LA PREGHIERA DI PETIZIONE (2)

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (2)

P- B. LAR – RUCHE

LA PREGHIERA DI PETIZIONE (2)

OSSIA IL MEZZO PIU’ INDISPENSABILE E NELLO STESSO TEMPO INFALLIBILE PER IMPETRARE DA DIO OGNI BENE E SOPRATTUTTO L’ETERNA SALVEZZA.

ISTITUTO MISSIONARIO PIA SOCIETA’ S. PAOLO

N. H., Roma, 15 maggio 1942, Sac. Dott. MUZZARELLI

Imprim., Alba 25 maggiio 1942. Cn. P. Gianolio, Vic. Gen.

Tipogr. – Figlie di S,. Paolo. – Alba – giugno – 1942.

1. — Perché siamo øl mondo

11 più o meno lungo periodo di tempo che noi siamo destinati a trascorrere su questo piccolo pianeta dell’immenso universo, è un periodo di prova, alla quale Dio, nostro Creatore e quindi nostro grande Padrone, ci sottomette. Infatti « Dio da principio creò l’uomo, e lo lasciò in mano del suo libero arbitrio. Aggiunse però i suoi comandamenti e i suoi precetti » (Eccli. XV, 14-15). Perché? Oh! certamente perché fossero dall’uomo osservati. Gesù stesso„ il nostro divin Maestro e Redentore, confermò tal disposizione suprema. Ne trascrivo due parabole che riflettono assai bene il suo pensiero. « Un uomo — ei disse — sul punto di mettersi in viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò ad essi i suoi beni. Ad uno diede cinque talenti, a un altro due e ad un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e senz’altro partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti andò subito a trafficarli, e ne guadagnò altri cinque. Allo stesso modo colui che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Chi invece ne aveva ricevuto uno solo, andò a fare un buco nella terra, e vi seppellì il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi ritornò, e li chiamò a rendere i conti. Si fece innanzi chi aveva ricevuto cinque talenti, e ne presento altri cinque, dicendo: Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Il padrone gli rispose: Va bene, o servo buono e fedele: tu sei stato fedele nel poco, ed io ti darò autorità su molto: entra nel gaudio del tuo signore ». Anche colui che aveva ricevuto due talenti, li presentò raddoppiati, e si ebbe le stesse buone parole dal suo padrone. Ma « venne pure innanzi colui che aveva ricevuto un solo talento, e disse: Signore, io sapevo che tu sei un uomo severo, che Mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai piantato. Ebbi timore, ed andai a nascondere il tuo talento sotterra. Eccoti il tuo. Ma il padrone gli rispose: Servo iniquo ed infingardo, se tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho piantato, dovevi portare il mio denaro ai banchieri, e al mio ritorno avrei ritirato il mio coll’interesse. Toglietegli perciò il talento, e datelo a colui che ne ha dieci… E questo servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre, dove sarà pianto e stridor di denti » (Matt. XXV, 14-30). Questo per chi ha trascurato di operare il bene. Ma che sarà di chi si è diportato male? E’ presto detto. « C’era una volta un padre di famiglia, il quale piantò una vigna, la recinse di siepe, vi scavò un frantoio, vi edificò una torre; e, datala a lavorare a dei contadini si pose in viaggio. Venuta la stagione dei frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare i frutti della vigna. Ma i contadini, presi quei servi, uno bastonarono. un altro uccisero e un terzo lapidarono. Egli mandò di nuovo altri servi in maggior numero dei primi, e furono trattati allo stesso modo. Finalmente mandò da essi il suo figliuolo, dicendo: Rispetteranno il mio figlio. Ma i contadini, vedendo il figliuolo, dissero fra di loro: Costui è l’erede. Venite, uccidiamolo; e avremo la sua eredità. E presolo, lo gettarono fuori della vigna, e l’uccisero. Ora — chiese Gesù — quando verrà il padrone della vigna, che farà egli a quei contadini? Gli