2 FEBBRAIO – FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE

(B. Bossuet: LA MADONNA DISCORSI – V. Gatti ed. , Brescia, 1934

N. H: P. Guerrini cens. Eccl. Brescia 19 Maggio 1934

Imprimatur Brixiæ, die 19 Marialis 1934

ÆM. Bongiorni, Vic. Gen.)

Postquam impleti sunt dies purgationis eius secundum legem Moysi, tulerunt illum in Jerusalem ut sisterent eum Domino: sicut scriptum est in lege Domini.

(Luca, II, 22-23).

Teodosio imperatore diceva, che nulla vi è di più maestosamente regale di un principe che si riconosce obbligato alla legge. Il genere umano non potrà mai ammirare spettacolo più grande di quanto contempla la giustizia in trono: né potrà immaginare nulla di più maestoso ed augusto che l’accordo tra potenza e ragione, che felicemente fa concorrere all’osservanza della legge, il comando e l’esempio. Spettacolo meraviglioso un principe ossequiente alla legge come fosse l’ultimo dei sudditi: ma certo più ammirabile il contemplare un Dio sottomettersi alle leggi ch’Egli stesso dettò alle sue creature! Ci sarebbe possibile comprendere di più l’obbligo che ci lega alla legge, che considerando il mistero d’oggi, in cui un Dio si sottomette alla legge per dare all’umanità un luminoso esempio di obbedienza? Oh Dio quanto sei ammirabile nei tuoi disegni! Cristo Gesù viene a perfezionare la legge mosaica, che sostituirà con una economia di perfezione divina, ma fino a che la legislazione ebraica rimarrà in vigore Egli rispetterà il nome e la persona rivestita dell’autorità legale: la osserverà Egli stesso la legge e vorrà la osservi fedele la sua Madre divina. Ed allora, ditemi, non dovremo noi osservare, con religiosa esattezza, i precetti che il Cristo, apportatore di lieta novella, scrisse più col Sangue suo che colla parola e l’insegnamento? – Nella festa d’oggi non saprei quale omaggio migliore possa render un sacerdote alla sua missione, che mostrare a tutto il suo popolo come tutti ed ognuno abbiamo dovere di dipendenza da Dio e dalla sua legge universale e suprema! Sento di doverlo fare e certo riuscirò a rendervene convinti se la Vergine che oggi a noi mostrasi esempio di obbedienza alle prescrizioni legali, mi verrà in aiuto: invochiamola insieme con una Ave Maria! – Fra le diverse leggi che governano la natura, se vogliamo porre un rapporto troviamo subito che vi è una legge che guida ed una che costringe: una che ci tenta e seduce. Nelle Sacre Scritture, nei comandi del Signore, si vede la legge di giustizia che ci dirige: negli affari che ci premono, nelle vicende che attraversiamo necessariamente ogni giorno, nelle tristi condizioni della nostra povera umanità quotidianamente esperimentiamo la cruda necessità di una legge, vorrei dire fatale, che ci violenta. Anzi in noi stessi, nelle nostre membra e nel nostro spirito, è un imperioso allettamento che ci seduce, più ancora ci trascina o spinge al male: la confessava l’Apostolo questa legge, che egli chiama legge del peccato, che è continua tentazione alla nostra fragile natura d’uomini. Leggi diverse che ci impongono tre diversi modi d’azione: se vogliamo corrispondere fedelmente alla grazia della vocazione alla fede del Cristo, dobbiamo lasciarci guidare docili dai precetti che ci guidano, elevarci al di sopra delle tristi necessità che ci premono, resistere fortemente agli assalti del senso che ci inganna. – Gesù, la Vergine santa, il vecchio Simeone, Anna la profetessa vedova, ci insegnano tutto ciò nella festa di questo giorno: il vangelo della Messa ci riporta le loro parole ed i loro atti per inspirare il nostro modo d’agire verso le leggi che abbiamo constatate. Il Verbo incarnato e la sua santa Madre si sottomettono ai precetti che Dio aveva dato al suo popolo. Simeone, vecchio d’animo forte, che ormai nulla più tien legato alla vita, accettando tranquillo la legge della morte, si strappa alle necessità della vita, imparandoci a considerarle come legge inevitabile a cui dobbiamo adattarci con coraggio. Ed Anna, penitente e mortificata, ci mostra nei suoi sensi domati la vittoria sulla legge del peccato. Esempi memorabili d’una potente efficacia, che mi offrono l’occasione di mostrarvi oggi come dobbiamo noi tutti sottometterci alla legge della verità che ci guida: come dobbiamo sfruttare la legge della necessità che ci incatena, resistere infine alla voce del male che ci tenta ed alla legge del peccato che ci tiranneggia.

1° punto.

La libertà è nome caro, dolce ma insieme nome il più lusinghiero ed ingannatore tra tutti quelli che si usano tra gli uomini. Le rivolte, i tumulti, le sedizioni, il disprezzo e la violazione delle leggi nacquero sempre e crebbero nel nome dell’amore o del diritto alla libertà. Hanno gran quantità di beni gli uomini.. ma di nessuno abusano tanto quanto di questo gran dono: la libertà: e proprio tra tutte le cose che conoscono, la libertà è quella che conoscono meno e svisano di più. Vi faccio subito vedere un’aberrazione, che pare un paradosso: noi non perdiamo mai tanto la nostra libertà, come quando la vogliamo esageratamente estendere: e noi non sappiamo meglio conservarla che imponendole termini fissi entro cui si agiti: come conseguenza vi dirò che la vera libertà sta nella sottomissione alle leggi giuste. Se parlo del dono, e lo dico grande, della libertà, voi capite subito, o Cristiani, che accanto alla vera libertà, ve n’è una falsa: lo possiamo ben capire dalle stesse parole del Salvatore che ci avvisa: « si vos Filius liberaverit, tunc vere liberi eritis ». Sarete veramente liberi se avrete la libertà data dal Figliol dell’Uomo. (Giov., VIII). Nel dire: veramente liberi, parla di vera libertà; dice quindi, che ve n’è una falsa… una maschera di libertà! Egli vuole pertanto che le nostre aspirazioni non siano volte ad ogni forma di emancipazione ed indipendenza, ma alla vera libertà: libertà degna di questo nome sacro: quella cioè che a noi fu data dalla sua grazia e dalla sua dottrina: « tunc vere liberi eritis ». Non ci inganni dunque né il nome né l’aspetto della libertà: bisogna imparar subito a sceverare il vero dal falso. Perché lo possiamo nettamente, o Cristiani, vi descrivo tre sorta di libertà, che possiamo ben trovare nelle creature: la prima è la libertà degli animali; la seconda quella dei ribelli; la terza è la libertà dei sudditi e dei figlioli. – Sembra che gli animali siano completamente liberi perché nessuno detta loro alcuna legge: i ribelli credono di esserlo perché scuotono ogni giogo: i figlioli ed i sottomessi, i figli di Dio sono i veramente liberi, perché umilmente si sottomettono all’autorità della sua legge. Questa è la vera e la sola libertà: non ci sarà difficile il provarlo, quando proveremo che le altre due non sono affatto libertà.

La libertà dei bruti — veramente, fratelli, io mi sento arrossire in viso, chiamandola così — sento che avvilisco questo nome sacro! È vero: gli animali non hanno legge alcuna che reprima e limiti i loro appetiti, o li diriga: ma il perché è questo: Essi essendo privi di intelligenza non sono nemmeno capaci della direzione della legge. Sono guidati da un istinto cieco, e vanno dove questo li spinge, senza direzione né  criterio… Vorreste voi dirlo libertà un istinto cieco e brutalmente irruente che non è neppur suscettibile di norma e di guida, di freno? Oh figli d’Adamo che un Dio fece a sua immagine e somiglianza… non permetta questo Dio, che vi attragga questa libertà e vi adattiate ad amarla una libertà così vergognosa ed umiliante! Eppure… cosa sentiamo noi ogni giorno dalla bocca della gente del mondo? non sono quelli che trovano inutili le leggi, che tutte le vorrebbero abolite, tranne quelle dettate dal loro io a se stessi e dai loro desideri senza freno? Sarebbe molto piccolo il passaggio per costoro ad invidiare la libertà del bruto e dell’animale selvaggio, ormai essi non accettano altra legge che quella dei loro desideri!… Oh povera natura umana quanto vieni prostituita! Sentiamo però, o Cristiani, la parola del dotto Tertulliano: egli: che ben aveva compresa la dignità umana, scriveva nel secondo libro contro Marcione, un vero capolavoro di dottrina e di alto parlare, questa sentenza : « Era necessario che Dio desse all’uomo delle leggi, non per togliergli la libertà data, ma per dargli prova di stima. « Legem… bonitas erogavit, quo Deo adhæreret, ne non tam liber quam abiectus viveretur ». Davvero sarebbe stata atroce offesa alla nostra natura la libertà di vivere senza legge: Dio avrebbe mostrato tutto il suo disprezzo per l’uomo se non si fosse degnato di regolarlo dettandogli norme di vivere. L’avrebbe posto al livello dei bruti, ai quali non dà leggi e li lascia vivere senza freni, non per altro che per il disprezzo che ne ha, dice lo stesso Tertulliano. Ed allora quando gli uomini si lamentan della legge loro data, e braman una vita senza freno né guida, spinta solo dai loro ciechi desideri, bisogna proprio dire col Salmista che hanno perduto l’idea ed il concetto d’onore e della dignità della natura umana, se bramano essere uguagliati ai bruti! « Homo curri in honore esset, non intellexit, comparatus est jumentis insipientibus et similis factus est illis » (Ps., XLVIII).Cieca insipienza, descritta da un amico del pazienteGiobbe : — Vir vanus in superbiam erigitur, et tamquam pullum onagri se liberum putat natum.— L’umano sciocco è irragionevole, portatoda stolta superbia, crede, come il puledro dell’asinoselvatico, d’esser nato in libertà!Osserviamo, fratelli, i sentimenti dei peccatori, (furono tante volte anche i nostri), quando ciechisi tengono a guida il loro capriccio, la loro passione, la collera, il piacere, la sbrigliata fantasia: emordono il freno e ricalcitrano contro ogni leggee non vogliono sopportar dettami che li guidinoo regolino! Si stimano d’esser nati in piena libertà,non come gli uomini però, ma come gli animali…i più indomiti… i figli dell’asino selvatico, chenon vogliono né redini né sella né una mano cheli guidi!Oh uomini, no, no, non dobbiamo considerarcicosi vergognosamente bassi!È vero: siamo nati liberi: ma la libertà nondeve essere abbandonata a se stessa, sotto pena divederla degenerare nel libertinaggio che è il carneficedella vera libertà.Abbiamo bisogno di legge, perché noi abbiamola ragione e siamo suscettibili di indirizzo, diguida di norme che ci regolino: ed il Salmista Iodomanda al Signore quando prega per il popoloeletto: « Manda, o Signore, un legislatore al tuopopolo, perché le genti conoscan ch’essi sono uomini» (Ps., XX) …date loro prima Mosè che guideràla loro fanciullezza…; darete poi il santo Legislatore, Gesù Cristo che, fatto adulto il popolo, lo ammaestrerà nella vostra legge, lo condurrà per la via della perfezione!… Mostrerete così che voi sapete che il vostro popolo è fatto d’uomini… creature vostre da Voi fatte a vostra immagine e somiglianza e le cui opere e costumi volete modellati su di una legge che è vostra parola, eterna verità. Ma se è necessario assolutamente che Dio, Creatore dell’uomo, gli dia una legge, è necessario insieme però che la volontà umana vi si sottometta pienamente.Ecco allora la Vergine che nel mistero di questo giorno ci dà luminoso esempio di obbedienza perfetta. Pura come il raggio del sole, Ella si sottomette umile alla legge della purificazione. Anzi Ella porta al tempio lo stesso Salvatore, perché la legge lo comanda, ed Egli non disdegna, Egli autoredella legge, innocente sottoporsi alle prescrizioni dettate per i sudditi nati nella colpa. Ci insegnino questi esempi che la dobbiamo veramente amare la nostra libertà… ma amarla sottomettendola a Dio, persuasi che le sue leggi non la inceppano ma la fanno più perfetta, più sicura. Quando da l’una e dall’altra parte d’un fiume si costruiscono gli argini né si vuol fermare il fiume, né ostacolarlo nel suo corso, anzi, impedendogli di spargersi nelle campagne e sparire, lo si fa scorrere nel suo letto e correre tranquillo al mare!Alla stessa guisa quando le leggi a destra ed a sinistra stringono la nostra libertà, non la distruggono ma la incanalano, e mentre le impediscono di deragliare, le fanno seguir la via giusta che deve battere per riuscire dono benefico alla nostra natura: non la si fa schiava, la si guida…: non la sicostringe, la si dirige.La distruggono coloro soltanto che stornandola dal suo corso naturale, il fine cioè per cui Dio ce la donò, l’allontanano dal bene sommo a cui tende.Ecco allora, o fratelli, che la vera libertà ci viene data e conservata da Dio e dalla nostra dipendenza da Lui. Il rifiutare obbedienza, o miei cari, alla legge ed autorità di Dio, non è libertà ma ribellione, non è emancipazione ma insolenza! Apriamo gli occhi, apriamoli con coraggio, o fratelli, e vediamo quale sia la vera libertà nostra: siamo fatti liberi non per scuotere il giogo, ma per portarlo con onore, portandolo volontariamente. Abbiamo la libertà ma essa non deve essere la licenza di fare il male, ma di fare il bene pur potendo abusarne e fare il male, perché facendo noi liberamente il bene, questo ridondi a nostro onore e gloria: liberi non per rifiutare a Dio il nostro servizio, ma per servirlo volontariamente e farcelo, per così esprimerci, riconoscente, debitore come il padrone verso il servo fedele! Senza confronto noi siamo più sottoposti a Dio di quanto un fanciullo può essere sottoposto all’autorità di suo padre. Che se, osserva Tertulliano, Dio donandoci la libertà in un certo modo ci emancipò, non volle certo renderci indipendenti: lo fece perché, volontaria la nostra dipendenza, per libera nostra elezione gli rendessimo quanto per dovere gli dobbiamo e così i nostri servigi fossero meritevoli di ricompensa. Ecco perché siamo liberi, o fratelli. Ma, oh Dio. quale abuso tra gli uomini di questo dono del cielo! Come ha ragione il grande Papa Innocenzo IV, quando lamenta « che l’uomo è stranamente ingannato dalla sua stessa libertà — sua in æternum libertate deceptus! » Altro non vuol dire il Santo Pontefice che l’uomo non volle, non seppe distinguere tra libertà ed indipendenza, e non ricordò che esser libero non voleva dire essere senza padrone: mentre l’uomo è libero come il suddito sotto il legittimo principe, il figlio sotto l’autorità paterna.Egli invece volle esser libero fino a disconoscere la sua condizione e perdere completamente il rispetto: la sua fu la libertà del ribelle mentre doveva essere quella d’un buon figliolo e d’un suddito fedele.

