DOMENICA XIV DOPO PENTECOSTE (2023)

XIV DOMENICA DOPO PENTECOSTE (2023)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani,

comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Le Lezioni dell’Officio di questa Domenica sono spesso prese dal Libro dell’Ecclesiastico (Agosto) o da quello di Giobbe (Settembre). Commentando il primo, S. Gregorio dice: «Vi sono uomini così appassionati per i beni caduchi, da ignorare i beni eterni, o esserne insensibili. Senza rimpiangere i beni celesti perduti, i disgraziati si credono felici di possedere i beni terreni: per la luce della verità, non innalzano mai i loro sguardi e mai provano uno slancio, un desiderio verso l’eterna patria. Abbandonandosi ai godimenti nei quali si sono gettati si attaccano e si affezionano, come se fosse la loro patria, a un triste luogo d’esilio; e in mezzo alle tenebre sono felici come se una luce sfolgorante li illuminasse. Gli eletti, invece, per cui i beni passeggeri non hanno valore, vanno in cerca di quei beni per i quali la loro anima è stata creata. Trattenuti in questo mondo dai legami della carne, si trasportano con lo spirito al di là di questo mondo e prendono la salutare decisione di disprezzare quello che passa col tempo e di desiderare le cose eterne ». — Quanto a Giobbe viene rappresentato nelle Sacre Scritture come l’uomo staccato dai beni di questa terra: « Giobbe soffriva con pazienza e diceva: Se abbiamo ricevuti i beni da Dio, perché non ne riceveremo anche i mali? Dio mi ha donato i beni, Dio me li ha tolti, che il nome del Signore sia benedetto ». — La Messa di questo giorno si ispira a questo concetto. Lo Spirito Santo che la Chiesa ha ricevuto nel giorno di Pentecoste, ha formato in noi un uomo nuovo, che si oppone alle manifestazioni del vecchio uomo, cioè alla cupidigia della carne e alla ricerca delle ricchezze, mediante le quali può soddisfare la prima. Lo Spirito di Dio è uno spirito di libertà che rendendoci figli di Dio, nostro Padre, e fratelli di Gesù, nostro Signore, ci affranca dalla servitù del peccato e dalla tirannia dell’avarizia. « Quelli che vivono in Cristo, scrive S. Paolo, hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e bramosie. Camminate, dunque, secondo lo Spirito e voi non compirete mai i desideri della carne, poiché la carne ha brame contro lo Spirito e lo Spirito contro la carne: essi sono opposti l’uno all’altra » (Ep.).  Nessuno può servire a due padroni, dice pure Gesù, perchè o odierà l’uno e amerà l’altro, ovvero aderirà all’uno e disprezzerà l’altro. Voi non potete servire a Dio e alle ricchezze ». « Chiunque è schiavo delle ricchezze – spiega S. Agostino – e si sa che sono spesso fonte di orgoglio, avarizia, ingiustizia e lussuria –  è sottomesso ad un padrone duro e cattivo. (« Forse che questi festini giornalieri, questi banchetti, questi piaceri, questi teatri, queste ricchezze, si domanda S. Giovanni Crisostomo, non attestano l’insaziabile esigenza delle tue cattive passioni? » – 2° Nott.. La V Domenica di Agosto che coincide qualche volta con questa Domenica). Dio non condanna la ricchezza ma l’attaccamento ai beni di questa terra e il loro cattivo impiego). Tutto dedito alle sue bramosie, subisce però la tirannia del demonio: certamente non l’ama perché chi può amare il demonio? ma lo sopporta. D’altra parte non odia Dio, poiché nessuna coscienza può odiare Dio, ma lo disprezza, cioè non lo teme, come se fosse sicuro della sua bontà. Lo Spirito Santo mette in guardia contro questa negligenza e questa sicurezza dannosa, quando dice, mediante il Profeta: Figlio mio, la misericordia di Dio è grande » (Eccl., V, 5 ),— (Queste parole sono prese dal 1° Notturno della V Domenica di Agosto, che coincide qualche volta con questa Domenica): « Non dire: la misericordia di Dio è grande, egli avrà pietà della moltitudine dei miei peccati. Poiché la misericordia e la collera che vengono da Lui si avvicinano rapidamente, e la sua collera guarda attentamente i peccatori. Non tardare a convertirti al Signore e non differirlo di giorno in giorno: poiché la sua collera verrà improvvisamente e ti perderà interamente. Non essere inquieto per l’acquisto delle ricchezze, poiché non ti sopravviveranno nel giorno della vendetta ») – … ma sappi che « la pazienza di Dio t’invita alla penitenza » (Rom., II, 4). Perché chi è più misericordioso di Colui che perdona tutti i peccati a quelli che si convertono e dona la fertilità dell’ulivo al pollone selvatico? E chi è più severo di colui che non ha risparmiati i rami naturali, ma li ha tagliati per la loro infedeltà? Chi dunque vuole amare Dio e non offenderlo, pensi che non può servire due padroni; abbia egli un’intenzione retta senza alcuna doppiezza. Ed e così che tu devi pensare alla bontà del Signore e cercarlo nella semplicità del cuore. Per questo, continua egli, io vi dico di non avere sollecitudini superflue di ciò che mangerete e del come vi vestirete; per paura che forse, senza cercare il superfluo, il cuore non si preoccupi, e che cercando il necessario, la vostra intenzione non si volga alla ricerca dei vostri interessi piuttosto che al bene degli altri » (3° Nott.). Cerchiamo dunque, prima di tutto il regno di Dio, la sua giustizia, la sua gloria (Vang., Com.); mettiamo nel Signore ogni nostra speranza (Grad.), poiché è il nostro protettore (Intr.); è Lui che manda il suo Angelo per liberare quelli che lo servono (Off.) e che preserva la nostra debole natura umana, poiché senza questo aiuto divino essa non potrebbe che soccombere (Oraz.). L’Eucarestia ci rende Dio amico (Secr.) e, fortificandoci, ci dà la salvezza (Postcom.). Cerchiamo, dunque, prima di tutto di pregare nel luogo del Signore (Vers. dell’Intr.) e di cantarvi le lodi di Dio, nostro Salvatore (All.); poi occupiamoci dei nostri interessi temporali, ma senza preoccupazione.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Confíteor

Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et tibi, pater: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps LXXXIII: 10-11.

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília.

[Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Ps LXXXIII: 2-3

V. Quam dilécta tabernácula tua, Dómine virtútum! concupíscit, et déficit ánima mea in átria Dómini.

[O Dio degli eserciti, quanto amabili sono le tue dimore! L’ànima mia anela e spàsima verso gli atrii del Signore].

