GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 1° corso di ESERCIZI SPIRITUALI “LA PERFEZIONE” (1)

GREGORIO XVII:

IL MAGISTERO IMPEDITO

I. corso di ESERCIZI SPIRITUALI

LA PERFEZIONE

(1)

Cosa c’è di meglio, all’inizio di un nuovo anno, che praticare gli esercizi spirituali, per aver chiaro nella propria vita le cose da fare ed operare in questo tempo donatoci da Dio per crescere nello spirito? E qual modo migliore di farlo è ascoltare e leggere le parola del Santo Padre Gregorio XVII, già Cardinal Siri? – Pubblichiamo la prima serie di esercizi spirituali: “La perfezione”, tenuti agli inizi degli anni 60 anni ad Assisi, registrati, raccolti e resi pubblici dal generoso valoroso sac. Giovanni Rossi, al quale saremo per questo eternamente grati, nel 1962. Si tratta di veri e propri “tesori di sapienza cristiana”, come li definisce nella pregazione, giustamente il Rossi, contenuti in queste piissime meditazioni che sono ancora più opportune, anzi diremmo necessarie e salvifiche, oggi, nei nostri tempi di confusione in cui gli uomini ignorano in pratica, spesso volutamente e colpevolmente, tutta la dottrina cristiana, anche la più elementare, sostituita da un sentimentalismo “buonista” personal-faidatè, falsamente filantropico, e da un vago deismo gnostico profuso a piene mani dagli apostati imbonitori del “novus ordo”, quelli che hanno sostituito il Dominus Sabaoth, il Dio uno e Trino, con “il signore dell’universo”, il falsario diabolico che si spaccia e si fa passare per dio, in realtà il baphomet delle logge massoniche, il lucifero-obbrobrio, l’«abominio della desolazione», colui che governa tutti gli attuali monoteismi che stanno per confluire nella “religione unica mondiale”, cioè il noachismo talmudico …, d’altra parte ci aveva già messo in guardia millenni orsono il Re-Profeta: “omnes dii gentium dæmonia” (Ps. XCV)! In queste due settimane faremo il pieno di dottrina cristiana pratica, lucidamente e sapientemente esposta dal Santo Padre “impedito” Gregorio XVII, sperando così di promuovere la crescita spirituale di noi tutti appartenenti al “piccolo gregge” di Cattolici “eclissati”, e di qualche pecorella smarrita di buona volontà … se ancora ce ne sono! Pubblicheremo così una meditazione ogni giorno, a volte due, ma in modo tale che possano essere ben meditate e fatte proprie lentamente e profondamente. Si raccomanda in ogni caso di riguardarle anche nel corso dell’anno per consolidarne e rinnovarne i benefici.

