TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (23): il CONCILIO DI TRENTO “Sess. III-VI”

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII (22)

HENRICUS DENZINGER

ET QUID FUNDITUS RETRACTAVIT AUXIT ORNAVIT

ADOLFUS SCHÖNMATZER S. J.

ENCHIRIDION SYMBOLORUM DEFINITIONUM ET DECLARATIONUM

De rebus fidei et morum

HERDER – ROMÆ – MCMLXXVI

Imprim.: Barcelona, José M. Guix, obispo auxiliar

(Il Concilio di Trento: Sess. I. – VI)

CONCILIO DI TRENTO (19° ecumenico)

13 Dicembre 1545 – 4 dicembre 1563.

1° periodo di Trento: 1ª – 8ª sessione – dicembre 1545 – 1547 Periodo di Bologna: 9ª e 10ª sessione: marzo 1547 (febbraio 1548) – settembre 1549 2° periodo di Trento: 11ª – 16ª sessione: maggio 1551 – aprile 1552 3° periodo di Trento: 17ª – 25ª sessione: gennaio 1562 – dicembre 1563

3a Sessione 4 febbraio 1546 – Decreto sul Simbolo della fede

1500. Questo santo Concilio ecumenico e generale di Trento, giustamente riunito nello Spirito Santo, sotto la presidenza dei tre legati della Sede Apostolica, e considerata l’importanza delle questioni da trattare, specialmente quelle comprese sotto i titoli dell’estirpazione delle eresie e della riforma dei costumi, motivi principali della riunione, . . ha ritenuto necessario esprimere il Simbolo di fede utilizzato dalla Santa Chiesa Romana come il principio in cui tutti coloro che professano la fede di Cristo si riuniscono necessariamente, e l’unico fondamento contro il quale le porte dell’inferno non prevarranno mai (Mt XVI, 18), usando le parole con cui viene detto in tutte le chiese. (segue il Simbolo di Nicea-Costantinopoli (cf. 150).

4a Sessione: 8 aprile 1546

1501. Il Santo Concilio Ecumenico e Generale di Trento, legittimamente riunito nello Spirito Santo, … ha sempre davanti agli occhi lo scopo, nel sopprimere gli errori, di conservare nella Chiesa la purezza stessa del Vangelo, che, promesso in precedenza dai Profeti nelle sacre Scritture, fu promulgato per la prima volta dalla bocca stessa di nostro Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, il quale poi comandò che fosse predicato ad ogni creatura dai suoi Apostoli come fonte di ogni verità salvifica e di ogni regola morale (Mt XVI, 15). Vede anche chiaramente che questa verità e queste regole siano contenute nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte che, ricevute dagli Apostoli dalla bocca di Cristo stesso o trasmesse per così dire di mano in mano dagli Apostoli sotto la dettatura dello Spirito Santo, sono giunte fino a noi. Per questo motivo, seguendo l’esempio dei Padri ortodossi, lo stesso santo Concilio riceve e venera con lo stesso sentimento di pietà e lo stesso rispetto tutti i libri sia dell’Antico Testamento che del Nuovo Testamento, poiché Dio è l’Autore unico di entrambi, così come le tradizioni stesse riguardanti sia la fede che la morale, in quanto provenienti dalla bocca di Cristo o dettate dallo Spirito Santo e conservate nella Chiesa Cattolica da una successione continua. Ha ritenuto opportuno allegare a questo decreto un elenco dei libri sacri, affinché non sorga alcun dubbio su quali libri siano stati ricevuti dal Concilio. Questi libri sono menzionati qui di seguito.

1502. Dall’Antico Testamento cinque libri di Mosè, cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; i libri di Giosuè, Giudici, Rut, i quattro libri dei Re, i due libri dei Paralipomeni, il primo libro di Esdra e il secondo, detto di Neemia, Tobit, Giuditta, Ester, Giobbe, il Salterio di Davide comprendente centocinquanta salmi, Proverbi, Ecclesiaste, il Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico, Isaia, Geremia con Baruc, Ezechiele, Daniele, i dodici Profeti minori, cioè Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia, i due libri dei Maccabei, il primo e il secondo.

1503. Nuovo Testamento: i quattro Vangeli, secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni; gli Atti degli Apostoli scritti dall’Evangelista Luca; le quattordici epistole dell’Apostolo Paolo, ai Romani, due ai Corinzi, ai Galati, agli Efesini, ai Filippesi, ai Colossesi, due ai Tessalonicesi, due a Timoteo, una a Tito, Filemone, agli Ebrei, due dell’Apostolo Pietro, tre dell’Apostolo Giovanni, una dell’Apostolo Giacomo, una dell’Apostolo Giuda e l’Apocalisse dell’Apostolo Giovanni.

1504. Se qualcuno non accetta questi libri come sacri e canonici nella loro interezza, con tutte le loro parti, come si leggono abitualmente nella Chiesa cattolica e come si trovano nell’antica edizione della Vulgata latina; se ignora consapevolmente e intenzionalmente le tradizioni suddette, sia anatema.

1505. Tutti comprendano quindi l’ordine e il percorso che il Concilio seguirà, dopo aver posto le basi della confessione di fede, e soprattutto le testimonianze ed i supporti che utilizzerà per confermare i dogmi e ristabilire la morale nella Chiesa.

b) Decreto sull’edizione della Vulgata e sul modo di interpretare le Sacre Scritture.

Interpretazione delle Sacre Scritture

1506. Inoltre, lo stesso santo Concilio ritenne che potesse essere di grande utilità per la Chiesa di Dio sapere quale di tutte le edizioni latine dei libri sacri in circolazione dovesse essere considerata autentica: perciò stabilisce e dichiara che l’antica edizione della Vulgata, approvata nella Chiesa stessa da un lungo uso di tanti secoli, sia ritenuta autentica nelle lezioni pubbliche, nelle discussioni, nella predicazione e nelle spiegazioni, e che nessuno abbia l’audacia o la presunzione di rifiutarla con qualsiasi pretesto (3825).

1507. Inoltre, per frenare le menti indisciplinate. stabilisce che nessuno, in materia di fede o di morale che riguarda l’edificio della fede cristiana, osi, sulla base di un solo giudizio, interpretare la Sacra Scrittura in modo tale da deviarla verso il suo significato personale, andando contro il significato tenuto e tuttora tenuto dalla nostra santa Madre Chiesa, alla quale spetta giudicare il vero significato e l’interpretazione della Sacra Scrittura, o andando contro il consenso unanime dei Padri, anche se interpretazioni di questo tipo non dovessero mai essere pubblicate…

1508. Ma il santo Concilio vuole anche, come è giusto, imporre una regola in questo campo ai tipografi… perciò decreta e regola che d’ora in poi la Sacra Scrittura, specialmente questa antica edizione della Vulgata, sia stampata il più correttamente possibile; che a nessuno sia permesso di stampare o far stampare alcun libro che tratti di argomenti sacri senza il nome dell’autore, né di venderlo in futuro o di tenerlo in casa, se questi libri non siano stati prima esaminati e approvati dall’Ordinario…

5a Sessione, 17 giugno 1546: decreto sul peccato originale.

1510. Affinché la nostra fede cattolica, “senza la quale è impossibile piacere a Dio” (Eb XI,6), una volta liberata dagli errori, rimanga intatta nella sua purezza, e affinché il popolo cristiano non sia “trascinato da ogni vento di dottrina” (Ef IV, 14) – poiché il serpente antico (Ap XII,9 – Ap XX,2), il perpetuatore del peccato originale, è stato il primo ad essere portato via da Dio, (Ap XX, 2), nemico perenne del genere umano, tra i tanti mali che affliggono la Chiesa di Dio ai nostri giorni, ha dato origine non solo a nuove dispute sul peccato originale e sul suo rimedio, ma anche a vecchie dispute – il Santo Concilio Ecumenico e Generale di Trento. … vuole impegnarsi a riportare indietro coloro che stanno vagando e a rafforzare coloro che stanno vacillando. Pertanto, in base alla testimonianza delle Sacre Scritture, dei Santi Padri e dei Concili più approvati, nonché al giudizio e all’accordo della Chiesa stessa, esso stabilisce, confessa e dichiara quanto segue sul tema del peccato originale.

1511. 1. Se qualcuno non confessa che il primo uomo, Adamo, avendo trasgredito il comandamento di Dio nel Paradiso, perse immediatamente la santità e la giustizia in cui era stato stabilito e subì, per l’offesa costituita da questa prevaricazione, l’ira e l’indignazione di Dio e, successivamente, la morte con cui era stato precedentemente minacciato da Dio, e con la morte la prigionia sotto il potere di colui che in seguito “aveva l’impero della morte, cioè il diavolo” (He II,14); e che per l’offesa costituita da questa prevaricazione l’intero Adamo, nel corpo e nell’anima, fu mutato in uno stato peggiore (cf. 371): sia anatema!

