COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DI LIEBANA (5)

I quattro cavalli e i quattro cavalieri (Apoc. VI, 1-8)

Beato de Liébana:

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE (5)

Migne, Patrologia latina, P. L. vol. 96, col. 893-1030, rist. 1939, I, 877

[Dal testo latino di H. FLOREZ – Madrid 1770]

LIBRO SECONDO

INIZIA LA SECONDA CHIESA

(Ap. II, 8-11)

Et angelo Smyrnæ ecclesiæ scribe: Hæc dicit primus, et novissimus, qui fuit mortuus, et vivit: Scio tribulationem tuam, et paupertatem tuam, sed dives es : et blasphemaris ab his, qui se dicunt Judaeos esse, et non sunt, sed sunt synagoga Satanæ. Nihil horum timeas quae passurus es. Ecce missurus est diabolus aliquos ex vobis in carcerem ut tentemini : et habebitis tribulationem diebus decem. Esto fidelis usque ad mortem, et dabo tibi coronam vitæ. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis: Qui vicerit, non laedetur a morte secunda.

[E all’Angelo della Chiesa di Smirne scrivi: Queste cose dice il primo e l’ultimo, il quale fu morto, e vive: So la tua tribolazione e la tua povertà, ma sei ricco: e sei bestemmiato da quelli che si dicono Giudei, e non lo sono, ma sono una sinagoga dì satana. Non temere nulla di ciò che sei per patire. Ecco che il diavolo caccerà in prigione alcuni di voi, perché siate provati: e sarete tribolati per dieci giorni. Sii fedele sino alla morte, e ti darò la corona della vita. Chi ha orecchio, ascolti quel che lo Spirito dica alle Chiese: Chi sarà vincitore, non sarà offeso dalla seconda morte.]

