CALENDARIO LITURGICO della Chiesa Cattolica: NOVEMBRE [2017]

NOVEMBRE

è il mese che la Chiesa dedica alle Anime Sante del Purgatorio

L’espiazione del peccato.

Ogni peccato causa al peccatore due danni, perché insudicia l’anima e la rende passibile di castigo. Dal peccato veniale, che implica un semplice disgusto del Signore e la cui espiazione dura soltanto qualche tempo, si arriva alla colpa mortale, che implica difformità e rende il colpevole oggetto di abominio davanti a Dio, sicché la sanzione non può essere che un bando eterno, se l’uomo non previene col pentimento, in questa vita, la sentenza irrevocabile. Però, anche cancellando il peccato mortale, si evita la dannazione, ma non ogni debito del peccatore è sempre cancellato. È vero che un’eccezionale sovrabbondanza di grazia sul prodigo può talvolta, come avviene regolarmente nel battesimo e nel martirio, sommergere nell’abisso dell’oblio divino anche l’ultima traccia del peccato, ma è cosa normale che, in questa vita o nell’altra, la giustizia sia soddisfatta per ogni peccato.

Le indulgenze.

È noto come la Chiesa in questo assecondi il desiderio dei suoi figli e, con la pratica delle Indulgenze, metta a disposizione della loro carità un tesoro inesauribile al quale di epoca in epoca le soddisfazioni sovrabbondanti dei Santi si aggiungono à quelle dei martiri, a quelle di Maria Santissima e alla riserva infinita delle sofferenze del Signore. Quasi sempre la Chiesa permette che queste remissioni di pena concesse col suo potere diretto ai viventi siano applicate ai morti che non appartengono più alla sua giurisdizione, per modo di suffragio, nel modo cioè che abbiamo veduto. Per cui ogni fedele può offrire a Dio, che lo accetta, il suffragio o soccorso delle proprie soddisfazioni. È sempre la dottrina di Suarez, il quale insegna pure che l’Indulgenza ceduta ai defunti nulla perde dell’efficacia e del valore che avrebbe per noi che siamo ancora in vita. – Le Indulgenze ci sono offerte dappertutto e in tutte le forme e dobbiamo saper utilizzare questo tesoro, ottenendo misericordia alle anime in pena. Vi è miseria più toccante della loro? É così pungente che nessuna miseria della terra l’uguaglia e tuttavia così degna che nessun lamento turba il « fiume di fuoco, che nel suo corso impercettibile le trascina poco a poco all’oceano del paradiso » (Mons. Gay, Vita e virtù cristiane. Della carità verso la Chiesa, 2). Per esse il cielo è impotente perché in cielo non si merita più e Dio stesso, infinitamente buono, ma infinitamente giusto, non può concedere la liberazione, se non hanno integralmente pagato il debito che le ha seguite oltre il mondo della prova (Mt. V, 26). E il debito forse fu contratto per causa nostra, forse insieme con noi e le anime si volgono a noi, che continuiamo a sognare piaceri mentre esse bruciano, e potremmo con facilità abbreviare i loro tormenti! Abbiate pietà di me, abbiate pietà di me voi almeno che siete miei amici, perché la mano del Signore mi ha raggiunto (Giob. XIX, 21). (Dom. Guéranger: l’Anno Liturgico – 1957]

SEQUENZA DIES IRÆ

Dies iræ, dies illa
Solvet sæclum in favílla:
Teste David cum Sibýlla.

Quantus tremor est futúrus,
Quando judex est ventúrus,
Cuncta stricte discussúrus!

Tuba mirum spargens sonum
Per sepúlcra regiónum,
Coget omnes ante thronum.

Mors stupébit et natúra,
Cum resúrget creatúra,
Judicánti responsúra.

Liber scriptus proferétur,
In quo totum continétur,
Unde mundus judicétur.

Judex ergo cum sedébit,
Quidquid latet, apparébit:
Nil multum remanébit.

Quid sum miser tunc dictúrus?
Quem patrónum rogatúrus,
Cum vix justus sit secúrus?

Rex treméndæ majestátis,
Qui salvándos salvas gratis,
Salva me, fons pietátis.

Recordáre, Jesu pie,
Quod sum causa tuæ viæ:
Ne me perdas illa die.

Quærens me, sedísti lassus:
Redemísti Crucem passus:
Tantus labor non sit cassus.

Juste judex ultiónis,
Donum fac remissiónis
Ante diem ratiónis.

Ingemísco, tamquam reus:
Culpa rubet vultus meus:
Supplicánti parce, Deus.

Qui Maríam absolvísti,
Et latrónem exaudísti,
Mihi quoque spem dedísti.

Preces meæ non sunt dignæ:
Sed tu bonus fac benígne,
Ne perénni cremer igne.

Inter oves locum præsta,
Et ab hœdis me sequéstra,
Státuens in parte dextra.

Confutátis maledíctis,
Flammis ácribus addíctis:
Voca me cum benedíctis.

Oro supplex et acclínis,
Cor contrítum quasi cinis:
Gere curam mei finis.

Lacrimósa dies illa,
Qua resúrget ex favílla
Judicándus homo reus.

Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu Dómine,
Dona eis réquiem.
Amen.

 

[Giorno d’ira sarà quello: il fuoco distruggerà il mondo come disse David con la Sibilla. – Qual terrore vi sarà, quando verrà il giudice ad esaminare tutto con rigore! – La tromba spanderà il suono mirabile sulle fosse della terra, radunerà tutti presso il trono. – Stupirà la morte e la natura, quando la creatura risorgerà per rispondere al Giudice. – Sarà aperto il libro scritto, dove è tutto quello riguardo a cui il mondo sarà giudicato. – Quando il Giudice si assiderà, tutto ciò che è occulto sarà svelato: niente resterà segreto. – Misero che sono! che dirò allora? A chi mi raccomanderò se appena il giusto sarà sicuro? – O Re di tremenda maestà, che salvi gratuitamente gli eletti, salvami, o fonte di pietà. – Ricorda, o Gesù pio, che io son la causa della tua venuta: non mi dannare in quel giorno. – Ti affaticasti a cercarmi, per salvarmi hai sofferto la croce: non sia vano tanto lavoro. – Giusto giudice vendicatore, dammi la grazia del perdono avanti il giorno dei conti. – Come reo gemo, la colpa copre di rosso il mio volto, o Dio, perdona a chi ti supplica. – Tu che assolvesti la Maddalena ed esaudisti il ladrone, da’ anche a me la speranza. – Le mie preghiere non son degne, ma tu buono e pietoso fa’ che non bruci nel fuoco eterno. – Mettimi tra le pecorelle, e separami dai capretti, ponendomi dalla parte destra. – Condannati i maledetti, e consegnatili alle orribili fiamme, chiama me coi benedetti. – Ti prego supplice e prosteso, col cuore contrito come la cenere, abbi cura del mio fine. – Giorno di lacrime sarà quello in cui dalla cenere l’uomo reo risusciterà per essere giudicato. – A lui dunque perdona, o Dio. O pio Signore Gesù, dona loro il riposo. Così sia.]

Le FESTE del mese di NOVEMBRE

1 Novembre Omnium Sanctorum  –  Duplex I. classis *L1*

2 Novembre In Commemoratione Omnium Fidelium Defunctorum – Duplex I. classis *L1*

3 Novembre I Venerdì

4 Novembre S. Caroli Epíscopi et Confessoris  Duplex I Sabato

5 Novembre Dominica XXII Post Pentecosten II. Novembris  Semiduplex Dominica minor

8 Novembre In Octavam Omnium Sanctorum  –  Duplex majus

9 Novembre In Dedicatione Basilicæ Ss. Salvatoris  –  Duplex II. classis *L1*

10 Novembre S. Andreæ Avellini Confessoris  – Duplex

11 Novembre S. Martini Epíscopi et Confessoris   – Duplex *L1*

12 Novembre Dominica XXIII Post Pentecosten III. Novembris  Semiduplex Dominica minor *I* – Martini Papæ et Martyris

13 Novembre S. Didaci Confessoris  – Semiduplex

14 Novembre  S. Josaphat Epíscopi et Martyris  –  Duplex

15 Novembre S. Alberti Magni Epíscopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

16 Novembre  S. Gertrudis Virginis – Duplex

17 Novembre   S. Gregorii Thaumaturgi Epíscopi et Confessoris  –  Duplex

18 Novembre  In Dedicatione Basilicarum Ss. Apostolorum Petri et Pauli    Duplex *L1*

19 Novembre  Dominica VI Post Epiphaniam IV. Novembris – Semiduplex Dominica minor *I* Elisabeth Víduæ

20 Novembre  S. Felicis de Valois Confessoris – Duplex

21 Novembre In Præsentatione Beatæ Mariæ Virginis  –  Duplex

22 Novembre  S. Cæciliæ Virginis et Martyris  – Duplex *L1*

23 Novembre  S. Clementis Papæ et Martyris  –  Duplex

24 Novembre  S. Joannis a Cruce Confessoris et Ecclesiæ Doctoris -Duplex

25 Novembre S. Catharinæ Virginis et Martyris  –  Duplex

26 Novembre S. Silvestri Abbatis  –  Duplex

30 Novembre S. Andreæ Apostoli  –  Duplex II. classis *L1*

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (14), cap. XXV

CAPITOLO XXV.

IMITATORI DEL BUON LADRONE IN ORIENTE.

I sette ladroni nell’isola di Cipro. — Convertiti da due discepoli di S. Paolo.— Prigionieri com’essi. — Divenuti gloriosi martiri. — Loro nomi. — La grande cortigiana di Antiochia. — Suo prestigio. — Suo lusso. — Storia particolareggiata della sua conversione. — Suo battesimo. — Suo vero nome. — Sua penitenza.— Sua morte in Egitto. — David brigante ed assassino, convertito subitamente, e divenuto un fervente solitario ed un taumaturgo. — Un altro ladrone solidamente convertito. — Santità della sua vita. — Eroismo della sua morte. — Conversione collettiva. — Incoraggiamento al secolo XIX. — I Niniviti. — Quello che erano. — Estensione e magnificenza della loro città riconosciute per la recente scoperta delle sue rovine.

