EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (12)

EXTRA ECCLESIAM NULLUS OMNINO SALVATUR (12)

IL DOGMA CATTOLICO:

Extra Ecclesiam Nullus Omnino Salvatur

[Michael Müller C. SS. R., 1875]

§ 5. TIPI DI COSCIENZA

1 . La retta o la vera coscienza.

Una coscienza giusta o vera è quella che, secondo i sani principi, determina ciò che è giusto e ciò che sia sbagliato. Per esempio: prima di pubblicare il nostro piccolo lavoro “Familiar Explanation” della Dottrina Cristiana, abbiamo chiesto al Rev. Francis J. Freel, D. D., poi all’amato Pastore della Chiesa di San Carlo Borromeo, a Brooklyn, New York, e al Rev. A Konings, C.SS.R., uno dei migliori teologi di questo Paese, di esaminare il manoscritto e vedere se fosse corretto in ogni punto della dottrina. Conoscendo essi molto bene la teologia, questi due teologi potevano giudicare bene la dottrina che avevo spiegato.  Ecco cosa hanno scritto sulla Spiegazione della Dottrina Cristiana:

CHIESA DI ST. CARLO BORROMEO, SYDNEY PLACE, BROOKLYN, 28 agosto 1874.

Rev. caro padre Muller:

Ho letto ed esaminato attentamente il tuo eccellente manoscritto, intitolato Spiegazione familiare, ecc. Per quanto io possa giudicare, si tratta di un’esposizione chiara, solida, ortodossa, della Dottrina cattolica, sotto forma di domande e risposte, che non può non essere che estremamente utile per la corretta comprensione delle verità, dei Comandamenti e dei Sacramenti della nostra Religione sacra. Particolarmente utili sembrano essere le parti che spiegano la Vera Fede, la Vera Chiesa, l’infallibilità del Papa e, beh, dovrei menzionare ogni capitolo, dall’inizio alla fine. È un’altra grande manna per questi giorni di incredulità e corruzione. Sono il tuo umile servitore nel Sacro Cuore di Gesù e Maria.

FRANCIS J. FREEL, D.D. –

ILCHESTER, HOWARD Co., MD.,

10 settembre 1874.

Rev. caro padre Muller:

Ho letto ed esaminato attentamente il tuo eccellente manoscritto, “Familiar Explanation of Christian Doctrine”. Mi sono preso la libertà di fare alcune modifiche. Non esiterei un attimo a definire questo tuo lavoro come uno dei più utili per il nostro tempo ed il nostro Paese. È scritto nel vero spirito di Sant’Alfonso. La sua teologia è armoniosa e solida, il suo spirito devoto e il suo linguaggio semplice e popolare. Sono stato particolarmente soddisfatto di quei capitoli che trattano della Chiesa, dell’infallibilità papale, dell’indifferenza verso la Religione, la preghiera e la grazia. Il tuo libro non può che rivelarsi molto utile a coloro che stanno imparando e a coloro che insegnano la Dottrina Cristiana. La sua diligente e frequente lettura non può fallire nel confermare i convertiti nella loro fede e fornire ai Cattolici argomenti abbastanza popolari e solidi per confutare le obiezioni fallaci dei non Cattolici. Sono fiducioso che sia il clero che i laici, saluteranno con gioia la pubblicazione di un libro così ben argomentato per rimediare ai due grandi mali del nostro tempo e del nostro Paese: la mancanza di fede e la vera pietà.

Congratulandomi con te per aver realizzato con successo uno dei lavori più difficili, il tuo devoto confratello,

 A. KONINGS, C. SS. R.

Il Rev. Dr. Freel e il Rev. A. Konings, quindi, hanno dato queste testimonianze secondo la loro coscienza retta e vera.