1512. 2. “Se qualcuno afferma che la prevaricazione di Adamo abbia danneggiato solo se stesso e non i suoi discendenti”, e che ha perso la santità e la giustizia ricevute da Dio solo per sé e non anche per noi, o che, macchiato dal peccato di disobbedienza, “ha trasmesso solo la morte” e le pene “dal corpo a tutto il genere umano, ma non il peccato, che è la morte dell’anima”. Che sia anatema, “poiché contraddice l’Apostolo che dice: “Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata in tutti gli uomini, avendo tutti peccato in lui (Rm V,12) cf. 372.

1513. 3 Se qualcuno afferma che questo peccato di Adamo – che è unico in origine e si trasmette per propagazione ereditaria e per via ereditaria – non sia stato commesso e trasmesso per propagazione ereditaria e non per imitazione, è proprio di ciascuno – , sia rimosso dalle forze della natura umana o da qualsiasi altro rimedio che non sia il merito dell’unico mediatore nostro Signore Gesù Cristo (cf. 1347) che ci ha riconciliati con Dio con il suo sangue (cf. Rm V,9 s.), “divenuto per noi giustizia, santificazione e redenzione” (1Co 1,30) o se nega che questo merito di Gesù Cristo sia applicato tanto agli adulti quanto ai bambini con il Sacramento conferito secondo la forma e l’uso della Chiesa: sia anatema. Perché “non c’è altro nome sotto il cielo dato agli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati” (At IV, 12). Da qui le parole: “Questo è l’Agnello di Dio, questo è colui che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,19), e questa: “Voi tutti che siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo” (Ga 3,27).

1514. 4 “Se qualcuno nega che i bambini appena nati dalla madre debbano essere battezzati”, anche se provengono da genitori battezzati. “Oppure dice che essi siano sì battezzati per la remissione dei peccati, ma che non portino nulla del peccato originale proveniente da Adamo che è necessario espiare con il bagno di rigenerazione” per ottenere la vita eterna, “da cui consegue che per loro la forma del Battesimo per la remissione dei peccati non ha un significato vero ma falso: sia anatema. Non c’è infatti altro modo di intendere ciò che l’Apostolo dice: “Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e la morte per mezzo del peccato, e così la morte è passata in tutti gli uomini, avendo tutti peccato in lui” (Rm V,12), se non come l’ha sempre inteso la Chiesa cattolica ovunque. È infatti in virtù di questa regola di fede proveniente dalla tradizione degli Apostoli “che anche i neonati, i quali non hanno ancora potuto commettere alcun peccato proprio, sono tuttavia veramente battezzati per la remissione dei peccati, affinché ciò che hanno contratto per generazione sia purificato in loro mediante la rigenerazione (cf. 223). Infatti “nessuno può entrare nel Regno di Dio se non rinasce da acqua e Spirito Santo” (Gv III,5) .

1515. 5 Se qualcuno nega che, per la grazia di nostro Signore Gesù Cristo conferita nel Battesimo, la colpa del peccato originale sia rimessa, o anche se afferma che tutto ciò che è veramente e propriamente peccaminoso non è del tutto rimosso, ma è solo rasato o non imputato: sia anatema. Infatti, in coloro che sono nati di nuovo, nulla è oggetto dell’odio di Dio, perché “non c’è condanna” (Rm VIII,1) per coloro che sono veramente “sepolti nella morte con Cristo mediante il battesimo” (Rm 6,4), “che non camminano secondo la carne” (Rm 8,1). ma che, avendo deposto l’uomo vecchio e rivestito il nuovo, creato secondo Dio” (Ef IV,22-24 Col III,9s) sono diventati figli di Dio innocenti, senza macchia, puri, irreprensibili e amati, “eredi di Dio e coeredi con Cristo” (Rm VIII,17), in modo che nulla possa ostacolare il loro ingresso in cielo. Questo santo Concilio confessa e crede che la concupiscenza o il fuoco del peccato rimanga nei battezzati; poiché questa concupiscenza è lasciata da combattere, e non può nuocere a coloro che non vi acconsentono e vi resistono coraggiosamente per mezzo della grazia di Cristo. Inoltre, “chi combatte secondo le regole sarà coronato” (2 Tim II,5). Questa concupiscenza, che l’Apostolo chiama talvolta “peccato” (Rm 6,12-15 Rm 7,7 Rm 7,14-20), il santo Concilio la dichiara tale. La Chiesa cattolica dunque intende che sia stata chiamata peccato non perché sarebbe veramente e propriamente peccaminosa in coloro che sono nati di nuovo, ma perché viene dal peccato ed inclina al peccato. Se qualcuno la pensa diversamente, sia anatema.

1516. 6 Tuttavia, questo stesso santo Concilio dichiara che non è sua intenzione includere in questo decreto, in cui si tratta del peccato originale, la beata e Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, ma che le costituzioni di Papa Sisto IV, di felice memoria, debbano essere osservate sotto la minaccia delle pene in esse contenute, e le rinnova.

6a sessione, 13 gennaio 1547: decreto sulla giustificazione

Preambolo

1520. Non è senza perdita di molte anime e con grave danno per l’unità della Chiesa che si sia diffusa nel nostro tempo una dottrina errata sulla giustificazione. Pertanto, a lode e gloria di Dio onnipotente, per la pace della Chiesa e la salvezza delle anime, il Santo Concilio Ecumenico e Generale di Trento… si propone di esporre a tutti i Cristiani la vera e santa dottrina della giustificazione insegnata da Cristo Gesù, sole di giustizia (Ml IV,2), Autore della nostra fede, che la porta a perfezione (Eb 12,2), che gli Apostoli ci hanno tramandato e che la Chiesa cattolica, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, ha sempre conservato, vietando severamente che in futuro qualcuno osi credere, predicare o insegnare diversamente da quanto stabilito e dichiarato dal presente decreto.

Cap. 1. L’impotenza della natura e della Legge a giustificare gli uomini.

1521. In primo luogo, il santo Concilio dichiara che. per avere una comprensione esatta e autentica della dottrina della giustificazione, sia necessario che ciascuno riconosca e confessi che, avendo tutti gli uomini perso la loro innocenza nella prevaricazione di Adamo (Rm 5,12 1Co 15,22 23), “sono diventati impuri” (Is 64,6) e (come dice l’Apostolo) “figli dell’ira per natura” (Eph 2,3) come è stato esposto nel decreto sul peccato originale, erano talmente “schiavi del peccato” (Rm VI, 20) e sotto il potere del diavolo e della morte, che non solo i pagani, per la forza della natura (cf. 1551), ma anche gli ebrei, per la stessa lettera della Legge di Mosè, non potevano liberarsi o sollevarsi da questo stato, anche se il libero arbitrio non era affatto estinto in loro (cf. 1555), sebbene indebolito e deviato nella sua forza (cf. 378).

Cap. 2. L’economia e il mistero della venuta di Cristo.

1522. Così avvenne che il Padre celeste, “Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione” (2Co 1,3), inviò Cristo Gesù agli uomini. Il Figlio suo (cf. 1551), annunciato e promesso prima della Legge e al tempo della Legge a molti santi Padri (Gn 49,10 Gn 49,18), quando venne quella benedetta “pienezza dei tempi” (Ep 1,10 Ga 4,4), affinché, da un lato, “riscattasse i Giudei soggetti alla Legge” (Ga 4,5) e, dall’altro, “i Gentili, che non perseguivano la giustizia, la raggiungessero” (Rm 9,30), e tutti ricevessero l’adozione filiale (Ga 4,5). È lui che “Dio ha fatto vittima propiziatoria con il suo sangue per mezzo della fede (Rm 3,25) per i nostri peccati, non solo per i nostri ma anche per quelli di tutto il mondo” (1Gv 2,2).

Cap. 3. Coloro che sono giustificati da Cristo.

1523. Ma sebbene egli sia “morto per tutti” (2 Cor V,15), non tutti ricevono il beneficio della sua morte, ma solo coloro ai quali viene comunicato il merito della sua Passione. Infatti, come in verità gli uomini non nascerebbero ingiusti se non fossero nati dalla discendenza corporea di Adamo, poiché quando vengono concepiti contraggono un’ingiustizia personale per il fatto di discendere corporalmente da lui, così non sarebbero mai giustificati se non rinascessero in Cristo, poiché attraverso questa rinascita viene loro concessa, per il merito della sua Passione, la grazia per cui diventino giusti. Per questa benedizione l’Apostolo ci esorta sempre a “rendere grazie al Padre, che ci ha resi degni di partecipare all’eredità dei santi nella luce, ci ha strappati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, nel quale abbiamo la redenzione e il perdono dei peccati” (Col 1, 12-14).

