Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (13), cap. XXIV

CAPITOLO XXIV.

IMITATORI DEL BUON LADRONE IN OCCIDENTE.

I ladri delle Alpi. — Arresto di S. Martino, sangue freddo del Taumaturgo, suo discorso ad uno dei ladri, conversione subitanea e durevole di costui. — Margherita da Cortona. — Sua origine. — Causa della sua subitanea conversione. — Eroismo della sua virtù. — I due giustiziati della città di Siena.— Loro bestemmie. — S. Caterina. — Conversione istantanea. — Morte edificante. — Il brigante di Napoli.— Sua crudeltà, suo arresto, sua disperazione.— Convertito con l’esempio del Buon Ladrone. — Delicatezza di coscienza. — Assalti del demonio. — Vittoria completa. — Un vecchio peccatore datosi al diavolo. — Bruttato di ogni sorta di delitti. — Convertito da S. Brigida.— Altro a lui somigliante nella persona di Andrea Naddini ricco borghese di Siena. — Giocatore e bestemmiatore. — Convertito da S. Caterina da Siena.— Mandrino.— Sua vita.— Sua conversione.— Sua morte.

Tra gli insigni favori di Dio, bisogna pure annoverar quello d’imbattersi con un santo nel cammin della vita: da un simile avventuroso incontro è dipesa la salute, vale a dire la eterna felicità di una moltitudine di anime, ed anche di molti gran peccatori. L’umile villaggio di Ars può esso pure farne testimonianza, e nel fatto che noi siamo per riferire, come in quelli che esporremo in seguito, brilla luminosamente questa consolante verità. – II gran taumaturgo delle Gallie, s. Martino, portavasi da Poitiers in Pannonia, per rivedere i suoi parenti, e traversando le gole delle Alpi, s’imbatté in una comitiva di briganti. Miracolosamente sfuggito alla scure di uno di quei malviventi, capitò nelle mani di un altro per essere spogliato. Costui strascinò il santo nel fondo della sua caverna, e gli disse : « Chi sei tu che non temi di venire a morire per mano dei ladri? » Martino rispose: « Io sono cristiano, e non solo non temo la morte, ma non fui mai così tranquillo come in questo momento, perché son sicuro che Iddio vien sempre in aiuto dei suoi servi nelle loro necessità. Per te piuttosto io temo la morte eterna, sorte inevitabile di un assassino tuo pari, a meno che non ti converta, e sull’esempio del Ladrone del santo Evangelio, tu non faccia dimenticare le tue passate iniquità con una vita di sincera, benché tarda penitenza. » E per incoraggiarlo, il santo gli promise, quando volesse profittare dei suoi consigli, di ottenergli questa grazia dalla divina misericordia. La parola del coraggioso vescovo fu come una spada che trapassò il cuore dell’assassino, e prendendo per mano il santo, ei lo ricondusse sano e salvo sulla sua strada, e non se ne separò, se non dopo di avere con la più viva insistenza strappata la assicurazione del promesso beneficio. L’uomo di Dio tenne la parola, e per l’efficacia delle sue preghiere, non solo quel masnadiere lasciò il suo scellerato genere di vita, ma abbracciò con ardore la carriera della penitenza, nella quale perseverò fino alla morte [Sulp. Sever., Vita B. Mart., c. IV]. Traversiamo ora le Alpi con s. Martino, e mentre egli segue la sua via per le terre Lombarde, prendiamo noi la via della Toscana. Eccoci al piccolo villaggio di Laviano. Vedete voi quella giovine sì svelta, vanitosa e dotata della più rara bellezza? Malcontenta della sua matrigna ama piuttosto di frequentare le strade del villaggio, che starsi raccolta nelle domestiche mura. A un signore di Montepulciano, ricco proprietario di quella contrada, diede nell’occhio la incauta giovine; e la vanità da un lato, e dall’altro la passione si posero facilmente d’accordo. La giovane Margherita non è più padrona di se: ella già trovasi nella città di