
LO SCUDO DELLA FEDE (268)
P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,
Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (10)
4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864
CAPO XI.
CATTOLICESIMO
I. La religione non s’ha da immischiare nell’avviamento esterno della società. Il. La prudenza richiede il giusto-mezzo — la moderazione,— non bisogna essere esclusivi.
Abbiamo accennato sopra tante sorti di religione che ormai sembra che dovrebbe bastare: eppure, osservando quel che accade nel mondo, ve n’ha ancora una specie di cui non si può tacere. Ed è un cattolicismo inventato da poco tempo in qua, e di così buona natura, che tollera tutto quello che gli si vuole far tollerare. È modesto e chiude gli occhi, è pacifico e tiene la lingua, è umile e non comanda, è prudente e vive ritirato, non intorbida le coscienze, non agita gli spiriti, condiscende a tutto quello che altri vuole, e restringendosi alla sagrestia ed all’interiore della famiglia non pretende di mostrarsi nell’andamento esterno della società. Questo è il cattolicesimo che è di moda principalmente nelle case di personaggi chiari, come Deputati, Ministri, Magistrati, uomini di Stato, e poi si stende a quelli che ad essi reggono il lume e tengono il sacco. Mi chiederete come si sorregga questa nuova religione? Vi risponderò che con due principii magistrali che vogliono ognuno da sé una dimostrazione: La religione s’occupa del cielo, e non s’immischia degli affari umani;- la prudenza vuole il giusto mezzo in tutte le cose, e non bisogna essere troppo esclusivi nel proprio modo di vedere: con questi sostegni essa cammina snella e non teme d’inciampi.. Vogliamo però credere che anche il Signore, li riconoscerà?
Ora lo vedremo.
I. La religione non s’ha da immischiare nell’andamento esteriore della società. Questa proposizione potrebbe in qualche modo trarsi a buon senso, ma, presa così generalmente come ella suona, è falsissima. La religione non s’ha da immischiare nell’andamento esteriore della società, cioè non ha da ordinare per sé medesima le cose civili, è chiaro. La religione non fa le leggi, non ordina le milizie, non amministra le rendite, non nomina gl’impiegati, non mette in piedi né banche né le borse, non fa le paci né le guerre, la cosa parla da sé: ma la religione non s’ha da-intromettere in tutte queste cose colla sua virtù, colle sue norme, questo è falso, in guado superlativo: Che cosa è la religione? È il complesso; l’accolta di tutti i doveri che si corrono verso il Signore: è dunque chiaro che non abbraccia solo la preghiera, il sacrifizio i sacramenti e le pratiche di pietà, ma ancora e principalmente la giustizia, l’onestà, le virtù, colle quali si presta a Dio un culto perfetto: Come dunque la religione non s’ha da immischiare nell’andamento esterno della società? E può adunque la società andare avanti senza la giustizia, l’onestà, la fedeltà, le leggi eterne di Dio? Ma allora ci farete non una società d’uomini, sebbene un covile di fiere o una mandria di armenti. – Del resto, si comprenderà vie meglio l’assurdo di quella proposizione, percorrendo alcuni di quei punti, da quali si vuole’ più di proposito rimuovere la religione: La politica è la prima ad escluderla. Ad intendere alcuni quando si tratta di vantaggi del proprio paese, delle relazioni che passano tra nazione e nazione, allora la religione non ci ha che vedere. Ma, di grazia, e le società non sono più obbligate al pari degli individui a mantenere la giustizia e ad onorare con essa la divinità? Sarebbe bella che i furti, le rapine, gli omicidii, l’irreligione fossero delitti finché si commettono dai privati ed in materia tenue, e diventassero virtù quando si commettono dalle nazioni, ed in materia tanto più ampia. È chiaro adunque che la religione ha da entrare anche in diplomazia, ha da presiedere alle relazioni internazionali, e tanto. più ha da tenere ivi gli occhi aperti, quanto sarebbero più