IL SACRO CUORE (38)

IL SACRO CUORE (38)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ-

[Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE SECONDA.

Spiegazioni dottrinali. (1)

La divozione al sacro Cuore di Gesù entra nel dominio della storia e in quello della teologia. Nel modo, con cui si è propagata fra i fedeli ed è stata ammessa ufficialmente nella Chiesa, come culto pubblico, dipende principalmente dalle rivelazioni fatte alla beata Margherita Maria. Ma il culto non si appoggia, per parlare propriamente, su queste rivelazioni; esso ha un fondamento teologico, ed è stato ammesso, dalla Chiesa, in se stesso e per se stesso. È appunto l’idea teologica della divozione che cercherò ora di svolgere. Però non perderò il contatto coi fatti, perché quello di cui si occupa la teologia non è già il culto del sacro Cuore, preso astrattamente, ma bensì quello che fu chiesto a Margherita Maria. Questo culto è vivente. Può svilupparsi e difatti si sviluppa. La Chiesa interviene, di tratto in tratto, per accettare e approvare il nuovo sviluppo, ma questo sviluppo precede l’accettazione della Chiesa, e la Chiesa lo accetta, precisamente, perché è legittimo nel senso della divozione. Si rileva da ciò quanto sia complesso questo studio teologico, e come si debba tener conto della natura delle cose come dei fatti storici, del pensiero vivente, dei documenti ufficiali, e delle pratiche comunemente accettate. – Utilizzando queste diverse sorgenti d’informazioni, verremo a conoscere la divozione e sapremo quale ne è l’oggetto, quali ne sono i fondamenti, quale lo spirito e l’atto proprio. Gli autori aggiungono generalmente nella loro trattazione dei capitoli sull’eccellenza, il fine, la, pratica di questa divozione; ma ciò che vi ha di teologico, in questi capitoli, si collega naturalmente, a uno dei punti indicati. Mi sembra, invece, più utile per chiarezza maggiore, confrontare questa divozione con altre analoghe, per vedere in che cosa somiglia loro o ne differisce. Aggiungerò poscia qualche parola in questo senso (Siccome la bibliografia del soggetto mi obbligherebbe a dare una nota smisuratamente lunga, rimando il lettore alla fine del volume alla Nota bibliografica. Là si troveranno le indicazioni complete citate in riassunto nel testo, o a pie di pagina.)

CAPITOLO I.

OGGETTO PROPRIO DELLA DIVOZIONE AL SACRO CUORE

La questione è di sua natura complessa. Ed è resa ancor più complicata, dalle difficoltà della terminologia. Lascerò da parte non per tanto i termini troppo tecnici, e mi sforzerò di studiare le nozioni in se stesse e di esprimerle nel linguaggio corrente. Bisogna dapprima, per orientarsi, ricordare il senso differente che diamo alla parola cuore, nel parlare giornaliero.

I.

SIGNIFICATO E UFFICIO DELLA PAROLA CUORE

Senso materiale. — Senso simbolico. — Senso figurato. — Metafora e simbolo. — Il cuore per la persona.

Considereremo, prima di tutto, il cuore di carne, il cuore materiale. Lo riguarderemo poi in un senso figurato, dove non è più considerato il cuore materiale, ma qualche cosa come avente rapporto con esso : « Quest’uomo ha cuore, è un gran cuore, è un cuore vile ». Che l’idea del cuore materiale non sia assente in queste formule si rileva anche da frasi come questa del poeta latino: « Nilne salit læva sub parte mamillæ? », o quella del poeta francese: « Ah! malheur a celui qui laisse la débauché. Planter le premier clou sous sa mamelle gauche! ». Si rileva pure nelle frasi che ci son famigliari: « Non avete dunque nulla che vi batta nel petto? ». « Avete dunque una pietra invece del cuore? » È evidente che in tutti questi casi non è al cuore materiale che si rivolge il pensiero; la frase ha un senso d’ordine morale. Ma qual è questo senso morale e di quale natura si è il rapporto che si concepisce fra il cuore materiale e l’idea morale che si esprime? La questione sarebbe lunga a trattare, tanto più che questo senso è complesso e differisce, spesso, da una lingua all’altra; differisce qualche volta nella stessa lingua il rapporto, confusamente intravisto e si risente delle idee che ci formiamo della psicologia del cuore e del suo ufficio nell’animale e specialmente nell’uomo. Chi non sa, per esempio, che il cordatus homo in latino è piuttosto un uomo di senso che un uomo di cuore? (La parola pectus è, in molti casi, quella che meglio corrisponde alla nostra parola cuore. I Latini la contrapponevano qualche volta a cor, come i francesi contrappongono cuore a testa. Si cita in questo senso, la parola di Plauto, quando ci parla delle donne: « Eam des…, cui sapiat pectus; nam cor non potest, quod nulla habet ». La parola viscere è ancora molto usata per designare il cuore, l’amore, la tenerezza, come quando diciamo : « aver viscere di padre ». Così S. Paolo dice ai Filippesi ; « io vi amo in visceribus Christi ». Così nel cantico Benedictus: « Per viscera misericordiæ Dei nostri ».) Invece la parola cuore, in francese, risponde ora all’idea dell’amore, ora a quella del coraggio, ora a quella dei nobili sentimenti della vita affettiva intensa e profonda. Chi non sa che una fisiologia poco esercitata ha attribuito al cuore un ufficio poco definito, ma eccessivo, come organo di tutta la nostra vita intima? La divozione al sacro Cuore, non esige la soluzione di tutte queste questioni. Qualche nozione sommaria basterà per farcene vedere l’oggetto e il fondamento. Questa stessa divozione, come è compresa e praticata nella Chiesa, ci aiuterà a scegliere fra queste nozioni un po’ confuse, quelle che possono essere utili; per farsene un’idea chiara e precisa. – Frattanto rileviamo, con una rapida occhiata ai fatti, quello che ci fa conoscere il linguaggio abituale.

