DOMENICA III DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA III DOPO PENTECOSTE (2023)

DOMENICA NELL’OTTAVA DELLA FESTA DEL SACRO CUORE e III DOPO LA PENTECOSTE. (2022)

Semidoppio. – Paramenti bianchi.

La liturgia di questo giorno esalta la misericordia di Dio verso gli uomini: come Gesù « che era venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori », cosi lo Spirito Santo continua l’azione di Cristo nei cuori e stabilisce il regno di Dio nelle anime dei peccatori. Questo ricorda la Chiesa nel Breviario e nel Messale. — Le lezioni del Breviario sono consacrate quest’oggi alla storia di Saul. Dopo la morte di Eli gli Israeliti si erano sottomessi a Samuele come ad un nuovo Mosè; ma quando Samuele divenne vecchio il popolo gli chiese un re. Nella tribù di Beniamino viveva un uomo chiamato Cis, che aveva un figlio di nome Saul. Nessun figlio di Israele lo eguagliava nella bellezza, ed egli sorpassava tutti con la testa. Le asine del padre si erano disperse ed egli andò a cercarle e arrivò al paese di Rama ove dimorava Samuele. Ed egli disse: « L’uomo di Dio mi dirà, ove io le potrò ritrovare ». Come fu alla presenza di Samuele, Dio disse a questi: « Ecco l’uomo che Io ho scelto perché regni sul mio popolò ». Samuele disse a Saul: « Le asine che tu hai perdute da tre giorni sono state ritrovate ». Il giorno dopo Samuele prese il suo corno con l’olio e lo versò sulla testa di Saul, l’abbracciò e gli disse: « Il Signore ti ha unto come capo della sua eredità, e tu libererai il popolo dalle mani dei nemici che gli sono d’attorno ». « Saul non fu unto che con un piccolo vaso d’olio, – dice S. Gregorio – perché in ultimo sarebbe stato disapprovato. Questo vaso conteneva poco olio e Saul ha ricevuto poco, perché  la grazia spirituale l’avrebbe rigettata » (Matt.). « In tutto – aggiunge altrove – Saul rappresenta i superbi e gli ostinati » (P. L. 79, c. 434). S. Gregorio dice che Saul mandato « a cercare le asine perdute è una figura di Gesù mandato da suo Padre per cercare le anime che si erano perdute » (P. L. 73, c. 249). « I nemici sono tutt’intorno in circuitu », continua egli; lo stesso dice il beato Pietro: « Il nostro avversario, il diavolo, gira (circuit) attorno a voi ». E come Saul fu unto re per liberare il popolo dai nemici che l’assalivano, così Cristo, l’Unto per eccellenza, viene a liberarci dai demoni che cercano di perderci. – Nella Messa di oggi il Vangelo ci mostra la pecorella smarrita e il Buon Pastore che la ricerca, la mette sulle spalle e la riporta all’ovile. Questa è una delle più antiche rappresentazioni di Nostro Signore nell’iconografia cristiana, tanto che si trova già nelle catacombe. L’Epistola ci mostra i danni ai quali sono esposti gli uomini raffigurati dalla pecorella smarrita. « Vegliate, perché il demonio come un leone ruggente cerca una preda da divorare. Resistete a lui forti nella vostra fede. Riponete in Dio tutte le vostre preoccupazioni, poiché Egli si prende cura di voi (Ep.), Egli vi metterà al sicuro dagli assalti dei vostri nemici (Grad.), poiché è il difensore di quelli che sperano in Lui (Oraz.) e non abbandona chi lo ricerca (Off.). Pensando alla sorte di Saul, che dapprima umile, s’inorgoglisce poi della sua dignità reale, disobbedisce a Dio e non vuole riconoscere i suoi torti, « umiliamoci avanti a Dio » (Ep.) e diciamogli: « O mio Dio, guarda la mia miseria e abbi pietà di me: io ho confidenza in te, fa che non sia confuso (Int.); e poiché senza di te niente è saldo, niente è santo, fa che noi usiamo dei beni temporali in modo da non perdere i beni eterni (Oraz.); concedi quindi a noi, in mezzo alle tentazioni « una stabilità incrollabile » (Ep.).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps XXIV: 16; 18 Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Ps XXIV: 1-2 Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam.

[A te, o Signore, elevo l’ànima mia: Dio mio, confido in te, ch’io non resti confuso.]

Gloria Patri, …

Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus.

[Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Protéctor in te sperántium, Deus, sine quo nihil est válidum, nihil sanctum: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, te rectóre, te duce, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus ætérna.

[Protettore di quanti sperano in te, o Dio, senza cui nulla è stabile, nulla è santo: moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché, sotto il tuo governo e la tua guida, passiamo tra i beni temporali cosí da non perdere gli eterni.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet V: 6-11

“Caríssimi: Humiliámini sub poténti manu Dei, ut vos exáltet in témpore visitatiónis: omnem sollicitúdinem vestram projiciéntes in eum, quóniam ipsi cura est de vobis. Sóbrii estote et vigiláte: quia adversárius vester diábolus tamquam leo rúgiens circuit, quærens, quem dévoret: cui resístite fortes in fide: sciéntes eándem passiónem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitáti fíeri. Deus autem omnis grátiæ, qui vocávit nos in ætérnam suam glóriam in Christo Jesu, módicum passos ipse perfíciet, confirmábit solidabítque. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum. Amen”.

(“Carissimi: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti nel tempo della visita. Gettate ogni vostra sollecitudine su di lui, poiché egli ha cura di voi. Siate temperanti e vegliate; perché il demonio, vostro avversario, gira attorno, come leone che rugge, cercando chi divorare. Resistetegli, stando forti nella fede; considerando come le stesse vostre tribolazioni sono comuni ai vostri fratelli sparsi pel mondo. E il Dio di ogni grazia che ci ha chiamati all’eterna sua gloria, in Cristo Gesù, dopo che avete sofferto un poco, compirà l’opera Egli stesso, rendendoci forti e stabili. A lui la gloria e l’impero nei secoli dei secoli”).

LE PERSECUZIONI.