La potenza di Colui contro del quale si alza sfacciato non permette che il ribelle gusti a lungo la sua licenza… È S. Agostino che parla. Sentite:« Altre volte, io volli essere libero a questo modo…e accontenta i i miei desideri, seguii le mie folli passioni! Ma ahi triste libertà… facendo quello che volevo ruinavo là dove non avrei voluto » (Conf.,VIII, V).Eccovi fedelmente ritratto il domani di tutti ipeccatori! Consideriamo questo uomo troppo libero, di cuivi ho parlato fino ad ora, che nulla mai nega né al capriccio né alla passione: sprezza e spezza ogni vincolo di legge: ama ed odia, si vendica a seconda che ve lo spinge il suo umore tetro o lieto lasciando correre il suo cuore dove il piacere l’attira: credere spirare un’aria di piena libertà perché correa destra ed a sinistra coi suoi desideri incerti e vaghi… e chiama libertà quello che è traviamento, proprio come i fanciulli che fuggiti da casa credono esser liberi e non sanno dove fuggano e vadano. Si stima libero il peccatore, stima questo far quel che vuole, libertà; ma quanto lo tradisce questa maschera di libertà: nel fare a suo modo, fatto cieco, precipita là dove non avrebbe voluto scendere affatto. Perché, o signori miei, in un governo perfetto la legge non può essere senza la forza della sanzione: le sue leggi sono forze armate, e chi le disprezza ne prova subito i colpi. Il folle che contro Dio, nel disprezzo della sua legge, vuole usare la sua libertà, per fare quel che gli garba, s’accumula sul capo le condanne che più dovrebbe temere: la terribile e giusta vendetta dell’Onnipotente disprezzato…la morte eterna. Basta… cessa o temerario ribelle dalla tua insolente libertà che non può salvarti dall’ira del sovrano che offendi, comprendi che con questa libertà tu fai a te stesso pesanti catene, e poni sul tuo collo un giogo di ferro che non potrai più scuotere: ti condannerai tu stesso ad una umiliante schiavitù mentre credi estender folle la tua indipendenza fino fuori del diritto di Dio.Che ci resta a fare allora, o fratelli? se non vivere sempre ed ogni giorno nella dipendenza del nostro Dio, certi che disprezzando i suoi comandamenti non potremmo mai sfuggire ai suoi castighi? L’Apostolo ci avverte di temere il Principe, perché non per nulla porta la spada: dovremo più ancora temere Iddio che non per nulla è giusto e onnipotente ed inutilmente non fa risuonare le sue minacce. Sto parlando, ed è onore, davanti a Sovrani: impariamo come render il nostro omaggio a Dio, da quanto facciamo verso l’autorità terrena che nell’immagine. Non fa ognuno di noi, nella obbedienza alla legge, sua la volontà del Principe? Non è vero che ci teniamo onorati di potergli prestare i nostri servigi e vorremmo quasi prevenirne i desideri? Più ancora, il suddito fedele non ritiene onore grandissimo dar la sua vita per il suo re? Stimiamo bella ogni occasione per dimostrare questa nostra disposizione d’animo: e questi sentimenti sono giusti e legittimi. Al di sopra del Re, non c’è che Dio; dopo di Dio il principe è la suprema autorità nella società civile, e tiene nelle sue mani la forza per l’esercizio della sua autorità. Non viene da tutto questo, come legittima conseguenza, che sarebbe assurdo vergognoso il ritener il Principe di più di Dio, e si negasse a Dio l’onore e l’obbedienza data al Principe? Il rappresentante sarebbe più onorato del Sovrano assoluto. Impunemente non si offende il principe, poiché tiene la spada in mano e si fa temere… e non gli si resiste. Parlando del Re, Salomone dice che egli scopre ogni segreto complotto… « gli uccelli del cielo tutto gli riferiscono » tanto che si vorrebbe quasi dire che prevede e preannuncia fatti e cose, le indovina, tanto difficilmente gli si può nascondere qualcosa: « Divinatio in labiis regis ». Allunga ed allarga le sue braccia, continua Salomone, e va a scovare i suoi nemici nelle profonde caverne in cui avevan pensato sfuggire alla sua potenza: la sua apparizione li mette in scompiglio e la sua autorità li schiaccia. (Eccles. Prov.). E se tanta forza ammiriamo nella debolezza della persona umana, quanto non dovremo tremare davanti alla Maestà suprema di un Dio vivente ed eterno! La più grande potenza del mondo non può andar più in là, in fin dei conti, di togliere la vita al suddito… Non occorre poi un grande sforzo per far morire un uomo mortale… togliere qualche momento ad una vita che li ha contati, e da sé corre verso l’ultimo suo istante. Che se temiamo tanto chi può toglierci la vita del corpo, e tolta questa non può più nuocerci, quanto più, insiste il Salvatore, quanto più dovrete temere Colui che può, anima e corpo, precipitarvi nella geenna eterna!…Osservate però, fratelli… quale cecità impressionante!… non solo vogliamo resistere a Dio, maci troviamo gusto a resistere ed opporci alla sua volontà! Aberrazione e rivolta più laida contro Dio non la si può pensare: la legge ch’Egli pose perché fosse argine e ritegno ai nostri pazzi desideri, li stuzzica e li provoca li fa più forti. Più una cosa è vietata e più ci sentiamo tirati a farla: mentre il dovere, ci si presenta come una tortura: ciò che la ragione dice buono, non ci piace quasi mai, e par quasi che quello che facciamo contro la legge sia più saporito e divertente: i cibi proibiti nel giorno dell’astinenza ci appaiono più appetitosi e saporiti « è il peccato che, ingannandoci con una falsa dolcezza, ci fa riuscire tanto più gradita una cosa quanto più ci è proibita ». Pare quasi che il nostro io, si stizzisca contro la legge perché è contraria ai nostri desideri, e ci troviamo un certo gusto a vendicarci facendole dispetti, anzi il tentare di imporci un freno od un argine, è proprio un provocarci a romperlo con più audacia ed astio! Era questo strano contrasto della nostra anima che faceva dire all’Apostolo che il peccato si serviva proprio della proibizione per sedurlo: « Peccatimi, occasione accepta per mandatimi, seduxit me » (Romani, VIII).Quanto siamo mai ciechi, o Signore, e quanto si sta lontana dalle tue leggi sapienti, l’arroganza umana… se lo stesso tuo comandarci ci stimola a disobbedirti!Oh venite Voi, o Maria Vergine cara, venite col vostro Gesù, Gesù e Maria venite e col vostro esempio piegate gli indocili nostri cuori! Chi vorrà pensarsi dispensato dall’obbedienza quando un Dio si fa obbediente alla legge? Quale pretesto cercheremo per sottrarci alla legge, davanti alla Vergine che si presenta per essere purificata, e che sapendo si pura d’una purezza angelica non si crede dispensata da una legge che per lei era proprio inutile? Se la legge dettata da Mosè, ch’era servo come noi, esige obbedienza così esatta ed universale,quale obbedienza piena e perfetta non dovremo noi alla legge dettata e comandata dallo stesso Figlio di Dio?Davanti a queste riflessioni ed a questi esempi, l’infingardaggine nostra non può più aver né scuse né pretesti… giù la testa! Anzi non contenti di fare quanto Dio comanda, mostriamogli la disposizione della nostra volontà in far quanto è suo piacere, sempre. Ciò vi propongo nell’altra parte del mio discorso, in cui per non essere lungo, unirò il secondo ed il terzo punto della mia divisione adducendo per essi lo stesso ragionamento e le medesime prove.

II° e III°  punto.