Diciamo addio all’Europa, e torniamo ai luoghi donde ebbe principio il nostro viaggio. Nel passare per l’isola di Cipro penetriamo nelle sue prigioni. Osservate nel fondo di quella segreta due illustri discepoli di s. Paolo, Giasone e Sosipatro, prigionieri di Gesù Cristo. Stanno insieme con essi sette ladroni arrestati poc’anzi nelle montagne. Volete voi saperne i nomi? Essi son degni di essere conosciuti, dappoiché non più si trovano scritti negli annali del delitto, ma son nei fasti della gloria. Eglino erano chiamati Faustino Saturino, Gennaro, Marsalio, Eufrasio, Iascicolo e Mammio. Imitatori del Buon Ladrone nella sua vita di brigantaggio, noi li vedremo divenire imitatori della sua conversione. È affatto proprio de’ santi, animati dallo spirito del Salvatore, l’aver pietà dei peccatori, e, può dirsi, pietà proporzionata alla morale miseria di costoro. Giasone e Sosipatro sono incatenati, ma la parola di Dio non lo è già. Eglino la rivolgono ai loro compagni di pena: essa è ascoltata, compresa e gradita. I novelli Disma non indugiano a domandare il battesimo, Io ricevono, e poco stante muoiono coi loro evangelisti, ma non come ladri, sebbene come confessori e martiri. Annualmente il 29 aprile la Chiesa solennizza nel suo Martirologio questo novello trionfo della misericordia [Martyrol. Rom., 29 Aprile..] – Or eccoci tornati in Antiochia capitale della Siria. Una conversione non meno miracolosa ci attende. Lasciamo ad un testimonio oculare il compito di esporne il fatto e le circostanze. « Una discussione importante aveva riuniti molti vescovi in Antiochia, e di questo numero era Nono, il mio santo vescovo. Egli era un uomo ammirabile, vissuto da perfetto solitario nel monastero di Tabenne. Essendo i prelati assisi innanzi alla porta del tempio, pregarono Nono, il mio santo pastore, di tener loro un qualche spirituale discorso. Egli accingevasi a secondare il lor desiderio, allorché vedemmo passare a cavallo la più rinomata commediante di Antiochia, in grandissima pompa e sì riccamente vestita, che sembrava un ammasso di oro, di perle, e di pietre preziose; poiché non contenta che le sue vesti ne fossero ornate a dovizia, pur anco i calzari n’eran coperti. Ella veniva accompagnata da gran numero di giovani e di fanciulle riccamente vestiti, dei quali alcuni la precedevano, ed altri la seguivano. « Sì grande era la sua bellezza, che gli uomini del secolo non potevano saziarsi dal guardarla; sebbene ella non avesse fatto altro che passare, tutto all’intorno olezzava di soave fragranza, per le odorose essenze delle quali ella era profumata. Tutti quei vescovi al vederla passare con tal corredo di seduzioni, senza un velo sul capo né sulle spalle affatto scoperte, con un contegno sì poco modesto, gemerono in lor cuore senz’aprir bocca, e come dalla vista di un gran peccato, volsero altrove lo sguardo. – « Non così il santo vescovo Nono; egli la considerò lungamente, e quando fu passata, volgendosi ai vescovi ch’eran seduti con esso lui, disse loro: Non avete voi trovato un gran piacere nel contemplare la singolare bellezza di quella donna? Né rispondendo nessuno di essi a tale domanda, egli piegò il capo sulle sue ginocchia, e sciogliendosi in lacrime, ripeté ancora a quei suoi compagni: Non provaste voi un gran diletto nel contemplare la singolare bellezza di quella donna? E non ottenendo alcuna risposta, soggiunse: Io dal canto mio ne ebbi una grandissima compiacenza, perché Iddio la porrà un giorno dinanzi al suo formidabile trono, per servirsene a giudicare noi stessi. Imperocché, miei cari fratelli, quante ore credete che abbia ella impiegate ad abbigliarsi per piacere al mondo? E noi quanta cura e sollecitudine mettiamo a purificare le anime nostre, ed a farle belle di virtù per piacere a Dio? « Ciò detto, ei mi prese per mano, ed essendo giunti insieme al suo alloggio, nel quale pur io avevo una cella, egli entrò nella sua stanza, e prosteso a terra esclamò, picchiandosi il petto: O Gesù, mio Signore e mio Maestro, abbiate pietà di me povero peccatore, che in tutta la mia vita non ebbi mai tanta premura di abbellire l’anima mia, quanta n’ebbe in un sol giorno quella donna di mondo per adornare il suo corpo. « Il giorno dopo ch’era domenica, tutti i vescovi furono presenti per assistere alla messa solenne. Dopo il Vangelo l’Arcivescovo d’Antiochia prendendo il libro degli Evangeli lo presentò al vescovo Nono, pregandolo a voler istruire il popolo. Prendendo allora la parola, fece egli un discorso pieno di quella divina sapienza ch’era in lui, e che nulla aveva di affettato, di sottile, né di superfluo. Con semplici e naturali parole egli così al vivo rappresentò il giudizio finale, che tutti gli uditori ne furono estremamente commossi. « La provvidenza volle che la famosa cortigiana, della quale parlava poc’anzi, si trovasse presente a quel commovente discorso; e non avendo essa avuto mai alcun sentimento dei suoi peccati, il timor di Dio giudice fece una tale impressione sul suo cuore, che incominciò a sospirare, e quindi ruppe in un gran pianto senza ch’ella potesse in alcun modo frenarlo. Nell’uscir dalla chiesa, disse a due dei suoi domestici: Rimanete qui, ed allorquando il santo vescovo Nono uscirà dalla chiesa, seguitelo per sapere ove egli alloggi, e venite a dirmelo. I domestici di lei seguirono i nostri passi fino alla nostra abitazione. « Informata che fu della nostra dimora dessa inviò subito al santo vescovo alcune tavolette nelle quali erano scritte queste parole: Al santo discepolo di Gesù Cristo una povera peccatrice discepola del demonio. Io ho appreso che il Dio che voi adorate, è disceso dal cielo sulla terra, non per amore dei giusti, ma per salvare i peccatori. Avendo poi saputo dai cristiani quale e quanta sia la vostra santità, e che da gran tempo servite un sì buon Signore, io vi scongiuro di mostrare come voi siete suo vero discepolo, non tenendo a vile il vivissimo desiderio che ho di avvicinarmi ad esso. Il santo vescovo le rispose, che Iddio conosceva le di lei disposizioni, e che qualora fossero sincere, ella poteva liberamente venire a lui, poiché egli la riceverebbe in presenza degli altri vescovi, e non altrimenti. Questa risposta la ricolmò di tal gioia, che dopo di averla letta e riletta, difilato venne a trovarci nella nostra abitazione. – « Nono al momento radunò i suoi fratelli vescovi, ed ordinò che si lasciasse libera di avanzarsi. Appena entrata, si gettò ai suoi piedi ed abbracciandoli disse: Io ti scongiuro d’imitar Gesù Cristo tuo Maestro facendomi risentire gli effetti della tua bontà. Fammi cristiana, poiché io sono un’abisso di peccati, una voragine di ogni specie d’iniquità. Io ti domando il battesimo, « I santi canoni, le rispose Nono, proibiscono di battezzare una cortigiana, a meno ch’essa non presenti dei ragguardevoli personaggi, che rispondano del suo fermo proposito di non più ricadere negli stessi peccati. « Allora ella strinse più tenacemente i piedi del santo, li bagnò di lacrime, ed avendoli rasciutti con le sue chiome gli disse: Se tu rimetti ad altro tempo il mio Battesimo, benché macchiata di tanti peccati, attribuirò a te quanti ne potrò commettere in avvenire, e tu renderai conto dell’anima mia a Dio. Se differisci di pormi oggi nelle braccia della sua misericordia, io fo voti perché tu lo rinneghi, e venga ad adorare gli idoli. – Tutti i vescovi e sacerdoti presenti, udendo così parlare una gran peccatrice, s’interposero chiedendo premurosamente che si battezzasse. Allora il santo vescovo le disse: Come ti chiami? Ella rispose: Il mio vero nome è Pelagia, ma gli abitanti di Antiochia mi chiamano Perla, a motivo della gran quantità di perle e di altre gemme, di che divenni ricca per i miei peccati; perché io era la bottega più splendida e più magnifica che avesse il demonio. – Pelagia fu battezzata, e rientrata in sua casa, mandò al mio santo vescovo quanto essa aveva di prezioso, gemme, oro, argenti e sontuose vesti, acciò le disponesse come più gli fosse in piacere. L’ottavo giorno dopo il suo Battesimo, ella si levò la notte segretamente, si coprì di un cilizio e di un logoro mantello che il vescovo le aveva dato, abbandonò Antiochia per non più ritornarvi, e andò a chiudersi in un tugurio a Gerusalemme, sulla Montagna degli Olivi, poco lungi dal luogo ove Nostro Signore fece, sudando sangue, la sua ultima preghiera nell’orto. Ivi ella restò quattro anni, separata affatto dal mondo, e vi morì in fine della morte dei predestinati » [Vedi la sua vita scritta da Giacomo Diacono, nelle Vite dei Padri del deserto, t. I, p. 566 e seg.]. – Tale si fu la conversione di questa donna la cui salute pareva disperata. O santa Pelagia, illustre fra tutte le penitenti, ottenete a tutte quelle che avessero avuto la sventura d’imitarvi nel traviamento, la grazia di divenire pur esse monumenti dell’infinita misericordia di Dio! Per un altro genere di peccatori, rivolgiamo la stessa preghiera ai gloriosi penitenti, dei quali ora passiamo a raccontare la storia. – Vivea nel sesto secolo dell’ era nostra, poco lungi dalla città d’Ermopoli in Egitto, un famoso masnadiere per nome David. Spiando incessantemente il passaggio dei viandanti, ei spogliava gli uni, uccideva gli altri, e si bruttava di tanti altri delitti, che nessuno poteva pareggiarlo in crudeltà. Un giorno ch’egli commetteva un audacissimo furto alla testa della sua banda composta di più che trenta assassini, fu d’improvviso colpito da tale un pentimento dei suoi peccati, che abbandonò i suoi compagni, e si diresse al più vicino Monastero. Bussato che ebbe alla porta, il portinaio gli domandò che mai volesse; ed ei rispose: « Voglio farmi eremita. » Quegli andò subito a prevenirne l’Abate, che al momento discese, e vedendo quest’uomo già inoltrato negli anni, il venerabile Abate gli disse: « Tu non potresti rimaner qui; perché le nostre austerità sono sì grandi che alla età tua, non ti sarebbe possibile sopportarle. » « Padre mio, rispose il brigante, ricevimi, te ne scongiuro; non v’ha cosa alcuna ch’io non sia risoluto di fare. » L’ abate continuò a negare per le addotte ragioni. « Ebbene, riprese il ladro, io te lo dichiaro, Padre mio; io sono David, il capo dei briganti che qui vengo per piangere i tanti miei peccati, e ti protesto per il Signore Iddio, che abita nei cieli, che se tu mi respingi, ed io abbia a tornare a vivere come finora ho vissuto, risponderai innanzi a Lui di tutti i delitti che continuerò a commettere. » L’abate commosso ad un tale discorso, lo fece entrare e gli fece indossare l’Abito di eremita. – Questo soldato giovine ad un tempo e vecchio, incominciò immantinente a combattere con tal coraggio nella spirituale milizia, che presto superò in austerità e vigilanza tutti i Solitari compagni, benché fossero settanta di numero. La obbedienza, l’umilia, l’astinenza del novello Disma eran per tutti un continuo soggetto di edificazione. Un giorno ch’era seduto nella sua cella, gli apparve un Angelo e gli disse: « David, Iddio ti ha rimesso tutti i tuoi peccati. » « Il numero dei miei peccati, rispose David, sorpassa quello delle arene del mare! Io non posso credere che in sì breve tempo il Signore mi abbia perdonato. » L’Angelo riprese: « Per aver ricusato di credere che egli avrebbe un figliuolo, Zaccaria fu privato dell’uso della favella; e tu pure ne sarai privo in punizione della tua incredulità. » David cadendo prostrato a terra gli disse: « Quando io passava la mia vita a spargere il sangue umano, ed a commettere tanti altri enormi delitti, avevo libero l’uso della parola, e vorresti tu togliermelo ora, ch’io desidero unicamente di servire Dio, e di pubblicare le lodi della sua misericordia? » — « Quando bisognerà cantare le lodi del Signore, rispose il celeste Messaggero, tu riavrai libera la parola. Fuori di ciò, non sarà più in poter tuo di profferire un sol accento. » Così fu, e 1’umile David proseguì a vivere santamente, operò miracoli, e morì come il suo glorioso modello il beato Disma. [Joan, Mose., c. XXXVII]. – A questa veramente ammirabile conversione, che mostrandoci il subitaneo procedere e la piena efficacia della divina Misericordia, e sì propria a bandire ogni inquietudine dall’animo dei peccatori veramente contriti, se ne aggiunge un’altra, nella quale l’eroismo del pentimento va fino al sublime. – Un gran ladrone, toccato dalla grazia, andò a trovare l’Abate Zosimo di Cilicia, e pregollo in nome di Dio, a volerlo accogliere nel suo Monastero per ritrarlo dal commettere gli assassinii e i delitti d’ogni natura, dei quali si era egli fatta lunga ed imperiosa abitudine. Dopo di avergli diretta una calorosa esortazione, il buon vecchio lo accolse e lo vestì dell’abito di Solitario. Dopo qualche tempo, l’Abate gli disse: « Sentimi, figlio mio, a te non conviene di rimanere qui fra noi. Se la giustizia viene a sapere ove sei, ben presto cadrai nelle sue mani. Or vieni con me, ed io ti condurrò al monastero dell’Abate Doroteo, che è tra Gaza e Majuma. » – Ciò detto, quel venerabile superiore lo prese per mano e lo condusse all’indicato Monastero, ove restò per nove anni, e pieno del primitivo fervore edificò tutti i religiosi per la costante osservanza della Regola. Imparò tutto il Salterio e tutte le preci che bisognava sapere nella pratica della vita monastica. Alla fine poi del nono anno tornò a visitare l’Abate Zosimo, e gli disse: « Padre mio, ti prego di lasciarmi smettere quest’abito santo che tu mi desti, e di rendermi quello ch’io avevo quando venni qui. » Tali parole afflissero profondamente il santo vecchio, che lo richiese del motivo di una tale risoluzione; e quegli rispose: « Io ho passato nove anni in perfetto riposo nel monastero, al quale tu mi conducesti, digiunando il più che mi fu possibile, e vivendo nella continenza, nell’ubbidienza, e nel timor di Dio; il che mi fa sperare che il Signore, per la sua infinita misericordia mi abbia rimesso una gran parte dei miei peccati. Cionondimeno, o ch’io vegli, o che dorma, o che sia nella Chiesa, o al refettorio, e paranco nell’accostarmi alla santa Comunione, io vedo sempre e dappertutto un giovinetto che una volta uccisi, e che sempre mi ripete: Perché bagnasti tu del mio sangue le tue mani? e non mi dà un sol momento di tregua. Ed è perciò, Padre mio, che voglio andarmene, per correre ad espiare con la mia morte un sì gran delitto, avendo ucciso senz’alcun motivo quel giovine. » Dopo questa dichiarazione ei riprese il suo vecchio abito, si diresse a Diospoli; e nello stesso giorno venne arrestato per via, ed il dì seguente ebbe troncata la lesta. [Joan. Mose., c XLVI] Le conversioni che abbiamo fin qui ricordate, ed altre molte che ad esse potrebbero aggiungersi, son fatti individuali capaci d’incoraggiare questo, o quel peccatore in particolare. Ma per determinare il nostro secolo stesso a convertirsi, rimane che per noi gli si mostri la subitanea conversione di un intero popolo. Col provargli che nulla è impossibile alla divina Misericordia, un simile esempio risponderà a tutte le obbiezioni della sua mente e del suo cuore. Cosi lo scoraggiamento farà luogo alla fiducia, la stupida indifferenza al ravvedimento, ed il gran figlio prodigo dirà: « Io mi alzerò per andare dal Padre mio » Morire dopo di aver inteso una tale parola, sarebbe un morir di gioia. – Nell’antico Oriente esisteva un impero, famoso per la sua potenza, per le sue ricchezze, pel suo lusso, per la colossale sua idolatria e per tutti i vizi che sono la conseguenza inevitabile del sensualismo e del culto dei demoni. La capitale di quell’impero singolarmente si distingueva per la corruzione degli innumerevoli suoi abitanti. – Egli è provato dal fatto che i grandi centri di popolazione furono sempre e sono tuttavia grandi focolari di corruzione, fisica e morale. Quale pertanto doveva essere la depravazione della città, di cui vogliamo parlare! – Nella cinta delle sue mura ch’eran alte cento piedi, e di tale larghezza da potervi correr sopra tre carri di fronte, e fiancheggiate da mille e cinquecento torri, alte due cento piedi, Ninive chiudeva in un sì sterminato ambito la popolazione di tutto un regno. Tre giornate di marcia bastavano appena per attraversarla. – In mezzo al tumulto di questa immensa città ubriaca di voluttà e sozza di abominazione, il cui grido di vendetta era giunto al cielo, risuona ad un tratto la voce di un uomo sconosciuto. Quest’uomo è un Profeta, e la sua voce diceva: « Ancora quaranta giorni, e Ninive sarà distrutta. » A questa minaccia, confermata dai miracoli, il Re per primo rientra in se stesso. Egli scende dal suo trono e si umilia, e tutto il popolo ne imita l’esempio. La dissipata, l’orgogliosa, la splendida e voluttuosa Ninive si copre di cenere e di cilizio: prega, digiuna, piange e si pente: Essa è salva. – L’esempio di Ninive è un immortale insegnamento lasciato alle nazioni colpevoli. Se esso mostra con quale estrema facilità Iddio apra ad esse le sue braccia paterne, indica loro altresì qual sia l’unico mezzo di ottenere misericordia. Così per i popoli, come per gli individui, il pentimento è la prima condizione del perdono. Invece di ostinarsi nella ribellione, e di correre ansiosamente in cerca di mezzi impossibili per trarsi fuora dai mali passi, nei quali si è gettato, il secolo decimonono rivolga i suoi sguardi a Ninive, ed al buon Ladrone, due grandi colpevoli, così di subito convertiti e contenti della loro conversione. Sull’esempio del Re di Ninive, rientrino in se stessi i Re d’Europa, e piangano le loro iniquità: che i popoli imitino i Re, e da ogni petto prorompa il grido salutare: « Smarrimmo la via di verità: Ergo erravimus: » e tutte le questioni sociali saranno risolute all’istante. La società sconvolta si raffermerà sulle sue basi fondamentali, la rivoluzione sarà vinta, e per quanto lo permettano le condizioni della vita presente, la pace regnerà sulla terra. – Pentirsi o perire: tale è l’alternativa alla quale il secolo decimo nono [analoga considerazione vale anche per il secolo presente, il XXI –ndr.-] non può più sfuggire. In luogo di sceglier la morte, perché non preferirebbe egli la vita? Né il numero, né l’enormità dei suoi colpevoli eccessi debbono sgomentarlo. « Allorquando si vedono, dice un Padre della Chiesa, aprirsi le porte del Cielo e spalancarsi innanzi ad un gran ladro, chi mai potrebbe disperare » Fatti animo adunque e sappi volere, gli diremo col Bocca d’oro dell’Oriente. Il male non è dell’essenza di tua natura; dotato come sei di libero arbitrio, lo puoi vincere. Certamente, le tue iniquità sono grandi. Tu sei un secolo dedito al denaro; ma puoi divenire un evangelista. Tu sei un secolo di bestemmie; ma puoi divenire un apostolo. Tu sei un secolo di rapine e di furti; ma puoi rubare il cielo. Tu sei un secolo di pratiche diaboliche; ma puoi adorare il vero Dio. Non v’han catene che non si rompano, non v’han delitti che non si cancellino con la penitenza. Morendo il Redentore del mondo scelse per convertirlo, tutto ciò che vi ha di più reo, affine di non lasciare, fino alla fine dei secoli, alcun sotterfugio allo scoraggiamento. In questo modo egli da te prese commiato [S. Chrysost., Ve Chananæa, n. 2, Opp., t. III, 518.]