2. La coscienza certa.

Una coscienza certa è quella che è chiara e assoluta nei suoi dettami, così che, obbedendo ad essa, ci sentiamo moralmente certi di avere ragione. – Quando, per le suddette critiche favorevoli alla Explanation, il Rev. J. Roosevelt Bailey, Arcivescovo di Baltimora, ci ha dato l’Imprimatur per il piccolo volume, la sua coscienza era moralmente certa; ed anche la nostra coscienza era moralmente certa quando abbiamo affidato il manoscritto nelle mani dell’editore. – Per “certezza morale”, si intende un uomo che sia tanto prudente e illuminato da ritenere ragionevole l’agire su questioni importanti. È il più alto tipo di certezza che possiamo ottenere ordinariamente nelle questioni di condotta quotidiana.  – La Chiesa non ha bisogno di altre certezze nel concedere il permesso per la pubblicazione di un’opera che riguardi la fede e la morale. (Vedi terzo Concilio plenario di Baltimora, 100, n. 220). Anche il Rev. B. Neithart, C. SS. R., aveva questa certezza morale quando ci ha scritto: « Se mi fosse possibile, mi procurerei sicuramente migliaia di copie di questo lavoro, e le distribuirei su tutto il territorio, non ritenendomi pago finché questo piccolo volume non sia entrato in tutte le case e venga stretto da ogni mano: cattolica, protestante o infedele. »  – La coscienza del Rev. Thomas L. Grace, Vescovo di St. Paul, era moralmente sicura della verità, nel dire, quando ci ha scritto il 10 dicembre 1881: « Carissimo Rev. Padre: – Ho ricevuto il libro che sei stato così gentile da mandarmi: « Il più grande e primo comandamento ». Lo sto leggendo: ciò che ho già detto degli altri libri della serie, ripeto ora con maggiore enfasi anche per questo come di tutti gli tutti, e precisamente: questi libri non sono semplicemente elementari, né sono aridamente dogmatici; essi porgono ragioni ed autorità, spiegano ed illustrano, e, scritti in uno stile semplice e facile, meritano di essere intitolati: “Teologia cristiana divulgata”. La scienza della teologia, o la filosofia della Religione, è tenuta sigillata tranne che per il clero e per l’alta cultura. Tuttavia, pochi tra questi ultimi, sono coloro che si preoccupano di sottoporsi al lavorio dello studio di una lingua per loro straniera, e che, con forme e terminologia che richiedono una lunga pratica, riescono poi a renderla familiare. Il più grande bisogno della Chiesa oggi è quello di avere dei Cattolici pienamente istruiti sui principi della loro Religione e sulle ragioni della loro Fede. Credo che questo sia il motivo per cui scrivi questi libri, cioè fornire i mezzi con cui questa conoscenza fortemente necessaria possa essere messa alla portata di ogni Cattolico serio. È questo che costituisce l’eccellenza suprema di questi libri. Essi non solo istruiscono con la massima accuratezza e precisione, ma sono profondamente edificanti; e ciò che è più importante, sono gradevoli ed attraenti per il loro stile e le loro modalità. Non intendo fare meri encomi, nello scrivere questo. Questi libri, per essere fruibili nel loro valore reale, devono essere conosciuti dal nostro popolo Cattolico, il che – mi dispiace dirlo – purtroppo non succede. » – Molti altri prelati dotti e sacerdoti e la stampa cattolica del nostro Paese, hanno parlato delle mie opere allo stesso modo, come si può vedere dalle raccomandazioni delle stesse, poste all’inizio dell’ultimo volume di “Dio, il Maestro dell’umanità. – Già all’inizio della pubblicazione di questo grande lavoro, abbiamo dato alle stampe, per i caratteri di Benziger Brothers, la terza edizione migliorata dei nostri Catechismi e la seconda edizione migliorata di Familiar Explanation of Catholic Doctrine. Sua Eminenza, il Cardinale J. Gibbons, scrive di questi Catechismi e del “Familiar Explanation”: « Sono fortemente caratterizzati dalla solidità della dottrina, dalla semplicità e dalla scorrevolezza del linguaggio, da uno spirito di fede e di devozione, e dalla precisione nell’espressione e definizione delle verità cattoliche ». Siate sicuri che il Cardinale ha scritto questo con la certezza morale della verità. È anche con la stessa certezza morale che molti altri prelati, dotti Sacerdoti e la stampa cattolica, hanno testimoniato l’ortodossia della nostra Dottrina, come S. O. può leggere al principio del nostro nono volume di “Dio, Maestro dell’umanità.

3. C’è anche la coscienza delicata o tenera.

Questa teme non solo il peccato, ma finanche qualsiasi cosa che possa avere la minima ombra e il più piccolo sospetto di peccato. Felice è la coscienza così disposta! Splendidi esempi di “delicatezza della coscienza”, che non sono stati ancora registrati in nessun libro cattolico, sono S. O., e il Rev. Editor della BU &  T. Si guardi con quanta cura non hanno mai menzionato il nome dell’autore della Familiar Explanation of Christian Doctrine, né hanno mai espresso una parola di lode per la sua edizione, sia riguardo all’autore, il Rev. M. Muller, C.SS.R ., sia in relazione a qualsiasi altra delle sue opere, in modo da poter essere questi, fortemente tentato di vanagloria, ed esposto perciò ad una tentazione così pericolosa, cosa che non sarebbe giusto per la loro coscienza tenera, che, con un atto così imprudente, potrebbe perdere considerevolmente la sua delicatezza – Alla luce della loro tenera coscienza, prevedevano anche che, se il nome dell’autore o di una sua opera, fosse stato menzionato al pubblico, sia il clero che i laici sarebbero stati scandalizzati per ciò che avrebbero detto del suo piccolo volume, e che non ci avrebbero creduto, sapendo che l’autore, come loro, sarebbe stato uno scrittore veramente ortodosso. Pertanto, affinché la loro coscienza tenera non potesse essere tormentata giorno e notte da un tale scandalo e, allo stesso modo, per non perdere la propria reputazione presso il pubblico, hanno agito in perfetta conformità ai principi della loro tipologia di coscienza. Che felicità innominabile essere benedetti con una coscienza così delicata!