INIZIO DELLA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA INNANZI DESCRITTA NEL LIBRO SECONDO

[2] Scrivi all’Angelo della chiesa di Smirne. Smirne, è « il canto di quelli che hanno proclamato la verità cattolica; » a questi lo Spirito Santo parla dicendo: Questo dice il primo e l’ultimo, che era morto e che è tornato in vita. Conosco la tua tribolazione e la tua povertà, anche se sei ricco. Egli loda le opere della sua Chiesa, perché sta andando nel regno attraverso molte tribolazioni. Preferisce la condizione della povertà, perché rigetta energicamente i beni presenti per meritare quelli futuri … Anche se sei ricco. Essa è ricca nella fede e nell’abbondanza totale della grazia, cioè nell’umiltà, compiendo la parola divina che dice: « beati i poveri in spirito » (Matt. V, 1). Chi è povero di spirito è ricco dello Spirito di Dio. Colui che è ricco di spirito, si gonfia con arie di grandezza, è come un otre. Si deve sapere, quindi, che le colpe più gravi sono quelle di specie poco indicate, che sembrano addirittura essere virtù, perché le colpe chiaramente note prostrano lo spirito con la tristezza e lo trascinano alla penitenza. Queste invece, non solo non umiliano lo spirito portandolo alla penitenza, ma elevano la mente di chi opera, essendo ritenute come delle virtù. Dice di questi di tal parte della Chiesa: e sei bestemmiato da parte di coloro che si definiscono Giudei ma non lo sono, e sono in realtà una sinagoga di satana. La Chiesa sopporta spesso numerose contumelie da parte di chi confessa di conoscere Dio ma non lo riconosce affatto, e la cui assemblea è congregata al loro padre, il diavolo. Anche qui si dimostra come non si parli solo ad una Chiesa particolare, perché non solo quelli di Smirne erano o sono Giudei bestemmiatori. Si mostra anche che questi Giudei siano all’esterno, che siano cioè dei cattivi Cristiani, così come ha detto sopra a proposito dei falsi apostoli. Avrebbe anche potuto chiamare i Cristiani Giudei, perché “giudeo” è una parola religiosa. In ebraico, Giuda si intende “confessio” in latino. Quelli che si definiscono Giudei, cioè “i confessori”. Perché se non li chiamasse Giudei, non direbbe che si chiamano così e non lo sono. « Siamo noi i circoncisi » (Fil. III,3); siamo noi i Giudei, che hanno Cristo, il Leone della tribù di Giuda. « Infatti, Giudeo non è chi appare tale all’esterno, e la circoncisione non è quella visibile nella carne; ma Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera; la sua gloria non viene dagli uomini ma da Dio. » (Rm. II, 28), è cioè colui che piace solo a Cristo e non agli uomini, come sta scritto: « Tutta splendida è la figlia del re, “ab intus”: in dentro » (Psal XLIV, 14). Se avesse detto solo che si definiscono Giudei, e non avesse aggiunto la sinagoga di satana, non avremmo potuto dire che fossero fuori, anche se avesse detto che stavano bestemmiando. Con ciò dimostra anche che questi Giudei sono fuori, perché non dice che … avete messo alla prova coloro che si definiscono Giudei; così come sopra ha detto degli apostoli che dicono di essere apostoli senza esserlo, così anche qui avrebbe potuto chiamare Giudei i Cristiani che sono della sinagoga di satana. Se volete sapere cos’è questa sinagoga e cos’è la Chiesa, lo saprete chiaramente nel prologo delle sette chiese. Non ho tempo di occuparmene ora, perché non accada che mentre replichiamo cose già discusse, ci attardiamo per le cose non ancora trattate. Infatti, nostro Signore, dando come esempio il suo corpo, in mezzo alla sinagoga del santo Israele, in mezzo quindi a Gerusalemme, proclamava che Gerusalemme uccideva i profeti. La si chiamava anche la sinagoga di satana, che è Sodoma e l’Egitto; che è una congregazione ed una sinagoga; e noi costituiamo insieme un’unica assemblea, poiché la sinagoga è di molti, ma la Chiesa è di pochi. Ma se è così, perché lottiamo tra di noi? Perché ci chiamiamo l’un l’altro anticristi? Proprio per questo Giovanni ha chiarito nella sua lettera, chi sono quelli che si debbano considerare come anticristi quando dice: chi nega che Gesù è Cristo, questi è l’Anticristo » (1 Gv. II, 22). Chiediamoci allora chi è che lo neghi; e non guardiamo alle parole, ma ai fatti. Perché se si chiede a questi, tutti confessano con la bocca che Gesù è il Cristo. Ma riposi un po’ la lingua ed interroghiamoci se veramente ciò verifichiamo. Se la stessa Scrittura ci ha detto che la negazione non si fa solo con la lingua, ma con le opere, troviamo certamente molti Cristiani che sono “anticristi”, che lo confessano cioè solo con la bocca, mentre che le loro abitudini non sono in sintonia con Cristo. Dove lo troviamo nella Scrittura? Ascoltiamo Paolo. Egli dice, parlando di costoro: « … Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti, (Tt. I, 16). Abbiamo trovato allora questi anticristi. Chiunque rinneghi Cristo con la sua condotta è l’Anticristo. Non si ascolti ciò che si proclama, ma ciò che si vive. Parlano le opere e noi cerchiamo ancor le parole? Chi è malvagio dirà forse cose buone? Ecco cosa dice il Signore di costoro: « … come potete dire cose buone, voi che siete cattivi?» (Mt. XII, 34). Voi portate le vostre voci alle mie orecchie, io esamino i vostri pensieri e vedo che c’è una volontà malvagia e che voi date cattivi frutti. So cosa raccogliere da lì: … non si raccolgono fichi dai rovi, non si raccoglie uva dalle spine. Ogni albero è conosciuto per i suoi frutti. L’anticristo è più che altro un bugiardo, che confessa con la sua bocca che Gesù è il Cristo e lo nega con la sua condotta. Per questo è bugiardo, perché dice una cosa e ne fa un’altra. Infatti il Signore disse al suo corpo, cioè alla Chiesa, dandone un esempio in mezzo alla sinagoga del santo Israele, cioè di colui che vede Dio, in mezzo alla santa Gerusalemme: « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati » (Matt. XXIII, 37). Dovete capire che questo lo ha detto della sinagoga di satana, che è Sodoma e l’Egitto, dove i suoi testimoni, cioè coloro che servono Dio, vengono crocifissi ogni giorno. Sodoma, dopo i suoi eccessi, diventa cenere, una volta liberato Lot con le sue figlie. Ma cosa significa che se il Signore avesse trovato cinquanta o anche fino a dieci persone giuste, avrebbe salvato la città? (Gen. XVIII: 26). Mise il numero cinquanta come segno di penitenza, nel caso in cui si fossero convertiti e quindi salvati. Il numero cinquanta si riferisce sempre alla penitenza. Ecco perché Davide ha composto il Salmo della Penitenza con quel numero. Ecco perché quando Dio vede la vita dei peccatori che non vogliono pentirsi, il che si indica col numero cinquanta, trattiene all’istante l’ardore della sfrenata lussuria con il fuoco della geenna. Ha detto poi che Sodoma non perirebbe se vi si trovassero anche solo dieci giusti, perché se il nome di Cristo si trova in un uomo per l’osservanza dei Dieci Comandamenti, questi non perirà. La cifra del numero dieci è un numero perfetto e rappresenta la croce di Cristo. Ma cosa sono le cinque città che sono state consumate dalla pioggia di fuoco, se non tutti coloro che hanno usato in modo lascivo i cinque sensi del loro corpo, e che sono consumati da quel fuoco divino? Lot stesso, parente di Abramo, uomo giusto ed abitante di Sodoma, che meritava di uscire indenne da quel fuoco – similitudine del giudizio divino – era figura del corpo di Cristo che, come tutti i Santi, geme ora tra gli iniqui e gli empi, di cui non approva le azioni, e dalla cui compagnia sarà liberato alla fine del mondo, quando essi saranno condannati con il fuoco al tormento eterno. La moglie di Lot era figura di quei religiosi che, chiamati dalla grazia di Dio, guardano indietro e desiderano tornare a quelle cose che avevano abbandonato. Di questi il Signore dice: « nessuno che mette la mano all’aratro e guarda indietro è adatto al regno dei cieli » (Lc. IX, 62). Per questo a quella donna è proibito guardarsi indietro, per insegnarci che non dobbiamo tornare alla vita precedente, noi che, rigenerati dalla grazia, desideriamo sfuggire alla eterna dannazione. E il fatto che sia rimasta girata a guardare indietro e sia diventata una statua di sale, serve da esempio alla condotta dei fedeli, affinché altri possano essere salvati. Infatti neanche lo stesso Cristo tacque, dicendo: « … ricordatevi della moglie di Lot » (Lc. XVII: 32), cioè possiamo condirci col sale per non dimenticare il fatto, ed essere saggiamente prudenti. Ammonì così quella quando fu trasformata in una statua di sale. – Commentiamo ora ciò che riguarda lo stesso Lot, che, fuggito da Sodoma in fiamme, giunse a Segor ma senza scalare la montagna. Fuggire da Sodoma in fiamme è non accettare i fuochi illeciti della carne o i desideri del mondo; l’altezza delle montagne è la contemplazione del perfetto; e seppur molti giusti fuggono dalle lusinghe del mondo, eppure, dediti essi all’azione, non possono raggiungere la vetta della contemplazione. Per questo Lot è uscito da Sodoma, ma non ha raggiunto la montagna; la vita riprovevole è stata sì abbandonata, ma non è stata ancora raggiunta la grandezza della sublime contemplazione. Per questo Lot stesso dice all’Angelo: « È qui vicino quella città, nella quale posso fuggire, ella è piccola, ed ivi troverò salute, non è ella piccolina, e ivi non sarà sicura la ma vita? ». (Gen. XIX: 20). Si dice che cerca questa che senza dubbio si mostra sicura per la salvezza, perché la vita attuale non è né totalmente distaccata dalla cura del mondo, né estranea alle gioie della salvezza. E Lot stesso, quando le sue figlie gli si unirono, sembrava rappresentare il ruolo della futura Legge. Infatti taluni che sono stati generati da quella Legge e che quindi sono soggetti alla Legge, non comprendendola bene, in un certo senso ne sono come ubriacati, non osservandola che legalmente, e facendo così opere di infelicità. Infatti « così la legge è santa, e santo e giusto e buono è il comandamento. » (Rm. VII, 12) – come dice l’Apostolo – se qualcuno la osserva legalmente. – L’Egitto è flagellato da dieci piaghe e non viene corretto. Queste piaghe avvenute in Egitto in modo materiale, ora si verificano in modo spirituale nella Chiesa. Infatti l’Egitto è figura del mondo, come Sodoma, la quale è stata consumata dal fuoco, ed è stata abbandonata. Da Sodoma solo in tre sono stati liberati dal fuoco; dall’Egitto solo in due sono entrati nella terra promessa (Num. XIV, 30). Anche se molti sono usciti, si dice che solo due vi siano entrati. E questo è ciò che la Verità manifesta nel Vangelo: « … molti sono chiamati, ma pochi sono gli eletti » (Mt. XX, 16). Due sono entrati nella terra della promessa, e solo in due riceveranno i regni celesti della promessa, cioè l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Tre sono stati liberati dal fuoco a Sodoma, e in tre saranno liberati quando Cristo verrà nella sua gloria per giudicare la terra, cioè la fede, la speranza e la carità. In Egitto, innanzitutto, le acque diventarono sangue. Le acque dell’Egitto sono state trasformate in sangue, cioè le dottrine erronee e fallaci dei filosofi, che giustamente diventano sangue, poiché circa le cose sentono in modo carnale. Ma quando la croce di Cristo insegna la luce della verità a questo mondo, lo rimprovera con punizioni simili, così che per la qualità delle piaghe, la Chiesa possa conoscere, per mezzo di esse, i propri errori. Nella seconda piaga c’è l’invasione delle rane, che crediamo essere i versi dei poeti che, con modulazione vuota e tronfia, com’è il gracchiare delle rane, hanno introdotto in questo mondo favole ingannatrici. Per mezzo della rana si indica la vanità del chiacchierio. Questo animale non serve a nient’altro se non ad emettere un suono goffo ed inopportuno. Dopo le rane arrivano le zanzare. Questo animale che vola con le sue ali scivola nell’aria, ma è così sottile e minuscolo, che si nasconde all’occhio, a meno che non si abbia una vista molto acuta. Ma quando plana sul corpo, punge con il suo pungiglione acuminato, così che, quando ci chiediamo chi volasse, si comprende subito chi era. Questo tipo di animale è paragonato alla sottigliezza eretica, che trafigge sottilmente le anime con il pungiglione della verbosità, e ci circuisce con un’astuzia tale che la persona ingannata non vede né comprende come ed in cosa sia stata ingannata. I maghi che si arresero al terzo segno, dicendo: questo è il dito di Dio (Es. VIII,15), rappresentavano l’audacia e la caparbietà degli eretici. L’Apostolo lo manifesta dicendo: « … Sull’esempio di Iannes e di Iambres che si opposero a Mosè, anche costoro si oppongono alla verità: uomini dalla mente corrotta e riprovati in materia di fede. Costoro però non progrediranno oltre, perché la loro stoltezza sarà manifestata a tutti, come avvenne per quelli. » (2 Tm. III, 8). Infatti anche costoro, che erano molto inquieti per la stessa corruzione delle loro menti, fallirono nella terza piaga, confessando che il loro avversario fosse lo Spirito Santo, che era in Mosè, perché al terzo luogo infatti si pone lo Spirito Santo, che è il dito di Dio. Ecco perché chi