Gloria…

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice in fáciem Christi tui: quia mélior est dies una in átriis tuis super mília.

[Sei il nostro scudo, o Dio, guarda e rimira il tuo Consacrato: poiché un giorno passato nel tuo luogo santo vale più di mille altri].

Kyrie
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Custódi, Dómine, quǽsumus, Ecclésiam tuam propitiatióne perpétua: et quia sine te lábitur humána mortálitas; tuis semper auxíliis et abstrahátur a nóxiis et ad salutária dirigátur.

[O Signore, Te ne preghiamo, custodisci propizio costantemente la tua Chiesa, e poiché senza di Te viene meno l’umana debolezza, dal tuo continuo aiuto sia liberata da quanto le nuoce, e guidata verso quanto le giova a salvezza.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Gálatas.

Gal V: 16-24

“Fratres: Spíritu ambuláte, et desidéria carnis non perficiétis. Caro enim concupíscit advérsus spíritum, spíritus autem advérsus carnem: hæc enim sibi ínvicem adversántur, ut non quæcúmque vultis, illa faciátis. Quod si spíritu ducímini, non estis sub lege. Manifésta sunt autem ópera carnis, quæ sunt fornicátio, immundítia, impudicítia, luxúria, idolórum sérvitus, venefícia, inimicítiæ, contentiónes, æmulatiónes, iræ, rixæ, dissensiónes, sectæ, invídiæ, homicídia, ebrietátes, comessatiónes, et his simília: quæ prædíco vobis, sicut prædíxi: quóniam, qui talia agunt, regnum Dei non consequántur. Fructus autem Spíritus est: cáritas, gáudium, pax, patiéntia, benígnitas, bónitas, longanímitas, mansuetúdo, fides, modéstia, continéntia, cástitas. Advérsus hujúsmodi non est lex. Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixérunt cum vítiis et concupiscéntiis.”

[“Fratelli: Camminate secondo lo spirito e non soddisferete ai desideri della carne. Perché la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito contrari alla carne: essi, infatti, contrastano tra loro, così che non potete fare ciò che vorreste. Che se voi vi lasciate guidare dallo spirito non siete sotto la legge. Sono poi manifeste le opere della carne: esse sono: la fornicazione, l’impurità, la dissolutezza, la lussuria, l’idolatria, i malefici, le inimicizie, le gelosie, le ire, le risse, le discordie, le sette, le invidie, gli omicidi ecc. le ubriachezze, le gozzoviglie e altre cose simili; di cui vi prevengo, come v’ho già detto, che coloro che le fanno, non conseguiranno il seguiranno il regno di Dio. Frutto invece dello Spirito è: la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la benignità, la bontà, la mansuetudine, la fedeltà, la modestia, la continenza, la castità. Contro tali cose non c’è logge. Or quei che son di Cristo han crocifisso la loro carne con le sue passioni e le sue brame”].

C’è una lotta, una guerra formidabile, una battaglia che si combatte fieramente e dappertutto e sempre: si combatte in ciascuno di noi. Per un misterioso congegno, noi, siamo due in uno e uno in due. Siamo, lo sanno tutti, anima e corpo, ma corpo e anima pur insieme uniti come sono a formare un sol uomo, rappresentano ciascuno tendenze diverse, addirittura contrastanti. La materia ci trascina nel torbido mondo dei piaceri più bassi: mollezza, ozio, dissipazione, egoismo e poi crudeltà se occorre. La materia ci trascina verso il mondo animale, anzi un mondo animale degenere e corrotto. È un fatto che noi possiamo sperimentare, che sperimentiamo anzi, senza volerlo, in noi stessi. Lo sperimentiamo con un altro fatto, del pari innegabile. Ed è che dentro di noi, contro di noi, contro questi travolgimenti passionali, queste degenerazioni brutali, qualche cosa, qualcheduno protesta; come se si trovasse, perché si trova, a disagio, nel trionfare di queste basse voglie. Questo qualcuno è lo spirito che, dice San Paolo: « concupiscit adversus carnem ». Veramente, questa concupiscenza dello spirito, è una frase ardita. La realtà si è che lo spirito ha delle sue voglie, delle sue tendenze, che non sono quelle della carne. E noi sentiamo in noi, nelle ore migliori della vita, una sete di purezza, di sobrietà, di laboriosità, di sacrificio, di dominio della bestia: sogni angelici ci traversano l’anima e ce la attirano verso il cielo. Istinti angelici da quanto sono brutali quegli altri. Istinti che si rafforzano dentro di noi, colla educazione, coll’altrui buon esempio, colla saturità cristiana dell’ambiente in cui siamo chiamati a vivere. Ma istinti ai quali contrasta e maledice il corpo, proprio come contro quelli del corpo eleva l’anima l’istintivo suo veto. In questa lotta è la tragedia della nostra vita morale. È il segreto della nostra debolezza. È per questo che facciamo spesso quello che non vorremmo, che quasi non vogliamo e non facciamo quello che vorremmo. Quanti uomini vorrebbero essere fedeli alle loro mogli, vorrebbero dare esempi luminosi di buon costume ai loro figli… vorrebbero; e intanto, pur riconoscendo che fanno male, che amareggiano il cuore di una povera donna, che dànno cattivo esempio ai figlioli, profanano il santuario domestico e cercano fuori di esso illecite gioie. Quanti giovani si vergognano, si pentono della vita materiale, animalesca che conducono, e intanto non hanno forza di troncarla: « vident meliora, probantque, deteriora sequuntur ». Ma se in questo congegno di lotta interna è il segreto della nostra debolezza, v’è anche quello della nostra gloria. Abbiamo una bella battaglia da vincere. Essere un po’ sulla terra, ancora sulla terra « sicut angeli Dei in cœlo.» Andare verso l’alto, verso il cielo malgrado questa palla di piombo, che, ahimè, portiamo al piede. Gli Angeli nascono Angeli, lo sono: noi dobbiamo diventarlo. – Il Cristianesimo è stato e rimane il grande alleato dello spirito nella lotta contro la carne, Gesù è venuto apposta tra noi per dare man forte allo spirito. E da Lui in poi, e grazie a Lui, la vittoria nonché possibile, è diventata frequente tra i suoi discepoli. L’umanità vede oggi a frotte i cavalieri autentici dello spirito, gli uomini che collo spirito hanno mortificato, compresso i fasti della carne, e si rivelano in questa trionfale spiritualità di vita, si rivelano guidati dallo Spirito di Dio. Aggreghiamoci alla falange dei vincitori, non accodiamoci, codardi, alle orde dei vinti.