1. La parola cuore risveglia subito, come prima idea, quello dell’organo materiale di cui tutti hanno una nozione confusa, che vien rappresentata nella maniera convenuta e che ci è famigliare, che sentiamo battere nel nostro petto e che travediamo vagamente come in intimo rapporto con la nostra vita intima, affettiva, di cui sentiamo come un eco nelle condizioni e nei palpiti di questo cuore.

2. Questo cuore materiale, a causa di questo rapporto vagamente travisto, è preso abitualmente come segno simbolico, come emblema di questa vita affettiva e morale. Di qui il posto del cuore nel linguaggio dei segni e degli atti. Di qui, l’uso di questa parola nelle formule famigliari: Aprire il cuore, vale a dire, svelare i più intimi sentimenti. Diciamo che il cuore ci batte forte, per significare che siamo molto commossi; dare il cuore a qualcuno, vuol dire dargli il nostro amore.

3. In questo linguaggio simbolico bisogna distinguere, come sempre, il segno, la cosa significata e lo scopo del significato. Qui il segno è il cuore di carne, la cosa significata, è la vita intima, la vita affettiva e morale, è particolarmente l’amore; lo scopo del significato è il rapporto fra il cuore materiale e questa vita intima, questa vita affettiva e morale, quest’amore sentito. Questo linguaggio simbolico è meno analitico di quello che le parole lascerebbero intendere, ma, per chi sa intendere, è espressivo, chiaro, rapido e comprensibile. Quando viene a unirvisi la parola, è il linguaggio umano per eccellenza, riunendo insieme l’immagine e l’idea, la cosa e la nozione.

4. Accade qualche volta, che il simbolo rimanga vuoto del suo contenuto materiale. Si dimentica il segno per non vedere che la cosa significata. La parola anima, per esempio, non presenta più al nostro spirito, almeno in una maniera cosciente e distinta, l’immagine del soffio con la quale ci si era rappresentata quando si designava il principio del nostro essere. Così può accadere che la parola cuore non ci ricordi più direttamente che il coraggio o amore. In questo caso, si ha ancora una traccia di simbolismo nel linguaggio, ma per quello che è del pensiero non vi ha più altro simbolo che la parola; il cuore cessa di essere una cosa reale, che ne significa un’altra; è un segno, e non è più altro che un segno. Rimane, pertanto, un ricordo delle origini della formula. E’ ciò che fa dire che l’espressione è figurata; è per figura, per metafora, che si usa la parola cuore per significare l’amore. Si vede da ciò la differenza fra l’espressione simbolica e l’espressione metaforica: il simbolo è una cosa che ne ricorda un’altra, la metafora è una figura di linguaggio per la quale una parola significa altra cosa del significato che ha nel senso proprio.

5. Quelli che hanno studiato ben da vicino la divozione al sacro Cuore sono stati condotti, dall’agitarsi delle opinioni e delle controversie, a distinguere in Gesù, come in noi, il cuore di carne, il cuore simbolico e il cuore metaforico. Il cuore di carne, è l’organo ove risuona l’amore; il cuore simbolico è ancora l’organo, ma come portante un’idea, come emblema d’amore; il cuore metaforico è l’amore significato senza porre attenzione diretta all’organo che ha fornito il nome. Questo linguaggio non è perfetto, ma spiccio e comodo; una volta spiegato, ricorda e riassume le nozioni. Ce ne serviremo all’occasione.

6. Infine noi constatiamo che, nel linguaggio abituale si passa incessantemente dalla parte al tutto, dal cuore alla persona. « È un gran cuore » si dice. Non già che l’espressione sia indifferente, come se fosse la stessa cosa dire: Gesù, o dire in questo senso: Il sacro Cuore. L’uso della parola cuore, significa sempre che si riguarda la persona come amante, coraggiosa, ecc. nella sua vita affettiva e morale. È forse il cuore di carne che si prende così per la persona? È il cuore metaforico? Non sembra che sia il cuore di carne in se stesso. È piuttosto il cuore simbolico o il cuore metaforico; ora l’uno, ora l’altro, secondo che il pensiero vede il simbolo o la cosa significata.

II.

IL CUORE DI CARNE. OGGETTO DI DIVOZIONE AL SACRO CUORE

Dóppio scoglio : non vedere che l’organo, non vedere l’organo. — L’organo materiale è oggetto del culto.