ha fallito nella terza piaga ha detto: ecco il dito di Dio. Così, riconciliato e placato, lo Spirito Santo dà riposo ai miti ed agli umili di cuore, ed invece contrariati e disistimati, agita con l’inquietudine i non mansueti ed i superbi. Quei piccoli insetti hanno generato questa loro inquietudine col dire: ecco il dito di Dio. In un quarto momento, l’Egitto fu afflitto dalle mosche. La mosca è un animale molto inopportuno ed inquieto. In essa, cos’altro si intende se non il desiderio della carne? L’Egitto è turbato così dalle mosche, come lo sono i cuori di coloro che amano questo mondo e sono feriti dall’inquietudine dei loro desideri. Per di più, i “settanta interpreti” hanno usato il termine di “cinomia“, che sono le mosche canine, con le quali si indicano appunto modi canini, vale a dire la verbosità della mente, i desideri pressanti e la libido della carne. Questo termine può certamente significare anche, con la mosca canina, l’eloquenza forense degli uomini, con cui i cani si feriscono l’un l’altro. In quinto luogo, l’Egitto è flagellato dalla morte degli animali e del bestiame. In questa piaga si rimprovera l’ignoranza e la stupidità dei mortali, che come animali irrazionali hanno istituito un culto e dato il nome di “dei” a figure scolpite e ad animali irrazionali, non solo nelle immagini raffiguranti uomini ed animali, ma pure nelle sculture scolpite nel legno e nella pietra. Amon e Giove sono venerati in un ariete; Anubi, in un cane; Apis è venerata in un toro. In queste ed in altre cose, in cui l’Egitto ammirava le meraviglie degli dei, ed in cui credeva consistesse il culto divino, essi hanno subito torture degne del loro peccato. Dopo questo, come sesta piaga, ci sono le ulcere, le eruzioni cutanee con febbre. Nelle ulcere, si condanna la malizia dolosa e corrotta di questo mondo; nelle eruzioni tumescenti, l’orgoglio che gonfia; nelle febbri, l’ira e la malvagità del furore. Finora queste piaghe, figura dei relativi errori, provengono dal mondo. Da questo momento in avanti, giungono segni dall’alto, vale a dire: tuoni, grandine e fuoco che si diffonde. Nel tuono si fanno sentire i rimproveri e le correzioni divine; infatti Egli non punisce in silenzio, ma dà voce e manda dal cielo la dottrina, con la quale il mondo, nella sua punizione, può riconoscere il suo peccato. Egli manda la grandine per distruggere la mollezza dei vizi appena nati; manda il fuoco, perché sa che ci sono spine e cardi che quel fuoco deve bruciare. Di esso il Signore dice: « … Sono venuto a portare il fuoco sulla terra » (Lc. XII, 49). Attraverso di esso, quindi, si accendono gli stimoli del piacere e della libido. Quando si racconta, nell’ottava piaga, delle cavallette, alcuni pensano che con questo tipo di piaga sia punita l’incostanza del genere umano in dissidio. Ma le cavallette devono essere comprese anche in un altro senso, per la leggerezza della loro mobilità, similmente a quelle anime che si spostano da un luogo all’altro e saltano tra i piaceri del mondo. Alla nona piaga giunsero le tenebre, per rimproverare la cecità della loro mente, o per far loro capire che le ragioni della ricompensa divina e della provvidenza sono molto oscurate: « Si avvolgeva di tenebre come di velo, acque oscure e dense nubi lo coprivano » (Psal. XVII, 12); Dio infatti, quando lo si volle scrutare con audacia e temerità, sostenendo con diverse ragioni cose eterodosse, li gettò nelle tenebre più grossolane e spesse dell’ignoranza. Infine vennero eliminati i primogeniti degli Egiziani: questi sono da intendere essere i principi, i potenti ed i governanti del mondo delle tenebre, o anche gli autori ed inventori delle false religioni di questo mondo, inventori che la verità di Cristo ha distrutto ed estinto: « … così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. » (Es. XII: 12). – Gli Ebrei credono che questo si riferisca alla distruzione di tutti i templi dell’Egitto nella notte in cui il popolo uscì dal suo territorio. Noi lo intendiamo nel modo spirituale: quando siamo usciti dall’Egitto di questo mondo, gli idoli dell’errore saranno caduti, e tutto l’insegnamento di dottrine perverse sarà crollato. Questi sono in realtà Sodoma e l’Egitto, che ora stanno combattendo la Chiesa. La prima viene bruciata perché non vi si sono trovati nemmeno dieci uomini giusti; il secondo è flagellato dalle dieci piaghe, senza che faccia ammenda. Quando si trova Sodoma e l’Egitto in questo libro, si consideri questa interpretazione; e quando si nomina la “sinagoga”, si sappia che essa è proprio Sodoma e l’Egitto. Infatti della sua bocca e del suo corpo, ne parlava il Signore attraverso il Profeta: « … innumerevoli cani mi circondano; una sinagoga dei malvagi viene su di me » (Psal. XXI, 17). E ancora: « … Allora si aprì la terra e inghiottì Datan, e seppellì la sinagoga di Abiron. » (Psal CV, 17), perché hanno irritato Mosè ed Aronne, il santo Sacerdote del Signore, e hanno pagato il fio per aver osato sacrificare secondo le loro voglie. Questo rappresentano anche coloro che ora cercano di creare eresie e scismi nella Chiesa, ed ingannano molti attirandoli così, disprezzando i “veri” Sacerdoti di Cristo e separandosi dal clero e dalla società dei molti. Essi osano fondare chiese e costruire un altro altare ed un’altra preghiera con parole illecite, profanando la verità del Sacrificio del Signore con sacrileghi sacrifici. Coloro che si ostinano contro il comando del Signore, con temeraria audacia, infrante le compagini della terra, si immergono, viventi, in un profondo abisso. E non solo coloro che ne sono la guida, ma anche coloro che, dando il loro consenso, ne sono diventati complici e, pronti per la vendetta, periscono nel fuoco dell’eterno tormento. Questa stessa sinagoga che si era opposta a Mosè, è ora avversa alla Chiesa. Prima di manifestarsi, essa si trovava da lato, e veniva chiamata con il nome di un’unica sinagoga. Geremia ci ricorda che questa sinagoga è dentro la Chiesa quando dice: « O Signore onnipotente, non mi sono seduto nelle brigate di buontemponi, ma spinto dalla tua mano sedevo solitario …. » (Ger. XV, 17) … certamente con lo spirito, perché mai mi sono allontanato da loro.  Non c’è nessun’altro tempio in cui sedersi solitario, né un altro popolo da cui restare separato. Anche Nicodemo era estraneo al gruppo dei malvagi nell’interpretazione della Legge. Questa è la sinagoga nella Chiesa, alla quale il Figlio di Dio dice: « … voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro » (Gv. VIII, 44). C’è la via stretta e la via larga; quella è la destra e l’altra la sinistra. Ma le due vie si uniscono nella via del Signore o si mescolano tra loro? È scritto in Osea: « poiché rette sono le vie del Signore, i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano. » (Osea XIV: 10). – Per questo si esorta la sua Chiesa a non temere chi uccide il corpo e poi non può fare null’altro, dicendo: … non temete ciò che soffrirete. Egli indica così le tribolazioni ed i mali futuri inflitti dai malvagi e conforta i suoi fedeli perché non abbiano paura delle molestie nelle persecuzioni; ma lo racconta come ad uno solo, perché i Santi, pur vivendo tutti in questo mondo, sono “uno” formando un’unica anima ed un unico cuore nell’amore di Cristo, e la Chiesa è una sola. Perché così come sono Cristo e la Chiesa, cioè il Capo con le membra, che sono una cosa sola, così lo sono pure i malvagi con il diavolo, loro capo, formando: “un solo corpo”. E nel dire “non temete per ciò che soffrirete”, indica certamente anche ciò che si soffrirà da tutto il corpo del diavolo che, in tutto il mondo, dall’interno e dall’esterno, assedia la Chiesa, o ciò che il nemico potrà causare. Il diavolo sta per mettere alcuni di voi in prigione, per cui sarete tentati e soffrirete una tribolazione di dieci giorni. Non credo che si debba dire o credere incautamente ciò che alcuni hanno detto o pensato, e cioè che la Chiesa non subirà persecuzioni fino al tempo dell’Anticristo; infatti la Chiesa ha già subito dieci persecuzioni, e l’undicesima ed ultima sarà sotto l’Anticristo. Si computa così essere la prima quella realizzata da Nerone. La seconda, quella da Domiziano. La terza è quella di Traiano. La quarta, quella di Antonino. La quinta, di Severo. La sesta, quella di Massimino. La Settima, di Decio. L’Ottava, di Aureliano. La Nona, di Valeriano. La decima, di Diocleziano e Massimiano. A causa di questi dieci re, la Chiesa ha sofferto dall’Ascensione di Cristo fino al Concilio di Nicea, per duecento cinquant’anni. Essi hanno realizzato una strage di martiri, come dice il Signore in questa Apocalisse di San Giovanni: soffrirete una tribolazione di dieci giorni, per mano di dieci re. Il diavolo che si era trasformato in una figura umana, diceva contro i Cristiani: perché venerate Gesù crocifisso, un uomo giudeo, un uomo senza importanza? Incitava i principi del mondo a mettere a morte coloro che avevano creduto in Cristo. Dopo che il Vangelo fu predicato in tutto il mondo, gli stessi re, le cui leggi avevano devastato la Chiesa, si sottomisero in modo salutevole a tutti martiri, e dopo essere stati così solleciti nell’eliminarli crudelmente dalla terra, cominciarono a perseguitare i falsi dei, a distruggerne i templi, e a costruire basiliche dedicate ai martiri; ciò vedendo, il diavolo si è adornato con l’abito della religione, assumendo il nome di Cristianesimo, ed ha combattuto “da cristo” contro Cristo; egli ha infiltrato gli eretici nella Chiesa; ed ora muove l’undicesima persecuzione, quella dell’Anticristo. Fin da quando il Vangelo di Cristo è stato diffuso in tutto il mondo, nella Chiesa c’è la persecuzione di una spiritualità falsa e ingannevole, che è nota ai dotti, ma non è conosciuta da tutti gli empi; infatti con tale sottigliezza il diavolo ha mutato il culto della Religione, e, per ingannare più facilmente, sotto il nome di “Cristianesimo”, mescola il vero con il falso, in modo da suscitare i suoi predicatori a diffondere delle opinioni, piuttosto che delle credenze. E così, fin dai primordi della Chiesa Cattolica, e quasi poco dopo l’ascesa al cielo di Cristo, la subirono gli Apostoli ai quali furono annunciate queste cose mentre erano con Lui prima che ascendesse: la Chiesa ne iniziò a soffrire, e dopo la sua scomparsa crebbe ancor più la passione e molte tribolazioni furono causate, al punto che essi versarono pubblicamente il proprio sangue per il nome di Cristo, che i Giudei vietavano loro finanche di nominare: così sappiamo che avverrà pure alla venuta dell’Anticristo, anche se pure oggi si soffre molto in vari luoghi e regioni, da parte degli eretici e dai gentili. – Egli ha detto: soffrirete una tribolazione di dieci giorni. In questi dieci giorni citati, si indica tutto il tempo di questo mondo, perché si dice dieci per così dire, come lo stesso è di cento o mille, cioè il numero perfetto completo di questo mondo; è come se dicesse: soffrirete una tribolazione, ma solo di dieci giorni, perché avranno fine. Se si considerano infatti i mali presenti a cui si è sottoposti, confrontati all’eternità della futura beatitudine, certamente appaiono brevi, come passati di fretta, tali come se si trattasse di dieci giorni. Per questo l’Apostolo dice: « Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano degne di essere paragonate alla gloria che si manifesterà in noi » (Rm. VIII, 18). Egli poi incoraggia i suoi e dice loro: Siate fedeli fino alla morte e vi darò la corona della vita. E nel Vangelo il Signore dice: « Chi persiste fino alla fine sarà salvato » (Mt. XXIV, 13). Può accadere così che chi abbia vissuto male, ma alla fine della sua vita sia tornato alla vera penitenza ed abbia creduto rettamente in Dio ed incontri la madre Chiesa, anche se solo nel momento in cui sta per morire, sia sciolto dal peccato. Può anche accadere che chi abbia vissuto rettamente, e alla fine della sua vita si sia allontanato dalla giustizia, non si salverà se muore in tale stato, non avendo perseverato fino alla fine. Alla fine ognuno sarà salvato o condannato: il Signore giudica ognuno alla fine, condanna o incorona! Secondo quanto è scritto: « … giudicherà il mondo fino all’estremità della terra » (Psal. IX, 9). E: « … Chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna » (Gv. XII, 25) e fino alla morte, o riceve la morte a causa della fede, o persevera fino alla morte nella fede di Cristo: questi sarà salvato, e riceverà senza dubbio la corona della vita. E ripetutamente avverte che chi ascolta fedelmente l’uomo interiore dovrebbe aprire le orecchie per ascoltarne i richiami, per comprendere ciò che lo Spirito annunzia alle Chiese, col dire: il vincitore non soffrirà la seconda morte. Chi ha sopportato pazientemente la sofferenza, o ha mantenuto una fede incrollabile fino alla fine, sarà liberato dalla rovina della seconda morte. Dopo di ciò parla e indica lo stesso Signore che afferma che dalla sua bocca è uscita una spada affilata a doppio taglio, che si insegna essere la parola di Dio; e annuncia che la Chiesa vive in questo mondo là dove si trova la sede di satana.