 

LA GNOSI TEOLOGIA DI sATANA (10) – Eredi moderni –

Qualche EREDE MODERNO della GNOSI

[Elaborato dal vol. “De la gnose a l’œcumenisme”, cap. II, di É. Couvert]

“L’uomo moderno è uno “gnostico senza saperlo”. Come stupirsene? La società di oggi è quasi interamente impregnata da idee massoniche [v. il vol. F. Sarda y Salvani: “Massonismo e Cattolicesimo”, pubblicato in questo blog). Le modalità del pensiero attuale, il cosiddetto pensiero “unico”, sono uscite dalle logge di numerose società, clubs, scuole universitarie e di pensiero, di gruppi di pressione forgiati ed emananti dalle logge. La Chiesa stessa non si è umanamente trincerata contro questa nuova invasione barbarica, molto più devastante di quella dei popoli nordici del passato, poiché essa si accanisce nel demolire ciò che resta della civilizzazione cristiana. [Parliamo naturalmente della “vera” Chiesa Cattolica, quella che dal 1958 è “eclissata” e scorre come un fiume carsico sotto i meandri e le caverne montuose del “mostro conciliare oscurante”, la dove la gnosi impera incontrastata attraverso la massoneria “ecclesiale”]. Non si tratta di fare opera di erudizione, anche perché ne esistono già di diverse, anche mastodontiche nelle loro dimensioni, ma semplicemente di “decantare” queste “forme di gnosi” per ritrovarne le formula primitive [quelle denunciate in precedenza nella serie di questi scritti]; ancor meglio, noi cerchiamo di sforzarci di ritrovare tra i bislacchi “particci” e sotto le coperture mitologiche moderne, le filantropie o zoofilie varie, le grandi direttive del pensiero che si mantiene e inalterato si perpetua sviluppandosi nel corso dei secoli. In effetti esiste una progressione nell’errore, così come nella verità. Determinati spiriti, attirati dall’apparenza di verità che possono contenere i falsi principi, non vedono tutte le conseguenze delle loro affermazioni; ma le generazioni successive ne vedono gli effetti, perché le conseguenze sono contenute implicitamente nelle premesse. Così vedremo che Freud, Jung, Hegel e Marx non hanno mancato di sviluppare la gnosi nella linea della più grande sovversione, per cui la psicanalisi o il marxismo sono delle vere religioni ma completamente invertite, come pure il modernismo teologico. Si può impunemente sostituire il culto di satana a quello di Gesù-Cristo: la sovversione di tutto l’ordine cristiano è “fecondo” di catastrofi apocalittiche; satana rimane l’“omicida”, l’“ingannatore” fino alla consumazione dei secoli. Noi stiamo per dimostrare che la franco-massoneria è l’erede e la vera detentrice e “dispensatrice” della gnosi. Abbiamo già visto come essa pratichi l’amore dell’umanità, che insegni la ruota universale delle cose e l’evoluzione del gran tutto. È dal seno delle logge che sono nati i grandi movimenti contemporanei che si sforzano di divulgare, in una società scristianizzata, le formule e le pratiche della gnosi, insite abbondantemente nell’anti-magistero della setta vaticana del novus ordo che, spacciandosi per Chiesa Cattolica, strombazza attraverso tutti i mezzi di informazione, nella quasi totalità gestiti dalle logge o dai “maestri” superiori, che controllano e censurano le poche voci ancora relativamente libere.

LA PSICOANALISI

Freud ha partecipato regolarmente alle attività della loggia massonica dei B’nai B’rith (= figli dell’alleanza) di Vienna. Egli fu inizialmente attirato dalla “Natürphilosophie”, una sorta di misticismo panteista, ricavato in particolare dagli scritti massonici di Goethe, aderente anch’egli a questa medesima loggia dei B’nai B’rith (loggia di soli componenti ebrei veri o più di frequente di coloro che si dicono ebrei, ma non lo sono: i falsi kazari). Egli seguì le idee di Jacob Frank. Quest’ultimo insegnava che “ogni cosa era santa”, che in Dio c’è  la radice del male, ma che questo male risultava solo dalla dispersione delle “scintille divine” (cioè le anime) e che gli uomini dovevano librarsi al male per rassomigliarle. Il peccato, egli dice, è santo, bisogna immergervisi; … è il nuovo Messia [o meglio anti-Messia]. L’idea fondamentale dello “scienziato” Freud è che bisogna sbarazzarsi di tutte le leggi religiose e principalmente della Thorah. Egli trae le sue conclusioni dalla cabala che è la forma essenzialmente giudea della gnosi. Si dice nel “libro dello zohar” (dello splendore):  « Con questo albero (quello della conoscenza), Dio creò il mondo; mangia dunque da questo frutto e sarai simile a Dio, perché conoscerai il bene ed il male; poiché è per questa conoscenza che egli è Dio. Magia dunque e sarai creatore dei mondi. Dio sa tutto ciò ed è per questo che vi proibisce di mangiare questo frutto; perché è un artigiano (“un demiurgo”), ed un artigiano detesta tutti i colleghi che esercitano il suo stesso mestiere ». Noi riconosciamo in questa, una delle tesi classiche della gnosi, ma con un nuovo sviluppo. In effetti se il male ha la sorgente in Dio, esso vi coesiste con il bene che ha essenza divina. Dunque in Dio (il gran tutto-pleroma) il male ed il bene sono intercambiabili. Se l’uomo mangia del frutto dell’albero della gnosi, conoscerà il bene ed il male; egli ne sarà il maestro; è lui che definisce cosa sia l’uno e l’altro e da se stesso stabilirà la sua legge. In un colpo: … ecco il Creatore! Adamo ed Eva non hanno voluto tirare le conseguenze di un tale regalo! [regalo del serpente]; noi abbiamo detto in precedenza  che la Psicoanalisi sia il più grande tentativo intrapreso dal mondo moderno per scagionare l’uomo, per togliergli la responsabilità dei propri atti, “liberarlo” dai suoi scrupoli di coscienza e permettergli di darsi senza segreti e remore alle sue pulsioni istintive. Dio, dice Freud, è l’immagine che produce il sentimento di colpa. La malattia della nevrosi proviene da questo [eziologia propriamente scientifica!]. Bisogna trovare una contro immagine: sarà satana che permette a tutte le pulsioni della “psiche” di aprirsi, di essere accessibili alla coscienza, di essere accettate come liberatrici. satana prende il posto di Dio, egli ha vinto questa immagine soffocante del Padre; egli ha dato alla nevrosi il sollievo che essa attende; ha così appagato la sua angoscia. Tale è il tema essenziale della “scienza dei sogni”. Jung aggiunge a questa impresa di “liberazione”, già di per se stessa luciferina e priva di ogni logica razionale, la nozione di “inconscio collettivo”; “la parola, egli dice, è inerente ad un sé superiore che sarà il centro di una personalità psichica totale, illimitata ed indefinibile … e pertanto « non c’è che una umanità dotata di un’anima sola ». Siamo in pieno panteismo! Questa grande anima illimitata ed indefinibile è il “pleroma” degli gnostici, che contiene tutte le “scintille” disperse nei corpi degli uomini, e che bisogna raccogliere con la pratica del “santo peccato”, come diceva appunto l’altro figlio dell’alleanza [… alleanza con satana] Jacob Frank.

La nozione di INCONSCIO

La parola ed il concetto di inconscio appare per la prima volta presso Fichte ed Hegel. La psicoanalisi ne ha fatto da allora un uso delirante. La necessità dell’inconscio è apparsa nei filosofi idealisti o soggettivisti senza che essi spieghino l’apparizione delle idee nell’anima. Nei filosofi realisti, ad esempio san Tommaso d’Aquino, la percezione dell’oggetto sveglia nella nostra anima una facoltà intenzionale che, applicandosi a questo oggetto ne trae l’idea intellegibile (S. Tommaso dice “la forma”). Così l’idea è il risultato di un’astrazione. La conoscenza è preceduta puramente e semplicemente dall’ignoranza (ignoranza è non conoscere, come direbbe la Palice). Nei filosofi idealisti, invece, l’idea è già nell’anima prima che l’oggetto sia percepito. L’apparizione dell’oggetto costituisce l’occasione, la circostanza che sveglia nell’anima l’idea che già in precedenza essa conteneva. La nostra anima era, secondo loro, prima di ogni conoscenza dovuta ad una percezione, già piena di idee delle cose che andava percependo nel corso della sua esistenza; ma queste idee erano in uno stato di “sonno”, di letargo … dunque inconsce. La percezione dell’oggetto costituisce uno shock illuminante: l’anima riconosce nell’oggetto l’idea che ne aveva precedentemente senza conoscerla direttamente. È ciò che si chiama l’“Inneismo” (le nostre idee sono già nella nostra anima al momento della nascita). Si tratta di un inconscio pieno di idee, di un’anima piena di conoscenze ancora sconosciute (???!!). Per gli gnostici in effetti, le anime umane sono delle scintille divine cadute dal cielo a causa di una caduta catastrofica nei corpi. Il loro novo stato è contro natura e fa violenza alla loro massima aspirazione terrena: il ritorno al divino. Ma il loro stato anteriore era divino, dunque onnisciente ma … dove sono passate le conoscenze anteriori? In qualche parte bisognerà pur trovarle. Questa parte sarà l’inconscio! Jung aggiunge che le “scintille” divine sono particelle di un’unica anima universale; le idee umane sono dunque particelle di una idea universale: disperse nelle anime esse appartengono ad una collettività, la divinità originale incaricata di “incanalare” le anime per ricostituire il gran tutto. Da qui l’inconscio collettivo che suppone la preesistenza delle anime prima del concepimento e che permetterà poi di realizzare la nozione di reincarnazione, insegnata nella metempsicosi, altro “cavallo” gnostico. Infatti già i grandi gnostici insegnavano questi due ultimi punti. La psicoanalisi non ha fatto null’altro che trarne le conseguenze: le nostre idee non sono personali, esse sono comuni non perché l’oggetto conosciuto è lo stesso per tutti quelli che lo percepiscono (ciò che costituisce il buon senso naturale), ma perché la nostra anima non possiede che particelle di una stessa idea collettiva dell’inconscio. È fondendo le nostre idee nella corrente del pensiero collettivo che potremo prepararci al ritorno nel gran tutto originale divino. Questa idea gnostico-inneista è quella che si vuole ad ogni costo far passare nel cosiddetto “pensiero unico”, il “politicamente corretto”, cioè il “massonicamente diretto”: tutti devono avere le stesse idee, gli stessi concetti perché parte di un’idea inconscia collettiva universale e preesistente, e quindi inconscia, la cui pratica deve prepararci al ritorno nel panteistico “gran tutto”. Precisiamo ancora che le sedute di psicoanalisi sono assimilabili a riti di iniziazione, con tanto di svelamento dei misteri dell’Inconscio, ammantati da una “molto scientifica” e pittoresca mitologia: complessi di Edipo, di Elettra, di Diana. Dio, la Madre, il Bambino divino sono, sulla bocca dello psicanalista degli archetipi, cioè dei simboli religiosi e non esseri reali. Jung ruba alla gnosi e all’astrologia qualche termine “scientifico” importante del suo insegnamento. Così, l’espressione della perfezione o della totalità, è il quadrato, la tetrade o “Tetractys” (la Tetractys è il nome composto di quattro lettere che in ebraico significano: Dio). La Trinità divina è in realtà una quaternità incompiuta. Occorre aggiungervi il male o satana per raggiungere la perfezione o l’essenza divina. Presso Jung anche il male è Dio; ma Dio ed il sé sono identici. Il “sé” è sacro: “noi osserviamo che i due, Dio ed il sé, sono espressi da due simboli identici. » – Jung sempre “scientificamente” aggiunge: « Non possiamo comparare l’interesse sollevato dalla psicoanalisi di Freud che all’efflorescenza del pensiero gnostico. Le correnti spirituali attuali hanno un’affinità profonda con lo gnosticismo. La teosofia [“elisir” spirituale al quale si era pure abbeverato abbondantemente il “santo” della sinagoga di satana K. Woitiła -n.d.r.-] con la sua consorella continentale che è l’antroposofia, sono puro gnosticismo sotto una casacca induista: … ciò che è sorprendente nei sistemi gnostici, è che essi sono basati esclusivamente sulle manifestazioni dell’inconscio e che i loro insegnamenti morali non indietreggiano davanti ai lati oscuri della vita (tra parentesi, questo inconscio è la “psiche” degli gnostici, sede delle passioni e delle agitazioni del corpo). Io non credo di andar troppo oltre dichiarando che l’uomo moderno, contrariamente al fratello del XIX secolo, si volge verso la psiche con grandi speranze e senza riferirsi ad una qualunque credenza tradizionale, ma piuttosto nel senso di una esperienza religiosa gnostica. » [in “Il problema dell’anima moderna”]. – Non si poteva dir meglio: la gnosi ha fatto, con la psicoanalisi, il grande ingresso in un mondo scristianizzato. Ma la psicoanalisi presenta una importante novità. In effetti la gnosi si prestava a diverse incoerenze, contraddizioni varie che non riusciva a risolvere, e ne abbiamo esaminate già alcune nei numeri precedenti. La psicoanalisi supera queste difficoltà. Ad esempio: il problema del male. – Gli gnostici non sanno come conciliare il bene ed il male nella divinità! … e qual è il problema? Non vi agitate! Tra bene e male non c’è alcuna differenza, dicono gli psicoanalisti (meglio forse psico-satanisti!). Anzi meglio ancora, il male è la perfezione del bene, il compimento della divinità, satana stesso fa parte integrante di dio [quello con le corna, ovvio!] Egli è quell’essere divino, strisciante … che ha insegnato all’uomo che essi erano maestri di se stessi, capaci di discernere tra il bene ed il male. Gli gnostici affermano che la nostra anima, scintilla divina, doveva restare indifferente, impassibile davanti alle agitazioni ed alle pulsioni della psiche. Gli psicoanalisti affermano al contrario, che l’uomo deve lasciar libero corso a queste pulsioni, anzi deve immergersi nella soddisfazione dei suoi piaceri, come in un’orgia sacra, perché i movimenti della psiche sono anche i simboli della perfezione divina!. Ciò che altre volte era riservato a qualche iniziato nel corso di una cerimonia “sacra” sarà praticato correntemente oggi da tutti! La pratica dell’ascesi presso gli gnostici, i perfetti, i puri, catari, era in precedenza non un mezzo per raggiungere la divinità, ma il segno che essa era già raggiunta, che l’uomo aveva in se stesso realizzato l’unità perfetta. La pratica della dissolutezza nello gnostico moderno sarà dunque il segno che l’uomo ha oltrepassato le categorie del bene e del male arrivando a padroneggiare totalmente se stesso, diventando capace di darsi la legge del piacere senza dover rendere conto a nessuno: la libertà totale senza alcuna responsabilità, … a metà strada tra l’imbecillità assoluta e la criminalità spietata. Come sovversione di tutto l’ordine naturale e divino, non si poteva trovare di meglio; tuttavia vedremo che i marxisti spingono le tesi gnostiche fino alle loro estreme conseguenze. Con essi finiremo con il piombare nell’estremo grado dell’odio satanico contro l’Ordine del Creatore.

L’INDUISMO OCCIDENTALIZZATO.

Nei tempi moderni, la gnosi si è sbarazzata di ogni linguaggio oscuro e complicato con il quale mascherava il suo vero insegnamento. Occorreva infatti rinnovare il suo vocabolario e le sue formule, indossare degli abiti nuovi per raggiungere un pubblico nuovo. Essa andò allora a cercare nelle Indie delle “novità” capaci di ridare un certo prestigio al suo insegnamento. La gnosi lanciò allora una nuova moda rinverdita e lustrata dall’attrattiva di paesi esotici! – C’è forse bisogno di sottolineare che se il formulario è rinnovato, il contenuto resta invariato, o se l’abito è nuovo, il burattino è lo stesso? La gnosi resta come definizione l’antitesi della Fede Cristiana, anche se essa si presenta piena di “benevolenza” per la Chiesa e di rispetto apparente per i suoi insegnamenti. Rispetto e benevolenza di pura convenienza per non destare allarmi e sospetti. Non si va al primo approccio all’attacco delle convinzioni di coloro che si spera attrarre a sé! Al contrario si va a mostrare loro che il nuovo insegnamento non fa che perfezionare, completare, esplicitare la loro fede cristiana. Questo sarà infatti l’obiettivo privilegiato della “nuova destra”: presentare questo insegnamento come la perfezione dell’insegnamento cristiano, riprendendo così il processo degli gnostici d’altri tempi che si mostravano ai loro futuri discepoli con tutta l’apparenza dell’ortodossia, affermando di aver meglio compreso l’insegnamento di Gesù – Cristo, molto meglio dei Capi della Chiesa. È questo ovviamente il metodo del modernismo anti-cattolico sfociato nel rifiuto pratico. oltre che della Tradizione apostolica, soprattutto del Magistero apostolico ritenendo i Papi del passato [i veri Papi] antiquati ed inadatti ai nostri tempi nei quali c’è bisogno di una “rispolverata” delle antiche dottrine cristiane alla luce del pensiero moderno, della [satanica] “nuovelle Theologie”, la “gnosi in talare”, il sepolcro gnostico imbiancato!

