LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (3)

GREGORIO XVII: – IL MAGISTERO IMPEDITO

GIUSEPPE SIRI

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (3)

2. Edizione, EDITRICE A. V. E. ROMA – 1943

III. –  Il lavoro

Non è possibile staccare il concetto del lavoro da quello della personalità. Ciò per due motivi fondamentali. Anzitutto: perdendo di vista la persona che genera di per sé il diritto di proprietà, come s’è visto al capitolo precedente, il lavoro può apparire come l’unica sorgente della proprietà stessa, l’unico titolo per aver diritto a vivere. Il che è falso, non solo perché  i diritti personali sono anteriori al lavoro, ma perché questo equivarrebbe ad affermare un mondo meccanico, materialistico e senz’anima. Si vede qui dove abbia origine la celebre affermazione: essa parte dalla misconoscenza della personalità. – In secondo luogo il lavoro, anche agli effetti del salario, il trattamento adeguato al lavoratore non potrà mai esser valutato con verità e giustizia se non su questo criterio: il lavoratore è persona. Fuori di questo punto di vista la questione del salario è — a voler esser logici — la questione del quanto di biada da darsi al cavallo o all’asino.

1. – Il pensiero del Papa sui problemi del lavoro

Ecco i punti salienti dedicati al lavoro nel Messaggio papale:

a) Il lavoro è « il mezzo indispensabile al dominio del mondo, voluto da Dio per la sua gloria (fine immediato o relativo e fine ultimo o assoluto). Ogni lavoro possiede una dignità inalienabile e in pari tempo un intimo legame col perfezionamento della persona ».

b) Dalla « nobiltà morale del lavoro » derivano « conseguenze pratiche. Queste esigenze comprendono OLTRE un salario giusto, sufficiente alle necessità dell’operaio e della famiglia, la conservazione ed il perfezionamento di un ordine sociale che renda possibile una sicura se pur modesta proprietà privata a tutti i ceti del popolo, favorisca una formazione superiore per i figli delle classi operaie particolarmente dotati di intelligenza e di buon volere, promuova l’attività pratica dello spirito sociale nel vicinato, nel paese, nella provincia, nel popolo e nella nazione, che mitigando i contrasti di interesse e di classe, toglie agli operai il sentimento della segregazione con l’esperienza confortante di una solidarietà genuinamente umana e cristianamente fraterna ».

c) « Il progresso e il grado delle riforme sociali improrogabili dipende dalla potenza economica delle singole nazioni ». Ma oltre questo si impone « uno scambio di forze intelligente e operoso tra forti e deboli » in modo si abbia a compiere « una pacificazione universale ». Questo è un chiaro richiamo alla necessità di risolvere le questioni del lavoro anche cogli accordi internazionali, in quanto solo una certa omogeneità può garantire efficacia ed evitare pericolosi sbilanci.

d) « L’operaio…. non venga condannato ad una dipendenza e servitù economica, inconciliabile con i suoi diritti di persona. Che questa servitù derivi dal prepotere del capitale privato o dal potere dello stato, l’effetto non muta, anzi sotto la pressione di uno stato che tutto domina e regola l’intera vita pubblica e privata, penetrando fino nel canapo delle concezioni e persuasioni della coscienza, questa mancanza di libertà può avere conseguenze ancora più gravose come l’esperienza manifesta e testimonia ». Con ciò è ben chiara una cosa: l’economia del socialismo di stato non favorisce l’operaio, bensì lo deprime e lo degrada.

e) Oggi, nel mondo operaio « è calma apparente ». Analizzando accuratamente tutto il Messaggio nella questione che riguarda il lavoro, un punto emerge: i problemi del lavoro non investono semplicemente delle bocche da sfamare, ma tutto l’uomo con tutti i suoi diritti. Anche qui il pensiero del Santo Padre dà indicazioni ben gravi sulle quali è necessario riflettere e che occorre sviluppare.

2. – L’idea del lavoro

Quest’idea diventa piena, vigorosa e umana nel Messaggio papale. Vediamolo.

Il lavoro non è solo uno sforzo cerebrale e muscolare (concezione materialistica), ma è attuazione di una persona, è mezzo al dominio del mondo, è perfezionamento del lavoratore, è base — non unica e non prima — di una serie di diritti, i quali ne fanno elemento cosciente, operante e rispettabile della compagine sociale. Il lavoro ha una finalità immediata e trascendente nella gloria di Dio. Pertanto esso non fa parte solo di un ordine economico, ma ed a più forte ragione, di un ordine morale ed eterno. Così non è solo oggetto di considerazioni economiche, ma è oggetto di considerazioni morali ed umane. Il lavoratore non è solo una cosa che produce e consuma, ma un uomo completo che vive ed ha diritto di vivere. Non tutto del lavoro si traduce con delle cifre; il più trascende la materiale aridità delle cifre. Questo è il concetto umano del lavoro. Tale considerazione adeguata (complessiva) di tutta la realtà dell’uomo. Da tale concetto umano discendono importanti conseguenze:

a) Il lavoro non è una pura espressione materiale valutabile al par delle pietre o dell’energia elettrica; esso ha qualcosa di più, precisamente quanto gli deriva dalla dignità spirituale della persona. Non è quindi una pura « merce », né può esser soltanto soggetto ad un computo di resa materiale.

b) Di conseguenza — e cioè per la presenza di un elemento trascendente la materia — il lavoro umano non può essere considerato dal solo punto di vista utilitario. Tale punto di vista è l’espressione economica del concetto materialistico del lavoro. Sicché non è possibile imporre indefinitamente taglie e sforzi al lavoro col puro intento di ottenere di più. Esiste un limite che è segnato dai diritti della persona reclamato dall’umanità.

c) Non può allora tollerarsi il lavoro che abbrutisca l’uomo. Neppure è morale un’idea di lavoro in cui l’uomo sia semplice strumento.

d) Non è l’uomo per il lavoro, ma è il lavoro per l’uomo ed il suo perfezionamento. Il criterio a giudicare del trattamento non può essere unicamente l’incremento della produzione e del guadagno: tale criterio va contemperato — e quanto! — col criterio dell’umanità. – È ovvio che tutto il concetto umano del lavoro dipende dall’idea dignitosa della persona umana. Il senso cristiano accoglie ed eleva quel concetto, dopo averlo strenuamente difeso: gli mette accanto la dolce figura del Cristo lavoratore, per cui la redenzione del mondo e la sua fecondità si lega al lavoro, lo nobilita con un’umiltà che ha tutto e solo il fastigio della verità; lo impreziosisce coll’amore; gli dona una capacità nuova ed universale per la dottrina del merito e della comunione dei Santi; lo attrae in una vita interiore dai fulgori intensi e dalle indefinite possibilità. –