Cap. 4. Schema della descrizione della giustificazione dell’empio, ed il modo del suo stato di grazia.

1524. Queste parole abbozzano una descrizione della giustificazione dell’empio, come trasferimento dallo stato in cui l’uomo è nato dal primo Adamo allo stato di grazia e di adozione dei figli di Dio (Rm VIII,15), attraverso il secondo Adamo, Gesù Cristo, nostro Salvatore. Dopo la promulgazione del Vangelo, questo trasferimento non può avvenire senza il bagno di rigenerazione (cf. 1618) o il desiderio di esso, secondo quanto è scritto “Nessuno può entrare nel Regno di Dio se non rinasce da acqua e Spirito Santo” (Gv 3,5).

Capitolo 5. La necessità per gli adulti di prepararsi alla giustificazione.

1525. Il Concilio dichiara inoltre che la giustificazione stessa negli adulti abbia origine nella grazia preveniente di Dio per mezzo di Gesù Cristo (cf. 1553), cioè in una chiamata da parte di Dio con la quale vengono chiamati senza alcun merito. In questo modo, coloro che si erano allontanati da Dio a causa dei loro peccati, spinti e aiutati dalla grazia, sono disposti a volgersi verso la giustificazione che Dio concede loro, acconsentendo e cooperando liberamente a questa stessa grazia (1554-1555). In questo modo, toccando Dio il cuore dell’uomo con l’illuminazione dello Spirito Santo, da un lato l’uomo stesso non è totalmente impotente, accogliendo questa ispirazione che gli è possibile rifiutare, dall’altro, però, senza la grazia di Dio, non gli è possibile, con la propria volontà, muoversi verso la giustizia al cospetto di Dio (cf. 1553). Perciò, quando nella Sacra Scrittura si dice: “Volgiti a me e io mi volgerò a te” (Zacc. 1,3), ci viene ricordata la nostra libertà; quando rispondiamo: “Volgici a te, o Signore, e ci convertiremo” (Lam. 5,21), riconosciamo che la grazia di Dio ce lo impedisce.

Cap. 6. Modalità di preparazione.

1526. Gli uomini sono disposti alla giustizia stessa (cf. 1557-1559) quando, mossi e aiutati dalla grazia divina, concependo in se stessi la fede che sentono predicare (Rm 10,17), vanno liberamente a Dio, credendo che sia vero tutto ciò che è stato divinamente rivelato e promesso (cf. 1562-1564) e, soprattutto, che Dio giustifichi gli empi “per sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3,24); quando, comprendendo di essere peccatori e passando dal timore della giustizia divina, che li colpisce (cf.1558) molto utilmente, alla considerazione della misericordia di Dio, si elevano alla speranza, confidando che Dio, per amore di Cristo, sarà loro favorevole, cominciano ad amarlo come fonte di ogni giustizia e, per questo, si sollevano contro i peccati, animati da una sorta di odio e di detestazione (cf. 1559), cioè da quella penitenza che si deve fare prima del Battesimo (At 2,38); quando, infine, si propongono di ricevere il Battesimo, di iniziare una nuova vita e di osservare i comandamenti divini.

1527. Di questa disposizione è scritto: “Chi si avvicina a Dio deve credere che Egli è, e che ricompensa coloro che lo cercano” (Eb XI,6), e: “Abbi fiducia, figlio mio, ti sono rimessi i tuoi peccati” (Mt IX,2), e “Il timore del Signore scaccia i peccati” (Sir 1,27) , e: “Fate penitenza e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei peccati e riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,38), e “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt XXVIII,19-2) e : “Preparate i vostri cuori al Signore” (1Re VII,3).

Cap. 7 La giustificazione degli empi e le sue cause.

1528. A questa disposizione o preparazione segue la giustificazione vera e propria, che non è solo la remissione dei peccati (cf. 1561) ma anche la santificazione ed il rinnovamento dell’uomo interiore attraverso la ricezione volontaria della grazia e dei doni. In questo modo, l’uomo viene trasformato da ingiusto a giusto, da nemico ad amico, così da essere “erede della vita eterna nella speranza” (Tt III,7).

1529. Le cause di questa giustificazione sono queste: causa finale, la gloria di Dio e di Cristo e la vita eterna; causa efficiente: Dio che, nella sua misericordia, lava e santifica liberamente (1Co 6,11) con il sigillo e l’unzione (2Co 1,21-22) dello Spirito Santo promesso “che è il pegno della nostra eredità” (Eph 1,13-14); causa meritoria: l’unico Figlio prediletto di Dio, il nostro Signore Gesù Cristo, che, “mentre eravamo nemici” (Rm V,10), “per il grande amore con cui ci ha amati” (Ef II,4), con la sua santissima Passione sul legno della croce ha meritato la giustificazione per noi (cf. 1560) e ha soddisfatto Dio suo Padre per noi; causa strumentale, il sacramento del Battesimo, “sacramento della fede” senza il quale non c’è mai stata giustificazione per nessuno. Infine, l’unica causa formale è la giustizia di Dio, “non quella per cui Egli stesso è giusto, ma quella per cui ci rende giusti” (cf. 1560-1561), cioè quella per cui, avendola ricevuta in dono da Lui, siamo “rinnovati mediante una trasformazione spirituale della nostra mente” (Eph 4, 23) non solo siamo ritenuti giusti, ma siamo detti e siamo veramente giusti (1Gv 3,1), ciascuno ricevendo la giustizia in noi, secondo la misura che lo Spirito Santo condivide con ciascuno come vuole (1Co 12,11) e secondo la disposizione e la cooperazione di ciascuno.

1530. Infatti, sebbene nessuno possa essere giusto se non gli vengono comunicati i meriti della Passione del Signore nostro Gesù Cristo, tuttavia questo è ciò che viene fatto nella giustificazione degli empi, mentre, per il merito di questa santissima Passione, l’amore di Dio viene riversato dallo Spirito Santo nei cuori (Rm 5,5) di coloro che sono giustificati e abita in loro (cf. 1561). Perciò, con la remissione dei peccati, l’uomo riceve nella stessa giustificazione, per mezzo di Gesù Cristo, nel quale è inserito, tutti i seguenti doni infusi allo stesso tempo: fede, speranza e amore.

1531. Infatti, la fede senza la speranza e l’amore non ci unisce perfettamente a Cristo e non ci rende membra vive del suo Corpo. Per questo si dice veramente che la fede senza le opere è morta e inutile, (Gc II,17-20) (cf. 1569) e che in Cristo Gesù non ha valore né la circoncisione né l’incirconcisione, ma la fede “che opera per mezzo dell’amore” (Ga V,6 Ga VI,15) . È questo che, secondo la tradizione degli Apostoli, i catecumeni chiedono alla Chiesa prima del Sacramento del Battesimo, quando chiedono “la fede che porta la vita eterna” che, senza speranza e amore, la fede non può portare. Per questo, quando ricevono la vera e cristiana giustizia, questa prima veste (Lc XV,22) che viene data loro da Cristo al posto di quella che, con la sua disobbedienza, Adamo ha perso per sé e per noi, a chi è appena rinato viene subito ordinato di mantenerla candida ed immacolata, per portarla davanti al tribunale di nostro Signore Gesù Cristo e avere la vita eterna.

Cap. 8. Come possiamo capire che gli empi siano giustificati per fede e gratuitamente?

1532. Quando l’Apostolo dice che l’uomo è “giustificato per fede” (cf. 1559) e gratuitamente Rm (III,22-24), è necessario intendere queste parole nel senso in cui ha sempre e unanimemente ritenuto ed espresso la Chiesa cattolica, cioè che se si dice che siamo giustificati per fede, è perché “la fede è l’inizio della salvezza dell’uomo”, il fondamento e la radice di ogni giustificazione, che senza di essa “è impossibile piacere a Dio” (Eb XI,6) e condividere la sorte dei suoi figli (2Pt 1,4); E si dice che siamo giustificati liberamente perché nulla di ciò che precede la giustificazione, sia la fede che le opere, merita la grazia della giustificazione. Infatti, “se è grazia, non è per opera; altrimenti (come dice lo stesso Apostolo) la grazia non è più grazia” (Rm XI,6).

Cap. 9. Contro la vana fiducia degli eretici.