risposero: Egli colpirà senza misericordia quei tristi, e affiderà la vigna ad altri contadini, che a suo tempo gliene renderanno i frutti » (Matt. XXI, 33-40). E Gesù non solo confermò quel giudizio, ma per giunta lo rincarò. Il vero giudizio infatti è questo: Già sopra la terra ogni anima che opererà il male, cioè andrà contro le disposizioni di Dio, « avrà tribolazione ed angustia » (Rom. II, 9); e nell’altro mondo « andranno i buoni nella vita eterna, ed i cattivi nel fuoco eterno » (Matt. XXV, 46). E si dovrà render conto non solo delle trasgressioni esterne e di quelle che — come si dice — portan conseguenze; ma anche dei pensieri e desideri cattivi (Matt. V, 28), e persino « di ogni parola oziosa » (Matt. XII, 36). Eh, sì! Quantunque a più di uno non garbi questa regola, pure sarà così. « E’ Lui il Signore! E chi oserà contraddirlo? » (I Re, III, 18, e Giob. XI, 10). La mira di Dio infatti è che noi — dopo esserci diportati quaggiù da suoi servi fedeli o, meglio, da buoni figliuoli nell’amorosa osservanza dei suoi comandamenti — possiamo un giorno non lontano (20-50-80 anni di vita non son certo un gran che!) godere di Luì stesso nella sua splendida dimora soprannaturale, come sta scritto: Io stesso sarò la tua mercede immensamente grande… Saremo sempre col Signore… Saremo simili a Lui… Lo vedremo com’Egli è » (Gen. XV, 1; I Tessal. IV, 16; I Giov, III, 2). Oh, il bel Paradiso! « Né occhio vide, né orecchio udì, né cuore umano sperimentò quanto Iddio tien preparato a coloro che lo amano.., non a parole, soltanto con la lingua, ma colle opere e in verità » osservando i suoi comandamenti (I Cor. II, 9; I Giov. III, 18). – E’ troppo chiaro però che, se da una parte ci sono infallibili promesse d’eterna felicità, dall’altra vi sono pure — come ho già accennato — non meno serie minacce di eterna irreparabile rovina per tutti coloro che non avranno voluto sottomettersi alle divine disposizioni. A questi Dio nasconderà la sua faccia amorosa, e tutti i guai cadranno sopra di essi (Deuter. XXXI, 17). Se poi col loro contegno avranno dato ad altrui cattivo esempio, alienando così delle anime dal suo cuore, Egli si scaglierà contro di essi come un’orsa a cui siano stati rapiti i càtuli, per farsene pagare il fio (Os. 1 , 8)! e tutti poi saetterà colle ben note tremende parole: « Via, via da me voi tutti, operatori d’iniquità! Andate; maledetti, nel fuoco eterno! » (Luc. XIII, 27; Matt. XXV, 41). Là poi « saranno puniti di eterna perdizione e tormentati giorno e notte per tutti i secoli » (II Tessal. 1, 9; Apoc. XX, 10). Anzi verrà tempo in cui « il fuoco punirà anche la carne dell’empio » (Eccli. VII, 19). Quali spaventosi riflessi! É’ certo però che Dio, sottomettendoci a prova sì decisiva, non intende affatto umiliarci e, tanto meno, farci violenza; ma intende invece darci modo di potergli provare la nostra fedeltà, affinché Egli, a sua volta, possa premiarci e renderci felicissimi per tutta l’eternità. Sicché chi si lamentasse di questa condizione in cui il Signore ci ha posti, potrebbe assai bene paragonarsi a chi — mentr’era ancora in fasce — fosse stato fatto erede di una immensa fortuna, e che era — già adulto — si rammaricasse d’aver avuto tal felice ventura. E’ chiaro che, se sopra la terra ci fosse un tal uomo, egli sarebbe considerato come uno stolto e un pazzo. Eh, sì! Un tal uomo sarebbe pazzo davvero! Ad ogni modo, dopo quanto ho detto, e comunque la pensino gli stolti ed insensati mondani, « il numero dei quali è infinito » (Eccle. XV), bisogna ritenere che la vita nostra è una cosa oltre ogni dire seria; poiché, proprio quando meno ce l’aspetteremo, essa sboccherà senza dubbio in un’altra vita o di eterni contenti o di eterni tormenti. Vale dunque la pena di pensarci sopra davvero.