COMINCIA LA TERZA CHIESA NEL LIBRO SECONDO

(Ap. II, 12-17)

Et angelo Pergami ecclesiæ scribe: Hæc dicit qui habet rhomphæam utraque parte acutam: Scio ubi habitas, ubi sedes est Satanæ: et tenes nomen meum, et non negasti fidem meam. Et in diebus illis Antipas testis meus fidelis, qui occisus est apud vos ubi Satanas habitat. Sed habeo aversus te pauca: quia habes illic tenentes doctrinam Balaam, qui docebat Balac mittere scandalum coram filiis Israel, edere, et fornicari: ita habes et tu tenentes doctrinam Nicolaitarum. Similiter poenitentiam age: si quominus veniam tibi cito, et pugnabo cum illis in gladio oris mei. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis: Vincenti dabo manna absconditum, et dabo illi calculum candidum: et in calculo nomen novum scriptum, quod nemo scit, nisi qui accipit.

[“E all’Angelo della Chiesa di Pergamo scrivi: Queste cose dice colui che tiene la spada a due tagli: “So in qual luogo tu abiti, dove satana ha .il trono: e ritieni il mio nome, e non hai negata la mia fede anche in quei giorni, quando Antipa, martire mio fedele, fu ucciso presso di voi, dove abita satana. “Ma ho contro di te alcune poche cose: attesoché hai costì di quelli che tengono la dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balac a mettere scandalo davanti ai figliuoli d’Israele, perché mangiassero e fornicassero: “Così anche tu hai di quelli che tengono la dottrina dei Nicolaiti. Fa parimenti penitenza: altrimenti verrò tosto a te, e combatterò con essi colla spada della mia bocca. “Chi ha orecchio, oda quel che dica lo Spirito alle Chiese: A chi sarà vincitore, darò la manna nascosta, e gli darò una pietra bianca: e sulla pietra scritto un nome nuovo non saputo da nessuno, fuorché da chi lo riceve”.]