Il concetto materialistico del lavoro

Di contro all’idea umana e cristiana del lavoro, sta quella materialistica. Non c’è soffio d’anima nell’uomo, non c’è dignità corrispondente nel lavoro, al quale rimane d’esser misurato in questi due soli parametri: sforzo e resa. – Gli uomini che parlano da tale angolo di visuale sono o incoscienti o ipocriti quando elogiano il lavoro e ne fanno l’apologia. Esso non è diverso dal lavoro dei muli, dei buoi o degli animali abilmente ammaestrati. Se riescono a parlare del lavoro in modo attraente, ciò è perché dinnanzi alla reazione spontanea degli uomini, capiscono di dover pel momento non manifestare l’ispirazione materialistica, di doverla invece orpellare. Ma si dovrebbe pur essere logici: perché aver per gli uomini più attenzioni di quante se ne abbiano ai muli ed ai buoi, se in fondo il loro lavoro è considerato alla pari del lavoro di questi? È vero però che là differenza si salva nelle parole: in realtà il trattamento che le concezioni e i regimi materialistici fanno al lavoratore, si salva dalla crudeltà unicamente per la forza della paura. Le conseguenze del concetto materialistico del lavoro sono chiare. – L’organizzazione scientifica del lavoro in cui F. W. Taylor fu un grande teorico, nelle conclusioni e nelle applicazioni di molti diventò tutt’insieme una caccia all’uomo e un maglio persecutorio per la vessazione e la distruzione della persona umana. L’America diede l’esempio: qualcuno imitò anche in Italia. Nella concezione materialistica del lavoro la massa operaia finisce con l’essere una massa da manovra; qualora le esigenze industriali lo imponessero, il lavoro non conoscerebbe più né regole di umanità, né trattamento di giustizia. Poiché il freno è rappresentato solo dall’interesse, dalla convenienza, dalla paura. E tutti sanno che i deboli hanno poco da fidarsi di tali protezioni. – Le due concezioni morali del lavoro stanno di fronte: sono due mondi inconciliabili, la prima vuole l’uomo nobilitato nel lavoro, la seconda non sa che farsi dell’uomo e vuole solamente il lavoro. Nella seconda tutto fatalmente si oscura, salute, diritti, famiglia, dignità, libertà, perché una mostruosa elezione ha scelto l’utile, puramente l’utile. – La questione sociale in fondo si riduce a tutto questo. Il marxismo o rinnega i suoi principi materialistici o deve ricadere in teoria ed in pratica nella concezione materialistica del lavoro, la quale, anche se si parla di benessere del popolo, strappa al popolo l’unica vera, solida e costante ragione per cui deve essere trattato bene; e non vede nell’uomo in fondo qualcosa da retribuirsi oltre lo sforzo fisico e null’altro da rispettarsi che i diritti, del suo stomaco e del suo corpo. Si cerca di mascherare la dura realtà d’una concezione materialistica del lavoro con molti eufemismi e con discorsi sviati, ma è necessario accorgersi per tempo del giocO.

Conclusioni dal concetto cristiano di lavoro

Posto che nel lavoro c’è l’aspetto materiale più quello, ben maggiore, derivante dalla realtà e dignità della persona umana, si hanno alcune conseguenze:

a) Il salario va proporzionato oltre che allo sforzo ed al rendimento anche ai bisogni della persona.

b) Oltre il salario, altri diritti vanno riconosciuti alla persona dell’operaio, il quale col suo lavoro non solo provvede alle necessità, ma è parte viva dell’organismo sociale. Vedremo subito e meglio il valore di queste conclusioni.

c) Sorgente del diritto dell’operaio è allora non solo il lavoro, ma ancora e più la personalità sua. Ciò che basta a dimostrare non essere unico titolo giuridico per la proprietà il lavoro, come taluni si affannano a vociare; aversi bensì degli altri titoli contenuti nell’autonomia della persona (occupazione, accessione, ecc.). – Quanto è vera questa, altrettanto è vero che è legittima la proprietà sorgente dal lavoro, come sorgente da altre forme di acquisizione. Del resto non ci vuol molto a comprendere che col solo titolo del lavoro una parte del genere umano (i bambini e gli inabili ad esempio) mai avrebbe il diritto di mangiare e che una gran parte della ricchezza dovrebbe o rimanere senza padrone od essere preda dello Stato. Sulla quale nefasta ipotesi abbiamo più innanzi espresso il parere del buon senso umano.

Le questioni del lavoro

Fin qui ci siamo preoccupati di fissare nell’adeguata idea di lavoro il principio ed il criterio atto a risolverne le questioni. Senza un principio teorico ben saldo (la concezione umana di lavoro), sarebbe ben difficile discernere ed ancor più difficile risolvere con saggezza e giustizia. – I massimi problemi del lavoro dal punto di vista sociale sono tre: la retribuzione al lavoro stesso, la partecipazione agli utili e la considerazione sociale in cui va tenuto e secondo la quale va trattato il lavoratore. I tre problemi si affacciano da se anche solo per l’umana idea di lavoro esposta sopra. Data l’indole del nostro studio ci fermeremo a questa indagine. Ma è doveroso ricordare che il lavoro o sotto punti di vista diversi da quello che ci preoccupa (che è morale e sociale) o per integrazione di questi stessi, pone altri e non trascurabili problemi. – Dal punto di vista del rendimento del lavoro, sorge il problema della sua organizzazione scientifica, in cui si tende a minimizzare lo sforzo e lo sperpero, spingendo al massimo il frutto e ingegnosamente sfruttando quanto rimarrebbe altrimenti inutile. Certo, come si è prima osservato, questa organizzazione scientifica va contemperata dall’umanità. – Dal punto di vista della protezione efficace dei diritti del lavoro e del lavoratore si impone il problema sindacale e l’altro complementare dell’organizzazione internazionale del lavoro. C’è infatti una interdipendenza tra le varie comunità, che come può essere sfruttata ai danni del lavoratore, deve essere usata in sua tutela. Questo problema fu affrontato a Leeds nel 1916, a Stoccolma nel 1917, a Berna nel 1918; se ne occupò la parte XIII del trattato di pace nel 1919, sicché ne fu costituito l’« Ufficio internazionale del lavoro » a Ginevra. Sarebbe ingiusto negare i benefici — per quanto relativi — di questa istituzione. L’argomento dei contratti di lavoro può rientrare nel problema sindacale. L’igiene del lavoro, il lavoro delle donne e dei ragazzi, l’eccessivo afflusso della donna al lavoro non domestico, costituiscono serie apprensioni per quanti amano i propri simili. La divisione del lavoro invece — problema già prospettato da Platone fino a Beccaria e a Smith — interessa più l’aspetto tecnico che non quello strettamente sociale. – Modernamente una non disprezzabile corrente di studiosi afferma che il lavoro ha bisogno di indipendenza, di miraggio, di speranza e di conforto. Ciò è evidente nell’ampia ed umana idea che del lavoro dà Pio XII; ciò dovrebbe esser intuitivo per tutti; per alcuni a veder una verità tanto perspicua è stato necessario contemplar — e lungamente — i resoconti e le statistiche sul lavoro degli schiavi. I quali rendono meno. In realtà le due concezioni di lavoro che abbiamo messo a riscontro potrebbero esser qualificate così: lavoro da uomini, lavoro da schiavi. Oltre tutte le belle parole, in regimi materialistici il lavoro diviene sempre cosa da schiavi.