gravi le ingiustizie o quanto più difficile ne sarebbe il rimedio. Le varie fogge di governo che possono introdursi in un paese, sono di appartenenza della religione. Verissimo; presa la cosa in astratto, poiché può darsi caso in cui sia vera autorità e diritto, e forse anche vantaggio, convenienza e, se volete, perfino necessità, d’innovare e di riformare. Ma non sarebbero possibili anche cambiamenti che pregiudicassero ai diritti preesistenti? E se questo calo si desse, la religione non dovrebbe più chiamare le cose pel loro nome, e dir furto al furto, oppure, cesserebbe ella di essere la custode della giustizia? Inoltre, se questi cambiamenti, oltre alla forma politica, si stendessero anche ad immutare le leggi o la costituzione della Chiesa; se riuscissero di grave danno alla purezza della fede o del costume, nè anche allora avrebbe nulla che dire la religione? – Alla religione sogliono per lo più fare il viso dell’armi i legislatori alla moderna. E tuttavia dove starebbe essa meglio di casa che presso di loro? Tanto hanno da essere commensurate le leggi alle norme della giustizia, della onestà, della religione, che, dove le fossero evidentemente contrarie, non hanno neppure valor di legge. E ciò fu inteso sì fattamente persino dai pagani al lume di natura, che tutti hanno fatto intervenire come assistente ai legislatori la divinità. Perché dunque la religione vera non dovrà offrire a quelli le sue norme di giustizia, di verità, di carità, sia per loro sicurezza come per guarentigia del pubblico bene? Chi pensa potere senza religione dettar leggi, sente più del tiranno che delnprincipe, e fa grande sospetto dove non voglia la religione per consigliera, di volervi solo l’interesse proprio o la passione. Senzaché la legge può essere anche o per ignoranza o per malizia del legislatore offensiva della giustizia, oppure contraria alla medesima religione; ed allora a chi tocca far sentire le sue giuste querele se non a quella che fu data da Dio agli uomini per guida suprema? La magistratura eziandio crede talvolta bastarle la lettera della legge e non abbisognare di religione, ma e chi ne abbisogna nel fatto più di lei? E dove sono leggi siffatte al mondo che non lascino infiniti casi particolari alla prudenza, alla discrezione, alla coscienza dei magistrati? Se però questi non hanno bene stabilita in cuore la religione, come resisteranno alle seduzioni dell’oro, dell’amicizia, della passione, del timore, ed a tutte le corruttele della misera umanità? – La religione viene sbandita al dì nostri dalle università, poiché si stima la scienza non abbisognare di lei. E tuttavia qual è quella scienza che, non confortata dalla religione, possa incedere sicura? Se ne togliete un poco di empirismo nelle scienze naturali, tutte le altre dalla religione ricevono la vita. E ciò per non dir nulla che uffizio così geloso, che è il dare agli uomini una seconda vita qual è l’intellettuale, esige al tutto ne’ maestri come cauzione unanprofonda religiosità: se già non s’ha da cambiare in veleno di errori il farmaco salutare della scienza. • La milizia stessa, che a prima vista può parere meno affine alla religione, pur la domanda a gran voce; conciossiaché che cosa sono i gran corpi di eserciti senza quell’ anima interiore? Sono una forza brutale, smisurata, più pronta a mettere in piedi il disordine, a difenderlo, a patronarlo, che non a tutelare la società. – In una parola, la religione non ha essa da costituire le leggi, né i magistrati, né le milizie, né niuna altra cosa meramente civile, ma ha da èssere l’anima di tutto quello che viene costituito. Ha da prescrivere all’individuo la condotta privata entrandogli fin nell’intimo della coscienza, e reggendone anche tutto l’esteriore. Ha da penetrare nel segreto della famiglia e comporre le relazioni scambievoli dei coniugati fra di sé, dei genitori verso dei figliuoli, dei padroni verso dei servi e viceversa. La religione ha da