1533. Sebbene sia indispensabile credere che i peccati siano e siano sempre stati perdonati solo gratuitamente dalla misericordia divina per amore di Cristo, tuttavia nessuno, vantando la sicurezza e la certezza che i suoi peccati siano perdonati e riposando su questo, deve dire che i suoi peccati siano o siano stati perdonati, mentre questa fiducia vana e lontana da ogni pietà può esistere tra gli eretici e gli scismatici, molto più di quanto ai nostri giorni esista e sia predicata con grande rumore contro la Chiesa cattolica (cf. 1562).

1534. Ma non si deve neppure affermare che tutti coloro che sono stati veramente giustificati debbano essere senza esitazione convinti in se stessi di essere stati giustificati, né che nessuno è assolto dai suoi peccati e giustificato se non colui che crede con certezza di essere stato assolto e giustificato, e che è per questa sola fede che l’assoluzione e la giustificazione siano effettuate (cf. 1564), come se chi non crede questo dubitasse delle promesse di Dio e dell’efficacia della morte e della risurrezione di Cristo. Infatti, come nessun uomo pio deve dubitare della misericordia di Dio, dei meriti di Cristo, della virtù e dell’efficacia dei Sacramenti, così chiunque consideri se stesso, la propria debolezza e le proprie cattive disposizioni, può essere pieno di timore e di paura riguardo alla sua grazia (cf. 1563), poiché nessuno può sapere, con una certezza di fede che escluda ogni errore, di aver ottenuto la grazia di Dio.

Cap. 10 L’aumento della grazia ricevuta.

1535. Così, coloro che sono stati giustificati e sono diventati “amici di Dio” e “membri della sua famiglia” (Gv XV,15 Eph II,19) camminando “di virtù in virtù” (Sal 83,8) si rinnovano (come dice l’Apostolo) di giorno in giorno (2Co IV,16) , cioè mortificando le membra della loro carne Col (III,5) e presentandole come armi di giustizia per la santificazione (Rm VI,13-19) , osservando i comandamenti di Dio e della Chiesa; crescono in questa giustizia ricevuta per grazia di Cristo, la fede cooperando con le opere buone Gc 2,22 e sono più giustificati (cf. 1574; 1582), secondo quanto è scritto: “Chi è giusto sarà ancora giustificato” (Ap 22,11) e anche: “Non temere di essere giustificato fino alla morte” Si (XVIII,22) e ancora “Vedete che l’uomo è giustificato dalle opere e non dalla sola fede” (Gc II,24). Questo aumento della giustizia, la santa Chiesa lo chiede quando dice nella preghiera: Signore, aumenta la nostra fede, speranza e amore.

Cap. 11. L’osservanza dei comandamenti. La sua necessità e possibilità.

1536. Nessuno, per quanto giustificato, deve pensare di essere libero dall’osservanza dei Comandamenti (cf. 1570). Nessuno deve usare quell’espressione avventata che i Padri hanno proibito, pena l’anatema, e cioè che per l’uomo giustificato i comandamenti di Dio sono impossibili da osservare (cf. 1568; 1572; 397). “Dio infatti non comanda cose impossibili, ma nel comandare invita a fare ciò che si può e a chiedere ciò che non si può, e aiuta a farlo; i suoi comandi non sono gravosi (1Gv V,3), il suo giogo è soave e il suo fardello leggero (Mt XI,30) Infatti, chi è figlio di Dio ama Cristo; chi lo ama (come egli stesso testimonia) osserva le sue parole (Gv XIV,23), cosa che gli è sempre possibile con l’aiuto di Dio.

1537. Sebbene in questa vita mortale, santi e giusti come sono, cadano talvolta almeno nei peccati leggeri e quotidiani, che sono chiamati anche veniali (cf. 1573), non per questo cessano di essere giusti. Anzi, l’espressione umile e autentica dei giusti è: “Rimetti a noi i nostri debiti” (Mt VI,12) (229ss.) Per questo i giusti stessi devono sentirsi tanto più obbligati a camminare nella via della giustizia, poiché, ormai “liberati dal peccato, fatti servi di Dio” (Rm VI,22), vivendo “nella temperanza, nella giustizia e nella pietà” (Tt II,12), possono progredire attraverso Cristo Gesù, che ha dato loro accesso a questa grazia (Rm V,2). Per coloro che ha giustificato una volta, “Dio non abbandona se prima non è abbandonato da loro”.

1538. Per questo nessuno deve consolarsi con la sola fede (1559; 1569; 1570), pensando che per la sola fede sia stato costituito erede e otterrà l’eredità, anche se non soffre con Cristo per essere glorificato con lui (Rm VIII,17). Infatti Cristo stesso (come dice l’Apostolo), “pur essendo Figlio di Dio, con le sue sofferenze imparò ad obbedire e, dopo aver compiuto ogni cosa, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb V,8-9). Per questo l’Apostolo stesso mette in guardia coloro che siano stati giustificati con queste parole: “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo ottiene il premio? Correte perché possiate vincere. Per me, dunque, questo è il modo in cui corro, non a caso; questo è il modo in cui combatto, non lanciandomi nel vuoto. Ma castigo il mio corpo e lo rendo schiavo, per evitare che, dopo aver predicato agli altri, io stesso venga eliminato” (1Co IX,24 ss.). E Pietro, il principe degli Apostoli: “Siate diligenti nel rendere certa la vostra vocazione ed elezione con le vostre opere buone; così facendo non peccherete mai” (2Pt 1,10).

1539. È evidente che chi dice che in ogni azione buona il giusto pecchi almeno venialmente (cf. 1575; 1481 ss.) o (ciò che è più intollerabile) meriti la pena eterna; allo stesso modo coloro che dichiarano che il giusto pecca in tutte le sue azioni, se, volendo scrollarsi di dosso l’indolenza in esse e incoraggiarsi a correre nello stadio, considerano, insieme alla glorificazione messa al primo posto, la ricompensa eterna (cf. 1576; 1581), mentre è scritto: “Ho inclinato il mio cuore a compiere i tuoi comandamenti per la ricompensa” (Sal CXVIII,112), e che l’Apostolo dice di Mosè che “aveva gli occhi fissi sulla ricompensa” (Eb XI,26).

Cap. 12. Dobbiamo guardarci da un’avventata presunzione riguardo alla predestinazione.

1540. Nessuno, finché vive nella condizione mortale, deve presumere dal mistero nascosto della predestinazione divina di dichiarare con certezza di essere assolutamente nel numero dei predestinati (cf. 1565), come se fosse vero che una volta giustificato o non può più peccare (cf. 1573) o, se dovesse peccare, deve promettersi un sicuro pentimento. Infatti, se non per speciale rivelazione, non possiamo sapere chi Dio abbia scelto per sé (cf. 1566).

Cap. 13. Il dono della perseveranza.

1541. Lo stesso vale per il dono della perseveranza (cf. 1566). A questo proposito è scritto: “Chi persevererà sino alla fine sarà salvato” (Mt X,22; Mt XXIV,13): ciò può avvenire solo da parte di colui che “ha il potere di mantenere in piedi chi sta in piedi perché continui a stare in piedi” (Rm XIV,4) e di rialzare chi cade. Quindi nessuno prometta nulla a se stesso con assoluta certezza, anche se tutti devono riporre la loro più ferma speranza nell’aiuto di Dio. Dio infatti, se non saranno infedeli alla sua grazia, porterà a compimento l’opera buona, così come l’ha già iniziata (Fil 1,6), operando in loro la volontà e l’azione (Fil 2,13).(1572). Tuttavia, coloro che pensano di essere in piedi stiano attenti a non cadere (1 Cor 10,12) e lavorino alla loro salvezza con timore e tremore (Php II,12) con fatica, vigilanza, elemosina, preghiere e offerte, digiuno e castità (2 Cor VI,5-6). Sapendo, infatti, di essere rinati nella speranza della gloria (1Pt 1,3) ma non ancora nella gloria, devono temere la lotta che rimane loro contro la carne, contro il mondo, contro il diavolo, lotta nella quale potranno essere vittoriosi solo se, con la grazia di Dio, obbediranno alle parole dell’Apostolo: “Non siamo più tenuti a vivere secondo la carne. Perché se vivete secondo la carne, morirete. Ma se per mezzo dello Spirito mettete a morte le opere della carne, vivrete” (Rm VIII,12-13).

Cap. 14 I caduti e il loro recupero.

1542. Coloro che, dopo aver ricevuto la grazia della giustificazione, ne sono decaduti a causa del peccato, possono essere nuovamente giustificati (1579) quando, mossi da Dio, si attivano per recuperare la grazia perduta mediante il sacramento della penitenza, grazie ai meriti di Cristo. Questo metodo di giustificazione è il recupero del peccatore, che i Santi Padri hanno giustamente chiamato “la seconda tavola dopo il naufragio della perdita della grazia”. Per coloro che cadono in peccato dopo il battesimo, Cristo Gesù ha istituito il sacramento della penitenza quando ha detto: “Ricevete lo Spirito Santo, e a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete saranno ritenuti” (Gv 20,22-23) .