3. – La retribuzione al lavoro

Si pensa per lo più alla retribuzione dovuta all’operaio — salario —, ma è doveroso pensare pure a quella dovuta all’impiegato — stipendio —. La classe impiegatizia sta entrando in una crisi che forse non è minore della crisi economica e morale nella classe operaia. Va da sé che quanto diremo del salario deve essere esteso pure allo stipendio.

Criteri per il salario

Quali criteri per stabilire il salario? Essi sono enunciati con chiarezza nei documenti pontifici. Ma è bene richiamare prima la ragione intima. Il salario segue il concetto del lavoro. Nell’idea materialistica del lavoro, gli elementi che formano criterio della retribuzione sono solamente lo sforzo fisico e mentale, nonché il rendimento. Nell’idea umana e cristiana la retribuzione va calcolata oltreché su quelli elementi anche sul valor e, sul diritto e sulle esigenze della persona. Che l’idea di lavoro si commensura anche e soprattutto da questa. – Rimandiamo a quanto è stato sopra scritto. Ora è facile vedere l’intima ragionevolezza dei criteri stabiliti nel Messaggio papale.

A) Il salario deve essere « giusto ». In che consiste questa giustizia? Essa è salva quando corrisponde a tutti i diritti, i quali possono essere nativi e generati da fatti. Gli elementi di tale duplice natura da tenersi in conto sono diversi. Lo sforzo, la qualità e le circostanze dello sforzo, il volume e la natura del rendimento figurano certamente tra essi. Ma non sono i soli. L’insegnamento delle due grandi encicliche Rerum novarum e Quadragesimo anno ci conduce a tener conto di altri elementi e ciò a buon diritto, poiché in ogni questione tutti gli aspetti debbono esser tenuti presenti. Si tratta anzitutto delle possibilità dell’azienda, in quanto anch’essa deve vivere e deve garantirsi di che sopravvivere per non abbandonare, l’operaio alla disoccupazione. Si tratta in secondo luogo della ragione sociale, pei cui il salario vien considerato come un elemento collegato a tutto l’equilibrio dell’economia, sulla quale può influire in senso benigno ed in senso maligno, mentre proprio essa colla sua stabilità e sanità assicura l’ordine di benessere all’operaio. È in vista di questa giusta ragione sociale che i salari, come non debbono essere tenuti troppo bassi, neppure possono essere computati troppo alti. Infatti il salario troppo alto e cioè eccellente i criteri detti sopra, è fittizio, provoca incapacità, anemie, arresti e collassi, i quali, se vanno a danno di tutti, si risolvono in un danno ben maggiore proprio per l’operaio. Frutto dei salari troppo alti sono infatti la crisi industriale, lo scompenso finanziario e la disoccupazione.

b) Il salario deve essere « sufficiente alle necessità dell’operaio e della famiglia ». Notiamo anzitutto che questa « sufficienza » fa parte della giustizia del salario, poiché corrisponde ad un chiaro e preciso diritto esistente nella persona umana. Infatti il valore del salario « lo si misura » — lo abbiamo visto — anche da essa. Ora il lavoro è il mezzo « di perfezionamento » indi di sviluppo e di soddisfazione di tutta la personalità. La quale è protesa verso la formazione della famiglia, la esige, la contiene in germe. Le esigenze della persona non sono solamente quelle del puro individuo, ma ancora quelle espresse dal raggio in cui l’individuo completa se stesso. Il lavoro è il mezzo con cui l’uomo provvede a sé ed ai suoi in questo suo naturale sviluppo. L’esser « naturale » fa di tutto ciò un « diritto » inalienabile. Ecco perché il salario deve tener conto anche della famiglia. Ciò corrisponde al fatto che il lavoro è il mezzo con cui l’uomo provvede a tutto se stesso, anche al « se stesso » possibile padre e capo famiglia. – Il salario famigliare — è bene ricordarlo — fu affermato e difeso ben prima che dagli altri, dalla morale e dalla sociologia cristiana. – Quando si asserisce la giustizia del salario famigliare, non si afferma che ogni operaio anche celibe deve essere retribuito come se avesse dieci figli. Si arriverebbe a delle conseguenze e a delle applicazioni paradossali. Infatti tutti vedono che qui il « diritto teorico al trattamento famigliare » va contemperato col « fatto » ossia colla reale situazione dell’operaio. In essa si terrà conto che anche, se non ha tuttavia famiglia, ha il diritto di prepararsela economicamente; che, anche se l’ha e minuscola, ha il dovere di lasciarla aumentare secondo Dio vuole ed ha il diritto di prevenirne i casi avversi. Con ciò si comprende la necessità di graduare sotto questo aspetto gli stipendi col criterio di un minimo famigliare aumentabile per assegni supplementari. – Quest’idea è già opportunamente entrata in più nazioni nel diritto e nella prassi.