[P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)]

 Graduale

Ps CXVII:8-9
Bonum est confidére in Dómino, quam confidére in hómine.
[È meglio confidare nel Signore che confidare nell’uomo].

V. Bonum est speráre in Dómino, quam speráre in princípibus. Allelúja, allelúja
 

[È meglio sperare nel Signore che sperare nei príncipi. Allelúia, allelúia].

Alleluja

XCIV: 1.
Veníte, exsultémus Dómino, jubilémus Deo, salutári nostro. Allelúja.

[Venite, esultiamo nel Signore, rallegriamoci in Dio nostra salvezza. Allelúia.]

 Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum S. Matthæum.
Matt VI: 24-33

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nemo potest duóbus dóminis servíre: aut enim unum ódio habébit, et álterum díliget: aut unum sustinébit, et álterum contémnet. Non potéstis Deo servíre et mammónæ. Ideo dico vobis, ne sollíciti sitis ánimæ vestræ, quid manducétis, neque córpori vestro, quid induámini. Nonne ánima plus est quam esca: et corpus plus quam vestiméntum? Respícite volatília coeli, quóniam non serunt neque metunt neque cóngregant in hórrea: et Pater vester coeléstis pascit illa. Nonne vos magis pluris estis illis? Quis autem vestrum cógitans potest adjícere ad statúram suam cúbitum unum? Et de vestiménto quid sollíciti estis? Consideráte lília agri, quómodo crescunt: non labórant neque nent. Dico autem vobis, quóniam nec Sálomon in omni glória sua coopértus est sicut unum ex istis. Si autem fænum agri, quod hódie est et cras in clíbanum míttitur, Deus sic vestit: quanto magis vos módicæ fídei? Nolíte ergo sollíciti esse, dicéntes: Quid manducábimus aut quid bibémus aut quo operiémur? Hæc enim ómnia gentes inquírunt. Scit enim Pater vester, quia his ómnibus indigétis. Quaerite ergo primum regnum Dei et justítiam ejus: et hæc ómnia adjiciéntur vobis”.

[“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Nessuno può servire due padroni: imperocché od odierà l’uno, e amerà l’altro; o sarà affezionato al primo, e disprezzerà il secondo. Non potete servire a Dio e alle ricchezze. Per questo vi dico: non vi prendete affanno né di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. La vita non vale ella più dell’alimento, e il corpo più del vestito! Gettate lo sguardo sopra gli uccelli dell’aria, i quali non seminano, né mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai da più di essi? Ma chi è di voi che con tutto il suo pensare possa aggiuntare alla sua statura un cubito? E perché vi prendete cura pel vestito? Pensate come crescono i gigli del campo; essi non lavorano e non filano. Or io vi dico, che nemmeno Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo riveste Dio un’erba del campo, che oggi è e domani vien gittata nel forno; quanto più voi gente di poca fede? Non vogliate adunque angustiarvi, dicendo: Cosa mangeremo, o cosa berremo, o di che ci vestiremo? Imperocché tali sono le cure dei Gentili. Ora il vostro Padre sa che di tutte queste cose avete bisogno. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia; e avrete di soprappiù tutte queste cose”].