Montepulciano, ed abita nel magnifico palazzo del seduttore. Formati appena, tutti i suoi capricci son soddisfatti; le più ricche stoffe sono il suo corredo; nelle sue chiome brillano le gemme più preziose; ella vince nel lusso tutte le grandi dame della città. Ovunque siano feste, si è certi d’incontrarla. Scandalo pubblico, e scandalo di ogni giorno, ella passa nove anni in così reo disordine. Che sarebbe stato mai di lei se la divina misericordia non l’avesse ad un tratto arrestata sul cammino dell’inferno? Un giorno, nel quale a tutt’altro pensava fuorché a mutar vita, il suo drudo parte per la campagna. Venuta la notte non si vede tornare. Margherita n’è inquieta. L’indomani ella si pone alla finestra per spiare se venga colui ch’essa attende. Invece del suo diletto, ella vede il di lui cane che a lenti passi, abbassata la testa, sen viene, e fermasi sull’uscio, rompendo in dolorosi guai. Margherita discende, il fido animale ne prende coi denti la veste, e le fa segno di seguirlo. Esso la conduce così alla distanza di qualche miglio dalla città, e giunto ad un boschetto, fermandosi a raspar la terra, scopre il cadavere sanguinoso del suo sventurato amante, che caduto vittima di un assassino quivi era stato a fior di terra sepolto. – A tale spettacolo, Margherita cade a terra svenuta, e tornata in sé, versa amarissime lacrime, e sotto la impressione della grazia, fa sul momento la irrevocabile risoluzione di cambiar vita. Reduce alla città, ella abbandona le sue ricche vesti, dispone ogni cosa per lasciare ben ordinata la casa, e coperta di una vecchia e nera tonaca abbandona quella città, ch’aveva sì lungamente scandalizzata. Il suo primo atto di ravvedimento si fu di andare a gettarsi ai piedi del suo povero padre, e di domandargli perdono con un torrente di lacrime. Questo primo passo non le bastò; per riparare i suoi cattivi esempi, volle essa farne un altro ben più penoso al suo amor proprio. Nella prossima domenica, mentre tutto il popolo di Laviano era nella Chiesa, ella entrò nel luogo santo, ed ascesa coi piedi nudi, il capo raso, ed una corda al collo presso all’altare, prostrata umilmente, non profferisce una sola parola, ma inonda di lacrime il pavimento del Santuario. Terminata poi la sacra funzione, ella si accosta ad una pia signora che altra volta aveva frequentata. Genuflessa a lei dinanzi, alla presenza di tutto il popolo che non l’aveva riconosciuta, Margherita pronunzia queste parole interrotte da singhiozzi: « Signora, ecco a vostri piedi una scellerata peccatrice che ha disonorato la sua famiglia e la sua patria. Confesso di aver indegnamente disprezzato i vostri consigli, e vi scongiuro di dimenticare i mici trascorsi, dei quali sono profondamente pentita. Deh, perdonate le colpevoli follie dei miei giovani anni, com’io supplico umilmente tutti quelli che sono qui presenti di perdonarmi gli scandali che loro ho dati, e li scongiuro di ottenermi da Dio con le loro preghiere un dolore sempre maggiore, perché io faccia una vera ed esemplare penitenza dei miei innumerabili peccati. » –  Tacque e rimase in ginocchio. Gli spettatori tutti ne erano inteneriti e commossi; e tanta è la potenza dell’umiltà per riabilitare un’anima, che la pietà e una specie di venerazione presero nel cuore di tutti il luogo di ogni altro sentimento. Le istanze della dama non valsero a far rilevare Margherita da quell’umile posizione. Silenziosa, immobile, ella prolungò quell’atto eroico fino a che rimase alcuno in quella Chiesa. – Rilevatasi appena, abbandonò Laviano per non tornarvi più, e si recò nella città di Cortona. Ivi tutta sola, in un meschino tugurio, per lunghi anni visse di lacrime, di austerità e di elemosine, e in