1543. Dobbiamo quindi insegnare che la penitenza del cristiano dopo una caduta è molto diversa dalla penitenza battesimale. Essa comprende non solo l’abbandono dei peccati e la loro detestazione, o “un cuore contrito e umiliato”, (Sal 50,19), ma anche la confessione sacramentale di essi, o almeno il desiderio di farla a tempo debito, l’assoluzione da parte di un sacerdote e, inoltre, la soddisfazione attraverso il digiuno, l’elemosina, le preghiere e altri pii esercizi della vita spirituale, non per rimettere la pena eterna – che è rimessa contemporaneamente alla colpa dal sacramento o dal desiderio del sacramento – ma per rimettere la colpa temporale (cf. 1580) che (come insegna la Sacra Scrittura) non è sempre completamente rimessa, come nel battesimo, a coloro che, ingrati per la grazia di Dio che hanno ricevuto, hanno vessato lo Spirito Santo (Ef IV,30) e non hanno avuto paura di violare il Tempio di Dio (1Co III,17).

Di questa penitenza è scritto: “Ricordati da dove sei caduto, fa’ penitenza e torna alle tue opere prime” (Ap II,51) e anche: “La tristezza secondo Dio produce penitenza per una salvezza duratura” (2Co VII,10) e anche “Fa’ penitenza” (Mt 3,2 Mt IV,17) , e “Fa’ degni frutti di penitenza” (Mt III,8 Lc 3,8).

Cap. 15 Ogni peccato mortale causa la perdita della grazia, ma non della fede.

1544. Contro gli spiriti astuti di certi uomini che, “con dolci discorsi e benedizioni, seducono i cuori semplici” (Rm 16,18) , si deve affermare che la grazia della giustificazione, che è stata ricevuta, si perde non solo con l’infedeltà (1577) , con la quale si perde anche la fede, ma anche con qualsiasi peccato mortale, anche se poi la fede (1578) non si perde. Si difende così la dottrina della Legge divina che esclude dal Regno di Dio non solo gli infedeli, ma anche i fedeli fornicatori, adulteri, effeminati, sodomiti, ladri, avari, ubriaconi, maldicenti, rapaci (1Cor 6,9)-10 e tutti gli altri che commettono peccati mortali dai quali, con l’assistenza della grazia divina, possono astenersi e a causa dei quali sono separati dalla grazia di Cristo (1577).

Cap. 16. Il frutto della giustificazione: il merito, la opere buone. La sua natura.

1545. È dunque in questa prospettiva che dobbiamo proporre agli uomini giustificati, sia che abbiano conservato incessantemente la grazia ricevuta, sia che l’abbiano recuperata dopo averla perduta, le parole dell’Apostolo: “Siate ricchi di ogni opera buona, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1Cor XV,58) perché “Dio non è così ingiusto da dimenticare ciò che avete fatto e la carità che avete dimostrato nel suo nome” (Eb VI,10) , e : “Non perdete la vostra fiducia; essa avrà una grande ricompensa” (Eb X,35) . Ed è per questo che, a coloro che agiscono bene “fino alla fine” (Mt X,22 Mt XXIV,13) e che sperano in Dio, la vita eterna deve essere proposta sia come la grazia misericordiosamente promessa da Cristo Gesù ai figli di Dio, sia “come la ricompensa” che Dio, secondo la promessa da lui stesso fatta, concederà alle loro opere buone e ai loro meriti (1576 ; 1582). Questa, infatti, è “la corona di giustizia” che l’Apostolo ha detto essere “riservata a lui dopo la sua lotta e la sua corsa e che gli sarà data dal giusto giudice, non solo a lui ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua venuta” (2 Tim IV,7-8).

1546. Cristo Gesù stesso comunica costantemente la sua forza a coloro che sono stati giustificati, come il capo alle membra (Ef IV,15) , come la vite ai tralci (Gv XV,5) forza che precede, accompagna e segue sempre le loro opere buone e senza la quale queste non potrebbero in alcun modo essere gradite a Dio e meritorie (cf 1552). Dobbiamo quindi credere che non manchi nient’altro nei giustificati stessi perché si possa ritenere che essi abbiano soddisfatto pienamente la Legge di Dio, nelle condizioni di questa vita, con queste opere compiute in Dio (Gv III,21), e che abbiano veramente meritato di ottenere, a suo tempo, la vita eterna (cf 1582), se però moriranno in grazia (Ap XIV,13). Cristo, nostro Salvatore, non ha forse detto: “Se uno beve dell’acqua che io gli do, non avrà mai più sete; essa diventerà in lui un pozzo d’acqua che sgorga fino alla vita eterna” (Gv IV,14)?

1547. Così la nostra giustizia personale non è stabilita come proveniente personalmente da noi (2Co III:5) e la giustizia di Dio non è né ignorata né rifiutata (Rm X:3). Infatti, questa giustizia è detta nostra, perché siamo giustificati da questa giustizia che abita in noi (cf. 1560; 1561); e questa stessa giustizia è di Dio, perché è riversata in noi da Dio e per i meriti di Cristo.

1548. Non dobbiamo dimenticarlo: La Sacra Scrittura attribuisce certamente un tale valore alle opere buone che Cristo promette che anche chi dà a uno dei suoi più piccoli una tazza di acqua fresca non perderà la sua ricompensa (Mt X,42 Mc IX,40); e l’Apostolo attesta che la nostra “leggera tribolazione di un momento ci prepara oltre misura un peso eterno di gloria nei cieli” (2Co IV,17) Tuttavia, lungi da noi pensare che il cristiano confidi o si glori di se stesso e non del Signore (1Co 1,31 2Co X,17) la cui bontà verso gli uomini è così grande che vuole che i suoi doni siano i loro meriti (cf 1582; 248).

1549. E poiché “tutti pecchiamo in molte cose” (Gc III,2), ognuno deve avere davanti agli occhi non solo la misericordia e la bontà, ma anche la severità e il giudizio, e non deve essere tentato di pensare di essere un peccatore. E non si deve giudicare se stessi, anche se non si è consapevoli di alcuna colpa. Infatti, tutta la vita dell’uomo deve essere esaminata e giudicata, non dal giudizio dell’uomo, ma dal giudizio di Dio, “che metterà in luce i segreti delle tenebre e renderà manifesti i segreti del cuore; e allora ciascuno riceverà da Dio la lode che gli è dovuta” (1 Cor IV,4 ss), il quale, come è scritto, “renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Rom II,6).

1550. Avendo esposto la dottrina cattolica sulla giustificazione (cf. 1583), che ciascuno deve accogliere fedelmente e fermamente per essere giustificato, il santo concilio ha ritenuto opportuno allegare i seguenti canoni, affinché tutti sappiano non solo ciò che devono tenere e seguire, ma anche ciò che devono evitare e fuggire.

Canoni sulla giustificazione.

1551. (1) Se qualcuno dice che un uomo può essere giustificato davanti a Dio con le sue opere – siano esse compiute dalle forze della natura umana o dall’insegnamento della legge – senza la grazia divina che viene per mezzo di Gesù Cristo, sia anatema (cf 1521).

1552. (2) Se qualcuno dice che la grazia divina per mezzo di Gesù Cristo è data solo perché l’uomo possa più facilmente vivere rettamente e meritare la vita eterna, come se per libera scelta e senza la grazia potesse ottenere entrambe le cose, anche se con difficoltà e fatica, sia anatema (cf. 1524 ss.).

1553.3 Se qualcuno dice che senza l’ispirazione preveniente dello Spirito Santo e senza il suo aiuto un uomo può credere, sperare e amare, o pentirsi, come è necessario perché gli sia concessa la grazia della giustificazione, sia anatema (cf 1525).

1554.4 Se qualcuno dice che la libera volontà dell’uomo, mossa e spinta da Dio, non coopera in alcun modo quando acconsente a Dio, che lo spinge e lo chiama a disporsi e a prepararsi per ottenere la grazia della giustificazione, e che non può rifiutarsi di acconsentire, se vuole, ma che come un essere inanimato non fa assolutamente nulla e si comporta in modo puramente passivo: sia anatema (cf. 1525).

1555.5 Se qualcuno dice che, dopo il peccato di Adamo, il libero arbitrio dell’uomo è andato perduto e si è estinto, o che è una realtà che porta solo il suo nome, molto più un nome senza realtà, una finzione finalmente introdotta da Satana nella Chiesa, sia anatema (cf. 1521; 1525; 1486).