2. — Chi sa se è possibile?…

Ma è mai possibile riuscire vittoriosi in questa grande e decisiva prova, alla quale siamo da Dio sottoposti? Se si guarda attorno pel mondo e si osserva ciò che ordinariamente succede, sembrerebbe che agli uomini, anzi alla maggior parte dei Cristiani stessi della nostra epoca, riesca del tutto impossibile stare per lungo tempo alla condizione posta da Gesù medesimo per poterci meritare il Paradiso, e che suona così: « Se vuoi entrare alla vita eterna, osserva i comandamenti » (Matt. XIX, 17): tanti sono gli strappi che continuamente si fanno ai medesimi, specialmente a taluni. Infatti il bestemmiare Dio, Gesù Cristo, l’Ostia divina e la Madonna, il mancare alla Messa domenicale e il profanar le feste con lavori servili, con sbornie e con divertimenti immorali, la più sfacciata libertà di occhi, di parole ed anche di atti contro il buon costume, le esagerazioni della moda che apre la via ai più sozzi piaceri sensuali, la trascuranza d’intervenire alle istruzioni catechistiche e quindi la più supina ignoranza religiosa, e poi le mancanze contro il VII Comandamento e le segrete innumerevoli turpitudini che facilmente si possono intravvedere, sono alcune di quelle colpe divenute ormai talmente comuni che colui, il quale tosto o tardi non vi si trova impigliato ed infangato„ può considerarsi come un’« araba fenice ». E per tal modo i divini comandamenti vengono, non solo martoriati e bistrattati, ma ridotti in frantumi, uno dopo l’altro, tutti. – Oso però fare una domanda: I comandamenti di Dio non si osservano perché è impossibile osservarli, oppure non si osservano perché non si vuole osservarli? In breve: Non si può o non si vuole osservarli? – Potrei spicciarmi col dire come, dal momento che tanti e tanti riuscirono ad osservarli, così potrebbero farlo tutti coloro che hanno — come si dice — la testa sul busto, e potremmo farlo noi pure, poiché siamo della stessa natura; ma è meglio che vediamo insieme un po’ come stiano le cose. A più di uno di coloro che ritornano a Dio dopo una vita molto agitata, feci questa domanda: « Ma com’è stato di te? non potevi fare a meno di commettere tutti quei disordini?… » E mi risposero quasi invariabilmente: « Eh, caro amico! E’ un fatto che io — specialmente per le cattive abitudini contratte nella mia giovinezza e non corrette dai miei genitori — sentivo in me una forza prepotente che mi spingeva o mi trascinava al male. Ma, a dire il vero, la mia reazione a quella forza non fu mai forte, seria e continuata. Anzi spessissimo andavo io stesso in cerca di occasioni per poter soddisfare le mie passioni. Fu solo a principio ch’io provai un po’ di vergogna e ripugnanza al male; ma purtroppo anche allora mi lasciai soggiogare dal desiderio di novità, e mi abbandonai al male soprattutto per non parere diverso dai tristi compagni coi quali m’era messo a bazzicare. Pensavo: Che si dirà di me, s’io non faccio come loro?! — e rimasti vittima del vizio. Ora però, riandando le mie scapestrataggini, posso dire che, se veramente volevo, io potevo evitarle tutte; e che, se le ho invece assecondate, lo devo imputare unicamente a mia colpa. Dio mi perdoni! ». – Dopo aver udito il peccatore ravveduto (i peccatori in alto non fanno volentieri una tal confessione, poiché, se la facessero, si darebbero — come si dice — la zappa sui piedi), ascoltiamo ciò che ci dice la Chiesa nostra Madre. Anche questa per mezzo del catechismo ai fanciulli ed agli adulti, insegna francamente che « i comandamenti di Dio si possono osservare tutti e sempre, anche nelle più forti tentazioni ». – Pure Iddio ci fa sapere che, se vogliamo, possiamo osservare i suoi comandamenti e che il serbargli fedeltà dipende dal nostro arbitrio; e su questo punto insiste in modo tutto speciale, soggiungendo: « Ti ho messo davanti l’acqua e il fuoco: stendi la mano a quello che vuoi. In faccia all’uomo sono la vita e la morte (spirituale), il bene e il male: e gli sarà dato ciò che gli piacerà » (Eccli. XV, 16-18). Fa attenzione alle parole « se vogliamo, possiamo… dipende dal nostro arbitrio.., quello che vuoi.., ciò che gli piacerà ». Esse ci convincono che, volendo, possiamo riuscire bene nella prova alla quale il Signore ci ha sottoposti. Del resto non è forse questa anche la voce della nostra coscienza?