1) La Teosofia

Dalla storia di M.me Blavatsky, fondatrice della società teosofica, si rileva che la sua formazione è di origine totalmente massonica. Dal 1856 ella aderisce ai carbonari della “giovane Europa” del maestro della Massoneria mondiale di rito palladiano, G. Mazzini; un anno dopo, nel 1857 c’è il salto di qualità: una società rosa+croce in America e solo nel 1878 parte per le Indie ove presume di scoprire una reincarnazione di Pitagora [ma … questa era proprio da internare in manicomio!]. Confortata da questa strepitosa “scoperta” fonda delle riviste tra le quali spiccano “l’Isis svelata”, “lucifero”, il “lotus bleu”[strano non le abbiano conferito il premio Nobel, come al satanista Carducci!]. Nel 1907 M. Oltramare pubblicava negli “Annales du Musée Guimet” una puntualizzazione molto energica: “Si sa come gli apostoli del nuovo vangelo occultista abbiano tentato di chiedere all’India la soluzione dei problemi della vita e della morte … Ma non è dall’India, bensì dalla tradizione antica, dal Giudaismo e dal Rinascimento che traggono l’essenziale le concezioni teosofiche moderne. Nella ricerca di autorità che sembrano decisive, che i nostri teosofi hanno chiesto all’India, c’è la conferma di teorie che essi già possedevano. Essi hanno soltanto estratto i termini esotici e la nomenclatura dalle atmosfere orientali”. La teosofia è tutta una derivazione della gnosi, della cabala e del neopitagorismo. Essa si trova esposta nel “libro degli spiriti” di Allen Kardec, pubblicato nel 1857, dove si ritrovano tutte in fila le dottrine dell’emanazione, del ritorno al “tutto”originario, così come furono insegnate già dagli gnostici senza fare il minimo riferimento all’Induismo.

2) René Guenon

René Guenon è anche un esempio rimarchevole dello gnostico moderno che possiede l’arte di presentarsi come un cristiano, collaboratore di riviste cattoliche, che del mondo moderno ateo fa una critica pertinente che inganna più di una persona sulle sue vere intenzioni, un prototipo del modernista contemporaneo che, ancora peggio di Guenon, addirittura celebra riti sacrileghi facendoli apparire cattolici, soprattutto da quando è stata “confezionata” la nuova “messa”, il rito rosa+croce, come già abbiamo avuto modo di dire in precedenza. La conversione all’islam di Guenon finì per aprire gli occhi alla maggior parte di coloro che furono all’epoca attirati da lui, [mentre oggi, coloro che, fingendosi cattolici, dicono che l’islam sia moderato ed un monoteismo che si rifà ad un libro di “pace” come il Corano, sono addirittura seduti sul trono più alto usurpato. In realtà Guenon ricevette tutta la sua formazione negli ambiti massonici, ed è notorio: ha aderito dal 1906 alle società iniziatiche come l’ordine martinista, il rito di Memphis, la chiesa gnostica, la gran loggia di Francia [la stessa loggia ove furono iniziati i mons. Roncalli e Montini], etc., creò poi delle riviste: “la gnosi”, poi “gli studi tradizionali”. Inizialmente disprezzava il buddismo vedendo in esso un’eresia protestante dell’induismo. Poi ritrattò, ed interessato vivamente alle Indie, iniziò a studiare il bramanesimo. – Esaminiamo la sua dottrina che è detta tutta proveniente dal “vedanta” nella sua forma tradizionale ed ortodossa. Il mondo è la manifestazione di un principio supremo, “non manifestato”: Brahma. Questi è l’universale, il tutto assoluto, l’infinito. Non si può parlarne che per negazione. Il mondo, la sua manifestazione universale, non si distingue da Brahma. “Brahma si modifica diversamente … ogni cosa esiste perché è una sua modifica” (“l’uomo e il suo divenire”). Il movimento di esistenza è una espansione del principio immutabile. René Guenon, benché lo neghi, con tali formule non sfugge all’accusa di panteismo. – L’essere umano comporta un principio universale, il sé, identico a Brahma, delle modalità mediatrici tra il sé e le modalità inferiori, “sottili o psichiche”, “grossolane o corporali”, il sé è avviluppato come in un grano di riso. La liberazione consiste nel passare attraverso diversi gradi di ritorno a Brahma, la “discesa agli inferi”, vale a dire sviluppo dell’individualità corporea, poi l’accesso progressivo agli stati superiori dell’essere, la realizzazione poi degli stati angelici, infine approdo all’identità suprema, unità con Brahma … “la resurrezione dei corpi è la trasposizione fuori dalla forma e delle altre condizioni dell’esistenza individuale”, dunque il ritorno al gran tutto. Poiché l’uomo possiede al centro di se stesso il “sé” identico a Brahma, non deve che raccogliere le sue forze concentrandole sul sé. Occorre inizialmente ricevere una “influenza spirituale”, un soffio dello spirito, poi praticare degli esercizi progressivi di concentrazione, passare nello stato di estasi, poi in degli stadi “sopra-individuali”. Arriva un momento in cui l’essere “non può più essere detto umano, è uscito oramai dalla corrente delle forme”. È la liberazione, l’unione con l’assoluto; lo yoga è divenuto yogi, identificazione suprema, definitiva, eterna! Più felice di Adamo, egli è divenuto uomo universale, re del mondo. – È  allora che si può parlare dell’essere che è legge a se stesso, perché è pienamente identico alla sua ragione sufficiente, che è nello stesso tempo la sua origine ed il suo destino finale (stati multipli dell’essere). Egli percepisce direttamente gli stati superiori del suo essere, una sorta di estasi o ipnosi; poi raggiunge “la restaurazione dello stato primordiale”, prerogativa che era naturale nelle prime ere dell’umanità, e che fu perduta da Adamo ed Eva. Ora occorre un “alto grado di iniziazione” per diventare l’emulo del primo Adamo e riuscire là dove egli ha fallito. – La Chiesa Cattolica possiede in se stessa una forza latente, nascosta, della quale deve prendere coscienza per essere in possesso del “Cattolicesimo integrale”. È sufficiente restituire alla sua dottrina, senza nulla cambiare alla forma religiosa sotto la quale si presenta all’esterno, il senso profondo che ha in se stessa, ma di cui i rappresentanti attuali sembrano non aver più coscienza né della sua unità essenziale con le altre forme tradizionali …” [i rappresentanti attuali ne hanno invece “finalmente” preso coscienza! -n.d.r.-]. La tradizione sussiste nella Chiesa “come modalità di espressione simbolica”. Il Cristo è l’“uomo universale”, il più grande degli iniziati, il simbolo dell’identificazione suprema dell’uomo con Dio. – Ma trascriviamo adesso tutto questo in greco: Brahma è il pleroma; il sé è lo “pneuma”; poi vengono le modalità mediatrici: la “psiche”, modalità sottile, il “soma”, modalità grossolana. Il grano di riso che avviluppa il sé, è la materia che tiene prigioniera la scintilla divina. La risalita verso gli stati superiori è il passaggio attraverso gli eoni degli gnostici. In Guenon si ritrova il panteismo e l’emanatismo propri di ogni gnosi. Non c’è nulla di originale, siamo in un mondo ben conosciuto … la solita “solfa”. – Per lasciarsi attirare da tali elucubrazioni bisogna che i Cristiani di oggi abbiano veramente perduto, con ogni buon senso, l’essenziale della dottrina cristiana poiché essi non trovano più nell’insegnamento della Chiesa i punti di appoggio necessari per resistere a questa invasione gnostica mascherata da induismo. Da qui il successo attuale della pratica Yoga, delle sedute di espressione corporea, del “pellegrinaggio alle sorgenti” di un Lanza del Vasto, etc.

VAGANESIMO

Una recente invenzione gnostica è il cosiddetto Veganesimo, punta di diamante del vegeterianesimo, dove col pretesto di aborrire la violenza sugli animali, viene a questi riconosciuto uno status immanentistico, nel senso che anche la natura, ed in particolare gli animali, sarebbero materia che riveste una scintilla divina, parte dell’uno divino, decaduta per l’azione del demiurgo “maldestro”, scintilla anche essa destinata a riunirsi poi, con l’uomo e tutte le specie viventi, nel tutt’uno universale. Anche il cosiddetto evoluzionismo delle specie animali, è un “ritrovato” panteistico in cui la divinità si espande autocreandosi in specie sempre nuove. In tale chiave gli animali e la natura in generale altro non sarebbero che espressione dell’evoluzione della divinità cosmica imprigionata nella materia, per cui non è l’animale come tale che deve essere rispettato nel quadro ecologico o dei cicli biologici, ma l’essenza “divina” prigioniera della materia, in una prospettiva iniziatico-religiosa. Non a caso tutte le grandi organizzazioni mondiali ecologiste (tipo wwf e simili) sono gestite e sostenute da conventicole e personaggi notoriamente legati agli ambienti massonici, per cui l’adorazione dello Jehovah baphomet [cioè lucifero], viene esportato fuori dalla loggia stessa e ricoperta con una maschera verde-ecologista zoofila che affianca la falsa solita filantropia di facciata, con annesso rigetto della sana filosofia tomistica dell’Angelo della scuola, S. Tommaso. Anche la setta gnostico-massonica vaticana del “novus ordo” si è affrettata a dare un contributo in senso ecologistico del panteismo immanentista utilizzando impropriamente l’inno di lode a Dio Creatore del Santo di Assisi, trattato alla stregua di un verde-arcobaleno, ecologista ante litteram. Anche in questo caso la copertura è nuova e moderna, ma spolverando un poco la polvere dorata, e raschiando la “cromatura” luccicante, ci ritroviamo il solito vecchio ferro arrugginito che puzza di zolfo sul quale sibila e striscia l’antico serpente ingannatore sprofondato dall’eden! – Ma la sana teologia ci ha già opportunamente edotto a proposito, ed infatti il Dottore angelico declama: «Le anime dei vegetali e degli animali non sussistono e non sono prodotte per se stesse o direttamente, ma soltanto come il principio per mezzo del quale il vivente esiste e vive. Siccome dipendono totalmente dalla materia, una volta distrutto il composto di corpo e anima vegetale o animale, ipso facto  anche esse scompaiono in maniera indiretta o per accidens e non per sé» (S. Th., I, q. 75, a. 3; ivi, q. 90, a. 2; S. Cont. Gent., lib. II, cap. 80 e 82.). Ed ancora precisa per i finti tonti: «Al contrario dell’anima vegetale e sensibile, l’anima umana è per sé sussistente. Essa viene creata da Dio quando il soggetto che la riceve è sufficientemente disposto ed allora può esservi infusa. Essa è per sua natura incorruttibile ed immortale» (S. Th., I, q. 75, a. 2; ivi, q. 90; ivi, q. 118; Q. disp. De Anima, a. 14; De Potentia, q. 3, a. 2; S. Cont. Gent., lib. II, cap. 83 ss.). – Per tagliare la testa al toro e premunirci dalla peste mortifera, San Paolo scrive a Timoteo: «Lo Spirito dichiara apertamente che negli ultimi tempi alcuni si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza. Costoro vieteranno il matrimonio [tranne quello omosessuale, ma … il povero San Paolo mai avrebbe immaginato …!], imporranno di astenersi da alcuni cibi che Dio ha creato per essere mangiati con rendimento di grazie dai fedeli e da quanti conoscono la verità. Infatti tutto ciò che è stato creato da Dio è buono e nulla è da scartarsi, quando lo si prende con rendimento di grazie, perché esso viene santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera.» (1Timoteo IV, 1-5) ». – Per arginare la peste gnostica dei manichei e dei prescilliani, [morbo endemico fin da sempre] il Concilio di Braga 572, presieduto da Papa Giovanni III, anatemizzava già i precursori dei vegani moderni e quindi pure i vegani attuali [alcuni dei quali si credono finanche cristiani] così: «Se qualcuno reputa cibi immondi le carni, che Dio diede in uso agli uomini e, non per disciplina del suo corpo, ma perché li ritiene immondi, si astiene da essi in modo da non gustare neppure verdura cotta con la carne come dissero Manicheo e Priscilliano, sia anatema.» [Denz. 244] (Papa Giovanni III, Concilium Bragense I, 572). Identica prescrizione è presente nella “Bolla di unione dei Copti” del Concilio di Firenze, sess. XI 1442, con il S. S. Eugenio  IV.

DALLA GNOSI AL MARXISMO:

 I PROGRESSI DELO SPIRITO UMANO NELL’ERESIA.

Se, al dire di Tertulliano, Adamo ed Eva non furono che novizi in fatto di eresia, bisogna confessare e riconoscere che gli gnostici abbiano perfezionato il loro sistema. L’ispirazione satanica ha questo di notevole: essa si sforza di introdurre una logica rigorosa nell’inversione del reale, cosa che costituisce un vero tour de force. A partire da un falso principio, la confusione tra Dio ed il mondo, abbisognava una sottile intelligenza per immaginare una costruzione nella quale tutte le parti fossero ben disposte, presentando un edificio completo, attirante gli sguardi e le intelligenze. D’altra parte è necessario che la menzogna abbia le apparenze della verità per ottenere il consenso degli uomini! Non potendo trarre questa apparenza dal suo punto di partenza, poiché per definizione esso è falso, lo trarrà dalla coesione interna delle proposizioni con le quali il “menzognero” espone il suo insegnamento. Ora, i primi gnostici si sono trovati impelagati nelle loro distinzioni tra il bene ed il male, senza poter risolvere questa antinomia. Abbiamo visto la psicoanalisi cancellare con un colpo di spugna una tale distinzione: “non esiste né Bene, né Male”. Per un essere divino, tutto è Bene. Resta una difficoltà suprema: tra il gran “Tutto” immutabile, eterno e le sue manifestazioni multiple e cangianti, così come appaiono allo sguardo del primo venuto, c’è ancora antinomia: come conciliare all’interno dell’unica Divinità totale, l’immutabilità ed il cambiamento, l’eternità ed il tempo, l’unità e la molteplicità degli esseri? – In effetti il panteismo costringe coloro che lo professano ad introdurre e far coabitare in Dio, l’eternità ed il tempo, l’immutabile e l’evoluzione, in breve l’Essere ed il nulla. Difficoltà singolare! Essa non è sfuggita agli gnostici.

1) Gli scritti ermetici

Ecco come M. Vacherot, nel suo “Storia critica della scuola di Alessandria”, riassume l’insegnamento di Ermete Trimegisto sulla divinità: « Dio è il bene, come il bene è Dio. Egli è il non-essere quando è superiore all’essere. Dio produce tutto ciò che è e contiene tutto ciò che non è ancora … Dio è la vita universale, il tutto del quale gli esseri individuali sono che delle parti … Dio è tutto, tutto è pieno di Dio. Tutti i nomi gli convengono come Padre dell’universo; ma poiché è padre di tutte le cose, nessun nome è il suo nome. L’uno è il tutto, il tutto è l’uno … » – « Dio, il Padre, il Bene, che cosa è … se non l’essenza di ciò che ancora non è ? » – Ecco un’altra formula di Ermete Trimegisto: « Io sono l’Essere ed il Niente … Io sono il generatore di tutte le cose; in me l’universo si sviluppa. Io sono l’inizio, il mezzo, e la fine. » – « L’Eterno non è stato generato da un altro, si è creato egli stesso eternamente [ecco perché il baphomet è un ermafrodito]!. Se il Creatore non è altri che colui che crea, si crea necessariamente da se stesso, perché è creando che diviene creatore. Egli è ciò che è e ciò che non è » (sottinteso: ciò che non è ancora, ma ciò che più tardi sarà). – Tutto questo può essere riassunto con alcune proposizioni elementari:

– L’Emanatismo: tutto emana da Dio, perché Egli genera da se stesso e non crea.