Non più l’Apostolo della carità Giovanni, oggi parla l’Apostolo dell’autorità, il Duce, San Pietro. Odor di battaglia intorno al capo e ai gregari, quell’odor di battaglia che è così frequente nella storia della Chiesa… « Tu, che da tanti secoli soffri, combatti e preghi…» Il Duce rincuora la sua truppa, la rincuora a modo suo, ma la rincuora in modo e forma che sarà utile sempre. Sotto la raffica resistono meglio talvolta gli alberi che invece di irrigidirsi superbi, piegano e flettono. Sotto la raffica del vento, sotto la tempesta della persecuzione, il Cristiano deve umiliarsi con un gesto che non è umiliazione, è prudenza, è dignità, perché deve umiliarsi non agli uomini, ma a Dio: « sub potenti manu Dei » dice il testo, di quel Dio che se non vuole, permette le tribolazioni della sua Chiesa, dei suoi figliuoli più cari; potente anche quando agli occhi superficiali Egli sembra debole; di quel Dio che vigila anche quando pare agli increduli, ai cattivi che Egli dorma. – Lo pensavano forse che Dio dormisse alcuni di quei neofiti, di quei poveri Cristiani della prima ora che entrati appena nella barca di San Pietro in cerca di tranquillità, di sicurezza, la vedevano così terribilmente sbattuta dalle onde. Dorme Dio, dicevano, ci ha abbandonati. Ai quali l’Apostolo della autorità, il Duce ricorda che Egli è sollecito, da buon Padre amoroso, dei suoi figli, «ipsì est cura de vobis». Veglia non visto. Il che però, se deve sgombrar la viltà dell’animo dei fedeli perseguitati, non vi deve accendere il fuoco fatuo della presunzione. – Visti, vigilati, aiutati da Dio, appunto perciò, i fedeli devono combattere con tutte le loro forze, come se Dio li avesse lasciati soli a se stessi. Sobrii e attenti; ecco il programma che il Duce traccia ai suoi militi nella aspra guerra spirituale in cui sono impegnati. Sobrii perché la carne non frenata con la sobrietà, vince essa lo spirito e vigili, per non essere sorpresi, per non cader vittime di una imboscata qualsiasi. Il gran nemico, da buon condottiero, qual è anche lui, colla sua genialità malefica, questo tenta e vorrebbe: sorprendere coloro che vuol abbattere. Veglino e tengano desta con maggior diligenza la fede. « Fortes in fide ». La fede è per essi, pei Cristiani, l’«ubi consistam» della loro vittoriosa resistenza. Credenti, sono forti; scettici, dubbiosi sono vinti. Che importa se alla loro fede si fa guerra? Guerra nella loro piccola comunità? Guerra al loro piccolo gruppo? No, la guerra non è così ristretta: è mondiale, dappertutto dove la fede cristiana si afferma, la lotta pagana si impegna, vincolo nuovo di tutta la grande fraternità, confraternità. – Il Duce lo rammenta con una specie di santo orgoglio, perché la Chiesa non cerca la lotta, ma neanche la teme, non la teme neanche quando essa prende estensioni inaudite: il mondo intero. Tutto questo fa pensare ad una persecuzione imperiale da parte di Roma pagana. Il Duce è forte, coraggioso, audace, senza ombra di spavalderia, perché sa di poter contare sull’appoggio indefettibile di un altro Duce. Egli, Pietro, è un Vicario, un sostituto, un facente funzione di… il Capo reale, invisibile è Gesù Cristo. Ed Egli ha il suo stile. Lascia soffiar la tempesta sui suoi per un po’ di tempo: « modicum ». Le tribolazioni della vita sono tutte brevi: le persecuzioni dei malvagi passano, anche quelle che paiono ai pazienti più lunghe, anche quelle che i carnefici, i persecutori, credono eterne: passano, sono temporanee, La Chiesa ha per sé l’eternità. La “vera” Chiesa non muore… E quando il vento impetuoso che pareva eterno è passato, inesorabilmente passato, si trova che invece di scalfire il gran monumento che è la Chiesa, l’ha spolverato, invece che fracassare i cieli, li ha purificati. Lezione magnifica, buona sempre, opportuna per chi temesse le persecuzioni, opportuno per chi desiderasse scatenarle…

[P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)]

Graduale

Ps LIV: 23; 17; 19 Jacta cogitátum tuum in Dómino: et ipse te enútriet.

[Affida ogni tua preoccupazione al Signore: ed Egli ti nutrirà.]

V. Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his, qui appropínquant mihi. Allelúja, allelúja.

[Mentre invocavo il Signore, ha esaudito la mia preghiera, liberandomi da coloro che mi circondavano. Allelúia, allelúia]

Ps VII: 12 Deus judex justus, fortis et pátiens, numquid iráscitur per síngulos dies? Allelúja.

[Iddio, giudice giusto, forte e paziente, si adira forse tutti i giorni? Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

S. Luc. XV: 1-10

“In illo témpore: Erant appropinquántes ad Jesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisæi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat. Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem justis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam! Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte”.

(“In quel tempo andavano accostandosi a Gesù de’ pubblicani e de’ peccatori per udirlo. E i Farisei e gli Scribi ne mormoravano, dicendo: Costui si addomestica coi peccatori, e mangia con essi. Ed Egli propose loro questa parabola, e disse: Chi è tra voi che avendo cento pecore, e avendone perduta una, non lasci nel deserto le altre novantanove, e non vada a cercar di quella che si è smarrita, sino a tanto che la ritrovi, e trovatala se la pone sulle spalle allegramente; e tornato a casa, chiama gli amici e i vicini, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la mia pecorella, che si era smarrita. Vi dico, che nello stesso modo si farà più festa per un peccatore che fa penitenza, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza. Ovvero qual è quella donna, la quale avendo dieci dramme, perdutane una, non accenda la lucerna, e non iscopi la casa, e non cerchi diligentemente, fino che l’abbia trovata. E trovatala, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi meco, perché ho ritrovata la dramma perduta. Così vi dico, faranno festa gli Angeli di Dio, per un peccatore che faccia penitenza”).

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956).