mostrarsi in pubblico ne’ fondachi, nelle botteghe, nelle officine; ha da spaziare in sulle piazze, in sui mercati, alle borse; ha da accompagnarsi coi campagnoli, coi popolani, coi soldati; ha da salire sulle scranne dei Deputati, dei giudici, dei legislatori; ha da penetrare nei gabinetti dei Ministri, dei diplomatici, e s’ha da assidere sul soglio degl’Imperatori e dei Re. Tutte le azioni dell’uomo hanno da essere informate delle sue massime, regolate co’ suoi precetti, infrenate da’ suoi divieti, confortate dalle sue promesse. I doveri vanno osservati con religione, con religione mantenuti i diritti, e ciò con una costanza saldissima, perché bisogna che sia così sino all’ultimo respiro. Né solo negativamente, in quanto non sia mai lecito in verun tempo far cosa che disconvenga alla religione; ma ancora positivamente, in quanto niuna azione possa mai farsi che non sia commensurata alle norme prescritte dalla religione. – E tuttociò è evidente dalla padronanza suprema che Gesù Cristo, autore della religione, ha sopra tutti gli uomini e grandi e piccoli, e nobili e plebei, e dotti e ignoranti, e sudditi e monarchi; dall’imporre che ha fatto a tutti le stesse norme senza eccettuare persona di sorta; dalla necessità indispensabile di rendere sempre a Dio il culto della giustizia, della verità; dalla permanenza incrollabile de’ suoi divieti, pei quali ha proibito di contravvenire a questa sua volontà sì solenne. Sopra quale fondamento adunque si stabilisce che la religione non ha da entrare nelle cose pubbliche? – Inoltre perché la religione non entri nell’esterior governo della società. sarebbe necessario ammettere una di queste due cose, o che il privato si spogli della coscienza, quando amministra la cosa pubblica, oppur che si provveda di due coscienze ad un tratto. Che si spogli della propria coscienza: poiché se vi apporta la medesima, supposto che stimi doverosa la religione in privato, quella non potrà mai presentare altro che le stesse norme per quello che è pubblico. Chi giudica, a cagion di esempio, in privato non poter rubare uno scudo, o percuotere un innocente, non potrà mai stimarsi lecito rubare un milione, o mandar un innocente al patibolo: oppure che si provveda di due coscienze ad un tratto; l’una per giudicare ad un modo gli affari suoi privati, individuali, domestici; l’altra per trattare i negozi civili, pubblici, politici. Sarebbe questo veramente un trovato meraviglioso, eppure niente raro in questi tempi di coraggio civile. Abbiamo veduto uomini incomparabili, i quali scrivevano libri devoti ed orazioni affettuose, e poi ne scrivevano altri contro dei preti e dei Cardinali: abbiamo veduto Ministri di Stato e uomini di Governo che andavano devotamente alla santa Messa, e poi rientrati ne’ loro uffici s’occupavano più divotamente a tormentare Vescovi e religiosi: abbiamo veduto diplomatici di gran vaglia disputare tutta la sera alla santa Chiesa i più incontrastabili suoi diritti, e poi fare con grand’edificazione la mattina seguente la Comunione: abbiamo veduto uomini che giuravano di esser Cattolici quanto il Papa, ma che frattanto bravavano le più orrende scomuniche con usurpazioni sacrileghe: e vediamo ed udiamo tutto giorno molti di costoro, i quali, grazie a Dio, come parlano essi, sanno quel che debbono alla religione, ma perché sanno anche quel che debbono alla politica, mantengono che è uno scandalo vedere il Sommo Pontefice alla testa di uno Stato, che è un orrore vedere il successor di san Pietro sul trono. E mentre scrivo queste parole, mi giunge alle mani un libretto, dove l’autore, fatte mille proteste di esser cattolico, e prodigati i più grandi elogi alla Sede apostolica; dice poi che il Papa ed i Vescovi ed il clero tutto quanto non conoscono più né la giustizia, né il dovere, perché non caldeggiano la santa rivoluzione d’Italia. – Colla qual religione s’ha poi anche un altro vantaggio tanto più prezioso, quanto finora meno