Il culto si riferisce sempre alla persona. E’ dunque la Persona di Gesù che onoriamo, onorando il suo Cuore, come è alla persona che si rende omaggio quando le si bacia la mano. Ma così cerchiamo l’oggetto proprio e particolare. Qual è dunque, così inteso, l’oggetto della divozione al sacro Cuore? È il cuore di Gesù. Ma è il cuore di carne solamente e in se stesso? È l’amore solo? È il cuore di carne come emblema dell’amore? Le tre risposte sono state date; la terza sola è la buona. I nemici del culto, giansenisti o razionalisti, hanno affettato di non vedere che il culto al cuore di carne e come tale hanno attaccato la divozione. Ma io non so, veramente, che si sia mai intesa da alcuno la divozione in questo senso esclusivo. Quelli che, come Galiffeto Perrone, hanno insistito sul culto al cuore di carne, lo hanno fatto per dire che non era unicamente il culto dell’amore, del cuore metaforico, non già per escludere il cuore simbolico, né l’amore simboleggiato. L’opinione del cuore metaforico o del solo amore, è stata messa innanzi da qualche nemico della divozione, che ha avuto cura del resto, da vero giansenista, di non romperla apertamente con la Chiesa, pur mantenendo le proprie idee. – Quando, nel 1765, Clemente XIII, approvò la divozione, che i giansenisti avevano combattuto con tutte le loro forze, essi tentarono di trionfare perfino nella loro disfatta. Il decreto diceva: « La sacra Congregazione dei riti, vedendo il culto del sacro Cuore già diffuso in quasi tutte le parti del mondo cattolico, comprendendo che la concessione di una Messa e di un Ufficio non ha altro effetto che di accrescere il culto già stabilito, e di rinnovare simbolicamente il ricordo del divino amore, col quale il Figlio unico di Dio ha preso la natura umana, e, obbedendo sino alla morte, ha dato in esempio agli uomini, secondo la sua propria parola, la dolcezza e umiltà del cuore…. », e in latino: « intelligens hujus missæ etm offìcii celebratione non aliud agi quam ampliavi cultum jam institutum, et symbolice renovari memoriam illius divini amoris, quo unigenitus Dei Filius humanam stiscepit naturam, et factus obediens usque ad mortem præbere se discit exèmplum hominibus, quod esset mitis et umilia corde…. » (Citato da NILLES, t. I, parte I, c. III, par. 4» , t. 1, pag. 152). Non si poteva più sostenere che la Chiesa rigettava il culto. Però si prese ad appoggiarsi sulla parola symbolice per insistere sul punto che non ammetteva (la Chiesa) la divozione al cuore di carnè, e che vi sostituiva la divozione al cuore simbolico. Come se il cuore simbolico si opponesse al cuore di carne e si confondesse con l’amore o cuore metaforico (Vedere le false interpretazioni del continuatore di Fleury, di Scipione Ricci, di Pannili, ecc in: NILLES, t. I , p. 161, 162, 222, 353, 354. 358 e u. e passim.). Altri, d’altronde eccellenti Cattolici, spaventati dai clamori del giansenismo o del libero pensiero, sono caduti nello stesso errore. Così Feller nel XVIII secolo; così qualche altro nel XIX. Questa opinione non regge dinanzi ai testi. Una cosa infatti risulta evidente: la divozione al sacro Cuore si riferisce al cuore di carne. Così l’intendeva la beata Margherita Maria. Fu mostrandole il suo cuore di carne che Gesù disse: « Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla sino ad esaurirsi e consumarsi per dimostrare loro il suo amore ». Così lo spiegano il P. Croiset, il P. Galliffet e tutti coloro che han compreso la divozione come la comprendeva la beata. Così i postulatori della causa nel 1697, nel 1727 (questi era il P. Galliffet medesimo), nel 1765. Così l’intendevano i nemici, ed è contro la divozionine al cuore di carne che si arrabattarono in termini degni di quelli di cui si servivano i protestanti contro la presenza reale di Gesù nell’ Eucaristia. Essi dicevano che la concessione di Clemente XIII, nel 1765, aveva cambiato lo stato delle cose, sostituendo il cuore simbolico al cuore reale; ma il testo dice espressamente il contrario: « nihìl aliud agi quam ampliavi cultum jam institutum ». L’approvazione di Roma, nel 1765, ritornava su quello stesso che era stato rigettato nel 1729. I vescovi polacchi, nella loro supplica si spiegavano chiarissimamente, ed è a questa supplica che la sacra Congregazione dei Riti acconsentì, annuendum censuit,- affermando espressamente che ritrattava le decisioni del 1729 « prævio vecessu a decisis sub die 10 julii 1729 » ((In NILLES, t. I, pag. 153). – Pio VI si disponeva a rimettere le cose a posto. Rilevando nella bolla Auctorum fidei nel 1794 le insinuazioni malevoli del sinodo di Pistoia contro quelli che dimenticano, onorando il sacro Cuore, che la carne santissima di Cristo, o ciascuna sua parte, o l’umanità tutta intera, se si separa o se ne fa astrazione dalla divinità, non può essere adorata e continuava: « come se i fedeli adorassero il Cuore di Gesù separandolo o facendo astrazione dalla divinità, mentre che la adorano come il Cuore di Gesù, vale a dire il Cuore della persona del Verbo, alla quale è inseparabilmente unito, in quel modo che il corpo inanimato di Cristo, durante i tre giorni dalla sua morte, senza separazione della divinità è stato adorabile nel sepolcro » (Cf. : NILLES, t. I, p. 353-354). Alle insinuazioni dello pseudosinodo, il Papa non risponde già negando che i fedeli adorino il cuore di carne; ma conferma che hanno ragione di adorarlo come fanno. – In mancanza di altri argomenti, basterebbe ricordare che nell’Ufficio del sacro Cuore, come nei documenti che riguardano la beata Margherita Maria, si fa sempre questione del cuore trafitto dalla lancia. È dunque al cuore di carne che si riferisce il culto (Vedi: NILLES, L. I, part., II, cap. III, t. I, p. 350 s. ove sono i testi ai quali si è fatto allusione e molti altri).

III.

IL CUORE DI CARNE EMBLEMA D’AMORE

L’oggetto del culto non è il cuore di carne in se stesso e per se stesso, ma come simbolo d’amore.