Fratelli, tra le cose che Dio esige da noi, osserviamo questa differenza: alcune che dobbiamo fare dipendono dalla nostra scelta: altre invece non hanno nessun rapporto colla nostra volontà, è Dio che arbitrariamente agisce per la sua potenza assoluta. Spieghiamoci: Dio vuole, ad es. che noi siamo giusti, retti, moderati nei nostri desideri, sinceri nel nostro parlare, costanti nelle azioni nostre; ci vuole pronti a perdonare le offese e non vuole assolutamente ne facciamo agli altri. In queste ed altre simili cose che vuole da noi, e che non sono che la pratica della sua legge e dei suoi precetti, la nostra volontà è per nulla affatto forzata. Se disobbediamo, Egli ci punisce, è vero, e non possiamo sfuggire al castigo, ma però possiamo disobbedire: ci pone davanti la vita e la morte lasciandoci liberissimi nella scelta. – In questo modo domanda l’obbedienza dell’uomo ai suoi comandamenti; come se essa fosse effetto della sua scelta e della sua propria determinazione. -Vi sono invece, altri eventi, che decidono della nostra fortuna e della nostra vita, e che sono disposti e guidati dalla mano segreta della sua provvidenza. Essi sono fuori dell’ambito del nostro potere e spesso perfino della nostra previsione, cosicché nessuna mano, per quanto potente, può arrestarne o mutarne il corso, secondo la frase di Isaia (LV): « I miei non sono i vostri pensieri: come è distaccato il cielo dalla terra, tanto e di più sono lontani i miei pensieri dai vostri » ed altrove: « Sarà fatto ogni mio volere e raggiungerà il suo sviluppo ogni mio discorso ». « Consìlium meum stahìt et omnis voluntas mea fiet ». Davanti alla causa di questa differenza, io sento che non sarebbe giusto die Dio lasciasse tutto alla mercé della nostra volontà, lasciandoci arbitri di noi e di quanto ci riguarda; mentre è giustissimo che l’uomo senta che vi è una forza superiore alla quale deve sottostare e cedere. È questo il perché di un duplice ordine di cose: quelle che vuole che facciamo noi, scegliendocele; altre che facciamo accettandole dalla necessità che ce le impone. È così che sono disposte le vicende umane: nessuna di esse però, per quanto ben preparata da prudenza, protetta da forza, sarà così sicura da non poter essere turbata da accidenti imprevisti che ne interrompono o deviano l’andamento. La Suprema Potenza dell’universo non vuol permettere vi sia un uomo, per quanto grande e potente, che possa disporre a suo piacimento della sua sorte e delle sue fortune, molto meno della sua salute e della sua vita. Piacque al Signore disporre tutto così, perché  l’uomo esperimenti quotidianamente questa forza superiore di cui vi parlo: forza divina ed inevitabile che talvolta, non lo nascondo, si rallenta e quasi si adatta alla volontà nostra, ma sa anche, quando lo voglia, opporre tale resistenza che contro di essa tutto s’infrange, e, nostro malgrado, ci fa servire ai piani della divina Provvidenza, in ogni pensiero e atto nostro. Arbitro Supremo, Iddio ha diviso le cose nostre così che alcune restano in nostro potere ed altre in cui, senza punto guardare a noi, solo consulta il suo piacere: perché se da un lato possiamo usare della nostra libertà, sentiamo dall’altro che abbiamo un forte dovere di dipendenza. Non ci vuole padroni assoluti: anzi vuole sentiamo che la sua padronanza c’è e s’esercita, tanto e quanto e dove Egli vuole perché ci guardiamo bene dall’abusare di questo dono della libertà. Se dolcemente ci invita, comprendiamolo bene, non è che ove voglia non sappia e non possa costringerci colla forza, no, ma vuole che temiamo sempre questa sua forza anche quando ci fa provare la sua dolcezza. È Lui, proprio Lui, che semina la nostra vita di avvenimenti ed eventi che ci infastidiscono, che contrariano la nostra volontà, che troppo attaccata a se stessa giunge alla licenza. E lo fa, perché  completamente domati, docili, sottomessi a Lui, ci possa innalzare alla vera sapienza. Non v’è prova più evidente di una ragione esercitata e sicura che il saper resistere alle proprie brame. Vedete: l’età in cui meno si ragiona si è anche meno capaci di moderar le proprie brame di vincerci… è l’età del capriccio. Se nei fanciulli la volontà fosse così fissa e costante quanto è ardente non potremmo più arrestarli né calmarli nelle loro voglie. Vogliono quel che vogliono: non stanno a veder se sarà utile o di danno, basta che piaccia ai loro occhi! se siano essi od altri i padroni, non importa nulla, basta che piaccia a loro che lo desiderano, lo vogliono: essi si credono padroni di tutto. Provate ad opporvi… il loro viso si accende ed infiamma, un tremito convulso li agita, pestano i piedi, piangono, anzi non è neppure pianto il loro, è un gemito, un riso, è un grido in cui c’è preghiera stizza, brama e dispetto: esponenti di un ardore di desiderio frutto della loro debolezza ed incapacità di ragionare. Fanno così i fanciulli!… ma se ci guardiamo intorno, dovremo confessare: quanti fanciulli nel mondo… fanciulli bianchi per antico pelo, fanciulli di cent’anni!… sono uomini in cui è violenza nel desiderio debolezza nel ragionare. Perché l’avaro vuole quanto brama senz’altro diritto che il suo interesse? L’adultero, che Dio tante volte maledice, che diritto ha alla moglie del prossimo se non la sua concupiscenza che è cieca? Non sono fanciulli che credono che per avere basti la loro voglia e il loro capriccio? Ma c’è una differenza tra il fanciullo e questi fanciulli: in quello là, natura, lasciando rallentate le redini alla violenta inclinazione, pone un altro freno: essi sono deboli ed incapaci di ottenere quel che vogliono: in questi altri — vecchi fanciulli — i desideri impetuosi non ostacolati dalla debolezza, divampano terribili se la ragione non li imbriglia e guida. – Conchiudiamo, fratelli, che vera scienza e vera sapienza è il saper moderarsi: man mano che si sa domare la violenza del proprio desiderio, si dà prova che si allontana dalla puerizia e fanciullezza e si diventa ragionevoli. « Diremo uomo maturo, vero saggio quello che, dice il dotto Sinasio, non si tiene in dovere di accontentare ogni brama od ogni desiderio… ma tutti guida e domina i suoi desideri secondo i suoi doveri ed i suoi obblighi, e ben conoscendo la fecondità della natura nelle voglie cattive, taglia e di qua e di là, come buon giardiniere, quanto trova, non solo guasto o secco, ma quanto vede superfluo, non lasciando crescere rigoglioso che quanto può dare frutti di vera sapienza ». Dite bene, vorreste oppormi che gli alberi non si lagnano né soffrono di questi tagli dei loro rami inutili o superflui, mentre la nostra volontà strilla e reclama quando si rintuzzano i suoi desideri: quindi, è difficile trovar il coraggio di tagliar sul proprio io. È vero: non tutti hanno il coraggio del Santo Vecchio, o della vedova Anna, di cui ci parla il Vangelo d’oggi, che agivan contro se stessi nella mortificazione e lottavan contro la legge di peccato che è nei nostri sensi: ecco però che il Signore viene in nostro aiuto. Sorgente prima ed universale del disordine in noi è l’attaccamento nostro alla nostra volontà: non possiamo contraddirci, anzi troviamo più facile opporci a Dio che al nostro io. Bisogna allora togliere questa radice guasta, sradicarla questa pianta infetta che dà frutti guasti, e con uno sforzo violento: pensiamo che essa è la causa della nostra sventura ed è tutta colpa nostra… Va bene! ma ed il coraggio? dove andremo a prenderlo questo coraggio di applicare ferro e fuoco ad una parte così delicata e sensibile del nostro cuore? Il malato vede che il suo braccio incancrenito lo porta alla morte, vede che bisogna tagliarlo ma da solo non lo sa fare: alla sua incapacità viene in aiuto il chirurgo, che fa un triste servizio ma pur necessario e salutare. Anch’io vedo che l’attacco al mio volere mi porta a dannarmi, perché fa vivere tutti i miei desideri malvagi: lo so, lo confesso. Ma confesso anche che non ho né coraggio né forza di armar la mia mano del coltello e tagliare… Ecco il Signore: viene e fa Egli il chirurgo che taglia e salva: viene accanto a noi in certi incontri ed avvenimenti dolorosi, inattesi ed inopportuni eventi, contrarietà insopportabili ed ingiuste, diciamo noi… sono i ferri chirurgici disposti dalla sua Provvidenza, e con essi attacca, abbatte e doma la nostra volontà che dalla libertà va alla licenza, risparmiandoci così di esser noi violenti contro noi stessi. Quasi la immobilizza la nostra volontà perché non sfugga al colpo doloroso ma salutare… e taglia, e profondamente penetra dentro alle nostre carni vive finché noi, costretti dalla sua mano, dalle disposizioni della sua volontà, ci stacchiamo dal nostro io… ed allora siamo guariti… dalla morte torniamo alla vita. – Se noi comprendessimo come siamo composti, e quanto ci lasciamo trascinare dai tristi nostri umori, comprenderemmo bene quanto ci è necessaria questa mano chirurgica. Voglio descrivervi con poche parole lo stato deplorevole della natura nostra. V’è una duplice sorta di mali… alcuni ci affliggono, altri, pare impossibile, ci piacciono: è strana ma purtroppo vera, reale distinzione. Dice S. Agostino che alcuni mali li sopportiamo con la nostra pazienza… e sono quelli che ci affliggono: altri invece li frena e domina la nostra temperanza: questi, continua lo stesso Santo, sono mali che ci piacciono: « Alia quæ per patientiam ferimus, alia quæ per temperantiam refrenamus ». A quanti mah sei esposta, sventurata umanità! Siamo preda a mille infermità: ogni nonnulla basta a darci noia, a farci ammalare… un nonnulla basta a farci morire! Diremmo quasi che una potenza avversa sia schierata contro la povera natura nostra, tanto pare ci trovi gusto a martoriare ogni nostra parte! eppure non è questo il nostro male maggiore: l’avarizia nostra, la nostra ambizione le altre passioni cieche insaziate ed insaziabili sono mali e quanto terribili! sono mali che ci seducono ed attraggono. Ma dove ci avete posto, o Dio? che vita è mai la nostra se ci perseguitano e i mali che ci fan soffrire e i mali che ci allettano e ci piacciono!? Ah me infelice chi mai mi strapperà a questo corpo di morte?… Chi? Ascoltami povero mortale… v’è chi ti libererà: sarà la grazia di Dio, per Cristo Gesù nostro Signore: ce lo dice il suo grande Apostolo, che scrutò le profonde ricchezze dell’amore di Dio. È vero: due sorta di mali ti travagliano; ma ecco che nella sua provvidenza Dio dispone che gli uni siano rimedio agli altri: cioè quelli che ci addolorano servano a moderare quelli che ci piacciono. Quelli a cui siamo costretti per frenare quelli in cui siamo troppo liberi: ogni male che ci viene di fuori, viene per abbattere un male che dentro di noi si solleva contro di noi… i cocenti dolori correggono gli eccessi a cui trasporta la passione sbrigliata… le disillusioni, le pene della vita ci fan sentir nausea dei falsi piaceri e attutiscono il senso troppo vivo del piacere. Non lo nego: la nostra natura, trattata così rudemente, soffre e noi ce ne lamentiamo… ma questa stessa pena nostra è medicina e rimedio, la rigidezza, in cui ci si tiene, diventa un regime curativo benefico. – Abbiamo bisogno, noi figli di Dio, che ci si tratti così fino a che non siam giunti a guarigione perfetta, cioè sia completamente abolita la legge del peccato che regna nelle membra nostre. Dobbiamo sopportare tutti questi mali fino a che non ne siamo corretti… ci occorrono questi mali per tener ritto il nostro giudizio fino a che viviamo in mezzo a tanti beni falsi dei quali, troppo facilmente, siamo portati a godere. Ogni contrarietà è un argine provvidenziale alla nostra libertà che disalvea… un freno alle passioni che tentano sopraffarci. Dio, che conosce quel che davvero ci fa bene, viene e contraria i nostri desideri: così dispose, la natura ed il mondo, e che da essi, proprio da essi, nascano ostacoli insuperabili che s’oppongono ai nostri progetti e sogni. nostra natura: di tutte le spine dei nostri affari: delle ingiustizie di tanti uomini, delle ineguaglianze importune, degli imbrogli del mondo e della vanità dei suoi favori. Per questo sono amati i suoi rifiuti e le sue lusinghe più dolci sono stimate pesanti catene di schiavi! Contraddetti a destra ed a sinistra la nostra volontà, sempre troppo libera, deve finalmente imparare a regolarsi: e l’uomo oppresso e travagliato da ogni parte, finalmente si sente spinto a volgersi al Signore, gridandogli sincero dal profondo del cuore: veramente tu sei, o Dio, il mio Signore: è giusto che la tua creatura serva a Te e ti obbedisca! Sottomettendoci invece alla volontà santa del Signore, una grande pace scende nell’anima nostra… accada che vuole nulla può smuoverci né commuoverci. Ecco: Simeone predice a Maria, appena madre, oscuri mali, immensi dolori; « l’anima tua sarà trafitta da acuta spada, e questo tuo Figliolo, ora tuo gaudio tuo amore, sarà bersaglio di contraddizione ». Cioè il Mondo e l’Inferno, raccolte tutte le loro tristi potenze si scaglieranno contro la sua persona e la sua opera, tentandone la rovina!… Predizione crudele, e tanto più crudele perché vaga… Simeone non predice alcun male in particolare, li lascia pensare e pesare tutti sul cuore. Per me non saprei trovare nulla di più angosciosamente crudo che lo stato di un cuore che si sta sotto l’incubo di una minaccia di mali, e non sa quale… impotente quindi a tentar una fuga un rimedio una difesa… quale?… dove?… – Atterrita, inebetita, quest’anima scruta e cerca e teme tutti ed ogni male: li va quasi scovando fino al fondo… il suo pensiero diventa il suo carnefice… poiché terribilmente atterrita non mette limiti né all’intensità né al numero degli strazi che le si minacciano. – S. Agostino dice che sotto la minaccia del male è già grande conforto il poter sapere da quale male saremo colpiti: saper perfino di qual morte moriamo è meno crudo che agonizzare temendole tutte: « Satius est unam perpeti morìendo, quam omnes timere vivendo ». Eppure Maria ascolta tacendo le terribili predizioni… non una parola di lamento, non una domanda al Vegliardo, che le lacera l’anima con le sue profezie, perché le dica quando, quanto, fino a quando questa spada le trafiggerà l’anima: Ella sa che tutto è disposto e guidato dalla mano di Dio… questo le basta e la sua volontà è subito sottomessa: per ciò non la turba il presente non la atterrisce il futuro. Oh se ancor noi sapessimo abbandonare noi e le cose nostre nelle braccia di quella Sapienza eterna che tutto regge e governa, quale costante tranquillità inonderebbe il nostro spirito: nessuna incalzante necessità, nessuna contraddizione lo saprebbe smuovere e turbare. Se fossimo anche noi come il vecchio Simeone, staccati da noi non avrebbe attrattive la vita, né spauracchi la morte, pur tanto odiosa!… viaggiatori, attenderemmo tranquillamente che lo Spirito del Signore ci inviti a fermarci dal nostro viaggio nel tempo, per entrare alla eternità. Fatto ogni giorno della vita il nostro dovere, come Simeone potremmo dire al Signore ad ogni istante: «Lascia, o Dio, che il tuo servo se ne vada ora in pace ». – Non fermiamoci qui però, o fratelli, nell’imitare il vecchio Simeone: non dobbiamo andarcene da questo mondo prima di aver visto, di esserci incontrati con Gesù: bisogna che possiamo aggiungere a quelle parole le altre: « perché i miei occhi contemplarono il Salvatore, che tu preparasti al mondo prima che fosse alcun popolo ». Il Salvatore promesso, atteso per tanti secoli venne finalmente: brillò la sua luce, ne furono illuminate e genti e nazioni: caddero gli idoli, furon liberati gli schiavi, i figli disobbedienti furono riconciliati col padre, i popoli si convertirono al loro Dio. Non basta fratelli! È venuto per noi questo Salvatore? È il nostro capitano, la nostra guida, la luce che illumina ognuno di noi?… no forse… perché noi non camminiamo per la via segnata dalla sua parola nei suoi precetti… non li osserviamo noi i suoi comandamenti. L’apostolo S. Giovanni potrebbe ancora dire davanti a tanti la parola severa del suo Vangelo (V, 37-38): « Neque vocem eius unquam audistis, neque speciem eius vidistis, et verbum eius non habetis in vobis manens » perché, continua: chi dice di conoscerlo e non ne osserva i comandamenti, è bugiardo « mendax est » ed in lui non è la verità « veritas in eo non est » (II, 4). Chi, tra noi, può dire, con verità, io lo conosco il Cristo, il Maestro? Quale contributo di vita abbiamo dato al suo vangelo? quali sono i vizi corretti, le passioni domate in noi? come usammo fino ad oggi dei beni e dei mali della vita?… quando la mano di Dio diminuiva le nostre ricchezze, abbiamo saputo anche noi diminuire le nostre spese, il nostro lusso?… ingannati dalla fortuna incostante, seppimo con coraggio staccar il cuore da’ suoi beni per attaccarlo a quelli che non sono né in sua mano né in suo potere? Ma ahi, che anche di noi si poté scrivere: « dissipati sunt, non compuncti… — fummo addolorati ma non mutati a bene! » Servi ostinati e caparbi, sotto la stessa sferza che ci voleva correggere e far camminare diritto, noi ci siamo impuntati… ci siamo ammutinati… rimproverati, non ci siamo corretti; abbattuti, non fummo umiliati; castigati, non convertiti! E davanti a questo nostro ritratto, diciamo ancora, se ne abbiamo il coraggio, di aver visto il Salvatore promesso, di aver conosciuto Gesù Cristo… lo Spirito Santo, colla mano di Giovanni, ci chiuderà la bocca: « in te non è la verità, tu sei bugiardo ». Temiamo, o Cristiani, temiamo e tremiamo di morire… poiché non abbiamo ancor visto Gesù, ed ancor non abbiamo tenuto sulle nostre braccia il Salvatore… cioè non ne abbiamo abbracciata la parola, la sua verità i suoi comandi! Infelici coloro che muoiono prima di averlo visto il Cristo Salvatore… quanto spaventosa la loro morte… come terribile il suo avvicinarsi… orribili le conseguenze del suo passaggio e del suo trionfo! In quell’ora svanirà la gloria, ruineranno i sogni ed i progetti… « in illa die peribunt omnes cogitationes eorum » mentre comincerà il loro supplizio…un fuoco eterno s’accenderà per essi: il furore e la disperazione più cruda ne lacereranno l’anima… il verme roditore, che non muore, affonderà più vorace il suo dente velenoso e non si staccherà più!Su fratelli, accorriamo al tempio con Simeone, ci porti lo Spirito del Signore, prendiamoci tra le braccia Gesù… baciamolo con amore… stringiamocelo al cuore perché sia tutto suo questo nostro misero. cuore. L’uomo dabbene non tremerà al venire della morte, poiché l’anima ormai più non appartiene aquesto corpo mortale: ne è già staccata: poiché. egli dominò le passioni, soggiogò i sensi e la carne.La penitenza e la mortificazione gli diedero questo dominio, l’emanciparono e dal corpo e dai suoi sensi… libero tenderà le braccia alla morte che viene quasi le additerà dove gli debba menare l’ultimo colpo!Alle minacce egli risponderà: Morte tu non mi spaventi… per me non sei né crudele, né inesorabile…tu non mi puoi spogliare dei beni che io amo… tu solo mi strapperai questo corpo… questo che è corpo di morte… me ne libererai finalmente, coronando gli sforzi costanti della mia vita con cui mirai giorno per giorno a strapparmi alla sua tirannia!… Nunc dimittis… lascia, o morte, che libero me ne vada al mio Signore!Qual cosa ci sembrerà impossibile, fratelli, per aver una simile morte… gioiosa come un trionfo?Potessimo morire della morte del giusto per aver eterno riposo, il vero riposo che non ci seppero né ci potevano dare i beni della vita… suchiudiamo l’occhio nostro ed il cuore nostro ad ogni bene che ci invita e fugge, per aprirlo solo e sempre nella vita a quei beni che durano e saranno nostri eternamente in seno al Padre, al Figlio e dallo Spirito Santo. Amen.