ultimo di abbondanti consolazioni, di quelle consolazioni, delle quali il buon Pastore si piace di colmare le pecorelle smarrite che tornano all’ ovile; né mai si avverò meglio questa sentenza: il pentimento essere fratello dell’innocenza. Non solamente Margherita divenne una gran santa, ma il fu a segno di operar miracoli; ed il suo corpo conservato intatto già da tre secoli, continua sempre, come quello della pura vergine Teresa, a spandere una celeste fragranza [Vita etc., di F. Marchese, passim.] – Scendiamo ora a Siena, poco lontana da Laviano. In questa città ci attendono due nuovi imitatori di Disma; due vecchi peccatori condannati a supplizi eccezionali per la enormità dei loro misfatti. Già si conducevano al supplizio, e legati su di una carretta, il carnefice lacerava loro le carni con dei pettini arroventati. Nessuno aveva potuto indurli a confessarsi; e simili ai ladroni del Calvario, non cessavano di bestemmiare Dio e quanto vi ha di più santo. La perla del suo secolo, la giovane santa Caterina da Siena era allora presso una sua amica, l’abitazione della quale si trovava sul passaggio di quegli sciagurati. Avvicinandosi a quella, li scorse l’amica di Caterina, e la scongiurò di domandare al Signore la salvezza di quei disperati. Si pose tosto in orazione la Santa, e domandò al divino Maestro di poterli in ispirito accompagnare fino al luogo del supplizio. I suoi voti vennero esauditi. Giunto alla porta della città il tristo corteggio, il misericordioso Salvatore, tutto coperto di piaghe e di sangue, apparve ai due ostinati, chiamandoli al pentimento e promettendo loro il perdono. Mutati in un momento come Disma, chiedono con istanza un confessore, e dando segni di profondo dolore confessarono a quello i loro peccati. Da quel momento le loro bestemmie, come quelle del Buon Ladrone, si cambiarono in benedizioni al Dio delle misericordie, e come Disma, non hanno alcuna ripugnanza di riconoscere che son ben meritevoli della punizione cui vanno incontro, e di ogni più crudele tormento. Tutto il popolo è stupefatto di un cambiamento sì subitaneo ed inaspettato. Gli stessi carnefici rimettono della loro fierezza, e più non osano moltiplicar le ferite a coloro che veggono a tal segno ravveduti e pentiti. Vanno essi pertanto alla morte come ad un festino, ripieni di fiducia, che quel momentaneo supplizio gli metterà tosto al possesso di una felicità compiuta e senza termine [Vita s. Cather. Senen. Ap. Sur. 29. Aprii, p. 939. edit.]. – Par superfluo il far qui notare i tratti di rassomiglianza che passano tra la conversione di questi due malfattori e quella del Buon Ladrone: e potremo conchiudere che la misericordia di Nostro Signore è eternamente la stessa. E poiché siamo in Italia, facciamo una corsa fino a Napoli, e la nostra conclusione vi si troverà confermata da un fatto non meno memorabile. L’anno 1558 fu condotto nelle prigioni di quella città un famoso brigante. Quest’uomo era già da ventotto anni il terrore del paese. Carico di ogni delitto, esso era alla testa di una banda di masnadieri che poneva agli agguati sulla pubblica via, e venuto il momento, la guidava in persona all’assalto dei passeggeri, ai quali non si contentava di rubare la borsa, ma gioiva di toglier puranco la vita con raffinamento di crudeltà. – Conosciutosi appena il suo arresto, alcune sante persone della città di Napoli si posero all’impegno di strappare a satana una simile preda. L’impresa era tanto più difficile, dacché lo sciagurato era caduto nel più profondo abisso della disperazione. Per ritrarvelo, non si rinvenne che un mezzo, e si fu quello di porgli innanzi gli occhi l’esempio del Buon Ladrone. Al pensiero del suo simile perdonato in sul