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

I SERVI DEI DUE REGNI

Erano in un ampio prato erboso, che pareva adattato apposta per un’accolta quieta di uomini. Era iniziato il gran Regno ed ora il re dava la sua legge, seduto su un piccolo masso sporgente, che si stendeva su tutto il creato. I Cittadini del regno erano figli, figli della grazia, figli adottivi del Padre: nel regno la prima cosa che debbon fare i figli è obbedire: obbedire seriamente e solo a Dio, non assieme alle proprie passioni, alle ricchezze, agli onori: no, bisogna scegliere. « Nessuno può servire a due padroni, perché odierà l’uno e amerà l’altro: o sarà affezionato al primo e disprezzerà il secondo ». Perché sia dolce obbedire nel regno di Dio, Gesù ha le più tenere espressioni dell’immensa bontà del Padre. « Le ricchezze e le passioni sono padroni troppo esigenti e vi fanno schiavi: non servite loro, servite il Padre che ve le darà Lui le ricchezze, Lui che al rigore dell’inverno fa succedere la primavera, Lui che fa rifiorire la messe, e i ceppi, i gigli, e i tralci delle viti; Lui che nutre gli uccelli dell’aria e i pesci dell’acqua. « Non vogliate dunque angustiarvi, dicendo: cosa mangeremo e cosa berremo o di che ci vestiremo. Poiché tali sono le cure dei gentili. Ora il vostro Padre sa che di tutte queste cose avete bisogno ». « Cercate dunque in primo luogo il Regno di Dio e la sua giustizia; e di sopra più avrete tutte le altre cose ». Noi sappiamo che il regno di Dio è la sua Chiesa, ove vi è la vita vera, la vita soprannaturale, dove vivono le anime; noi sappiamo che la giustizia del regno sono le virtù e i doveri dei sudditi del buon Dio; noi sappiamo che fuori c’è l’altro regno, quello che Gesù chiamò mondo, col suo re, con le sue leggi. Nella storia degli uomini ci furono quelli che scelsero di servire il mondo; altri rimasero perplessi tra Dio e il mondo, non contentando l’uno e disgustando l’altro; altri, infine, decisamente si posero al servizio di Dio Padre, secondo il dolce invito di Gesù. Fra questi vogliamo collocare anche noi e per assicurarcelo vediamo chi sono gli altri servi infedeli. – 1. I SERVI DEL MONDO. Deve esser bello vedere uno di questi servitori, quando arrivano al tribunale di Dio! Uno di essi, il re dei diamanti, meglio detto il servo delle ricchezze, morì anni or sono e comparì dinanzi a Dio. « Chi siete voi? » domandò l’Angelo del giudizio. Mi conoscono tutti, rispose, sono l’uomo più ricco d’Inghilterra, sono un finanziere famoso: ho una scuderia di cavalli puro sangue che fa invidia a tutta la terra e sono proprietario delle miniere del Sud-Africa… con le mie ricchezze, potrei comprarmi l’Italia intera, i suoi laghi, i suoi monti ». Ma non potrete comprarvi — rispose l’Angelo, — neppure lo spazio per mettere un sol piede nel paradiso. Questo non è il vostro regno: voi avete servito ottimamente nell’altro, là siete ben conosciuto, addio ». Un brivido di terrore entrò nelle ossa del signore: aveva sbagliato padrone. Costui fu uno dei tanti illusi che hanno sentito il proclama del principe del mondo: Venite et fruamur bonis… coronemur rosis… nullum pratum sit quo non pertranseat luxuria nostra. [Su, godiamoci i beni presenti, non vi sia prato che non conosca la nostra lussuria] (Sap. II, 6). Voi non l’avete mai visto questo mondo perché non è una determinata persona, ma voi vivete in mezzo, ne respirate l’aria, lo toccate, tante volte siete caduti nei suoi lacci. Esso è un gran regno.Ha i suoi templi; i suoi teatri sporchi, le sale da giuoco, le case notturne, i covi della corruzione; e sono rigurgiti di gente che vive in questo fango e serve in gran livrea. Ha i suoi apostoli; nella città e nella borgata, con la parola e con la penna, della levatura di un ciabattino e della boria di un dottore: scrittori immorali, maestri elementari atei, giornalisti venduti ad un pezzo di carta sporca: per quattro soldi. Ha i suoi idoli: le ricchezze acquistate con ogni mezzo, la gloria conquistata con la sofferenza d’altri, il piacere ottenuto col vizio, bevuto a goccia a goccia, con voluttà tremenda… Guai al mondo! Un dì uscì questa invettiva amara dalla bocca dolce del divino Gesù: era la voce accorata del padre per i figli venduti al mondo e illusi; per il mondo non pregava, per loro sì pregava, perché si togliessero dal mondo, entrassero nel regno suo, regno di giustizia, di pace.« Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia ». – 2. SERVI PERPLESSI TRA DIO E IL MONDO. Dio aveva mandato il profeta, perché ripetesse al popolo il suo aspro lamento. Quando Elia vide il mare delle teste ondeggiante nel piano, fece cenno di silenzio e solennemente parlò a nome di Dio così: « E fino a quando zoppicherete voi or di qua or di là? Se credete a Dio, ubbiditegli; se credete a Baal, seguitelo ». Ammutolì il popolo, e pensò che il profeta avesse ragione. Gesù riprese il medesimo lamento e disse: « Non si può servire a due padroni. » Lo disse ai farisei, lo dice a molti Cristiani di oggi, i quali, direbbe il Santo Curato d’Ars, assomigliano a quei cani che vanno dietro al primo che li chiami. a) Sono quei Cristiani che ancora non hanno perduto interamente la fede, che stanno in qualche modo attaccati a qualche pratica di pietà, che non vogliono abbandonare del tutto Dio: ma non hanno sufficiente coraggio di lasciare un’occasione di peccato, di troncare una relazione, di abbandonare una buona volta una pessima abitudine; costoro non vorrebbero dannarsi, ma neppure scomodarsi; sperano di arrivare al paradiso senza faticare e senza far violenza a se stessi; si cullano nella lusinga di darsi poi, col tempo, al buon Dio. b) Vi sono poi dei servi ancora più spigliati a cambiare padrone. Li vedete in chiesa a pregare Dio e poi a mezzodì in piazza li sentite bestemmiare: alla Messa della Domenica cantano le lodi di Dio e all’osteria tengono laidi discorsi. Le mani che hanno toccato l’acqua santa le fanno servire alle più ignominiose passioni, gli occhi che hanno visto l’Ostia consacrata li volgono volontariamente attorno su oggetti disonesti. Ieri quel mercante ha fatto l’elemosina ad un povero, oggi ha concluso un affare con imbrogli e con inganni; ieri quella mamma augurava ogni benedizione ai figli, oggi li colma di imprecazioni, ieri li mandava a confessarsi, oggi a ballare, ieri diceva alla figliola di esser seria e riservata, oggi la lascia in compagnia di giovani per tante ore, senza nulla dire… c) Vi sono anche di quelli che vorrebbero aggiustare le cose a loro modo, fare i propri comodi e poi trovare un confessore di loro gusto; e guai se il confessore si trova costretto a negare l’assoluzione, son fulmini e pettegolezzi senza fine: e guai se il predicatore dal pulpito grida contro il vizio, contro il danaro, mammona di iniquità! il meno che possano fare costoro è di borbottare che il prete ha del buon tempo, fa il suo mestiere, dovrebbe badare ai fatti suoi, non interessarsi di politica. No, no, ha ragione il Signore: a meno di voler essere banderuole, di voler usare due misure, di tener il piede in due scarpe, non si può dividere il cuore, non si può servire due padroni. Bisogna scegliere. Chi? – 3. I SERVI DI DIO. Proprio nell’ora in cui arrivava il re dei diamanti al tribunale di Dio, arrivò da Hyderabad l’anima di un umile missionario. « Chi sei tu? » chiese l’Angelo del giudizio. « Io, rispose l’anima, non ho nulla. Avevo casa, genitori, patria, ed ho lasciato tutto: da due anni mi trovavo in India, solo con un crocifisso di legno e ventinove anni di vita. Ieri sera mi hanno chiamato al villaggio di Avanigadda per un coleroso, e gli ho salvato l’anima. Ma il colera mi ha ghermito e in poche ore mi ha portato quassù. Ora non ho proprio più nulla, neppure il mio crocifisso di legno, neppure la mia giovinezza di ventinove anni. Sono solo un missionario, un umile servo del regno di Dio ». « Ora tu hai proprio tutto, esclamò l’Angelo gaudioso, tu hai proprio tutto. Il Regno senza confine di Dio è tutto per te ». Così ai buoni servi verrà detto in quel dì: orsù dunque, servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore. Il Re di questo regno è Cristo Gesù. « Non è salute che in Lui ». « Tutto da Lui procede, tutto mette capo a Lui ». « Chi non crede in Lui, è già giudicato ». Il Re di questo regno ha dato questa legge: « Colui che mi vuol seguire, rinneghi se stesso »: mortifichi la carne che si ribella allo spirito, soffochi gli istinti cattivi e le passioni che tentano di sopprimere i germi della virtù. « Prenda la sua croce »; la Croce che Lui ha portato, pesante, diurna, e notturna: a cui sono appese tutte le angustie, le tribolazioni, i gemiti, le lacrime, .il sangue dell’umanità, la croce di questa vita, di questo pellegrinaggio che conta tanti giorni cattivi e dolorosi: questa croce tutti devono portare. « E mi segua »: portala la croce, come ha fatto Lui e Lui ha fatto la volontà del Padre, l’ha portata con rassegnazione, con amore. Così ha parlato il Re. Ma non tutti risposero così. Molti dissero e dicono continuamente, domani, domani, quando le passioni avranno spento il loro fuoco, quando gli anni si saranno accumulati, quando sentiremo l’appressarsi dell’eternità! Ma il Re ha parlato e disse: oggi, oggi, non domani perché allora « Voi mi cercherete e non mi troverete ». Quando? Nel dì del giudizio apparirà nello splendore della gloria, a riconoscere i suoi servi: ai fedeli dirà: « Vi conosco; entrate nel Regno preparato per voi »; agli infedeli dirà: « Non vi conosco; andate nel fuoco eterno » – « Miei fratelli, scrive l’Apostolo Pietro, andate crescendo nella grazia e nella cognizione del Signor nostro e