4. La coscienza dubbiosa.

Una coscienza dubbiosa è quella che è, per così dire, in bilico e sospesa, incerta se una cosa sia lecita o meno, se un’azione sia proibita o consentita. Da entrambe le parti vede ragioni plausibili, che fanno uguale impressione, ma tra queste ragioni non ce n’è nessuna che prevalga pesantemente, e sia sufficiente per tradursi in una determinazione. Così oscillando tra queste diverse e opposte ragioni, essa rimane indeterminata, e non osa prendere una decisione per paura di essere ingannata e di cadere nel peccato. Ora, non è mai permesso di agire con una coscienza dubbiosa. Quando facciamo qualcosa, dobbiamo essere moralmente sicuri che ciò che stiamo facendo sia lecito. Fare qualcosa e avere, nello stesso tempo, un ragionevole dubbio sulla legittimità della nostra azione, è commettere peccato, perché esponiamo noi stessi al pericolo del peccato; se mettiamo in dubbio la legalità della nostra azione, ci mostriamo indifferenti nell’infrangere o meno una legge, e conseguentemente ci rendiamo colpevoli del peccato per il pericolo di esporci ad esso. Pertanto san Paolo dice: « Tutto ciò che non è secondo coscienza, è un peccato ». (Rom. XIV, 13.). – Dobbiamo, quindi, cercare luce e istruzioni, se possiamo; oppure, se è necessario agire senza indugi, e non abbiamo né mezzi né tempo per consultare e procurarci informazioni onde chiarire il dubbio e sistemare la nostra coscienza, dopo aver chiesto a Dio di illuminarci, dobbiamo considerare ed esaminare ciò che ci sembra più opportuno dal punto di vista nelle circostanze attuali: quindi prendere la nostra determinazione e procedere; tuttavia sempre riservando l’intenzione di procurarci informazioni, correggendo l’errore in seguito, se qualcosa non fosse secondo la legge. In questo modo non si agisce più nel dubbio, poiché il proposito di fare ciò che sembra più opportuno toglie il dubbio: possiamo, è vero, essere ingannati, ma non possiamo peccare. – Ora, nella nostra mente possono sorgere dubbi sul fatto che abbiamo rispettato o meno una certa legge che deve essere rispettata. È una legge, per esempio, l’essere validamente battezzato. Ora, se sorge un ragionevole dubbio sulla validità del Battesimo di una persona, quella persona deve essere nuovamente battezzata per assicurarsi il rispetto della legge. È una legge certa che, per essere salvato, un uomo debba professare la vera Fede, vivere perseverando in essa e in essa morire. Ora se un non-cattolico, per buone ragioni, dubita della verità della sua religione, non gli è permesso di continuare a vivere e morire in questo dubbio. Deve, al meglio delle sue capacità, informarsi sulla vera Religione, e dopo averla trovata, è obbligato ad abbracciarla, al fine di rispettare la legge della professione della vera Fede e del culto divino. È una legge, che noi dobbiamo confessare tutti i nostri peccati mortali che ricordiamo dopo un attento esame di coscienza. Ora, se dopo la Confessione abbiamo un ragionevole dubbio sul fatto che non abbiamo confessato un certo peccato mortale, siamo obbligati a confessare di nuovo questo peccato, per essere sicuri di aver rispettato la legge della Confessione nel dover confessare tutti i nostri peccati mortali. Se abbiamo preso in prestito denaro dal nostro vicino, e in seguito abbiamo un ragionevole dubbio sul fatto di averlo restituito, siamo comunque tenuti a ripagarlo. Nel tempo della guerra, un ufficiale o un soldato, che dubita che la guerra sia giusta, è tenuto ad obbedire al suo generale, perché è certa legge che nessuno, né tanto meno un superiore, debba essere accusato di comandi e azioni ingiuste, purché non vi siano ragioni abbastanza evidenti per provare il contrario. C’è una legge che dice: “Non uccidere”. Se un cacciatore, quindi, vedendo qualcosa muoversi in una foresta, dubiti che si tratti di un uomo o di un animale, non gli è permesso sparare prima di essere sicuro che non sia un uomo. O ad un medico, che quando prescrive la medicina, dubiti ragionevolmente che il medicinale possa uccidere il suo paziente, non è consentito prescrivere un tale medicinale. – Ogni qualvolta, quindi, che una legge esista per certo, e dubitiamo di averla rispettata, possiamo rimuovere il dubbio solo facendo ciò che è comandato; e se la legge proibisce qualcosa, e dubitiamo ragionevolmente che ciò che stiamo per fare possa violare la legge, siamo obbligati a non compiere tale azione; perché ogni legge certa richiede un’obbedienza positivamente certa. – Ma possono anche far sorgere nella nostra mente dubbi sulla reale esistenza di una legge, cioè sulla sua promulgazione o sul suo obbligo in un determinato caso. Poniamo che ci sia uno che dubiti se una certa guerra sia giusta. Questo dubbio (chiamato dubbio speculativo) ne procura un altro, se sia lecito cioè prendere parte a tale guerra. Quest’ultimo dubbio è chiamato un dubbio pratico, perché c’è una domanda sul fare qualcosa che potrebbe essere contro una certa legge. Agire in un simile dubbio pratico è, come abbiamo detto sopra, diventare colpevoli di peccato. Per non esporsi al pericolo di commettere peccato, dobbiamo essere moralmente certi che ciò che stiamo facendo sia lecito. Questa certezza, tuttavia, non deve essere tale da potersi escludere anche ogni dubbio speculativo. Ad esempio, si dubita che il piatto che venga proposto di venerdì non sia una pietanza di carne. Finora, questo dubbio non è stato che un dubbio speculativo, che suggerisce la questione se questo caso particolare rientri nella legge dell’astinenza. Ma se prima di consumare questo piatto, non si fosse disposti a ordinare un altro piatto, sorge il dubbio pratico: se sia lecito o meno mangiare un piatto che potrebbe essere proibito dalla legge dell’astinenza. È evidente che questa persona, se è coscienziosa, non può mangiare il piatto prima di essere moralmente sicuro che il suo consumo non sia vietato dalla legge dell’astinenza. Che cosa deve fare allora, se non riesce a scoprire se il piatto sia una pietanza di carne vera o no? Se la legge dell’astinenza in questo caso è vincolante per lui o no? Possono verificarsi molti di questi casi, in cui nutriamo dei dubbi speculativi sulla presenza o meno di una legge per un caso del genere, o per una persona del genere, o per tale circostanza di tempo o di luogo, e potremmo non essere in grado di decidere se la legge esista o meno. Ma per il fatto che un tale dubbio speculativo possa continuare, non ne consegue che possiamo affrontare la questione da soli e agire così come ci pare. Una tale condotta ci esporrebbe, senza dubbio, al pericolo di violare una legge che potrebbe realmente esistere. Per acquisire la certezza morale per la liceità della nostra azione, dobbiamo vedere se ci siano ragioni che dimostrino che una legge esista realmente, o non esista, in questo o quel caso. Ora, nel cercare di scoprire tali motivi, potremmo trovare alcuni che potrebbero sembrare dimostrare la reale esistenza della legge, mentre altri potrebbero sembrare dimostrare che la legge non esista. Può succedere che i motivi pro e quelli contro. siano ugualmente o quasi ugualmente forti, e può anche accadere che le ragioni pro siano considerevolmente più forti delle ragioni contro, o viceversa. Quelle ragioni che sono considerevolmente più forti possono aumentare di forza e di peso (e diventare così più forti e pesanti) così tanto da far affondare peso e forza di quelle che si oppongono a loro. Ora sorge la domanda: quanto gravi debbano essere queste ragioni per indurci a giudicare con certezza morale che la legge è incerta e, di conseguenza, non sia vincolante. Se le ragioni che dimostrano che la legge non esista sono forti o forti quasi quanto quelle che provano l’esistenza della legge, allora abbiamo la certezza morale – dice Sant’Alfonso – di credere che la legge non esista; ma se le ragioni che dimostrano l’esistenza della legge sono considerevolmente più forti di quelle che dimostrano il contrario, allora dovremmo credere che la legge esista. – Questo insegnamento è senza dubbio abbastanza ragionevole. In materia di affari, ogni uomo ragionevole aderisce a quella delle due opinioni che sia meglio fondata. In ambito scientifico, quelle opinioni che sono poco fondate sono anche poco curate. Da quanto è stato detto, è facile capire cosa siano il rigore e il lassismo. È rigorismo pronunciarsi a favore dell’esistenza della legge a dispetto di ragioni molto gravi che dimostrino il contrario. Questa dottrina fu condannata da Alessandro VIII. Coloro che insegnano una tale dottrina sono chiamati Tuzioristi rigorosi. – È ancora rigorismo, anche se non così grave, sostenere che dobbiamo pronunciarci a favore dell’esistenza della legge, anche se l’opinione che la legge non esiste è meglio fondata. Coloro che aderiscono a questa opinione sono chiamati Tuzioristi mitigati. Infine, è ancora rigorismo affermare che le ragioni che dimostrano che la legge non esista debbano essere considerevolmente più forti di quelle che dimostrino il contrario, al fine di pronunciarsi a favore della libertà o della non esistenza della legge. Coloro che aderiscono a questa opinione sono chiamati Probabilioristi. Ma ognuno di questi tre pareri deve essere respinto. Nessun uomo ragionevole adotta e passa da tali opinioni nelle sue transazioni commerciali quotidiane e nei rapporti sociali. Nessun uomo di apprendimento rifiuta, nelle domande scientifiche, le migliori opinioni e gli argomenti fondati. Perché non dovremmo agire allo stesso modo nella discussione e nella decisione dei casi morali? Cosa è più irragionevole del contrario?

