa per i quali il Santo si interessava moltissimo, e rispondeva con gran libertà, e coraggio tanto ai Magistrati, che ai Prelati, inculcando loro i propri doveri. Ma nello stesso tempo era sì umile, e sì abietto agli occhi suoi, che si considerava, come il più vile di tutti gli uomini; e diceva agli infermi, che aveva risanati: Se qualcuno vi domanda, chi vi ha guarito, rispondete, che è stato Dio; e guardatevi dal nominar Simeone, altrimenti ricadrete nelle vostre infermità.

10. Piacque al Signore di dare occasione al Santo di esercitarsi vieppiù nell’umiltà, che è il carattere di tutti gli eletti, permettendo, che non ostante i doni, che aveva ricevuti, e di profezia, e di miracoli, fosse oltraggiato, e villanamente vilipeso da più d’uno. Si aggiungevano a ciò le sue infermità, e le sue piaghe, le quali sebbene erano cagionate dalle sue austerità, servivano però ad umiliare il Santo, e ad esercitarlo nella virtù della pazienza; né gli mancarono eziandio gagliarde e continue tentazioni, con le quali il demonio, invidioso di tanta virtù, non il lasciava di molestarlo. Una volta tra le altre, gli apparve in un carro risplendente di fuoco, e come se fosse un Angelo di luce, lo invitò a salirvi, per essere trasportato in Paradiso. Il Santo non esaminando bene in quel punto la visione, alzò un piede per accettare l’invito, e si segnò col segno della Croce. Ma in un momento, dopo fatto questo segno salutare, disparve ogni cosa; |e Simeone per punire la sua troppa credulità, si condannò a tener sospeso in aria quel piede, ch’era flato sì pronto ad alzarli. L’incomodità di tal positura, unita ai rigori dell’ inverno gli cagionò una gran piaga in una coscia, la quale egli non volle curare, come neppur faceva curare un’altra, che da gran tempo aveva in un piede. Da queste piaghe, uscivano continuamente dei vermi, dai quali si lasciava divorare: e Iddio per mostrare, quanto gradisse la mortificazione, e pazienza di Simeone, e quanta gloria tenesse preparata a quelle membra mezzo infradiciate dalle penitenze, dispose che essendo un giorno caduto dalla colonna, dove dimorava, uno di quei vermi, e preso in mano da Basilio Re de’ Saracini, ch’era venuto a visitarlo, si cangiasse in una bellissima perla preziosa, come riferisce Antonio suo discepolo, e testimonio di vista, che è uno degli Scrittori della sua Vita.

11. Visse Simeone un anno intero dopo la sofferta illusione del demonio; e trovandoli già quali interamente consumato da un sì lungo martirio, sentì avvicinarsi il suo termine: ed essendosi chinato per fare orazione, senza rialzarsi all’ora, in cui soleva far le solite istruzioni, né arrischiandosi alcuno d’interrompere la sua orazione; dopo tre giorni dall’odore soave, che tramandava il suo corpo, e dallo splendore del suo volto s’avvidero, ch’era passato all’altra vita: il che seguì l’anno 461, essendo il Santo in età d’anni sessantanove, trentasette dei quali aveva passati sopra varie colonne di diversa altezza, come di sopra si è detto, l’ultima delle quali era distante d’Antiochia circa quaranta miglia. – La vita prodigiosa di questo Santo martire della penitenza, attestata dal gran Teodoreto Vescovo di Ciro nella Siria, che più volte parlò con lui, e da altri testimoni irrefragabili, e contemporanei, oh quanto deve riempiere di confusione coloro, che professandosi seguaci di un Dio crocifisso, menano una vita molle, e deliziosa, né sanno soffrire e con pazienza e rassegnazione le malattie, o altre tribolazioni, con cui piace al Signore di visitarli per loro bene! Quanto ancora dobbiamo temere le insidie di satanasso, il quale, come avverte l’Apostolo, non di rado si trasfigura in Angelo di luce per ingannare, e sedurre: Siamo vigilanti, ed attenti sopra di noi stessi; con lo scudo della Fede, e con la spada della parla di Dio, e dell’orazione, come ci esorta lo stesso Apostolo, procuriamo di ribattere le saette infocate delle sue tentazioni, e muniamoci del segno salutare della Croce, per mettere in fuga un sì furibondo