CALENDARIO LITURGICO della Chiesa Cattolica: NOVEMBRE [2017]

NOVEMBRE

è il mese che la Chiesa dedica alle Anime Sante del Purgatorio

L’espiazione del peccato.

Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l’anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l’uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un’eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta, come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell’abisso dell’oblio divino anche l’ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell’altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.

Le indulgenze.

È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono à quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l’Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell’efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita. – Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? É così pungente che nessuna miseria della terra l’uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il « fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all’oceano del paradiso » (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt. V, 26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me voi almeno che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Giob. XIX, 21). (Dom. Guéranger: l’Anno Liturgico – 1957]

SEQUENZA DIES IRÆ

Dies iræ, dies illa
Solvet sæclum in favílla:
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit:
Nil multum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis.

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ:
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus:
Redemísti Crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus:
Culpa rubet vultus meus:
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ:
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hœdis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis:
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis:
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla
Judicándus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem.
Amen.

 

[Giorno d’ira sarà quello: il fuoco distruggerà il mondo come disse David con la Sibilla. – Qual terrore vi sarà, quando verrà il giudice ad esaminare tutto con rigore! – La tromba spanderà il suono mirabile sulle fosse della terra, radunerà tutti presso il trono. – Stupirà la morte e la natura, quando la creatura risorgerà per rispondere al Giudice. – Sarà aperto il libro scritto, dove è tutto quello riguardo a cui il mondo sarà giudicato. – Quando il Giudice si assiderà, tutto ciò che è occulto sarà svelato: niente resterà segreto. – Misero che sono! che dirò allora? A chi mi raccomanderò se appena il giusto sarà sicuro? – O Re di tremenda maestà, che salvi gratuitamente gli eletti, salvami, o fonte di pietà. – Ricorda, o Gesù pio, che io son la causa della tua venuta: non mi dannare in quel giorno. – Ti affaticasti a cercarmi, per salvarmi hai sofferto la croce: non sia vano tanto lavoro. – Giusto giudice vendicatore, dammi la grazia del perdono avanti il giorno dei conti. – Come reo gemo, la colpa copre di rosso il mio volto, o Dio, perdona a chi ti supplica. – Tu che assolvesti la Maddalena ed esaudisti il ladrone, da’ anche a me la speranza. – Le mie preghiere non son degne, ma tu buono e pietoso fa’ che non bruci nel fuoco eterno. – Mettimi tra le pecorelle, e separami dai capretti, ponendomi dalla parte destra. – Condannati i maledetti, e consegnatili alle orribili fiamme, chiama me coi benedetti. – Ti prego supplice e prosteso, col cuore contrito come la cenere, abbi cura del mio fine. – Giorno di lacrime sarà quello in cui dalla cenere l’uomo reo risusciterà per essere giudicato. – A lui dunque perdona, o Dio. O pio Signore Gesù, dona loro il riposo. Così sia.]