… Infatti, caduti che siamo in qualche fallo volontario, tosto dobbiamo intimamente riconoscercene colpevoli, quantunque il nostro amor proprio faccia il possibile per giustificarci o almeno scusarci di fronte agli altri. Gesù pure, quantunque metta come condizione per entrare nella vita eterna l’osservanza dei suoi comandamenti, tuttavia ci assicura che « il suo giogo è soave e il suo peso è leggero » (Matt. XI, 30); ed anche dopo asceso al Cielo, ci fa dire dal suo discepolo prediletto, che « i suoi comandamenti non son gravosi)) (I Giov. V, 3). – Vorresti sentire anche il responso dei miseri dannati. Io ti assicuro che nessuno di essi incolpa il Signore della propria dannazione: tutti quei disgraziati son costretti a riconoscere che, se avessero fatto, per l’onor di Dio e per la salute dell’anima, appena metà dei sacrifici che fecero per accontentare i propri perversi istinti, essi sarebbero riusciti grandi santi in Paradiso. Già, se riuscirono nel male, potevano riuscire anche nel bene. – Del resto — a parte tutto — con chi abbiamo a fare? Forse con un crudele ed esoso tiranno che intenda e voglia la nostra eterna rovina?… Ah, no! questo non deve neppur passare per la nostra mente. Noi abbiamo a fare col Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione » (I Cor. 1, 3); abbiamo a fare con un Signore che « ha compassione di quei che lo temono, come un padre ha compassione dei suoi figliuoli; poiché Egli sa di che miseria siamo impastati, e non dimentica che siam polvere » (Salmo CII, 13-14); abbiamo a fare con un Dio sì buono che invita a sé i peccatori stessi, anche i più grandi, persino con una vera amorosa sfida, dicendo loro: « Su, venite! e poi datemi pur torto se non farò che i vostri peccati — fossero pur come scarlatto — diventino bianchi come la neve, e — fossero pur rossi come la porpora — divengano come candida lana » (Is. 1, 18); (abbiamo a fare con un « Dio che vuole salvi tutti gli uomini », (I Tim. II, 4), con un « Dio che ha talmente amato il mondo da dare il suo Unigenito Figliuolo » alla più atroce delle morti « affinché chiunque crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna » (Giov. III, 16). Abbiamo poi a fare con un Uomo-Dio di cui era stato predetto che « non avrebbe spezzato la canna già fessa, né spento il lucignolo appena fumante » (Is. XLII, 2; Matt. XII, 20), che « passò facendo del bene a tutti gli oppressi dal diavolo » (Att. X, 38), e che su tutti coloro che — dopo ciò — lo avevano condannato al più barbaro ed atroce dei supplizi e che tuttavia continuavano a dileggiarlo ed offenderlo colle più ingiuriose parole, invocò dal suo celeste Genitore il più ampio perdono, supplicando: « Padre, perdona loro, perché non sanno ciò che fanno! » (Luc. XXIII, 34). E questo Dio sì buono e misericordioso c’imporrà dei comandi impossibili ad osservarsi?! Ma non sarebbe questa la più orrenda delle bestemmie? – Ah, na non è in Dio che dobbiamo ricercare la vera cagione di tante nostre colpe e quindi di tante sciagure che desolano noi e il mondo tutto. Siamo invece noi, sì, proprio noi i tristi e gl’insensati che — non volendo comprendere il gran bene che sotto tutti gli aspetti ci apporterebbe l’osservanza dei divini comandamenti —ci lusinghiamo di poter raggiungere la felicità in quelle chimere che si chiamano onori, ricchezza e piaceri. Sì, sono proprio questi che c’illudono di poter raggiungere in essi la nostra felicità, e che invece ci tradiscono ogni qualvolta vogliamo goderne senza o contro il beneplacito di Dio. Quindi verrà certamente l’ora in cui il buon Dio, a qualunque peccatore che si sarà dannato, potrà francamente dire: « Che potevo io fare di più per salvarti? Della tua perdizione sei causa tu! » (Is. V, 4; Osea XIII, 9). Ed al misero, per tutta risposta, non resterà che di chinare, con immensa confusione e dolore, la già tanto proterva cervice, e tacere!

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