Il culto va al cuore di carne, ma non vi si arresta. Tutto nella santa umanità di Gesù è adorabile. Ma la Chiesa non separa mai una parte di questo tutto divino, per quanto nobile sia, per renderle in se stessa, o in vista di se stessa, un culto particolare. Potrebbe farlo, ma non vediamo che lo abbia mai fatto. Essa teme, come per istinto, il fervore indiscreto che, dopo questa parte, vorrebbe onorare quest’altra parte, senza misura. Era una delle difficoltà che si opponevano ai promotori della divozione; e dovevano risolverla. Ed essi la risolvevano, molto bene, mostrando che, per onorare il sacro Cuore, vi sono delle ragioni speciali. Mostravano la nobiltà e la dignità di questo cuore, l’importanza di questo organo vitale del corpo di Gesù. Ma non si fermarono qui; mostrarono nel sacro Cuore l’emblema del suo amore, il segno espressivo e vivente delle sue impressioni intime, la rappresentanza efficace di ciò che era stato, di ciò che aveva fatto e sofferto per noi. – Forse non se lo erano sempre detto con chiarezza perfetta, ma avevano però coscienza che, se la Chiesa distingue nel tutto teandrico una parte per farne l’oggetto di un culto speciale, è che vi vede un segno o una memoria di realtà misteriosa, di beneficio speciale o di speciale segno d’amore. La festa del Corpus Domini non è tanto la festa del corpo di Gesù, ma la festa della presenza reale eucaristica, la festa del SS.mo Sacramento; quella delle cinque piaghe non ha tanto per oggetto d’onorare le piaghe in se stesse, o il corpo ferito, quanto di ricordarsi quanto Gesù ha sofferto per noi nelle sue sofferenze. Il culto del santo Volto è il culto di una vera immagine che ci ricorda la Passione. La Chiesa potrebbe senza dubbio rendere un culto al volto adorabile di Gesù, nella sua realtà, come pure alle sue sante mani, indipendentemente dalle piaghe, o alla sua santa spalla. Lo farebbe se un soffio dello Spirito Santo orientasse in questo senso la divozione dei fedeli. Ma quello che adorerebbe, in ogni caso, non sarebbe né il volto, né la spalla, né le mani in se stesse considerate; ma sarebbe il santo volto oltraggiato nella Passione come riflettente l’anima di Gesù e i sentimenti intimi del suo cuore; sarebbe là sua santa spalla piagata dal peso dalla croce e che ci sarebbe ricordo dal peso di cui volle caricarsi per nostro amore; sarebbero le sante mani del divino operaio che ci ridirebbero che ha lavorato per noi e ci ha dato esempio di amore nel lavoro. Così la divozione al cuore di Gesù, pur riferendosi al cuore, non vi si arresta; ci va come al simbolo del suo amore, come al segno espressivo di ciò che è stato, di ciò che ha fatto e sofferto per amor nostro. Non è forse quello che diceva Gesù a Margherita Maria: « Ecco il cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla, sino a esaurirsi e consumarsi per loro »? È il cuore amante che onoriamo, non è né l’amore in se stesso e neppure il cuore in se stesso, è l’amore di Gesù, « sotto la figura di un cuore di carne », come dice la beata; e il cuore di carne, ma come emblema. L’oggetto proprio della divozione è il cuore simbolico, che è sempre, non si potrebbe ripeter troppo, il cuore reale e non il cuore metaforico. Qui ancora i documenti sono molto espliciti e fa meraviglia che, sin dall’origine, si sia saputo spiegare con tal precisione un culto così complesso (NILLES, L. I, parte II, cap. III, § 4, p. 372 sq.). – Sino dal tempo d’Innocenzo XII (1693) vediamo delle confraternite erette sotto il titolo del Cuore di Gesù e del suo perpètuo amore (Nondimeno molti duran fatica a farsi delle idee precise a questo riguardo. Mons. DUPANLOCP scriveva nel 1871, nel suo Giornale intimo, il giorno della festa del sacro Cuore: « Vista chiara di ciò forma. per molti una difficoltà ed è che si materializza troppo questa ammirabile divozione. La difficoltà non è per quelli che vivono questa ammirabile divozione, ma per quelli che la vedono dal di fuori »). E il P. Galliffet non cessa di ripetere che l’oggetto della divozione è il « Cuore adorabile di Gesù Cristo, infiammato d’amore per gli uomini » (NILLES, L. II, parte II, c. II, § I, p. 338). E sino dal 1691, P. Croiset scriveva: « La devozione al sacro Cuore non consiste solo nell’amare, onorare di un culto singolare  questo cuore di carne, simile al nostro, che fa parte del corpo adorabile di Gesù Cristo. Non è già che questo cuore adorabile non meriti le nostre adorazioni. Quello che si vuole è di far vedere che si prende qui questa parola, cuore, nel senso figurato, e che questo divin cuore, considerato come una parte del corpo adorabile di Gesù Cristo, non è propriamente che l’oggetto sensibile di questa divozione, e che il motivo principale è solo l’amore immenso che Gesù ci porta. Ora quest’amore essendo tutto spirituale, non si poteva renderlo sensibile. È stato dunque necessario trovare un simbolo; e qual simbolo più proprio naturale dell’amore che il cuore ? » (La dévotion au sacre Cosar, prima parte, c. I, p. 4 – 5). Nel Memoriale, presentato nel 1728 sotto gli auspici del re di Polonia e del vescovo di Cracovia, si legge: « Non vi è nulla nel mondo sensibile e corporale, che possa esser proposto con maggior ragione al culto dei fedeli, che questo sacro Cuore così amante e così afflitto. Poiché non vi ha nulla che contenga e rappresenti meglio i più sublimi misteri; niente la cui vista sia più capace di risvegliare nel cuore dei fedeli, affetti più santi; niente che esprima meglio, agli occhi del corpo e a quelli dell’ anima, l’amore immenso di Nostro Signore Gesù Cristo; niente che ricordi meglio tutti i benefici dell’amatissimo Redentore; niente che mostri più sensibilmente le intime pene che ha sofferto per noi. Tutto questo non è solamente contenuto e rappresentato in questo sacratissimo Cuore (Tale come si vuol dipingere e presentare all’adorazione dei fedeli), ma vi si vede disegnato e scolpito. « Hæc enim omnia in eo sacratissimo Corde, non contenta solum ae repræsentata, sed descripta quodammodo et quasi insculpta cernuntur » (« Prout pingi solet et adorandum exiberi », così è spiegato nella Memoria dei vescovi Polacchi, nel 1765, che riporta questo passaggio; N . 40; cf.: NILLES, pag. 2 t.). La Memoria presentata dai vescovi polacchi alla S. C. dei Riti, sotto Clemente XIII, nel 1765, esprime lo stesso concetto in termini un po’ differenti: « Si onora il sacro Cuore non solo come simbolo di tutti i sentimenti interiori, ma tale come è in se stesso. « Non tantum ut est symbolum omnium interiorum affectuum, sed ut est in se » (Memoriale, n. 32, NILLES, t. I, parte I , c. III, § 3. t. I, p. 116). Hanno paura che si intenda il cuore nel senso puramente metaforico; ma d’altra parte, vogliono che si riguardi al cuore di carne come « vivente, sensibile, pieno d’amore per gli uomini » (Memoriale, n. 32 – 33, NILLES, p. 116-117). – Nella Replica alle «Eccezioni » del promotore della fede, vi troviamo, se è possibile, dei testi anche più espliciti. « In più d’uno esiste della confusione. Riguardano l’oggetto proprio della festa, il cuore di Gesù in modo tutto materiale come sarebbe la reliquia di un corpo santo, religiosamente conservata in un reliquiario. È un grand’errore. Non è così, per null’affatto, che si deve comprendere la festa del sacro Cuore. Come si deve dunque intendere? Lo diremo in pochi paragrafi. Bisogna considerare il cuore di Gesù:

1. Come non facente che uno (a causa della stretta unione) con l’anima sua e la sua divina persona;

2. Come il simbolo o la sede naturale di tutte le virtù e di tutti i sentimenti interiori di Cristo, e, in particolar modo, l’amore immenso che Egli ha avuto per il Padre e per gli uomini;

3. Come il centro di tutte le pene intime che l’amatissimo Redentore ha subito durante tutta la sua vita e soprattutto nella sua Passione, per amor nostro;

4. Senza dimenticare la ferita che ricevé sulla croce, ferita cagionata non tanto dalla lancia del soldato, quanto dall’amore che dirigeva il colpo.

5. Tutto questo s’identifica nel cuore di Gesù, tutto questo si riunisce, per fare Egli stesso, col suo cuore, l’oggetto di questa festa. Da ciò ne segue, ed è un punto degnissimo d’osservazione che questo oggetto, così concepito, abbraccia veramente e realmente tutto l’intimo di Nostro Signor Gesù Cristo » (Memoriale n. 17, 18; N ILLES, p. 145-146. Gf. 11. 19, ibid.). Questo testo dice ancor più che non occorra presentemente, e lo ritroveremo ben tosto. Vi si vede, per il momento, che la divozione non si arresta al cuore di carne, ma che si estende a tutto quello che ricorda, a tutto quello che rappresenta. I documenti ufficiali sono più brevi; sono, però, ancor più espliciti in favore del cuore simbolico. Qualcuno vi ha tanto insistito, che vi si è veduto, ma a torto, la negazione del cuore fisico. Abbiamo già citato il simbolice renovari del decreto del 1765. L’inno alle Laudi nell’Ufficio della festa ci ripete la stessa cosa:

Te vulneratum caritas

Ictu patento voluit,

Amoris invisibilis

Ut veneremur vulnera

Hoc sub amoris symbolo

Passus cruenta et mystica,

Utrumque sacrificium

Christus sacerdos immolat (« L’amore ha voluto che foste ferito di una aperta ferita affinché veneriamo le ferite dell’amore invisibile. Sotto questo simbolo d’amore, ferita sanguinosa e ferita mistica, il Cristo sacerdote offre il doppio sacrificio »).

La stessa dottrina è ripetuta nella sesta lezione: « Ut fideles sub sacratissimi Cordis simbolo devotius ac ferventius recolant caritatem Cristi » (« Perché i fedeli, sotto il simbolo del cuore sacro onorano con più divozione e fervore l’amore del Cristo). Pio VI nel 1781, respingendo gli attacchi ingiuriosi del Ricci, scriveva che la divozione consiste, in sostanza, nel meditare nell’immagine simbolica del cuore la carità immensa e l’amore sì liberale del nostro divin Redentore, « ut in symibolica Cordis imagine immensam caritatem effusumque amorem divini Redemptoris nostri meditemur atque veneremur (NILLES, t. I, p. 345).

IV.

IL CUORE FERITO. IMMAGINI SIMBOLICHE

Il simbolismo del cuore ferito. Carattere simbolico delle immagini del sacro Cuore.