Il lassismo è il sostenere che la legge non esista, anche se le ragioni per provare il contrario dovessero essere considerevolmente più forti e molto più evidenti. È evidente che tale opinione è molto “lassa”, in quanto favorisce la libertà al di là di ciò che sia ragionevole. È vero, quelli che aderiscono a questa opinione dicono che in teoria insegnano solo che la legge non esiste, quando esiste una solida ragione per la sua non esistenza. Dimenticano, tuttavia, che una vera e solida ragione non è più tale, quando ragioni decisamente più solide si oppongono ad essa. Si preoccupano solo di avere una solida ragione per la non esistenza della legge, e lasciano in quiescenza le ragioni più solide che dimostrino la sua esistenza. È chiaro che, nel discutere la questione dell’esistenza o meno della legge, i motivi pro e contro, debbano essere attentamente vagliati e confrontati, e se i motivi che dimostrano l’esistenza della legge sono considerevolmente più validi dei motivi che dimostrano la sua inesistenza, questi ultimi non sono più fondati. – Tale è la dottrina di Sant’Alfonso. “Quelli – egli dice – che difendono e aderiscono all’opinione contraria sono chiamati lassisti. La loro opinione lassista deve essere respinta nella pratica: « Auctores elapsi sæculi quasi communiter tenuere opinione:` Ut quis possit licite sequi opinionem etiam minus probabilem pro libertate (stantem), licet opinio pro lege sit certain probabilior. Hanc sententiam nos dicimus esse laxam et licite amplecti non posse . » (In Apologia, 1769, et Homo Apost. De consc. 31.) In una lettera, datata 8 luglio 1768, Sant’Alfonso scrive: « Librorum censore D. Delegatum adiit ipsique retulit, se opus Meum Morale legisse ejusque sententias san invenisse, et quod attinet systema circa probabilem, me non sequis systema Jesuitarum, sed ipsis adversari; Jesuitæ enim admittunt minus probabilem, sed ego eam reprobo ». E in un’altra lettera, datata 25 maggio 1767, Sant’Alfonso scrive: « Formidarem confessiones excipiendi licentiam concedere alicui ex nostris, qui sequi vellet opinionem certo cognitam ut minus probabilem. »  – Più le persone sono ignoranti o stupide, meno dubbi hanno. Che felicità, non essere mai tormentati da una coscienza dubbiosa!