L’ANIMA

Davanti alle due parabole, che or ora ho letto nel Messale, mi torna su dal cuore la parola che S. Paolo gridò nell’Aeropago di Atene: « Noi siamo progenie divina; se così non fosse, perché Dio si sarebbe preso tanta cura di noi? Quando un uomo si allontana dal suo Creatore e lo oltraggia, Egli non pensa che a ricondurlo a sé: si comporta come un pastore che possiede cento pecore delle quali una si sia smarrita. Nel deserto ove di solito venivano condotte d’inverno le greggi, appena si levavano i primi fiati tiepidi della primavera, tutte le colline si coprivano di una leggera peluria verde. Ed una pecora, più avida delle altre, attratta da una miglior pastura, si era sottratta agli occhi del guardiano. Che farà allora il padrone del gregge? Confida le novantanove pecore alle cure di altri pastori necessari per un numero così grande, e va alla ricerca della scomparsa: la trova, se la stringe al collo, la riporta indietro gridando: « Amici: festa festa! ho ritrovato quella che era perduta ». Quando un uomo sfugge dalle mani amorevoli del suo Creatore per intrufolarsi nella polvere e nelle immondezze, Egli non pensa che a risollevarlo fino al suo Cuore: si comporta come una madre di famiglia che possiede dieci dramme delle quali una si sia smarrita. La buona massaia stava, forse, contandole sulle mani, quando si accorse che una mancava. Come fare a ritrovarla in quella sua camera mal rischiarata in mezzo ai molti oggetti disseminati sul pavimento? Accende la lucerna, scopa, fruga, scruta: vede un luccicore: è lei. Se la stringe tra le dita e corre fuori gridando: « Amiche: festa, festa! ho ritrovato quella che era perduta ». « Oh, se sapeste! — disse Gesù a tutta la gente che aveva ascoltato le due parabole; — 0h, se sapeste quanta gioia v’è nel cielo per ogni peccatore che si converte!… » Queste parole del Signore, o Cristiani, esigono tutta la vostra attenzione. Forse che Dio, forse che gli Angeli, forse che i Santi farebbero tanto caso per una sola anima d’uomo, se essa non avesse un prezzo infinito? Se essa non contenesse qualche cosa di divino, forse il Padre dell’universo n’andrebbe in cerca con tanta brama? Eppure al valore dell’anima chi ci pensa? – 1. VALORE DELL’ANIMA. S. Giovanni l’Evangelista, sollevato un giorno in estasi vide in cielo un segno misterioso e grande: una Signora vestita di sole, coronata di stelle, con sotto i piedi la luna. Molti hanno cercato d’interpretare il senso di questa visione: chi nella Signora riconobbe la Vergine Maria, e chi la Chiesa. Però non si può dar torto a S. Bernardino da Siena, che affermò che quella Donna significa l’anima umana. Infatti: l’anima in grazia è splendida più che se fosse vestita coi raggi del sole; è coronata di stelle, perché gli Angeli, mistiche stelle del paradiso, la circondano ammirati; ha la luna sotto i piedi perché tutte le cose create in suo confronto sono da calpestarsi. Ma pur lasciando la visione dell’Evangelista, ragioniamo per un momento sulla preziosità dell’anima. La preziosità di qualunque oggetto deriva dalla sua intrinseca fattura, dalla sua utilità, dalla sua rarità. 1) Orbene, preziosissima è l’anima per la sua intrinseca fattura. Essa venne creata da Dio. Un quadro di Raffaello, una statua di Michelangelo sono valutati con prezzi favolosi, perché sono usciti dalle mani di artisti famosi: e l’anima nostra non esce forse dalle mani dell’Artista Supremo? Notate ancora che essa venne creata da Dio, a sua somiglianza: porta quindi in sé qualche cosa della bellezza, della grandiosità, della sapienza di Dio. Come Dio è uno nell’essenza e trino nelle Persone, così l’anima è una nell’essenza ma ha tre facoltà: memoria, intelletto e volontà. Come Dio è invisibile, così essa è invisibile. Come Dio è eterno, così essa, una volta creata, più non muore. Come Dio è libero, così essa pure è libera. 2) L’anima è pure preziosissima per riguardo alla sua utilità: l’anima nostra ragionevole è ciò che ci distingue dalle bestie; ciò che ci fa capaci d’amare Dio, di servirlo liberamente, ed un giorno nel cielo, confortati dalla grazia, di goderlo per tutta l’eternità. Cicerone, quantunque pagano, intuiva il valore dell’anima quando diceva che essa era tutto l’uomo. Homo constat ex anima. Purtroppo, molti Cristiani vivono come se essa non contasse per niente. 3) La preziosità di un oggetto si deduce ancora dalla sua rarità: ebbene, di anima ce n’è una sola, E quella perduta, tutto è perduto; e quella salvata, tutto è salvato. Ma se questo ragionamento ancor non vi persuade, lasciatevi almeno convincere dal conto in cui il Figlio di Dio e il principe del male hanno tenuto le anime. Che non fa il demonio, che non tenta, che non promette pur di conquistarne una? « Hæc omnia tibi dabo — dice egli a Gesù mostrandogli dalla vetta d’un monte i regni della terra, — si cadens adoraveris me!» (Mt., IV, 9). satana è pronto a cedere un mondo intero per avere un’anima, e noi gliela abbandoniamo per così poco! Propter pugillum hordet, et fragmen panis (Ezech., XIII, 19). Per il capriccio di un’ora, per un interesse vile, per una golosità bestiale. « Che stoltezza, esclama San Bernardo, stimar così poco quell’anima che perfino il demonio ha in sì gran prezzo! ». – Che non fa Gesù, che non tenta, che non promette per salvare le anime nostre? Egli ha lasciato gli Angeli in cielo ed è corso per tutte le strade della terra in cerca dell’uomo, pecorella perduta! Egli, come la massaia, ha messo a soqquadro il mondo per sollevarci fuori dalla nostra miseria! Egli si è fatto calunniare, tradire, battere a sangue, sputare in volto, e crocifiggere per la nostra anima. « Badate — ci avvisò S. Pietro — che foste redenti non con oro o con argento disprezzabile, ma con tutto il sangue prezioso dell’Agnello ». – 2. CURA DELL’ANIMA. Racconta un poeta latino che un giovane preso dalla follia di scialacquare patrimoni interi, stemperò nell’aceto una perla preziosissima e la bevve in un sorso (Horat., Sat. II, 3, 240). Un fremito d’indignazione ci scuote solo al ricordo di tanta storditezza. Ma che diranno gli Angeli quando vedono gli uomini perdere la propria anima per una boccata di piacere acetoso? Bisogna aver cura della propria anima, come la saggia e onorevole madre ha cura del suo figlio unico: ella lo istruisce, lo fortifica, lo nutre; così noi dobbiamo istruire, fortificare, nutrire la nostra anima in ogni giorno della vita. 1) Dobbiamo istruirla. Nelle scienze profane? Senza dubbio possiamo raccogliere anche da esse qualche sprazzo di luce; ma la vera luce dell’anima è la scienza sacra, è il catechismo, è la dottrina di Gesù. « Io sono la luce del mondo che illumina ogni anima ». Da qui deriva in noi l’obbligo di frequentare la cChiesa e le prediche, di non lasciar mancare alle anime dei nostri figli l’istruzione religiosa. Ricordatevi che lo Spirito Santo ha lanciato una terribile maledizione contro quelli che rifiutano la sua scienza: « Quia tu repulisti scientiam, repellam te » (Osea, IV, 6). – 2) Dobbiamo fortificarla. I giovani per crescere vigorosi si esercitano alla corsa, al salto, alla lotta; l’anima pure deve essere esercitata a correre sulla via del bene, a saltare le occasioni pericolose, a lottare contro i nemici spirituali. È questo un lavoro non scevro di sforzi: ma nessuno può salvarsi senza fatica, anzi il progresso della nostra anima è proporzionato alla violenza che avremo fatto contro noi stessi. Tantum proficies, quantum tibi ipsi vim intuleris. – 3) Dobbiamo nutrirla. L’anima è cosa tutta celeste, e non ha cibo se non di cielo: la preghiera e la Comunione. Che cosa è di un corpo che non si nutre? Muore: così è dell’anima che non prega e non si comunica frequentemente. Or voi capite perché S. Paolo scrive ai Cristiani di Tessalonica: « Pregate senza interruzione ». Molti domandano con insistenza: « Riuscirò a salvare la mia anima? ». A costoro rispondo con un grazioso fatterello che il P. Segneri amava, sorridendo, raccontare dal pulpito. C’era sulla piazza d’Atene un famoso indovino che a tutti dava pronostici e predicava il futuro e svelava il passato. Or ecco, un giorno, gli si accostò per gabbarlo un uomo che teneva una passera chiusa nel pugno. « Sai dirmi, — gli chiese — se è viva od è morta? ». Ma l’astuto pensava tra sé così: se egli dirà morta, io lascerò ch’essa voli e lo smentirò; se egli la dirà viva, io la stringerò col pollice e la farò morire. Ma l’indovino fu più furbo del furbo tentatore, e così rispose: « Signore, la vostra passera è tal quale la volete voi: se viva, viva; se morta, morta ». Tutti gli astanti applaudirono. Cristiani, quella sagace risposta io potrei girarla a voi. La vostra anima sarà tal quale la volete voi, se salva, salva; se dannata, dannata. Anima vestra in manibus vestris. (Ps. CXVIII, 109). Sono assai certo che tutti voi la volete salva; ma allora abbiatene gelosamente cura: istruitela, fortificatela, nutritela. — LA CASTITÀ. Se la bianca agnella, se la dramma splendente sono simbolo dell’anima, io