conosciuto: ed è il comporre insieme cose che fìnquì si stimavano al tutto contraddittorie e repugnanti; soddisfare cioè a Dio senza dare troppo ombra al diavolo, acquetar la coscienza e non iscontentar la passione, accettar l’opera dei preti e dei regolari, e perseguitar preti e regolari, incontrar lode vesso i Cattolici e non incorrer biasimo presso dei miscredenti. – In tempo di fusioni siccome è questo, il trovato è inestimabile. Peccato solo che in quella composizione vi sia qualche metallo che al tutto non voglia far lega con gli altri e che Gesù Cristo abbia detto che chi non è con Lui, è contro di Lui; che chi con Lui non raccoglie, disperde; che niuno può servire a due padroni! Ma questo sel vedranno essi: forse avranno trovato il modo come persuadere a sé che la religione non ha da entrar nella cosa pubblica, così di persuadere a Gesù Cristo che non s’ha da mescolar delle cose loro; chi sa? – Voi, frattanto, o lettore, cavate dal fin qui detto una conseguenza di sommo rilievo, ed è il torto che hanno quei che pretendono, il clero non doversi immischiare nelle cose politiche, e l’equivoco da cui procedono tutte le loro declamazioni. Imperocché se vogliono significare solo che il clero non s’ha da occupare di contratti, di merci, di borse, di banche, di brighe secolaresche, di fare e disfare il mondo, noi li ringrazieremo dell’avviso, e solo pregheremo cotesti zelanti a contentarsi di lasciar fare alla Chiesa, che probabilmente se ne intenderà più di loro. Al più, al più lascino la necessaria libertà ai Vescovi per fare osservare i canoni, non prendano la protezione di qualche prete riottoso, non tengano il sacco a qualche frate impazzato che si trafora dove non debbe. Ma se vogliono dire che al clero don appartiene l’occuparsi della cosa pubblica in altri modi, lo negheremo recisamente. Il clero può trattare tutte le quistioni sociali, siccome scienza, al pari di qualunque altro, e forse più e meglio per ragione delle scienze sacre a cui è addetto. Ne’ paesi retti a libere istituzioni, il clero vi ha quel diritto che v’ha ognuno, se già l’essere di sacerdote non toglie ormai l’essere di cittadino, come pare a taluni. Il clero debbe parlare come quello che è custode della moralità, e finora non s’è recato mai in dubbio che spettasse alla Chiesa il definire come e quando la moralità rimanga o non rimanga violata. Il clero debbe parlare perché le questioni politiche, il soggetto delle leggi, i pubblici provvedimenti nella società cristiana hanno infinite relazioni col costume, colla fede, coi sacramenti, colla Chiesa. – Non solo può, ma debbe il clero in molti casi parlare e parlar alto per soddisfare all’obbligo impostogli da Gesù Cristo di mantenere i diritti di lui, di sicurare il popolo fedele contro la seduzione dell’errore. Debbono parlare i sacerdoti, e debbono parlar anche più alto i Vescovi come quelli che succedono agli Apostoli, i quali dicevano agli anziani della sinagoga: non possiamo tacere. So bene che dove non basteranno le declamazioni a farli ammutolire, saranno talora impiegate contro di essi le minacce, le violenze, gli esilii, le carceri e le mannaie; ma so ancora che il sacerdozio non per questo tacerà. Finchè rimarrà una voce (e questa non verrà mai meno), quella voce parlerà é per onore di Gesù Cristo e per salvaguardia del popolo cristiano, e parlando condannerà le leggi ingiuste, i procedimenti arbitrari, le violazioni, i soprusi, le angherie, le usurpazioni sulla Chiesa, la politica di Macchiavello, e tutte non solo le private ma pure le pubbliche iniquità. Se il mondo non ha intelletto per comprendere quanto divina istituzione sia quella che, attraverso i secoli e le passioni, mantiene sempre intatte e proclama le leggi eterne della giustizia, e sfolgora tutti gli errori, tal sia di lui; non per questo Gesù o la cambierà o la lascerà venir meno: e chi non se ne gioverà per iscampo e salvezza, la incontrerà per confusione e condanna.