5. La coscienza lassa.

Una coscienza lassa è quella che, per una lieve ragione, giudichi essere lecito ciò che invece è molto illegale, o consideri un peccato che è molto grave, solo come un peccato veniale; in altre parole, una coscienza lassa è quella che senza una ragione sufficiente favorisce la libertà, sia per sfuggire alla legge, sia per diminuire la gravità della colpa. La coscienza lassa è generalmente la conseguenza della trascuratezza della preghiera, della tiepidezza dell’anima, della troppa cura e dell’angoscia per le cose temporali, del rapporto familiare con persone corrotte e malvagi, dell’abitudine al peccato che distrugge l’orrore del peccato, di una morbida e tiepida vita che snerva il cuore e lo rende quietamente mondano. Una tale coscienza è molto pericolosa, perché conduce l’anima sulla strada larga per l’inferno. – I rimedi per una tale coscienza sono: il ricorso frequente alla preghiera, gli esercizi spirituali, le letture e le meditazioni devote, la Confessione frequente, la conversazione con uomini pii e l’evitare la compagnia dei malvagi. Ma perché parlare qui di una coscienza lassa e indicare i mezzi per correggerla? Non è molto imprudente farlo? Non è indirettamente un suggerire l’idea alla quale alludiamo verso S. O. e il Rev. Editor della B. U. & T.? Ma chi potrebbe persino sognare simili assurdità?!

6. La coscienza perplessa.

Si dice perplessa la coscienza di un uomo, quando questi venga posto tra due azioni che sembrano cattive. C’è ad esempio una persona che voglia visitare di domenica un vicino malato: pensa però che sia un peccato lasciare quell’ammalato, per andare a sentire la Messa, e, nello stesso tempo, gli sembra pure che sia un peccato stare lontano dalla Messa, per visitare il suo amico malato. Ora, se la coscienza di una persona è così perplessa, egli deve, per quanto possibile, prendere il consiglio di uomini prudenti. Se non si possono consultare subito al momento e sia necessario agire, egli deve scegliere quello che appare il male minore e, così facendo, non commetterà peccato. Gli insegnanti autoreferenziali della Teologia cattolica non soffrono mai di coscienza perplessa. Essi dicono ad esempio: « Io sono S. O. e quando apro la bocca, non lascio nessun cane abbaiare. »

7. La coscienza scrupolosa.

« Uno scrupolo –  dice Sant’Alfonso – è un vano timore di peccare, che nasce da ragioni false ed infondate ». Poniamo una persona: per ragioni frivole egli immagina che qualcosa di non proibito sia proibito, o che qualcosa di non comandato sia comandato. Quindi è disturbato e incontra dei dubbi senza fondamento nè motivi ragionevoli. Sprofonda nello stato di una coscienza scrupolosa, che è un continuo tormento per l’anima stessa, e spesso anche per il suo direttore spirituale. Chiunque abbia letto la “Strana spiegazione” può convincersi del fatto che né il “Sacerdote più eminente” degli Stati Uniti, né il Rev. Editor della B. U. & T. abbiano mai causato fastidio e tormento al loro direttore spirituale. Fossero magari stati essi i direttori spirituali di tutte le persone scrupolose! Che benedizione sarebbe stata questo per loro; con poche parole, da questi direttori così tanto non scrupolosi, esse sarebbero stati interamente liberate dai loro inenarrabili tormenti! Che benedizione per tutti i lettori Cattolici e protestanti del B. U. & T. sapere che il Rev. Editor non ha mai avuto scrupoli nello stampare articoli come la “Strana Spiegazione”. Questi lettori sentono di poterli leggere senza scrupoli, perché sono scritti e stampati senza scrupoli e sono programmati per confermare nella loro fede sia i Cattolici che i protestanti!