FESTA DELLA CANDELORA (2020)

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (1)

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO

GIUSEPPE SIRI

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (1)

2. Edizione

EDITRICE A. V. E. ROMA

Nulla osta alla stampa

Genova 31 dicembre 1943

N. H. Sac. F . COSTA, revisore delegato

Imprimatur

Genaæ. 4 Ianuarii 1944

F. CANESSA, Vic. Gen.

Società Ligure « IMPRESE TIPOGRAFICHE » – Costigliole d’Asti

Alla grande e santa memoria del Card. Carlo Dalmazio Minorelli

Arcivescovo di Genova

INTRODUZIONE

Il Messaggio natalizio 1942 di Pio XII ha il suo posto in uno sviluppo logico che parte dagli analoghi Messaggi e dall’Enciclica “Summi Pontificatus”. A sua volta ha il suo vero complemento nell’Enciclica ” Corporis Christi Mystici” del 29 giugno 1943. Questa può considerarsi come il grande suggerimento costruttivo opposto alla inanità di sforzi umani. – Alle vicende di questo mondo — questioni, tentativi, soluzioni, mete — manca un anima. E l’anima si trova sempre andando in alto. La soluzione ultima sta nella pienezza di Cristo, anche per le cose terrene; questo è il significato dell’ Enciclica ” Corporis Christi Mystici “, che pertanto non può venir dimenticata in uno studio coscienzioso del Messaggio. Alcuni hanno voluto dare al discorso papale del Natale 1942 un significato polemico; l’intenzione prima e movente sarebbe stata: colpire qualcuno. Ciò è falso. Anzitutto perché il messaggio si svolge in una pacata precisa e concreta enunciazione di principi che valgono per tutti i tempi. Naturalmente affermare un principio è emettere in modo implicito una condanna su chi lo lede, ciò però accade per la forza stessa della verità, che dispiegandosi stabilisce un confronto incisivo e severo. E ciò basta a togliere il carattere polemico. Neppur si può negare che circostanze presenti abbiano spinto il Papa ad annunciare proprio ora quegli immutabili principi; ma è proprio l’esser rimasto in quella serena eppur concreta altezza, che l’ha tolto ai riferìmenti, ai ripicchi, alla terminologia di cui si sostanzia la polemica. Il tono del messaggio suggerisce come costruire, come sanare, come riformare e come possibilmente convertire. – Queste considerazioni fanno intendere che, se risponde ad esigenze contingenti, il messaggio non ha un valore contingente. Cioè del massimo rilievo, poiché anche le mutazioni indotte nella situazione italiana ed europea non ne sminuiscono la tempestività. I princìpi affermati, per la forza del contrasto, mettono a nudo errori e colpe; non si creda che questi errori e queste colpe scompaiano con l’ecclissarsi di uomini o col cadere di certe impalcature esterne di regime, essi costituiscono il « male del nostro tempo », essi hanno troppo profondamente inciso il modo di pensare ed il costume pubblico, perché quasi nella subcoscienza non se ne abbia a risentire il dettame, la suggestione, il fascino. L’oblio del diritto di natura, dello spirito, dei valori giuridici che gli sono legati, l’esaltazione materialistica, il predominio della forza e della boria sono — ognuno lo vede — un “male del tempo “, il quale tenterà ogni via per sorgere sotto mentite spoglie. Non ci si illuda: si può far relativamente presto a sanare il mondo da uomini e istituzioni superate, ma non altrettanto si fa presto a sanarlo dalle idee. L’intontimento per cui certi effati sono divenuti parte dell’abito mentale attraverso una metodica insufflazione lascia tracce durature. Ciò che vedremo meglio in seguito.

I. – I PRINCIPI GENERALI DEL MESSAGGIO PAPALE

La ricchezza della parola del Papa non la si cava solo da una minuta esegesi del messaggio che lo divida, anzi lo frantumi. Certe affermazioni emergono da tutto lo stile, dal tono, dalla forza di ritorni su alcuni punti, dalle sfumature, dal loro obbedire ad una architettura sovrastante la parola stessa, dall’imponderabile che si intuisce accostando i testi e indagandone il pensiero universale profondo. La disposizione stessa, la misura, il volume obbedisce ad una logica, che non sempre è detta, ma che fa ugualmente parte del pensiero contenuto. Se pertanto alle esplicite affermazioni si affianca quello che con tale criterio si rileva si giunge agevolmente a vedere come nel messaggio del Santo Padre dominino alcune idee profonde, cui è in un modo o nell’altro rapportato il resto. È necessario studiarle a parte per non sminuirle nella loro forza di « verità subordinanti tutto il resto e per non privarci di una visione architettonica.

1. – Il supremo principio

« Dalla vita individuale e sociale conviene ascendere a Dio, Prima causa e ultimo fondamento, come Creatore della prima società coniugale, fonte della società famigliare, della società dei popoli e delle nazioni. Rispecchiando pur imperfettamente il suo Esemplare, Dio Uno e Trino, che col mistero della Incarnazione redense ed innalzò la natura umana, la vita consociata, nel suo ideale e nel suo fine, possiede al lume della ragione e della rivelazione, un’autorità morale ed una assolutezza travalicante ogni mutar di tempi…». Dunque: Dio è Prima Causa, fondamento di tutte le istituzioni umane e della società che da Lui mutuano ed in Lui hanno una autorità, una assolutezza, ossia una consistenza reale; sicché senza di Lui rimangono spoglie di valore giuridico, di rapporti subordinanti, di ordine interiore; sicché nessuna questione umana può sciogliersi obbiettivamente prescindendo da Dio.

Dio è il principio

Lo sguardo si raccoglie su Dio, distinto dal mondo, Creatore, ordinatore Sapiente e Provvidente. La forza poi dell’affermazione sta in questo: senza Dio non esiste né logicamente, né ontologicamente, ossia né quanto a ragionevolezza evidente ed intrinseca, né quanto a struttura, un vero ordine umano e sociale. Senza Dio gli elementi ordinatori sono delle chimere o, tutt’al più, degli artifici. Osserviamo come e quanto sia vero tutto questo.

 Solo con Dio è l’ordine

Solo con Dio, trascendente e Creatore esiste la distinzione e la subordinazione tra gli uomini. Infatti poiché tutti creati, tutti sono dipendenti totalmente, e dipendenti nel modo che il Creatore ha concepito in sé ed espresso cogli elementi strutturali della natura. I quali pongono rapporti diversi, uffici diversi, quindi subordinazioni diverse, non solo rispetto a Dio ma rispetto agli uomini tra loro. L’intelletto divino, capace di obbligare, stabilire così connessioni e dipendenze di valore obbiettivo; per esse gli uomini non sono una massa disorganizzata, non un cumulo di pietre, ma un corpo vivente in struttura gerarchica. Sì, gli istinti porterebbero ugualmente ad una compagine organica, ma senza Dio ne mancherebbe il principio logico ed obbligante. Tutti sanno che tra uomini liberi, la cui organizzazione si basa anzitutto su intelletto e volontà, ossia su fattori morali, l’elemento « obbligante » è base assoluta. Dunque è per Dio che esiste la gerarchia e la reale organizzazione tra gli uomini. Solo se esiste Dio Sapiente e Provvidente esiste l’« ordine ». Esso è l’armonica disposizione dei più, pari e dispari. Esso non risulta solo dalla gerarchia sociale tra gli uomini, ma dal rispetto di tutti i rapporti che natura pone tra uomo e uomo, tra uomini e cose, tra individuo e collettività, tra libertà e fissità di leggi. Orbene è ancor ben vero che questi rapporti sono in modo sufficiente rivelati dalla natura istintiva, ma non è meno giusto che essi hanno una logica interna, una verità, un valore, un senso ed una capacità di imporsi moralmente come legge, solo se c’è una Suprema Sapienza ordinatrice. Questo « ordine » crea e definisce la persona, la famiglia, le società e la società, ossia tutto quanto ognuno di tali elementi vale, esige, impone, trae dall’« ordine » e per esso da Dio.

Solo con Dio è l’obbligazione morale

Solo con Dio « Signore » si ha l’obbligazione morale di coscienza: quella per cui gli uomini debbono agire rettamente anche senza il controllo e la sanzione umana. Tale obbligazione è senz’altro l’anima dell’ordine umano. Poiché tra gli uomini liberi e capaci di sottrarre il più di se stessi ad ogni effettivo controllo dei propri simili, l’armonia è affidata in ultima analisi alla buona volontà, questa alla persuasione e questa, a sua volta, ad un principio intimo che è l’obbligazione di coscienza. Essa, come meglio vedremo in seguito, o è posta e valorizzata da Dio, o è una suggestione della quale gli uomini dovrebbero liberarsi, quanto tentato immunizzarsi dalle malattie.

Solo con Dio è la perfezione dell’ordine

Solo con Dio Creatore, Legislatore e fine ultimo, esiste la sanzione, la piena e perfetta retribuzione tanto al bene che al male. L’ufficio della sanzione è insostituibile: per essa solo si raggiunge il pareggio e la giustizia obbiettiva. A qualcuno potrebbe venire in mente che la sanzione non è poi necessaria. S’inganna, poiché se nulla rimane spareggiato nell’ordine materiale (ad azione corrisponde sempre reazione uguale e contraria), non così accade nell’ordine morale, ove gioca intelletto e volontà libera. Qui, proprio in ragione della libertà, molto rimane privo dell’immediato saldo. Verso il quale tende la coscienza, la ragione e l’istinto, ossia tutta la psicologia umana al punto di crearsi l’anarchia tra gli uomini là ove difetta la sanzione. – Ora tutti sanno che la sola sanzione veramente efficace è quella completa: come questa poi non stia negli uomini e solo, a complemento dell’ordine, possa ammettersi se c’è Dio, tutti facilmente vedono. Solo con Dio si ha un fondamento assoluto Solo nell’idea di Dio immutabile si ha un punto di riferimento assoluto e irremovibile. Ciò significa che i valori fondamentali, le obbligazioni-base, le leggi morali allora non cambiano. Chi potrebbe pensare ad una stabilità sociale senza fissità delle leggi e dei valori? Come sussisterebbe un ordine sociale Se oggi potesse venir giudicato bene quello che ieri era male? Tutto si ritroverebbe sconnesso. Un tale relativismo fa paura. Da quasi mezzo secolo l’istinto fu spesso elevato a regola suprema dell’arte, oggi è, nei più dei nostri simili, criterio ultimo dell’ordinamento sociale e della politica, la quale vi si contamina di amoralità, impulsività, sentimentalismo e pazzia. Ma il male di questo relativismo in cui ogni cosa oscilla, in cui tutto è come piace e come comoda, in cui le affermazioni possono valere le negazioni, non lo si cura che con Dio.