I CORSO

1.- LA PERFEZIONE

Comincio col dirvi quale è il tema di questi Santi Esercizi, poi ve lo illustro brevemente. Il tema è questo: la perfezione. Di che? La perfezione della vita cristiana. E lo scopo di questi Esercizi è incluso nell’enunciato del tema. Noi dobbiamo arrivare alla fine di questi Esercizi con la volontà precisa, inderogabile, concreta, e per noi cogente, di essere più perfetti. Non con la presunzione di essere dei perfetti, è una cosa diversa, ma con la volontà di esserlo, perché la volontà è umile ed è sempre un dono; la presunzione è superba ed è sempre presunzione. La prima è un dare, l’altra è un rubare. Dobbiamo fissare il punto a cui dobbiamo arrivare. Io vorrei che questi Esercizi vi portassero in quella atmosfera spirituale — non sarò certamente io a farlo e per questo mi affido alla Grazia di Dio — nella quale si sente che a questo mondo si perde il tempo se non si studia la perfezione e se non ci si studia di arrivare alla perfezione. – Voi sapete bene che io faccio gli Esercizi con voi e li predico a me stesso; soltanto li predico a voce alta, e vedrete che qualche cosa potrà servire anche a voi. Tema e finalità, pur non scostandoci dalla linea ordinaria dei Santi Esercizi, ci daranno la interpretazione dei diversi oggetti che andiamo via via presentando. Ho detto che debbo dichiarare il tema, perché altrimenti non è possibile che noi orientiamo ragionevolmente la nostra anima in una forma umana e non semplicemente emotiva; l’emozione si spegnerebbe subito, se non ne conosciamo bene, con accurata definizione l’oggetto. Che cos’è la perfezione? La perfezione sta: primo, nell’aderire completamente alla volontà di Dio; secondo, nell’aderirvi attivamente, non passivamente; terzo, nell’aderirvi con tutte le risorse di natura e di grazia a nostra disposizione. Questa è la perfezione. Il giorno in cui noi avremo fatto quello che dovevamo fare, lo avremo fatto attivamente e in questo fare avremo gettato tutte le nostre risorse, con tutta l’energia, senza nessuna riserva per noi, allora toccheremo lo stato di perfezione. – Per quello che dipende da noi, certo, perché a questo punto e anche prima di questo punto si può entrare in contatto con Dio mediante certi suoi armeggi dei quali io non vi saprei parlare e dei quali io non parlo, perché se qualcheduno ci arrivasse, stia tranquillo che per sapere quello che deve fare ci penserà Iddio a dirglielo, non occorre affatto che glielo dica io. Ecco cos’è la perfezione! La perfezione non è volare, non è fare il teatro, non è smuovere il mondo, non è raccogliere dei frutti. Attenti bene, perché tutte le parole hanno un significato. La perfezione non è godere, anche se Dio può permettere che vi sia del godimento. La perfezione è la volontà di Dio abbracciata, seguita, fatta e, lasciatemi dire, preceduta da noi con tutto noi stessi. Ecco la perfezione! Come vedete, non è un concetto difficile quando si tratta di esprimerlo in via teorica. La musica difficile comincia quando si tratta di fare, ed è per questo che il discorso non finisce questa sera, anche se la definizione è già detta questa sera. E anche quando io finirò di parlare e voi di starmi a sentire, ne avrete per tutto l’anno da rifletterci sopra. Detto questo, vorrei farvi considerare in linea generale la definizione della perfezione. Prima di tutto io non parlo, l’ho già escluso, della perfezione straordinaria, cioè di quelle vie che Dio risolve con interventi suoi, che stanno nell’ordine dei miracoli, che Dio riserva a certe anime che hanno già penetrato i cieli con la loro umiltà. Parlo della perfezione ordinaria, cioè di quella che sta usando gli strumenti che sono dal Vangelo proposti a tutti i cristiani e non a qualcuno soltanto. La perfezione è una cosa semplice, non arzigogolo; la complicazione sta nel movimento che dobbiamo fare noi per toglierci la nostra complicazione e arrivare a quella semplicità. E appunto perché è semplice, esclude tutto quel complesso di pose, di mode, di ricercatezze, di fissazioni che si trovano largamente distribuite negli affari degli uomini e che negli uomini anche perbene riescono a rendere terribilmente antipatica la virtù. È semplice la perfezione! E finalmente è concreta: concreta vuol dire che è tanto nell’idea quanto nei fatti. È realizzabile tutta e deve essere realizzabile tutta nel dettaglio. Quando una cosa non è realizzabile nel dettaglio e nel fatto, è astratta, è cerebrale; serve per dare una pia illusione all’anima e lasciarla perfettamente con tutti i conti scoperti in banca. Prima di andare avanti, io mi fermo per qualche minuto su questo concetto che la perfezione è un fatto concreto, e devo mettervi subito in guardia contro tutto quello che può essere cerebrale e astratto. Se nella nostra vita spirituale c’entra qualche cosa di cerebrale e di astratto, siamo subito fuori strada. Purtroppo il cerebralismo è una tendenza che va largamente serpeggiando in mezzo ai cristiani un po’ più evoluti come tali, in mezzo agli uomini e alle donne che vivono più vicino alla Chiesa, in mezzo ai cattolici che sono militanti. E poi su tanti libri la troverete. E io sento di richiamarvi fortemente su questo concetto concreto, che è poi il linguaggio estremamente concreto di Nostro Signore Gesù Cristo nel Vangelo, perché Nostro Signore Gesù Cristo ha sempre parlato in modo concreto, ha usato l’astratto solo una volta in cui ha parlato di sé stesso e ha detto: « Io sono la via, la verità, la vita ». L’Evangelo ci ha sempre detto cose concrete. Non ci ha detto: abbiate una grande personalità, Gesù Cristo non ha mai pronunciato nemmeno una volta questa parola; Gesù Cristo ci ha detto: « Siate umili e poveri di spirito », in cui si realizza il massimo che esista di personalità al mondo. Perché l’unico modo per essere personalità in questo mondo, cioè per non essere dei confusi, come le facce riflesse nel mare, è quello di essere umili. Studiatevele un po’ le facce riflesse nel mare; vedete se ci riuscite; sono le più distese di tutti, quelle non le prende per il collo nessuno. Io sento molta gente che parla del Corpo Mistico di Gesù Cristo. Che pensano quando lo dicono? E’ una cosa di cui subito sospetto. Perché se continuassero e dicessero: il Corpo Mistico di Gesù Cristo per noi che siamo qui attaccati alla terra è la Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana, allora sì che ci siamo! E per essere nel Corpo Mistico di Gesù Cristo, io devo essere ubbidiente al Papa, altrimenti sono bell’e fuori dalla porta. Con tutti i miei sentimenti spirituali, con tutte le mie visioni, con tutto il Corpo Mistico, con tutto Cristo vivente, sono fuori della porta, se non ho l’obbedienza del piccolo bambino al Papa, se non ho questa disposizione d’animo verso il mio Vescovo. E se credo di mettermi a fare l’anticlericale e di poter dire alla Chiesa, come a quelle vecchie nonne, senza denti e con rughe e baffi lunghi così che, poveretta, bisogna dirle: nonna, mangia adesso; siediti, nonna; sta’ sù, va’ giù, va’ a dormire adesso…. Voi mi avete inteso vero? La perfezione è concreta. Vi metto in guardia perché molti spiriti del nostro tempo sono fuori strada e si salveranno solamente perché hanno una fondamentale rettitudine e perché Iddio è tanto buono che tiene conto anche della paglia. Ma se non fosse così, ci sarebbe da temere per molti che si dicono cattolici e persino spirituali. – Ora vorrei farvi fare un’altra considerazione. Noi possiamo esigere la perfezione soltanto nel campo spirituale. Negli altri campi non la possiamo esigere. Non è misura degli uomini. Io non posso esigere la perfezione letteraria da tutti, non posso esigere, non parliamone neppure, la perfezione artistica. È possibile invece esigere la perfezione spirituale. Voi lo capirete bene attraverso tutto quello che io spero di dirvi in questi giorni; ma vorrei che vi rimanesse già fin dall’inizio questo concetto: che è solo su questo terreno religioso-morale che noi possiamo parlare di perfezione. Vedete che cosa avviene nel contatto tra noi e il mondo materiale? Possiamo noi entrare in contatto con la materia, per es. con questi mattoni? Direte: sì! Io vi dico: molto poco. Vi meraviglia? Ve lo dimostro subito. Io, di questi mattoni che sono qui e che sto toccando, posso percepire soltanto quello che delle loro qualità è analogo ai miei cinque sensi, cioè poco più di nulla. Per il resto io posso dilatare leggermente questo inizio di mia cognizione usando elementi di trasformazione, cosa che noi impariamo a fare nella fisica e nell’applicazione della fisica, e con poche, leggerissime intuizioni matematiche. Non avete mai osservato che l’unico col quale possiamo pienamente e totalmente entrare in rapporto è Dio? Perché persino con questa penna, che io posso toccare, che io posso spezzare, io entro in contatto in una forma parzialissima, necessaria e sufficiente alla mia vita, ma niente più. Il mondo perde le staffe quando scopre un filamento di più. Che cos’è tutta la teoria nucleare? È un filamento e niente più. Il mondo, come vi ho detto, si prende persino paura di sé stesso perché ha scoperto questo filamento. Con le cose con le quali crediamo di essere in un contatto così profondo, così totale da dominarle, siamo invece in contatto parzialissimo. L’ente col quale possiamo essere in contatto completo con tutto il nostro essere è Iddio. Sembra una vendetta questa? Non lo è, è misericordia. L’unica strada che è veramente aperta, anche se è, si direbbe, intercettata da una cortina di nebbia, la chiamiamo fede. L’unica strada che è veramente aperta è quella che ci conduce all’unico Padre che è Creatore e Signore. Ed è proprio per tale motivo che la perfezione può essere richiesta solo in questo campo, e che in questo campo la perfezione è possibile a tutti, mentre non lo è negli altri campi. – Ed ora che l’argomento ve l’ho presentato, lasciate che io faccia una riflessione sul fine che ci proponiamo con questi Esercizi. Noi dobbiamo arrivare alla fine degli Esercizi con nella testa questo: Io devo essere perfetto. Basta, questo non si discute più. E poiché non bisogna mai dimenticare quello che è estremamente concreto nelle cose, ci vengo subito. – Guardate come è facile nella vita spirituale, quando si fa l’esame di coscienza, trovare che forse non c’è materia di cui chiedere perdono a Dio. Ci sono tanti che la sera fanno l’esame di coscienza, seppure lo fanno, e alla fine dicono: Beh! insomma, Signore, veramente oggi è andata proprio bene. E posso essere soddisfatto. Questa è la sostanza di certi modi di pregare. Ma se, facendo l’esame di coscienza la sera, noi di questo giorno ci abitueremo a tenere la velina delle eventuali imperfezioni quotidiane sopra il disegno della perfezione, che sta sotto, in modo da averlo sempre davanti agli occhi, credo che la finale degli esami di coscienza, anche quando avremo fatto parecchio cammino nella via della perfezione, sarà sempre quella di dover cominciare a dire : « Miserere mei, Domine, secundum magnam misericordiam tuam ». – Se voi vi piantate ben saldi davanti a questa considerazione, capirete perché i Santi hanno pianto sempre sui loro peccati, anche quando tutti gli altri dicevano che non ne avevano. Alcuni credono che i Santi facessero una specie di commedia, che questa fosse una certa tale esibizione, non certo gloriosa, che bisogna tollerare in vista del resto che era positivo, perché lo stare continuamente a piangere e a piagnucolare sui propri peccati e sulla propria indegnità pare loro intollerabile e persino fastidioso. Ma non è il caso di usare la parola intollerabile e nemmeno fastidioso. Amarono la verità, e la verità era questa: che la velina della piccola imperfezione quotidiana, che c’è anche nei Santi, anche se non arriva alla colpa veniale, quelli la tenevano sempre sul disegno di fondo, che era il disegno della perfezione, di quello che dovremmo essere. E allora, quando c’è questo accostamento tra il disegno permanente e la velina che passa ogni giorno, anche se non si facesse altro nella vita, per lo meno ogni giorno si piangerebbe, cioè si farebbe qualche cosa. E questo rimanga, da oggi, nella nostra consuetudine. Arrivati a questo punto noi dovremo cominciare a ragionare dei grandi motivi per cui si deve affrontare decisamente, volitivamente, l’argomento della perfezione; perché è falso ritenere che la perfezione sia da lasciarsi ad alcuni. Io devo essere perfetto e voi dovete essere perfetti. Nessuno è fuori! Qui c’è da indovinare o non indovinare la vita. Infilare o non infilare la strada. Qui c’è il sì o il no; il tutto o il niente. Questo non è argomento di elezione, è argomento di necessità. Noi dobbiamo volere essere perfetti. E siccome per essere perfetti non occorre volare, andare in estasi, fare miracoli, avere visioni, raccogliere frutti, non occorre neanche convertire il prossimo, ammetterete che è possibile essere perfetti. La complicazione dell’impossibilità avviene quando si confonde la perfezione con tutte le altre piccole cose. Lasciamo che Iddio registri e non dimentichiamo che se la nostra perfezione desse poca o nessuna luce in questo mondo, ne darà molto di più nell’altro. Passati noi, ne darà più di noi stessi. Non si darà mai il caso che una perfezione non rifletta luce sugli altri; ma potrebbe darsi il caso in cui chi irradia questa luce non veda affatto di irradiare luce sugli altri. Accetti. Sia contento dì passare per la via dell’oscurità, perché è la via più redditizia. È quella in cui darà più gloria a Dio e amerà di più il suo Signore e Padre. Ma nessuno rimanga fuori. Per la perfezione non occorre la clausura — tornerà bene anche quella, naturalmente, a coloro che ci sono — ma per la perfezione non occorre niente di strabiliante, niente che non si trovi sull’ordinario mercato della grazia di Dio. – La perfezione è aperta a tutti, è un dovere per tutti. Che Dio vi conceda di essere invasati da questa verità, santamente invasati, profondamente scossi, potentemente vitalizzati. Le preghiere mie sono per questo, per me anzitutto, e insieme, sullo stesso piano, anche per voi.