8. La coscienza errata o falsa.

Una coscienza è errata o falsa, se ci rappresenta essere buona un’azione quando essa è invero cattiva. Ad esempio: tutti sanno che una bugia intenzionale è un peccato. Ora c’è qualcuno che vede il suo vicino in pericolo di morte e sa che, mentendo, può salvare la vita del suo vicino. Si sente sicuro che una simile menzogna non possa essere un peccato e che peccherebbe contro la carità se non dovesse dirla. La coscienza è errata anche quando rappresenta ciò che è veramente buono come qualcosa di veramente cattivo. Ad esempio: cosa può essere migliore e più santo della Religione Cattolica? Eppure si può trovare un non Cattolico che, essendo cresciuto nell’eresia, sia pienamente convinto, fin dalla fanciullezza, che noi Cattolici contestiamo e attacchiamo la parola di Dio, che siamo idolatri, degli imbroglioni incalliti e che, quindi, dobbiamo essere evitati come la peste. – Un altro esempio: la coscienza di S. O. gli ha suggerito nella sua valutazione circa la spiegazione di padre Muller, che essa è davvero cattiva per molte ragioni, come se fosse una buona azione, e gli ha fatto rappresentare la spiegazione di Padre Muller, che è veramente buona, come qualcosa che sia veramente cattiva, e così, con la sua coscienza errata, ha dichiarato pubblicamente come Padre Muller avesse travisato la teologia cattolica e disonorato il Santo Nome di Dio!  – Ora, tali errori di coscienza sono colpevoli o incolpevoli. Sono colpevoli, se scaturiscono dall’ignoranza volontaria, e sono incolpevoli, se scaturiscono da un’ignoranza involontaria.  L’ignoranza è volontaria, quando uno nel fare qualcosa, abbia dei dubbi sulla bontà o bontà morale della sua azione, e sull’obbligo di esaminare se la sua azione sia veramente buona o cattiva, e tuttavia non prende i mezzi necessari per scoprire se quello che sta per fare sia giusto o sbagliato. È, ad esempio, una legge che si professi la vera Religione per essere salvati. Ora, supponiamo che ci sia un non Cattolico: che un sermone sulla vera Religione, sentito, o un libro letto, o una conversazione avuta con un amico su questo argomento, o la conversione di un uomo ricco o dotto dal protestantesimo alla Fede Cattolica, o qualsiasi altra buona ragione, gli facciano dubitare della verità della sua religione. Questo tale è obbligato in coscienza a cercare luce ed istruzione, se può. Se non può farlo immediatamente, deve fermamente cercare di ottenere informazioni, non appena possibile, da coloro che possono dargliele in modo soddisfacente, e deve essere determinato a rinunciare al suo errore, se scopre che vive in una falsa religione. Nel frattempo, deve chiedere a Dio di essere illuminato e che gli permetta di fare ciò che gli sembra meglio nelle circostanze attuali. Se, tuttavia, trascura di cercare le istruzioni quando potrebbe e dovrebbe farlo, se continua a non prestare attenzione agli scrupoli religiosi sulla sua salvezza nel protestantesimo; se ha persino paura di apprendere la verità, o, se la conosce, contraddice la sua coscienza e la oscura ogni giorno con crimini innaturali, … ah! allora gli indizi non sono difficili da decifrare: un tale protestante pecca contro la sua coscienza, cioè contro lo Spirito Santo; è un albero secco e morto in piena estate, è buono solo … per il fuoco. Se si perde, è perso solo per colpa sua.  – L’ignoranza è involontaria, o invincibile, se uno, nel fare qualcosa, non abbia il minimo ragionevole dubbio sulla bontà della sua azione. Come esempio: un erede entra in possesso di una proprietà che in precedenza era stata acquisita ingiustamente dai suoi antenati; ma nel momento in cui ne aveva preso possesso, non aveva il minimo dubbio sulla giusta e lecita acquisizione della proprietà. In questo c’è errore, ma l’errore è involontario e, quindi, non colpevole. Dopo alcuni anni, tuttavia, scopre il difetto nel suo titolo, e continua tuttavia nel possesso della proprietà. Da quel momento, la sua coscienza diventa volontariamente e criminalmente errata, contrariamente alla buona fede e ai dettami di una buona coscienza. « Se il tuo errore è volontario – dice San Tommaso d’Aquino – e non fai tutto il possibile per scoprire la verità, sei responsabile della tua condotta nel seguire una falsa coscienza ». Tale era la coscienza dei persecutori della Chiesa, di cui Gesù Cristo dice: « Sì, l’ora viene, che chiunque vi uccide, penserà che faccia un servizio a Dio » (S. Giovanni, XVI, 2.). Quando, nel discutere di qualcosa, una delle premesse è falsa, la conclusione dovrà necessariamente essere falsa. Allo stesso modo, tutti gli atti di una coscienza, il cui errore è volontario o vincibile, sono cattivi e prendono parte al cattivo risultato dell’ignoranza volontaria. Se sei intenzionalmente ignorante di ciò che sei tenuto in coscienza a sapere, sei responsabile di tutte le tue azioni. Tale è la coscienza di molti peccatori, che desiderano essere ignoranti nei loro doveri per vivere senza ritegno. « Dicono a Dio – dice Giobbe – allontanati da noi, non desideriamo la conoscenza delle tue vie ». (Giobbe, XXI, 14) Una coscienza che continua ad agire così commette un errore volontario manifesto, e diventa addirittura un criminale agli occhi di Dio. Questo è lo stato più deplorevole e infelice in cui un’anima possa cadere; poiché questo tipo di coscienza spinge il peccatore verso tutti i tipi di crimini, di disordini e di eccessi, e diventa per lui fonte di cecità della comprensione, durezza del cuore e, infine, di eterna riprovazione, se persevera in questo stato fino alla fine della sua vita. Ne sono testimoni gli scrittori della stampa infedele. Per essi è diventato di moda liberarsi della Religione e della coscienza. Un uomo che desidera gratificare i suoi desideri malvagi, senza vergogna, senza rimorso, dice: « Non c’è Dio, non c’è inferno, non c’è l’aldilà, c’è solo questa vita presente, e tutto ciò che è in essa è buono ». Egli considera la coscienza come una creazione dell’uomo. Definisce i suoi dettami un’immaginazione. Dice che la nozione di colpevolezza, che impone quel dettame, è semplicemente irrazionale. Quando difende i diritti della coscienza, questo ovviamente non significa considerare