Ecco quello che deve essere ben inteso. È il cuore di carne che onoriamo nella divozione al sacro Cuore, perché  ci ricorda e ci rappresenta, in un simbolismo eloquente, l’amore e i benefìci di Dio fatto uomo; è il cuore di carne, ma come simbolo, come rappresentazione vivente. Questo simbolismo si completa mirabilmente per la presentazione del cuore, come cuore ferito. Come non vedere nella ferita visibile del cuore la ferita invisibile dell’amore? È ciò che canta l’inno alle Laudi, nelle strofe citate qui sopra. È per ciò che diceva il pio autore della Vitis mystica, in un passo che la Chiesa ha fatto suo inserendolo nell’ufficio del sacro Cuore: « Il vostro Cuore è stato ferito, affinché, per la ferita visibile, vediamo la ferita invisibile dell’amore…. L a ferita della carne i rivela la ferita spirituale » . « Propterea vulneratum est ut vulnus visibile vulnus amoris invisibile videamus. Carnale ergo vulnus vulnus spirituale ostendit ». È questo che la Chiesa e i devoti del sacro Cuore non cesseranno mai di ridire. Vedremo in seguito la parte che ha avuto questo simbolismo del cuore ferito nella nascita della divozione al sacro Cuore. Per il momento, accontentiamoci di considerare come è espressivo, quale carattere di amorosa vivacità imprima alla divozione, e come completi il simbolismo del Cuore. Le immagini del sacro Cuore devono aiutare a conseguire lo stesso effetto (Su l’iconografia del sacro Cuore si può consultare: GRIMOUARD DE SAINT LAURENT, Les images du Sacre Caeur, au poìnt de vue de l’histoire et de l’art, (Paris 1880) ; PARANQUE, La dévotion au Sacre Coeur de Jesus, étudiée en san image, Paris 1901; HATTLER, Die bildìsche Darstellung des qoettlichen Herzens Jesus, Innsbruch 1894; Le Règne du Coeur de Jesus, t. 11, p. 335 – 400; LETIERCE, t. II, p. 505 – 516; DUJARDIN, Appendice II; MUZZARELLI, Dissertazione, p. 39- 48; passim, soprattutto pag. 49, 248, 248). E si comprende; perciò ci si preoccupi poco dell’esattezza psicologica. È il cuore emblema che ci preme rappresentare ai fedeli. Ora si riscontra nei segni anche naturali una qualche convenzione che bisogna rispettare, sotto pena di perdere, in espressione, quel che si potrebbe guadagnare in realtà materiale. In una immagine del sacro Cuore esatta, come incisione anatomica, i fedeli durerebbero fatica a vedere il simbolismo del cuore. Si arriverebbe, forse, dopo una lunga scuola, a non esserne più sconcertati; ma non vi ha dubbio essere assai più vantaggiosa una qualche distinzione fra il cuore emblema e il cuore anatomico; il sottinteso dell’immagine è favorevole all’espressione simbolica. Così non erano già delle lezioni di anatomia che la beata Margherita Maria riceveva nelle sue visioni. Era sempre sotto forme fittizie che le era mostrato il sacro Cuore; e gli accessori stessi dell’immagine non servono che ad allontanare le idee di un verismo grossolano, per favorire il significato simbolico. Le istruzioni della beata, sono molto istruttive in questo senso. «Questo sacro Cuore, dice ella nelle sue Memoires, mi era rappresentato come un sole brillante di una viva luce, i cui raggi ardentissimi cadevano a piombo sul mio cuore » (Vie et Oeuvres, t. II, p. 327 (381). Riveduto su G. n. 55, p. 71). E più oltre : « Una volta, fra le altre …. il mio dolce Maestro si mostrò a me, tutto risplendente di gloria, con le sue cinque piaghe scintillanti come cinque soli. E da questa sacra umanità uscivano fiamme da tutte le parti, ma soprattutto dal suo petto adorabile che rassomigliava a una fornace; e, aprendolo, mi scoprì il suo amantissimo e amabilissimo Cuore, che era la vera sorgente di quelle fiamme ». Ma niente vale, a questo riguardo, ciò che ella ne scrisse al P. Croiset, il 3 novembre 1689, descrivendogli una delle principali manifestazioni del sacro Cuore: « Questo divin Cuore mi fu presentato come in un trono di fiamme, più raggiante di un sole e trasparente come un cristallo, con quella piaga adorabile. Era circondato di una corona di spine, che significavano le punture fattegli dai nostri peccati; e al disopra una croce, a significare che la croce vi fu piantata fino dai primi istanti della Incarnazione » (Lettres inédites, IV, p. 141; rivedute su G. CXXXIII, 567). È ben questo il cuore di Gesù, il suo cuore di carne che è mostrato alla beata, ma sempre, come si vede bene, sempre in modo da far rilevare l’espressione simbolica.

V.