2. – La morte

La prima ragione che noi incontriamo per giustificare l’assoluto dovere di tutti noi di tendere decisamente alla perfezione è che dobbiamo morire. Non ho detto che sia la principale ragione e non lo dico; dico che è la prima che noi incontriamo. È la ragione più spettacolare, è certamente quella che incute timore agli uomini. È quella che deve essere giudicata la maggiormente percettibile dalla loro debolezza, perché là dove non regna l’amore, la porta che è sempre aperta è quella del timore; e quando anche quella si chiude, c’è la porta di servizio della paura. E allora bisogna dire: benedetta la porta di servizio; quando non c’è altro, serve bene anche la porta di servizio. Questa è dunque la prima ragione per cui bisogna essere perfetti. Ci sono altre ragioni, che verranno dopo, nelle nostre considerazioni, ma la prima che si presenta, per i motivi riportati, è che noi dobbiamo morire. – Vengo al primo punto. Quanto tempo ci resta ancora da vivere? Lo chiedo a me, e ciascheduno di voi lo chieda a sé stesso. Quanto tempo? Non lo sappiamo. Sappiamo soltanto che, secondo la legge di natura, c’è una certa parabola, e che l’essere più o meno avanti in questa parabola dà una certa generica indicazione. Ma non è mai una indicazione che abbia un carattere decisivo. Supponiamo di avere da campare molto; e con questo? La morte dà il carattere alla vita. Perché, siccome la morte costituisce essenzialmente una chiusura del tempo della prova, e pertanto del tempo in cui si può meritare, essa riflette una incredibile preziosità su tutti i momenti della nostra vita. Questa è la vera funzione della morte. Non è quella di generare una sorta di orgasmo per la esibizione del macabro. Non è quella neppure di mettere in uno stato di eccitazione che finisca alla emotività. La morte riflette il carattere preziosissimo della vita. Perché essa dice: guarda che tu finisci; dopo di me, tu non meriti più. Quello che sarai a quel momento, rimarrai in eterno. La possibilità di riparare qualche cosa delle tue capacità e del tuo tempo e delle circostanze eterne della tua vita finisce con me. Io sono la chiusura del tuo momento. Io segno il limite della tua ricchezza. Io ti precludo la possibilità di qualsiasi aumento. È così che la morte, anche se dovessimo pensare di vivere ancora qualche centinaio di anni, avrebbe sempre lo stesso effetto, darebbe sempre la chiave vera e interpretativa della vita. Non si deve perdere nulla nella vita, per la ragione semplicissima che noi dobbiamo morire e che la morte è una chiusura di merito e di capacità ontologica di aumento. E se poi dovessimo starci poco, in questo mondo, allora alla ragione generale se ne aggiunge una particolare. Perché nella valutazione viene ad accostarsi quello che potevamo fare, quello che potevamo fare meglio e quello che non abbiamo fatto. Sono le tre articolazioni del nostro giudizio, queste, e il modo con cui emergono o scompaiono e si raffrontano tra di loro costituisce una chiusura del nostro valore; ma sono vive, hanno una eloquenza incisiva, forse terribile davanti a noi. Quello che potevamo fare, che potevamo far meglio e quello che non abbiamo fatto. E allora, siccome non è difficile che dal confronto salti fuori qualche elemento di rampogna per noi, è chiara la conclusione: bisogna aumentare l’accelerazione per guadagnare il tempo perduto. Questo è il franco e semplice linguaggio della morte, è la sincera espressione della morte. E detto questo, vi potrei dire che ho finito. Ma rimane qualcos’altro da dire. Vedete che l’articolazione del ragionamento è secca, è chiara, è cogente. – La morte riflette una luce sulla vita ed è la luce di un giudizio di preziosità senza confine. È per questo che dobbiamo desiderare di vivere. Dobbiamo accettare di morire, ma dobbiamo desiderare di vivere. Dobbiamo accettare di morire, ma dobbiamo desiderare di vivere per sfruttare ancora il talento della vita. Perché cinque minuti di più in questo mondo vogliono dire cinque minuti di possibilità di merito. Vogliono dire allungare la strada per il raggiungimento della migliore perfezione. Vogliono dire una approssimazione sempre maggiore alla completezza nella quale noi dobbiamo presentarci al Signore. Ed è proprio in nome di questa preziosità che noi dobbiamo voler essere perfetti; perché lo sfruttamento di tutto il tempo, di tutte le possibilità interiori ed esteriori della nostra esistenza è la perfezione. È la morte che esige la perfezione. Essa non sarà la voce più alta, ma una voce che bisogna sentire, ed è la voce che più facilmente si sente, perché ci eleva sempre con una singolare e dura eloquenza di convinzione su tutte le distorsioni, le evanescenze e le evasioni della nostra vita. – Vengo al secondo punto. Come saranno le circostanze della nostra morte? Questo è interessante a sapersi. Anche se dovremo rispondere che non sappiamo niente, non è inutile questa domanda. Perché il porsi questa domanda rappresenta la franchezza dell’uomo che guarda in faccia il suo destino e che non si copre la faccia. Quali saranno le circostanze della mia morte e della vostra morte? Io ho assistito in questi 12 anni di governo della mia diocesi quasi tutti i sacerdoti miei che sono morti. Nella morte dei sacerdoti ho osservato riflessa perfettamente la loro vita. Ho visto come muoiono quelli che hanno pregato piuttosto poco nella loro vita. Ho visto come muoiono quelli che nella vita non hanno indovinato tutto. Ho visto come muoiono quelli che hanno fatto il loro dovere; ho visto come muoiono i miti e gli umili di cuore. Ciò che mi ha impressionato è il fatto che nel loro tramonto si sono raccolti, con una fedeltà impressionante, tutti i colori della loro vita, e questo prescindendo dal tipo di malattia che hanno avuto, dai dolori più o meno forti. Ma Dio è incredibilmente misericordioso nella sua giustizia, perché se volesse essere soltanto giusto, non ci tratterebbe mai bene, in quanto noi abbiamo sempre dei debiti con Lui, anche quando siamo buoni. Per il mondo possiamo essere buoni, per i superiori buoni, ma con Dio abbiamo sempre dei debiti, e pertanto non è possibile parlare soltanto della giustizia di Dio, perché c’è una giustizia talmente accompagnata dalla misericordia da essere talvolta supplita da questa, ma non travisata, perché la giustizia rimane. Una volta un Generale dell’esercito nostro, che tra le altre sue avventure aveva avuto quella d’essere stato sepolto sotto una valanga, mi raccontò cosa succede quando si arriva proprio a toccare la porta della morte, senza avere nulla di guasto. – Proprio nel momento in cui si spegneva, l’hanno dissepolto, l’hanno tirato fuori. Allora ha perduto la conoscenza, ma era anche incominciata la cura, e credendo d’aprire gli occhi nell’eternità, si trovò ad aprirli in questo mondo. Di tutti i racconti che io ho sentito dalle persone che sono state in punto di morte, questo è stato il più impressionante. Mi raccontò: ero sotto, sepolto; a un certo momento ho avvertito dei sintomi che indicavano l’avvelenamento dovuto al fatto che si respira soltanto anidride carbonica e manca l’ossigeno. Fra me ho detto: io campo ancora sei o sette minuti. In quel momento, come se una luce infinita si fosse accesa dentro di me, ho visto tutta la mia vita, tutta; i particolari di essa mi si sono messi davanti come una carta geografica che io vedevo tutta insieme e nei suoi particolari; io non ho mai avuto in tutta l’esistenza una lucidità di questo genere. Né prima né dopo. Ho visto. E allora ho sentito e ho capito quello che non avevo mai capito prima. Ho chiesto perdono a Dio, e mi sono sentito bene. A questo punto finisce il racconto. – Vedete, bisogna fare i conti con