punto di morire ei sente rinascere in cuor suo la speranza. Uno dei più zelanti religiosi di s. Camillo de Lellis, il P. Girolamo Uccello, insiste su quel consolante esempio, visita del continuo il condannato, e diviene 1’invidiabile strumento della sua conversione. « Padre, gli disse un giorno quel feroce brigante, io voglio confessarmi, sono già trentotto anni che non l’ho fatto. » – « Io son qui tutto per voi, risponde il santo religioso. » Alla richiesta del penitente, egli presta pazientemente l’orecchio per quattro giorni consecutivi all’ accusa di scelleratezze, delle quali un sol uomo non pare poter esser capace; e di tempo in tempo, il novello Disma chiede di prender fiato non tanto per riposarsi, quanto per ricercare nella sua memoria ciò che può essergli sfuggito. Fatta la sua confessione colla maggior diligenza ed un’eguale pietà, egli si sente tutto pieno di speranza, e sull’esempio del Buon Ladrone impiega in atti di pietà e di religione il poco tempo che gli resta di vita. Per finire di purificarlo, il demonio, di cui sì lungamente era stato lo schiavo obbediente, gli apparve sotto forma visibile, e duramente lo percosse, come altravolta ebbe fatto a s. Antonio, e lo tormentò con un tremito convulsivo dì tutta la persona. La calma finalmente gli fu resa, sopravvenne la morte; ed il brigante del Lazio divenne il fortunato ladro del paradiso: Paradisum feliciter prædatus. [Annal. Cleric. Regai. Ministr. infirm. n. 22. an. 1558]. – Dall’oriente prendemmo le mosse per la ricerca dei miracoli della divina misericordia, ed è pur là che noi vogliamo terminare. Ma prima di abbandonare l’Occidente, citiamo ancora alcuni esempi della rapidità, con la quale la tenerezza del nostro Padre celeste opera sopra i più grandi peccatori, qualunque sia la specie delle loro iniquità. – La illustre principessa di Svezia, Santa Brigida, riferisce il seguente fatto. « Eravi un uomo di mondo, grande per la sua prosapia, che era fra le più illustri della terra, ma più grande ancora per le sue ricchezze e per i suoi vizi. All’età di sessanta anni mai erasi egli confessato, né accostato mai alla mensa eucaristica. Colpito da una mortale infermità, egli era per esser sepolto nell’inferno. Io il feci avvertire dal mio confessore del prossimo gravissimo pericolo ch’egli correva, e sulle prime egli finse di aver perduta la parola: poi disse che non aveva bisogno di confessarsi, avendolo già fatto con assai frequenza. Con questa bugiarda risposta lo sciagurato deluse per due o tre volte la pia sollecitudine del sacerdote. Allora, profondamente commossa dal misero stato di quell’uomo, apertamente gli feci dire per parte di Nostro Signore: Voi siete posseduto da sette demoni, ed ecco perché avete vissuto nell’abitudine dei sette peccati mortali. In questo stesso momento, satana è nel vostro cuore in luogo di Dio, e bentosto esso farà di voi la sua vittima per tutta l’eternità. – Non vi è tempo a perdere; pentitevi al più presto, e Dio vi perdonerà. « L’avvertimento commuove quel cuore di bronzo, e ne fa scaturire una fontana di lacrime. Quale speranza, domandò egli al sacerdote, può mai restare ad un miserabile mio pari? Quando i vostri peccati, rispose il ministro di Dio, fossero infinitamente più enormi e più numerosi, io ve ne prometto con giuramento ed in nome di Dio il sicuro perdono, purché dal vostro canto non più indugiate a fare ciò che è debito vostro di fare. « Confortato da questa promessa, l’infermo piangendo e singhiozzando rispose così: Io ho disperato della mia salute, perché mi son dato al demonio: Homagium feci Diabolo, che mi ha parlato un grandissimo numero di volte. Per questo motivo giunto all’età di sessanta anni mai mi son