Le FESTE del mese di NOVEMBRE

1 Novembre Omnium Sanctorum  –  Duplex I. classis *L1*

2 Novembre In Commemoratione Omnium Fidelium Defunctorum – Duplex I. classis *L1*

3 Novembre I Venerdì

4 Novembre S. Caroli Epíscopi et Confessoris  Duplex I Sabato

5 Novembre Dominica XXII Post Pentecosten II. Novembris  Semiduplex Dominica minor

8 Novembre In Octavam Omnium Sanctorum  –  Duplex majus

9 Novembre In Dedicatione Basilicæ Ss. Salvatoris  –  Duplex II. classis *L1*

10 Novembre S. Andreæ Avellini Confessoris  – Duplex

11 Novembre S. Martini Epíscopi et Confessoris   – Duplex *L1*

12 Novembre Dominica XXIII Post Pentecosten III. Novembris  Semiduplex Dominica minor *I* – Martini Papæ et Martyris

13 Novembre S. Didaci Confessoris  – Semiduplex

14 Novembre  S. Josaphat Epíscopi et Martyris  –  Duplex

15 Novembre S. Alberti Magni Epíscopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

16 Novembre  S. Gertrudis Virginis – Duplex

17 Novembre   S. Gregorii Thaumaturgi Epíscopi et Confessoris  –  Duplex

18 Novembre  In Dedicatione Basilicarum Ss. Apostolorum Petri et Pauli    Duplex *L1*

19 Novembre  Dominica VI Post Epiphaniam IV. Novembris – Semiduplex Dominica minor *I* Elisabeth Víduæ

20 Novembre  S. Felicis de Valois Confessoris – Duplex

21 Novembre In Præsentatione Beatæ Mariæ Virginis  –  Duplex

22 Novembre  S. Cæciliæ Virginis et Martyris  – Duplex *L1*

23 Novembre  S. Clementis Papæ et Martyris  –  Duplex

24 Novembre  S. Joannis a Cruce Confessoris et Ecclesiæ Doctoris -Duplex

25 Novembre S. Catharinæ Virginis et Martyris  –  Duplex

26 Novembre S. Silvestri Abbatis  –  Duplex

30 Novembre S. Andreæ Apostoli  –  Duplex II. classis *L1*

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (14), cap. XXV

CAPITOLO XXV.

IMITATORI DEL BUON LADRONE IN ORIENTE.

I sette ladroni nell’isola di Cipro. — Convertiti da due discepoli di S. Paolo.— Prigionieri com’essi. — Divenuti gloriosi martiri. — Loro nomi. — La grande cortigiana di Antiochia. — Suo prestigio. — Suo lusso. — Storia particolareggiata della sua conversione. — Suo battesimo. — Suo vero nome. — Sua penitenza.— Sua morte in Egitto. — David brigante ed assassino, convertito subitamente, e divenuto un fervente solitario ed un taumaturgo. — Un altro ladrone solidamente convertito. — Santità della sua vita. — Eroismo della sua morte. — Conversione collettiva. — Incoraggiamento al secolo XIX. — I Niniviti. — Quello che erano. — Estensione e magnificenza della loro città riconosciute per la recente scoperta delle sue rovine.