Il complemento del salario giusto

Tra le corresponsioni dovute al lavoro, oltre al salario, Pio XII mette « la conservazione ed il perfezionamento di un ordine sociale che renda possibile una sicura se pur modesta proprietà privata a lutti i ceti del popolo, favorisca una formazione superiore per i figli delle classi operaie particolarmente dotati di intelligenza e buon volere, promuova lo spirito sociale… ». Notiamo che non si parla di salario, bensì di ordine sociale; ne vedremo presto il perché. Quest’ordine sociale deve portare all’operaio tre benefici, che complessivamente considerati, significano la possibilità aperta di migliorare indefinitamente la propria posizione sociale. È veramente questo il massimo respiro che si possa dare all’operaio: crescere. È questo tra i massimi incentivi morali che possono essergli inculcati, giacché possibilità non è realtà, mentre il passaggio dall’uno all’altro è legato all’intelligenza, al buon volere, alla sobrietà, all’economia, al buon senso, alla virtù. Che sarebbe mai dare all’operaio un buon salario e farne però un prigioniero del suo stato? Fate che tatti possano tanto Stimare la virtù che innalza a non inutilmente tentare la crescita: nessuno odierà l’esistenza di situazioni superiori, poiché esse gli diventano « meta » e nel movimento ascendentale conferiscono il sano e gioioso dinamismo dell’esistenza. Bella consolazione quella del comunismo nel sentirsi tutti uguali, ma tutti ugualmente prigionieri di tale uguaglianza! – I benefici auspicati dall’ordine sociale sono dunque tre.

a) La sicura se pur modesta proprietà privata per tutti. La natura stessa delle cose la postula: intatti la destinazione primigenia di tutti i beni terreni, quella anteriore alla occupazione fatta da qualche singolo, è per tutti gli uomini. Tale destinazione rimane in qualche modo anche dopo l’occupazione legittima del singolo, tanto che nell’uso della proprietà privata quello deve sempre ricordarsi del carattere sociale di questa. Di qui si leva una potente indicazione della natura a richiedere per tutti, fin dove è possibile, un posto al sole. – Abbiamo già detto esser questa proprietà privata aperta a tutti, il miglior stabilizzatore della pace sociale: nessuno vorrà rovesciare un ordine quando da tale ordine ha una porzione di beneficio che invece avventura fosca ed ignota non gli può assicurare. Ma è doveroso ricordare che il permanere della proprietà privata, non meno del suo acquisto, è legato alla sobrietà, all’economia, all’equilibrio spirituale, ossia ad un complesso morale.

b) La formazione per i poveri che possono rendere di più. Tutto ciò richiede una quantità di provvidenze che toccano il regime fiscale privandolo di cespiti normali ed aggravandolo di contribuzioni per la scuola. Non si tratta di cosa semplice, anche se l’iniziativa privata in regime di libera scuola può realizzare molto. Però non basta questo, anzi questo è l’aspetto più materiale del problema. È  necessario che la scuola oltre che un compito formativo e culturale, assolva un compito sociale; assumendo criteri severi ed irriducibili di eliminazione progressiva, che chiudano implacabilmente delle porte ai meno capaci ed agli inetti, qualunque sia la loro posizione sociale, e tutte le aprano ai valorosi della mente, del cuore, della volontà, dell’azione. È questo, forse, a conti fatti il solo mezzo per contemperare le eccessive fortune dovute all’eredità, le quali pur essendo — almeno talvolta — oneste in se stesse, da sole sono manchevoli, in quanto consolidano troppe ed indebite situazioni di privilegio, congelano le diversità sociali, stimolano la lotta di classe ed inibiscono quel sano movimento della fortuna, per cui tutti possono animosamente operare e volonterosamente agire, senza lasciare ai più che la disperazione d’esser prigionieri della miseria. Riteniamo che proprio il senso d’esser dei prigionieri dell’umiliazione sia la molla più forte dell’odio di classe. Non è la sola scuola, che porta il peso, di tale miglioramento nei figli delle classi operaie.

c) L’attività pratica dello spirito sociale. Si tratta della comprensione e della fiducia che apre la via alla effettiva collaborazione di tutti gli uomini onesti nella vita civile, nell’attività politica, nello sviluppo culturale.

Legislazione, educazione, sano tono di stampa e di propaganda, buona volontà di quei che stanno meglio, istituzioni: tutto è coscritto all’impresa di rifare unospirito sociale in cui anche il povero possa sentire di essere « qualcosa » e « qualcuno »..

Perché «ordine» e non «salario»

Può fare una certa impressione — l’abbiamo già notato — che Pio XII chieda una serie di benefici per l’operaio non al salario, ma all’« ordine sociale » da instaurarsi, promuoversi e perfezionarsi. Osserviamo intanto che il Papa quei benefici non li chiede direttamente al salario, però non esclude neppure il salario dal concorrere ad apportarli. Ecco le ragioni del linguaggio usato dal – Santo Padre.

a) L’ampiezza di questi benefici è tale che non può esser garantita dal solo salario. Naturalmente anche esso ha la sua parte — ove è possibile secondo i criteri esposti sopra — a far sì che s’arrivi alla proprietà privata ed alle migliori realizzazioni pei figli valenti.

b) Commettere il raggiungimento di tali finalità al solo salario, sarebbe annullare altre forze che nella compagine sociale possono e debbono, a seconda dei casi, utilmente agire: tipi diversi di partecipazione agli utili delle classi più agiate, forme assicurative, libere forme cooperative, contributi statali, mutue, ecc. – Perché mai sul lavoro dell’operaio devono convergere oltre che il suo salario altre provvidenze la cui

radice non sta nella sola azienda privata, ma in tutto l’ordine »? Perché egli è fattore d’incremento non solo della sua azienda, ma di tutto l’« ordine » stesso; perché come le cresciute possibilità della tecnica moderna hanno aumentato il raggio d’azione del capitale e le mete del benessere comune, così hanno parallelamente e proporzionalmente aumentato l’influsso, la necessità, il valore del lavoro. Lo scambio va dal lavoro a tutta la società; la restituzione deve essere da tutta la società al lavoro. È questo concetto a noi pare essenziale per la giusta impostazione di tutti i problemi dell’operaio.

c) Più o meno tutte le finalità in causa non sono raggiungibili che attraverso elementi spirituali e morali, che il salario, umile della sua realtà materiale, assolutamente non comporta. – Da tutte queste considerazioni una cosa si fa chiara: che la questione della retribuzione al lavoratore non è semplice e, soprattutto, non è solo questione materiale. Ciò basta vedere il latente marasma sotto tutte le soluzioni ad ispirazione materialistica, ossia marxistica.

4. – La partecipazione agli utili

Questa parola viene spesso pronunciata come quella che indica una integrazione del salario. Ma non pare sia sempre pronunciata con sufficiente cognizione di causa. Per tale motivo è più che opportuno chiarire alcuni punti.