1556. 6 Se qualcuno dice che non sia in potere dell’uomo impegnarsi nelle vie del male, ma che è in potere dell’uomo impegnarsi nelle vie del male, ma che sia le sue cattive che le sue buone azioni siano opera di Dio, non solo perché egli le permette, ma anche propriamente e da sé, così che il tradimento di Giuda non sarebbe meno opera sua che la vocazione di Paolo: sia anatema.

1557.7 Se qualcuno dice che tutte le opere compiute prima della giustificazione, in qualunque modo, sono veramente peccati e meritano l’odio di Dio, o che quanto più ci si sforza di disporsi alla grazia, tanto più si pecca gravemente, sia anatema (cf. 1526.).

1558. (8) Se qualcuno dice che il timore dell’inferno, con il quale, addolorati per i nostri peccati, ci rifugiamo nella misericordia di Dio o ci asteniamo dal peccare, è un peccato o rende gli uomini peggiori, sia anatema (cf. 1526; 1456).

1559. 9. Se qualcuno dice che l’empio è giustificato dalla sola fede, intendendo con ciò che non è richiesto nient’altro per cooperare all’ottenimento della grazia, e che non è in alcun modo necessario che egli si prepari e si disponga con un movimento della sua volontà: sia anatema (cf. 1532; 1538; 1465; 1460 ss.).

1560. 10. Se qualcuno dice che gli uomini sono giustificati senza la giustizia di Cristo, con la quale egli ha meritato per noi, o che sono formalmente giusti grazie a questa giustizia, sia anatema (cf. 1523; 1529).

1561. 11. Se qualcuno dice che gli uomini sono giustificati o per la sola imputazione della giustizia di Cristo, o per la sola remissione dei peccati, escludendo la grazia e la carità che è riversata nei loro cuori dallo Spirito Santo (Rm V,5) e abita in loro, o che la grazia con cui siamo giustificati è solo il favore di Dio, sia anatema (cf. 1528-1531 1545 ss.).

1562. 12. Se qualcuno dice che la fede che giustifica non è altro che la fiducia nella misericordia divina, che rimette i peccati per amore di Cristo, o che è solo per questa fiducia che siamo giustificati, sia anatema.(cf. 1533).

1563. 13. Se qualcuno dice che è indispensabile che ogni uomo, per ottenere la remissione dei peccati, creda con certezza e senza alcuna esitazione derivante dalla sua personale debolezza o mancanza di disposizione che i suoi peccati gli sono rimessi: sia anatema (cf. 1533 s; 1460-1464).

1564. 14. Se qualcuno dice che un uomo è assolto dai suoi peccati e giustificato perché crede con certezza di essere assolto e giustificato, o che è veramente giustificato solo chi crede di essere giustificato, e che solo questa fede ottiene l’assoluzione e la giustificazione, sia anatema. (cf. 1533 s ; 1460-1464.).

1565. 15. Se qualcuno dice che un uomo nato di nuovo e giustificato è tenuto a credere per fede di essere certamente tra i predestinati, sia anatema (cf. 1540).

1566. 16. Se qualcuno afferma con assoluta e infallibile certezza che avrà certamente il grande dono della perseveranza fino alla fine (Mt X,22 Mt XXIV,13), a meno che non l’abbia appreso per speciale rivelazione: sia anatema (cf. 1540 s.).

1567. 17. Se qualcuno dice che la grazia della giustificazione spetta solo a coloro che sono predestinati alla vita, e che tutti gli altri che sono chiamati sono certamente chiamati, ma non ricevono la grazia, perché sono predestinati al male dalla potenza divina, sia anatema.

1568. (8) Se qualcuno dice che i comandamenti di Dio siano impossibili da osservare anche da un uomo giustificato e stabilito nella grazia, sia anatema (cf. 1536).

1569. 19. Se qualcuno dice che nel Vangelo non si comandi nulla all’infuori della fede, che le altre cose sono indifferenti, né comandate né proibite, ma libere, o che i dieci comandamenti non riguardino i Cristiani, sia anatema (cf. 1536s.).

1570. 20. Se qualcuno dice che un uomo giustificato, per quanto perfetto, non sia tenuto a osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa, ma solo a credere, come se il Vangelo fosse una pura e semplice promessa di vita eterna senza la condizione di osservare i comandamenti: sia anatema (cf. 1536s.).

1571. 21. Se qualcuno dice che Cristo Gesù sia stato dato da Dio agli uomini come Redentore in cui confidare, e non anche come legislatore a cui obbedire, sia anatema.

1572. 22. Se qualcuno dice che i giustificati possano perseverare nella giustizia senza un aiuto speciale da parte di Dio, o che non possano farlo con tale aiuto, sia anatema (cf. 1541.).

1573. 23. Se qualcuno dice che un uomo una volta giustificato non possa più peccare o perdere la grazia, e che quindi chi cade e pecca non sia mai stato veramente giustificato; o, al contrario, che possa in tutta la sua vita evitare tutti i peccati, anche quelli veniali, a meno che non sia per uno speciale privilegio di Dio, come la Chiesa ritiene a proposito della beata Vergine: sia anatema! (cf. 1537; 1549).

1574. 24. Se qualcuno dice che la giustizia ricevuta non sia conservata e neppure accresciuta davanti a Dio dalle opere buone, ma che queste opere siano solo il frutto e il segno della giustificazione ottenuta e non anche la causa del suo aumento, sia anatema (cf. 1535); per questo meriti la pena eterna; che non è dannato per questo solo motivo, perché Dio non imputa le sue opere per la dannazione: sia anatema (cf. 1539; 1481s).

1575. 25. Se qualcuno dice che in ogni buona opera il giusto pecchi almeno venialmente o (cosa ancor più intollerabile) mortalmente e che per questo meriti le pene eterne; che egli non sia dannato a causa di questo soltanto, perchè Dio non imputa le sue opere per la dannazione: sia anatema (cf. 1539, 1481 sg.).

1576. 26. Se qualcuno dice che, per le opere buone compiute in Dio (Gv III,21), i giusti non debbano aspettarsi e sperare la ricompensa eterna da Dio, a causa della sua misericordia e dei meriti di Gesù Cristo, se perseverano fino alla fine nel fare il bene e nell’osservare i comandamenti divini (Mt X,22 Mt XXIV,13): sia anatema. (cf. 1538).

1577. 27. Se qualcuno dice che non c’è peccato mortale se non quello di infedeltà, o che la grazia una volta ricevuta non possa essere persa da nessun altro peccato, per quanto grave ed enorme, se non quello di infedeltà: sia anatema (cf. 1544).

1578. 28. Se qualcuno dice che una volta perduta la grazia a causa del peccato, allo stesso tempo si perda la fede per sempre, o che la fede che rimane non sia una vera fede, perché non è viva (Gc II,26), o che chi ha fede senza carità non sia Cristiano, sia anatema (cf. 1544).

1579. 29. Se qualcuno dice che chi è caduto dopo il Battesimo non possa risorgere con la grazia di Dio, o che possa certamente recuperare la giustizia perduta, ma per sola fede, senza il Sacramento della Penitenza, come finora è stato professato, custodito e insegnato dalla santa Chiesa romana universale, istruita da nostro Signore e dagli Apostoli: sia anatema (cf. 1542).

1580. 30. Se qualcuno dice che, avendo ricevuto la grazia della giustificazione, ad ogni peccatore penitente venga perdonata la colpa e cancellata la condanna alla pena eterna, cosicché non resti da espiare alcuna condanna alla pena temporale, né in questo mondo né in quello a venire nel Purgatorio, prima che si possa aprire l’ingresso al regno dei cieli, sia anatema (cf. 1543).

1581. 31. Se qualcuno dice che il giustificato pecchi nel fare il bene in vista di una ricompensa eterna, sia anatema (cf. 1539).

1582. 32. Se qualcuno dice che le opere buone dell’uomo giustificato sono doni di Dio, in modo che non siano anche meriti buoni del giustificato; o che, con le opere buone che egli compie per mezzo della grazia di Dio e i meriti di Cristo (di cui è membro vivente), il giustificato non meriti veramente un aumento di grazia, la vita eterna e (se muore in grazia) l’ingresso nella vita eterna, nonché un aumento di gloria: sia anatema)! (cf. 1548, 1545-1550).

1583. 33. Se qualcuno dice che, con questa dottrina cattolica sulla giustificazione esposta dal santo Concilio nel presente decreto, faccia torto in parte alla gloria di Dio o ai meriti di Gesù Cristo nostro Signore, e non piuttosto che in tal modo vengano messe in luce la verità della nostra fede e la gloria di Dio e di Cristo Gesù: sia anatema!