Salvatore Gesù »: questo vuol dire servire nel regno di Dio, sforzarsi di diventar migliori, crescendo in grazia, in cognizione, in amore di Gesù. Fuori di Lui non dobbiamo cercare nulla. Sentite S. Bernardo: « Siete voi ammalati? Egli è il vostro medico. Avete smarrito la via? Egli è la vostra guida. Siete voi assaliti? Egli è il vostro difensore. Avete sete? Egli è la vostra bevanda. Avete freddo? Egli è il vostro vestimento. Siete voi circondati dalle tenebre? Egli è la vostra luce. Siete orfani? Egli è vostro padre. » Tutto ciò che volete troverete in Lui, nell’immensa bontà del Padre: il cibo, le vesti, la sanità anche troverete. Allora non angustiatevi a cercar queste cose al mondo, coi mezzi del mondo; no; cercate prima il regno di Dio, Gesù e la sua grazia; il resto non vi mancherà. — LA PROVVIDENZA. La parola di Gesù, nel S. Vangelo, è sempre improntata di una sapienza divina ma nel discorso del monte assume una bellezza che è senza confronti. Ancora all’inizio della vita pubblica, il Maestro vuol tracciare il programma della religione nuova. Per questo sale sui monti, sale in alto, quasi a dirci che se vogliamo capirlo ci dobbiamo staccare dalle bassure del mondo. Oggi la Chiesa ci fa leggere un tratto di quelle parole sublimi. Dopo averci parlato del Padre che è ne’ cieli, a cui va rivolta la nostra preghiera, soggiunge che Lui solo dev’essere il nostro Padrone, perché nessuno può servine a due padroni: o amare il primo e odiare il secondo; o seguire il secondo e abbandonare il primo. È impossibile servire a Dio e al mondo assieme. Ma il Signore sa che la roba di quaggiù esercita un fascino spesse volte potente, sa che il pensiero delle cose terrene può far dimenticare le cose celesti; ed allora « Non crucciatevi — soggiunge — per il pane che dovete mangiare! Tenete a mente che l’anima vale più del cibo. Del resto, guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono e non hanno granai: eppure il Padre vostro li tiene in vita. E voi non siete forse qualche cosa di più degli uccelli? Non vi angustiate per l’abito che dovete indossare. I gigli del campo come crescono belli! Eppure non filano e non si affaticano. Vi dico che neanche Salomone, nello splendore della sua gloria, si è vestito come uno di essi. Se dunque Iddio veste con sì vivi colori le erbe del campo che domani saranno tagliate, quanta cura non avrà di voi, uomini di poca fede! ». Con simili accenti, Gesù ci solleva in un’altra atmosfera; non ci accorgiamo di far parte di una famiglia dove le preoccupazioni non hanno ragione di essere: nei cieli vi è un Padre che pensa a tutti. Mi sembra che in questa luce anche la vita diventi più bella! Davvero che il Cristiano è l’uomo felice, è l’uomo della vera allegria perché crede che c’è la Provvidenza verso la quale egli ha dei doveri. – 1. C’È LA PROVVIDENZA. La vita di ogni Santo è un argomento per l’esistenza della Divina Provvidenza. Ricordiamo, ad esempio, la storia di S. Vincenzo de’ Paoli fatto schiavo dei musulmani. Sacerdote di fresco ordinato, s’’accingeva a tornare da Marsiglia dove si era recato per un’opera d’apostolato. Un ricco e buon signore gli propose di prendere la via di mare invece che la via di terra per la quale s’era già deciso. Le condizioni erano lusinghiere: risparmio di tempo, di fatica, di denaro; ottima compagnia. Accettò la proposta, credendo d’accondiscendere al suggerimento d’un uomo mentre era la Provvidenza che lo attirava nel suo piano. Infatti, la nave fu assalita dai pirati turchi, e dopo una lotta disperata, tutti i passeggeri furono imprigionati e portati barbaramente a Tunisi. Qui S. Vincenzo fu venduto, come una bestia, sul mercato. Lo comprò un pescatore, ma trovatolo, incapace e inesperto per la caccia, lo vendette a un vecchio medico il quale lo occupava a mantenere il fuoco nei fornelli su cui preparava certe strane medicine. Dov’era in quei momenti la Provvidenza? Che aiuto gli dava, se tutto il giorno era angariato senza un momento di sosta, senza che fosse mai consentita a lui sacerdote novello la consolazione di celebrare Messa e di recitare il Breviario? Un altro al suo posto si sarebbe perso di fede e scoraggiato. Lui invece pregava incessantemente e confidava. Dov’era dunque in quei momenti la Provvidenza? Era là, vicina a lui, che vigilava e disponeva tutto secondo un amoroso e misterioso disegno che gli occhi degli uomini spesso non possono neppure intravvedere. Effettivamente le cose parevano volgere in peggio. Il vecchio medico musulmano l’aveva rivenduto a un Cristiano rinnegato che s’era accasato con una donna turca, e questi lo maltrattava e gli faceva lavorare tutto il giorno la terra. La padrona però, qualche volta, mentre egli zappava nel campo, scambiava con lui qualche parola sulla fede cristiana, e ascoltava volentieri il canto delle lodi di Dio. Passarono alcuni mesi e la grazia, a poco a poco segretamente penetrando, trionfò: non solo la padrona si convertì, ma seppe indurre il marito a riabbracciare la fede ripudiata. E dopo che entrambi furono illuminati dalla verità e accesi dalla carità di Cristo, di comune accordo diedero la libertà allo schiavo loro Vincenzo. Anzi consapevoli che proprio da quello schiavo paziente e umile avevano ricevuto una libertà più grande e più preziosa di quella che gli donavano, la libertà dalla schiavitù dell’errore e di satana, come segno di riconoscenza lo vollero accompagnare nella via del ritorno. Due anni, due lunghi anni erano passati dal giorno in cui era caduto in mano dei pirati, durante i quali non aveva avuto nessuna notizia dei suoi cari, e del suo sacerdozio non aveva potuto vivere che il carattere scolpito indelebilmente nell’anima. Parrebbero anni perduti, anni di rovina. Eppure, senza di essi non avremmo avuto un Santo dal cui cuore sgorgò un fuoco di carità immenso. C’è dunque la Provvidenza di Dio; c’è il Signore « che ha disposto quanto esiste, in peso, numero e misura » (Sap., XI, 21). « Che governa con forza le cose dal principio alla fine e tutto dispone con soavità » (Sap., VIII, 1). « Il piccolo ed il grande è Lui che li ha fatti, ed ha cura egualmente dell’uno e dell’altro » (Sap., VI, 8). « Come l’aquila stimola i suoi piccoli al volo e stendendo le sue ali li protegge, li aiuta e nel pericolo li soccorre » (Deut., XXXII, 11) così il Signore, dopo che ci ha messi nel gran mare della vita, non cessa di vegliare sulla nostra coscienza. Se non che i pensieri e le vie della Provvidenza non sono come i nostri pensieri e i nostri disegni, ma più belli e più grandi. Bisogna credere e fidarsi. – 2. DOVERI VERSO LA PROVVIDENZA. A Torino, se passate per via Cottolengo, vi trovate davanti ad una porta stretta, con sopra un umile cartello che dice: « Piccola Casa della Divina Provvidenza ». Sia pure per curiosità, entrate dentro perché tutti dicono che è la casa dei miracoli. Non lasciatevi però ingannare dal nome perché non è una semplice casa ma una città, la cittadella del dolore. « Quelli che hanno trovato chiuse le porte di tutti gli ospedali, i veri rifiuti dell’umanità soltanto lì possono trovare un po’ di riposo. L’ha fondata un sacerdote, San Giuseppe Benedetto Cottolengo, che non teneva mai un centesimo in tasca: anzi, una volta che gli era avanzato un po’ di denaro, lo buttò dalla finestra. E la Provvidenza non gli è mai mancata perché la sua fiducia non aveva un limite. Se all’ora del pranzo non si trovava neppure un po’ di farina: il Santo non se ne angustiava: stavolta toccava al Signore! Chiamava tutti in chiesa, cominciava il Rosario, cantava il Magnificat od il Te Deum finché non si fosse sentito bussare alla porta: c’erano uomini con carri di farina, di frumento, di pasta. Chi mai aveva mandato quegli uomini con tanta grazia di Dio? Qualcuno certamente, ma i nomi non si seppero mai. Quanti, oggi, i ricoverati? Dicono che siano ottomila, ma il numero preciso non lo si vuol sapere: a contarli e a mantenerli tocca alla Provvidenza a cui dai dormitori, dalle corsie, dai corridoi, nel lavoro, nel riposo, nel dolore, sale la voce del ringraziamento e della fiducia. In tutte le ore, di giorno e di notte, davanti al Tabernacolo ci sono sempre suore raccolte in preghiera. Cristiani, se vogliamo che Dio pensi a noi, noi dobbiamo pensare a Lui. Confidenza e fiducia! Se il Signore ha cura dei suoi nemici, vorrà abbandonare i suoi amici? Siam forse meno degli uccelli dell’aria e dei gigli del campo? « Se gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie nella loro preghiera » (Salmo, XXXIII, 16). « Speri in Lui chi lo ha conosciuto » (Salmo, XI, 11). Quando sembra che il cielo sia chiuso e nessuno più si ricordi di noi, è proprio il momento di raddoppiar la preghiera. Ringraziamento. Se non casca foglia che Dio non voglia, quel che Dio vuole non è mai troppo. Sia che ci mandi la gioia, sia che permetta il dolore, sempre diciamogli grazie. « Se abbiamo goduto — esclama Giobbe — quando ricevemmo del bene, perché mai non accettiamo anche il dolore? Il Signore ha dato ed il Signore ha tolto: sia benedetto il suo nome nei secoli ». – In un suo viaggio verso Roma S. Ambrogio fu ospite nella magnifica villa di un gran signore. Ma quando seppe che in quella casa la sofferenza non era mai entrata: « Raccogli subito — disse al servo — raccogli subito le nostre cose e andiamo via. Non voglio stare in questa casa! Se non c’è nessun dolore è segno evidente che non c’è Iddio ». Così la pensavano i Santi! Ricordiamo queste parole quando le avversità ci vorrebbero far sospettare che Iddio ci abbia dimenticati. E proprio allora che ci è vicino.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XXXIII:8-9