La dottrina dei Papi

Non è difficile che in tema di partecipazione agli utili si faccia dire a Pio XII, soprattutto, quello che in realtà non ha detto. Pio XII non tratta direttamente l’argomento nel Messaggio natalizio 1942, ma continua talmente in tema di salario il pensiero del Suo Antecessore che non possiamo qui prescindere appunto da quello. Ora le affermazioni della Quadragesimo anno di Pio XI a proposito di partecipazione agli utili si riducono a due. Le riportiamo testualmente. Esse riprendono e dattagliano l’argomento toccato da Leone XIII nella Rerum Novarum. « Per questa legge di giustizia sociale non può una classe escludere l’altra dalla partecipazione degli utili ». « E da prima, l’affermazione che il contratto di offerta e di prestazione d’opera sia di sua natura ingiusto e quindi si debba sostituire col contratto di società, è affermazione gratuita e calunniosa contro il Nostro Predecessore (Leone XIII), la cui Enciclica “Rerum Novarum” non solo lo ammette, ma tratta a lungo sul modo di disciplinarlo secondo le norme di giustizia. Tuttavia nelle odierne condizioni sociali stimiamo sia cosa più prudente che, quanto è possibile il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società come già si è cominciato a fare in diverse maniere con non poco vantaggio degli operai stessi e dei padroni. Così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nella amministrazione e compartecipi in certa misura dei lucri percepiti ».

La lettura di questi testi impone alcuni rilievi.

a) Non si enuncia come principio generale la necessità di una specifica partecipazione degli operai o impiegati agli utili dell’azienda; ma solo l’esigenza di una generica partecipazione delle classi meno abbienti agli utili, ai profitti ed al benessere delle classi più agiate. – Ora la diversità tra « specifica partecipazione ad una determinata azienda » e « generica partecipazione all’utile e benessere delle classi più ben fornite » è molto grande; tanto grande che è pericoloso ed erroneo confondere l’una con l’altra.

b) La diversità sta in questo: con l’affermazione generica io ammetto molteplicità di mezzi per far partecipare agli utili, mentre non ne escludo nessuno e mi riservo di selezionare tra essi secondo giustizia ed opportunità, come pure di dosarli e di contemperarli; con l’affermazione specifica io ne eleggo uno soltanto e non ho mezzo d’evadere se questo è imperfetto o almeno in determinate circostanze assolutamente sconveniente. Nel primo caso ho il mezzo, ne ho la scelta senza correre l’alea; nel secondo caso io rimango impegnato dall’alea stessa. È davvero il caso di ammirare la preveggenza e la prudenza con cui la Chiesa tratta tali questioni, gravi non solo dal punto di vista morale, ma altresì dal punto di vista tecnico. Ma è bene spiegarsi meglio: lo faremo tra breve.

c) L a partecipazione agli utili in senso specifico,, non è enunciata come legge generale, ma solo come « cosa prudente… quanto è possibile » e non da sola, ma come contemperamento tra contratto di lavoro, e contratto di società. Contratto di società è appunto quello che determina la partecipazione agli utili in senso stretto e specifico.

Che pensare del contratto di società

La partecipazione agli utili in senso stretto implica questo: i dipendenti hanno diritto a dividersi una quota parte del profitto netto dell’azienda; hanno di conseguenza il diritto di inquisire e conoscere il bilancio per sorvegliare e tutelare l’integrità delle loro spettanze; diventano praticamente, almeno in un certo senso, dei soci del padrone. – Ci sono molti elementi da osservare con attenzione,

a) Anzitutto, in linea di giustizia, esiste un diritto che renda legittimo il partecipare ai profitti? L’esistenza di un certo diritto parrebbe attestata dal fatto che Pio XI consente di contemperare il contratto di lavoro (sul salario) col contratto di società (partecipazione ai profitti). Questo aliquale diritto pare sostenuto in vigore di giustizia da buone ragioni. Il lavoro infatti dà al prodotto qualcosa che non è giustificato solo dalla materia prima e dalla macchina (cose del padrone), ma sta ben oltre; sicché non pare doversi qui applicare unicamente in favore del padrone il principio « res fructificat domino » (la cosa fruttifica per il padrone), dato che c’è un’altra « res » che dà qualcosa di specifico al prodotto. E quella « res » è almeno di alcuni, di molti operai. – Inoltre, anche a prescindere da sottili ragionamenti, in molte delle industrie appare enorme la sproporzione tra il benessere che va comodamente al capitale, sì da farlo elefantiasi, e il sufficiente necessario che, sudato, scende al lavoratore. Questa sproporzione avverte una anormalità innaturale. – Finalmente l’industria ed il suo capitale appaiono sempre più legati alla compagine sociale, in quanto senza lavoro non si attuerebbe e senza consumatori morirebbe; questo essenziale vincolo alla compagine sociale fa sempre più ripugnante il concepire l’industria in funzione smisuratamente egoistica. Questo rilievo non condanna né industria né capitale; avverte solo che si è certamente andati un po’ troppo dalla parte dell’interesse ristretto dei pochi. È il « troppo » che si deve correggere, non la cosa che deve essere abolita.

b) Ma perché abbiamo cautamente parlato di un « certo » diritto, di un « aliquale » diritto? O è diritto o non è diritto. Certamente. Ma tutti ammettono che le espressioni debbono usare degli epesegetici prudenziali, finché il loro contenuto non è ben chiarito scientificamente in tutti i punti. Ora se la luce pare fatta abbastanza nel senso generico di poter esser legittimo un partecipare direttamente ai profitti, non è — a nostro modesto giudizio — altrettanto fatta su diversi punti e cioè: se le ragioni addotte (soprattutto la prima) valgono nella stessa misura proprio per tutti i salariati (manovali e braccianti ad esempio); se sempre costituiscano un titolo di stretta giustizia o non piuttosto una ragione di semplice equità; se valgano sempre e solo nei confronti colla propria azienda o non piuttosto in rapporto a questa e alla società intera; se non possano esser soddisfatte in un veramente congruo e generoso salario. La questione come si vede è ancor delicata; molto se ne è parlato, poco se ne è scientificamente inquisito. Siccome dinnanzi a Dio noi possiamo fare applicazioni nell’ambito dei principi certi, si vede quanta prudenza occorre qui, dove il sufficientemente sicuro è mescolato ancora coll’incerto. Ciò che, ripetiamolo, fa stimare la prudenza del linguaggio dei Papi, e stimola l’indagine degli studiosi. In certe questioni, col sentimento si correrebbe molto, ma non può essere questo l’arbitro, per quanto esso dia spesso il presentimento e l’intuito della verità. Certo è questo: verificandosi le debite condizioni, il contratto di società in contemperamento col contratto di lavoro è onesto, quindi si salda senza dubbio con una ragione di giustizia; è anzi secondo s’esprime Pio XI « cosa più prudente che, quanto è possibile, il contratto del lavoro venga temperato alquanto col contratto di società ».

c) Altra questione è: se il contratto di società in sé e per sé sia universalmente opportuno. Si noti che il Papa ne parla invece solo come di un contemperamento. Se noi lo vogliamo studiare nel nostro presente ordinamento sociale ed economico, c’è da dubitarne.