Con Dio è la vera realtà umana

Con Dio solo resiste lo spirituale. Ogni realtà umana, appunto perché tale, ha caratteristiche inconfondibili dall’elemento spirituale. Ogni atto dell’uomo, ogni sua tendenza, ogni sua esigenza ha il più della propria fisionomia dallo spirito. Per quanto le attività psichiche possano essere intessute di fatti istintivi, di pesantezze materiali, di vibrazioni della fantasia e del sentimento, il tono è sempre dato dall’anima. Analizziamo pure l’uomo quando ama e quando odia, quando è puro e quando è animale, quando gusta il suo cibo e quando contempla, quando fa l’affarista e quando l’amico, noi non sfuggiremo a tale ferrea conclusione. Allora dimenticare il fattore spirituale e, peggio, agire come se non esistesse è travisare tutta la realtà, compresa quella sociale, è contaminare, sfasare, adulterare, nonché isterilirsi in impossibili mete, soggette alle indeclinabili nemesi della natura. Ma quando si tiene il broncio a Dio è necessario odiare il mondo dello spirito.

Con Dio il monito

Dio è l’Esemplare. In Lui solo sta l’autorevole modello della Provvidenza e del governo. Paternità, sollecitudine e dono sono caratteristiche di quella Provvidenza che regge. E in Lui il reggere è attuazione dell’ordine, è criterio pratico con cui tutte le cose vengono ordinate e proporzionate al proprio fine sapientemente e puntualmente. Il governo in Dio ha volto benefico. Perché al mondo ci si stia bene occorrono governanti che si ispirino all’altissimo esemplare divino. Ne risulta il governo più buono, ma anche il più furbo.

Con Dio il limite all’arbitrio

Con Dio solo s’erge una maestà eterna, dinanzi alla quale è facile e dolce ritrovare il senso dei propri limiti, la umiltà per comandare e obbedire, la docilità per assecondare e durare, la coscienza per resistere e iniziare, il cuore per servire e beneficare. Che di tutte queste cose si fa lo spirito e il senso sociale al quale sono tenuti governanti e sudditi, anzi più i governanti che i sudditi. Ecco allineati gli elementi su cui poggia l’ordine sociale. Al di là si trovano le istituzioni contingenti, che tanto valgono quanto fedelmente ed opportunamente traducono quei princìpi; al di là stanno gli accorgimenti tecnici del diritto, dell’economia. Da soli non hanno un’anima; è inutile illudersi. Il nerbo della società è legato a Dio: gerarchia, ordine, legame di coscienza, sanzione, stabilità delle leggi, ecco il nerbo. – La coscienza dell’ordine nel popolo la si corrobora mediante l’insegnamento e la convinzione di queste verità. Qui convinzione è possibile, perché è evidente la struttura logica, fermamente conclusiva. Non dimentichiamo che nella libertà si tengono a posto solo i popoli convinti; quando una convinzione manca è giocoforza cambiare il mondo in una caserma se non lo si vuol lasciar precipitare nell’anarchia. C’è un dilemma terribile. I sobillatori occulti dei nostri giorni, se hanno ancora un po’ di coscienza, dovrebbero tenerlo presente. E il popolo avido di libertà, facile credulone, dovrebbe meditare che il pericolo di quando abbonisce, gli è assai più vicino di quanto non creda.

2. – Il senso del concreto

Si tratta di un particolar modo di considerare le questioni e i loro oggetti. A questo proposito il Messaggio non formula una teoria, ma piuttosto, coi richiami fatti, colle precisazioni, colle conclusioni, colla preoccupazione di certi dettagli, svolge in pratica uno stile, è materiato da una abitudine mentale che diviene insieme monito, esempio, condanna. Infatti.

Il richiamo del Papa al « concreto »

Leggendo ci si accorge che mentre passano i diversi argomenti (rapporti internazionali, ordine interno, convivenza, collaborazione: persona, ordine giuridico, lavoro, Stato) il Papa riconduce il pensiero e la preoccupazione costruttiva ad elementi precisi, definitivi, palpabili, che è quanto dire concreti. Il confine tra il concreto e l’astratto è visibile e sta tutto qui; sfumare o non sfumare particolari reali, averli presenti tutti o sospingerne qualcuno nell’ombra, veder le cose in funzione di un’idea, ossia sotto un aspetto ed una finalità o piuttosto considerarle individue tali e quali sono, sentire una nota sola e semplificare uccidendo qualcosa, oppure cogliere la sinfonia e salvare tutto. Scendiamo dalla teoria al linguaggio più accessibile. – Il Papa parla di collaborazione, ma questo non è una cosa aerea e neppure una giustapposizione di uomini per parate; è far confluire tutte le positive doti della persona (mente, cuore, cultura, ecc.) all’ordinato benesseresociale. Egli ci riconduce alla « persona » che non è una goccia perduta nel gran mare, un numero buono solo a formare la « massa »; è bensì l’uomo con diritti e doveri col bisogno di mangiare, vincolato, se operaio, al suo salario, con esigenze al rispetto su tutti i piani, intellettuale, morale, religioso, economico, culturale e sociale. Per il Papa l’ordine sociale non è una rigidità chimerica, è fatto invece di armonica distribuzione delle parti, di rispetto dei reciproci diritti. Si passa dall’espressione idealizzata a quella reale. La legge, l’ordine giuridico non è l’espressione di chi sa quale astruseria, senza basi logiche umane e convincenti; è invece una norma concreta obbligante tutti, sia pure in modo diverso, con costanza e senza arbitrio. Il consorzio civile organizzato ha linee fisionomiche che non si perdono nell’aereo tutto panteistico senza volto, senza responsabilità, senza coscienza e senza legge; sono invece definite dalla sua finalità, dai suoi doveri, dalla sua funzione di completamento benefico rispetto agli individui ed alle istituzioni minori.

Che è il « concreto »

Se io tratto gli uomini in astratto, mi dimentico che hanno fame, che sono una collezione di dolori e di tentativi, che sono la loro famiglia, le loro umili ma inseparabili preoccupazioni, che sono il loro giorno lavorativo e il loro giorno di festa, che sono le piccole e quasi puerili varietà della loro esperienza. Se li guardo in astratto, io, di un plotone che va all’assalto non vedo se non la carne da cannone, ma se li guardo in concreto io sento la loro vita, il loro valore, le loro famiglie, la loro fecondità, il loro diritto a vivere. – Il « concreto » indica la realtà come è in sé e per sé fuori di quelle riduzioni, semplificazioni, aggiustature e gonfiature che ne può fare la mente. Le cose in esso non sono l’oggetto d’una tesi, d’un interesse o d’un particolare punto di vista. Esso non ama le nubi e le idee vaghe, inafferrabili, oscure, simili alle nubi; ama la terra solida senza forme evanescenti e cangianti. L’uomo in concreto è di carne e d’ossa. L’economia in concreto è quale la determinano la natura dell’uomo sociale, gli elementi, la capacità e la fungibilità della ricchezza, l’equilibrio tra gli uomini e i reciproci rapporti, nonché dati costanti della psicologia e della tradizione storica. Le teorie astratte potranno disputare sul modo col quale convengono fra loro e si addomesticano questi elementi, ma non ne possono prescindere, né li possono sostituire. Il « concreto » sono le linee fisse della natura materiale e delle sue leggi; sono gli orientamenti di fatto dello spirito, il quale, pur essendo perfettamente libero, rimane spesso docile ad un suo istinto interiore, sì da ricalcare in alcuni suoi moti grandi e inderogabili leggi morali della storia. – Tutto ciò può sembrare spoetizzante, può essere accolto come molesto stroncatore d’un estro poetico. Non credo. Il « Concreto » ha il suo volto che piace all’uomo forte onesto e veritiero. – Il gesto del Papa che àncora le questioni al « concreto » è ispirato da una necessità assoluta ed è il contravveleno ad una malattia profonda, forse la più profonda del mondo moderno che pensa e costruisce. Vediamolo. Ecco la necessità assoluta. Il corso delle cose, lo sviluppo dell’economia e degli avvenimenti, segue impassibile il « concreto »; questo decide della vita e della morte delle iniziative. Se vi aderisco, vivo; se me ne distacco per inforcare il cavallo di Astolfo, finisco nelle nubi. Il povero uomo della strada chiama il « concreto » con nomi che gli sono ora cari ora fastidiosi, ne ragiona con aforismi apposti dal buon senso e vagliati da un’esperienza di amore e di pena; quando non si gonfia di ignoranza e di pretese ne ha l’intuito preciso e potente. Questo intuito, se il viver fosse genuino, dovrebbe costituire il fondo più solido e sicuro della cosiddetta « opinione pubblica ». – L’importanza del metodo cui il Papa riconduce col suo esempio non è valutabile se non ci si rende conto della dilagante malattia contraria: l’astrattismo.

Gli astrattismi

In antagonismo al « concreto » si leva l’« astratto ». Il messaggio pontificio è un grave monito contro le seduzioni dell’« astratto ». Esso consiste nel considerare qualcosa separatamente dal quadro obbiettivo in cui di fatto si trova, oppure nel rappresentare una realtà secondo una forma soggettiva della mente. Nella prima maniera l’« astratto » vien bene al procedimento d’indagine scientifica, in quanto « dividendo » facilita il graduale possesso della materia. Ma quando s’esce di lì c’è il pericolo formidabile dell’unilateralità. Guai a vedere p. es. il mondo sotto il puro aspetto matematico! Nella seconda forma l’astrazione vien bene all’arte. Organizzare il mondo non è pura indagine scientifica e non è pura opera d’arte. L’arte ha altre mansioni. L’astrazione nell’ordinamento degli uomini taglia, deforma, sostituisce e, soprattutto, lascia da parte proprio quello che vuole ordinare; finisce col farsi un mondo che non esiste, parla una lingua che gli uomini non intendono. Le cose intanto proseguono la loro via. Trovar che una caserma, un collegio sono esemplari d’ordine e pensare di ridurre il mondo ad un collegio, ove tutto sia allineato, manovrato, automatico e simmetrico è cadere in una astrazione, poiché gli uomini sono irrimediabilmente diversi dal come li postulerebbe un simile specioso ideale: hanno libertà e non solo ordinabilità, di quella libertà vogliono assolutamente usare, subiscono per lo più il collegio quando sono fanciulli e lo odiano quando sono adulti. Non c’è rimedio. Come non c’è rimedio che certe forme magari seducenti, finiscano col far del mondo, colla scusa di accentrare o di livellare, un abominevole collegio, anzi una laida caserma. Esse sono tutte astrazioni dalla realtà degli uomini. –

Le origini dell’ « astrattismo » moderno

Il mondo moderno ha ereditato dai suoi immediati predecessori il brutto vezzo di far delle astrazioni, ossia di considerar le cose per l’aria. È umiliante, ma è così. Vediamo anzitutto la genesi di una simile brutta abitudine mentale, che ammazza il buon senso. I filosofi non parlano invano, anche quando non meriterebbero d’esser presi in alcuna considerazione. I loro elucubrati finiscono col filtrare anche senza esser capiti e diventano a poco a poco angolo di visuale, modo di pensare congenito della cultura. Tre correnti portano la colpa dell’astrattismo moderno: il naturalismo, il soggettivismo, l’evoluzionismo.

… Il naturalismo

Il naturalismo si fece valido dalla rinascenza in poi. Prima, cristianamente, si guardava come a fonte della verità e del benessere alla natura e al soprannaturale insieme. La reazione paganeggiante cercò di dimenticare prima e poi osteggiò il secondo elemento: disse a se stesso: la natura mi dà tutto. La natura ci guadagnò un prestigio esagerato che le miserie umane potevano facilmente dimostrare falso. Il prestigio crebbe, i confini si dilatarono, tanto da non vedersi più; coi confini sparvero i lineamenti e la natura cominciò ad esser scritta con la N maiuscola, diventò una cosa senza linee precise, enorme, solenne come un incubo, impersonale, anonima — qualcuno dice — panteistica. Telesio, Campanella, Giordano Bruno ne sanno qualcosa. Sicché la natura non fu più propriamente la terra, gli alberi, i fiori e gli uomini in carne ed ossa tra essi. La fecero anche dio, viceversa era solo una astrazione ed educò alle astrazioni, cioè a considerar le cose diverse dalla realtà, per l’aria. A quel modo dopo la natura si videro così, per l’abitudine, molte altre cose: il proletariato, il popolo, le masse… Il risultato? Il risultato fu, anzi è questo, tutti lo possono vedere. Il proletariato non combaciò più con quelle membra vive, forse doloranti, talvolta martoriate, poveri individui dell’oggi, simbolo d’un chimerico e mai afferrato domani. Fu una cosa astrusa, indigesta; fu una etichetta di appetiti, voglie e pretese; fu una espressione numerica di forza per attuare sogni misticoidi; fu in tutti i casi ben distinto dagli uomini detti proletari. Infatti — prova della astrazione — il proletariato diventò sovrano e i proletari si ridussero ad essere dei pezzi di macchina, senza respiro, senza anima e senza avvenire. – Il popolo non fu più una somma di uomini di cui bisognava curare gli interessi comuni e particolari, amministrare il patrimonio pubblico, regolando nell’insieme quanto occorreva perché i singoli stessero bene; di esso fu visto un aspetto solo: la massa di manovra, il campo sperimentale di personalissime idee, l’elemento da parata e da clamori, lo sgabello delle ascese, l’ispiratore di una gran retorica magniloquente, buona ad intontirlo. Per gli intellettualoidi il popolo fu una base di statistiche e di ricerche inerenti a quelle, al fine di cavar con dei soli numeri conclusioni congelate al par dei numeri. Astrazioni! – La « massa » fu una espressione industriale o militare, la cui definizione degna di riguardo fu nella voce « profitti » dei bilanci segreti, oppure nel computo matematico di piani strategici. Ancora: astrazioni. La patria stessa, mirabil cosa, il cui volto dolcissimo si compone col volto dei genitori, degli amici, degli altri che parlano la stessa lingua e vivono la stessa comunità civile sullo sfondo di una terra amata e di ricordi storici inobliabili, non fu per molti che un nome pauroso senza volto, un moloch terribile capace solo di chiedere si tacesse, ci si inabissasse, si sparisse, si sopportasse, ci si uccidesse. Un’astrazione colpevole di spingere ad odiare anche quanto era sacrosanto. – L a vacillante teoria continua: scuola, gioventù, diritto… tutto universalizzato, ridotto ad una teoria, ad una formula, ad una aridità facilona di cui si parla e che si tratta come sotto non vi si nascondesse una umanità ben definita, ben concreta, dalle inderogabili leggi, dagli inevitabili dolori, dalle improrogabili necessità. Le cose ridotte tanto facili, formule e nomi, sono gioco della lingua senza bisogno c’entri la testa e il cuore: sono il campo dell’insipienza bovina, dell’improvvisazione ignorante, dell’arrivismo criminale, degli esperimenti pazzoidi. A tutto questo con usurpazione indegna fu dato il nome di mistica. Ma era astrattismo, tara della nostra età. Nient’altro.