II. L’altro sostegno del nuovo Cattolicesimo, di cui parliamo, è riposto in un gran numero di principii che si formulano in vari modi: Ci vuol prudenza il giust0 mezzo non esagerare…. accomodarsi non essere esclusivi: tutti segreti opportuni coi quali la religione di alcuni passa in mezzo a tutti gli scogli senza urtare giammai. Ora, o lettore, io non ho veruna difficoltà a concedervi che la prudenza sia sommamente necessaria al mondo, poiché senza di essa gli stessi provvedimenti e i fini più santi non approdano: però neppur voi negherete a Gesù Cristo che lo insegna, che ci possa essere anche una prudenza carnale, animalesca, diabolica. – Inoltre, spero che neppure farete alla Chiesa il torto di credere che proceda all’avventata, che operi per puntiglio, che sollevi pretensioni vane, che faccia e disfaccia a capriccio, che perfidii per ostinazione nelle sue determinazioni. Cento di quelle istituzioni che ora riprendono i libertini in lei, non sono altro che l’effetto della divina prudenza per cui ella s’accomodò, se così volete parlare, alle tendenze dei popoli e delle nazioni nelle varie età e circostanze. Eccovene un saggio. Dopo le invasioni che i barbari del Nord fecero dell’Impero romano, il voto di tutti i popoli già cristianeggiati era che la Chiesa prendesse in mano il governo anche temporale di loro, perché sola potente a ricoprirli colla sua egida da quei fieri padroni che li dominavano: e la Chiesa consentì che essi se ne incaricassero, e fondassero così gl’imperi moderni e la civiltà. Si risvegliò più tardi tra queste nazioni lo spirito cavalleresco e la vaghezza d’imprese ardite, e la Chiesa, cedendo a questo spirito in parte, lo santificò col volgerlo ad opere sante: onde ne nacquero li ordini militari, le crociate, la difesa e l’onore del sesso più debole. Il secolo mirava a correre avventure strane in viaggi folli e romanzeschi, e la Chiesa, cedendo in parte, santificò quei desideri ponendo loro per oggetto il visitare il santo Sepolcro, Nostra Donna di Loreto, S. Giacomo di Galizia, ed altri pellegrinaggi dívoti. Più tardi si risvegliò in mezzo al secolo la brama della vita religiosa pei luminosi esempi che ne porgevano i patriarchi Francesco e Domenico, e la Chiesa, cedendo in parte a queste brame, istituì i terzi Ordini pei laici, ed innumerevoli altre associazioni e fraternità. Ai dì nostri l’amor della umanità e delle associazioni domina soprattutto: e la Chiesa non ha difficoltà di fondare asili, orfanotrofi, ricoveri, scuole pel popolo, purché s’introduca in essi il principio cristiano; e dà vigore alle associazioni di S. Vincenzo de’ Paoli, di S. Bonifacio, di Pio IX, di S. Francesco Regis e ad innumerevoli congregazioni di uomini e di donne di tutte le classi della società. E ciò per non dir nulla delle sue condiscendenze con ogni condizione di persone; ne’ digiuni e nelle astinenze che prescrive e modifica secondo i luoghi e le circostanze; nelle predicazioni che istituisce di conferenze, di catechismi di perseveranza e di ritiri: nelle istituzioni che fa pei vecchi, pei giovani, per le pericolanti, per le ripentite: nelle quali tutte è manifesto anche ai ciechi quanto essa si attemperi ed adatti ai bisogni della società. Non vogliamo dunque escluder la vera prudenza, né distrugger la vera discrezione e la giusta condiscendenza. – Che cosa è pertanto quello che qui si condanna come sostegno fragile di un più fragile Cattolicesimo? È il nascondere che si fa sotto quel velo una vera infedeltà, una vera apostasia. Imperocché non è mai che un Cattolico di questa foggia appelli alla prudenza, al giusto mezzo, alla discrezione, che non sia col fine d’immolare qualche verità di fede, o qualche principio morale alla miscredenza, al filosofismo ed all’empietà. Se non lo credete a me, credete a voi stessi, osservando in quali quistioni ed argomenti siano essi più ordinariamente messi in campo. Fate che si metta discorso intorno alla fede, che è sì frequente a’ dì nostri, e che un Cristiano