questa illuminazione, incredibile illuminazione. Io non ho riportato tutto il racconto che ho avuto, l’ho riportato nella sostanza; ma ho capito che quella luce improvvisa e grande era la luce adeguata al concetto di perfezione, cioè essa faceva riemergere dal nulla il concetto di adeguarsi totalmente alla legge di Dio. Forse c’è un altro modo di morire. Ho sentito dire e l’ho letto negli studi di qualche biologo che quando si sta per morire avviene una certa composizione nel volto e tutto si va distendendo. Prima del distacco c’è una forma di pacificazione che sostiene per qualche attimo e si distende sulla faccia anche quando ci sono i dolori più forti: questi non si sentono più e tutto finisce in bellezza. Mi pare strano che la morte sia un giochetto così pacifico, un finale guidato dal flauto o dall’oboe, da un lontano arpeggio di esseri celesti. Ma tutte queste cose le dico perché, anche se possono avere un valore relativo, in realtà ci mettono dinanzi a un problema, il problema delle circostanze della nostra morte. È meglio che noi riteniamo piuttosto comune quella tale illuminazione, tremenda illuminazione; abbiamo bisogno di abituarci per tutta la vita al senso della misericordia di Dio, anziché abituarci a pensare che probabilmente tutto se ne va in arpeggi, sotto la nota febbrile di un dolcissimo choc. Bisogna che noi ci ricordiamo che la grande verità teologica che domina il mistero della morte è una proposizione « de fide », che la grazia della perseveranza finale, la quale consiste nel congiungimento dello stato di grazia col momento della morte, è una grazia particolarissima. – Tale grazia è da chiedersi al Signore per tutta la vita, e non solo da chiedersi, ma da operarsi per tutta la vita. Non bisogna credere che Dio abbia legato le sorti della nostra esistenza all’ultimo quarto d’ora. È vero che un quarto d’ora basta a salvare l’anima, e anche meno di un quarto d’ora; pochi secondi possono essere sufficienti ad articolare un atto d’amor di Dio e un atto di dolore perfetto. – Ma la grazia di farlo ordinariamente il buon Dio la lega a quello che s’è fatto in tutta la vita. C’è un terzo punto e credo che sia su questo che la meditazione della morte debba farsi con particolare insistenza. Noi abbiamo il gusto di confinare la morte all’ultimo momento; S. Francesco la chiamava « sorella morte »; ma guardate che non è sorella soltanto perché arriva all’ultimo momento. È sorella perché nasce con noi e s’accompagna a noi per tutta la vita. Che significa questa metafora? Significa che noi moriamo tutti i giorni, di noi muore qualche cosa tutti i giorni. Non è completo l’argomento quando diciamo: si muore, si morirà il giorno tale; no, perché la morte l’abbiamo noi, ora, dentro di noi; ora in noi qualche cosa muore. Si affacciano al nostro sguardo cose splendide, è vero? Le vediamo, ne sentiamo la luce, la carezza del calore. Queste cose splendide se ne vanno a una a una a morire e lasciano il vuoto; si apre una tomba dentro di noi, una luce si spegne, è la morte. Io penso a coloro, per esempio, che sono pazzi per il gioco del football, che ci riescono meravigliosamente, che non vedono altro; è una cosa splendida il giuoco del football, credo che sia così, perché se no non mi spiegherei il tifo e tant’altra sintomatologia. Supponete che uno in questa situazione un giorno si senta dire dal proprio medico curante: attento, voi siete alla vigilia di un infarto; alt, vi basterebbe fare una sola partita perché probabilmente a metà cadiate lì morto. Ve lo immaginate? Supponete che questo tipo non muoia ma campi ancora 50 anni. Ebbene, il giorno in cui, poveretto, s’è sentito dire: alt, non fate più una partita perché una sola partita per voi potrebbe essere fatale, ve lo immaginate? E ‘ morto già un po’, e quella morte lo seguirà sempre, quella tomba vuota sempre risuonerà, echeggerà, graverà su di lui. Vedrà la domenica macchine che corrono; dove vanno? Non c’è bisogno che lo chieda, vanno alla partita; lui non ci va. – Hanno detto che la cosa più difficile è di portare una grande vecchia cantante a teatro. Vedete, le cose più splendide a una a una se ne vanno. E anche le cose nuove se ne vanno. I bambini, in confronto a noi che non dovremmo essere più bambini, un vantaggio hanno, che tutti i momenti scoprono una cosa nuova. Con quei grandi occhi, con quella profonda meraviglia, con quella intensa attenzione, sono veramente il poema della vita che si schiude. Sembra di vedere gli occhi di Adamo spalancarsi quando Dio lo ha chiamato alla vita, e ha conosciuto il mondo e ha conosciuto, penso, anche intellettualmente, il suo Signore e Creatore. Quale stupore! Michelangelo si è provato a ritrarlo nella Cappella Sistina, in una di quelle pitture che forse non si finirà di considerare, e credo che solo un grande genio della pittura lo possa valutare. – Lo stupore. I bambini, il miracolo dello stupore l’hanno in continuazione. Questo miracolo si afferma sempre più, opera fino a una certa età, finché c’è qualche cosa che si scopre che non si conosceva. Ma a poco a poco questo grande patrimonio della possibilità di scoprire si esaurisce e non si scopre più nulla. Quelli che arrivano prima a non scoprire più nulla a questo mondo sono i peccatori, perché quelli vedono la faccia del mondo subito, non c’è più niente così da scoprire. Le anime sante hanno sempre qualche cosa da scoprire, e forse non sanno che, col loro sacrificio di rinunciare a scoprire qualche cosa, si mantengono sempre un’anima di bambini; esse stanno sempre al di qua della cognizione, non al di là. È importante nella vita rimanere al di qua della cognizione, non andare al di là. Io penso a tutta questa gente che ha esaurito tutto, a questi ragazzi che hanno 16 o 17 anni, e non c’è più niente per loro da scoprire a questo mondo, né il bene né il male; hanno mangiato il frutto dell’albero della vita e dell’albero della morte. – Prima c’è stato un fremito che è proprio di chi scopre qualche cosa di nuovo; poi tutto questo s’attutisce, si riduce, svanisce e lascia un vuoto che nessuna cosa può colmare. Voi capite come è vero che tutti i giorni in qualche modo noi moriamo. La cosa impressionante è che a ogni periodo di tempo che passa s’attutiscono le nostre papille gustative; le cose possono rimanere bellissime, ma s’attutisce il nostro gusto e pertanto la nostra capacità di trarne beneficio, e anche noi siamo talvolta una ruota che gira. – Vi ho detto che la perfezione sta nel voler fare la volontà di Dio con tutte le possibilità nostre. Adesso vedete la conclusione. La morte dell’ultimo giorno ci avverte che, terminato il tempo della prova, essa raccoglie la perfezione della vita, ed è questo il motivo per cui dobbiamo essere perfetti, anche se non è il più alto motivo: sono le circostanze della morte a noi sconosciute e per altro possibili a essere intuite dalla colleganza alla vita che ci avvertono, che reclamano la perfezione della vita. La morte di ogni giorno, che costituisce la incredibile tragedia degli spettatori, la morte disegna una trama, la ferisce, la colpisce, la restituisce alla sua verità, alla sua realtà, macabra, orribile, e dice: questa trama alla quale scivolate non vi piace, penso anch’io che non vi piace. Ma c’è una trama della vita, una trama non tenuta lì in serbo, ma una trama attiva ed è la volontà del Signore. Alla trama ordita dalla morte non c’è che da opporre la trama ordita dalla vita, la trama della perfezione. Il suo linguaggio lo capite e lo lascio a voi perché vi accompagni questa sera, vi lasci dormire questa notte. Quando si è perfetti, oltretutto si dorme anche bene. Ma se anche qualche poco vi rubasse il sonno, non sarà un sonno perduto.