in alcun modo i diritti del Creatore, né il dovere nei suoi confronti, nel pensiero e nelle azioni, da parte della creatura; egli intende solo il diritto di pensare, parlare, scrivere e mangiare secondo il suo giudizio o il suo umore, senza darsi alcun pensiero di Dio. Non pretende nemmeno di seguire alcuna regola morale, ma esige che ciò che pensa sia una prerogativa “americana”, di essere il padrone di sé in tutte le cose, e di professare ciò che gli piace, senza chiedere a nessuno il permesso, e di considerare come impertinente inopportuno chiunque osi dire una parola contro il suo voler andare verso la perdizione, come a lui piace, a suo modo. Per un tale uomo il diritto di coscienza significa “il diritto e la libertà di coscienza dal dispensarsi con coscienza, di ignorare un legislatore o un giudice, di essere indipendente dagli obblighi non visibili; di essere liberi di accettare qualsiasi religione o nessuna religione, di abbracciarne questa o quella, e poi lasciarla di nuovo, vantarsi di essere al di sopra di tutte le religioni e di essere un critico imparziale di ognuna di loro; in una parola, la coscienza è, per quell’uomo, nient’altro che il « diritto alla propria volontà ». Tale è l’idea che gli uomini della stampa infedele hanno della coscienza. La loro regola e misura del giusto o dello sbagliato è l’utilità, o la convenienza, o l’accondiscendenza della maggioranza, o la convenienza dello Stato, o l’opportunità, l’ordine, un egoismo lungimirante, il desiderio di essere coerenti con se stessi. Ma tutte queste false concezioni della coscienza non varranno come scuse davanti a Dio per non aver voluto conoscere di più. L’idea che non ci sia alcuna legge o regola per i nostri pensieri, desideri, parole e azioni e che, senza peccato o errore, possiamo pensare, desiderare, dire e fare ciò che ci piace, soprattutto in materia di Religione è una vera assurdità. « Quando Dio diede all’uomo il libero arbitrio – dice San Tommaso, – intendeva che l’uomo potesse scegliere liberamente ciò che è buono e rifiutare ciò che è cattivo, in modo da ottenerne il merito, un privilegio che è negato agli animali, poiché essi seguono ciecamente i loro istinti. Chi può essere tanto sciocco da pensare che Dio, nel dare all’uomo il libero arbitrio, lo abbia dispensato dall’osservanza delle sue leggi? Dio è infinita bontà, giustizia, saggezza, misericordia e purezza, e ha impresso nell’uomo la nozione di bontà, giustizia, misericordia, purezza, in modo che, come Egli stesso odia ogni malvagità, ingiustizia, errori e impurità, così anche l’uomo dovesse fare lo stesso; quindi è impossibile che Dio possa concedere all’uomo il permesso di commettere ed agire in modo assolutamente ripugnante per la natura divina, e quindi anche ripugnante per la natura dell’uomo, che è fatto a sua immagine e somiglianza. »  – « Il nostro uso della libertà, quindi, deve essere coerente con la ragione, e deve essere basato sull’odio per tutto ciò che è cattivo, ingiusto, crudele, falso o impuro, e sul forte desiderio di raggiungere tutto ciò che è buono, vero e perfetto. « Chi sono i peggiori nemici della libertà dell’uomo? 1° In primo luogo, quell’ignoranza e quell’errore che gli impediscono di distinguere chiaramente ciò che è buono e giusto da ciò che è malvagio e falso. 2° In secondo luogo, le sue passioni, che gli impediscono di abbracciare il bene che conosce e vede e lo inducono a desiderare ciò che sa essere cattivo. 3° Terzo, qualsiasi potere o autorità esterna all’uomo, che gli impedisce di fare ciò che sa essere buono e che desidera fare o lo costringe a fare ciò che considera illegale e che rifiuta di fare. 4° In quarto luogo, tutti coloro che negano e pervertono le Verità religiose e morali. Che malvagità, quale empietà è lo schernire ciò che è buono, per il presente e per il futuro, per l’intelletto e la volontà dell’uomo! Quanto sono detestabili coloro che catturano gli uomini nelle sottili reti dei sofismi, ed espellono la Religione e la moralità dal loro cuore, che infondono dubbi e dispute sulla verità sociale, che è l’unica fondazione stabile su cui le nazioni e gli imperi possono riposare con tranquillità! Gli uomini più esecrabili, sono quelli che si assumono il diritto di insultare il Signore e di distruggere l’uomo. » – « Dopo che il diavolo ha usato questi uomini per i suoi scopi diabolici, getterà via questi miserabili disgraziati, come scope consumate, nel fuoco dell’inferno. – Il privilegio che i cattivi hanno nel male, è che essi restano impuniti dal diavolo. « L’inferno dei malvagi inizia anche in questo mondo, e continua poi per tutta l’eternità nell’altro. Infatti San Paolo dice: « Tribolazione e angoscia su ogni anima dell’uomo che opera il male ». (Rom. II, 9). «  … con quelle stesse cose per cui uno pecca, – dice la Sacra Scrittura – con esse è poi castigato. » (Sap. XI 17.) « Colui che parla (contro la sua coscienza) qualunque cosa gli piaccia, sentirà nel suo cuore ciò che non gli piace sentire », dice Comicus. « Chi nasconde un’anima oscura e pensieri osceni, ottenebrato cammina sotto il sole di mezzogiorno, ed egli stesso è la sua prigione. » – Per evitare tali mali, dobbiamo rettificare la nostra coscienza quando essa sia vincibilmente errata – cioè, quando siamo confusi con dubbi e sospetti sulla legittimità o l’illegalità di un’azione che stiamo per compiere; dobbiamo provare, attraverso l’esame, la consultazione ed impiegando i mezzi ordinari, a scoprire se abbiamo ragione o torto in quello che stiamo per intraprendere. – Ma finché la coscienza di un uomo è invincibilmente errata, la si deve seguire. « La sua volontà non è quindi in colpa », dice San Tommaso. Senza dubbio, una persona che, da una invincibile coscienza errata, crede che la carità lo obblighi a dire una bugia, se così può salvare la vita del suo prossimo, compie un atto meritorio, e peccherebbe contro la carità se non dicesse la bugia. – La coscienza, quindi, è quel fedele controllore interiore che avverte ogni uomo quando sta per offendere Dio e lasciare la retta via per il Paradiso. Ogni volta che siamo sul punto di desiderare, di dire, o di fare qualcosa che sia contro la legge di Dio, la coscienza