penso che senza sforzo possano anche significare la virtù più bella che adorna l’anima, la virtù che la imbianca e la fa risplendere: la castità. Senza di questa virtù che valgono all’uomo, che valgono alla donna tutti gli altri meriti, fossero anche nove come le dramme o novantanove come le pecore? Ascoltate, dunque, una parola che vi faccia apprezzare questa gemma spirituale troppo conculcata nel mondo. Così vi sentirete sospinti a custodirla con ogni fatica se la possedete; così, se una orribile disgrazia ve l’ha fatta smarrire, ancora sì come il pastore e come la donna della parabola non vi darete pace se non dopo averla ricuperata. – 1. CHE COS’È LA CASTITÀ. Un giovane era tormentato dal desiderio cocente di possedere una perla di valore. E forse già aveva inquisito nei più ricchi mercati, forse già aveva fatto scandagliare nel profondo delle acque, forse aveva frugato nelle viscere della terra: invano. Ma un giorno, dopo lunga brama, ne trovò una: così bella, così rara, così fulgente che fu estasiato. Sussultante per la letizia che gli traspariva dalle pupille, va, vende tutto quello che aveva e la compra. Abiit et vendidit omnia quæ habuit et emit ea (Mt., XIII, 46). Questa perla che supera ogni prezzo, per cui i santi fecero gettito di ogni mondana cosa e persino della vita, è dentro al nostro cuore. È la castità. « Io sento nel mio corpo una legge che si oppone alla legge della mia mente. La carne desidera contro lo spirito e lo spirito contro la carne » (Rom., VII, 23). Quello che ha provato S. Paolo, è pure il combattimento che noi tutti, giorno per giorno, esperimentiamo. Or bene, sottomettere il senso alla ragione, rendere il corpo servo dell’anima: ecco la perla della castità. Questa virtù ha due gradi: il primo eroico, non obbliga tutti, ma solo quelli a cui il Signore concede l’immensa grazia di consacrarsi a Lui unicamente in verginità perfetta. Il secondo, comune, obbliga alla castità assoluta tutti coloro che non sono legati dal vincolo matrimoniale, e alla castità coniugale quelli invece che sono sposati. Comunque, in qualsiasi grado, la castità è sempre la perla più preziosa del mondo. La castità è bellezza! Pensate com’è bella la primavera quando passa per le nostre contrade. Il cielo si fa profondo e azzurro, l’aria tiepida e profumata; tornano le rondini da le terre lontane, tornano le allodole a cantare nell’alto; i campi, pizzicati dal raggio del sole nuovo, tremano di gioia e si coprono di erbette tenere; i giardini erompono in fiori rossi, bianchi pallidi e screziati; gli uomini sorridono e si sentono più giovani e più buoni. Come una primavera magnifica è bella l’anima casta. La Santa Scrittura non ha parole sufficienti a lodarla: è bella, dice, come la neve; bella come il giglio; bella come il sole; bella come il cielo stellato. La castità è amabilità. Gesù ne era affascinato. Ha voluto per madre la Regina dei vergini; per custode un uomo vergine; per discepolo prediletto Giovanni il vergine; per amici i piccoli fanciulli ridenti di purezza. E piuttosto che nascere in Betlemme, la città dell’impudico Erode, ha preferito venire al mondo nella stalla tra le bestie; ed in giro alla sua cuna gli Angeli chiamarono i casti pastori. Non soltanto Dio, ma anche noi sentiamo il fascino della purezza: davanti ad una persona casta ci sentiamo attratti come da un mistico profumo che s’espanda dal suo cuore. La castità è forza. Non i deboli, non le anime infrollite posseggono questa virtù ma sono i forti, quelli che non piegano come le canne ad ogni soffio di passione, ma resistono indomiti, come le querce. Ma non sono solo forti contro il demonio, ma anche con Dio sono forti i casti, perché alle loro suppliche Iddio non nega mai nulla. O anime caste! usate della vostra potenza presso Dio, sollevate le vostre ferme preghiere al cielo e fate scendere sulla terra la rugiada dei favori divini. La castità è nobiltà. Il vergine profeta nell’Apocalisse vide l’aristocrazia del Cristianesimo. Essa non era composta di ricchi, di scienziati, di conti, di re, ma solo di casti. Questi cantavano un cantico che nessun altro sapeva, e stavano vicino all’Agnello più che gli Angeli; sì, poiché se la purezza dell’Angelo è più felice, questa dell’uomo è più gloriosa e lodevole. La castità è amore. Essa ingentilisce il cuore, lo rende buono, riconoscente, compassionevole, affettuoso. Gli impuri sono egoisti e crudeli che ogni diritto calpestano pur di godere: invano i genitori aspettano l’amore dei figli, se questi non crescono puri; invano gli sposi si promettono vicendevole affetto, se non è rispettata la castità coniugale. – 2. COME SI CONSERVA. Nel 1581 passava in Italia la serenissima Donna Maria d’Austria figlia di Carlo V Imperatore. Tutti i principi erano invitati ad accoglierla, e, tra questi, anche il giovane figliuolo di Don Ferrante, marchese di Castiglione, Luigi Gonzaga. Che magnifica festa in quella giornata d’autunno, e che animazione gioiosa ad ogni balcone, ad ogni finestra! Tutti volevano vederla. Ed ecco finalmente compare: tutti agitano i fazzoletti di seta e fissano lo sguardo. Il piccolo Luigi che si trovava al balcone d’un palazzo signorile, in quel momento alzò la sua mano a far festa, ma chiuse gli occhi: la figlia del grande imperatore passava ed egli non la vide. Alcuni penseranno che questi sono scrupoli ed esagerazioni: anche S. Luigi sapeva bene che non v’era nessun peccato a vedere la principessa, ma sapeva anche che la gemma preziosa della castità noi la portiamo in vasi fragili, e talvolta basta un solo sguardo per smarrirla sciaguratamente. Ad ogni svolta di via, ad ogni ora del giorno e della notte, il nemico delle anime nostre ci può capitare addosso e colpirci. Quali armi abbiamo dunque per difenderci? Cristiani, questo genere di demoni non lo si scaccia se non con la mortificazione e l’orazione. a) Mortificazione del corpo: attenti agli occhi, perché come dice la Scrittura « dalle finestre entra nell’anima la morte »; attenti alla lingua perché dice l’Apostolo che ci sono certi peccati che tra i Cristiani non si debbono neppure nominare, sicut decet sanctis. b) Mortificazione del cuore: attenti alle amicizie con persone di sesso diverso. Queste amicizie si presentano dapprima in un aspetto di genialità innocente » fors’anche virtuosa: ma poco appresso si trasmutano in morbida sensibilità, e poi in peccaminosa sensibilità. Anche il serpente ha la lingua vezzosa e le squame lucide; pure, sotto sì belle apparenze, nasconde la morte. Anche il baleno splende luminoso agli occhi nell’atto stesso che uccide la persona. c) Alla mortificazione unite la preghiera e canterete vittoria sul nemico tremendo. Pregate Maria: S. Giovanni, l’Apostolo vergine, fece di Maria la sua madre adottiva, la sua fida compagna. Accepiît in sua. Fate anche voi così: Ella stia sempre al vostro fianco e col suo manto vi difenda da ogni peccato. Pregate Gesù: il Salvatore che è morto per la salute delle anime non sarà sordo ai nostri gridi di soccorso. Fate ancor questo: unitevi frequentemente alla sua carne eucaristica, all’Ostia santa, al Cielo divino: troverete un pane di castità e un vino di candore. – Cadeva la notte. Nella sua celletta piena d’ombra, Santa Caterina da Siena ripensava alla festa che finiva. Rivide gli stendardi vagamente agitati dai giovani, rivide la folla addensata nel Campo sotto il sole di Luglio, e i palchi gremiti di dame sfarzose. In quel momento entrò il demonio a tentarla: « Anche tu, Caterina, potrai essere tra loro. Perché ti sei tagliata i capelli biondi, perché porti cilicio sul corpo delicato, perché vuoi farti monaca? Vedi quest’abito? Non è forse più bello del rude saio claustrale? ». Nell’incerto lume della sera, la santa credé vedere davanti un giovane svelto che le presentava una ricca veste, fatta coi petali molli delle rose. Mentre Caterina rimaneva dubbiosa, le apparve la santa Vergine Maria. Come già il tentatore anch’ella aveva sul braccio una veste splendida, ricamata d’oro e di perle, raggiante di pietre preziose. « Devi sapere, o figliuola, — disse la Madre di Gesù con la sua voce dolce che fa piangere di consolazione quanti la odono, – devi sapere che le vesti cavate fuori e intessute dentro il costato del mio Figlio, per te ucciso, superano in valore qualunque preziosità di vesti lavorate da altre mani che dalle mie ». Allora Caterina, tutta ardente di desiderio e tremante di umiltà, chinò la testa e la Vergine la rivestì della tunica celeste. Cristiani, ad ogni anima che viene nel mondo si fa davanti il demonio con la sua veste intessuta con le rose dei piaceri carnali e vergognosi, e la Vergine Maria, con la sua veste di purità cavata dal Crocifisso e intessuta dalle sue mani. Guardatevi bene dall’accettare quella del demonio! Le rose cadrebbero e vi sentireste in breve sepolti nelle spire ardenti dell’inferno. Scegliete quella della Madonna, perché essa sola è di uno splendore immortale: con essa soltanto potrete entrare in paradiso. È la veste nuziale.