Immíttet Angelus Dómini in circúitu timéntium eum, et erípiet eos: gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus.

[L’Angelo del Signore scenderà su quelli che Lo temono e li libererà: gustate e vedete quanto soave è il Signore].

Secreta

Concéde nobis, Dómine, quǽsumus, ut hæc hóstia salutáris et nostrórum fiat purgátio delictórum, et tuæ propitiátio potestátis.

[Concédici, o Signore, Te ne preghiamo, che quest’ostia salutare ci purifichi dai nostri peccati e ci renda propizia la tua maestà].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

… de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigenito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Così che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle Persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt VI:33
Primum quærite regnum Dei, et ómnia adjiciéntur vobis, dicit Dóminus.

[Cercate prima il regno di Dio, e ogni cosa vi sarà data in più, dice il Signore.]

 Postcommunio

Orémus.
Puríficent semper et múniant tua sacraménta nos, Deus: et ad perpétuæ ducant salvatiónis efféctum.

[Ci purífichino sempre e ci difendano i tuoi sacramenti, o Dio, e ci conducano al porto dell’eterna salvezza].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA.

LO SCUDO DELLA FEDE (267)

LO SCUDO DELLA FEDE (267)

P. Secondo FRANCO, D.C.D.G.,

Risposte popolari alle OBIEZIONI PIU’ COMUNI contro la RELIGIONE (10)

4° Ediz., ROMA coi tipi della CIVILTA’ CATTOLICA, 1864

CAPO X.

RELIGIONE

I. La religione è buona pel popolo; II. per le donne che abbisognano di emozioni religiose.

Sulla religione in genere non sono finiti ancora gli assiomi che vanno attorno; perocché l’odio che le si porta, ne ha messo in credito un numero sterminato. Vedendo di non poter al tutto atterrare la religione, i libertini si sforzano di liberarne almeno sé stessi, confinandola ai tuguri ed alle gonne. La religione, dicono essi, è buona pel popolo, che ha bisogno d’ essere trattenuto perché non prorompa ad eccessi, e conservi una certa moralità; È buona eziandio, se volete, per, le donne, le quali abbisognano di emozioni religiose; ma per li uomini nel secolo decimonono….è un disconoscere tutte le conquiste del tempo e della civiltà. È egli vero tutto ciò? Vediamolo.