– L’universo è il suo sviluppo, una estensione del suo essere.

– L’autocreazione: mediante questo tipo di generazione [in pratica una partenogenesi “divina”], Dio non produce esseri fuori di sé, né sotto la sua dipendenza, ma si crea egli stesso per espansione della sostanza propria. Pertanto non è il creatore di un mondo distinto da lui. Bisogna quindi fare molta attenzione a questo nuovo senso della parola “creazione” nei testi che seguiranno, in particolare in Hegel! – L’evoluzione: Dio generando perpetuamente un universo in costante espansione è egli stesso l’evoluzione (ecco spiegato perché la teoria dell’evoluzionismo non è una dottrina scientifica, bensì una concezione “teologica”). Diciamo meglio: l’evoluzione è Dio che si sviluppa e produce la molteplicità degli esseri per generazione interna. Egli pertanto è in ogni istante in fase di sviluppo, l’essere di ciò che esiste già, ed il niente che non esiste ancora e che sarà ulteriormente. – C’è dunque in lui un movimento perpetuo dal nulla all’essere, una gestazione dolorosa e difficile, in pratica un parto distocico, per far passare all’essere il niente che resiste. Ecco la matrice, la sorgente della dialettica hegeliana!

2) Hegel nella sua “Filosofia della storia”

« In origine, egli dice, Dio non era che solitudine senza vita », dunque un essere non-essere, un niente universale, una coscienza universale incosciente (ecco dove portano tali presupposti!), asserzione fondamentale del panteismo: 1) posizione della Tesi. Ma esiste la necessità di manifestarsi per “contemplarsi” come in uno specchio, o ancora per divenire coscienza, che costringe questo “tutto astratto” a sdoppiarsi ed a proiettare davanti a sé una frazione di se stesso, la natura concreta: 2) ecco l’Antitesi. – Non si tratta quindi di una creazione, benché Hegel usi impropriamente questo termine [o ingannevolmente? … una delle due: o è un ignorante o è uno gnostico satanista!]; si tratta di una generazione, di un processo di sdoppiamento. Dal “niente” superessenziale, è generato un mondo concreto, la natura. È una auto-creazione interna. In effetti – Hegel aggiunge – : « L’essenza divina è la stessa cosa della natura in tutta la sua ampiezza ». L’essenza divina, dapprima “ombra increata”, non-essere, pura astrazione, si eleva allo stato di esistenza esteriore. Non c’è caduta, benché Hegel utilizzi l’espressione di “peccato originale cosmico” (vedremo in effetti che egli riporta formule ispirate al linguaggio cristiano, ma solo per sovvertirne il senso); c’è realmente uno sviluppo dell’essere divino per sdoppiamento, come un essere vivente si sviluppa per sdoppiamento delle sue cellule [mitosi]. Questo processo di esteriorizzazione di Dio permette alla coscienza incosciente di divenire manifesta, “finita”, delimitata, conoscibile, dunque “cosciente”. Ma così facendo, essa si manifesta come divisa. Ecco una dualità introdotta in Dio. – L’uomo non è divino come il resto della natura, egli lo è in modo sovreminente, poiché solo egli possiede il privilegio di essere cosciente della propria esistenza. Egli costituisce la frazione della coscienza universale pervenuta alla propria conoscenza. L’uomo solo è spirito ed è la coscienza divina concretizzata. Egli è generato come Dio, dunque Figlio di Dio. Egli è pertanto il Verbo di Dio perché è lui che dà coscienza e parola allo Spirito divino universale inconscio (si vede qui, l’utilizzazione blasfema degli attributi del Cristo). Egli è, nel processo della genesi stessa di Dio, il momento cruciale, la realizzazione di uno stato superiore della Divinità. Ma questa realizzazione è un parto doloroso e tragico, una prova divina. In effetti, la legge universale dell’evoluzione provoca così in Dio, uno stravolgimento, delle metamorfosi qualitative interne. L’uomo è uno spirito cosciente, una frazione della Divinità: egli si conosce ma come sottomesso alla coscienza universale primitiva (e incosciente). È uno spirito limitato, “finito”. Egli vuole diventare simile alla coscienza universale. Non accetta di esserne una frazione. È il gesto di rivolta di Adamo, il tentativo di un movimento per un “legittimo recupero” della divinità totale. “Adamo ha inaugurato i giganteschi lavori del suo accesso allo Spirito”; egli fallisce e perde il paradiso che gli viene tolto per le “gelosia” del Dio incosciente primitivo: “Ecco che Adamo è divenuto come uno di noi, che conosce il bene ed il male!, dice quest’ultimo, confermando così le parole del serpente: “se mangerete di questo frutto, sarete come dei” (eritis sicut Dei). Ora in Dio, satana è il motore dell’evoluzione, la forza interna del divenire, la potenza evolutiva della coscienza. È lui che genera il Dio finale perfetto, che fa la storia. Ispirando la rivolta dell’uomo, egli prepara l’avvento della Divinità perfetta, e completa il mondo. La promessa fatta ad Adamo è in divenire. L’incarnazione del Cristo inizia una nuova fase di questo recupero divino, di questa montata progressiva verso la perfezione in divenire. In effetti, privati della loro parte celeste, la natura e l’uomo sono divenuti dei frammenti insoddisfatti di Dio. Il Cristo, o questa parte celeste della divinità, facendosi progressivamente cosciente, raggiunge così una perfezione sovreminente, quella di una coscienza che si riconosce. Da questo, Dio riconosce questa eguaglianza che aveva rifiutato ad Adamo. L’incarnazione è l’elevazione della divinità primitiva cieca alla realtà concreta e cosciente della persona umana. È ugualmente una caduta: è la “morte di Dio in Gesù-Cristo”. – “divenendo uomo, dice Hegel, Dio è morto come Dio”, cioè il Cristo ha ucciso in lui la divinità primitiva inconscia e si è fatto uomo cosciente, uomo incomparabile. È un grande passo in direzione dell’unità divina; ma perché “la riconciliazione del divino e dell’umano in Dio” sia completa, bisogna ancora che il Cristo “muoia” in quanto uomo. Allora non ci saranno più privilegi, né sulla terra, né in cielo, la fusione sarà totale. L’uomo solo sarà Dio: egli è spirito finito che opera una metamorfosi in Spirito infinito. Ma per fare questo, l’uomo deve “uccidere” il Cristo, Dio fatto uomo. – L’umanità futura sarà la Chiesa, la “coscienza collettiva” che avrà ritrovato la sua unità interna. Allora l’uomo avrà “l’intuizione del “sé del divino”. La genesi di Dio sarà terminata. Il Dio primitivo e geloso sarà cancellato davanti all’uomo. « L’uomo solo è divino ». La sintesi sarà completata. Ecco il vero senso della storia [sembra la barzelletta del pazzo che nel suo delirio si crede Dio!] Ed è questa la storia vista « dall’angolazione del serpente ». Non resta che da comparare Hegel con i primi gnostici, ed eventualmente … ricoverarli nello stesso manicomio! – L’apparizione del mondo materiale non è più considerato come una catastrofe, ma come lo sviluppo biologico, secondo l’evoluzione, di un essere in divenire, sviluppo doloroso, certo, come parto distocico, ma secondo un processo regolare, quello di un essere in espansione e non come una rottura. L’espressione “peccato originale cosmico” [meglio comico!], ripreso dalla formula cristiana è destinata a notare  che per l’uomo non ancora pervenuto alla perfezione divina, questa evoluzione conduce ad una frattura della propria coscienza in una moltitudine di individualità, così come le cellule di un essere vivente si scindono in due per assicurare lo sviluppo di tutto l’organismo. Così la materia non può essere detta cattiva. Essa è soltanto un momento (nel senso di una fase) imperfetta in una evoluzione. – L’anima umana non è più una particella caduta, decaduta, racchiusa nella materia dalla volontà di un essere malevolo; essa al contrario, è l’efflorescenza della natura divina che passa da uno stato di incoscienza allo stato cosciente che è il pensiero umano. Lo spirito fuoriesce dalla materia con una emanazione naturale. È la materia divenuta pensante, cosciente da se stessa per un processo di “coscienzizzazione”! [il manicomio è lo stesso ma i reparti son diversi!] – La rivolta di Adamo contro una divinità gelosa, l’incarnazione del Cristo che rigetta la divinità primitiva per elevarsi verso la coscienza umana, sono le tappe (Hegel dice “i momenti”) successive e capitali del divino verso il suo compimento. In effetti, come ogni essere vivente che, fatto grande, rigetta gli inutili rifiuti, i vecchi vestiti troppo piccoli per rivestire le nuove dimensioni e l’accrescimento dell’essere (è la legge medesima di ogni evoluzione biologica), così una perfezione nuova nel processo di divinizzazione rende caduche tutte le forme precedenti: che può fare un dio incosciente, ma che inizia a conoscere, davanti alla scienza di Adamo, se non ritardare il momento in cui questa scienza lo dominerà? Che può fare un Cristo divenuto uomo, se non spogliarsi di una divinità divenuta illusoria alla presenza della perfezione dello spirito umano? Etc. – Infine la distinzione del bene e del male non ha più alcun senso. L’evoluzione del tutto nel panteismo non lascia posto che a due nozioni: le forze che danno propulsione al movimento (e sappiamo che satana ne è il “maestro”) e le forze che frenano il processo di auto divinizzazione, e noi sappiamo già che saranno schiacciate dalla velocità che il movimento stesso acquisisce … Allo stesso modo non c’è più bisogno dell’iniziazione, del segreto riservato a coloro che stanno per realizzare la loro unione perfetta e raggiungere questo pleroma, e rifiutata agli altri condannati a restare chiusi ciecamente nei loro corpi materiali. Ma al contrario, tutti gli uomini sono coinvolti nel movimento, che lo vogliano o meno: coloro che trascinano sono schiacciati e gli avvenimenti della storia non sono che scossoni provocati dalle variazioni di velocità tra gli essere multipli che si lasciano più o meno facilmente spingere verso l’unità del gran tutto. – Ciò che resta immutabile, eterno in questa evoluzione, è la legge del movimento, legge assoluta, alla quale alcun essere sfugge. Le resistenze di taluni non sono che sussulti senza conseguenze. Una spinta più forte data dal “maestro” dell’evoluzione rimette ciascuno al suo posto nella “ruota universale delle cose”.

3) Qualche conseguenza nella dottrina marxista-leninista.

Il marxismo è uno sforzo gigantesco per far passare nella pratica il tema della morte di Dio e la divinità del mondo. « Prendere coscienza della inesistenza di Dio e non prendere coscienza nello stesso tempo della propria divinità, è assurdo », fa dire Dostoievsky ad uno dei suoi eroi. In altri termini non c’è altra alternativa al teismo che il panteismo, l’ateismo resta una nozione puramente negativa. L’uomo deve appropriarsi della potenza creatrice attribuita già a Dio. La promessa di satana: “voi sarete come dei” deve essere realizzata dall’uomo: questa sarà la deificazione dell’uomo « per l’uomo, con l’uomo e nell’uomo »; si osservi l’inversione blasfema della formula liturgica del “per Ipsum”! – Gli attributi di Dio d’ora in avanti diventano del mondo e dell’uomo! – Il culto del lavoro; Karl Marx scrive: « Tutta la storia universale non è altro che la procreazione dell’uomo attraverso il lavoro umano. L’uomo così possiede la prova visibile ed irrecusabile della nascita di se stesso, del processo della propria auto-creazione ». L’uomo è il prodotto del lavoro umano. Il lavoro è potenza creatrice e liberatrice. – Noi abbiamo visto che gli gnostici affermano l’autocreazione di Dio da se stesso. Creando, Dio crea se stesso poiché gli esseri che egli genera non sono che lo sviluppo interno della sua divinità. L’uomo è Dio, dice Hegel, lo è sovrimentemente, perché è il Dio coscienza. egli si procrea da se stesso con la sua azione. Ma è il lavoro che trasforma la natura, la trasforma e la conduce verso il completamento della sua auto divinizzazione. Il lavoro è dunque obbligatorio. « Niente lavoro, niente pane”, poiché “senza il lavoro che trasforma il mondo obiettivo, l’uomo non può trasformare se stesso”, ha detto Marx. Vediamo così bene che non è possibile non solo resistere al movimento della storia, ma neppure incrociare le braccia per assistere da spettatore indifferente: la ruota universale schiaccia anche coloro che si arrestano ai lati del sentiero ». – satana è il grande tentatore. La sua menzogna ha veramente le apparenze di una verità totale. Ecco perché egli attira tante anime nelle sue trappole. È molto difficile resistervi se non si è armati di una solida conoscenza della vera fede. È nella misura in cui gli spiriti si sono svezzati dall’insegnamento della Chiesa, che essi si precipitano nelle  sette “gnostiche” moderne, comprese la setta vaticana del “novus ordo” o le sette eretico-scismatiche dei sedicenti tradizionalisti [tutte sempre più staccate dall’insegnamento cattolico e dal Magistero pietrino], o nel marxismo, che propongono loro una conoscenza perfetta ed una efficacia temporale che conduce ad una “riuscita” sicura in questo mondo divino.

Il TOMISMO contro la gnosi, a guardia dell’unica verità

Come resistere dunque a questa attrazione? Lo abbiamo già più volte indicato, e qui lo ripetiamo: mediante uno studio serio e la riflessione attenta sugli articoli e i dogmi di Fede e della dottrina Cattolica, nonché del Magistero Ecclesiastico. Ma ciò che ha da circa un millennio inchiodato, ed ancora oggi inchioda inesorabilmente le allucinanti proposte ed i deliri orgogliosi della “teologia di satana”, è la filosofia e la teologia del Dottore Angelico, il sommo aquinate, l’Angelo della scuola, San Tommaso d’Aquino, l’ispirato dal “vero” Dio, quello Uno e Trino, sordo alle suggestioni del “serpente” antico, ed apportante luce all’intelligenza umana, CREATA da Dio! Ecco perché i Santi Padri degli ultimi tempi hanno raccomandato supplichevoli, conoscendo i danni immensi della gnosi, lo studio della teologia dell’aquinate: Leone XIII in “Æterni Dei lo ribadisce con fermezza e in una lettera al Generale dei Francescani del 13 dicembre del 1885 si esprime così … « L’allontanarsi dalla dottrina del Dottore Angelico è cosa contraria alla nostra volontà e, insieme, è cosa piena di pericoli». In “Doctoris Angelici [motu proprio del 29 giugno  del 1914] S. Pio X imponeva come testo scolastico la Summa Theologica alle facoltà teologiche, sotto pena di invalidarne i gradi accademici. « Allontanarsi dalla metafisica dell’essere comporta un grave pericolo di conclusioni disastrose …» come abbiamo visto dai neoplatonici fino a Marx, Hegel fino e al Modernismo anti-teologico… « Parvus error in principio, magnus est in fine … » scriveva San Tommaso, e ne abbiamo esaminato rapidamente la giustezza dell’assunto, figuriamoci poi se l’errore iniziale non sia “parvus”, bensì “magnus”! Così Pio X incaricò padre Mattiussi di compilare le XXIV tesi del tomismo, lavoro approvato nel 1914. Benedetto XV decise che le XXIV tesi dovessero essere proposte come “regole sicure di direzione intellettuale”. Perfino il Codice Canonico al n. 1366-2 diceva: “il metodo, i principi e la dottrina di San Tommaso devono essere seguiti santamente o con rispetto religioso” [C. J. C. 1917]. E poi si rimanda alle encicliche: “Pascendi” e al decreto “Sacrorum Antistitum” [1 sett. 1910] di Papa Sarto, a “Fausto appetente die” [29 giugno 1921] « Thomæ docrinam Ecclesia suam propriam esse » [La Chiesa ha stabilito che la dottrina di S. Tommaso è anche la sua dottrina], di Benedetto XV; fino a “Studiorum ducem” [1923] di Pio XI.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: IL SYLLABUS di PIO IX

Tutto quanto il “Syllanus” degli errori condanna, è oggi attualità tenacemente proposta dalla setta vaticana del “novus ordo”, la setta che usurpa il gregge dei fedeli e tutto ciò che appartiene alla Chiesa di Cristo, la Chiesa UNA, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana. Non ce n’è uno tra gli 80 articoli che non sia stato ribaltato, non c’è errore che non venga oggi approvato con entusiasmo. Basta questo unico documento magisteriale per rendersi conto dell’inganno funesto nel quale sono caduti, e si ostinano a rimanere con colpevole ignoranza, coloro che si reputano cattolici perchè freuentano sacrilegamente riti blasfemi. E allora: o la Chiesa è quella del Syllabus, o è quella della “setta vaticana” … una terza possibilità non esiste: l’una è Chiesa di Cristo-RE, l’altra è obbligatoriamente sinagoga di satana. O Vicario di Cristo è Pio IX, o l’altro [anzi gli “altri”, i due “sepolcri imbiancati”] è/sono vicario di satana: non c’è altra soluzione, escludendo le ridicole ed eretiche tesi [assolutamente mai contemplate dalla retta teologia cattolica, dalla tradizione apostolica o dal Magistero pontificio] gallicano-fallibiliste, sedevacantiste, feeneyste, o cassiciache, e chi più ne ha …. [ma si sa che per il demonio ci sono tante “verità” contrastanti tra loro, scimmiottamento e parodie dell’unica VERITA’!]. Pertanto chi ha ancora qualche dubbio, si faccia animo e coraggio, respiri forte, con calma, conti fino a tre, dica un salmo di lode al vero Dio Sabaoth e legga attentamente!