d) Finalmente l’uso esteso del semplice contratto di società, può provocare una sperequazione e porre una nuova questione. La sperequazione sta nel fatto che i profitti delle aziende non sono gli stessi: accanto ad aziende dall’enorme giro di affari con pochi dipendenti, stanno le aziende con enormi masse operaie, dinnanzi al cui numero si ridurrebbe a quote irrisorie il profitto dividendo. Ne nascerebbero categorie privilegiate e categorie praticamente diseredate, senza meriti o demeriti capaci di giustificare una tale violenta discriminazione. Ed ecco il nuovo problema: si dovrebbe andar alla ricerca di un metodo per livellare. Metodo e suoi strumenti non sarebbero realizzabili — il che è evidente — nell’ambito della singola azienda, occorrerebbe cercarli in istituzioni intermedie di raggio più vasto (Stato, sindacati ecc.), a mezzo di casse di conguaglio e di compensazione.

Concludiamo:

— il contratto di società è onesto e « più prudente » in contemperamento al contratto di lavoro, purché si verifichino le necessarie condizioni;

— può anche esser, quanto è possibile consigliabile;

— non appare realizzabile in modo universale sia per i facili inconvenienti, sia perché dovrebbe essere completato da istituzioni intermedie.

— nessun dubbio può esserci — là dove sono possibili — sulla opportunità di tutte le forme cooperative.

La generica partecipazione agli utili

Eppur nessun dubbio può rimanere su questo punto: che le classi meno abbienti abbiano il diritto di partecipare agli utili delle classi più agiate. Ecco le questioni: poiché qualcuno dovrà « dare », chi potrà essere questo «qualcuno »? Quali sono i modi con cui può avvenire questa devoluzione di benessere?

a) Se è al bene delle classi abbienti che i poveri debbono partecipare, sono dunque le classi elevate quelle cui incombe l’onere di « dare ». Il « dare » ha ragione d’essere là ove il capitale s’alimenta del lavoro. Anche fuori d’ogni contratto di società, pare dunque giusto che le aziende (con qualunque nome si chiamino) devolvano qualcosa del loro profitto a tale scopo, sempre nel limite del possibile e delle generali esigenze dell’economia. In altri termini la partecipazione agli utili potrebbe forse attuarsi intanto sotto la forma di contributi sull’utile netto delle aziende. Non si può escludere a priori che il convoglio del benessere ai meno abbienti, prenda la forma di tassazione qualora si verificassero tutte le condizioni entro le quali lo Stato può imporre tasse ad uno scopo determinato. Lo Stato stesso, nella misura in cui viene a disporre della ricchezza e secondo i criteri della giustizia distributiva, non può venir escluso dall’onere di aiutare le classi più misere. – In via generale è chiaro che le sorgenti della linfa da condurre alla zona economicamente anemica debbono essere fissate più o meno nell’ambito indicato, poiché non dà se non chi ha. Naturalmente in concreto tutto questo va fatto osservando col massimo scrupolo le leggi della giustizia commutativa, distributiva e legale, nonché badando bene all’esistenza di un vero titolo giuridico obbligante al contributo. Non è qui ancor questione del « modo » con cui si possa fare, ma del fatto che « si debba fare ». – Questo è importante: poiché nessuno parteciperà se nessuno darà, qualcuno dovrà pur dare. E se è giusto, che qualcuno partecipi è giusto altrettanto, che qualcuno dia; anche se noi abbiamo indicato in via di ipotesi soltanto chi potrebbe essere chiamato a dare. Il difficile sta nel creare la mentalità che qualcuno deve essere meno egoista; posto che nessuno Stato ha il tocco di Mida sicché non può certo raggiungere l’ideale del benessere dei poveri, chiedendo niente a nessuno. È necessario preparare colla convinzione molta gente a qualche sacrificio, che potrà essere negato solo nella sciocca incoscienza dei pericoli e dei rivolgimenti sociali forse incombenti.

b) La questione sul come realizzare la ricchezza da devolvere è ben diversa dall’altra sul come devolvere. Nell’ipotesi in cui non si generalizzi il contratto di società — e in tutti i modi moltissimi, specialmente nelle nazioni ad economia parzialmente industriale, ne rimarrebbero fuori — è chiara la necessità di ricorrere a istituzioni intermedie le quali facciano da collettori e distributori. Tale istituzione potrebbe essere lo Stato; è difficile però pensare sia esso solo in un regime sano e democratico. È preferibile la concorrenza armonizzata dello Stato (per la parte che esso solo può fare) e di altri enti minori (corporazione, sindacato, ecc). Quanto alla forma di devoluzione degli utili, diversi possono essere i criteri: si può adottare il mezzo diretto fungibile delle comodità (contributo in danaro); si possono senz’altro fornire le comodità (case, opere d’assistenza, opere d’utilità pubblica, di istruzione ed educazione, assicurazioni e pensioni). Criteri di assegnazione possono essere il titolo di lavoro, il merito, gli infortuni, il bisogno. Tutto sarà dato colla coscienza di assolvere un debito; sarà ricevuto colla coscienza di avere un diritto. Senza questa correlativa coscienza è inevitabile la divisione dell’umanità in boriosi e forzati benefattori e umiliati, fatalisti, mendicanti, parassiti. Tant’è vero che tutte le questioni sfociano sul terreno morale! È chiaro: elemento massimo è questo: si deve al lavoro una retribuzione, al povero un patrimonio morale.  – La partecipazione agli utili comunque avvenga dovrà attuarsi avendo innanzi il principio che là ove l’educazione, la sobrietà e l’economia fanno difetto è assai meglio fornire le comodità e il benessere, che non dare il mezzo per liberamente farselo. Nessuno ignora che molti, troppi, con più danaro in mano scialerebbero, rimanendo impenitenti al punto di prima.