più fervoroso accenni alle felicità di esser Cattolico, all’infelicità del protestante; udrete subito i moderati dargli sulla voce come ad intollerante, e gridare: oh perché ne staremo noi meglio di loro; chi sa poi alla fine dei conti quello che ne sarà; e colla sua rara discrezione pospone il Cattolicesimo al protestantismo, vi reca in dubbio la fede cattolica, vi scema l’orrore che è giusto che si abbia dell’eresia. Si parli di pratiche religiose, e fate che alcuno esalti il fervore e la fedeltà nel soddisfarvi, che lodi qualche atto più segnalato di virtù, I’annegazione di se stesso, la penitenza, l’austerità : se uno di cotesti moderati lo sente, non fallirà a dir tosto, che ei non intende tutte queste asceticherie ed esagerazioni, che non vede male a godere onestamente i beni del mondo: e così con gran moderazione riprende la dottrina evangelica, biasima quel che hanno fatto tutti i Santi, e disconosce la giusta severità ed il santo rigor cristiano. – Intorno alla Chiesa poi sono infiniti i mezzi termini, i giusti temperamenti che si prendono per isfuggire le esorbitanze, per non essere esclusivi. La Chiesa ha vera autorità di far leggi, perchè gliel’ha conferita il divin Salvatore, ma si provi a tentarlo dinanzi al tribunale dei moderati, e vedrà come ne sarà concia. Le faccia pure, diranno certi Ministri di Stato di questa risma, le faccia pure, ma le comunichi prima a noi; dia pure la sua giurisdizione ai Vescovi, ai sacerdoti, ma quando il consentiremo noi: così lo richiede l’accordo necessario tra le due podestà. E frattanto con questo giusto mezzo si toglie alla Chiesa ogni libertà, e si grava di ceppi più che non fece nè Decio nè Diocleziano. Il Papa sfolgora colle sue costituzioni la libertà di pensiero, di stampa, di culti che si predica oggidì; ma e che gran male c’è, ripiglian costoro, a manifestare un pensiero, a levarsi una curiosità? La Chiesa condanna le società segrete di qualunque fatta, ma e chi lo persuade a costoro, che vi dicono, compassionando la Chiesa che non se n’intende, che le società segrete non sono poi per altro che per esercitare la beneficenza e la carità? Né si avveggono pure che in tutto ciò disconoscono affatto l’autorità della Chiesa, il suo Magistero, la sua infallibilità. – La Chiesa ha avuto dalla Provvidenza divina un trono per la sua indipendenza: qual è quel moderato a cui non sappia ostico quella sovranità, che non conosca a fondo che finalmente non le è poi necessaria, che non ripeta che S. Pietro non regnava sul trono; che cioè dal suo canto almeno colle parole non consenta alla spogliazione più sacrilega che si possa fare dall’empietà congiurata coll’assassinio. – Io non finirei mai se volessi enumerare tutti i punti intorno a cui la discrezione, la prudenza ha inventato mezzi termini per patteggiar coll’errore. Non si parlamenta solo, ma si capitola: si ammette la fede, ma quando la ragione il consente; si ricevono i misteri , ma purché non offendano troppo; i miracoli ma che non siano esorbitanti; l’autorità della Chiesa, ma purché usi modo e maniera; la vita cristiana, ma ben inteso che non sofistichi troppo sopra i divertimenti; l’inferno, purché si rimuova l’idea del fuoco; il paradiso e l’eternità, purché non sia mestieri rinunziare ai godimenti della terra nel tempo. Cosa incredibile ma pur vera, ho inteso colle mie orecchie taluno di costoro rifare sulle labbra del Sommo Pontefice il discorso, e trovare che nelle sue allocuzioni medesime, salve le cose, e doveva e poteva recarvi più moderazione di formole, e credere in sul serio che poteva insegnare al Papa il modo con cui parlare! – Gran Dio! Che cosa è mai tutto ciò? È un rinnegare e snaturare tutta la religione, e commettere un vero atto di apostasia. Dico snaturare la religione, perché, tranne quei punti, ne’ quali ho mostrato ragionevole la condiscendenza della Chiesa, quanto ai dogmi ed alle verità speculative, quanto ai principii ed ai precetti pratici, essa tanto non può cedere quanto non può