«SYLLABUS»

SILLABO DEGLI ERRORI PRINCIPALI DEL NOSTRO TEMPO
CONTENUTI NELLE ALLOCUZIONI CONCISTORIALI,
NELLE LETTERE ENCICLICHE
E NELLE ALTRE LETTERE APOSTOLICHE
DEL SANTISSIMO SIGNOR NOSTRO PIO PP. IX

I.

PANTEISMO, NATURALISMO E RAZIONALISMO ASSOLUTO.

1. Nessun supremo, sapientissimo e provvidentissimo Nume divino esiste distinto da questa universalità di cose, e Dio altro non è che la natura stessa delle cose e perciò soggetto a mutazioni, e diventa Dio realmente nell’uomo e nel mondo, e tutte le cose sono Dio, ed hanno la stessissima sostanza di Dio; ed un’identica cosa è Dio con il mondo, e per conseguenza lo spirito con la materia, la necessità con la libertà, il vero col falso, il bene col male, e il giusto con l’ingiusto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

2. Devesi negare ogni azione di Dio sugli uomini e sul mondo.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

3. L’umana ragione, senza tener verun conto di Dio, è l’unica arbitra del vero e del falso, del bene e del male, e legge a se stessa, e con le naturali sue forze basta a procacciare il bene degli uomini e dei popoli.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

4. Tutte le verità della religione derivano dalla forza ingenita dell’umana ragione, quindi la ragione è norma precipua, per cui l’uomo possa e debba conseguire la cognizione di tutte le verità di qualsiasi genere.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862

5. La divina rivelazione è imperfetta e perciò soggetta a un continuo e indefinito progresso, che corrisponde al progresso dell’umana ragione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

6. La fede di Cristo urta la ragione; e la rivelazione divina non solo non giova a nulla, ma nuoce altresì al perfezionamento dell’uomo.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862,

7. Le profezie ed i miracoli esposti e narrati nelle Sacre Scritture sono invenzioni poetiche, e i misteri della fede cristiana sono la somma delle investigazioni filosofiche; nei libri dei due Testamenti si contengono invenzioni mitiche, e lo stesso Gesù Cristo non e che una mitica finzione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

II.
RAZIONALISMO MODERATO.

8. Equiparandosi la ragione umana alla stessa religione, perciò le discipline teologiche si hanno da trattare come le filosofiche.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.

9. Tutti i dogmi indistintamente della religione cristiana sono oggetto della scienza naturale, ossia della filosofia; e l’umana ragione, storicamente soltanto coltivata, può in virtù delle proprie forze e principi naturali giungere alla vera scienza di tutti i dogmi anche i più reconditi, purché questi dogmi siano stati proposti come oggetto alla stessa ragione.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.

Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

10. Altro essendo il filosofo ed altra la filosofia quegli ha diritto e dovere di sottomettersi a quell’autorità che egli medesimo abbia provata vera; ma la filosofia non può né deve sottomettersi a veruna autorità.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

11. La Chiesa non solamente non deve metter bocca giammai in filosofia, ma deve anzi tollerare gli errori della filosofia medesima e lasciare che da se stessa si corregga.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1882.

12. I decreti della Sede Apostolica e delle Romane Congregazioni impediscono il libero progresso della scienza.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

13. Il metodo e i principi coi quali gli antichi Dottori scolastici coltivarono la Teologia non corrispondono alle esigenze dei tempi nostri e al progresso delle scienze.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

14. La filosofia vuolsi trattare senza avere nessun riguardo alla rivelazione soprannaturale.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.
N.B. Col sistema del razionalismo combinano in gran parte gli errori di Antonio Gunther condannati nella lettera al Card. Arcivescovo di Colonia: Eximiam tuam, del 15 giugno 1847, e nella lettera al Vescovo di Breslavia: Dolore haud mediocri 30 aprile 1860.

III.
INDIFFERENTISMO E LATITUDINARISMO.

15. Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1831.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

16. Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell’eterna salute e l’eterna salute conseguire.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846
Alloc. Ubi primum, 17 dicembre 1847.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.

17. Almeno si deve sperare bene dell’eterna salute di tutti quelli, che affatto non si trovano nella vera Chiesa di Cristo.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.
Lett. Apost. Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

18. Il protestantesimo non è altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana, nella qual forma, del pari che nella Chiesa cattolica, è dato di piacere a Dio.
Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849

IV.
SOCIALISMO, COMUNISMO, SOCIETÀ CLANDESTINE,
SOCIETÀ BIBLICHE, SOCIETÀ CLERICO-LIBERALI.

Tali pestilenze sono condannate più volte e con gravissime espressioni nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846; nell’allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nella Lettera Enciclica Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849; nell’Allocuzione Singulari quadam, 9 dicembre 1854; nella Lettera Apostolica Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

V.
ERRORI SULLA CHIESA E I SUOI DIRITTI.

19. La Chiesa non è una vera e perfetta società completamente libera, né ha diritti suoi propri e permanenti a lei conferiti dal suo divino Fondatore; ma spetta alla civile potestà definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti dentro i quali possa esercitare i medesimi diritti.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1834.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

20. L’ecclesiastica potestà non deve esercitare la propria autorità senza il permesso ed il consenso del civile governo.
Alloc. Meminit unusquisque, 30 settembre 1861.

21. La Chiesa non ha potestà di definire dogmaticamente che la religione della Chiesa cattolica è la sola ed unica vera religione.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

22. L’obbligazione da cui sono assolutamente legati i maestri e gli scrittori cattolici, si restringe a quelle cose soltanto, che dall’infallibile giudizio della Chiesa vengono proposte a credersi da tutti come dogmi di fede.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

23. I Romani Pontefici e i Concili ecumenici oltrepassarono i limiti della loro potestà, usurparono i diritti dei principi, e sul definire eziandio le cose di fede ed i costumi errarono.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

24. La Chiesa non ha potestà di usare la forza, ne alcuna potestà temporale diretta o indiretta.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

25. Oltre la potestà inerente all’episcopato, vi è altra temporale potestà, data dal civile governo o espressamente o tacitamente concessa, e quindi revocabile a talento del medesimo.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

26. La Chiesa non ha un ingenito e legittimo diritto di acquistare e di possedere.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.
Epist. Encicl. Incredibili, 17 settembre 1863.

27. I sacri ministri della Chiesa e lo stesso Romano Pontefice si debbono al tutto rimuovere da ogni cura e dominio delle cose temporali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

28. Non è lecito ai Vescovi senza il permesso del governo promulgare neppure le stesse Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

29. Le grazie concesse dal Romano Pontefice si debbono ritenere per nulle, se non furono implorate per organo del governo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

30. La immunità della Chiesa e delle persone ecclesiastiche trasse origine dal diritto civile.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

31. Il foro ecclesiastico per le cause temporali dei chierici, siano civili, siano criminali, si deve assolutamente sopprimere, anche non consultata e reclamante la Sede Apostolica.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

32. Senza veruna violazione del diritto naturale e dell’equità si può abrogare l’immunità personale, con cui i chierici sono esonerati dal peso di subire e di esercitare la milizia. Simile abrogazione poi è domandata dal civile progresso massimamente in una società costituita a forma di più libero regime.
Epist. ad Episc. Montisregal. Singularis Nobisque, 29 settembre 1864.

33. All’ecclesiastica potestà di giurisdizione non appartiene esclusivamente per proprio ingenito diritto, dirigere l’insegnamento delle materie teologiche.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

34. La dottrina d coloro, che pareggiano il Romano Pontefice ad un Principe libero e operante nella Chiesa universale, è dottrina che prevalse nel medio evo.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

35. Nulla vieta, sia per sentenza di qualche Concilio generale, sia per fatto di tutti i popoli, che il Supremo Pontificato, dal Vescovo di Roma e da Roma stessa, si trasferisca ad altro Vescovo e ad altra città.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

36. La definizione del Concilio nazionale non ammette verun’altra disputa, e la civile amministrazione può esigere la cosa a questi termini.37.Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

37. Possono istituirsi Chiese nazionali sottratte e al tutto divise dall’autorità del Romano Pontefice.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Jamdudum cernimus, 1S marzo 1861.

38. I soverchi arbitrî dei Romani Pontefici produssero la divisione della Chiesa in orientale ed occidentale.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

VI.
ERRORI INTORNO ALLA SOCIETÀ CIVILE
CONSIDERATA IN SE STESSA
E NEI SUOI RAPPORTI CON LA CHIESA.

39. Lo Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

40. La dottrina della Chiesa cattolica è avversa al bene e ai vantaggi dell’umana società.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

41. Alla civile potestà, sebbene esercitata da un sovrano infedele, compete un potere indiretto negativo riguardo alle cose sacre; quindi le spetta non solo il diritto noto col nome di exequatur, ma altresì il diritto d’appellazione, che chiamano ab abusu.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

42. Nel conflitto fra le leggi delle due potestà prevale il diritto civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

43. Il potere laicale ha autorità di rescindere, interpretare e annullare le solenni convenzioni, ossia concordati, intorno all’uso dei diritti spettanti all’ecclesiastica immunità stipulata con la Sede Apostolica, e non solo senza il consenso di questa, ma non ostante eziandio le sue proteste.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

44. L’autorità civile può immischiarsi delle cose concernenti la religione, i costumi e il regime spirituale. Quindi può giudicare delle istruzioni che i Pastori della Chiesa pubblicano per loro uffizio a regola delle coscienze; ed anzi può decretare sopra l’amministrazione dei Santi Sacramenti, e sopra le disposizioni necessarie a riceverli.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

45. Tutto il regime delle pubbliche scuole, in cui si istruisce la gioventù di qualsiasi Stato cristiano (eccettuati solamente per certi motivi i Seminari vescovili) può e deve essere affidato alla civile autorità; e per siffatta guisa affidato, che non si riconosca verun diritto di altra qualunque autorità diimmischiarsi nella disciplina delle scuole, nel regolamento degli studi, nel conferimento dei gradi, nella scelta ed approvazione dei maestri.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Quibus virtuosissimis, 5 settembre 1851.

46. Anzi negli stessi Seminari dei chierici il metodo da seguirsi negli studi si assoggetta alla civile autorità.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

47. L’ottimo andamento della società civile richiede che le scuole popolari, aperte ai fanciulli di qualunque classe del popolo, e in generale tutti i pubblici Istituti destinati all’insegnamento delle lettere e delle discipline più gravi, non che a procurare l’educazione della gioventù, siano sottratte da ogni autorità dall’influenza moderatrice o dall’ingerenza della Chiesa, e vengano assoggettate al pieno arbitrio dell’autorità civile e politica, a piacimento dei sovrani e a seconda delle comuni opinioni del tempo.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

48. Ai cattolici può essere accetto quel sistema di educare la gioventù, il quale sia separato dalla fede cattolica e dalla podestà della Chiesa, e che riguardi soltanto la scienza delle cose naturali e i soli confini della terrena vita sociale, o almeno se li proponga per iscopo principale.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

49. La civile autorità può impedire che i Vescovi e i popoli fedeli abbiano libera e reciproca comunicazione col Romano Pontefice.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

50. L’autorità laica ha per se stessa il diritto di presentare i Vescovi, e può da essi esigere che assumano l’amministrazione delle Diocesi prima di ricevere dalla Santa Sede l’istituzione canonica e le Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

51. Anzi il governo laico ha diritto di deporre i Vescovi dall’esercizio del pastorale ministero, e non è tenuto ad obbedire il Romano Pontefice nelle cose concernenti l’Episcopato e l’istituzione dei Vescovi.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852,

52. Il governo può di suo diritto commutare l’età stabilita dalla Chiesa per la professione religiosa degli uomini e delle donne, e può intimare a tutte le religiose famiglie di non ammettere veruno senza il di lui permesso alla solenne professione dei voti.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

53. Debbonsi abrogare le leggi spettanti alla sicurezza dello stato delle famiglie religiose, non che ai loro diritti e doveri; anzi il governo civile può prestar mano a tutti quelli che volessero abbandonare l’intrapresa vita religiosa, e infrangere i voti solenni; può eziandio sopprimere le stesse religiose famiglie del pari che le Chiese collegiate e i benefizi semplici, anche di giuspatronato, e i loro beni o redditi sottoporre ed assegnare all’amministrazione e all’arbitrio della civile potestà.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Probe memineritis, 22 gennaio 1855.
Alloc. Cum sæpe, 26 luglio 1855.

54. I Re e i Principi non solo sono esenti dalla giurisdizione della Chiesa, ma di più, nello sciogliere le questioni di giurisdizione sono superiori alla Chiesa.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1551.

55. Si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

VII.
ERRORI INTORNO ALL’ETICA
NATURALE E CRISTIANA.

56. Le leggi dei costumi non abbisognano di sanzione divina, né punto è mestieri che le leggi umane si conformino al diritto di natura, e ricevano da Dio la forza obbligatoria.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

57. La scienza delle materie filosofiche, e dei costumi, del pari che le leggi civili, possono e debbono declinare dalla divina ed ecclesiastica autorità.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

58. Altre forze non debbonsi ammettere fuori di quelle, che sono riposte nella materia, ed ogni regola ed onestà dei costumi collocar si deve nell’accumulare e nell’accrescere per qualsiasi materia le ricchezze, nonché nel contentare la voluttà.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.
Lett. Apost. Q&uanto conficiamur, 17 agosto 1863.

59. Il diritto consiste nel fatto materiale; tutti i doveri degli uomini sono un vuoto nome e tutti i fatti umani hanno forza di diritto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1882.

60. L’autorità non è altro se non la somma del numero e delle forze materiali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

61. La fortuita ingiustizia di un fatto non reca verun detrimento alla santità del diritto.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

62. Devesi proclamare ed osservare il principio denominato del “Non intervento“.
Alloc. Novos et ante, 28 settembre 1860.