TUTTO IL DENZINGER SENTENZA PER SENTENZA DAGLI APOSTOLI A S.S. PIO XII: (24) IL CONCILIO DI TRENTO. “SESSIONE VII”

IL SACRO CUORE DI GESÙ (66)

IL SACRO CUORE (66)

P. SECONDO FRANCO

SACRO CUORE DI GESÙ

TORINO – Tipgrafia di Giulio Speirani e fligli – 1875

V° per delegazione di Mons. Arciv. Torino, 1 maggio 1875, Can. Ferdinando Zanotti.

Qual sia il fine della devozione al Cuor NS. di Gesù.

Se la divozione al Cuor SS. di Gesù non avesse alcun fine speciale, ma fosse solo un rendere onore, gloria, adorazione al Cuore SS., sarebbe questo un fine oltre ogni dire eccellente e basterebbe per ogni cosa: ma Gesù nell’atto di manifestare questo culto, manifestò anche un suo speciale intendimento. Ed è che i fedeli onorino il suo Cuore in ispirito di riparazione per le offese che Egli riceve soprattutto nel Sacramento di amore. Per entrare in questo spirito considerate come Gesù 1° sia offeso dove meno dovrebbe essere; 2° con qual malizia; 3° e da quali persone. Donde ne conchiuderete quanto sia doverosa una sì santa riparazione.

I. Gesù non dovrebbe essere offeso nel Sacramento di amore. Non vi è mai stato né mai vi sarà tempo od occasione in cui si debba o si possa offendere Gesù: giacché la sola necessità che vi sia in Cielo ed in terra e negli abissi è quello di non offenderlo, anzi di amarlo. Tuttavia se potesse per impossibile trovarsi un tempo in cui fosse meno scellerato l’offenderlo, sarebbe quando Egli non pensasse a noi, oppure anche ci percuotesse. Ma offenderlo mentre ci ama, mentre ci dà la prova più affettuosa di un amore che tiene rapito in estasi di meraviglia tutto il Cielo, deh! Chi può pensare una scelleraggine così inaudita? Eppure è il nostro caso. Gesù nella Eucaristia prodiga le finezze dell’amor suo in modo tanto indicibilmente affettuoso che per crederlo ci vuole la certezza immutabile della fede. Qui Gesù dimentica di essere Dio, per trattare interamente alla dimestica coll’uomo. Qui è padre, qui è sposo, qui è amico, qui è amante, qui fa da medico, qui da pastore: qui si fa luce, qui medicina, qui vita, qui verità. Volete adorarlo? adoratelo. Volete accarezzarlo? accarezzatelo. Volete parlargli? parlategli. Volete abbracciarlo? abbracciatelo, stringetelo. Volete mangiarlo? ‘Non vi sarebbe mai caduto neppur in pensiero che fosse possibile: ma Egli vi assicura che potete mangiarlo, anzi lo vuole, anzi il comanda. Se considerate un momento la sua dignità naturale, la sua grandezza infinita vi parrà un amore sì nuovo, sì immenso, sì compiacente, sì umile che vi riempirà di stupore. Eppure questa è la verissima verità. Che cosa converrebbe adunque che si facesse dai Cristiani che conoscono un tanto vero se non se star di continuo intorno agli altari, fargli compagnia, visitarlo, adorarlo, riceverlo, anticipare qui sulla terra con Lui sacramentato, come diceva S. Teresa, quello che i Santi fanno con Gesù svelato nel Cielo? Egli è dunque chiaro che se in niun tempo ed in niun luogo ha da essere offeso Gesù, molto meno il dovrebbe essere in questo mistero.

II. Eppure qui è offeso con malizia smisurata.

Notò S. Tommaso opportunamente che quasi tutto il culto della S. Chiesa è rivolto al Mistero dell’Eucaristia: ed è chiaro, perocché il culto Cristiano essendo il culto di Gesù Cristo, e Gesù essendo in questo mistero presente, a Lui dovevano rivolgersi i suoi fedeli. Ora che è accaduto? In cambio di questo culto di amore, la moderna empietà ha trovato il modo di offendere Gesù Cristo sacramentato in se stesso ed in tutto quello che gli appartiene. Alcuni eretici hanno osato negare la presenza reale di Cristo nel Sacramento. Ma gli empi moderni negano perfino la possibilità di questo mistero, negando che Cristo sia Dio. E poi congiungendo con solenne contraddizione l’infedeltà al sacrilegio, alcuni di loro sono giunti ne’ tenebrosi loro convegni a profanare la Sacra Ostia in maniere indegnissime. Da questa empietà procede poi quell’odio che portano a tutto quello che al divin Sacramento si riferisce. Non vanno più essi al tremendo e tanto salutare Sacrificio della Messa, oppure vi vanno per riempire la Chiesa di scandali colle irriverenze, colle risate, colle beffe ai Ss. Misteri si sono staccati al tutto dalla Mensa Eucaristica che per loro non ha sapore di alcuna sorta, e si sforzano d’impedire anche gli altri di parteciparne. Le processioni nelle quali Gesù sacramentato andava a ricevere le laudi de’ suoi figliuoli ed a spargere la sua benedizione sopra le intere città muovono loro stomaco e fanno quanto possono per attraversarle, per impedirle. I Sacramenti sono tutti ordinati, dice S. Tommaso, al massimo di essi che è l’Eucaristia o come disposizioni o come frutti di esso: ed a questi, ma soprattutto alla Comunione portano un odio diabolico. Il Sacerdozio quasi a primario suo oggetto è istituito in ordine alla Consacrazione e contro il Sacerdozio avventano i loro strali infiammati. Gesù in una parola, ha raccolto come in compendio tutte le prove del suo timore nella divina Eucaristia, e l’empietà contro la divina Eucaristia ha raccolto tutto il suo fiele. Or chi consideri tutto ciò come non arriverà a comprendere la necessità che vi ha di riparazione? Chi non vedrà che non basta che noi amiamo Gesù per questo debito personale che abbiamo con Lui, aia che dobbiamo eziandio dare qualche compenso ad un amore si oltraggiato?

III. Gesù è offeso gravemente da chi meno dovrebbe offenderlo. Si lamentava Gesù pel Profeta del tradimento di Giuda con queste parole. Se fosse stato un mio nemico a maledirmi, l’avrei comportato: ma tu mio guidatore, tu mio famigliare, tu che sedevi meco alla mensa, oravi meco nel tempio… oh non posso comportarlo. Si ininiicus meus maledixisset mihi, sustinuissem utique. Tu vero homo unanimes, dux meus et notus meus, qui dulces  mecum capiebas cibos, in Domo Dei ambulavimus cum consensu. (Ps. LIV, 13, 15). Lo stesso può ripetere ora Gesù nel divin Sacramento e lo stesso di fatto ripeté nell’atto d’istituire la devozione al suo Cuore sacrosanto. Si lagnò dell’indifferenza, della freddezza, della ingratitudine che trova nelle anime dei fedeli. In fatti qual indifferenza maggiore di quella di tanti Cattolici, che non si possono spingere per veruna guisa alla S. Mensa? Una volta per Pasqua e poi sono contenti di avere un anno dinanzi a sé libero da quella noia e da quel peso. Quale freddezza maggiore di quella che si vede in tante anime che non si curano di una Messa fuori di quella imposta, quando potrebbero così bene intenderla ogni giorno! Quanti non si curano né punto né poco che Egli se ne stia chiuso ne’ santi tabernacoli e mai non lo visitano, quanti non si degnano mai di ricevere la sua benedizione e quando intervengono dinanzi a Gesù come vi stanno? Ritti in piè, tesi della persona, affettando autorità, trattandolo come non farebbero un loro pari. Oh che freddezza! Oh che ingratitudine! Eppure ci si lamenta di peggio, dice che anche anime a Lui consacrate non gli portano amore. Questi sono Sacerdoti senza spirito che nei tremendi misteri lo strapazzano, sia pel cuore indisposto che vi apportano, sia per la maniera con cui celebrano il gran Sacrificio. Questi sono Religiosi senz’anima che, dopo d’aver consacrato a Gesù la loro vita, si dimenticano di Gesù e tornano ad amare quel mondo che avevano abbandonato, e si portano al S. altare da quei mondani che sono. Queste sono Religiose che, avendo scelto Gesù per isposo ora ne sono annoiate, e dissipate nello spirito aspirano ai carnami putridi dell’Egitto, perché hanno perduto il sapor della manna celestiale. Povero Gesù tradito dai nemici, abbandonato dagli amici, ansante di carità senza trovare ormai più cuori che vogliano saper di Lui! Ah chi non aspirerebbe a consolare un poco Gesù volgendosi al suo Cuore per ripararlo con amore più fervido, con Comunioni più numerose con apparecchi più solleciti, con ringraziamenti più affettuosi? Sia questo l’effetto, o lettore, della vostra devozione al Cuor SS. di Gesù ché ne avrete in questo e l’atto ed il premio!