… Il soggettivismo

Il soggettivismo educò all’astrazione in modo diverso, ma con ugual risultato di filtrare e corrompere tutta la mentalità moderna. Non vale che taluno discorrendone prenda l’atteggiamento serio. Esso è una cosa buffa. Qui si dovrebbe chiamare in causa Hegel coi suoi precursori e coi suoi epigoni. Il soggettivismo idealistico consiste nel far il mondo con l’idea, ossia — per parlare comprensibilmente — nella moda di dire esser vero quello che piace, e di credere sul serio esser reale quello che si pensa, nel modo con cui si pensa. L’idealismo s’accodò al naturalismo, fece con quello alleanze oscure e, dopo aver detto parole difficili e pertanto venerate, finì coll’insegnare agli uomini una cosa molto comica: che cioè essi col pensiero potevano fare e rifare il mondo a piacimento e le cose su misura della propria testa o giù di lì. Veramente noi avevamo imparato che solo Dio crea e che solo Dio ha la prerogativa di far sì che le cose siano tali e quali Egli le pensa, di piegare la realtà all’idea. Da allora il mondo s’è riempito di una cavalcata di astrazioni. La filosofia rimase nelle scuole, il costume morale, suo figlio senza stato civile, gironzolò per le strade, cantò canzoni ermetiche ed abbaiò alla luna. Veramente così. Alcuni vollero fare il mondo rosso, altri verde, altri in camicia e puerilmente credettero e credono che il mondo possa, docile al loro pensiero, assumere un colore diverso da quello che ha dato Dio. Tutto ciò perché hanno in corpo il veleno soggettivista. Sono sempre astrazioni. La differenza tra costoro e Cristo, che pure intende dare un colore al mondo, sta in questo elemento semplice e radicale: quelli sono uomini, non hanno creato e non creeranno mai, saranno buffi a tentarlo. Questi ha creato e può creare ancora perché è Dio! – La politica è rimasta profondamente viziata da questa infamia; invece di pensare ad amministrare ragionevolmente la « polis » come sarebbe stato suo mestiere, s’è cambiata in un torneo permanente di gente che pretende far il mondo sulla propria misura e, talvolta, proprio ci crede; fa programmi su programmi, riforme a getto continuo, bandi e sogni a tutte le stagioni. L’umanità stanca ricorda a tutti questi signori che pei bambini c’è l’asilo materno, pei pazzi il manicomio e pei delinquenti la galera; ma, tant’è essa stessa non riesce a capir bene, perché il male ce l’ha nel sangue.

… L’evoluzionismo

Un terzo incantesimo spinse gli uomini e le questioni più in su sulle nubi: l’evoluzionismo. Del quale mi interessa qui solo questo: l’ingenuità dell’ottimismo esagerato. Vide tutto in cammino verso una ineluttabile perfezione e così creò il « mito del domani », altra astrazione. Il « mito del domani » consiste nel dire ai presenti che la felicità verrà (su questa terra beninteso, che certa gente non prende in alcuna considerazione il Cielo), ma sarà futura. È quanto dire che loro, i presenti, non l’avranno mai. I futuri a lor turno diventeranno presenti e ricomincerà da capo. Si tratta di un inganno crudele che chiede agli “uomini sacrifici supremi per un perpetuo domani, del quale non beneficeranno mai. Così al popolo si dice: domani! Il povero popolo pensa che il domani è un alibi spaventoso per i tentativi pazzi e non sempre in buona fede.

L’estensione del male

Abbiamo dette le cause dell’astrattismo moderno, ma tra le righe il lettore avrà letto chiaro e si sarà dolorosamente accorto fino a che punto la peste sia dilagata, quante cose ne siano tocche, come il più delle concezioni ne siano infette, al punto da doversi augurare un rifacimento ab imis della mentalità moderna. Che tutti vogliano creare, o almeno colorare, anche senza aver studiato e sperimentato, che la verità si plasmi anziché moralmente cercarla, che tutti intendano cambiare, forgiar mondi e ordini nuovi, che la faciloneria imperi e l’improvvisazione pontifichi sono sintomi impressionanti di un male del mondo. Vorrei pregare il lettore — non per malignità — di divertirsi, su quanto è stato detto, a portare dovunque la sua analisi: nelle istituzioni, nelle scuole, sulle cattedre universitarie, nella stampa, nei discorsi che intende al caffè. Avrà di che pensare. E ciò non sarà inutile a lui e agli altri. – A tutto questo occorre pensare per intendere il valore dell’esempio di Pio XII quando col suo modo di presentare le questioni ci obbliga a scender dall’astratto al concreto e dalle nubi alla terra, su cui dolorano uomini in carne ed ossa, in lotta con una questione i cui termini sono: insoddisfazione, fame, dolore, morte.

3. – Dipendenza dell’ordine esterno da quello interno

L’impostazione fondamentale e generale del messaggio 1943 nel quadro dei messaggi precedenti e nella sua finalità è espressa da Pio XII colle seguenti parole: « L’ultimo Nostro messaggio natalizio esponeva i princìpi suggeriti dal pensiero cristiano, per stabilire un ordine di convivenza e collaborazione internazionale, conforme alle norme divine. Oggi vogliamo soffermarci, sicuri del consenso e dell’interessamento di tutti gli onesti, con cura particolare ed uguale imparzialità, sulle norme fondamentali dell’ordine interno degli Stati e dei popoli. Rapporti internazionali e ordine interno sono intimamente connessi, essendo l’equilibrio e l’armonia tra le Nazioni dipendenti dall’interno equilibrio e dalla interna maturità dei singoli Stati, nel campo materiale, sociale ed intellettuale. Ne un solido ed imperturbato fronte di pace verso l’esterno risulta possibile di fatto ad attuarsi senza un fronte di pace nell’interno che ispiri fiducia ».

Ecco l’impostazione generale: l’ordine internazionale dipende dall’ordine interno dei singoli Stati.

Perché?

La connessione affermata dal Papa tra i due piani — internazionale e nazionale — è evidente. Il pensiero con le passioni, gli ideali, i miraggi che convoglia o solletica non è più contenuto da confini politici. La tecnica moderna gli ha donata una dilatabilità immediata ed indefinita con innumeri mezzi di suggestione. Così il male ideologico, le credute chimere di un popolo o di una fazione possono in breve diventare, se non sempre il male, per lo meno il pericolo, la tentazione, l’inquietudine, la febbre d’un altro popolo, di tutto il mondo. La tecnica ha creato un sistema di trasmissioni che centuplica le vibrazioni e le comunica a tutte le zone prima insensibili ed inerti. – Tutti gli elementi dei quali si costituisce la civiltà e che sono il piano in cui si concretano vita, discussioni, tentativi e ideali, tendono a diventare comuni, attraverso la forza di imitazione, l’emulazione, la concorrenza. Essi polarizzano enormi interessi, sulle cui travature corrono molti fatti della storia, ma nascono e prendono fisionomia all’interno dei singoli Stati. Le economie — nessuno ne può dubitare, quando si voglia assicurare agli uomini un genere di vita moderno e non barbarico — sono complementari. Ossia: nessun stato può fare da sé e deve, almeno indirettamente, dipendere; perché, se anche è fornito di tutto (p. es. l’America), se vuol valorizzare i suoi prodotti, li deve portare al mercato: ciò significa che ha bisogno del secondo in causa, l’acquirente. Sicché il disordine o l’anemia delle economie singole diventa fatale all’economia generale. Del resto l’ordine internazionale o è fatto d’un gioco di equilibri, o da un pacifico impero del diritto (il che sarebbe l’ideale), o dal fattore militare, almeno in potenza. Ma l’equilibrio dipende dal dinamismo, dalle maggiori o minori irrequietezze e pretese, dai sogni dei singoli stati; ciò che a più ragione si deve dire d’un auspicato impero del diritto, il quale esiste quanta ne è viva la coscienza nelle diverse pubbliche opinioni. Il fattore militare è legato alla prestanza industriale anzitutto e poi demografica dei singoli. Tutti questi motivi sono acuiti dal fatto che, per ogni singolo stato, tutti gli altri sono, più o meno ed almeno in potenza, dei fornitori, dei clienti, dei concorrenti, dei piloni d’appoggio, delle pedine necessarie nel proprio gioco. Ciò diminuirebbe molto, ma rimarrebbe ancora vero per le immanenti e naturali connessioni tra i membri della comunità umana, anche se i singoli stati diventassero una buona volta onesti, capissero di starsene in casa propria a lavorare per il bene dei propri sudditi nelle vie proporzionate ai mezzi disponibili, senza riguardar chicchessia a questo mondo come sgabello dei propri piedi o strumento del proprio comodo. Il che è evidentemente immorale.

… l’ordine internazionale dipende dall’equilibrio interno

Il Santo Padre ha nettamente indicato i due punti in cui si ha la connessione o la saldatura tra l’ordine internazionale e quello nazionale. Il primo dipende dall’equilibrio e dalla maturità interni; entrambi si attuano nel piano materiale, sociale, intellettuale.» Che è « equilibrio interno »? – L’equilibrio si ha quando tra più elementi, o parti, o aspetti, o individui, vige una proporzione razionale e cioè adeguata alle esigenze della finalità cui cospirano le cose coadunate in equilibrio; il tutto non solo nell’essere, ma nell’agire. La proporzione (appunto poiché è « razionale ») non è livellamento. Le membra del corpo sono in equilibrio non quando sono tutte della stessa grossezza — il che farebbe un mostro — ma quando le singole sono tali quali le postula la finalità, la fisiologia e l’architettura estetica del corpo stesso. – Dunque l’idea d’equilibrio comincia dal tener in conto gli elementi da equilibrare; li tratta alla luce d’una proporzione; razionalizza questa mirando alla obbiettiva finalità della nazione e della società umana. Tanto abbiam detto per la precisione teorica: ora veniamo al concreto.

… equilibrio nel campo materiale

L’equilibrio deve portarsi negli elementi materiali di una nazione. Elementi materiali sono i costitutivi della ricchezza colle loro sorgenti, organi di rotazione e di distribuzione. Sicché in pratica l’equilibrio deve farsi tra il lavoro e il capitale, tra le diverse classi, le quali beneficiano della ricchezza, tra le possibilità e il tenore di vita delle classi più abbienti e meno abbienti. Ma soprattutto — ci fermiamo qui all’aspetto materiale — l’equilibrio deve essere tra le entrate e le uscite, la industrializzazione e l’effettiva possibilità di vendita, tra l’attrezzatura economica e la fisionomia parimenti economica di uno stato. Un governo il quale spende più di quanto non introiti, salvo il caso eccezionale con fondata speranza di risarcimenti futuri, è semplicemente pazzo e condanna il suo povero gregge a scossoni ed emorragie senza fine. Un paese che vuol far l’industria per l’industria e non ha ove esitarla, fa un mestiere che non è il suo. Un paese che ha determinate sorgenti di ricchezza e — per spirito di imitazione — vuol farsi una economia la quale ne suppone altre inesistenti, diviene spostato, è fuori dell’equilibrio. La Spagna deve fare la Spagna e non la Svezia; la Finlandia deve far fa Finlandia e non l’Egitto. Che cosa significhi fare la Spagna, fare la Finlandia, lo indicano le effettive possibilità e il temperamento, le une e l’altro interpretate alla luce sovrana della storia. Col che non si nega dover tutti tendere ad un miglioramento in ogni settore dell’economia.