Diciamo addio all’Europa, e torniamo ai luoghi donde ebbe principio il nostro viaggio. Nel passare per l’isola di Cipro penetriamo nelle sue prigioni. Osservate nel fondo di quella segreta due illustri discepoli di s. Paolo, Giasone e Sosipatro, prigionieri di Gesù Cristo. Stanno insieme con essi sette ladroni arrestati poc’anzi nelle montagne. Volete voi saperne i nomi? Essi son degni di essere conosciuti, dappoiché non più si trovano scritti negli annali del delitto, ma son nei fasti della gloria. Eglino erano chiamati Faustino Saturino, Gennaro, Marsalio, Eufrasio, Iascicolo e Mammio. Imitatori del Buon Ladrone nella sua vita di brigantaggio, noi li vedremo divenire imitatori della sua conversione. È affatto proprio de’ santi, animati dallo spirito del Salvatore, l’aver pietà dei peccatori, e, può dirsi, pietà proporzionata alla morale miseria di costoro. Giasone e Sosipatro sono incatenati, ma la parola di Dio non lo è già. Eglino la rivolgono ai loro compagni di pena: essa è ascoltata, compresa e gradita. I novelli Disma non indugiano a domandare il battesimo, Io ricevono, e poco stante muoiono coi loro evangelisti, ma non come ladri, sebbene come confessori e martiri. Annualmente il 29 aprile la Chiesa solennizza nel suo Martirologio questo novello trionfo della misericordia [Martyrol. Rom., 29 Aprile..] – Or eccoci tornati in Antiochia capitale della Siria. Una conversione non meno miracolosa ci attende. Lasciamo ad un testimonio oculare il compito di esporne il fatto e le circostanze. « Una discussione importante aveva riuniti molti vescovi in Antiochia, e di questo numero era Nono, il mio santo vescovo. Egli era un uomo ammirabile, vissuto da perfetto solitario nel monastero di Tabenne. Essendo i prelati assisi innanzi alla porta del tempio, pregarono Nono, il mio santo pastore, di tener loro un qualche spirituale discorso. Egli accingevasi a secondare il lor desiderio, allorché vedemmo passare a cavallo la più rinomata commediante di Antiochia, in grandissima pompa e sì riccamente vestita, che sembrava un ammasso di oro, di perle, e di pietre preziose; poiché non contenta che le sue vesti ne fossero ornate a dovizia, pur anco i calzari n’eran coperti. Ella veniva accompagnata da gran numero di giovani e di fanciulle riccamente vestiti, dei quali alcuni la precedevano, ed altri la seguivano. « Sì grande era la sua bellezza, che gli uomini del secolo non potevano saziarsi dal guardarla; sebbene ella non avesse fatto altro che passare, tutto all’intorno olezzava di soave fragranza, per le odorose essenze delle quali ella era profumata. Tutti quei vescovi al vederla passare con tal corredo di seduzioni, senza un velo sul capo né sulle spalle affatto scoperte, con un contegno sì poco modesto, gemerono in lor cuore senz’aprir bocca, e come dalla vista di un gran peccato, volsero altrove lo sguardo. – « Non così il santo vescovo Nono; egli la considerò lungamente, e quando fu passata, volgendosi ai vescovi ch’eran seduti con esso lui, disse loro: Non avete voi trovato un gran piacere nel contemplare la singolare bellezza di quella donna? Né rispondendo nessuno di essi a tale domanda, egli piegò il capo sulle sue ginocchia, e sciogliendosi in lacrime, ripeté ancora a quei suoi compagni: Non provaste voi un gran diletto nel contemplare la singolare bellezza di quella donna? E non ottenendo alcuna risposta, soggiunse: Io dal canto mio ne ebbi una grandissima compiacenza, perché Iddio la porrà un giorno dinanzi al suo formidabile trono, per servirsene a giudicare noi stessi. Imperocché, miei cari fratelli, quante ore credete che abbia ella impiegate ad abbigliarsi per piacere al mondo? E noi quanta cura e sollecitudine mettiamo a purificare le anime nostre, ed a farle belle di virtù per piacere a Dio? « Ciò detto, ei mi prese per mano, ed essendo giunti insieme al suo alloggio, nel quale pur io avevo una cella, egli entrò nella sua stanza, e prosteso a terra esclamò, picchiandosi il petto: O Gesù, mio Signore e mio Maestro, abbiate pietà di me povero peccatore, che in tutta la mia vita non ebbi mai tanta premura di abbellire l’anima mia, quanta n’ebbe in un sol giorno quella donna di mondo per adornare il suo corpo. « Il giorno dopo ch’era domenica, tutti i vescovi furono presenti per assistere alla messa solenne. Dopo il Vangelo l’Arcivescovo d’Antiochia prendendo il libro degli Evangeli lo presentò al vescovo Nono, pregandolo a voler istruire il popolo. Prendendo allora la parola, fece egli un discorso pieno di quella divina sapienza ch’era in lui, e che nulla aveva di affettato, di sottile, né di superfluo. Con semplici e naturali parole egli così al vivo rappresentò il giudizio finale, che tutti gli uditori ne furono estremamente commossi. « La provvidenza volle che la famosa cortigiana, della