IL CREDO

 Offertorium

Orémus: Ps IX: 11-12 IX: 13 Sperent in te omnes, qui novérunt nomen tuum, Dómine: quóniam non derelínquis quæréntes te: psállite Dómino, qui hábitat in Sion: quóniam non est oblítus oratiónem páuperum.

[Sperino in te tutti coloro che hanno conosciuto il tuo nome, o Signore: poiché non abbandoni chi ti cerca: cantate lodi al Signore, che àbita in Sion: poiché non ha trascurata la preghiera dei poveri.]

 Secreta

Réspice, Dómine, múnera supplicántis Ecclésiæ: et salúti credéntium perpétua sanctificatióne suménda concéde.

[Guarda, o Signore, ai doni della Chiesa che ti supplica, e con la tua grazia incessante, fa che siano ricevuti per la salvezza dei fedeli.]

Præfatio
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.
de Spiritu Sancto
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: per Christum, Dóminum nostrum. Qui, ascéndens super omnes cælos sedénsque ad déxteram tuam, promíssum Spíritum Sanctum hodierna die in fílios adoptiónis effúdit. Qua própter profúsis gáudiis totus in orbe terrárum mundus exsúltat. Sed et supérnæ Virtútes atque angélicæ Potestátes hymnum glóriæ tuæ cóncinunt, sine fine dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: per Cristo nostro Signore. Che, salito sopra tutti i cieli e assiso alla tua destra hodierna die effonde sui figli di adozione lo Spirito Santo promesso. Per la qual cosa, aperto il varco della gioia, tutto il mondo esulta. Cosí come le superne Virtú e le angeliche Potestà cantano l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis
Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

Luc XV: 10. Dico vobis: gáudium est Angelis Dei super uno peccatóre poeniténtiam agénte.

[Vi dico: che grande gaudio vi è tra gli Angeli per un peccatore che fa penitenza.]

 Postcommunio

Orémus.

Sancta tua nos, Dómine, sumpta vivíficent: et misericórdiæ sempitérnæ praeparent expiátos. [I tuoi santi misteri che abbiamo ricevuto, o Signore, ci vivifichino, e, purgandoci dai nostri falli, ci preparino all’eterna misericordia.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (256)

LO SCUDO DELLA FEDE (256)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (25)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