MEDITAZIONI: II settimana dopo l’EPIFANIA

Nella seconda settimana dopo l’Epifania

[A. Carmagnola: “Meditazioni”, vol. I, SEI ed. Torino, 1942]

MEDITAZIONE PER IL LUNEDI.

Sopra la santificazione delle nostre azioni.

Mediteremo sopra la santificazione delle nostre ordinarie occupazioni, e riconosceremo come da essa specialmente dipenda la nostra santificazione, essendo questa la volontà di Dio, avendo a ciò l’esempio di Gesù Cristo e dei Santi, e così insegnandoci la stessa ragione. C’immagineremo il benedetto Gesù, che adempie così perfettamente ognuna delle sue ordinarie azioni da attirare le compiacenze del suo Padre celeste. Lo adoreremo pregandolo di concederci la grazia che possiamo compiere anche noi così perfettamente le nostre consuete occupazioni da meritare la compiacenza sua.

PUNTO 1°.

Volontà di Dio per la nostra santificazione.

Il Signore, chiamandoci a vivere una vita in modo speciale consacrata a Lui e somministrandoci perciò specialissimi aiuti, non l’ha fatto per altro fine se non perché ci facciamo santi. – E per farci santi dobbiamo fare le opere buone. Ma queste buone opere non sono già principalmente le straordinarie e grandi, ma bensì le ordinarie e comuni; poiché, volendo Iddio la santificazione di tutti e non essendo da tutti il compiere opere straordinarie e grandi, nelle buone opere ordinarie e comuni deve star riposta anzitutto la santificazione nostra. È dunque volontà di Dio che noi ci santifichiamo santificando le nostre consuete occupazioni. Potrebbe Egli renderci più facile l’opera della nostra perfezione, dal momento che per essa Egli non vuole altro se non che facciamo bene ciò che abbiamo da fare tutti i giorni? Ricordiamoci bene essere scritto che si chiederà di più da chi ha ricevuto di più. Avendo noi ricevuto la vocazione ed elezione ad una vita perfetta, ed essendo forniti da Dio di tanti aiuti per conseguirla, saremmo ben ingrati se non eseguissimo la volontà di Dio, attendendo seriamente a farci santi col santificare le nostre ordinarie occupazioni.

PUNTO 2°.

Esempio di Gesù Cristo e dei santi.

Gesù Cristo e i santi in generale hanno messo la loro santità nella santificazione delle occupazioni ordinarie convenienti al loro stato e alla loro condizione. Gesù Cristo durante i trent’anni della sua vita privata non fece niente di straordinario agli occhi del mondo; ma dal mattino alla sera attendeva a lavori e ad occupazioni assegnatigli da Maria e da Giuseppe, e il tutto Egli compiva perfettissimamente, mostrando sempre così negli atti esteriori, come nelle disposizioni interiori, quella sublime santità, che era l’oggetto della compiacenza del suo Padre celeste. – Dopo Gesù Cristo non vi furono santi maggiori di Maria e di Giuseppe; ma la loro santità attese massimamente a far bene le azioni comuni e semplici del loro stato. Tutti gli altri santi in generale si sono studiati di santificare le opere consuete della loro vita, facendole in modo che fossero veramente grate a Dio. In ogni occupazione, in ogni atto, in ogni pratica di pietà mettevano la massima cura, come se non avessero mai avuto da compiere e non avessero più da compiere altra azione fuori di quella che compivano. Se adunque Gesù Cristo e i santi col loro esempio c’insegnano a mettere la santità nella perfezione delle nostre consuete azioni, come non ne seguiremo noi l’insegnamento e l’esempio?

PUNTO 3°.

Insegnamento della stessa ragione.

Alla voce della fede, che ci mostra la nostra santità dipendere massimamente dal santificare le ordinarie occupazioni, si aggiunge la voce stessa della ragione. Difatti la ragione ci mostra che a mantenere l’ordine, l’armonia, la pace, in una comunanza di persone è necessario che ciascun membro adempia fedelmente i doveri ordinari del suo stato. Come un orologio non può servire al suo scopo di segnare con precisione il tempo, se ciascuna delle sue ruote non agisce perfettamente, così la vita comune non procede regolata, prospera e soddisfacente se si tralascia anche da pochi di compiere con esattezza i propri ordinari uffici. Il far bene adunque le consuete azioni e i giornalieri esercizi, il compiere nel miglior modo possibile le ordinarie occupazioni e i soliti doveri del proprio stato mantiene l’ordine e la regola, serve efficacemente alla prosperità della vita comune, e giova nel tempo stesso alla propria santificazione, perché chi pratica fedelmente il proprio dovere si fa santo. Persuadiamoci adunque, che la nostra santificazione, come dice S. Bernardo, consiste nel fare le cose comuni, ma non comunemente: communio facere, sed non communiter.

 

MEDITAZIONE PER IL MARTEDÌ.

Sopra le qualità delle nostre azioni.

Mediteremo sopra le qualità, che devono avere le nostre ordinarie e comuni azioni, perchè siano santificate e abbiano merito, e cioè siano tali che piacciano a Dio, rassomiglino a quelle di Gesù Cristo, edifichino il prossimo. C’immagineremo che Gesù c’inviti a farci santi col dirci: Siate santi, perché Io sono santo: Sancti estote, quia ego sanctus sum (Lev., XI, 44). – Prostrandoci in ispirito ai suoi piedi e adorandolo gli prometteremo di seguire il suo invito col cominciare a fare santamente tutte quante le nostre azioni. Preghiamolo di benedire la nostra promessa.

PUNTO 1°.

Le nostre azioni piacciano a Dio.

A santificare le nostre ordinarie occupazioni è necessario anzitutto attendere ad esse per piacere a Dio, non già per piacere a noi o agli uomini, non hominibus placentes, sed in simplicitate cordis… ex animo… sicut Domino (Col., IIII, 22), vale a dire con la massima semplicità e rettitudine d’intenzione. Gesù Cristo dice: Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà lucido; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso (MATTH., VI, 22, 23). Quest’occhio è la nostra intenzione nelle occupazioni cui attendiamo. Se essa è semplice, pura, diritta, ha di mira cioè di far piacere a Dio e glorificarlo, tutte le occupazioni nostre saranno lucide, vale a dire, belle e buone e sante; ma se al contrario la intenzione nostra è cattiva, ha di mira cioè o la soddisfazione del nostro amor proprio, o il guadagno della stima altrui, o l’acquisto della riputazione e della lode dei nostri superiori, o qualche altro fine umano, tutte le nostre occupazioni saranno tenebrose, vale a dire prive affatto del carattere della santità e senza alcun merito. E ciò anche allora che le nostre occupazioni fossero le più grandi e le più nobili per sé. Oh quanto importa adunque che nelle nostre occupazioni non abbiamo mai altro di mira che fare il gusto di Dio e ottenere la sua glorificazione, giacche da ciò anzitutto dipende la santificazione delle opere nostre!

PUNTO 2°.

Le nostre azioni siano simili a quelle di Gesù Cristo.