quale parlava poc’anzi, si trovasse presente a quel commovente discorso; e non avendo essa avuto mai alcun sentimento dei suoi peccati, il timor di Dio giudice fece una tale impressione sul suo cuore, che incominciò a sospirare, e quindi ruppe in un gran pianto senza ch’ella potesse in alcun modo frenarlo. Nell’uscir dalla chiesa, disse a due dei suoi domestici: Rimanete qui, ed allorquando il santo vescovo Nono uscirà dalla chiesa, seguitelo per sapere ove egli alloggi, e venite a dirmelo. I domestici di lei seguirono i nostri passi fino alla nostra abitazione. « Informata che fu della nostra dimora dessa inviò subito al santo vescovo alcune tavolette nelle quali erano scritte queste parole: Al santo discepolo di Gesù Cristo una povera peccatrice discepola del demonio. Io ho appreso che il Dio che voi adorate, è disceso dal cielo sulla terra, non per amore dei giusti, ma per salvare i peccatori. Avendo poi saputo dai cristiani quale e quanta sia la vostra santità, e che da gran tempo servite un sì buon Signore, io vi scongiuro di mostrare come voi siete suo vero discepolo, non tenendo a vile il vivissimo desiderio che ho di avvicinarmi ad esso. Il santo vescovo le rispose, che Iddio conosceva le di lei disposizioni, e che qualora fossero sincere, ella poteva liberamente venire a lui, poiché egli la riceverebbe in presenza degli altri vescovi, e non altrimenti. Questa risposta la ricolmò di tal gioia, che dopo di averla letta e riletta, difilato venne a trovarci nella nostra abitazione. – « Nono al momento radunò i suoi fratelli vescovi, ed ordinò che si lasciasse libera di avanzarsi. Appena entrata, si gettò ai suoi piedi ed abbracciandoli disse: Io ti scongiuro d’imitar Gesù Cristo tuo Maestro facendomi risentire gli effetti della tua bontà. Fammi cristiana, poiché io sono un’abisso di peccati, una voragine di ogni specie d’iniquità. Io ti domando il battesimo, « I santi canoni, le rispose Nono, proibiscono di battezzare una cortigiana, a meno ch’essa non presenti dei ragguardevoli personaggi, che rispondano del suo fermo proposito di non più ricadere negli stessi peccati. « Allora ella strinse più tenacemente i piedi del santo, li bagnò di lacrime, ed avendoli rasciutti con le sue chiome gli disse: Se tu rimetti ad altro tempo il mio Battesimo, benché macchiata di tanti peccati, attribuirò a te quanti ne potrò commettere in avvenire, e tu renderai conto dell’anima mia a Dio. Se differisci di pormi oggi nelle braccia della sua misericordia, io fo voti perché tu lo rinneghi, e venga ad adorare gli idoli. – Tutti i vescovi e sacerdoti presenti, udendo così parlare una gran peccatrice, s’interposero chiedendo premurosamente che si battezzasse. Allora il santo vescovo le disse: Come ti chiami? Ella rispose: Il mio vero nome è Pelagia, ma gli abitanti di Antiochia mi chiamano Perla, a motivo della gran quantità di perle e di altre gemme, di che divenni ricca per i miei peccati; perché io era la bottega più splendida e più magnifica che avesse il demonio. – Pelagia fu battezzata, e rientrata in sua casa, mandò al mio santo vescovo quanto essa aveva di prezioso, gemme, oro, argenti e sontuose vesti, acciò le disponesse come più gli fosse in piacere. L’ottavo giorno dopo il suo Battesimo, ella si levò la notte segretamente, si coprì di un cilizio e di un logoro mantello che il vescovo le aveva dato, abbandonò Antiochia per non più ritornarvi, e andò a chiudersi in un tugurio a Gerusalemme, sulla Montagna degli Olivi, poco lungi dal luogo ove Nostro Signore fece, sudando sangue, la sua ultima preghiera nell’orto. Ivi ella restò quattro anni, separata affatto dal mondo, e vi morì in fine della morte dei predestinati » [Vedi la sua vita scritta da Giacomo Diacono, nelle Vite dei Padri del deserto, t. I, p. 566 e seg.]. – Tale si fu la conversione di questa donna la cui salute pareva disperata. O santa Pelagia, illustre fra tutte le penitenti, ottenete a tutte quelle che avessero avuto la sventura d’imitarvi nel traviamento, la grazia di divenire pur esse monumenti dell’infinita misericordia di Dio! Per un altro genere di peccatori, rivolgiamo la stessa preghiera ai gloriosi penitenti, dei quali ora passiamo a raccontare la storia. – Vivea nel sesto secolo dell’ era nostra, poco lungi dalla città d’Ermopoli in Egitto, un famoso masnadiere per nome David. Spiando incessantemente il passaggio dei viandanti, ei spogliava gli uni, uccideva gli altri, e si bruttava di tanti altri delitti, che nessuno poteva pareggiarlo in crudeltà. Un giorno ch’egli commetteva un audacissimo furto alla testa della sua banda composta di più che trenta assassini, fu d’improvviso colpito da tale un pentimento dei suoi peccati, che abbandonò i suoi compagni, e si diresse al più vicino Monastero. Bussato che ebbe alla porta, il portinaio