PARTE III

IL RINGRAZIAMENTO

Il Mistero è compiuto; e il dogma di Dio vuole le nostre virtù. Udendo il sacerdote, che dice: « Ite, Missa est » su alziamo il pensiero nostro a Gesù, che pare, ci dica, come allora che saliva al cielo: « ecco ch’Io vado al Padre e porto al suo cospetto le Piaghe mie per voi. Oh! ma non vi abbandono, rimango qui con voi fino alla consumazione dei secoli. Confidate; Io vinco il mondo, vi accompagnerò in tutte le battaglie, come vi precedo in trionfo. Siete piccolo gregge; ma non temete, la mia Chiesa vincerà sempre. » Gesù poi mantiene per bene la sua parola. Diffatto disse: « Andate, sono con voi. » Erano pochi quei meschinelli e nel cenacolo appiattatisi; ma Gesù era con loro nel Sacramento, e pregava con loro Maria. Eccoli, riempiti di Spirito Santo ruppero i cancelli del cenacolo, colla parola del miracolo predicarono alto ai Giudei di adorare Gesù da loro crocifisso: e l’adorarono a mille a mille. — Andate — Buon Dio! si scatenava contro essi l’inferno, e gli onnipotenti imperatori al suo servizio, colla spada che vinse il mondo, tagliavano codardi! la gola a femminette e a bimbi; ma Gesù era con loro nei sotterranei delle catacombe:e quando già si innalzava un monumento al vile Diocleziano per aver spento (vantavano) la cristiana superstizione, calava giù dal trono del mondo in quegli antri il più grande degli imperatori, Costantino, in ginocchio, a farsi mettere sulla corona imperiale la croce di Gesù trionfante. — Andate — Fiaccata la spada dei vincitori contro gli inermi, gli assalgono al cuore gli assassini delle anime, che sono gli eretici: ma Gesù è colla sua Chiesa; e da Ario che vantava di averla fatta ariana, fino al razionalismo, che or ora la dava già spenta, essa passando sempre sulle ossa dei dispersi nemici sempre vincitrice, va sicura alla maggior vittoria sulla rivoluzione, che si va sgominando. — Andate — Ahi! se le serra ai fianchi il cesarismo sterminato esercito di legulei , servidorame nella fortuna dei re bastardi, che le si dicono figli; e incatenatala a furia di leggi, si danno a credere d’averla sepolta; ma Gesù è con essa che risorge e col suo Gregorio VII getta a terra in camicia Enrico IV, e getta a piedi umiliato il Barbarossa col suo Alessandro III; e col suo Pio IX, mentre popoli e re adorano avviliti la forza, mette in salvo col Sillabo la dignità della coscienza umana dalla schiavitù degli Statolatri. — Andate — Ancora, ancora da tutte le parti gli adoratori del dio Numero orgogliosi fino alla pazzia sì hanno dato il convegno per fabbricare una nuova Babele, la società senza Dio. Aspettate: non s’intendono più! già si scannano gli uni cogli altri, fanno la rivoluzione universale! Ma Gesù è col mondo cattolico giubilante con Pio IX, che rinnovellandosi il di undici aprile nel 1869, prepara con Gesù la Pentecoste nel Concilio già proclamato. Ah! quando vediamo il Sacerdote, detto l’Ite, Missa est, inchinarsi al Ciborio, serriamoci coi cuori palpitanti sul Cuore del nostro Compagno Divino in questo peregrinaggio della vita col nostro invitto Capitano nelle nostre battaglie, Gesù, che tratta in cielo col Padre i nostri interessi; e qui nel Sacramento con noi vive, con noi porta la croce, con noi compie il Sacrifizio della carità, che è la somma di tutte le virtù: poiché il Sacrificio di Dio vuole da noi la virtù.

Sacrificio di Dio vuole la nostra virtù: e la Religione passione, e la Religione virtù.