Volendo noi santificare davvero le nostre azioni, oltre al compierle con retta intenzione, dobbiamo modellarle sul nostro divino Maestro Gesù. Egli si pose davanti a noi come l’esemplare da riprodurre. Ha voluto perciò compiere tutte le azioni più ordinarie e comuni per mostrarci come in tutto e per ogni dove si può essere santi. Ha lavorato, ha pregato, ha conversato, ha riposato; si è recato nel tempio, è andato per le strade e per le piazze, è stato nella solitudine e nella società, ha insegnato, ha predicato, si è occupato dei gravi affari che riguardavano il suo Padre celeste, si è assoggettato persino a mangiare, a bere, a dormire, a starsene in famiglia, a obbedire a Maria e a Giuseppe, e di poi a convivere con i suoi discepoli e servirli ben anche. Quindi sembra dirci: Guardate le mie azioni, fatele con quello spirito, con cui le ho fatte io, e le santificherete tutte. E lo spirito era di compiere in tutto e per tutto la volontà del mio Divin Padre. Questo invito di Gesù Cristo come fu bene seguito dai Santi! S. Vincenzo de’ Paoli, fra gli altri, in ogni sua occupazione si domandava: Come si comportava Gesù in quest’opera? Come farebbe in vece mia? Ah! caro Maestro, quanto purtroppo mi sono allontanato finora dai vostri insegnamenti e dai vostri esempi! Quante volte anziché operare per fare la volontà di Dio, ho operato per impulsi istintivi, mosso unicamente dall’utile o dal piacere, intento solo a fare la mia volontà! Fate, o mio amato Gesù, che d’ora innanzi io non abbia più a perdere così malamente il frutto delle mie fatiche.

PUNTO 3°.

Le nostre azioni edifichino il prossimo.

Per santificare le nostre ordinarie azioni dobbiamo compierle in modo che riescano di edificazione al prossimo. Gesù Cristo ha detto chiaro che la luce nostra deve risplendere dinanzi agli uomini, affinché vedano esser le nostre opere buone e glorifichino il Padre nostro che sta nei cieli (MATTH., V, 16). Con le quali parole il nostro divino Maestro ci impone l’obbligo di dare in tutto buon esempio, epperò anche nelle nostre ordinarie e consuete occupazioni, affinché anche questo buon esempio stimoli i nostri prossimi a seguirlo e li spinga a onorare anch’essi il Signore. Che se questo buon esempio nelle proprie occupazioni è obbligatorio per tutti i cristiani, quanto più si impone a coloro che si sono consacrati a Dio nella professione religiosa! Essi non solo devono nelle loro ordinarie azioni edificare i loro fratelli, ma altresì gli uomini del mondo, e massimamente i loro discepoli e alunni che tengono continuamente gli occhi aperti sulle loro opere e sul modo con cui le compiono. Consideriamo pertanto se a tutto questo badiamo nelle nostre azioni. Indarno pretenderemmo dai nostri discepoli e dipendenti l’adempimento fedele dei loro doveri, qualora noi non li animassimo con l’esempio, adempiendo bene i doveri nostri. Essi per lo meno in segreto ci direbbero che altro comandiamo ed altro facciamo, e che non è giusto volere dagli altri quello che non facciamo prima noi.

MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDÌ.

Sopra il modo delle nostre azioni.

Mediteremo sopra il modo di compiere le nostre ordinarie azioni perché siano santificate, che è di farle con diligenza, con sacrificio, con allegrezza. C’immagineremo che Gesù, ci rivolga questa parola: È mia volontà che vi facciate santi: Hæc est voluntas mea, sanctificatio vestra. Questa parola riconosceremo che non è semplice invito, ma formale comando; epperò prometteremo a Gesù di fare d’ora in avanti tutto il possibile per ottemperarvi col santificare le nostre ordinarie occupazioni.

PUNTO 1°.

Le nostre azioni devono farsi con diligenza.

A santificare le nostre ordinarie e comuni azioni è necessario farle con diligenza. Il Signore dichiara maledetto colui che fa le opere di Lui con fraudolenza: maledictus qui facit opus Domini fraudulenter (Jer., XLVIII, 10), e per opere di Dio non dobbiamo intendere soltanto le opere del culto e gli esercizi di pietà, ma tutte quante le nostre occupazioni, perché tutte devono aver di mira la gloria di Dio. Dunque è benedetto solamente colui, che compie le sue occupazioni senza frodare il Signore, senza omettere cioè alcunché della diligenza necessaria a compierle bene. Infatti non possono essere gradite al Signore, epperò santificate, quelle occupazioni cui si attende con svogliatezza, con pigrizia, con noia, oppure in tutta fretta, con precipitazione, fuori del tempo e del luogo assegnato per esse. Eppure quanto è facile cadere in questo mancamento di compiere con negligenza le ordinarie occupazioni! Si metterà forse tutta la diligenza possibile in un’opera particolare, di nostro gusto, ma le occupazioni ordinarie facilmente o si trascurano, o si compiono comunque. Sì, è vero purtroppo, mio Dio; io talora ometto le mie pratiche di pietà e le opere del mio uffizio, o le compio con tanti difetti perché sono pigro, indolente, privo di buona volontà di farmi santo. Aiutatemi voi a scuotermi da questa accidia.

PUNTO 2°.

Le nostre azioni devono farsi con sacrifizio.

A santificare le nostre ordinarie azioni è necessario alla diligenza aggiungere lo spirito di sacrifizio. Il regno de’ cieli, dice Gesù Cristo, si acquista con la forza: regnum cœlorum vim patitur (MATTH., XI, 12); il che significa che solo con lo spirito di sacrificio nelle occupazioni ordinarie potremo santificarci e meritare il paradiso. Vi sono occupazioni che piacciono e occupazioni che dispiacciono. Il compiere le prime con gusto non toglie loro la bontà e il merito se le indirizziamo alla gloria di Dio, anzi quel gusto può essere un soave eccitamento datoci dal Signore a operare il bene. Se però noi le compiessimo unicamente per nostro gusto senza riferirle a Dio, queste occupazioni ancorché gravi, sarebbero puramente umane, epperò  sprecate in riguardo alla vita eterna. Le altre poi che ci dispiacciono, anziché cercare di esserne esonerati, si devono compiere altresì con animo generoso e con abnegazione, ricordando che si lavora per il Signore, il quale premia la buona volontà quando non può premiare la buona riuscita, e per il quale deve tornar leggiera ogni pena,, avendone Egli sofferte tante per noi. È questo lo spirito con cui operi? Forse a certe occupazioni attendi di buon animo, perché soddisfano il tuo amor proprio, e altre ne tralasci o le fai forzatamente, perché gravose o poco appariscenti. Umiliati davanti a Dio e chiedigli maggior generosità.

PUNTO 3°.

Le nostre azioni devono farsi con allegrezza.

A santificare le nostre occupazioni è pur necessario compierle con allegrezza. S. Paolo dice che Iddio ama l’allegro donatore: Hilarem enim datorem diligit Deus (II Cor., I X , 7): e il santo re David ci raccomanda di servire al Signore lietamente: Servite Domino in lætitia (Ps., 99, 2). E come non servire al Signore lietamente, se servire a lui è regnare: Servire Deo regnare est? Sì, il servizio di Dio è regnare, perché chi serve a Dio si unisce con Lui, identifica la sua volontà con la sua, e regna così sopra le sue passioni, sopra il mondo, sopra il demonio. Or ecco ciò che fa chi compie allegramente le sue occupazioni. In esse vede il volere di Dio e vi si sottomette con amore e con gioia, e non già per forza, per timore di rimproveri o castighi, per paura di danno materiale o morale. O anima mia, con questo spirito di santa allegrezza hai sempre compiuto le occupazioni del tuo stato? o non le hai compiute molte volte per sola necessità, per viste umane, come per non avere osservazioni e biasimi, per conservare posto, onori e comodità, per non scapitare nella stima? Se finora hai avuto tali sentimenti nelle tue occupazioni rigettali tosto e lavora soltanto per Iddio.

MEDITAZIONE PER IL GIOVEDÌ.

Sopra la regola delle nostre azioni.

Mediteremo sopra la regola da seguire nelle nostre ordinarie azioni affine di santificarle, che è compiere ciascuna di esse come se fosse l’unica, l’ultima, la più importante da compiere. C’immagineremo che Gesù, sommamente sollecito della nostra perfezione, ci dica quella parola dell’Imitazione: In ogni tua azione e in ogni tuo pensiero dovresti comportati come se subito fossi per morire: Sic te in omni facto et cogitatu deberes tenere quasi statini esses moriturus (7 Imit., XXIII, 1). Benedicendolo e ringraziandolo della sua immensa bontà per noi studieremo il modo di seguirne costantemente il grande avvertimento.