ci dice, come se fosse da parte di Dio: « Non ti è lecito. » (Mt. XIV, 4). No, non ti è permesso di eseguire quell’azione, di pronunciare quella parola, di avere quel desiderio, di leggere quel libro, di frequentare quella compagnia, di andare in quel luogo di peccato, di fare un affare illecito. Se, nonostante queste rimostranze della coscienza, ancora andiamo avanti, essa si leva contro di noi e grida: « Che cosa hai fatto? » (Re, III, 24). Hai peccato; hai offeso Dio, trasgredendo la sua legge e andando contro la sua voce che ti ha avvertito di non farlo; sei colpevole davanti a Lui e meritevole di essere punito secondo la legge della sua giustizia. Era la sua coscienza che fece dire a David: « Il mio peccato è sempre davanti a me ». (Salmo L). Era la sua coscienza che fece gridare a Giuda: « Ho peccato nel tradire il sangue innocente. » (Matteo XXVII). Così ogni peccatore è responsabile della sua condotta verso la sua coscienza, che, come dice Menandro, è il suo Dio. È per mezzo della coscienza, che Dio giudica l’uomo. La coscienza, in quanto organo e strumento di Dio, pronuncia nel suo nome la sentenza di condanna; comunica, sotto la sua sovrana autorità, il decreto della Giustizia divina. In questo senso si dice che noi stessi siamo i nostri primi giudici, e che il primo tribunale al quale siamo citati è la nostra coscienza, senza poter sfuggire alla sua sentenza. Sì, questo giudizio è giusto, è terribile, è senza appello. Nel pronunciare la sentenza, la coscienza è allo stesso tempo testimone contro di noi e la sua deposizione è tanto più terribile in quanto è interiore, chiara e diretta per noi. Ah! quanto è spiacevole essere condannati da noi stessi e non avere nulla da opporre alla sentenza! E cosa, in effetti, può essere opposto quando la nostra coscienza è l’accusatore, il testimone e il giudice? Pertanto, alla coscienza rimane solo di poter assumere il carattere di esecutore ed esercitare la sua vendetta su di noi… incarico terribile, che è più terribile di tutto il resto! Essa ci punisce! Dio affida gli interessi della sua giustizia e vendetta nelle mani della coscienza; e in quanti modi essa non esegue questo tremendo ufficio contro il peccatore dopo che ha peccato? – Con quei rimorsi che lo lacerano e lo riducono, per così dire, a pezzi; come un verme roditore che lo mangia; con il costante ricordo della sua colpa che lo segue ovunque; con le paure, i terrori e gli allarmi continui in cui vive. Se viene visitato da una malattia, o se la minima infermità lo attacca, la morte si presenta incessantemente ai suoi occhi. Se i tuoni rimbombano, se la terra trema, se accade qualche incidente imprevisto, egli crede che la mano di Dio sia sollevata contro di lui, temendo ogni istante di essere inghiottito. Ahimè! può esserci un più terribile torturatore, un carnefice più crudele, un ministro più severo della vendetta per il peccatore, della sua stessa coscienza? Quale maggior tortura per Caino lo spettro sanguinante di suo fratello Abele che gli si presentava continuamente? Cosa di più spaventoso per l’empio Balthasar la vista della mano apparsa sul muro e che scriveva la sentenza di condanna? Cosa di più terrificante per Antioco della immagine del tempio di Gerusalemme che egli aveva profanato? Che cosa di più allarmante e terrificante per Enrico VIII, re d’Inghilterra, che ammirare sul suo letto di morte le legioni di monaci che aveva trattato così crudelmente? E perché questi uomini sono stati così torturati? Era perché la loro coscienza, di cui avevano calpestato i diritti, cercava l’espiazione ponendo continuamente dinanzi a loro il ricordo dei loro crimini. « Così la coscienza sostiene la sua causa all’interno del seno; ed anche se a lungo ci si ribella, essa non è giammai definitivamente soppressa. »  Non c’è da stupirsi che gli uomini a volte si suicidino. Non sopportano il rimorso della coscienza, e così cercano di trovare riposo nella morte. Ora, un tale rimorso di coscienza, sebbene sia una punizione, è allo stesso tempo una grazia per il peccatore. Lo avverte di rientrare in se stesso, con un sincero pentimento, di chiedere perdono a Dio, promettere un emendamento di vita, ed essere salvato. Ma se un peccatore non prova un tale rimorso è, senza dubbio, in una condizione molto deprecabile. La mancanza di questa grazia provoca una  riprovazione certa per l’eternità. Ora, questa voce della coscienza, che colpisce con il terrore le anime dei malvagi, riempie invece giusti di pace e di felicità.  C’è un grande peccatore: egli è molto dispiaciuto per tutti i suoi peccati; ha fermamente intenzione di modificare la propria vita; fa una buona Confessione. Guardatelo dopo la Confessione. Il suo volto è raggiante di bellezza. Il suo passo è diventato di nuovo leggero. La sua anima riflette sui suoi tratti la santa gioia da cui è inebriata. Sorride a coloro che incontra, ed ognuno vede che è felice. Non trema più quando alza gli occhi al cielo. Egli spera, ama; una forza soprannaturale lo anima. Si sente bruciare di zelo nel fare del bene; un nuovo sole è spuntato sulla sua vita, ed ogni cosa in lui rinnova la freschezza della giovinezza. E perché? Perché la sua coscienza ha gettato via un carico che lo aveva piegato fino a terra, gli dice che ora è di nuovo il compagno degli Angeli; che è di nuovo entrato in quella dolce alleanza con Dio, che ora può giustamente chiamare suo Padre; che è nuovamente reintegrato nella sua dignità di figlio di Dio. Non ha più paura della giustizia di Dio, della morte e dell’inferno. – Dobbiamo, quindi, seguire sempre la voce o i dettami della coscienza, poiché « questo è l’osservanza dei comandamenti », dice la Sacra Scrittura; ma « qualunque cosa sia contraria alla coscienza, è peccaminosa ». (Rom. XIV. 23.) « Quale regola – dice San Tommaso d’Aquino – può seguire un uomo, se non la ragione, che è la voce imperativa della coscienza? » – « Chi non fa appello alla sua coscienza in tutte le occasioni non può avere una regola di condotta. Dubbi e perplessità, oscillando tra il vizio e la virtù, non sanno a quale lato volgersi: si è come una nave il cui timone è andato perso in seguito ad una violenta tempesta ».

[12. Continua…]