I. La religione è buona pel popolo, vogliamo dire con questa proposizione che è buona solo pel popolo; e che però per quelli che all’ingegno, alla coltura, alla condizione, alla filosofia son tutt’altro che popolo, non è punto fatta. Or, di grazia, la religione è cosa vera, oppure una finzione? Qui non vi è mezzo: o esiste il debito di riconoscere la divinità, di ossequiarla, riverirla, onorarla con atti di culto e di sommissione; oppure non esiste questo debito, sia perché non vi è un Dio, oppure perché, essendovi, non si cura dei nostri ossequi e delle nostre dimostrazioni. L’una delle due è innegabile. Ma se è vero il primo, perché non avrà, anche chi non è popolo, il debito di prestare a Dio il culto di religione? Molto più anzi il dovrà, perché avendo da Dio ricevuta maggior capacità di riconoscerlo, miglior educazione, una condizione più avvantaggiata, e tutti quei doni che dal popolo lo distinguono, sarà reo di maggiore ingratitudine se non riconosce la fonte da cui provengono quei beni; di maggiore empietà, se conoscendo più intimamente la malizia dell’atto che commette, pur vi si abbandona, mentre non potrà in iscusa allegare l’ignoranza, come farebbero le persone più rozze del popolo. Che se stimano la religione una finzione, che Dio non curi, o non accetti, perché allora sarà buona pel popolo? Dunque, il popolo non avrà più, diritto alla verità? Si potrà dargli a credere finzioni, chimere, falsità, perché torna utile? E questo è poi l’amore che portano costoro al povero popolo, che il vogliono aggirare come un bufalo, perché così torna loro a conto? Gli è un pezzo che si conosce la stima che fanno del popolo e l’amore che gli portano certuni, che pur si fingono così teneri e appassionati di lui e così solleciti a spezzargli le catene, onde i tiranni, i despoti, i barbari l’hanno aggravato, i quali poi non hanno una difficoltà al mondo ad incatenarlo colla superstizione, colla idolatria, coll’errore quando fa loro comodo. Ah ipocriti! E fino a quando il vero popolo non aprirà gli occhi sul conto vostro? –  Del resto, il debito universale di religione non è cosa che possa venire in controversia con costoro. Prima del nostro secolo ne passarono un presso a sessanta. Il mondo ha avuto in tutti quegli anni anche degli uomini, i quali avevano un capo sul collo ed un cuore dentro il petto. Sia pure il secolo nostro beatissimo fra tutti i secoli, la perla, la gemma più fulgida, anzi il sole che tutti li vince ed oscura; tuttavia dai monumenti, che rimangono d’ogni genere nel mondo, si comprende che non si possono rilegare al novero delle oche tutte le generazioni passate. Ora in tutti i tempi, e perfino fra le nazioni più barbare, fu sempre in pregio il culto della divinità; poniamo pure che errassero talora quanto alle proprietà che in essa riconoscevano, o quanto agli atti con cui pensavano doverla onorare. Le prove poi che in suo favore adduce il Cristianesimo son tante e tali e solenni e sì confermate che, come osservano i dotti, bisogna prima rinunziare alla ragione, per poter poi dopo rinunziare al Cristianesimo. Ciò presupposto, che significato ha quella espressione: la religione è buona solo pel popolo? Ella potrebbe tradursi in altre parole così: Che solamente il popolo ha debito di non mostrarsi empio con Dio, e che gli altri; che non son popolo, possono insultare quanto vogliono la divinità. Che creature possono rinnegare il Creatore, che figliuoli possono disonorare il Padre, che redenti possono disconoscere il Redentore, poiché non son popolo. – Che solamente il popolo ha debito di non avvilirsi sotto la condizione delle bestie, le quali per alta loro sventura, non conoscendo Dio, non possono onorarlo; mentre quelli che non son popolo, possono per elezione farsi quello che le bestie son per natura, ed inchiodando per sempre gli occhi alla terra come animali nel truogolo, mai non levarli al cielo da cui lor provengono tutti i beni. – Che solamente il popolo ha bisogno di giungere al suo ultimo fine, che è la suprema beatitudine; laddove chi non è popolo, può operare da insensato, senza darsi pensiero né dell’oggetto, per cui fu collocato sulla terra, né del fine, a cui gli fu proposto di tendere. – Che solamente il popolo ha bisogno di evitare i mali eterni, che la stessa ragione e prove infinite di ogni genere dimostrano inevitabili a chi non onora la divinità; mentre chi non è popolo può gettarsi alla ventura in un mar di pene per tutta un’eternità, come non farebbe un forsennato. – Che solamente il popolo ha bisogno di dimostrare riconoscenza al Signore, d’impetrar grazie, di rimuover pericoli, di essere aiutato dalla divinità; laddove chi non è popolo può mostrarsi indifferente a qualunque favore Iddio gli faccia, e può burlarsi degli aiuti e della protezione dell’onnipotente divina Maestà. – Che solamente il popolo ha la sventura di commettere peccati, e quindi il debito di umiliarsi davanti a Dio e chiedergli perdono ed impetrarne mercè; ma che chi non è popolo, facendo una vita perpetuamente immacolata, non sa neppure quel che sia il bisogno d’inchinarsi davanti al trono divino, e supplicare ed impetrare misericordia. – Queste e molte altre cose simili a queste vuol significare la bella espressione che la religione è buona solo pel popolo. Epperò chi ha cuore di ripeterla, faccia almeno di comprenderne prima il senso, e poi, se gli basta l’ animo, ne accetti tutta la significazione. Che se per ventura anche a lui sembrasse un po’ troppo ardita, allora ascolti pienamente la verità. –  È vero che è buona pel popolo la religione, ed oh quanto buona, quanto, quanto è buona pel popolo, poiché il popolo è composto di uomini che sono creature di Dio, destinate da Lui alla patria del cielo e bisognevoli di essa, perché essa è l’unico mezzo per arrivarvi. È buona pel popolo, poiché il popolo ha passioni da vincere, le quali non cedono se non in faccia ai motivi passenti della religione. È buona pel popolo, poiché esso ha da tollerare le pene inseparabili dal suo stato, perché spesso gli manca il pane, spesso l’abito, spesso il tetto, spesso è stanco e travagliato, ed ha bisogno colla speranza del futuro, consolare il presente, colla vista del cielo dimenticare la terra. – È buona pel popolo, poiché esso ha da sopportare pazientemente gli strapazzi, i soprusi, le concussioni dei suoi amici e protettori, che ne mettono tutta la sofferenza alla prova. È buona per tutto ciò, ed oh quanto buona! Così non facessero ogni sforzo per rapirgliela certi scellerati, i quali, mentre si fingono suoi amici, ne sono verissimi traditori! Così comprendessero che è anche loro interesse, se già non li muove la giustizia e la verità; ma poi dopo tutto ciò è bene a sapere che non è meno necessaria per quelli che non sono popolo, anzi per questi è necessaria anche più. Perocché, lasciando stare che questi hanno lo stesso fine e da conseguirsi per gli stessi mezzi che il popolo, hanno poi cento altre ragioni di speciali necessità. Hanno da moderare la vanità che va quasi sempre congiunta colla scienza, hanno da infrenare la superbia che facilmente s’insinua nei palazzi che nei tuguri, hanno da reprimere l’avarizia che più spazia dove trova maggior materia, hanno soprattutto da frenare la concupiscenza, che molto maggiore eccitamento ritrova dove è maggiore l’ozio, più squisita la mensa, più copiosi i liquori, più gaie le compagnie, più sfoggiati i balli, i teatri, le allegrie, le mondanità. Tutti costoro hanno maggior bisogno di religione, perché d’ordinario hanno tentazioni più gagliarde, cadute più frequenti, colpe più gravi che non ha il popolo. Il perché se credono che al popolo sia necessaria la religione, sia in buon’ ora; ma si persuadano poi che anche a loro non istà male un po’ di religione, e non disdegnino di fare col popolo almeno almeno a metà. . .