confessato né comunicato; e quando gli altri sì comunicavano, io allegava dei pretesti per astenermene. Ora, Padre mio, ve lo confesso, io non ricordo di aver mai versato lacrime, come quelle che verso in questo momento. – « Avendo così parlato, ei si confessò ben quattro volte in quel medesimo giorno, e purificato da questa ripetuta confessione, ricevé con grande amore il corpo santissimo di Gesù; e sei giorni appresso spirò dolcemente l’anima pieno di fermissima confidenza nella misericordia di Dio. » 1, S. Brìgid. Revel. lib . VI. c. XCVII; Blosius, In monile, c . II.] – Nel nostro secolo d’invasione satanica, quante volte un sacerdote, che abbia fatto lungo esercizio del suo ministero, non si trova esposto all’incontro di simili casi? Intendiamo parlare di peccatori che muoiono impenitenti, per essersi dati a delle pratiche infernali, o per avere indirettamente dato al demonio la padronanza della loro anima, abbandonandosi senza ritegno a tutte le concupiscenze. Arrivano essi al termine della vita, senza alcuna speranza, duri di cuore al pari del marmo, freddi come il ghiaccio, e talvolta con la bestemmia sul labbro. Faccia Iddio che il precedente esempio e quello che segue, siano per essi, come per il sacerdote, una ragione per non mai disperare. – L’anno di Nostro Signore 1370 viveva in Siena un borghese chiamato Andrea Naddini. Ricco di beni temporali, ma povero di virtù, pieno di vizi e coperto di delitti, passava egli la sua vita a giuocare ed a bestemmiar Dio ed i santi che detestava. All’età di quarant’anni venne assalito da mortale infermità che ben presto lo ridusse agli estremi. Buon numero di religiosi e di pie donne vennero a visitarlo, ed il suo parroco fece quanto era mai possibile per indurlo a ricevere i Sacramenti. Ma l’infelice che da moltissimi anni non aveva neppur messo piede in una chiesa, e che era abituato a disprezzare preti e frati, respinse, come un vero disperato, qualunque esortazione. – Fra Tommaso Domenicano, confessore di s. Caterina, informato di quanto avveniva nella casa dell’infermo, va a trovare quell’ammirabile eroina, e le raccomandò di pregare col più gran fervore per quell’anima vicina a perdersi. La Santa si pose tosto a piangere e supplicare; ma Nostro Signore le disse: « I peccati di quel bestemmiatore son giunti fino al cielo. Senza parlare degli altri, egli ha spinto la sua empietà fino a gettar al fuoco un quadro, nel quale Io con mia Madre ed alcuni santi era rappresentato. Le fiamme dell’inferno sono un conveniente castigo per un tal sacrilegio. » Afflitta, ma non scoraggiata Caterina, divorata com’era dalla sete della salvezza delle anime, non cessò dal piangere sulla sorte di quel peccatore; raddoppiò le preghiere inondando di lacrime i piedi del suo Crocifisso. Quegli ch’era venuto dal cielo in terra per salvare tutto ciò ch’era perduto, Gesù lasciasi piegare da tanta e sì amorosa insistenza: apparisce ad Andrea coricato sul suo letto di morte, lo esorta a confessare i suoi peccati, e gli promette, se il facesse, di perdonargli tutto. A quelle parole, il moribondo ritrova tutte le sue forze, e con voce sonora esclama: « Io vedo Nostro Signor Gesù Cristo, Egli vuol ch’io mi confessi. Si corra dunque a cercarmi un sacerdote. » Indicibile è la gioia degli astanti, e si corre alla ricerca del santo ministro; giunto il quale, Andrea si confessa, amaramente piangendo; detta poi il suo testamento, e subito dopo felicemente varca il terribile passaggio dal tempo all’eternità. [Vita s. Catri. Sin., ubi supra.]