TERMINA LA STORIA DELLA TERZA CHIESA NEL LIBRO SECONDO

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA SUDDETTA

[3] Scrivi all’Angelo della Chiesa di Pergamo: questo dice colui che tiene la spada aguzza a due tagli. So che abiti dove satana ha il suo trono; questo lo dice a tutta la Chiesa, perché satana abita ovunque. Il trono di satana sono gli uomini malvagi. Ma qui si rivolge ad una Chiesa sola in particolare, ed anche se è una sola dice: dove è il trono di satana; eppure in essa vi sono rappresentate tutte e sette [le chiese], cioè la condotta di tutta la Chiesa settiforme, che rimprovera o loda in particolare, dicendo: tuttavia tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede, nemmeno ai tempi di Antipa, mio fedele testimone, che è stato ucciso tra di voi, dove è il trono di satana. Però ho da rimproverati alcune cose: certamente questo è detto nei confronti di altri membri, non a coloro ai quali dice: Non avete rinnegato la mia fede; … ma a quei membri che ha detto essere il trono di satana, a quelli che professano la dottrina di Balaam, che ammonisce dicendo: tu conservi lì alcuni che sostengono la dottrina di Balaam, che ha insegnato a Balaq a gettare una pietra d’inciampo davanti ai figli d’Israele, a mangiare carne sacrificata agli idoli, ed a commettere fornicazione. Dopo aver detto: … vivi, dove c’è il trono di satana – cioè dove non manca la tentazione, dove la perdizione fa sua molte vittime colpevoli – loda la Chiesa perché mantiene la fede nel Nome di Cristo e non la rinnega, è onorata dalla fede dei martiri, e soffre questo dagli stessi dai quali Cristo ha patito; uno di questi martiri si chiama Antipa, un testimone fedele, che è stato ucciso in questo mondo, là dove si dice che dimori satana, che in latino si chiama “Adversarius” [=avversario]. Tuttavia, il Signore ha qualcosa contro questa Chiesa: che alcuni cioè difendono la dottrina di Balaam. Balaam in latino significa « popolo vano », o senza popolo, perché essendo vano, ha generato un popolo vano o senza sostanza. Balaam è il tipo dell’avversario che non ha radunato il popolo a sua salvezza, né si rallegra della moltitudine del popolo da salvare, ma esulta quando la perde tutta e la lascia “senza popolo” e senza sostanza. È lui che ha insegnato a Balaq a mettere una pietra d’inciampo ai figli di Israele. Balaq in latino significa “colui che incita” o che divora. Esso incitò Israele (Num. XXV, 18) a consacrarsi all’idolo Phogor e lo divorò con i morsi del piacere e della lussuria. A sua similitudine Egli dice che la Chiesa include coloro che professano la dottrina di Balaam: questi sono gli ipocriti nella Chiesa, ed hanno come scopo principale: mangiare e fornicare, cioè divorare le Scritture e fornicare spiritualmente, onde apparire esteriormente giusti mentre si è interiormente malvagi … come dice il Signore: « Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, … pieni di rapina e d’intemperanza » (Mt. XXIII, 25), e compiono ogni opera malvagia. L’idolatria è la fornicazione spirituale. Coloro che pensano di vivere rettamente, ma seguendo l’esempio degli ipocriti, non si congregano nella Chiesa, ma fornicano con le opere della Sinagoga. Anche Balaam era stato elevato, infatti, allo spirito di profezia ma non vi era assurto, perché egli poteva davvero scrutare il futuro, ma non volle staccare la sua anima dai desideri terreni. Però in questa materia è necessario che – con un esame attento – l’anima investighi su se stessa, onde evitare di ottenere la gloria della lode, presumendo in sé di cercare il bene delle anime. Spesso l’anima si nutre delle lodi della sua fama, e si compiace come se avesse ottenuto dei beni spirituali, quando vede che si dicono cose buone su di lui. Spesso è preso da ira nel difendere la sua gloria contro i detrattori, e si illude che ciò lo faccia per zelo verso coloro il cui cuore svia dal buon cammino il discorso del detrattore. I Santi, invece, raramente parlano delle proprie virtù, e solo perché con il loro esempio possano trascinare altri alla vita; così Paolo, che tanto ha sofferto per la verità, dice ai Corinzi che è stato ripetutamente lapidato, che ha subito il naufragio, che è stato condotto in Paradiso (2 Cor. XI, 25), per distogliere la loro attenzione dai falsi predicatori. Infatti i perfetti, quando parlano delle proprie virtù, sono anche in questo senso imitatori di Dio onnipotente, che parla delle sue virtù agli uomini, perché gli uomini lo conoscano; però comanda con la sua Scrittura « Ti lodi un altro e non la tua bocca, un estraneo e non le tue labbra » (Prov. XXVII, 2). E come mai allora fa ciò che proibisce? Perché se Dio Onnipotente nascondesse le sue virtù, in modo che nessuno possa conoscerlo, nessuno lo amerebbe. E se nessuno lo ama, nessuno può venire alla vita. Per questo è detto dal Salmista: « … mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere » (Psal. CX, 6). I giusti ed i perfetti non sono da rimproverare per le parole con cui recriminano quando trascinano altri alla vita con il loro esempio, e neanche sono degni di rimprovero quando manifestano ai deboli le virtù che possiedono, perché, narrando la loro vita, intendono far rivivere le loro anime, e non manifestano mai le loro buone opere se non quando costretti – come detto – e senza profitto per il prossimo, e comunque mai quando non ce ne sia bisogno. Ecco perché ad Ezechiele viene detto: « … perché increduli e sovvertitori sono con te ed abiterai con gli scorpioni » (Ez. II, 6), … increduli nei confronti di Dio, sovvertitori del prossimo che è debole: scorpioni nei confronti anche dei forti e dei robusti, di quelli cioè che non possono contraddire apertamente; tuttavia, infliggono la ferita della condanna. Perché a volte uno parla col rigonfiarsi d’orgoglio e pensa di parlare con l’autorità della libertà; a volte un altro parla con una paura folle e pensa di parlare con umiltà. Il primo, considerando l’altezza della sua posizione, non si accorge del suo sentimento di orgoglio; il secondo, considerando la posizione di subordinazione, ha paura di dire le cose buone che pensa, e tacendo ignora quanto sia colpevole nella carità. Pertanto, sotto l’autorità, si nasconde l’orgoglio e sotto l’umiltà il rispetto umano, così che spesso né il primo considera ciò che deve a Dio, né il secondo ciò che deve al prossimo e guardando a coloro che gli sono soggetti, non presta attenzione a Colui al quale tutti sono soggetti. Si eleva con orgoglio e glorifica il suo orgoglio, considerandolo un’autorità. A volte teme di perdere il favore del suo superiore, e così sopporta anche un danno temporale, occulta le cose rette che conosce, e considera in silenzio dentro di sé come fosse umiltà il timore che lo opprime, ma in silenzio giudica nei suoi pensieri colui al quale non vuole dire nulla. E succede che laddove si giudica umile, è lì che invece è più gravemente superbo. È sempre necessario discernere la liberalità dall’orgoglio, l’umiltà dal timore. Ezechiele, allora, che è stato mandato a parlare non solo al popolo, ma anche agli anziani, è avvertito di non avere paura, quando gli viene detto: non aver paura di loro, e affinché non tema le loro parole come detrattorie, aggiunge: non temere i loro discorsi. Ed aggiunge anche il motivo per cui non debba temere le lingue dei suoi detrattori, quando poi sottolinea: « perché sono con te, miscredenti e distruttori, e tu abiti con gli scorpioni ». Coloro che sono stati mandati a parlare dovrebbero essere temuti, se fossero graditi a Dio Onnipotente nella fede e nelle opere. Non si deve temere invece chi è miscredente e sovversivo, chi con le sue parole rende nulla la legge. Perché è una grande follia cercare di compiacere coloro che sappiamo non piacciono a Dio. Si devono quindi considerare con riverenza i giudizi dei giusti, perché questi sono i membri di Dio Onnipotente, e rimproverano in terra ciò che il Signore rimprovera in cielo. Ed infatti la condanna della nostra vita da parte dei malvagi è una prova a nostro favore; perché è già dimostrato che abbiamo un certo merito davanti a Dio se cominciamo a dispiacere a chi non piace a Dio. Infatti nessuno può, in qualunque cosa, compiacere Dio Onnipotente ed i suoi nemici, in quanto nega di essere un amico di Dio chi si rende gradito al suo nemico. E si opporrà ai nemici della verità chi sottomette le sua anima alla verità. Ecco perché gli uomini santi, infiammati dalla riprovazione della parola libera, non temono di suscitare l’odio in coloro che sanno non amare Dio. Il Profeta lo afferma con ardore, presentandolo al Creatore di tutti come un dono, dicendo: Non odio, o Dio, coloro che ti odiano? Non mi disgustano quelli che si ribellano contro di te? Con odio li odio, sono per me dei nemici » (Psal. CXXXVIII, 21). È come se dicessi chiaramente: giudica quanto ti amo dal modo in cui non temo di sollevare contro di me le ire dei nemici. Così ancora una volta dice: « mi pagano il bene col male, mi accusano perché cerco il bene. » (Psal. XXXVII, 21). Il bene è soprattutto ciò che l’uomo giusto pratica quando contraddice con parola franca coloro che fanno il male. I malvagi invece restituiscono il male per il bene quando insultano i giusti perché si ergono contro di essi a difesa della giustizia. Infatti i giusti non guardano ai giudizi umani, ma all’esame del giudizio eterno. E quindi disprezzano le parole dei loro detrattori. E di questi si aggiunge ancora: « ascolta ciò che ti dico e non mi esasperare, come mi esaspera la casa d’Israele.» (Ez. II, 8); qui è come se dicesse, non fare il male che vedi essere fatto, né fare ciò che affermi essere proibito. Infatti ogni predicatore deve sempre meditare attentamente, affinché chi è stato mandato a risuscitare i caduti non cada egli stesso con i peccatori nella malvagità della sua condotta, e non lo colpisca la sentenza dell’Apostolo Paolo, quando dice: « perché mentre giudichi gli altri, condanni te stesso; infatti, tu che giudichi, fai le medesime cose » (Rm. II, 1). Perciò Balaam, pieno dello Spirito di Dio nel parlare, ma che tuttavia conserva il proprio spirito della vita carnale, parla da sé, quando dice: « oracolo di chi ode le parole di Dio e conosce la scienza dell’Altissimo, di chi vede la visione dell’Onnipotente, e cade ed è tolto il velo dai suoi occhi. » (Num. XXIV, 16). I suoi occhi erano aperti quando è caduto, perché vedeva ciò che doveva dire e che era giusto, ma disprezzava il vivere in modo retto. Egli cadrà nell’opera malvagia mentre i suoi occhi sono aperti nella sacra predicazione. Tuttavia, c’è un’altra ragione che deve essere compresa, perché al Beato Ezechiele, che è inviato a predicare, è vietato essere esasperante. Se, quando fu mandato a predicare la parola, non obbediva, il profeta esasperava Dio onnipotente con il suo silenzio, tanto