Ben qui ci è dato comprendere la causa del più grande fenomeno, che piglia sempre un maggiore sviluppo negli annali dell’umanità, vogliamo dire il progresso incessante verso al bene della Religione Cattolica: sicché la storia della Religione Cattolica è la storia del più grande amore e della più generosa virtù. Per ben comprenderla giova considerare la Religione come passione, e la religione come virtù (Lacordaire: Conferenze). In quanto l’uomo prova il bisogno del soprannaturale, e si sente attirato al Creatore, al sommo Bene che sospira, la Religione è passione nobile, sublime, che lo distingue recisamente agli occhi di tutti da tutti gli altri esseri animati, e che già fece ad Aristotile definir l’uomo un animale religioso: ma è pur sempre passione. In quanto poi l’uomo si sforza, si purifica, castiga i sensi, perché non l’abbiano colle loro vibrazioni da disturbarlo nel salire a Dio (il che è il crocifiggersi in Gesù Cristo), e quasi diremmo, col cuore si eleva a Dio, e colla mano getta il mondo sotto de’ piedi, e vuol tutta la sua volontà smarrire in quella di Dio; in questo, Religione è virtù, che si deriva da una sola fonte, il Costato di Gesù Cristo. La Religione poi, come passione, è ingenita nell’umanità e si trova in fondo a tutti i cuori. È essa che costringe le nazioni a consecrar riti e Sacerdoti, e le spinge alle imprese generose: e quando slanciano quei tempii tanto alto sui loro casolari, fuori quasi dall’orizzonte della terra fin sulle frontiere della regione celeste, mostrano che sospirano a Dio, Dio ricchezza dell’umanità. Dio vogliono in mezzo di loro, combattente nelle loro guerre, partecipe dei loro trionfl, rifugio nei loro disastri. Che se un Dio Spirito Santissimo spaventa la grossezza delle loro menti, e gli sconcerta nei godimenti codardi; piuttosto che star senza Dio, transigono tra il bisogno di Dio e le brame della carnalità; si foggiano a genio un Dio alla loro portata, e mettono nei penetrali dei ternpli idoli di fango, manutengoli infami de’ loro delitti. È questa l’idolatria, meraviglioso trovato per ingannare la fame che hanno gli uomini di Dio, e troppo ben caro a quei corrotti, che tanto inferociti dovevan poi essere, quando loro veniva a guastarlo la Religione di un Dio-Uomo Crocifisso. Ma ecco pure il movente della eterna rabbia degli increduli snervati nei vizi. Ed invero, perchè tanto furore contro la nostra santa Religione e i suoi caritatevoli istituti? E che vi è mai di odioso tanto da non si poter più tollerare, in gruppi di persone, sovente ben care, che pregano insieme, si amano e vivono vita da Angeli in terra? Vogliamo dire nei monasteri sieno pur di alcune dozzine di femminette. Vi è l’idea di Dio, che li tormenta; e disperando ormai di poterla distruggere e farla finita colla bancarotta di Dio (come agognava lo schifoso Voltaire), gl’increduli dei nostri di’ sono pronti a far buon viso a qualunque fantasma di Religione, venisser pure Turchi a rizzar moschee, e Mormoni colle cento mogli; ma vogliono chiudere le chiese, e via le sacre vergini, e guerra a morte alla santa Religione benedetta. Quando poi si dispera di sostituire al Dio di Pio IX un altro dio, allora via qualunque dio di sorta: allora si stringono in orride società di liberi pensatori, solidari giurando in orgie di rifiutare ogni pensiero di Dio pur nella morte! Ma cacciata via ogni ombra dell’idea di Dio, s’alza smascherata la carnalità. Allora l’atea rivoluzione profonde gl’incensi alla Maillard, alla lupa della prostituzione parigina, sull’altare di Notre Dame. – No, il paganesimo non cadde mai in putridume tanto orrido di adorare la carne corrotta: adorava la bellezza, ma almeno l’adorava sotto la forma di una dea di marmo bianco! Noi, noi mettiamo le mani sul volto; se già prima dell’infernal tragedia che si va preparando, uno schifoso che vorrebbe abolito il Catechismo, proclama del bel paese d’Italia, in Parlamento, generose le prostitute! Deh in quale abisso ormai trabocchiamo! Ma, viva Dio! La Religione è passione ingenita: e dopo il pandemonio degli empi a distruggerla, se si scaccia via dalle scuole Dio, il fanciullo lo trova caro in seno alla madre, e lo sente amoroso in petto al prete-padre-maestro, a cui lo mena il buon senso di quella, ed anche del papà disingannato, ambedue bisognosi di Dio. Se i suoi nemici gli dicono: « vattene; » Dio sta loro dinanzi a dispetto della loro disperazione: mentre i poveri popoli traditi ritornano a cercarlo sull’altare cattolico e trovano tanto amabile il crocifisso buon Dio! Noi siamo missionari; e quando gl’invitiamo a corrergli in seno, l’Italia in rivoluzione vede i popoli affollarsi alle Comunioni generali; e noi esclarniam consolati: « Sì, la Religione è passione; ma questa passione trova un pascolo di paradiso solamente in Gesù Cristo. » Emmanuele! grideremo forte, sì veramente Dio è con noi; e la fonte di tutti i beni è sempre Dio! Ora, se il fiorellino apre la sua boccuccia verso del cielo, beve quel po’ di bene che Dio mise per esso nel sole, e brilla di quella luce dei colori dell’iride: se una nube color d’argento sorge incontro al sole d’oriente, e il sole la compenetra dei suoi raggi, anche la nube sembra un sole che risplende: se noi, nell’avvicinarci ad uomo d’eletta virtù, ne sentiam la benefica influenza a diventare migliori: ah! quando un’anima buona s’apre del cuore a Gesù, e Gesù lo compenetra in Sacramento, in questo amplesso della Divinità umanizzata, la Comunione; sì, anche il cadavere della nostra carne, ribelle alla virtù, si sente rivestire della gloria del Tabor, elevarsi alla potenza di sublimi virtù, e, vorremmo dire, divine. Allora la Religione passione diventa virtù nell’uomo incorporato in Gesù Cristo. Ah! maledetti i culti, che lasciano l’uomo giù nelle sue miserie: maledette le eresie, che lo lasciano nella viltà dell’umano orgoglio! Sì, certamente la più cara prova, che Dio è con noi nella Chiesa Cattolica in Sacramento, sono le virtù delle sue membra incorporate con Gesù Cristo. Sono mille ottocento ottanta anni, che questi buoni suoi figliuoli si gettano sul petto a Gesù, e ad una ad una gli ripassano le Piaghe, e inventano sempre nuovi proponimenti di virtù per consolarle ad una ad una, immensamente vari come son varie le miserie dell’umanità, e trovano sempre nuovi espedienti a domar la fierezza delle sciagure. Metton la bocca a quel Costato e s’inebriano all’entusiasmo del Sacrificio. Eccoli: sono uomini dell’eloquente parola? Corrono giù dall’altare ad accendere il fuoco della carità in questo mondo di gelo, o si slanciano in mezzo ai cannibali a sfidare le indescrivibili morti. Sono verginelle tenere, come i bottoncini fin allora tra le brattee delle madri piante che gli han generati? Metton il lor timido cuore nel Cuore di Gesù e diventano potenti eroine, fiere a martoriare la debole carne, affinché non impedisca di salire a Dio, o montano sulla testa alle tempeste per volare pel mondo universo come angioli, a raccogliere i bambini e i miserabili in seno al Salvatore. Il mondo che non intende il mistero, disperato di non poterli a pezza imitare: « sono pazzi, dice, questi frenetici. » Ed ha una tal quale ragione: L’amore è una vera pazzia: ma pazzia sublime, che ha inspirato nel Sommo Bene il sacrifizio della Divinità. Questa pazzia diventò epidemica, e si appiglia a chi si getta in cuore a Gesù, che lo assimila al suo amore. Conformità ammirabile tra i Santi e Gesù! (Lacord. Conferenze.) – Se si guarda da lontano Gesù crocifisso, e si ode il tuono della severa sua dottrina che rimbomba d’eternità, la debolezza umana, ributtare si sente e vorrebbe fuggire; ma, se li si avvicina nella pratica dei Sacramenti, in quel suo Cuore squarciato, l’uomo si smarrisce felicemente in quell’immenso amore. Se tu vedi i Santi crocifiggere se stessi e seppellirsi in Gesù Cristo, tu rifuggi inorridito da loro: e quando poi vedi santa Elisabetta, delicatissima Regina, baciare le piaghe ad un cancrenoso e berne la scolatura dell’acqua, con cui l’andava di sua mano tergendo, tu sei tentato a gridare: « Ah che fa mai questa pazza! » Ma quando la vedi correr giù dall’altar come un Angelo in mezzo a tutte le miserie e odi tutti i sofferenti gridare: « è la nostra cara, è la nostra cara! » ancor dopo secoli e secoli, tu devi dire piangendo: questa innamorata fuori di sè ha veduto il suo Gesù bere la feccia del calice delle umane miserie nel Sacrificio della Divinità; e anche essa sacrifica ogni senso umano per consolare nelle sue membra l’adorato Salvator suo Dio. Ite, missa est: adunque andiamo, andiamo a consumare nella carità il sacrificio di noi stessi per amore di Dio, perché la Religione Cattolica, come è sommo amore, così è la più generosa virtù. Nel Sacrificio divino finisce il santissimo dogma, e vuole la nostra virtù!

Il Placeat.

Il sacerdote si rivolge ancora all’altare per pregare secretamente a nome suo (Ben. XIV). Giacché ebbe la sorte di sollevarsi, per la sua missione divina, da questo santo altare sino al trono dell’altissimo Iddio; prima di scendere da quest’altezza si getta a piè del trono dell’augustissima Trinità, e porge per sè questa sua supplica nell’orazione che segue.

Orazione: Placeat.

« Vi piaccia, o santa Trinità, l’ossequio della mia servitù, concedete, che il Sacrificio, che ho offerto dinanzi agli occhi della divina Maestà, benché indegno, vi sia accettevole: e a me, e a tutti per cui l’ho offerto, ottenga propiziazione per Cristo Signor nostro. »

Esposizione dell’Orazione: Placeat.