… equilibrio sul piano sociale

Sul piano sociale l’equilibrio risulta da una giusta, legale ed efficace ripartizione della ricchezza, del benessere, dei diritti, dei doveri e dell’autorità. Ma a tutto questo occorrono delle premesse. Eccole. Necessita un equilibrio, ossia una proporzione tra possibilità ed ideali; è sempre atto sovversivo dell’ordine e insipiente lo sbandierare e l’accreditare ideali smisurati e troppo eccedenti le vere possibilità di una nazione: è spingerla a fare delle pazzie rovinose. Eppure l’insipienza giunge a tal segno: da far credere in buona fede che per essere patrioti occorra cullare proprio simili irraggiungibili ideali. Altra necessaria premessa è l’equilibrio o la proporzione tra i vari settori della vita nazionale: tra il progresso materiale e quello culturale, tra lo sviluppo della tecnica e dell’arte; qui infatti si vien componendo quell’equilibrio spirituale che condiziona il rimanente benessere. L’equilibrio va mantenuto soprattutto, se si vuol lavorare ad un vero assetto sociale, tra l’economia e la politica. Esistono tra esse delle connessioni e delle interdipendenze, ma guai a voler subordinare dispoticamente la prima alla seconda. L’economia ha sue norme ed esigenze fondamentali, che il calcolo politico non può i n alcun modo sopraffare o ciecamente asservire. Ancora: l’equilibrio va mantenuto nella stessa politica. Qui ci si sente impegnati in considerazioni ben gravi. Che è dunque la politica? Essa dovrebbe essere semplicemente il complesso di azioni e provvidenze per amministrare bene il patrimonio comune, ordinare e reggere gli elementi della comunità in modo da procurare a tutti il massimo di benessere terreno. Siccome i patrimoni e le loro esigenze, le leggi fondamentali della psicologia, i bisogni e il benessere dell’uomo non sono opinioni, ma realtà ben individuate dall’immutabile senso comune e non plasmabili da diverse ideologie, la vera politica appare così ancorata ai fatti certi, che non la si può concepire come discussione, lotta e antagonismo. La sana politica è — colle debite proporzioni — fare il buon padre di famiglia. La politica invece è divenuta assalto al potere, gioco per far prevalere persone e loro idee più o meno peregrine nel suo godimento, armeggio, camarille e fazioni per sostenere il tutto slealmente ai danni della comunità. È doveroso confessare che della politica si è perduta anche la definizione. I giovani vi guardano come ad un campo fascinoso di competizione e di affermazione, dimenticando che le gloriose corse dei cavalli non si fanno sulla schiena degli uomini. I partiti hanno un senso quando, accettando il mondo come è e non secondo peregrine concezioni, convenendo sulle fondamentali necessità e norme obbiettive, si differenziano nella scelta dei mezzi e nelle particolarità di amministrazione. In questo ambito possono fare della sana politica, concorrendo colla onesta discussione a individuare il meglio: rimangono in fondo dei partiti amministrativi. Ma quando cominciano a concepire mondo, uomo e domani diverso da quello che realmente sono e vogliono fare un mondo che non esiste, vagolano sulla fantasia diventando, più che partiti, delle sette filosofiche di azione, la politica ne è rovinata in quanto si fa torneo su innaturali ed irraggiungibili mete, non cura ragionevole e paterna del bene comune. La politica risente troppo il male filosofico del tempo che sta nel credere di poter forgiare il mondo rosso, verde, nero, quando invece il mondo è già fatto e gli uomini sono quelli che sono e le norme base non tocca darle agli uomini, ma le dona universali e chiare la stessa natura, che, non seguita, inderogabilmente si vendica. È, se si vuole, il male del relativismo e contingentismo della verità portato in politica. Urge rieducare il senso e la coscienza politica: se non si giunge ad un equilibrio di concezione e di pratica in questa, ogni assetto sociale ne sarà sempre convulsionato, dato che ogni mala politica, di tutti i decantati assetti sociali, farà sempre una pedina del proprio gioco. Non abbiamo forse noi assistito a costituzioni politiche, che si son vantate d’essere custodi della sovranità — nientemeno — dei nullatenenti (proletari) e che son diventate delle grandi autocrazie personali, odiose e tiranniche nei momenti in cui il dispotismo serviva ai loro fini? La storia è maestra ed insegna qualcosa di più: fintantoché perdura un adulterato concetto della politica, i movimenti sociali sono strumenti prestigiosi per dar la scalata a quella da parte dei più ‘furbi e degli avventurieri. I poveri crederanno che tutto sia per amor del popolo. È chiaro: equilibrio sociale presuppone equilibrio in campo politico e qui l’equilibrio vero non è propriamente una risultante sufficientemente statica nel gioco dei partiti. Lavoro di Sisifo. Noi siamo malati di anemia nelle chiare idee fondamentali, colla stessa facilità con cui un beone non capisce più che il vino gli fa male. Supponiamo che un sindaco dica di voler fare il socialista o piuttosto il liberale. Tutto ciò non ha senso. Faccia così: amministri bene, rimpingui le casse, diminuisca le tasse, curi i servizi, le comodità, l’estetica, l’ordine: cioè sia onesto e devoto del suo dovere; in questo il mondo rosso o verde non c’entra. Queste — dicevamo — sono delle premesse all’equilibrio in campo sociale. Qui l’equilibrio impone proporzioni ragionevoli tra i profitti del capitale e dell’operaio, delle alte classi e delle classi medie. Vedremo a suo tempo che pensare dei « mezzi » per raggiungere quelle proporzioni. Tuttavia qui si pronuncia una parola importante, capitale, che ne richiama un’altra compromettente: capitalismo.  Su queste due parole polarizzano le sudate fatiche quanti cercano, in buona o mala fede, di assestare il mondo. Osserviamole semplicemente. Capitale, dice solo « riserva ». Tutti sanno che le riserve sono necessarie come nelle case occorrono i recipienti d’acqua, tanto più per la gigantesca macchina degli scambi e dell’industria creata dal mondo moderno. Il capitale non lo si può ragionevolmente abolire. Quello che può urtare è che il capitale sia in poche mani. Nessuno vorrà negare che accentramenti esagerati siano guai. Occorre limitare, arginare, decongestionare, regolarizzare il flusso. I modi possono essere diversi, né per il momento li discutiamo. Ma modo certamente errato sarebbe quello di radunare tutto nelle mani di uno (proletariato, soviet, stato). Infatti ciò libererebbe gli occhi invidiosi dalla visione di altri uomini ricchi (ma sarebbe poi vero? che dice l’esperienza?…) nulla più. L’unico capitalista, poiché lo stato ecc. sì concreta in uomini, diventerebbe uno o pochi uomini beneficiari della grande ricchezza perderebbe per l’enorme accentramento di elasticità e per l’impersonalità il senso della responsabilità. Viceversa, poiché il danaro è forza, ingigantirebbe il potere, l’autorità e le persone investite di essa; sicché gli uomini si troverebbero ad esser governati da gente che può ciò che vuole, anche ai loro danni, ben più che in regime capitalistico. Questo l’Europa l’ha sperimentato. Parrebbe che chi mira alla abolizione del capitale privato, miri alla libertà più completa: in realtà i difensori di questo punto di vista s’empiono la bocca di libertà. Stanno freschi! È il totalitarismo puro, con l’aggravante che, allorché marxisticamente si crede solo all’uomo-materia, la libertà neppure esiste a qualsiasi effetto, poiché è per definizione, dote dell’anima spirituale. Si comprende perfettamente perché chi agogna molto a comandare, a sadicamente comandare, prediliga un regime comunista o socialista. Ha ragione: in quel regime chi comanda ha in mano molto di più, dispone della somma di beni e di diritti,, che in regimi umani sono invece divisi fra i molti. È l’obesità della dominazione; e per chi ha appetito val la pena di aspirarvi. Il povero popolo crederà… – C’è di peggio. Quando l’unico capitalista (stato o l’equivalente) ha In mano l’enorme somma di disponibilità, che ne fa? Comincerà a sentire — poiché si concreta in uomini — le passioni degli uomini. Ai quali, allorché hanno il ventre pieno, rimane d’ascendere pei campi della gloria (imperialismi, internazionali, messianismi). Ecco allora che cosa farà l’unico capitalista: preparerà la guerra. Questa sarà l’ultimo amaro ed ineluttabile frutto di teorie che pur sono sbandierate sotto l’insegna della pace. L’analisi di alcuni regimi europei dell’ultimo ventennio Conferma quella che non è davvero una insinuazione maligna. – Ma continuiamo ad osservare quello che nel frattempo fa, mentre la guerra non è ancor giunta, l’unico capitalista. Può tutto e del suo potere si serve, legifera, applica, condanna. Può troppo e se ne serve troppo: è ineluttabile non sia diverso; se gli verrà qualche scrupolo per rimanenze ancestrali di coscienza, dirà a se stesso: ma lo faccio per il « Domani », per il sol dell’avvenire; questi sacrifici si « debbono » chiedere per il desiderato sogno. Ma ecco: servirsi troppo del potere è restringere troppo la libertà dei singoli, i quali cominciano nel dormiveglia a star male e a darne qualche segno. Sotto sotto cova l’insoddisfazione. Questa non va, deve essere inibita e prevenuta: ecco la polizia, ecco lo Stato fortezza, trabocchetto, ghigliottina. È un ciclo storico necessario, quando se ne son poste le premesse.

Che pensare del capitalismo? – Male, senza dubbio. Esso è una malattia che va curata con rimedi che non siano peggiori del male. Qui interessa vedere il perché profondo del male. – Il capitalismo — esagerazione del capitale e del suo impero — non sta tanto nel fatto che alcuni pochi uomini o gruppi abbiano, pel moltiplicato denaro, una esagerata, capacità d’acquisto, quanto in due indebite conseguenze della stessa capacità. Eccole. Anzitutto si cumula colla capacità di acquisto, una capacità assolutamente e giuridicamente eterogenea ad essa: la capacità di dominio politico, sociale, culturale, ideologico, che non è affatto contenuta nel danaro e per la quale l’impero del danaro diviene impero d’ogni cosa, persino della verità. L’azione sana legislativa dell’avvenire dovrà tendere a separare, quanto è onesto, queste due capacità. – Secondariamente, posto che oggi il danaro è di per sé fruttifero e lo si considera in funzione della sua moltiplicabilità, la sua abbondanza in poche mani, tende irresistibilmente a procurare onde diventar fruttifero. Di qui l’indefinito stimolo alla crescita commerciale ed industriale, che non vien più regolata e contenuta dalla naturale esigenza dei prodotti e dal progressivo miglioramento. S’arriva così alla formula il commercio per il commercio, l’industria per l’industria. La formula è una voragine, poiché si traduce così: l’uomo per l’industria, non l’industria per l’uomo, il consumo, anzi lo spreco per la produzione, e non la produzione per il consumo. S’arriva ad una corsa pazza di crear stimoli e bisogni per soddisfarli, di distruggere per creare: è l’artificio è il ciclo dell’anti-natura, è l’ingorgo, è il gran male del dell’economia con tutti i suoi drastici riflessi sociali. È il capovolgimento delle cose, puro e semplice.

… equilibrio sul piano intellettuale

Questo, per quanto non sembri, è in realtà il più difficile a raggiungere. Una nazione ha il suo intelletto — praticamente — nella mentalità pubblica, nell’opinione, nella tradizione. L’equilibrio poi sta nel fatto per cui non trovano campo di cultura le idee strane, eccessive, sovversive, strampalate, epilettiche, ossessive, false. L’equilibrio intellettuale domanda una composta serenità, una consapevolezza morale, una coscienza in tutti i mezzi di cui si forgia l’opinione pubblica: letteratura corrente, stampa, radio, spettacolo. Lo si misura dal quanto c’è di adesione alla verità obbiettiva, che è una. È per questo che il relativismo sulla verità ne è il peggiore nemico. Se per equilibrio intellettuale noi intendiamo poi quello che investe tutta la vita spirituale di una nazione, l’orizzonte si allarga, investe la civiltà, il progresso. Domanderà allora che lo sviluppo della religione, della morale, della cultura, del gusto vero, dell’arte, sia proporzionato e non inferiore a quello della tecnica e del benessere materiale; che la cura dell’educazione spirituale sia non inferiore, anzi sia maggior dell’educazione fisica; che le preoccupazioni si raccolgano non meno dei plausi sulla onestà, sul valore, sulla virtù. La rottura di questo equilibrio favorisce l’uomo-bestia con tutti i suoi istinti, che sono egoistici, sensuali e finalmente sanguinosi.

L’ordine internazionale dipende dalla maturità interna

Il secondo elemento riassuntivo d’un ordine interno negli stati è per il Papa la « maturità ». Maturità e sviluppo completo, equilibrio raggiunto, capacità ed efficienza

relativamente perfetta; proporzione stabile. Nell’uomo e, per riflesso, nella comunità umana, il concetto di maturità aggiunge : sodezza di giudizio, ponderazione di movimenti, riflessivo sfruttamento di esperienza, continuità di stile, coerenza; non compatisce i soprusi della sensibilità improvvisa, dell’estro puerile, dell’imprudenza, dell’irrazionalità; non ama le avventure. Teniamoci lontani dalle utopie. Nessun stato raggiungerà mai la maturità perfetta: il dramma della libertà comprometterà sempre l’ultimo fastigio di questo beato equilibrio. Però esistono delle realizzazioni umane possibili, alle quali si deve pur aspirare.