IL CUORE DI CARNE E L’AMORE

I due elementi della divozione al sacro Cuore; loro subordinazione, l’amore oggetto principale. Si riscontrano dunque due elementi nella divozione al sacro Cuore: un elemento sensibile, il cuore di carne; un elemento spirituale in ciò che ricorda e rappresenta questo cuore di carne. E i due elementi non ne fanno che uno: il segno e la cosa significata. Gli autori dicono abitualmente che vi sono due oggetti in questa divozione: l’uno principale, che riferiscono all’amore, l’altro secondario, che è il cuore. Ed è vero. Ma ciò non vuol dire (tutti lo notano) che vi siano due oggetti distinti, semplicemente coordinati fra loro; o che l’uno dei due sia un accessorio nella divozione, come ne è stata, qualche volta, suggerita l’idea (Vedi: NILLES, t. I, parte II, c. II, S. 7, t. I , p. 335, nota). I due elementi sono essenziali, in questa divozione come l’anima e il corpo nell’uomo, e non fanno che uno come l’anima e il corpo fanno l’uomo. Ma, come l’anima ha supremazia sul corpo ed è l’elemento principale nell’uomo, così nella divozione al sacro Cuore, l’elemento principale è l’amore del Verbo incarnato. Tale è, io credo, il pensiero di tutti quelli che l’hanno studiato da vicino. In ogni caso, è il pensiero della beata Margherita Maria, quello dei principali teologi della divozione e quello della Chiesa. È come « amatissimo e amabilissimo » che Margherita Maria vede il sacro Cuore; il cuore che Gesù le scopre è « quel cuore che ha tanto amato gli uomini ». – I teologi della divozione danno la stessa spiegazione. Il P. Croiset comincia così la sua opera sulla Dévotion au sacre Coeur: « L’oggetto particolare di questa divozione, è l’amore immenso del Figliuolo di Dio che lo ha spinto a incontrare la morte per noi e a darsi a noi interamente nel SS. Sacramento dell’altare » (Parte prima, c. I , p, 1). E, dopo qualche spiegazione, continua: « È facile vedere che l’oggetto e il motivo di questa divozione si è l’amore immenso che Gesù Cristo ha per gli uomini, benché, per la maggior parte, non abbiano che del disprezzo o dell’indifferenza per lui ». Il P. Galliffet, a quelli che pretendevano che la nuova festa non si differenzia dalle altre feste come quella della Passione, del santissimo Sacramento, ecc., rispondeva: « L’oggetto immediato di queste feste non è propriamente l’amore di Cristo. In quella del sacro Cuore, al contrario, l’amore di cui arde questo santissimo cuore, è l’oggetto immediato della festa, in unione col suo cuore: in maniera che si può dire, con verità, che l’amore di Cristo verso gli uomini è propriamente e immediatamente, preso di mira in questa festa » (Citato da NILLES, t. I, parte II, e. II, § I, p. 340). E un po’ più avanti diceva: « Nessuno può esaminare, con una qualche attenzione la natura di questa festa, senza vedere in pari tempo che, sotto il nome e il titolo del cuore di Gesù, si tratta, in realtà, della festa dell’amore di Gesù. È qui l’essenza del cuore di Gesù » (Citato daNILLES, loco cit., p. 336. Il testo seguente è fors’anche più chiaro: la festa « avendo per oggetto spirituale l’amore di Gesù Cristo oltraggiato dall’ingratitudine degli uomini, nulla era più conveniente che dargli per oggetto corporale il cuore di G. C. come avente un legame essenziale con l’amore. Facciamo la festa del cuore perché facciamo insieme la festa dell’amore. Ecco il perché che ci si domanda ». Dévotion au sacre Coeur, libro III, c p. 228). Il P. Ferdinando Tetamo dice nella sua opera sul sacro Cuore, pubblicata nel 1779: « La festa del sacro Cuore ha per oggetto l’amore di Nostro Signore Gesù Cristo, simbolicamente rappresentato nel cuore materiale ». E il maestro delle cerimonie del palazzo apostolico citava nel 1860 queste parole come l’espressione della dottrina ammessa da tutti (Vedi: NILLES, loc. cit., pag. 342). – I documenti ufficiali dicono la stessa cosa. Abbiamo già citata la formula di concessione d’indulgenze a « favore delle confraternite del sacro Cuore e del suo amore perpetuo ». Nell’orazione della festa del sacro Cuore, diciamo: « Glorificandoci nel cuore santissimo del vostro Figlio diletto, noi riandiamo con la mente i principali benefici della sua carità ». Non già, si noti bene, solamente i suoi benefici, ma i benefici della sua carità. Si sono vedute, più sopra, le parole di Pio VI: « Sotto l’immagine simbolica del cuore, noi meditiamo e veneriamo l’immensa carità e l’amore liberale del nostro divin Redentore ». È inutile moltiplicare i testi. Tutti si trovano d’accordo.

VI.

IL CUORE SIMBOLO E IL CUORE ORGANO

Il rapporto del cuore con l’amore nella divozione. Simbolo od organo? Accordo nel fondo, divergenze accessorie.