PUNTO 1°.

Fare ogni azione come se fosse l’unica.

Lo Spirito Santo dice che ogni cosa ha il suo tempo: Omnia tempus habent (Eccle., III, 1), e Gesù Cristo ci raccomanda di non darci pensiero per quello che faremo domani, bastando a ogni giorno il suo affanno: Nolite sollieiti esse in crastinum… sufficit diei malitia sua (MATTH., VI, 14). Ora, ottimo mezzo per santificare le ordinarie azioni è mettere in ciascuna di esse tutta la diligenza e l’attenzione, come se quella fosse l’unica azione da compiere. È tempo di pregare? preghiamo come se non avessimo più altro a fare. Attendiamo alla meditazione? Meditiamo come se a questo solo dovessimo attendere. Si lavora, s’insegna, si assiste, si studia? vi si metta tutta la sollecitudine, come se prima non fossimo stati altrimenti preoccupati e come se dopo ogni nostro compito fosse esaurito. A che serve pensare ad altro nel corso di un’occupazione? Che giova richiamare alla mente le occupazioni passate? O bene o male che siano state compiute, non si possono più cangiare. Che vale darsi affanno per le occupazioni, che avremo da compiere in seguito? Non sappiamo neppure se le potremo ancora compiere. Lo spirito così distratto non si applica abbastanza a quello che ora deve fare, e le nostre azioni, mancando la dovuta diligenza, non restano neppure santificate e grate al Signore. Dio ama l’ordine, e quindi gradisce e benedice soltanto ciò che si fa ordinatamente.

PUNTO 2°.

Fare ogni azione come se fosse l’ultima.

Gesù Cristo dice che la morte verrà a noi come un ladro di nottetempo; nulla perciò di più incerto che il momento della morte: dunque essa ci può cogliere non appena terminata l’azione che stiamo compiendo. La prudenza vuole che ci comportiamo in ogni azione come se fosse l’ultima della nostra vita. Beato quel servo del Signore, che Egli, chiamandolo a sé repentinamente, troverà aver compiuta bene l’opera sua: Beatum ille servus quem, cum venerit Dominus eius, invenerit sic facientem (MATTH., XXVI, 46). S. Francesco Borgia raccomandava a’ suoi religiosi di mettersi ventiquattro volte al giorno nella condizione di un uomo che sta per morire e di fare ogni cosa come se subito dopo si dovesse renderne conto a Dio. Il pensiero che la morte ci può cogliere da un momento all’altro, è mezzo efficacissimo a farci rettamente operare in ogni nostra occupazione. Con quanta divozione pregheremmo, se sapessimo essere questa l’ultima nostra preghiera! Con quale fervore faremmo la Comunione, se dopo di essa dovessimo rendere l’anima a Dio! Con quale diligenza attenderemmo a quell’insegnamento, a quell’assistenza, a quel lavoro, se dopo avessimo a presentarci al divin tribunale! Se al mattino un Angelo ci avvertisse che in sulla sera moriremo, come santificheremmo tutta la giornata! come riuscirebbero sante tutte le nostre azioni! – Ebbene, a questo pensate ogni mattino, dice l’Imitazione, che forse non vedrete la sera, ed ogni sera che non arriverete al mattino, e vi regolerete in tutto da santi.

PUNTO 3°.

Fare ogni azione come se fosse la più importante.

A conseguire il paradiso, a sfuggire o a renderci più breve e meno penoso il purgatorio servono tutte quante le nostre azioni, non solo le più appariscenti e straordinarie, ma anche le più piccole e comuni. Ciascuna di esse sarà vagliata da Dio nel suo giudizio, e vagliata in se stessa, nelle sue intenzioni, nelle sue circostanze, nella sua maniera di adempimento, giacche Gesù Cristo c’insegna che anche solo di una parola oziosa da noi profferita dovremo rendere conto nel dì del giudizio: omne verbum otiosum, quod locuti fuerint homines, reddent rationem de eo in die iudicii (MATTH., XII, 36). È dunque sommamente importante ogni nostra azione; bisogna dunque compierla come se da essa dipendesse la nostra eternità felice o infelice, o per lo meno lo stare maggiore o minor tempo in purgatorio a soffrirvi maggiori o minori pene. È dunque sapiente regola di condotta la seguente: agire in ogni nostra opera come se con questa avessimo a stabilire la nostra eternità felice o infelice; come se con essa avessimo a darci tanti anni più o tanti anni meno di purgatorio. Questi gravi pensieri accompagnino ciascuna delle tue azioni. Ogni tua occupazione sarà compiuta con perfezione, e tutte insieme formeranno la tua santificazione quaggiù, la tua felicità eterna in cielo.

MEDITAZIONE PER IL VENERDÌ.

Sopra la vita di lede nelle nostre azioni.

Mediteremo sopra un gran mezzo per santificare le nostre ordinarie occupazioni sia rispetto a Dio, sia rispetto al prossimo, sia rispetto a noi: la vita, di fede. C’immagineremo che Gesù dica anche a noi: In verità vi dico: Se avrete fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte: passa da questo a quel luogo e passerà, e nessuna cosa sarà a voi impossibile (MATTH., XVII, 19); come per dirci: se un po’ di vera fede fa compiere dei miracoli, quanto più il vivere di fede vi aiuterà a santificare le vostre ordinarie occupazioni! Ringrazieremo Gesù della bontà che ci mostra con questo ammaestramento, e gli prometteremo di seguirlo fedelmente.

PUNTO 1°.

La vita di fede ci aiuta rispetto a Dio.

L’apostolo dice che l’uomo giusto vive di fede. Se l’uomo vizioso vive vita brutale, se l’uomo naturalmente onesto vive vita umana, l’uomo giusto vive vita divina, perché in tutto ciò che pensa, dice, opera, egli segue i dettami della fede soprannaturale. Così visse il patriarca Abramo, di cui S. Giacomo dice che la fede serviva mirabilmente alla santificazione delle sue operazioni: fides cooperabatur operibus illius (Jac, II, 22). Giova anzitutto prendere la fede come regola di quelle occupazioni che si compiono rispetto a Dio. Mercé la fede, nel pregare crederemo che Dio è presente, che ascolta con piacere le nostre preghiere, che fedele alle sue promesse certamente le esaudirà nel modo per noi più vantaggioso; nel fare la meditazione saremo persuasi che Dio ci guarda amorosamente, che si degna farci da maestro, che ci parla al cuore; nella lettura spirituale ci parrà che Dio stesso dall’alto de’ cieli ci invii le sue lettere per farci conoscere i suoi voleri. Mediante la fede, nella confessione vedremo il sangue preziosissimo del Redentore, che discende a lavare le anime nostre, e nel confessore chi tiene le veci di Gesù Cristo e ci dirige a suo nome nella via della virtù e della santità; nella Comunione gusteremo l’unione intima di Gesù con noi; nelle visite al SS. Sacramento scorgeremo Dio presente con le mani piene di grazie per distribuircele. Insomma la fede c’infonderà raccoglimento, divozione, fervore, tutto ciò che è necessario per fare santamente ogni pratica di pietà.

PUNTO 2°.

La vita di fede ci aiuta rispetto al prossimo.