consentire all’errore. Non sono vere per metà le cose rivelate che ci propone a credere, non sono obbligatori per metà i precetti che essa ci propone ad osservare: i suoi principii non variano colle vicende umane, il suo spirito non è vago, non è incerto, non è fluttuante, non dipende dalla nostra mutabilità. Il perché tutte quelle modificazioni, restrizioni, accomodamenti che altri v’apporta, sono un pervertimento fatto alla verità. – Che se volete comprendere anche meglio il veleno della moderazione rifatevi un istante alla sorgente da cui proviene. La falsa moderazione ha per sorgente in primo luogo la viltà dell’animo. Essa si ingenera in quegli spiriti imbastarditi, molli, infranti, i quali non hanno più veruna forza, veruna energia, e sacrificano alle esigenze della moda e dei libertini quello che v’ha di più santo tra gli uomini: essa scopre quel che cova nel fondo dei loro cuori, uno scetticismo abietto, per cui né sanno più quel che sia vero né quel che falso; quel che debbano credere, quel che discredere, e per conseguente né quel che operare, né quel che omettere per esser Cristiani. Il primo o l’ultimo che loro parla, è sempre quello che presso di loro ha ragione, e quegli stessi che talora vantano, forse per antifrasi, le profonde convinzioni, non sono altro che il ludibrio e lo scherno delle opinioni altrui. Un’altra cagione di questa falsa moderazione è il tornaconto. Non tutti tengono in ispeculazione il sistema utilitario come veritiero: ma pur molti l’abbracciano praticamente siccome comodo. Bisogna farsi degli amici per giungere ai posti, alle cariche, al denaro. Questi non si possono scegliere perchè bisogna ingraziarsi con quelli, la cui protezione può tornar giovevole: dunque se ne adottano i concetti, i pensieri, le maniere di parlare, e se la coscienza protesta in contrario, si attutisce coi mezzi termini che l’ingegno in servigio della passione va ricercando. E così si spiegano quelle trasformazioni d’uomini che vediamo sì frequenti a nostri giorni: di quelli che in pochi anni hanno servito tutte le cause, che hanno sacrificato a tutti gl’idoli, che hanno congiunto Cristo con Belial, e l’incredulità colla religione. La moderazione odierna è la figlia schifosa di una madre più vile ancora, la servilità, l’abiezione dello spirito. – Finalmente cotesto spirito di falsa moderazione è sommamente a detestare, perché è la via ordinaria per cui si introduce nel mondo ogni più grave abominazione e falsità. Chi è che stabilisce nel mondo più efficacemente i principii sovversivi della società, e promuove con miglior esito lo spirito di rivolta? Non certo que’ demagoghi più furenti, i quali dicono tutto quel che vogliono, e vogliono tutto quello che dicono: essi destano orrore. I veri ed efficaci patrocinatori della rivolta sono quegli ipocriti e moderati, i quali apportano temperamento in ogni cosa, si ricoprono sempre col manto della legalità, e tutto pretendono pel maggior bene del mondo. Quelli riescono ad ogni loro intento, poiché si fanno strada, anche presso dei buoni che non veggono troppo oltre. A cagione di esempio, quando nel parlamento subalpino si ventilò la soppressione iniquissima dei regolari, quella proposta mise orrore e non passava: due moderati la spogliarono di certe durezze e violenze, onde era rivestita, e passò, ed il delitto fu consumato. Similmente nel nostro caso; come è che si guasta nei popoli la purezza della fede cattolica ? Se si declamasse apertamente contro di essa alla foggia dei luterani o dei calvinisti non farebbe prova: ma coperte ipocritamente le obiezioni sotto il manto della moderazione, della prudenza, del maggior bene della stessa Chiesa, trovano molti inetti i quali si lasciano prendere al laccio, ed a mano a mano vengono condotti fin dove son giunti i più gran nemici della cattolica verità. Il male non entra e non si fa largo nel mondo sotto aspetto di male: vegga dunque ognuno di non lasciarselo entrar nel cuore sotto la maschera di bene, di virtù.