gli domandò che mai volesse; ed ei rispose: « Voglio farmi eremita. » Quegli andò subito a prevenirne l’Abate, che al momento discese, e vedendo quest’uomo già inoltrato negli anni, il venerabile Abate gli disse: « Tu non potresti rimaner qui; perché le nostre austerità sono sì grandi che alla età tua, non ti sarebbe possibile sopportarle. » « Padre mio, rispose il brigante, ricevimi, te ne scongiuro; non v’ha cosa alcuna ch’io non sia risoluto di fare. » L’ abate continuò a negare per le addotte ragioni. « Ebbene, riprese il ladro, io te lo dichiaro, Padre mio; io sono David, il capo dei briganti che qui vengo per piangere i tanti miei peccati, e ti protesto per il Signore Iddio, che abita nei cieli, che se tu mi respingi, ed io abbia a tornare a vivere come finora ho vissuto, risponderai innanzi a Lui di tutti i delitti che continuerò a commettere. » L’abate commosso ad un tale discorso, lo fece entrare e gli fece indossare l’Abito di eremita. – Questo soldato giovine ad un tempo e vecchio, incominciò immantinente a combattere con tal coraggio nella spirituale milizia, che presto superò in austerità e vigilanza tutti i Solitari compagni, benché fossero settanta di numero. La obbedienza, l’umilia, l’astinenza del novello Disma eran per tutti un continuo soggetto di edificazione. Un giorno ch’era seduto nella sua cella, gli apparve un Angelo e gli disse: « David, Iddio ti ha rimesso tutti i tuoi peccati. » « Il numero dei miei peccati, rispose David, sorpassa quello delle arene del mare! Io non posso credere che in sì breve tempo il Signore mi abbia perdonato. » L’Angelo riprese: « Per aver ricusato di credere che egli avrebbe un figliuolo, Zaccaria fu privato dell’uso della favella; e tu pure ne sarai privo in punizione della tua incredulità. » David cadendo prostrato a terra gli disse: « Quando io passava la mia vita a spargere il sangue umano, ed a commettere tanti altri enormi delitti, avevo libero l’uso della parola, e vorresti tu togliermelo ora, ch’io desidero unicamente di servire Dio, e di pubblicare le lodi della sua misericordia? » — « Quando bisognerà cantare le lodi del Signore, rispose il celeste Messaggero, tu riavrai libera la parola. Fuori di ciò, non sarà più in poter tuo di profferire un sol accento. » Così fu, e 1’umile David proseguì a vivere santamente, operò miracoli, e morì come il suo glorioso modello il beato Disma. [Joan, Mose., c. XXXVII]. – A questa veramente ammirabile conversione, che mostrandoci il subitaneo procedere e la piena efficacia della divina Misericordia, e sì propria a bandire ogni inquietudine dall’animo dei peccatori veramente contriti, se ne aggiunge un’altra, nella quale l’eroismo del pentimento va fino al sublime. – Un gran ladrone, toccato dalla grazia, andò a trovare l’Abate Zosimo di Cilicia, e pregollo in nome di Dio, a volerlo accogliere nel suo Monastero per ritrarlo dal commettere gli assassinii e i delitti d’ogni natura, dei quali si era egli fatta lunga ed imperiosa abitudine. Dopo di avergli diretta una calorosa esortazione, il buon vecchio lo accolse e lo vestì dell’abito di Solitario. Dopo qualche tempo, l’Abate gli disse: « Sentimi, figlio mio, a te non conviene di rimanere qui fra noi. Se la giustizia viene a sapere ove sei, ben presto cadrai nelle sue mani. Or vieni con me, ed io ti condurrò al monastero dell’Abate Doroteo, che è tra Gaza e Majuma. » – Ciò detto, quel venerabile superiore lo prese per mano e lo condusse all’indicato Monastero, ove restò per nove anni, e pieno del primitivo fervore edificò tutti i religiosi per la costante osservanza della Regola. Imparò tutto il Salterio e tutte le preci che bisognava sapere nella pratica della vita monastica. Alla fine poi del nono anno tornò a visitare l’Abate Zosimo, e gli disse: « Padre mio, ti prego di lasciarmi smettere quest’abito santo che tu mi desti, e di rendermi quello ch’io avevo quando venni qui. » Tali parole afflissero profondamente il santo vecchio, che lo richiese del motivo di una tale risoluzione; e quegli rispose: « Io ho passato nove anni in perfetto riposo nel monastero, al quale tu mi conducesti, digiunando il più che mi fu possibile, e vivendo nella continenza, nell’ubbidienza, e nel timor di Dio; il che mi fa sperare che il Signore, per la sua infinita misericordia mi abbia rimesso una gran parte dei miei peccati. Cionondimeno, o ch’io vegli, o che dorma, o che sia nella Chiesa, o al refettorio, e paranco nell’accostarmi alla santa Comunione, io vedo sempre e dappertutto un giovinetto che una volta uccisi, e che sempre mi ripete: Perché bagnasti tu del mio sangue le tue mani? e non mi dà un sol momento di tregua. Ed è perciò, Padre mio, che voglio andarmene, per correre ad espiare con la mia morte un sì gran delitto, avendo ucciso senz’alcun motivo quel