quanto il popolo con il suo cattivo comportamento. Come i cattivi esasperano Dio parlando e compiendo cattive azioni, così a volte i buoni dispiacciono a Dio restando in silenzio. Per quelli fare il male è un peccato, per questi è un peccato tacere ciò che è giusto. In questo, poi, esasperano Dio anche nei confronti dei cattivi, perché, non denunciando la perversione, permettono con il loro silenzio che vadano oltre. Nella Chiesa c’è l’idolatria e la fornicazione spirituale, che ha avuto origine dalla dottrina di Balaam. … così hai anche alcuni che sostengono la dottrina dei Nicolaiti: cioè che seguono l’opinione degli eretici. Consiglia loro di convertirsi al Signore e di fare penitenza, affinché non cominci a combattere contro di loro con la spada della sua bocca quando, nell’ora giudizio, chiederà a ciascuno conto delle loro opere e, ammonendo ripetutamente, dice: fate penitenza; e se non la farete, verrò presto da voi e combatterò contro questi con la spada della mia bocca. Dice che combatterà contro  quella stessa parte che è sempre nei suoi rimproveri: chi ha orecchie, senta quello che lo Spirito dice alle Chiese: al vincitore darò la manna nascosta: cioè il pane che scende dal cielo. Di questo pane diciamo nella nostra preghiera quotidiana: dacci oggi il pane nostro quotidiano (Lc. XI, 3). Noi diciamo “nostro”, ma stando con Lui, e se non glielo chiediamo, non lo riceviamo. La figura di questo pane era la manna del deserto, ma non è riconosciuto da tutti. Infatti molti che mangiarono morirono, secondo quanto dice il Signore: mangiarono la manna nel deserto e morirono (Gv. VI, 49). Altri hanno mangiato la medesima manna e non sono morti, come Mosè ed altri. Non disapprovò Egli quel pane, ma non mostrò quello nascosto. Infatti lo stesso pane era quello che ora c’è nella Chiesa, come sta scritto: mangiavano lo stesso alimento spirituale (1 Cor. X, 3), e anche ora mangiano un pane spirituale; ma non è per tutti il pane di vita perché: … chi lo mangia indegnamente, mangia il proprio castigo (1 Cor. XI, 29), come pure chi legge le Scritture, mangia il pane; ma se ciò che legge non lo mette in pratica, mangia la propria condanna. Per questo appunto leggiamo le Scritture, per conoscere Cristo e, attraverso Cristo, credere rettamente nella Trinità, che è un unico Dio. Questo è il cibo solido, questa è la manna nascosta, come sta scritto: « Io vi ho dato il pane del cielo, l’uomo ha mangiato il pane degli Angeli » (Psal. LXXVII, 24). Poiché Colui che abbiamo fin dal principio creduto identico al Padre e allo Spirito Santo, e di cui gli Angeli godono la visione della Sua divinità, … ora il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. « Questo è il pane che è sceso dal cielo, perché chi ne mangia non muoia, ma abbia la vita eterna » (Gv. I, 14; VI, 40). Questo è il pane nascosto, che viene dato solo a coloro che combattono fedelmente e perseverano nell’amore di Dio e del prossimo. Questa è la manna che riceve se non chi la chiede. Nessuno la chiede, se non colui che Dio ha illuminato con la sua libera misericordia ed attirato alla penitenza. Secondo l’Apostolo, « Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole » (Rm. IX, 18). Egli usa la misericordia con grande bontà ed indurisce senza alcun male, perché in Dio non c’è iniquità. Ma ognuno si lega con i lacci dei suoi peccati. Così come esempio, succede per il fango e la cera: il fango si indurisce e la cera si liquefa quando esposti ad una stessa fonte di calore o allo stesso calore del sole. A cosa va attribuito questo? Al sole o al fango? Certamente non al sole, che non ha mutato il suo solito splendore. Quindi, nemmeno questo si può imputare a Dio. Il sole rimane nel suo fulgore, e la condotta di ciascuno nei propri atti, come sta scritto: « Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. » (Mt. V, 16). Non c’è bisogno di esaminare la figura della cera la cui natura, come sapete, deriva dalla verginità. Ma la melma è il peccato, come è scritto: « Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago» (2. Pt. II, 22). Maiali sono coloro che non credono ancora nel Vangelo e si trovano nel fango e nei vizi dell’incredulità. Questo non può essere imputato a Dio, che vuole … « che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità » (1 Tim. II, 4). La manna è stata data a coloro che credono nel Vangelo e praticano con animo diligente ciò che in esso è contenuto. Tutti quelli che sono usciti dall’Egitto hanno mangiato questo pane, ma non tutti sono entrati nella terra Promessa. Tutti coloro che ora escono dall’Egitto del mondo, che in latino significa “tribolazione“, mangiano di questo pane, ma non tutti entrano in Paradiso. Infatti quelli che ignorano la via nel deserto di questo mondo, muoiono ogni giorno di fame spirituale. Ma qualora entrassero nella via, cioè in Cristo che dice: Io sono la via  (Gv. XIV, 6), e mangiassero di questo pane, non morirebbero nel deserto, cioè nell’ignoranza delle Scritture; ma con un facile transito, avendo Gesù come guida, entrerebbero in trionfo nella terra del Paradiso promesso; infatti, come dice l’Apostolo,  « Poiché in Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità. » (Gal. V, 6). Perché non è di grande merito il fare qualcosa all’esterno del nostro corpo, bensì il vegliare su ciò che venga fatto all’interno della nostra anima. Così, disprezzare il mondo presente, non amare le cose transitorie, umiliare interiormente l’anima davanti a Dio e al prossimo, soffrire con pazienza i mali subiti e – praticando la pazienza – scacciare dal cuore il dolore della malizia, distribuire i beni ai bisognosi, non desiderare i beni altrui, amare l’amico in Dio, e per Dio amare i nemici, piangere per i dolori del prossimo, senza gioire della morte di un nemico: questo significa essere nuova creatura, e che lo stesso maestro dei gentili esige dagli altri, benché discepoli, con occhio vigilante, quando dice: « Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove. » (2 Cor. V, 17). A questi viene data la manna nascosta; a questi viene anche dato il comando di tendere la mano verso l’albero della vita che è nel Paradiso di Dio, cioè la croce di Cristo nella Chiesa. A questi è detto: « … chi crede in me, come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno. »(Gv. VII, 38). Tali sono le membra degli Apostoli che, con Cristo a Capo, cioè sotto la guida di Gesù, entrano nel regno celeste della Promessa. L’uomo vecchio era solito cercare il mondo presente, amare le cose transitorie mossi dalla concupiscenza, ergere la mente all’orgoglio, essere impazienti, augurare il male agli altri con malizia, non dare i propri beni ai poveri, desiderare le cose degli altri per aumentare i propri beni, non amare con purezza alcuno per Dio, rendere inimicizia ai nemici, gioire della sofferenza degli altri: tutte queste cose sono le vecchie cose dell’uomo, che provengono dalla radice della corruzione; a questi non viene data la manna nascosta, perché non ha trovato la via: il Cristo. Ma alla sua Chiesa dice: « … chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui. » (Gv. XIV, 21). – Gli darò anche una piccola pietra bianca, cioè il corpo reso bianco dal Battesimo. La « pietruzza » è una pietra bianca, di cui l’Apostolo dice: « voi, come pietre vive, costruite il tempio di Dio » (1 Pt. II, 5). Le pietre preziose rappresentano i confessori, gli Apostoli, i Sacerdoti e tutti i giusti. Mosè ha ordinato che queste pietre fossero offerte per il tempio di Dio, affinché nessuno si disperasse per la sua salvezza; alcuni offrivano l’oro: il cui senso spirituale nella Chiesa, è la conoscenza mistica; altri l’argento: che è l’eloquenza, cioè la conoscenza tropologica o morale; altri la voce bronzea: cioè la conoscenza storica. Questo perché la Sacra Scrittura deve essere interpretata in tre sensi: il primo da intendere storicamente; il secondo, figurativamente, ed il terzo, misticamente. Storicamente è secondo la lettera, tropologicamente secondo la conoscenza morale, misticamente secondo l’intelligenza spirituale. È quindi conveniente per la Chiesa Cattolica comprendere la fede in modo tale che dobbiamo leggere le Scritture storicamente, interpretarle moralmente e comprenderle spiritualmente. Pertanto si dice con giustezza: gli darò una piccola pietra bianca, cioè gli concederò di sedere con i potenti del mio popolo, che sono gli Apostoli, e lo farò erede del trono della gloria. E sulla pietruzza è inciso il mio nome, cioè il mistero del Figlio dell’uomo, come per dire: mi manifesterò a lui. … Che nessuno conosce, tranne chi lo riceve. Agli ipocriti, benché sembrano possederla, non ne è stata concessa la conoscenza, come è scritto: « a voi è stato dato di conoscere i misteri del Regno di Dio » (Mt. XIII, 11) né conoscere i miei segreti, a voi che vedo stentare nel mio amore. Il Profeta si è riferito a questi segreti quando ha detto: in segreto mi insegnate la saggezza (Psal. L, 8). Ma questo non è concesso a coloro che predicano le loro parole, non le mie, e che mi perseguitano quando vi disprezzano. Per questo dice ad Ezechiele: « figlio dell’uomo, vai alla casa d’Israele e comunica loro le mie parole » (Ez. II,7). E nel dire il Signore: comunicate loro le mie parole, cos’altro Egli impone se non un freno moderante alla bocca, per non presumere di dire all’esterno ciò che non si è sentito prima dentro di sé? Infatti i falsi profeti, che sono gli ipocriti, e gli eretici, dicono parole proprie e non quelle del Signore, e così in quell’epoca annunciavano parole proprie e non quelle del Signore, quelle di cui era scritto: « … Non ascoltate le parole dei profeti che profetizzano a voi » (Ger. XXIII, 16) e vi ingannano, vi raccontano le loro fantasie, non cose che vengono dalla bocca del Signore. E ancora: Non ho parlato loro ed essi hanno profetizzato. Da ciò si deve anche concludere che quando un predicatore, nel commentare un testo divino, magari per piacere agli ascoltatori, corregge qualcosa, dice le sue parole e non quelle del Signore, occulta la verità per desiderio di compiacere o di sedurre. Ma se, indagando la virtù nelle parole del Signore, egli le intendesse in modo diverso da come sono state pronunciate, col proposito però di costruire nella carità, ugualmente – anche se con un significato diverso – sono le parole del Signore ad essere raccontate;  infatti è scritto: « la scienza gonfia, l’amore edifica » (1 Cor. VIII: 1). Per questo Giovanni scrive pure: « … chi dice: lo conosco, e non osserva i suoi comandamenti, è un bugiardo e la verità non è in lui » (1 Gv. II, 4). E ancora: « … chi dice di essere nella luce e odia il fratello è ancora nelle tenebre  » (1Gv. II, 9). Se gli ipocriti avessero conosciuto il mistero di Dio, « non avrebbero crocifisso il Signore della gloria » (1 Cor. II,  8).