. Anche una volta, questo esempio dimostra quanto grande è la grazia che ci dà Iddio, allorché sul cammino della vita ci fa incontrare un santo. Preghiamo pertanto il Padre delle misericordie d’inviare presso ai peccatori moribondi qualcuno dei suoi amici privilegiati, che preghino espressamente per essi. – Prima di abbandonar l’Occidente, abbiamo da ricordare un ultimo fatto. Crederemmo di meritarci rimprovero se lo passassimo sotto silenzio, mentre anch’esso prova con la più consolante chiarezza la inesauribile bontà di Dio verso i più grandi peccatori, e la rapidità con cui la sua grazia agisce sui cuori più induriti e ribelli. – Tutti sanno chi fosse Mandrino, uno dei più famosi briganti dei tempi moderni; ma da pochi per quanto crediamo è conosciuta la sua morte. Nato nel 1714 a Saint-Etienne-Saint-Geoire villaggio del Delfìnato da un padre disertore, che dai suoi più giovani anni lo addestrò al furto, Luigi Mandrino bentosto sorpassò il suo maestro. – Ai venti anni, egli era già a capo di una masnada di banditi. In sulle prime fu fabbricante di moneta falsa, poi contrabbandiere in grande, poi ladro brigante, quindi incendiario, e finalmente assassino. Con la sua banda composta di quaranta in cinquanta uomini a cavallo, ei viveva or nelle caverne, ora sulle montagne e fra le rovine di abbandonati castelli. Nel corso di quindici anni riempì la Francia intera del grido delle sue gesta; portò il terrore, l’assassinio, il saccheggio in molte delle nostre province, rubando fin le casse dello stato, lottando spesso con la forza armata e sfuggendo a tutte le sue persecuzioni. Una tal vita doveva aver pure il suo termine. Tradito da uno dei suoi, Mandrino fu arrestato di notte tempo, e legato da capo a piedi fu condotto, anzi trascinato a Valenza, ov’egli giunse il 10 di maggio 1755. La fama del suo arresto attirò un gran concorso di popolo. Da ogni parte si veniva per vedere questo famoso brigante, nel quale si pensavano alcuni di trovar qualche cosa di grande, quasiché esser vi potesse della grandezza nel delitto. Vero si è che Mandrino era grande della persona, di gagliardìa non comune, e dotato di una gran presenza di spirito, e d’ingegno fertile in ripieghi ed espedienti. A tutto questo egli aggiungeva un’audacia che non conosceva ostacoli, e non indietreggiava innanzi a qualsivoglia pericolo. Non si richiese gran tempo per la istruzione del suo processo, essendo ogni cosa ben nota e provata. Sin dalle prime, gli fu presentato un confessore, ch’egli rifiutò. La malvagità dominava ancora in quell’anima di ferro. Andò poi a visitarlo un Gesuita che gli fece travedere la sua prossima fine. L’ora della misericordia era suonata; e il Dio delle misericordie che aveva convertito Disma sulla croce, convertiva Mandrino sulla rota del supplizio. Quell’uomo sì feroce divenne docile, senza che cessasse di essere fiero. Era però entrato nel suo cuore il rimorso; confessò i suoi delitti e pianse. – Il 26 maggio montò sul palco, che riguardò senza orgoglio e senza debolezza. Volgendosi al popolo, sollevò gli occhi e le mani al cielo, e disse: « Or ecco la fiacche tu mi preparavi, maledetta passione dell’oro. Io vissi nel delitto, e muoio nell’obbrobrio. Io versai il sangue innocente, e vado ora a versare il mio. Possa il mio nome infausto essere dimenticato insieme con i miei delitti, e possa espiar questi col mio dolore ed il mio supplizio » – Dopo queste parole, Mandrino non trattenne il pianto, e fece piangere tutti gli astanti. Egli rese umili grazie al suo confessore, abbracciò il suo carnefice, e si adagiò sul letto doloroso del supplizio che l’aspettava. « Ah! gridò egli versando amare lacrime, qual momento è questo, mio Dio, e come avrei dovuto prevederlo! » Gli furono rotte le braccia, le gambe, le cosce e le reni. Egli morì cogli occhi rivolti ai cielo. [Régley, Vie de Mandrin, p. 145, in 12. Chambéry, 1755].