Nuovi compiti

Il dovere della partecipazione degli utili nasce essenzialmente da un fatto. La civiltà meccanica e la tecnica moderna hanno collettivamente moltiplicata la ricchezza, ma mentre tutti in modo diverso hanno concorso a questa moltiplicazione, mentre tutto quanto era destinato al benessere dell’intera umanità ha apportato la realtà prima, relativamente pochi ne hanno avuto un notevole e proporzionato miglioramento di condizione. Il problema non ci mette solo innanzi ad alcuni che stanno bene e ad altri che stanno male, bensì al mistero per cui l’umanità, sebben fatta di persone, costituisce qualcosa di « uno » , sì da avere una insopprimibile esigenza di riversibilità dall’uno all’altro non solo del male, ma anche, e soprattutto, del bene. Questa voce profonda occorre sentirla e meditarla. – Il problema in quanto determinato da condizioni nuove e proprie della nostra età è anch’esso nuovo. Avvertire .questo è avvertire nuovi compiti:

a) Per la concezione e lo studio morale sociologico, economico.

b) Per lo Stato, che sorto in funzione essenziale di complemento, deve dare tutta la sua attenzione all’attuazione di un simile equilibrio.

c) Per l’opera legislativa, alla quale s’apre un campo immenso, dato che le sistemazioni sociali non si debbono raggiungere a strattoni ed a slanci occasionali, ma coll’opera severa, solida ed impersonale della legge. L’ordine giuridico non acquista solo un compito oggi e domani, un corpo di leggi, ma vede ribadito un concetto che per molto tempo e sotto certi aspetti gli era rimasto lontano, concetto essenzialmente ontologico, ma anche morale, per cui il genere umano viene considerato come una realtà unita e vivente anche in profondità. – Forse se da duemila anni il mondo non fosse stato anche a sua insaputa arato dal dogma della comunione dei Santi, sublimazione soprannaturale della comunità naturale, gli uomini non si sarebbero mai accorti a sufficienza dell’esistenza di questa.

5. – Il massimo debito morale verso il lavoro

Quand’anche si fosse dato al povero il migliore dei salari o degli stipendi, quando lo si fosse pure chiamato con un retto ordine sociale ad assidersi, partecipando agli utili, al banchetto della ricchezza, non si sarebbe affatto abolita la lotta di classe, l’odio tra gli uomini, l’irrequietezza dell’ordine civile. Mancherebbe ancora qualcosa e questo « qualcosa » senza del quale nulla varrebbe al benessere ed alla pace, col quale soltanto l’uno e l’altra si raggiungono, ha pertanto il diritto di essere ritenuto l’elemento massimo. Chi pensa di sistemare il mondo solo satollando stomachi e sensualità, spersonalizzando e rimpastando ricchezze, non conosce affatto gli uomini i quali « non vivono di solo pane ». Il torto massimo del socialismo sta nel suo materialismo, che ad onta degli eufemismi, considerando l’uomo un tubo, quand’anche arrivasse a dargli quello che conclama, gli darebbe soltanto il pane. Mentre l’uomo, spirito, cuore, libertà ed attesa di cose migliori, non vive affatto di solo pane. In questo tragico errore sono caduti troppi sociologi moderni. Là dove è stato fatto il massimo per la soddisfazione materiale dell’operaio, l’operaio non è stato contento. – Tale idea è fondamentale tanto nell’enciclica « Rerum novarum », nella « Quadragesimo anno », nel Messaggio 1942 di Pio XII, quanto nella concezione sociale del Vangelo, per cui anche all’ultimo degli uomini si deve quell’immenso dono morale che è contenuto nientemeno che nella parola « fraternità », fatta di visioni soprannaturali e di amore. Si può dire che fuori dall’influsso del Vangelo e della dottrina della Chiesa c’è sempre stata scarsa o addirittura nulla sensibilità per questo aspetto del problema. – Quali gli elementi di questo patrimonio morale che si deve rivendicare al povero? Qualche cosa già è stata detta parlando dell’ordine sociale che il Papa vorrebbe instaurato ed i cui benefici vengono da Egli presentati come un complemento del salario. Quei benefici stanno tutti in una parola: dare al povero delle possibilità di progresso, aprirgli una speranza ed una ascesa. È bene tener presenti quegli elementi. Ma il patrimonio morale non consta solamente di essi. Il Papa qua e là nel suo Messaggio li enumera.

a) « Uguaglianza intellettuale e differenza funzionale ». È come dire: gerarchia nei doveri, sostanziale identità nei valori. È come riconoscere ad ogni uomo, anche all’ultimo, che non ha nella sua natura nulla di sostanzialmente minore dei più grandi e fortunati tra gli uomini. Questa parte del patrimonio morale la si dà a chi va, col contegno, col rispetto, con l’abitudine individuale e collettiva d’una finezza profonda. È una realtà quando nulla nel gesto, nel calcolo, nella inflessione della voce, nello stile, nel difetto di cortesia rivela che si stima un altro inferiore a sé, solo perché non ha un bel nome, belle abitudini, agiatezza e cultura. Fintantoché il povero sarà messo in grado di temere a porger la sua mano al ricco, il dipendente dovrà tremare innanzi alla maestà del denaro, la persona modesta essere sbalordita e intimidita dall’esibizione del signore, l’uomo del popolo svergognato, sfuggito ed escluso da troppi ambienti; fintantoché la nessuna finezza spirituale, la mancanza di carità e di buon senso, servite magari dal disprezzo, dal sogghigno, dall’alterigia e dalla licenza, incideranno tutte le odiose discriminazioni, sarà negato all’operaio, all’uomo modesto la miglior parte del suo salario morale; egli si sentirà paria, non gli basterà la sua libertà, egli odierà ancora; la lotta di classe arrosserà ancora gli animi e poi la vita pubblica e poi, finalmente, la strada. Solo una educazione cristiana che incida il senso del quanto siano contingenti e secondari il denaro, la fortuna, il prestigio e il potere, del quanto sia comune il bisogno d’amore, di bontà, di compatimenti e di perdono innanzi agli uomini e a Dio, può instaurare la vera uguaglianza nel valore umano senza nulla defraudare alla gerarchia dei doveri e degli uffici sociali. – Il povero domanda soprattutto questo: di essere considerato uomo, persona, al pari degli altri, di averne il rispetto, di goderne il riguardo. È questione essenzialmente spirituale che solo in sede morale e religiosa può essere risolta. L’uomo deve arrivare a non dover aver paura del bene dell’altro uomo, della superiorità funzionale del suo simile. Il vecchio mondo, ipocrita in quasi tutti i suoi programmi, o si converte su questo punto o si condanna a morte. Non basta l’uguaglianza giuridica, è necessaria quella effettiva della coscienza e del costume.