Come si vede, in quest’orazione egli chiede tre grazie: la prima che Dio si degni di ricevere questo Sacrificio in ossequio di servitù. Vuole con ciò supplicarlo di perdonargli, se ardì tanto di esercitare così santissimo ministero divino. Per questo confessa con umiltà di essere stato niente di più che un istrumento in man dell’agente, che è Gesù Cristo, a cui si è dato in mano come cosa tutta sua, da farne ogni suo volere. Però prima di sorgere da piè del trono di Dio, innanzi a cui sta prostrato, rinnova la sua protesta, che solo egli è venuto su quell’altare sublime, perché lo spinse innanzi il comando divino. Deh! almeno accetti sempre quest’obbedienza in ossequio di servitù. La seconda grazia, che gli preme di chiedere è, che gli perdoni le miserie, che lo accompagnarono all’altare: poiché presentò così grande offerta, la grandezza dell’offerta abbia da far passar inosservata la povertà della mano dell’uomo, che l’ha teva presentata, indegno di tanta Maestà divina. divina. – Finalmente in terzo luogo supplica che gli sia concesso perdono, misericordia e grazia per sè, ed anche per tutti pel gran Sacrificio di propiziazione, che ha in sè tutti i meriti di Gesù Cristo.

Ultima Benedizione.

Dal gran Padre di tutti i beni, e dalle benedizioni di sua misericordia noi dobbiamo aspettare le grazie, di che abbisognano le anime nostre. Nella santa Messa è un continuo invocarle, mettendo, nel benedire, sempre tra noi e il cielo la croce di Gesù Cristo e la ragione de’ suoi meriti; ma in quest’ultima benedizione si vuol pregar Dio di coronare le sue grazie colla più grande sua misericordia infinita. – Il santo martire Giustino fino dal secolo II, nella sua apologia esposta agli imperatori romani, parla di questa benEdizione; sicché si ha ragione di dire, che non fu mai licenziato dall’altare, il popolo senza essere benedetto. Ciò giova ripetere, per dare sulla voce a certi ammodernatori , che vorrebbero raffazzonare la Chiesa alla moda, quasi si dovesse dare faccenda per correre dietro alla volubilità dell’umana leggerezza. Giova ripeterlo, che la Chiesa, come ha un sol Battesimo, una sola fede, un solo Iddio, e lo stesso Spirito che la vivifica; così ha sempre gli stessi doveri verso il Signore, e gli stessi bisogni nei figliuoli, che vuol raccogliere a beatitudine col suo Dio: anche i suoi riti conserva quasi sempre benché possa mutarli. Questa madre adunque, che colle mani piene del Sangue di propiziazione è dispensiera di grazie celesti, non poteva terminare questo cumulo di misteri, quest’azione divina, questo compendio di tutte le misericordie, altrimenti che con un’ultima benedizione santissima. Anche il patriarca Isacco , ristorato che s’ebbe, avendo ai piedi il figliuolo Giacobbe vestito delle vesti del figliuol primogenito con tanta cura dalla madre profumate, l’accolse in seno, e nel sentire il profumo letificante, confortava delle più larghe benedizioni il figliuolo a Dio diletto: cosi il celebrante esilarato dai profumi di santità del popolo identificato in Gesù Cristo, sente un bisogno di colmarlo di benedizioni. Il Sacerdote per benedire ritto sull’altare, come dall’alto trono di Dio, col popolo prostrato ai piedi, scuote l’anima potentemente , perché mette innanzi al pensiero Gesù tra il fulgore della gloria nell’atto di benedire gli eletti nell’universale giudizio. Tutto avrà fine: il tempo è breve e marcia a gran passi: ancora un poco, e il tempo delle misericordie è finito: verrà il dì dell’universale giudizio. Ecco, ecco s’apre il cielo: che splendore di vivissima luce! che mar di fuoco! A mille a mille discendon gli Angioli, e a mille si lascian travedere, e tra quei raggi di luce che piove sulla schiera degli eletti, il giudice inappellabile, l’inflessibile scrutatore delle coscienze, l’inesorabile esattor della legge viene portato in sulle nubi, terribile tanto a guardarsi allora, quanto è ora con noi infinito in bontà! Siede tra le milizie degli Angeli delle battaglie: dinanzi al suo volto un torrente di fuoco, e sotto i suoi passi tra il rombar di tuoni una tempesta di folgori e di saette e di carboni ardenti: passa pei cieli, e i cieli si fiaccano, come si piega la vela di un naviglio in mezzo alla burrasca. Rizza il tremendo tribunale in mezzo alle fiamme ed al fumo dello spento universo la tremenda Maestà; ecco sta per fare giudizio di tutti. Quando tra l’intonar delle angeliche trombe, terribile come mille oceani in tempesta, che chiamano gli eletti alla destra ed i reprobi alla sinistra, tra l’ulular dei disperati si ode un maestoso concerto: sono i principi del regno celeste, che portano cantando « Vexilla regis prodeunt, fulget crucis mysterium » in adorazione la Croce… Quella Croce è un fulmine per i dannati alla sinistra… ! Ah! non parliamo dei dannati: noi siamo tutti crocesegnati a quest’ora col Sangue, che il divino Gesù dalla croce versava sull’altare per le nostre persone! Quindi il Sacerdote segna dall’alto sopra la testa di tutti, quella gran croce. Pensiamo noi a Gesù: Egli nel tremendo di’ del giudizio avrà al fianco quella Croce, e sotto di essa tutti raccolti e tremanti anche noi, in mezzo all’universale terrore! Noi nondimeno da piè della croce guarderemo nelle sue Piaghe, cercando nel suo Costato il nostro asilo, che trovammo in terra con unirci a Lui nel santissimo Sacramento! Ancora un pensiero in questo istante così pieno di alti misteri. L’anima nostra tutta con Gesù benedetto pensa a Lui, quando l’amabilissimo Redentore in mezzo alla turba, che aspettava la parola di vita, salito sul monte, aperta la bocca, diceva: « Beati i poveri di spirito: beati i mansueti: beati i piangenti: beati gli affamati e sitibondi della giustizia : beati i misericordiosi: beati i puri di cuore: beati i pacifici: beati i perseguitati; » e a questi afflitti d’ogni maniera promettendo il regno dei cieli: « rallegratevi, qui conchiudeva, che la ricompensa vostra è copiosa in cielo. » Diceva poi altresì: « chi Mi segue non va nelle tenebre, ma avrà lume di vita. » Prendeva poi la croce e andava al Calvario a morire sopra di essa: e risorto raccomandava di fare quello che aveva egli comandato, ed il suo comandamento è la carità, che ci acquista meriti pel Paradiso. Ah! qui noi, nel segnarci di croce, corriamo ad abbracciare quelle croci, che Dio ci dà nella vita, per sacrificarci in amore di Dio nell’operare il bene. Diciamo intanto con tutto il fervore: « o, Gesù, dateci con questa solenne benedizione una caparra di quella benedizione con cui direte: o benedetti del Padre mio, al Paradiso, ch’Egli vi ha preparato. Su via! sorgiarn tutti in piedi, pronti ad obbedire a Gesù ora, per accorrere al suo invito allora. Sorgiano in piedi poichè croce segnati dalla Destra di Gesù, con Lui voleremo al Paradiso. Amen.