II. La religione è buona per le donne. Qui quadra il ragionamento fatto di sopra: se la religione è vera, essa è fatta per tutti; se è doverosa, niun se ne può esimere; e se non è vera e non è doverosa, non è punto più buona per le donne che per gli uomini: poiché la finzione e l’inganno non è buono per nessuno. – Ma io farò qui una domanda a quei che confinano alle donne la religione. E perché mai è buona solo per le donne la religione? Esse abbisognano di emozioni religiose, rispondono, poiché avendo il cuore più tenero, non possono fare senza sfogarlo in qualche modo. E dunque voi perché siete uomo, avete il bel dono di essere senza cuore verso il Signore? Non saprei veramente farvene congratulazioni molto sentite. – Del resto eccovi la verità su questo proposito. Se le donne hanno bisogno di religione, è non solo per la ragione comune, che quanti hanno essere, vita, intelligenza, tutti debbono rivolgersi al Signore, ma anche per ragioni speciali al loro stato. La debolezza e fiacchezza naturale fa sentire alla donna più al vivo la necessità del divino sostegno, e più a Dio la stringe. L’abbondare in essa l’affetto a preferenza del discorso, fa che la religione le sia richiesta anche sensibilmente dal cuore, il quale, se non è in lei al tutto guasto e corrotto, non può farne a meno; ma soprattutto ne abbisogna specialmente per un consiglio amorosissimo della divina provvidenza. Iddio ha destinato per man di natura a due nobilissimi uffici la donna: all’arduo e lungo ministero di allevare la prole in quei primi anni, in cui le sollecitudini possono immaginarsi ma non descriversi, e poi ad essere la naturale maestra della medesima per gittare i primi semi della virtù e della religione in quei cuori innocenti. Ad agevolarle quest’alto incarico, la divina provvidenza la rifornì di un cuore più tenero, più affettuoso, perché più facilmente vi si piegasse e vi durasse costantemente. Di che trasportando la donna quel medesimo cuore agli esercizi di pietà verso Dio, ne avviene che senta più affettuosamente di Lui, e più sensibilmente lo ami, e quindi con più foga sia trasportata verso tutto quello che onora la divinità. Laonde è verissimo che essa ha un bisogno tutto speciale della religione. – Che anzi di qua si trae quella specie d’orrore che cagiona il vedere una donna mettersi in greggia coi libertini e burlare le cose di Dio e della pietà. Deve essa, per giungere a questa infamia, non solo perdere ogni timore della divinità, ogni riverenza, ogni amore, il che pure le ha da costare un’estrema violenza; ma anche gittare ogni verecondia che pure è l’onore del sesso, e trasformare, dirò così, la sua indole, il suo cuore, e dopo di aver disprezzati tutti i rimorsi della coscienza, calpestare anche gli affetti più puri che le suggerisca la stessa natura. Che un serpente fischi ed avveleni fa orrore ma non maraviglia, poiché è nella natura del serpente; ma chi vedesse fare altrettanto una colomba, all’orrore aggiungerebbe una meraviglia non più intesa, poiché vedrebbe una violazione in lei della natura della colomba. E ciò è sì vero che il bestemmiatore più solenne che a memoria dei secoli si sia veduto, il Proudhon stesso, avendo scorto certe donne cadute fino in quell’abisso di vantarsi d’irreligione, in un suo empio giornale pubblicamente le avvertì a trattenersene, poiché anche gli uomini più perduti se ne sdegnavano e ne sentivano stomaco. Gli è dunque verissima che la religione è buona, anzi ottima per le donne. – Che però? Avranno gli uomini ragione di esentarsene? Tutto l’opposto. Come nella donna prevale l’affetto, così nell’uomo dovrebbe  prevalere il discorso. Epperò se la donna è portata alla religione più soavemente dall’affetto, l’uomo dovrebbe esservi portato più fortemente dalla convinzione; se già non si tratti d’uomini i quali mentre cedono alla donna nel cuore, le cedano anche nel capo. –  Inoltre 1’uomo ne ha anche maggior necessità. La religione ritrae il nome da ciò che essa lega l’uomo salutarmente: ora chi ha maggior bisogno di vincolo che chi naturalmente è più sfrenato? Se è vero che l’uomo sia meno rattenuto della donna da motivi umani, quali sono la debolezza naturale, la verecondia, il pudore, il timore, qual dubbio vi ha che abbia maggior bisogno dei motivi religiosi? Inoltre, l’uomo ha il primato d’autorità nella famiglia, ha il maneggio degli affari sociali, ha il governo, dirò così, del mondo, epperò abbisogna di maggiori aiuti dal Signore, di maggior lume, e poi di chiedere più spesso al Signore perdono delle sue prevaricazioni. –  Tutto ciò dovrebbe aver luogo almeno presso quegli uomini, che non credono le cose procedere a caso, e che non si reputano senza destino ulteriore al terreno. Che se tutto è finzione quel che s’insegna di Dio, dell’anima, della vita avvenire, dell’eternità, allora hanno ragione gli uomini di non curare la religione. Resta solo alla donna che non invidi all’uomo di essere giunto al vanto di reputarsi in dignità pari agli armenti del campo ed alle fiere della foresta.