Ma, necessariamente, s’incontrano delle divergenze, quando si tratta di definire e i rapporti del cuore con l’amore e dell’amore col cuore nella divozione. Qualcuna non si riscontra che nel modo di parlare. Si sono applicati in sensi diversi i termini di oggetto primo e di oggetto secondo, d’oggetto materiale e d’oggetto formale, di motivo e di fine, d’oggetto diretto e immediato (1( i ) Vedi TERRIEN, L. I, c. III, p. 24, 2 5 ; VERMEERSCH, articolo negli: Etudes, 1906, t. CVI, p. 170: MUZZARELLI, Dissertation, specie p. 34 – 39; vedi anche SAUYÉ, Le culte du S.-C. Paris, 1905, t. I , p. 29.). – Altre sono piuttosto divergenze di prospettiva e di punti di vista. Così il P. Croiset insiste molto meno sul cuore di carne che sull’amore; il P. Galliffet, invece, si preoccupa soprattutto del cuore di carne, ed è ad esso che riferisce tutto, e , non pertanto, essi non hanno diversa idea della divozione. Solamente le circostanze li inducono a prender di mira e a mettere in rilievo tale o tal altro aspetto speciale di un oggetto complesso. Qualcuna però sembra toccare il fondo della questione. Per il P. Galliffet e per quelli che hanno subito la sua influenza più immediata, l’idea del cuore emblema si nasconde, per così dire, dietro l’idea del cuore organo vivente. Egli vede nel cuore non solamente il simbolo di quell’amore che spinse Gesù a « esaurirsi e consumarsi » per noi; ma vi vede l’organo che ha amato, che ha sofferto, e in cui tutta la vita di Cristo ha avuto il suo intimo contraccolpo. Ai giorni nostri, al contrario, sotto l’influenza di una psicologia più esatta, si parla soprattutto del cuore emblema, si evita d’insistere sul cuore organo, A Roma stessa si è entrati in questa via. – Nel 1873, il concilio provinciale di Quebec rappresentava il cuore di Gesù come « la sorgente e l’origine dell’amore di Cristo, « Christi caritatis fontem et originem in ejus corde exitere ». La sacra Congregazione del Concilio sostituì alle parole fontem et originem, la parola symbolum, per non aver l’aria, approvando il concilio, di pronunziarsi su di una questione di psicologia o, come si diceva altra volta, di filosofia. – Qualcuno continua a parlare del cuore organo dell’amore; così il P. Billot scrive recisamente : « Il cuore è il simbolo dell’amore perché ne è l’organo » (« Cor non solum symbolum amoris est, sed etiam organum; imo symbolum quia organum; organum, inquarn amoris sensitivi et compassivi qui subjectatur in conjuncto ». Cf.: De Verbo incarnato, Thesis 38, p. 348, editìo quarta, Roma 1904). Ma, ordinariamente, si evita di usare questa espressione che arrischia di ricordare una fisiologia antiquata, pur rendendo molto bene l’idea tradizionale. Molti hanno adottato un’altra parola; essi dicono che il cuore è la sede dell’amore. L’espressione è stata usata anche in qualche documento pontificio, specialmente nel breve di beatificazione di Margherita Maria: « Cor illud sanctissimum divinæ caritatis sedem » (NILLES, t. I , parte II, c. II, § 2, p. 347). Questa parola ha il vantaggio di mostrare il rapporto naturale ed effettivo del cuore con l’amore, senza pronunziarsi sulla natura di questo rapporto. Noi sentiamo l’amore nel cuore: questo ne è dunque la sede. Vi sono qui due scogli da evitare: quello di collegare la divozione ad una psicologia inesatta e incerta; quello di non veder più nel cuore di Gesù che un emblema, un puro simbolo, senza rapporto vitale con la vita reale di Gesù. Il primo scoglio è stato quello del passato; il secondo potrebbe divenire lo scoglio dell’avvenire, se non si prestasse attenzione. Senza cercare, per il momento, di voler determinare in una maniera precisa il fondamento della divozione al sacro Cuore e l’importanza psicologica che si ritrova alla sua base, dobbiamo constatare che la divozione suppone un rapporto naturale fra il cuore e l’amore; e che il cuore è, di più, l’oggetto del culto ben altrimenti che come puro simbolo, ciò che non renderebbe esso stesso, se così posso esprimermi, interessato nel culto. Mi spiego. Si fa distinzione, come tutti sanno, del segno naturale e di quello convenzionale; il fumo è un segno naturale, il segno naturale del fuoco; la bandiera è un segno convenzionale della patria. Accettiamo questa distinzione. – Nella nostra divozione, il cuore è riguardato come segno naturale o come segno convenzionale? Si è d’accordo nel rispondere: come segno naturale. Ma perché come segno naturale? A causa del rapporto reale del cuore con l’amore. E di qual natura è questo rapporto reale? Non ho bisogno di dirlo come fisiologo. Non è necessario, per comprendere la divozione al sacro Cuore. Ma come si concepisce in questa divozione? Come un rapporto d’unione vitale e, insieme, di rappresentazione espressiva; come un rapporto di concomitanza storica e di richiamo. Qui ancora si rende necessaria qualche spiegazione. Un racconto di battaglia, o una iscrizione, mi ricordano la battaglia; una immagine me la rappresenta. Ma né il racconto, né l’iscrizione, né l’immagine, sono parte della battaglia. Una pietra, su cui si fosse seduto il generale vittorioso, la ciotola dove avesse bevuto durante la battaglia, l’uniforme che avesse indossato, non sono dei ricordi soltanto, sono delle reliquie. E che cosa sarebbe se il generale vittorioso fosse là, raccontandoci egli stesso la gloriosa giornata, dicendoci ciò che fece e provò, i fatti esteriori e le emozioni intime? È così che la Chiesa onora, come reliquie, la santa croce, la santa lancia, ecc., mentre le altre croci o le riproduzioni della santa lancia non hanno valore proprio, almeno nel senso che ci occupa. L’immagine detta della Veronica, se fosse l’impronta reale del santo volto di Gesù, come crediamo, sarebbe infinitamente preziosa, e come documento e come rappresentante i lineamenti dì Gesù, in quel momento della sua vita, e come reliquia; se non è che una immagine bizantina, h a certo il suo valore artistico, documentario, religioso, ma questo valore non è più del medesimo ordine. Ora nella divozione al sacro Cuore non si onora già il cuore di Gesù, come una semplice riproduzione, come un puro ricordo; ma viene onorato da noi come organo vitale di Gesù, avendo vissuto, per parte sua, la vita di Gesù, e vivendola ancora, come avendo amato e amando ancora, come avendo sofferto, e, se non può più soffrire, per le condizioni della sua vita gloriosa, come continuando la sua vita terrestre e palpitante d’amore oggi, come palpitava di amore or sono diciannove secoli, a Betlemme o sul Calvario. – Guardiamoci dunque bene, quando parliamo del cuore di Gesù, di non vedervi che un pezzo anatomico, la più insigne delle reliquie; ma sempre una reliquia. Ma guardiamoci pur anco, quando ne parliamo come di un emblema e d’un simbolo, di dimenticare la realtà vivente del segno per non tener conto che della cosa significata, di distinguere l’amore e il cuore amante, come se fossero due realtà completamente distinte, senz’altro legame fra loro che quello del segno e della cosa significata. Senza andare così lungi, da fare del cuor di Gesù l’organo, nel senso tecnico della parola, della vita affettiva e dei sentimenti intimi di Gesù, non dimentichiamo che l’amore che onoriamo è l’amore del cuore amante e che, onorando il sacro Cuore, onoriamo il cuore vivente che ci ha tanto amato, Quelli che si sono immedesimati nella divozione, quelli che la comprendono come il culto reso al cuore di una persona divina, ma a un cuore pienamente e perfettamente umano, non s’ingannano punto. Ma accade con facilità che l’analisi dimentichi qualche elemento della realtà totale, e che ne metta qualcuno in rilievo a scapito degli altri. Bisogna sempre vigilare da vicino, bisogna invigilare tanto più quando l’oggetto è complesso come nella divozione al sacro Cuore.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.