giovine. » Dopo questa dichiarazione ei riprese il suo vecchio abito, si diresse a Diospoli; e nello stesso giorno venne arrestato per via, ed il dì seguente ebbe troncata la lesta. [Joan. Mose., c XLVI] Le conversioni che abbiamo fin qui ricordate, ed altre molte che ad esse potrebbero aggiungersi, son fatti individuali capaci d’incoraggiare questo, o quel peccatore in particolare. Ma per determinare il nostro secolo stesso a convertirsi, rimane che per noi gli si mostri la subitanea conversione di un intero popolo. Col provargli che nulla è impossibile alla divina Misericordia, un simile esempio risponderà a tutte le obbiezioni della sua mente e del suo cuore. Cosi lo scoraggiamento farà luogo alla fiducia, la stupida indifferenza al ravvedimento, ed il gran figlio prodigo dirà: « Io mi alzerò per andare dal Padre mio » Morire dopo di aver inteso una tale parola, sarebbe un morir di gioia. – Nell’antico Oriente esisteva un impero, famoso per la sua potenza, per le sue ricchezze, pel suo lusso, per la colossale sua idolatria e per tutti i vizi che sono la conseguenza inevitabile del sensualismo e del culto dei demoni. La capitale di quell’impero singolarmente si distingueva per la corruzione degli innumerevoli suoi abitanti. – Egli è provato dal fatto che i grandi centri di popolazione furono sempre e sono tuttavia grandi focolari di corruzione, fisica e morale. Quale pertanto doveva essere la depravazione della città, di cui vogliamo parlare! – Nella cinta delle sue mura ch’eran alte cento piedi, e di tale larghezza da potervi correr sopra tre carri di fronte, e fiancheggiate da mille e cinquecento torri, alte due cento piedi, Ninive chiudeva in un sì sterminato ambito la popolazione di tutto un regno. Tre giornate di marcia bastavano appena per attraversarla. – In mezzo al tumulto di questa immensa città ubriaca di voluttà e sozza di abominazione, il cui grido di vendetta era giunto al cielo, risuona ad un tratto la voce di un uomo sconosciuto. Quest’uomo è un Profeta, e la sua voce diceva: « Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta. » A questa minaccia, confermata dai miracoli, il Re per primo rientra in se stesso. Egli scende dal suo trono e si umilia, e tutto il popolo ne imita l’esempio. La dissipata, l’orgogliosa, la splendida e voluttuosa Ninive si copre di cenere e di cilizio: prega, digiuna, piange e si pente: Essa è salva. – L’esempio di Ninive è un immortale insegnamento lasciato alle nazioni colpevoli. Se esso mostra con quale estrema facilità Iddio apra ad esse le sue braccia paterne, indica loro altresì qual sia l’unico mezzo di ottenere misericordia. Così per i popoli, come per gli individui, il pentimento è la prima condizione del perdono. Invece di ostinarsi nella ribellione, e di correre ansiosamente in cerca di mezzi impossibili per trarsi fuora dai mali passi, nei quali si è gettato, il secolo decimonono rivolga i suoi sguardi a Ninive, ed al buon Ladrone, due grandi colpevoli, così di subito convertiti e contenti della loro conversione. Sull’esempio del Re di Ninive, rientrino in se stessi i Re d’Europa, e piangano le loro iniquità: che i popoli imitino i Re, e da ogni petto prorompa il grido salutare: « Smarrimmo la via di verità: Ergo erravimus: » e tutte le questioni sociali saranno risolute all’istante. La società sconvolta si raffermerà sulle sue basi fondamentali, la rivoluzione sarà vinta, e per quanto lo permettano le condizioni della vita presente, la pace regnerà sulla terra. – Pentirsi o perire: tale è l’alternativa alla quale il secolo decimo nono [analoga considerazione vale anche per il secolo presente, il XXI –ndr.-] non può più sfuggire. In luogo di sceglier la morte, perché non preferirebbe egli la vita? Né il numero, né l’enormità dei suoi colpevoli eccessi debbono sgomentarlo. « Allorquando si vedono, dice un Padre della Chiesa, aprirsi le porte del Cielo e spalancarsi innanzi ad un gran ladro, chi mai potrebbe disperare » Fatti animo adunque e sappi volere, gli diremo col Bocca d’oro dell’Oriente. Il male non è dell’essenza di tua natura; dotato come sei di libero arbitrio, lo puoi vincere. Certamente, le tue iniquità sono grandi. Tu sei un secolo dedito al denaro; ma puoi divenire un evangelista. Tu sei un secolo di bestemmie; ma puoi divenire un apostolo. Tu sei un secolo di rapine e di furti; ma puoi rubare il cielo. Tu sei un secolo di pratiche diaboliche; ma puoi adorare il vero Dio. Non v’han catene che non si rompano, non v’han delitti che non si cancellino con la penitenza. Morendo il Redentore del mondo scelse per convertirlo, tutto ciò che vi ha di più reo, affine di non lasciare, fino alla fine dei secoli, alcun sotterfugio allo scoraggiamento. In questo modo egli da te prese commiato [S. Chrysost., Ve Chananæa, n. 2, Opp., t. III, 518.]