63. È lecito negare obbedienza ai legittimi Principi, anzi ribellarsi a loro.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Q&uisque Vestrum, 4 ottobre 1847.Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849.
Lett. Apost. Cum catholica, 26 marzo 1847.

64. Tanto la violazione di qualsiasi santissimo giuramento, quanto qualunque scellerata e criminosa azione ripugnante alla legge eterna, non solamente non è da condannare, ma sibbene torna lecita del tutto, e degna di essere celebrata con comune lode, quando ciò si faccia per l’amore della patria.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

VIII.
ERRORI CIRCA IL MATRIMONIO CRISTIANO.

65. In verun modo si può sostenere che Cristo abbia sollevato il Matrimonio alla dignità di Sacramento.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

66. Il Sacramento del Matrimonio non è se non un che d’accessorio al contratto e da esso separabile, e il Sacramento medesimo è riposto nella sola benedizione nuziale.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

67. Per diritto di natura il vincolo del Matrimonio non è indissolubile, e in vari casi il divorzio, propriamente detto, può essere sancito dalla civile autorità.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

68. La Chiesa non ha potestà di stabilire impedimenti dirimenti del Matrimonio, ma tale potestà spetta all’autorità civile, per mezzo della quale si hanno da rimuovere gli impedimenti esistenti.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

69. La Chiesa cominciò a creare gli impedimenti dirimenti nei secoli di mezzo, non per diritto proprio, ma usando di quel diritto che aveva ricevuto dal potere civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

70. I Canoni Tridentini, fulminanti la scomunica a coloro che osano negare alla Chiesa la facoltà di stabilire gli impedimenti dirimenti, o non sono canoni dogmatici, o si debbono intendere nel senso di questa sola ricevuta potestà.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

71. La forma del Tridentino non obbliga sotto pena di annullamento, quando la legge civile prescriva un’altra forma e voglia, con l’intervento di questa nuova forma, render valido il Matrimonio.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

72. Bonifazio VIII fu il primo ad asserire che il voto di castità emesso nell’Ordinazione rende nulle le nozze.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

73. In virtù del semplice contratto civile può sussistere fra cristiani un vero Matrimonio; ed è falso che o il contratto di Matrimonio fra cristiani sia sempre Sacramento, o che nullo sia il contratto, se il Sacramento si escluda.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Lettera di S. S. Pio Pp. IX al Re di Sardegna, 9 settembre 1852.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

74. Le cause matrimoniali o degli sponsali spettano di loro natura al foro civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
N.B. Qui possono richiamarsi due altri errori intorno all’abolizione del celibato clericale, e alla preferenza dello stato di Matrimonio sopra lo stato di verginità. Il primo fu condannato nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846, e il secondo nella Lettera Apostolica Multiplices inter, 10 giugno 1851.

IX.
ERRORI INTORNO AL PRINCIPATO CIVILE
DEL ROMANO PONTEFICE.

75. Sulla compatibilità del regno temporale con lo spirituale disputano fra di loro i figli della cristiana e cattolica Chiesa.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

76. L’annullamento del principato civile che possiede la Sede Apostolica gioverebbe assaissimo alla libertà e felicità della Chiesa.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.
N.B. Oltre questi errori espressamente notati, altri moltissimi implicitamente se ne condannano nella proposta e difesa dottrina, che tutti i Cattolici debbono fermissimamente ritenere intorno al civile principato del Romano Pontefice. Tale dottrina è splendidamente sviluppata nell’Allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nell’Allocuzione Si semper antea, 20 maggio 1850; nella Lettera Apostolica Cum Catholica Ecclesia, 26 marzo 1S60; nell’Allocuzione Jamdudum, 18 marzo 1861; nell’Allocuzione Maxima Quidem, 9 giugno 1862.

X.
ERRORI RIGUARDANTI
IL LIBERALISMO ODIERNO.

77. Ai tempi nostri non giova più tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto.
Alloc. Nemo vestrum, 26 luglio 1855.

78. Quindi lodevolmente in parecchie regioni cattoliche fu stabilito per legge, esser lecito a tutti gli uomini ivi convenuti il pubblico esercizio del proprio qualsiasi culto.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1552.

79. Infatti è falso che la civile libertà di qualsiasi culto o la piena potestà a tutti indistintamente concessa di manifestare in pubblico e all’aperto qualunque pensiero ed opinione influisca più facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei popoli e a propagare la peste dell’indifferentismo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

80. Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

 

 

 

 

DOMENICA in festo DOMINO NOSTRO JESU CHRISTI REGIS

ORATIO AD D. N. IESUM CHRISTUM REGEM

Indulg. plenaria suetis condicionibus semel in die (272)

DÒMINE Iesu Christe, te confiteor Regem universàlem. Omnia, quæ facta sunt, prò te sunt creata. Omnia iura tua exérce in me. Rénovo vota Baptismi abrenùntians sàtanæ eiùsque pompis et opéribus et promitto me victùrum ut bonum christiànum. Ac, potissimum me óbligo operàri quantum in me est, ut triùmphent Dei iura tuæque Ecclèsiæ. Divinum Cor Iesu, óffero tibi actiones meas ténues ad obtinéndum, ut corda omnia agnóscant tuam sacram Regalitàtem et ita tuæ pacis regnum stabiliàtur in toto terràrum orbe. Amen.

DOMENICA In festo Domino nostro Jesu Christi Regis ~ I. classis

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Apoc V:12; 1:6
Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum.[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza, forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]
Ps LXXI:1
Deus, iudícium tuum Regi da: et iustítiam tuam Fílio Regis.
[Dio, da al Re il tuo giudizio, ed al Figlio del Re la tua giustizia] –
Dignus est Agnus, qui occísus est, accípere virtútem, et divinitátem, et sapiéntiam, et fortitúdinem, et honórem. Ipsi glória et impérium in sǽcula sæculórum…[L’Agnello che fu sacrificato è degno di ricevere potenza, ricchezza, sapienza. Forza, onore, gloria e lode; a Lui sia per sempre data gloria e impero, per …]

Oratio
Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui in dilécto Fílio tuo, universórum Rege, ómnia instauráre voluísti: concéde propítius; ut cunctæ famíliæ géntium, peccáti vúlnere disgregátæ, eius suavissímo subdántur império:Qui tecum … [Dio onnipotente ed eterno, che ponesti al vertice di tutte e cose il tuo diletto Figlio, Re dell’universo, concedi propizio che la grande famiglia delle nazioni, disgregata per la ferita del peccato, si sottometta al tuo soavissimo impero: Egli che … ]

Orémus.
Commemoratio Dominica XXI Post Pentecosten
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut a cunctis adversitátibus, te protegénte, sit líbera, et in bonis áctibus tuo nómini sit devóta.

[Custodisci, Te ne preghiamo, o Signore, con incessante pietà, la tua famiglia: affinché, mediante la tua protezione, sia libera da ogni avversità, e nella pratica delle buone opere sia devota al tuo nome.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col 1:12-20
Fratres: Grátias ágimus Deo Patri, qui dignos nos fecit in partem sortis sanctórum in lúmine: qui erípuit nos de potestáte tenebrárum, et tránstulit in regnum Fílii dilectiónis suæ, in quo habémus redemptiónem per sánguinem ejus, remissiónem peccatórum: qui est imágo Dei invisíbilis, primogénitus omnis creatúra: quóniam in ipso cóndita sunt univérsa in cœlis et in terra, visibília et invisibília, sive Throni, sive Dominatiónes, sive Principátus, sive Potestátes: ómnia per ipsum, et in ipso creáta sunt: et ipse est ante omnes, et ómnia in ipso constant. Et ipse est caput córporis Ecclésiæ, qui est princípium, primogénitus ex mórtuis: ut sit in ómnibus ipse primátum tenens; quia in ipso complácuit omnem plenitúdinem inhabitáre; et per eum reconciliáre ómnia in ipsum, pacíficans per sánguinem crucis ejus, sive quæ in terris, sive quæ in cœlis sunt, in Christo Jesu Dómino nostro.
[ Frateli, ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di Lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di Lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.]

Graduale
Ps LXXI:8; LXXVIII:11
Dominábitur a mari usque ad mare, et a flúmine usque ad términos orbis terrárum. [
Egli dominerà da un mare all’altro, dal fiume fino all’estremità della terra] V. Et adorábunt eum omnes reges terræ: omnes gentes sérvient ei. [Tutti i re Gli si prosteranno dinanzi, tutte le genti Lo serviranno].

Alleluja

Allelúja, allelúja.
Dan VII7:14.
Potéstas ejus, potéstas ætérna, quæ non auferétur: et regnum ejus, quod non corrumpétur.
Allelúja. [la potestà di Lui è potestà eterna che non Gli sarà tolta e il suo regno è incorruttibile]


Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.
Joann XVIII:33-37
In illo témpore: Dixit Pilátus ad Jesum: Tu es Rex Judæórum? Respóndit Jesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Judǽus sum? Gens tua et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Jesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent, ut non tráderer Judǽis: nunc autem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Jesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis, qui est ex veritáte, audit vocem meam.
[In quel tempo, disse Pilato a Gesù: Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù rispose: “Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?”. Pilato rispose: “Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?”. Rispose Gesù: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.  Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”].

OMELIA

[Lettera Enciclica “Quas primas” di S. S. Pio XI]

Nella prima Enciclica che, asceso al Pontificato, dirigemmo a tutti i Vescovi dell’Orbe cattolico — mentre indagavamo le cause precipue di quelle calamità da cui vedevamo oppresso e angustiato il genere umano — ricordiamo d’aver chiaramente espresso non solo che tanta colluvie di mali imperversava nel mondo perché la maggior parte degli uomini avevano allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società, ma altresì che mai poteva esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni avessero negato e da loro rigettato l’impero di Cristo Salvatore. – Pertanto, come ammonimmo che era necessario ricercare la pace di Cristo nel Regno di Cristo, così annunziammo che avremmo fatto a questo fine quanto Ci era possibile; nel Regno di Cristo — diciamo — poiché Ci sembrava che non si possa più efficacemente tendere al ripristino e al rafforzamento della pace, che mediante la restaurazione del Regno di Nostro Signore. – Frattanto il sorgere e il pronto ravvivarsi di un benevolo movimento dei popoli verso Cristo e la sua Chiesa, che sola può recar salute, Ci forniva non dubbia speranza di tempi migliori; movimento tal quale s’intravedeva che molti i quali avevano disprezzato il Regno di Cristo e si erano quasi resi esuli dalla Casa del Padre, si preparavano e quasi s’affrettavano a riprendere le vie dell’obbedienza.

L’Anno Santo e il Regno di Cristo

E tutto quello che accadde e si fece, nel corso di questo Anno Santo, degno certo di perpetua memoria, forse non accrebbe l’onore e la gloria al divino Fondatore della Chiesa, nostro supremo Re e Signore? – Infatti, la Mostra Missionaria Vaticana quanto non colpì la mente e il cuore degli uomini, sia facendo conoscere il diuturno lavoro della Chiesa per la maggiore dilatazione del Regno del suo Sposo nei continenti e nelle più lontane isole dell’Oceano; sia il grande numero di regioni conquistate al cattolicesimo col sudore e col sangue dai fortissimi e invitti Missionari; sia infine col far conoscere quante vaste regioni vi siano ancora da sottomettere al soave e salutare impero del nostro Re. E quelle moltitudini che, durante questo Anno giubilare, vennero da ogni parte della terra nella città santa, sotto la guida dei loro Vescovi e sacerdoti, che altro avevano in cuore, purificate le loro anime, se non proclamarsi presso il sepolcro degli Apostoli, davanti a Noi, sudditi fedeli di Cristo per il presente e per il futuro? – E questo Regno di Cristo sembrò quasi pervaso di nuova luce allorquando Noi, provata l’eroica virtù di sei Confessori e Vergini, li elevammo agli onori degli altari. E qual gioia e qual conforto provammo nell’animo quando, nello splendore della Basilica Vaticana, promulgato il decreto solenne, una moltitudine sterminata di popolo, innalzando il cantico di ringraziamento esclamò: Tu Rex gloriæ, Christe!  – Poiché, mentre gli uomini e le Nazioni, lontani da Dio, per l’odio vicendevole e per le discordie intestine si avviano alla rovina ed alla morte, la Chiesa di Dio, continuando a porgere al genere umano il cibo della vita spirituale, crea e forma generazioni di santi e di sante a Gesù Cristo, il quale non cessa di chiamare alla beatitudine del Regno celeste coloro che ebbe sudditi fedeli e obbedienti nel regno terreno. – Inoltre, ricorrendo, durante l’Anno Giubilare, il sedicesimo secolo dalla celebrazione del Concilio di Nicea, volemmo che l’avvenimento centenario fosse commemorato, e Noi stessi lo commemorammo nella Basilica Vaticana tanto più volentieri in quanto quel Sacro Sinodo definì e propose come dogma la consustanzialità dell’Unigenito col Padre, e nello stesso tempo, inserendo nel simbolo la formula «il regno del quale non avrà mai fine», proclamò la dignità regale di Cristo. – Avendo, dunque, quest’Anno Santo concorso non in uno ma in più modi ad illustrare il Regno di Cristo, Ci sembra che faremo cosa quanto mai consentanea al Nostro ufficio apostolico, se, assecondando le preghiere di moltissimi Cardinali, Vescovi e fedeli fatte a Noi sia individualmente, sia collettivamente, chiuderemo questo stesso Anno coll’introdurre nella sacra Liturgia una festa speciale di Gesù Cristo Re. – Questa cosa Ci reca tanta gioia che Ci spinge, Venerabili Fratelli, a farvene parola; voi poi, procurerete di adattare ciò che Noi diremo intorno al culto di Gesù Cristo Re, all’intelligenza del popolo e di spiegarne il senso in modo che da questa annua solennità ne derivino sempre copiosi frutti.

Gesù Cristo è Re

Gesù Cristo Re delle menti, delle volontà e dei cuori

Da gran tempo si è usato comunemente di chiamare Cristo con l’appellativo di Re per il sommo grado di eccellenza, che ha in modo sovreminente fra tutte le cose create. In tal modo, infatti, si dice che Egli regna nelle menti degli uomini non solo per l’altezza del suo pensiero e per la vastità della sua scienza, ma anche perché Egli è Verità ed è necessario che gli uomini attingano e ricevano con obbedienza da Lui la verità; similmente nelle volontà degli uomini, sia perché in Lui alla santità della volontà divina risponde la perfetta integrità e sottomissione della volontà umana, sia perché con le sue ispirazioni influisce sulla libera volontà nostra in modo da infiammarci verso le più nobili cose. Infine Cristo è riconosciuto Re dei cuori per quella sua carità che sorpassa ogni comprensione umana (Supereminentem scientiæ caritatem) e per le attrattive della sua mansuetudine e benignità: nessuno infatti degli uomini fu mai tanto amato e mai lo sarà in avvenire quanto Gesù Cristo. Ma per entrare in argomento, tutti debbono riconoscere che è necessario rivendicare a Cristo Uomo nel vero senso della parola il nome e i poteri di Re; infatti soltanto in quanto è Uomo si può dire che abbia ricevuto dal Padre la potestà, l’onore e il regno, perché come Verbo di Dio, essendo della stessa sostanza del Padre, non può non avere in comune con il Padre ciò che è proprio della divinità, e per conseguenza Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero.

La Regalità di Cristo nei libri dell’Antico Testamento.