TERMINA LA CHIESA TERZA

COMINCIA LA CHIESA QUARTA NEL LIBRO SECONDO

(Ap. II, 18-29)

Et angelo Thyatiræ ecclesiæ scribe: Hæc dicit Filius Dei, qui habet oculos tamquam flammam ignis, et pedes ejus similes auricalco: Novi opera tua, et fidem, et caritatem tuam, et ministerium, et patientiam tuam, et opera tua novissima plura prioribus.  Sed habeo adversus te pauca: quia permittis mulierem Jezabel, quae se dicit propheten, docere, et seducere servos meos, fornicari, et manducare de idolothytis.  Et dedi illi tempus ut pœnitentiam ageret: et non vult pœnitere a fornicatione sua. Ecce mittam eam in lectum: et qui mœchantur cum ea, in tribulatione maxima erunt, nisi poenitentiam ab operibus suis egerint. Et filios ejus interficiam in morte, et scient omnes ecclesiæ, quia ego sum scrutans renes, et corda: et dabo unicuique vestrum secundum opera sua. Vobis autem dico, et ceteris qui Thyatiræ estis: quicumque non habent doctrinam hanc, et qui non cognoverunt altitudines satanæ, quemadmodum dicunt, non mittam super vos aliud pondus: tamen id quod habetis, tenete donec veniam.  Et qui vicerit, et custodierit usque in finem opera mea, dabo illi potestatem super gentes, et reget eas in virga ferrea, et tamquam vas figuli confringentur, sicut et ego accepi a Patre meo: et dabo illi stellam matutinam. Qui habet aurem, audiat quid Spiritus dicat ecclesiis.

[E all’Angelo della Chiesa di Tiatira scrivi: Queste cose dice il Figliuolo di Dio, che ha gli occhi come fiamma di fuoco ed i piedi del quale sono simili all’oricalco: So le tue opere, e la fede, e la tua carità, e il ministero, e la pazienza, e le tue ultime opere più numerose che le prime. Ma ho contro di te poche cose, poiché permetti alla donna Jezabele, che si dice profetessa, di insegnare e sedurre i miei servi, perché cadano in fornicazione, e mangino carni immolate agli idoli. E le ho dato tempo di far penitenza: e non vuol pentirsi della sua fornicazione. Ecco che io la stenderò in un letto: e quelli che fanno con essa adulterio, saranno in grandissima tribolazione, se non faranno penitenza delle opere loro: e colpirò di morte i suoi figliuoli e tutte le Chiese sapranno che io sono lo scrutatore delle reni e dei cuori: e darò a ciascuno di voi secondo le sue azioni. Ma a voi, io dico, e a tutti gli altri di Tiatira, che non hanno questa dottrina, e non hanno conosciuto le profondità, come le chiamano, di satana, non porrò sopra dì voi altro peso: Ritenete però quello che avete, sino a tanto che io venga. E chi sarà vincitore, e praticherà sino alla fine le mie opere, gli darò potestà sopra le nazioni, e le reggerà con verga di ferro, e saranno stritolate come vasi dì terra, come anch’io ottenni dal Padre mio: e gli darò la stella del mattino. Chi ha orecchio, oda quello che lo Spirito dice alle Chiese.]