Cuore di Gesù, delizia del Padre.

Che il Padre celeste abbia amato tutti gli uomini smisuratamente noi lo abbiamo dall’Evangelio, il quale ci testifica che il Padre amò il mondo sino a dargli il suo divino Unigenito. In questo dono ben si può raccogliere qual fosse l’affetto verso di noi del donatore. Ma che cosa poteva amare in noi figliuoli d’ira, schiavi della colpa, mancipati a satanasso? È chiaro che Egli ci amò nel suo divino Unigenito e guardandoci in Lui, in Lui ci volle ed elesse. Quanto dunque non dovette amare questo suo Unigenito divino, quali compiacenze non dovette trovare nel suo buon Cuore.

Raccoglietelo 1° da quello che esso è in sé; 2° da quello che esso fa; 3° da quello che in Lui facciamo.

.I. Il Padre si compiace nel Cuore SS. Di Gesù per quello che esso è.

Non è dubbio che il Padre celeste abbia sulla terra avuto molti e grandi servi che l’hanno onorato di tutto cuore. Fin dall’antica legge i santi Patriarchi, gli Abrami, gli Isacchi, i Giacobbi, ed altri molti lor somiglianti: poi i Profeti ed i giusti cominciando da Mosè sino a Malachia formano una catena mai non interrotta di servi fedeli del Signore. Molti più ne ha avuti la legge nuova incominciando dai santi Apostoli fino ai nostri giorni. Che però? Può il Padre divino di tanti suoi figliuoli (eccettuata la gran Vergine Maria per singolar privilegio) gloriarsi che tutti siano sempre stati totalmente secondo il suo cuore? Ah molti di loro furono un tempo anche peccatori gravi: ma quelli che non furono tali, quante imperfezioni, quante debolezze, quante infedeltà non commisero verso il Signore! Un solo cuore fu veramente tutto e sempre ed unicamente suo, pel quale fu immacolato anche il Cuore di Maria, ed è quello del divino Unigenito Gesù. Esso non ebbe un palpito, un atto di volere, un principio qualsiasi di volontà che non fosse totalmente conforme al volere dell’eterno Padre. Tantoché il Profeta annunziò di Lui che la divina legge la portava sempre in mezzo al cuore. Legem tuam in medio cordis mei. Ps. XXIX, 9. Ben poté dunque ilPadre annunziare a tutte le genti chequesti era il Figliuolo di tutta la suacompiacenza. Hic est Filius meus dilectus in quo mihi bene complacui. Matth. XXVII, 5.Ma è poco il dire che il Cuore di Gesùmai non ebbe ombra di volontà alienadal Padre: perché è vero il dire che ebbetutte le doti che il Padre seppe volere edesiderare in Lui. Non parliamo del donoincreato della divina Persona, per cuiessendo la sua Umanità cosa propria delVerbo, quel Cuore a tutto rigore deve dirsiil Cuore di Dio, parliamo anche solo delledoti create di cui è ricco. Tutti i doni delloSpirito Santo lo abbelliscono, tutte le virtùin grado ed eccellenza impossibile ad arrivarsida mente umana, lo adornano, imeriti di tutte le varietà di opere e dipatimenti lo arricchiscono, quindi il Padreceleste riceve da quel Cuore tutta quellapienezza di adorazione, di ringraziamento,di preghiera, di amore, di annientamento,di fiducia, in una parola di affetti e diculto a cui ha diritto. E però chi può direquale sia la compiacenza che il Padre hain Lui e per Lui dal quale è con tanta sovrabbondanza riveritoed amato. Oh Gesù mi rallegro con voi che siate collocato in sì alto seggio, e vi prego ad offrire anche per me al Padre vostro e mio tutta la disposizione del vostro Cuore sacrosanto.

Il. Il Padre si compiace nel Cuore SS. di Gesù per quello che esso fa.

Il Padre, come abbiam detto, amò infinitamente gli uomini da tutta l’eternità e li avrebbe voluto collocare nel regno della via gloria. Ma che? Le ragioni della divina Giustizia si opponevano. Che cosa fece Gesù il quale amava il Padre e noi d’immenso amore? Tolse sopra di sé di fornire la grande opera della Redenzione. E cosi al Padre somministrò il modo di soddisfare alla divina Giustizia e di contentare la sua brama della nostra salvezza. In questo però quanto ebbe da fare il suo Cuore pietoso! Dovette abbandonarsi a tutti i patimenti che alla nostra salute erano richiesti, e però in tutto il corso della sua vita mortale ebbe a soffrire umiliazioni, nascondimento e poi calunnie, ingiurie, percosse, agonia e morte. Che lunghi strazi e quanto dolorosi! Né bastando a questo Cuore una redenzione qualunque, ma volendo che fosse sovrabbondante, copiosa apud eum redemptio. Ps. CXXIX, 7, accrebbe secondo il suo amore le pene che per noi prese. Lasciò che il suo Cuore fosse ad un tempo straziato dai dolori, sopraffatto dalla tristezza, angustiato dalle noie, naufrago in un mare di non più intese carneficine. Or il Padre che conosceva tutto ciò che faceva per noi Gesù acciocché ridondasse alla sua gran gloria, come non dovette formare di quel Cuor divino l’oggetto delle sue più amorose compiacenze? E come non sarà per noi altrettanto, quando siamo quelli che ne godiamo tutti i vantaggi? Oh chi internandosi in quel Cuore amoroso vedesse quello che Egli ha fatto e patito per noi, dovrebbe pure una volta sentirgliene qualche riconoscimento e rendergliene qualche amore!

III. Per quello che facciamo in Lui. Ma la compiacenza del Padre doveva avere se non una intensità maggiore, una più larga estensione. Il Padre celeste stende le sue compiacenze dal suo Gesù anche a tutti quelli che appartengono a Gesù e ciò per amore di lui. Ora sapendo ciò Gesù Cristo prese ad amarci ardentemente con che trasse il suo Padre ad amare anche noi per quanto ne fossimo indegni. Fece di più. Dal tesoro del suo Cuore versò in noi tutte quelle qualità che potessero renderci amabili. Niuno vi ha tra i Cristiani che ignori che Gesù è la cagione meritoria non solo di tutte le grazie che noi riceviamo. Ma eziandio la fonte, la sorgente, o per parlar coll’Apostolo, la pienezza dalla quale tutti attingiamo. De plenitudine eius nos omnes accepimus. Joan. 1, 16. Quanti non sono i carismi, i doni, le maniere di santificazioni che rendono le anime accette a Dio! Or tutte queste grazie provengono dal suo Cuore. Per la carità e lo zelo onde rifulgono, i santi Apostoli sono le prime stelle del firmamento. Or tutta quella carità e zelo è una comunicazione che loro fa il Cuore divino. I santi Martiri sono insigni per la costanza e fortezza onde sostennero la S. Fede e formano le ammirande legioni che ora glorificano la divina Maestà. Ma tutta quella fortezza è una partecipazione di quella fortezza smisurata onde Gesù Cristo li ha agguerriti. Dite lo stesso delle opere dei santi Confessori, delle sante Vergini, di tutti i Giusti. Tanta virtù esercitata con sì eroica perfezione, tante opere di gloria divina condotta con intenzione sì pura, tante infermità, travagli, persecuzioni, tollerate con sì intera rassegnazione e costanza sono un inno di lande perenne alla Maestà divina: ma sono tutte virtù che dal Cuore divino sono provenute, sono state partecipate, poniamo pure che abbiano trovato fedeltà nella cooperazione. E però quanta estensione di gloria per tutta la SS. Ed Augustissima Trinità la quale tutta provenne dal Cuore di Gesù Cristo! Si può dire che Gesù non contento di quanto aveva fatto Egli in Persona a lande del Padre, si venne come moltiplicando in tanti servi suoi fedeli e tutti accese e tutti infiammò di amore per Lui, acciocché in tutti i secoli, la tutti i luoghi, da tutte le genti si esaltasse e magnificasse la Maestà divina. Ora essendo questa glorificazione divina tutto quello che può volere dagli uomini il Padre nostro che sta nei cieli, con quanto suo diletto debba mirare quel Cuore che dopo d’avere agli nomini meritato tanto bene, si è così tanto suo amore adoperato, perché gli uomini di fatto lo amassero e servissero sì perfettamente? Ah non credo di aver torto dicendo che il Cuore divino è la delizia del Padre celeste. Così ci concediate, o Gesù, che conformandoci col vostro Padre divino formiamo anche noi del vostro Cuore ogni nostra delizia.