b) « Amore e diritto ». Questo amore parte con un minimo di senso sociale, per cui i più forti non badano solo a sé ed al proprio interesse, ma tengono conto dell’esistenza degli altri, non misurano le cose dal proprio provento, ma anche dal quanto influenzino in bene o in male la felicità pubblica. La parola « amore » ha in questo caso infinite altre traduzioni ed applicazioni di cui si vede il catalogo più completo nella storia dei Santi, veri e puri benefattori dell’umanità. L’amore delle classi migliori ha creato per i più bisognosi tutta l’organizzazione dell’assistenza, della supplenza, del multiforme soccorso. La Chiesa ha tradotto il suo amore al popolo — sola in questo — con falangi di anime che vivono per la carità ed il servizio. Molti ordini religiosi, sono per la questione sociale una risoluzione, una dimostrazione della sua solubilità, un simbolo delle sue capacità. – Il « diritto » che va dato al povero è essenzialmente l’abolizione delle condizioni di privilegio, sia provengano da regimi da cui forza è creare una casta dominante, sia discendano dalla legislazione, sia s’attuino in una esagerata capacità di influenza attribuita al denaro.

c) Garanzia di una « piena responsabilità personale, quanto all’ordine terreno, come quanto all’eterno ». Responsabilità nell’ordine temporale suppone la partecipazione ad esso. Ciò suppone una collaborazione di pensiero, di volontà e di opera aperta a tutti. L’operaio, il piccolo stipendiato devono avere la possibilità di entrare nella vita pubblica come tutti gli altri, nell’ambito, si intende, del loro valore e della loro cultura. Tutto questo non sarà possibile senza la indipendenza economica di cui abbiamo parlato, ma la sola indipendenza economica non darà mai all’operaio la soddisfazione di essere « un uomo ». Necessita dargli quanto occorre perché sia e si senta « persona ». Prima che dalla miseria, deve essere redento dall’avvilimento. – I sistemi filosofici e politici, che uccidendo lo spirito, riducono l’uomo ad essere un « tubo », perpetrano l’assassinio del suo benessere. – Perché io lasci parlare l’uomo debbo prima credere che egli pensi; per credere che pensi debbo prima ammettere che ha un’anima spirituale. Perché io lo lasci agire liberamente devo pensarlo libero, e per stimarlo tale io debbo ancor una volta ricordarmi che egli è spirito. Se io gli prometto la libertà di parola e di azione, ma gli nego lo spirito come fa Marx, io gli prometto l’America e gli strappo il passaporto per andarvi. Tutte quelle libertà si riconoscono sempre nella fase preparatoria, per allettare ed invischiare; si rinnegano sempre quando lo scopo dell’asservimento è raggiunto.

La questione sociale verte sull’uomo completo, non su di un animale.

6. – Dare al lavoratore la fede

Chiediamoci: quando avremo dato al lavoratore il suo giusto salario, quando avremo creato un ordine che gli completi il salario stesso in molte ed opportune provvidenze, quando gli avremo data una posizione morale in cui egli si senta persona, avremo davvero eliminati gli attriti fra le classi, saranno contenti gli operai? C’è da dubitarne profondamente, almeno se ci si mette da un certo punto di vista. Infatti anche a queste favorevoli condizioni il lavoratore dovrebbe contemplare altri, intesi a più nobili e delicati uffici, altri dotati di più agiata condizione, altri più fortunati di lui. Non è possibile livellare tutto al mondo, per la stessa sua varietà e per la varietà delle esigenze, degli umori, dei valori e dei temperamenti. Egli, il lavoratore, sarebbe costretto a rilevare d’essere inferiore. – Supponiamo che questo modesto uomo fosse sicuro del paradiso in terra, supponiamo gli mancasse la certezza di un’altra vita in cui tutto viene pareggiato secondo giustizia e secondo merito, supponiamo egli si senta stretto in tale piccola cerchia, alla quale tutto si deve strappare e nulla rinunciare, dopo della quale più nulla sopravvive, più nulla compensa dell’attuale miseria. Come sarà possibile che questo uomo si rassegni ad essere inferiore? Come potrà egli rinunciare sotto l’istinto insopprimibile d’una felicità completa, a tollerare altri più agiati; come riuscire a respingere la proterva sobillazione d’invidia, la fanatica tentazione dei mezzi più orrendi per sostituire se stesso a chi giudica fortunato? Senza la visione d’una vita e d’una compensazione eterna, come è sopportabile l’esistenza senza il delitto, la rapina, la ferocia? E, quello che è più grave, in tal caso, in tali efferate applicazioni, l’uomo della strada sarebbe perfettamente logico! – Gli illogici sono coloro che gli chiudono il cielo o gli infangano così il volto e gli occhi colla loro erronea cultura e il loro allettamento sensuale, da non fargli più vedere il cielo, pretendendo poi che il povero « uomo » stia a posto. Che c’è di più logico, in un poveraccio, sicuro di non sopravvivere, del volere assolutamente aver tutto, disporre di tutto, dominare su tutto, e vendicarsi della natura da cui trasse tali inumani desideri e sì angusti confini? Un uomo può capire ragionevolmente — il che è peraltro ineluttabile — esser necessario al mondo una diversità di stato, doversi accettare senza quiescenza fatalistica l’umiltà di una condizione colla sua speranza di miglioramento nella volontà e nel lavoro, solo se ha una fede in Dio e nella vita futura. Se non l’ha, accetta il mondo, il suo ordine qualunque sia, per abulia, per debolezza, per fatalismo, per disperazione. Ma allora non c’è più un uomo! L’ordine sociale, che ha per inderogabile substrato la natura e tutte le sue varietà, sì da esser necessariamente multiplo nei diversi elementi (è utopia ogni concetto diverso), non sta insieme senza la fede in Dio, senza l’ordine religioso. – Questa verità domina tutta la triste esperienza dei nostri tempi. Della questione sociale si vuol fare una questione essenzialmente ed assolutamente laica, agnostica per lo meno. Il risultato è che non è mai stata composta, neppure nelle più libere e sfrenate esperienze scientificamente condotte (bolscevismo), perché là è diventata assassinio sistematico dell’uomo intelligente e libero; né sarà mai risolta, finché l’uomo sarà capace di pensare, di peccare, di invidiare e di scegliere tra il meglio e il peggio. La sistemazione dell’operaio va fatta anzitutto sul piano spirituale. È inutile ribellarsi per dispetto a tale obbiettiva verità. Senza religione l’operaio sarà sempre infelice. Senza religione arderà sempre di odio e di invidia. Senza religione non avrà né speranze, né protettori. – Senza religione mai gli basterà lo stipendio, la casa, il club.  Scristianizzarlo è assassinarlo, dopo il lento avvelenamento di tutte le cose che son fresche di sorriso solamente nel sole di Dio. Prima ancora che lo stipendio ed un ordine sociale giusto dobbiamo dare all’operaio la sua religione L’oro e il diamante stesso non brillano, se manca il raggio almeno dell’umile lucerna. Con ciò la questione sociale è collocata al punto giusto.

LA RICOSTRUZIONE DELLA VITA SOCIALE (4)