TERMINA LA STORIA

INIZIA LA SPIEGAZIONE DELLA CHIESA PRECEDENTEMENTE DESCRITTA NEL SECONDO LIBRO

[4] All’angelo della Chiesa di Tiàtira scrivi: Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili all’oricalco. Conosco la vostra condotta: la vostra carità, la vostra fede, il vostro spirito di servizio, la vostra pazienza nella sofferenza; le vostre ultime opere superano le prime. Gli occhi come una fiamma di fuoco, e i piedi come simili all’oricalco, sono i suoi occhi che giudicano tutte le cose, e la cui carne immacolata, che luccica come metallo prezioso, brillerà con la chiarezza del fuoco. Dice alla sua Chiesa della quale conosce la condotta: la carità, la fede, lo spirito di servizio, la pazienza, e che le tue ultime opere superano le prime: questo significa che ci sarà un numero maggiore di Santi alla fine dei tempi, quando arriverà l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, ed innumerevoli migliaia di Santi saranno sacrificati nel loro stesso sangue. Ma ora Egli le si rivolta contro, dicendo: « Essa tollera Jezabel, quella donna che viene chiamata profetessa, e che insegna e va angariando i miei servi perché si diano alla fornicazione e mangino carne sacrificata agli idoli. » A cosa si riferisce la figura di quella fornicatrice Jezabel se non ad una certa dottrina, che insegnava a mangiare la carne sacrificata agli idoli, che ricevettero un tempo di penitenza, lo disprezzarono e non vollero pentirsi? Ma questa dottrina degli idoli ed il letto del dolore, cioè il piacere di questo mondo, si rivela  infermità e debolezza. E a coloro che commettono adulterio a causa della sua dottrina, promette che su di loro si abbatterà la più grande tribolazione nel giorno del giudizio. Infatti Jezabel significa “sterquilinium = letamaio“, o flusso di sangue. Cosa c’è nel letamaio se non sporcizia? Cosa si intende per sangue se non il crimine ed il peccato per cui si commette il crimine? Non c’è da stupirsi quindi se venga loro promessa la dannazione futura se non fanno penitenza in riparazione delle loro azioni. Il testo, poi, designa in un unico soggetto la Chiesa; e nel dire: so che le tue opere superano le prime, è indicata in generale la persona di tutti i Santi. Quando dice: tolleri Jezabel, quella donna …, si riferisce ai prepositi, cioè ai Vescovi, che hanno il potere di permettere o proibire. Come in questa Chiesa particolare, gli uffici e le qualità si distinguono solo dalla logica del discorso, così è per il passaggio da una Chiesa particolare a tutta la Chiesa: si dichiara colpevole il Vescovo perché – permettendole – si rende partecipe delle opere che si compiono. E gli ho dato il tempo di pentirsi, ma lui non vuole pentirsi della sua fornicazione. Perché non dice “a voi” ho dato il tempo di pentirvi, invece che “gli”? Perché la Chiesa ha, come abbiamo detto, due parti in un solo uomo, parlando della Chiesa in figura di uomo. Una parte è quella che fa penitenza, e l’altra è quella mondana, che, con sotto il nome di Cristianesimo, fa tutto quel che è male. E ci sono, da entrambe le parti, predicatori mendaci che, sotto il nome di Religione, annunciano loro una grande pace, promettendo loro sicurezza, ed insegnando che debbano essere ascoltate nuove profezie. Essa ha in questa stessa parte alla quale ci riferiamo, sacerdoti e leviti dediti ai crimini e alla lussuria. E quelli che abbiamo detto mostrare una falsa pace: sono coloro che, sembrando religiosi, vogliono barcamenarsi tra le due parti. Questa è Jezabel, che seduce gli uomini semplici affinché non facciano penitenza. « O non sapete voi che chi si unisce alla prostituta forma con essa un corpo solo » (1 Cor. VI, 16)… e questa fornicazione spirituale avviene all’interno della Chiesa. L’Apostolo ha detto di questa fornicazione che è:  « … fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e quella avarizia insaziabile che è servitù degli idoli, » (Col. III, 5). L’idolatria è, in effetti, l’adorazione degli idoli: “Latria” in greco, in latino si intende “adorazione”. Perciò il Signore ammonisce la Chiesa che vive rettamente, e dice di avere molte cose contro di essa, a causa di questa donna, Jezabel, che seduce i servi di Dio, e si considera una profetessa, per giunta cristiana, giacché sotto il nome di “cristianità” fa molte cose illecite ed è in contrasto con la verità. Ed è per questo che il Signore dice di essere contro di essa, richiamando la totalità in un solo Angelo, come abbiamo detto, con il cui nome è indicata una sola Chiesa. Ma coloro che, pur essendo santi sacerdoti, non rimproverano la parte malefica perché si corregga dai suoi mali, diventano partecipi delle loro opere. Di questi dice attraverso il Profeta: « Se vedi un ladro, corri con lui; e degli adùlteri ti fai compagno… Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre. » (Psal XLIX, 18-20). Questo fratello è Colui che ha detto: « va’ e dici ai miei fratelli » (Mt. XVIII, 10), cioè Cristo, che, assumendo la carne della Chiesa, ha voluto essere chiamato fratello. La madre è la Chiesa; il figlio della madre è un qualsiasi Cristiano. Il sacerdote disonora il figlio della madre quando, con il suo silenzio, dà loro il permesso di peccare. Oppure, se li avverte, non lo fa con la carità e l’umiltà necessaria; oppure esaspera coloro che peccano gravemente, senza dar consigli onde riconquistarli, ma rimproverandoli con orgoglio, portandoli alla disperazione, e provocando così grande scandalo al figlio della madre. Perciò gli si dice: ho molto contro di te, perché tu tolleri Jezabel, quella donna. Osservate che nelle chiese precedenti dice di avere poche cose; qui invece dice di avere « molte cose » contro di essa, perché si rende complice con il suo consenso; giacché se non fosse complice con il suo consenso, li avrebbe come nemici. E fa di tutti loro una sola Chiesa. Voleva mostrare la Chiesa rappresentanza dei Santi, cioè dei predicatori, che è la parte del Signore; invece, il fornicatore non è sua parte, ma è parte aliena. Queste due parti sono rappresentate nei predicatoti da un solo uomo, perché anche in un solo uomo abbiamo due lati, il destro ed il sinistro. Ed in esso ci sono molte membra, ma unico è il corpo. Esso ha membra sane e membra malate. Le membra sane sono i Santi, le malate sono i peccatori. La sua mano destra sono i Santi, la sinistra sono i peccatori. E come nell’uomo ci sono membra malate, così che le sane ne risentano dolore, l’uomo è liberato dal suo malessere quando si apre la ferita drenandola all’esterno, cosicché vengano cacciati gli uomini malvagi – che formano il lato sinistro – dalle membra sane della Chiesa, che sono il lato destro, come avviene per gli umori del male. Come intendiamo quest’uomo in particolare, così si deve capire – in generale – che egli rappresenta una sola Chiesa, di cui dice: scrivete all’Angelo della Chiesa di Tiatira; e che gli Angeli sono così ripartiti in modo tale che si possano riconoscere solo dalla logica del discorso, e quello che dice con la sua saggezza, con la sua pazienza, con la sua umiltà e carità, lo dice ad ognuno. Devesi quindi considerare ciò che dice, a chi lo dice, come lo dice, e quando convenga dirlo. Così parla il Signore nel Vangelo: « Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo ed osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. » (Mt. XXIII, 2). Si nasconde il genere nella specie. Perché allora erano i suoi discepoli coloro ai quali diceva queste cose, e ora sono i discepoli coloro che dicono queste cose. Allora c’erano i farisei, cioè i separati, che predicavano diligentemente la Legge ma non conoscevano Cristo; e pure qui ci sono i farisei, cioè i sacerdoti separati, che predicano Cristo ma senza conoscerlo. Quelli erano coloro che non credettero in Lui, non Lo riconobbero, ma Lo crocifissero; perché se Lo avessero conosciuto, non Lo avrebbero crocifisso (1 Cor. II, 8); ora nella Chiesa ci sono quelli che ogni giorno crocifiggono Cristo, e sono cioè i suoi membri. Così nella specie è nascosto il genere. Se questo fosse qualcosa di particolare, e non indicasse cosa accadrà nella Chiesa, il Signore avrebbe ordinato ai Suoi servi di viverne fuori, Egli che aveva comandato di compiere le opere che dicevano gli scribi ed i farisei, ma di non fare le opere che essi realizzavano. O ha dato forse i suoi comandamenti solo per due giorni, dato che non è sopravvissuto di più? … come Egli stesso ha detto: « So che tra due giorni sarà la Pasqua, e il Figlio dell’uomo sarà tradito » (Mt. XXVI, 2). E secondo Giovanni, sei giorni prima della sua passione, quando entrò a Gerusalemme, cavalcò su un puledro. E dopo questo ingresso avrebbe ritirato questi comandamenti, come abbiamo visto in Matteo? Se avesse lasciato questi comandamenti solo per l’inizio della sua predicazione, questa sarebbe durata un anno. E perché avrebbe avuto bisogno di insegnarli in quell’anno solo, se servivano solo alla passione? Ma – come detto – ciò che insegnava, lo insegnava come similitudine; cioè ad immagine di ciò che sarebbe successo a noi oggi nella Chiesa, e da lì sarebbe servito come esempio ed autorità nel futuro per i malvagi, cioè per coloro che siedono sulla cattedra di Mosè, cioè per i Sacerdoti che cercano i primi posti ed i primi seggi nella Chiesa, affinché facciamo e adempiamo ciò che essi dicono, non comportandoci però come essi fanno. Chi insegna su questa cattedra di solito vive accanto a chi dice e a chi fa. Ecco perché dice: ho molte cose contro di te: che tu tolleri Jezabel, quella donna. Questi, sotto il nome di Cristianesimo, insegnano la fornicazione e l’idolatria spirituale, mentre a noi sembra che servano solo l’altare: questo avviene nella simulazione della fede, e non per la difesa della Religione. Sono essi simili ai Farisei, che pagavano « … la decima della menta, dell’anèto e del cumìno » (Mt. XXIII, 23) e dimenticavano la giustizia di Dio. Questi hanno una rassomiglianza, cioè una simulazione di santità, perché servono il diavolo e distribuiscano al popolo i sacramenti: cioè il Battesimo, la Comunione, la benedizione del popolo, l’annuncio del Salterio e del Vangelo. Questa è la dottrina della Cattedra di Mosè. Questi sono i loro proseliti, i figli della condanna, peggiori di loro. Sono chiamati proseliti, come i pellegrini che venivano da terra straniera e si mescolavano col popolo giudeo nella fede e nella circoncisione. I sacerdoti li consideravano dei farisei, e così li circoncidevano, perché fossero santi; e facevano la stessa cosa dei farisei stessi che li istruivano; ed erano, gli uni e gli altri, figli della condanna. Allo stesso modo, questi cattivi sacerdoti si considerano all’interno della Chiesa, ed è per questo che proclamano il Vangelo e battezzano, e pensano di avere la vita eterna. E siccome essi stessi sono malvagi, così anche essi generano figli malvagi con il loro esempio; e sono questi figli della dannazione, perché imitano nella loro condotta coloro che li hanno resi Cristiani. Per questo dice: “Insegna e inganna i miei servi nel commettere fornicazione e a mangiare carne sacrificata agli idoli“. Perché, come abbiamo detto, sotto il nome di Cristo ha insegnato la fornicazione e l’idolatria spirituale. Ma come ha fatto chi si considerava un profeta nella Chiesa ad insegnare apertamente il culto degli idoli? Non diciamo che egli adorasse gli idoli, o credesse e predicasse un altro Dio, diverso dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo: un solo Dio; ma che, apparendo nelle sembianze materiali del Cristianesimo, commettesse adulterio spirituale. E l’adulterio spirituale è appunto l’idolatria. Quando qualcuno fa qualcosa che non sia conforme alla Sacra Scrittura, non solo nelle cose più importanti, ma anche nelle cose minime, considerate di nessun valore, è questo che si chiama idolatria; così infatti lo definì lo Spirito attraverso l’Apostolo, che, quando contestava i falsi fratelli, concludeva dicendo: « Perciò, o miei cari, fuggite l’idolatria. » (1 Cor. X, 14); e ancora: « Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? » (2 Cor. VI: 16). Perché non tutti i sacerdoti sono sacerdoti; non tutti i diaconi sono diaconi. Guardate Pietro, ma non dimenticate Giuda! Vedete Stefano, ma non dimenticate Nicolas! Queste cose c’erano forse solo agli inizi della Chiesa? Ci sono ancor oggi. Quindi nella specie si mostra il genere. E il genere si riferisce alla specie. Pietro ha dei discepoli imitatori? Li ha anche Giuda! Stefano ha avuto diaconi imitatori? Si, ma anche Nicolas! Pietro predica il Vangelo di Cristo, così come Giuda. Pietro battezza nel nome della Trinità, anche Giuda battezza. Pietro ha il potere nella Chiesa di legare e sciogliere i peccati, così come Giuda, ingannando i servi di Dio nel fornicare e nel mangiare la carne sacrificata agli idoli. Ecco qui, in una stessa casa ci sono due altari. Ecco un letto comune, e Cristo diviso. Così testimonia la verità nel Vangelo, dicendo: « Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido, non serve a nulla se non ad essere gettato nel letamaio » (Mt V, 13). E così Jezabel nel suo nome fa riferimento al letamaio (4 Re IX: 30), perché fu gettata oltre il muro fuori dalla città e cadde in un letamaio per essere mangiata dai cani. Ciò è detto in modo che chiunque non creda che questo accadrà, possa leggere la storia di Jezebel, e ciò che è accaduto al suo corpo, per suo vantaggio, lo possa prevedere nella Chiesa. Infatti se le sue opere non fossero state fatte nuovamente, la Chiesa di Tiatira non sarebbe stata avvertita dallo Spirito; né era necessario che la si ricordasse, poiché era morta già da tanto tempo, da tanti anni. Ma Egli dice: sta insegnando e ingannando i miei servi a fornicare e a mangiare carne sacrificata agli idoli; io gli ho dato il tempo di ravvedersi, ma lui non vuole pentirsi della sua fornicazione. Vedete, essa sarà gettata nel letto della sofferenza, e coloro che commettono adulterio con lei, se non si pentono delle loro azioni, finiranno in una grande tribolazione. Colpirò a morte i suoi figli: cioè i discepoli che ha generato con la sua dottrina. Ricorda loro che saranno condannati alla seconda morte. Infatti, come i santi Apostoli sono chiamati figli di Dio, e i dottori sono chiamati figli degli Apostoli, e i rimanenti Santi figli dei dottori, così tutti nella Chiesa sono considerati figli dei Sacerdoti buoni o cattivi. E tutti quelli che sono imitati nella Chiesa, si dice che siano suoi figli. Questo è ciò che dice il Signore nel Vangelo: « avete il diavolo per padre e volete adempiere alla volontà di vostro padre » (Gv. VIII, 44). Il diavolo ha avuto forse figli carnali? In un altro luogo si dice: figli della Gehenna (Mt. XXIII, 15). La Gehenna genera figli? No, ma si dice che le opere del diavolo siano preparate per il fuoco della Gehenna. Quindi anche questi si chiamano i figli di quella donna. E cosa dice loro? Ferirò i suoi figli a morte, cioè con la morte spirituale. Perché è attraverso il peccato che la morte è entrata nel mondo (Rm. V, 12), perché quando uno pecca, anche se sembra vivere nel suo corpo, nella sua anima è invece morto; questo proclama col dire che lo … vuol colpire a morte, non con una morte visibile, o manifesta come avviene per la carne, ma con la morte spirituale. E come pure la vendetta si manifesta in forma particolare nella madre, cioè in quei sacerdoti che si dicono all’interno della Chiesa, è chiaro che la stessa vendetta si propagherà nei loro figli e nei figli di quella donna, figli che si trovano in seno a tutte le Chiese, e quindi in coloro che, generati dallo stesso spirito, sono condannati con la morte spirituale; e se questo non si manifesta in questo secolo, pure sono già condannati per sempre. – E così, dice, tutte le chiese sapranno che sono io a scrutare i cuori e i reni, quando tornerò a ricompensare ciascuno secondo le sue opere, e a rivelare i segreti di ciascuno davanti ai suoi occhi. Ma al resto delle chiese, che non seguono questa dottrina malvagia, e non hanno conosciuto la profonda malizia di satana, dice: Non vi impongo altro peso, come se dicesse: non giudico due volte la stessa cosa: colui che si giudica da solo, non viene giudicato da un altro. Chiunque in questo mondo soffre tribolazioni a causa mia, è necessario che io lo incoroni nel mondo avvenire. Poiché non soffra in questo mondo in modo tale che Io gli imponga un altro peso: è certo che nel mondo futuro non subirà tribolazioni. A voi altri di Tiatira dico. Quando dice: Io dico a voi altri: insegna cosa sia l’Angelo, cioè la parte della Chiesa, come abbiamo detto sopra, alla quale dice: coloro che non avete sostenuto questa dottrina e non avete conosciuto le profondità di satana (Ap. II, 24), cioè non avete acconsentito loro, come dice il Signore parlando agli operatori malvagi: « … Non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me » (Mt. VII, 23). Come i malfattori non conoscono Dio, anche se lo annunciano, così Dio, anche se conosce tutti, non conosce i malfattori. Allo stesso modo i giusti non conoscono la dottrina di satana, anche se ne odono e ne avvertono l’impostura. Così i giusti possono riuscire a non sentire le cose malvagie che si devono evitare e a non imitarne la condotta; ma è giusto che si trovino nella Chiesa insieme ad essi e che da essi siano molestati, in modo da essere messi continuamente alla prova, come l’oro è messo nel crogiuolo, ove viene bruciato con i carboni ardenti. Il carbone si consuma da se stesso, ma l’oro si purifica. Quindi è giusto che all’interno della Chiesa ci siano gli eretici, gli ipocriti e gli scismatici: essi bruciano, ma purificano la Chiesa come l’oro. Così sta scritto: « È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. » (1 Cor. XI,19). E ancora: « Ecco, è nel deserto, non ci andate; o: È in casa, non ci credete » (Mt. XXIV, 26), cioè la dottrina degli eretici, che si dice essere dentro le case, perché insegnano la dottrina delle Scritture nelle abitazioni; o se vi dicono: guardate, Cristo è nel deserto, cioè tra i pagani – perché il deserto significa i pagani – perché lì non si insegna la retta predicazione delle Scritture. Così è nella Chiesa, in tutto il mondo, quando i futuri fedeli saranno da loro messi alla prova per la vita beata, nell’umiltà e nella pazienza. E agli uomini malvagi il Signore annuncia tanti mali futuri, mali che gli stessi eretici predicano essere in questo mondo il dolore della Gehenna. E perciò i giusti sono più degni di lode, sopportando e perseverando nella carità fino alla fine della loro vita,  e soffrendo con pazienza, finché i malvagi si infiammino nella persecuzione, diventino laidi per la loro ostinazione, e perdurino nell’uccidere crudelmente fino al termine della loro vita, cosicché sappiano chiaramente perché saranno condannati all’inferno. D’altra parte, ai giusti già messi alla prova, si dice: non vi impongo un nuovo peso, cioè più di quanto possiate sopportare. Cioè, non c’è altra dottrina se non quella che avete ricevuto, ed in proporzione alla forza che vi ho dato, per essere forti; in quella proporzione vi impongo in questo mondo il peso della tribolazione e dell’angoscia che potete sopportare. Resisti fermamente finché non ti restituisco quello che hai. Al vincitore, a colui che sostiene le mie opere fino alla fine, io darò il potere sulle nazioni; le pascolerà con bastone di ferro e le frantumerà come vasi di terracotta, con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio. Ha detto prima: non vi impongo un nuovo carico; qui dice: finché non tornerò, conservate quello che avete, e se persevererete nelle mie opere fino alla fine, non ci sarà per voi una tribolazione più grande di quella che sopportate presentemente nel mondo; non vi aggiungerò cioè una tribolazione futura. Ed esorta piuttosto a conservare ciò che ha, cioè la dottrina apostolica, e a conservarla sempre, fino alla venuta del Signore. A chi è adempiente, sarà dato potere sulle nazioni, e gli sono promessi regni, affinché le governi con uno scettro di ferro e le frantumi come vasi di argilla. Si riferisce qui agli angeli apostati che abbandonarono il loro principato, e saranno condannati dai Santi nel giorno della sentenza di condanna, quando saranno gettati alla morte eterna, come dice l’Apostolo: Non sapete che giudicheremo gli angeli? (1 Cor. VI: 3). E poi dice: gli darò il potere, come l’ho ricevuto anch’Io dal Padre mio. Credo sia per questo che Giovanni avesse detto nella sua lettera: « quando apparirà saremo come lui » (1 Gv III, 2). E gli darò anche la luce del mattino, che è il Signore Gesù Cristo che non conosce vespro, ma è luce sempiterna, è sempre nella luce; e dice tuttavia alle Chiese: colui che ha i sette spiriti di Dio, cioè il Signore Gesù Cristo, nel quale riposa lo Spirito Santo, che è di una sola e medesima natura, e nella cui mano ci sono le sette stelle, di cui abbiamo parlato sopra. E rimproverando la negligenza di molti nella congregazione della Chiesa, dice che in questa Chiesa c’è Jezabel, “quella donna”: la chiama “donna” perché ha visto una condotta effemminata e rammollita; ed infatti chiunque viva mollemente e si prenda cura del proprio corpo è chiamato nelle Sacre Scritture non uomo, bensì “donna”.

COMMENTARIO ALL’APOCALISSE DI BEATO DE LIEBANA (6)