La vita di fede serve a farci compiere santamente le azioni, che riguardano il prossimo, siano i nostri superiori, i nostri eguali, i nostri inferiori. Nei rapporti coi superiori, la vita di fede ci farà pensare a quelle parole di Gesù Cristo: Qui vos audit, me audit: chi ascolta i superiori, ascolta me ( Luc., X, 16); e nella volontà dell’uomo ci farà riconoscere il volere espresso di Dio. Nei rapporti con i fratelli, la vita di fede ci metterà innanzi l’esempio di Gesù Cristo, che per tre anni soffre con pazienza i difetti degli apostoli, trattandoli sempre con la massima carità. Nei rapporti con inferiori, la vita di fede ci ridurrà alla mente l’asserzione del divin Redentore: Quod uni ex minimis meis fecistis, mihi fecistis, ciò che avrete fatto ad uno dei miei meschini, lo avrete fatto a me (MATTH, XXV, 40), e ci farà usare dolcezza, carità, compassione vera. Se abbiamo una missione educatrice, la vita di fede ci farà ricordare come Gesù Cristo abbia assicurato che chiunque riceverà un fanciullo in suo nome e ne avrà cura, sarà lo stesso come se avesse ricevuto Lui e di Lui si fosse preso cura, e facendoci vedere in quell’anima lo stesso Gesù ci indurrà a trattarla con tutto l’affetto e con tutto il rispetto che Gesù stesso si merita. Così la vita di fede, nel trattar col prossimo per fargli del bene, sempre c’insegnerà che la carità, ancorché esercitata verso gli uomini, è tuttavia virtù teologale, che riguarda lo stesso Iddio. Come santamente adunque noi adempiremo i nostri uffici vivendo vita di fede!

PUNTO 3°.

La vita di fede ci aiuta rispetto a noi.

La vita di fede giova mirabilmente a rendere sante tutte quante le altre operazioni, fatte per noi stessi, fuori delle pratiche di pietà e delle relazioni coi prossimo. Sia che ci applichiamo agli studi o al lavoro, sia che attendiamo ad una lettura o ad uno svago, sia che stiamo da soli nella nostra stanza o usciamo al passeggio, sia che mangiamo, beviamo, dormiamo o facciamo qualsiasi altra cosa, la vita di fede santificherà sempre queste nostre operazioni, ancorché indifferenti, basse e vili, e le renderà meritorie e degne di premio eterno. Perciocché la vita di fede ci mostrerà sempre Iddio presente al nostro operare e ci farà indirizzare sempre a Lui ogni nostra azione e ci darà animo a compierla nel debito modo. E non sarà mai che le nostre operazioni si compiano solo per umani riguardi, per cattivarci la stima degli uomini, o per sola educazione, e neppure per onestà naturale. La vita di fede ci farà compiere ogni nostra più ordinaria azione con la mente fissa in Dio, per suo amore e per la sua gloria. Risolviamoci adunque per questa vita, che è mezzo così potente a santificarci, sicché ciascuno di noi possa essere davvero il giusto del Signore, che vive di fede: Justus autem meus ex fide vivit (Hebr., XIX, 38).

MEDITAZIONE PER IL SABATO.

Sopra l’eccellenza della vita interiore.

Mediteremo sopra tre grandi vantaggi delle nostre azioni santificate dalla vita di fede e dall’amor di Dio, che sono l’acquisto di grandi meriti, l’unione con Dio, la ricompensa eterna. C’immagineremo che Gesù nel dì della nostra morte venga incontro a noi per dirci quella dolcissima parola: Bene sta, servo buono e fedele! Perché sei stato fedele nel poco, io ti costituirò sopra il molto: entra nel gaudio del tuo Signore: Euge. serve bone et fidelis, quia in pauca fuisti fidelis super multa te constituam: intra in gaudium Domini tui (MATTH., XXV, 21, 23). In questo consolante pensiero adoreremo il nostro Divin Salvatore e Giudice e ci conforteremo nella pratica di santificare tutte quante le nostre azioni.

PUNTO 1°.

Primo vantaggio: acquisto di grandi meriti.

Anche le opere nostre più grandi, quali sarebbero convertire molte anime o sacrificare la vita, di loro propria natura non avrebbero alcun valore, se non fossero fatte con spirito di fede e per amor di Dio; solo in tal modo si arricchiscono dei meriti infiniti di Gesù Cristo e si rendono degne del paradiso. Ma per acquistare tali meriti non è necessario compiere opere straordinarie: basta fare bene le azioni ordinarie e comuni, poiché le nostre azioni diventano meritorie non per la grandezza loro, ma per la grandezza della carità con cui si fanno. La povera vedova mise nel gazofilaccio due piccole monete, mentre molti ricchi vi gettavano denaro in copia; eppure Gesù disse che quella donna aveva dato più di tutti (MARC., XII, 41, 43); e ciò perché la sua piccola offerta era accompagnata dalla carità, il che non era delle offerte vistose degli altri. Gesù ha detto ancora che chiunque avrà dato un bicchier d’acqua fresca ad un poverello per suo amore non resterà senza ricompensa (MATTH., X, 42). Ecco dunque che, pur passando la vita in occupazioni ordinarie e comuni, noi possiamo farci grandi meriti. Se non ti vedi o non sei ritenuto capace di fare cose grandi, tu, compiendo per amor di Dio il tuo umile ufficio, compiendolo anche per anni interi senza crescere di onore e di grado, potrai nella tua ordinaria occupazione farti meriti senza numero per la beata eternità e forse di gran lunga maggiori che se ti fossi applicato a opere più ammirande. Opera per Iddio e conforme al suo volere, e i tuoi giorni saran pieni di tesori celesti.

PUNTO 2°.

Secondo vantaggio: unione con Dio.

L a santificazione delle nostre ordinarie occupazioni ci procaccia la più bella felicità della vita presente, che è di unirci a Dio. L’anima che vuole davvero sante le sue azioni, nutre di Dio la mente, perché offre a Lui tutto quello che fa; ha pieno di Dio il cuore, perché opera per suo amore e per la sua gloria; ha gli stessi suoi sensi compenetrati di Dio, perché li immola nella mortificazione a Lui; vive in Dio e per Iddio e con Dio, perché vive nella sua carità. Oh paradiso anticipato! L’anima intenta a santificare le sue azioni comuni e consuete può dire continuamente a se stessa: Sono in compagnia di Dio, sotto la protezione di Dio, tra le braccia di Dio. Anche nelle occupazioni, che richiedono fatica e sacrificio, il pensiero e l’affetto di questa anima essendo tutto in Dio, da Dio riceve forza, consolazione e gaudio. Ella si ripete allora le parole di Davide: Il Signore è alla mia destra perché io non mi turbi, epperò il mio cuore gode una grande allegrezza: A dextris est mihi, ne commovear, propter hoc lætatum est cor meum, (Ps., XV, 8, 9). O mio caro Gesù, datemi di esperimentare questa felicità coll’aiutarmi a santificare tutte le mie ordinarie occupazioni.

PUNTO 3°.

Terzo guadagno: la ricompensa eterna.

Il Signore promette la ricompensa alle nostre ordinarie occupazioni, che avremo santificate facendole per lui. Nel libro della Sapienza è detto che il Signore rende ai giusti la mercede delle loro fatiche (Sap., X, 17). S. Paolo ci assicura che Iddio renderà a ciascuno secondo le opere sue (Rom., II, 6), e lo stesso Gesù Cristo nel Vangelo ci fa sapere con la parabola dei talenti, dati da un padrone a trafficare a’ suoi servi, che ci ricompenserà di quanto di bene avremo fatto secondo la nostra attitudine, la quale è quella riconosciuta dai nostri superiori nelle occupazioni da loro assegnateci. Chi promette, qui, è Iddio, vale a dire, Colui che non vien meno mai alla sua parola e che premia sempre, non in conformità alla pochezza delle nostre azioni, ma secondo la sua infinità bontà e magnificenza. E la ricompensa che ci darà, sarà la gloria e la beatitudine eterna! Oh mio Dio! per qualche po’ di attenzione nel pregare, nel meditare, nell’udire una lettura, una predica, per un po’ di fervore nel fare la Comunione e la visita al SS. Sacramento, per un po’ di umiltà nel sottomettermi all’ufficio assegnatomi dall’obbedienza e per un po’ di diligenza nel compierlo, per un po’ di fatica, di sacrificio, di abnegazione nel fare lavori difficili e di poca apparenza avrò un onore immortale e un gaudio senza fine! Oh, ripeterò dunque spesso le parole di S. Francesco d’Assisi: Tanto è il bene che m’aspetto, che ogni pena mi è diletto.