Maturità materiale

È lo sviluppo economico raggiunto attraverso tutti i suoi elementi, sì da garantire benessere a tutte le classi e possibilità di ulteriore sviluppo; sì da permettere nell’economia e nella pace l’ascesa dei beni spirituali. Segni di questa maturità materiale sono: l’elevato tenore di vita delle classi umili, in rapporto, s’intende, alle possibilità della nazione; la sostenuta capacità di acquisto, la relativa facilità per tutti del risparmio e della piccola proprietà, la stabilità degli elementi dell’economia, la pacifica coesistenza delle classi. Una maturità materiale non può per sé conoscere il pauperismo, come non dovrebbe conoscere le esagerazioni del capitalismo: essa infatti suppone ordinato ed assestato — quanto è possibile alle cose umane — il circolo della ricchezza. – L’idea di maturità materiale è relativa alla fisionomia, alla capacità ed alle risorse di una nazione; sicché sarebbe chimerico concepirla identica per tutti. Le diversità sono inevitabili: non tutti hanno le stesse risorse del suolo, lo stesso ingegno e la stessa tradizione culturale per sfruttarle, lo stesso temperamento e la stessa posizione geografica. Quanto più crescerà la comprensione tra i popoli — quale solo lo spirito della carità cristiana è in grado di promuovere — si imporrà un retto ordinamento giuridico, cadranno barriere economiche, i popoli meno abbienti potranno trarre dal flusso e riflusso nelle correnti della vita quanto non ottengono dalla loro povera terra. Giacché è proprio e solo su quelle basi che potrà risollevarsi la tremenda questione delle materie prime. È però utopia pensare ad una maturità materiale senza maturità là dove essa si genera e si assicura.

Maturità sociale

Sta nelle istituzioni e nella coscienza pubblica. Il termine istituzioni, non indica solamente gli organi (p. es. tribunali, parlamento, corporazione, sindacato, costituzione, federazione), ma altresì le leggi, la tradizione, il costume pubblico. La loro maturità sta nella raggiunta adeguazione ai bisogni a riprova compiuta, nella forza intrinseca di mantenersi pure da inquinamenti personalistici troppo spinti, e nella ragionevole stabilità. Istituzioni aperte in permanenza agli esperimenti e all’avventura, continuamente create dalle riforme, tarlate dal broglio, dal peculato, dal protezionismo e dai personalismi non sono indice di maturità d’uno stato. Nei fanciulli si possono scusare mutazioni continue e imprese contro il buon senso, nelle persone mature no. La logica sospinge a vedere che la maturità alle istituzioni sale da una maturità di coscienza pubblica. Che porta dunque con sé questa magica parola? La coscienza pubblica si attua attraverso il sentimento, il giudizio e l’atteggiamento comune. È matura socialmente parlando, quando ha buona formazione politica, cioè quando né concepisce, né sostiene la politica, né se ne fa zimbello, quasi fosse un gioco; la sente bensì come cosa seria, obbiettiva, lontana dalle filosofiche chimere di rifare il mondo è ancorata alle pratiche esigenze del bene comune. È coscienza matura quando ha la capacità di reagire ai sogni, agli ideali fallaci, alle esperienze rischiose, alle avventure romantiche, ai chiacchieroni, agli ipnotizzatori, quando è capace di opporre il suo infrangibile disprezzo ai conati dissolvitori della letteratura e di qualunque propaganda; quando ha il robusto senso critico delle opinioni e delle novità. La coscienza pubblica è allora il più grande stabilizzatore della politica, ne è la valvola, la remora, il controllo impersonale e terribile; là sono pure le avventure del pensiero. – I filosofi tentano spesso— ne hanno le più gravi tentazioni — di imporre la loro dittatura. Un popolo maturo non patisce neppur allora di suggestioni collettive. In fondo la maturità lo fa aderire all’umanità, al buon senso umano, obbiettivo, universale e costante. Ha la risorsa in sé per salvarsi dalle parziali deviazioni che possono incoglierlo e rasserenarsi in un composto equilibrio. Se la raggiunge, possono presentarsi in coreografie fascinose le idee esagerate, malsane, ammalate, frenetiche, pazze: sa reagire. – La maturità di coscienza pubblica è il più gran dono che possa avere un popolo. La storia ci dice che essa è stata talvolta relativamente raggiunta. Non è dunque follia sperar! Ma donde questa maturità? Qui c’è un problema rovente, che porta a scavare nelle anime. Finiamola coll’ipocrisia di scindere, per rispetto umano, l’ordine sociale dalla pienezza e — perché no? — dalla ascesi cristiana. Ma questo si vedrà meglio.

4. – Il diritto di natura

Il Papa afferma. Ma non afferma soltanto e gratuitamente: ha un continuo richiamo ad elementi giustificativi e probatori antecedenti, evidenti e valevoli per tutti. Egli appella a « norme fondamentali dell’ordine » a « fondamenti genuini di ogni vita sociale ». Dove sono tali fondamenti? È facile accorgersene: nella fisionomia naturale degli elementi che esamina, negli elementi « realizzanti fondati e sanzionati dalla volontà del Creatore » della natura quindi « non meramente forzati e fittizi » ma spontanei e congeniti alle cose. Ciò equivale a dire che il Papa appella per giustificare i suoi asserti, alle linee che sono espresse dalla natura stessa dell’uomo, delle cose e dei loro rapporti. Sa però il Papa che questa natura esprime pensiero e volontà di un altro, Dio; sicché le istituzioni e le norme promananti dalla natura, hanno origine divina, tanto che può parlare de « la convinzione dell’origine vera, divina e spirituale della vita sociale ». Per questa via logica ed obbiettiva, giungendo al vertice, Egli contempla: « Dio prima causa ed ultimo fondamento come Creatore della prima società coniugale, della società famigliare, della società dei popoli e delle nazioni ».

Il Papa si appella

Fonte delle affermazioni è dunque la natura plasmata da Dio, e le norme che all’analisi essa rivela; è, cioè, il diritto di natura. Qui cadono due osservazioni. L’una è sul punto di vista logico: il Papa sa che gli uomini vogliono essere convinti, che per essere convinti vogliono vedere le affermazioni provate dai fatti o dai princìpi più semplici, più visibili, più indiscutibili. Egli non dice: è così perché ve lo dico io »; accoglie invece il postulato della logica e dona la dimostrazione in princìpi semplici, anzi nel più semplice, più sincero e più visibile di tutti, la natura. Non ipostatizza come fanno i più, né  abbaglia con la magniloquenza fulminante e categorica, ragiona e per questo fa ragionare. – L’altra osservazione verte sulla sostanza: il Papa, appellandosi Lui stesso, richiama gli uomini alla esistenza di un diritto naturale, come a fondamento necessario e inderogabile di ogni convivenza umana. Abbiamo quindi un poderoso richiamo alla logica ed alla natura. Poiché questo richiamo è in tutto il messaggio, sia per l’esempio di coerenza razionale tanto raro, sia per l’affermazione sull’esistenza del diritto di natura, noi ci troviamo certamente dinanzi ad un elemento fondamentale che va accuratamente studiato.

Solo al diritto naturale?

Il richiamo non è fatto solamente al diritto naturale. Qua e là si hanno accenni al soprannaturale ed alla dottrina rivelata, specialmente ove si parla del lavoro e dello stato cristianamente ordinato. Tuttavia si può vedere come la trattazione sia prevalentemente ancorata al diritto di natura. Non senza ragione. Il Papa infatti si è rivolto non solo ai Cristiani, ma al mondo intero: era logico si ponesse su una base che è comune a Cristiani e ai non Cristiani, perché possibile sempre ed ovunque alla onesta metodica e volenterosa indagine di qualsiasi uomo che sappia rettamente ragionare.

Che è il diritto di natura?

È ovvio ci interessi ora sapere che cosa sia questo diritto di natura, anche per renderci conto del come esso sia sostegno legittimo di molte affermazioni del Messaggio papale. È il complesso delle norme o leggi che vengono manifestate agli uomini dalla stessa natura, la quale, creatura di Dio, non altro manifesta se non la volontà di Dio, capace di porre l’obbligazione morale di coscienza. Gli occhi s’appuntano sulla natura e tutti trovano facile comprendere che la voce della natura è ben grave, è anteriore alla nostra scarsa conoscenza, al nostro relativo accorgimento, fa parte di quell’ordine mirabile nel cui concetto sta pure la inviolabile vendetta per i violatori dei suoi assoluti dettami. Colla natura non si scherza, come non si scherza col mare, col fulmine e colle potenti arcane serve della sua fecondità. Ma è poi vero che esiste il diritto di natura? Non è esso una chimera? Per rispondere è necessaria un’indagine preliminare.

Come sorge il diritto di natura

Ciò equivale a chiedere come faccia poi la natura (uomo ed ogni suo elemento, cose e loro rapporti) a manifestare certe norme. Ecco. Ogni elemento naturale (p. es. la mia mano), ha delle linee strutturali. Più si studia e più queste diventano chiare. – Queste linee indicano un orientamento, anzi una finalità. Guardando le linee della mia mano io capisco che essa debba servire ragionevolmente. Orientamento e finalità tracciano una linea direttiva e questa è la natura. Chiunque per timore, per neghittosità o per pregiudizio volesse fermarsi a questo punto, dovrebbe pur riconoscere che andare contro questa norma sarebbe irragionevole, disordinato e, soprattutto, dannoso. – Ma è falso fermarsi qui. Come la natura indicativa espressa dagli elementi naturali individui e comparati diventa legge? Chi ha steso quelle linee strutturali, quegli orientamenti, quelle chiare finalità? L’autore della natura, Dio. Esse dunque rivelano veramente non una qualunque norma, ma la norma proposta dall’Intelligenza e imposta dalla Volontà del Creatore. Sicché avendosene generata l’obbligazione morale di coscienza, si ha la legge nel pieno senso della parola.

Il diritto di natura esiste

Ora è possibile rispondere alla domanda già prima formulata. Il diritto di natura esiste tanto quanto esiste la natura, le sue linee indicatrici, tanto quanto esiste Dio autore della natura. Queste linee le ritrovo non solo nella mano o negli occhi, ma nei sentimenti, negli istinti, nelle comparazioni fra essi, nelle facoltà spirituali e fisiche, nei rapporti naturali tra ogni individuo umano e tutti gli altri esseri, ossia in tutta la creazione, accessibile alla mia percezione ed alla mia intelligenza. Che, in un certo senso, « natura » è precisamente « l’opera del creato ». Così la natura ci parla di Dio, che è la prima legge limitativa dell’arbitrio umano; ci parla della dipendenza di ogni cosa da Lui; mostra in Lui il tutore ed il vindice degli impegni liberamente assunti, dei contratti, donando in tal modo le sole basi ad ogni altro diritto conseguente. Che varrebbe infatti il contratto se non esistesse l’anteriore legge di fedeltà? Che varrebbe la legge umana se l’autorità, sua sorgente, non fosse avallata da princìpi antecedenti e cioè dal diritto di natura?

Conseguenze

Le conseguenze dell’affermazione sull’esistenza del diritto naturale sono talmente gravi e severe da farci comprendere perché abbiano acquistato un carattere ben ostico presso i difensori della sfrenata indipendenza da Dio. Eccone alcune:

1) Il diritto di natura è immutabile quanto la natura.

Acquista pertanto un carattere assoluto. È la condanna del relativismo nei supremi princìpi della convivenza umana. È un richiamo alla fissità delle leggi-base sotto ogni civiltà ed ogni clima. Ecco perché le grandi leggi dell’economia non si creano e non si deformano d’arbitrio; ecco perché il trattamento dell’ « uomo » ha canoni ai quali è necessario sottostare.

2) Il diritto di natura è anteriore all’individuo, alla famiglia ed alla società; ecco perché è ugualmente ed inderogabilmente obbligatorio per tutte queste istituzioni, che da esso traggono fisionomia e potere.

3) Il diritto naturale è legge divina: per questo è la base di qualsivoglia programma sociale e politico, il quale si fa immorale per il solo fatto di calpestarlo. I programmi non possono essere compilati sotto la pura pressione di ragioni contingenti, né col criterio di far concorrenza alle mode più fortunate e più demagogiche, né coll’intento di presentare offe all’appetito della folla male informata e minacciosa, ma anzitutto chiamando ad ispiratrice la legge e la giustizia di Dio! Salvi i princìpi, salva con tale coraggio la legge e mai contro di essi, si potrà fare della « tattica » ispirata alle contingenze.

4) Il diritto naturale costituisce un « precedente » per cui è definito l’uomo, nonché l’interpretazione fondamentale delle questioni che lo riguardano. Spieghiamoci: l’uomo è, per esso, quello che è; io non lo posso più creare rosso o verde, più risibile di quel che non sia, o più scemo e maneggevole di quel che l’abbian pensato certi statisti, figurina da salotto, soldatino di piombo, arena di spiaggia. Il grande « precedente » che ci attende come una nemesi, qualora lo dimenticassimo, ci impedisce di creare nel regime dei popoli, ci obbliga invece a umilmente cercare, a diligentemente e magari originalmente interpretare quanto sta nella obbiettiva realtà delle cose. È il limite alla fantasia estrosa, sola risorsa degli intelligenti ignoranti e dei dotti imbroglioni. I fatti della storia danzeranno a loro piacimento, magari nello stile della danza macabra dei nostri giorni, ma finiranno coll’essere sempre implacabilmente discriminati da questo « diritto » che è nella fisionomia della natura e che costituisce il « peso » orientatore delle stesse grandi leggi morali dell’umanità. Appellare ad esso è ancorarsi a qualcosa di obbiettivo, di granitico, di provato, di estremamente concreto. – Le questioni umane bisogna staccarle dagli orientamenti impressi dalle mire egoistiche, dalle concezioni astratte, dalle stranezze degli uomini anormali. – Il diritto di natura è parte del buon senso umano, sicché un uomo è di buon senso quando ne segue le norme. Ora il buon senso è il taciuto articolo di tutte le leggi, il fondamentale comma di tutte le costituzioni. Tutti, quando non son presi da eclissi di intelligenza, se lo augurano, e soprattutto, lo augurano agli altri. Ritornare a questa cognizione, tradurla nella semplicità più accogliente, dedurla alle conseguenze, rifarci pazientemente una coscienza, è apostolato dei nostri giorni.

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (2)