E non leggiamo infatti spesso nelle Sacre Scritture che Cristo è Re ? Egli invero è chiamato il Principe che deve sorgere da Giacobbe,, eche dal Padre è costituito Re sopra il Monte santo di Sion, che riceverà le genti in eredità e avrà in possesso i confini della terra. Il salmo nuziale, col quale sotto l’immagine di un re ricchissimo e potentissimo viene preconizzato il futuro Re d’Israele, ha queste parole: «II tuo trono, o Dio, sta per sempre, in eterno: scettro di rettitudine è il tuo scettro reale». – E per tralasciare molte altre testimonianze consimili, in un altro luogo per lumeggiare più chiaramente i caratteri del Cristo, si preannunzia che il suo Regno sarà senza confini ed arricchito coi doni della giustizia e della pace: «Fiorirà ai suoi giorni la Giustizia e somma pace… Dominerà da un mare all’altro, e dal fiume fino alla estremità della terra». A questa testimonianza si aggiungono in modo più ampio gli oracoli dei Profeti e anzitutto quello notissimo di Isaia: «Ci è nato un bimbo, ci fu dato un figlio: e il principato è stato posto sulle sue spalle e sarà chiamato col nome di Ammirabile, Consigliere, Dio forte, Padre del secolo venturo, Principe della pace. Il suo impero crescerà, e la pace non avrà più fine. Sederà sul trono di Davide e sopra il suo regno, per stabilirlo e consolidarlo nel giudizio e nella giustizia, da ora ed in perpetuo». E gli altri Profeti non discordano da Isaia: così Geremia, quando predice che nascerà dalla stirpe di Davide il “Rampollo giusto” che qual figlio di Davide «regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra»; così Daniele che preannunzia la costituzione di un regno da parte del Re del cielo, regno che «non sarà mai in eterno distrutto… ed esso durerà in eterno» e continua: «Io stavo ancora assorto nella visione notturna, quand’ecco venire in mezzo alle nuvole del cielo uno con le sembianze del figlio dell’uomo che si avanzò fino al Vegliardo dai giorni antichi, e davanti a lui fu presentato. E questi gli conferì la potestà, l’onore e il regno; tutti i popoli, le tribù e le lingue serviranno a lui; la sua potestà sarà una potestà eterna che non gli sarà mai tolta, e il suo regno, un regno che non sarà mai distrutto». E gli scrittori dei santi Vangeli non accettano e riconoscono come avvenuto quanto è predetto da Zaccaria intorno al Re mansueto il quale «cavalcando sopra un’asina col suo piccolo asinello» era per entrare in Gerusalemme, qual giusto e salvatore fra le acclamazioni delle turbe?

Gesù Cristo si è proclamato Re

Del resto questa dottrina intorno a Cristo Re, che abbiamo sommariamente attinto dai libri del Vecchio Testamento, non solo non viene meno nelle pagine del Nuovo, ma anzi vi è confermata in modo splendido e magnifico. E qui, appena accennando all’annunzio dell’arcangelo da cui la Vergine viene avvisata che doveva partorire un figlio, al quale Iddio avrebbe dato la sede di David, suo padre, e che avrebbe regnato nella Casa di Giacobbe in eterno e che il suo Regno non avrebbe avuto fine  vediamo che Cristo stesso dà testimonianza del suo impero: infatti, sia nel suo ultimo discorso alle turbe, quando parla dei premi e delle pene, riservate in perpetuo ai giusti e ai dannati; sia quando risponde al Preside romano che pubblicamente gli chiedeva se fosse Re, sia quando risorto affida agli Apostoli l’ufficio di ammaestrare e battezzare tutte le genti, colta l’opportuna occasione, si attribuì il nome di Re, e pubblicamente confermò di essere Re  e annunziò solennemente a Lui era stato dato ogni potere in cielo e in terra. E con queste parole che altro si vuol significare se non la grandezza della potestà e l’estensione immensa del suo Regno? – Non può dunque sorprenderci se Colui che è detto da Giovanni «Principe dei Re della terra», porti, come apparve all’Apostolo nella visione apocalittica «scritto sulla sua veste e sopra il suo fianco: Re dei re e Signore dei dominanti». Da quando l’eterno Padre costituì Cristo erede universale, è necessario che Egli regni finché riduca, alla fine dei secoli, ai piedi del trono di Dio tutti i suoi nemici. – Da questa dottrina dei sacri libri venne per conseguenza che la Chiesa, regno di Cristo sulla terra, destinato naturalmente ad estendersi a tutti gli uomini e a tutte le nazioni, salutò e proclamò nel ciclo annuo della Liturgia il suo autore e fondatore quale Signore sovrano e Re dei re, moltiplicando le forme della sua affettuosa venerazione. Essa usa questi titoli di onore esprimenti nella bella varietà delle parole lo stesso concetto; come già li usò nell’antica salmodia e negli antichi Sacramentari, così oggi li usa nella pubblica ufficiatura e nell’immolazione dell’Ostia immacolata. In questa laude perenne a Cristo Re, facilmente si scorge la bella armonia fra il nostro e il rito orientale in guisa da render manifesto, anche in questo caso, che «le norme della preghiera fissano i principi della fede». Ben a proposito Cirillo Alessandrino, a mostrare il fondamento di questa dignità e di questo potere, avverte che «egli ottiene, per dirla brevemente, la potestà su tutte le creature, non carpita con la violenza né da altri ricevuta, ma la possiede per propria natura ed essenza»; cioè il principato di Cristo si fonda su quella unione mirabile che è chiamata unione ipostatica. Dal che segue che Cristo non solo deve essere adorato come Dio dagli Angeli e dagli uomini, ma anche che a Lui, come Uomo, debbono essi esser soggetti ed obbedire: cioè che per il solo fatto dell’unione ipostatica Cristo ebbe potestà su tutte le creature. – Eppure che cosa più soave e bella che il pensare che Cristo regna su di noi non solamente per diritto di natura, ma anche per diritto di conquista, in forza della Redenzione? Volesse Iddio che gli uomini immemori ricordassero quanto noi siamo costati al nostro Salvatore: «Non a prezzo di cose corruttibili, di oro o d’argento siete stati riscattati… ma dal Sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e incontaminato». Non siamo dunque più nostri perché Cristo ci ha ricomprati col più alto prezzo: i nostri stessi corpi sono membra di Cristo.

Natura e valore del Regno di Cristo

Volendo ora esprimere la natura e il valore di questo principato, accenniamo brevemente che esso consta di una triplice potestà, la quale se venisse a mancare, non si avrebbe più il concetto d’un vero e proprio principato. – Le testimonianze attinte dalle Sacre Lettere circa l’impero universale del nostro Redentore, provano più che a sufficienza quanto abbiamo detto; ed è dogma di fede che Gesù Cristo è stato dato agli uomini quale Redentore in cui debbono riporre la loro fiducia, ed allo stesso tempo come legislatore a cui debbono obbedire. – I santi Evangeli non soltanto narrano come Gesù abbia promulgato delle leggi, ma lo presentano altresì nell’atto stesso di legiferare; e il divino Maestro afferma, in circostanze e con diverse espressioni, che chiunque osserverà i suoi comandamenti darà prova di amarlo e rimarrà nella sua carità . Lo stesso Gesù davanti ai Giudei, che lo accusavano di aver violato il sabato con l’aver ridonato la sanità al paralitico, afferma che a Lui fu dal Padre attribuita la potestà giudiziaria: «Il Padre non giudica alcuno, ma ha rimesso al Figlio ogni giudizio». Nel che è compreso pure il diritto di premiare e punire gli uomini anche durante la loro vita, perché ciò non può disgiungersi da una propria forma di giudizio. Inoltre la potestà esecutiva si deve parimenti attribuire a Gesù Cristo, poiché è necessario che tutti obbediscano al suo comando, e nessuno può sfuggire ad esso e alle sanzioni da lui stabilite.

Regno principalmente spirituale

Che poi questo Regno sia principalmente spirituale e attinente alle cose spirituali, ce lo dimostrano i passi della sacra Bibbia sopra riferiti, e ce lo conferma Gesù Cristo stesso col suo modo di agire. – In varie occasioni, infatti, quando i Giudei e gli stessi Apostoli credevano per errore che il Messia avrebbe reso la libertà al popolo ed avrebbe ripristinato il regno di Israele, egli cercò di togliere e abbattere questa vana attesa e speranza; e così pure quando stava per essere proclamato Re dalla moltitudine che, presa di ammirazione, lo attorniava, Egli rifiutò questo titolo e questo onore, ritirandosi e nascondendosi nella solitudine; finalmente davanti al Preside romano annunciò che il suo Regno “non è di questo mondo”. – Questo Regno nei Vangeli viene presentato in tal modo che gli uomini debbano prepararsi ad entrarvi per mezzo della penitenza, e non possano entrarvi se non per la fede e per il Battesimo, il quale benché sia un rito esterno, significa però e produce la rigenerazione interiore. Questo Regno è opposto unicamente al regno di Satana e alla “potestà delle tenebre”, e richiede dai suoi sudditi non solo l’animo distaccato dalle ricchezze e dalle cose terrene, la mitezza dei costumi, la fame e sete di giustizia, ma anche che essi rinneghino se stessi e prendano la loro croce. Avendo Cristo come Redentore costituita con il suo sangue la Chiesa, e come Sacerdote offrendo se stesso in perpetuo quale ostia di propiziazione per i peccati degli uomini, chi non vede che la regale dignità di Lui riveste il carattere spirituale dell’uno e dell’altro ufficio?

Regno universale e sociale

D’altra parte sbaglierebbe gravemente chi togliesse a Cristo Uomo il potere su tutte le cose temporali, dato che Egli ha ricevuto dal Padre un diritto assoluto su tutte le cose create, in modo che tutto soggiaccia al suo arbitrio. Tuttavia, finché fu sulla terra si astenne completamente dall’esercitare tale potere, e come una volta disprezzò il possesso e la cura delle cose umane, così permise e permette che i possessori debitamente se ne servano. A questo proposito ben si adattano queste parole: «Non toglie il trono terreno Colui che dona il regno eterno dei cieli». Pertanto il dominio del nostro Redentore abbraccia tutti gli uomini, come affermano queste parole del Nostro Predecessore di immortale memoria  Leone XIII, che Noi qui facciamo Nostre: «L’impero di Cristo non si estende soltanto sui popoli cattolici, o a coloro che, rigenerati nel fonte battesimale, appartengono, a rigore di diritto, alla Chiesa, sebbene le errate opinioni Ce li allontanino o il dissenso li divida dalla carità; ma abbraccia anche quanti sono privi di fede cristiana, di modo che tutto il genere umano è sotto la potestà di Gesù Cristo». – Né v’è differenza fra gli individui e il consorzio domestico e civile, poiché gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli. È lui solo la fonte della salute privata e pubblica: «Né in alcun altro è salute, né sotto il cielo altro nome è stato dato agli uomini, mediante il quale abbiamo da essere salvati», è lui solo l’autore della prosperità e della vera felicità sia per i singoli sia per gli Stati: «poiché il benessere della società non ha origine diversa da quello dell’uomo, la società non essendo altro che una concorde moltitudine di uomini». – Non rifiutino, dunque, i capi delle nazioni di prestare pubblica testimonianza di riverenza e di obbedienza all’impero di Cristo insieme coi loro popoli, se vogliono, con l’incolumità del loro potere, l’incremento e il progresso della patria. Difatti sono quanto mai adatte e opportune al momento attuale quelle parole che all’inizio del Nostro pontificato Noi scrivemmo circa il venir meno del principio di autorità e del rispetto alla pubblica potestà: «Allontanato, infatti — così lamentavamo — Gesù Cristo dalle leggi e dalla società, l’autorità appare senz’altro come derivata non da Dio ma dagli uomini, in maniera che anche il fondamento della medesima vacilla: tolta la causa prima, non v’è ragione per cui uno debba comandare e l’altro obbedire. Dal che è derivato un generale turbamento della società, la quale non poggia più sui suoi cardini naturali».

Regno benefico

Se invece gli uomini privatamente e in pubblico avranno riconosciuto la sovrana potestà di Cristo, necessariamente segnalati benefici di giusta libertà, di tranquilla disciplina e di pacifica concordia pervaderanno l’intero consorzio umano. La regale dignità di nostro Signore come rende in qualche modo sacra l’autorità umana dei principi e dei capi di Stato, così nobilita i doveri dei cittadini e la loro obbedienza. – In questo senso l’Apostolo Paolo, inculcando alle spose e ai servi di rispettare Gesù Cristo nel loro rispettivo marito e padrone, ammoniva chiaramente che non dovessero obbedire ad essi come ad uomini ma in quanto tenevano le veci di Cristo, poiché sarebbe stato sconveniente che gli uomini, redenti da Cristo, servissero ad altri uomini: «Siete stati comperati a prezzo; non diventate servi degli uomini». Che se i principi e i magistrati legittimi saranno persuasi che si comanda non tanto per diritto proprio quanto per mandato del Re divino, si comprende facilmente che uso santo e sapiente essi faranno della loro autorità, e quale interesse del bene comune e della dignità dei sudditi prenderanno nel fare le leggi e nell’esigerne l’esecuzione. – In tal modo, tolta ogni causa di sedizione, fiorirà e si consoliderà l’ordine e la tranquillità: ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei capi di Stato uomini simili a lui o per qualche ragione indegni e vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca in essi l’immagine e l’autorità di Cristo Dio e Uomo. – Per quello poi che si riferisce alla concordia e alla pace, è manifesto che quanto più vasto è il regno e più largamente abbraccia il genere umano, tanto più gli uomini diventano consapevoli di quel vincolo di fratellanza che li unisce. E questa consapevolezza come allontana e dissipa i frequenti conflitti, così ne addolcisce e ne diminuisce le amarezze. E se il regno di Cristo, come di diritto abbraccia tutti gli uomini, cosi di fatto veramente li abbracciasse, perché dovremmo disperare di quella pace che il Re pacifico portò in terra, quel Re diciamo che venne «per riconciliare tutte le cose, che non venne per farsi servire, ma per servire gli altri”» e che, pur essendo il Signore di tutti, si fece esempio di umiltà, e questa virtù principalmente inculcò insieme con la carità e disse inoltre: «II mio giogo è soave e il mio peso leggero?». – Oh, di quale felicità potremmo godere se gli individui, le famiglie e la società si lasciassero governare da Cristo! «Allora veramente, per usare le parole che il Nostro Predecessore Leone XIII venticinque anni fa rivolgeva a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, si potrebbero risanare tante ferite, allora ogni diritto riacquisterebbe l’antica forza, tornerebbero i beni della pace, cadrebbero dalle mani le spade, quando tutti volentieri accettassero l’impero di Cristo, gli obbedissero, ed ogni lingua proclamasse che nostro Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre».

La Festa di Cristo Re

Scopo della festa di Cristo Re

E perché più abbondanti siano i desiderati frutti e durino più stabilmente nella società umana, è necessario che venga divulgata la cognizione della regale dignità di nostro Signore quanto più è possibile. Al quale scopo Ci sembra che nessun’altra cosa possa maggiormente giovare quanto l’istituzione di una festa particolare e propria di Cristo Re. – Infatti, più che i solenni documenti del Magistero ecclesiastico, hanno efficacia nell’informare il popolo nelle cose della fede e nel sollevarlo alle gioie interne della vita le annuali festività dei sacri misteri, poiché i documenti, il più delle volte, sono presi in considerazione da pochi ed eruditi uomini, le feste invece commuovono e ammaestrano tutti i fedeli; quelli una volta sola parlano, queste invece, per così dire, ogni anno e in perpetuo; quelli soprattutto toccano salutarmente la mente, queste invece non solo la mente ma anche il cuore, tutto l’uomo insomma. Invero, essendo l’uomo composto di anima e di corpo, ha bisogno di essere eccitato dalle esteriori solennità in modo che, attraverso la varietà e la bellezza dei sacri riti, accolga nell’animo i divini insegnamenti e, convertendoli in sostanza e sangue, faccia si che essi servano al progresso della sua vita spirituale. – D’altra parte si ricava da documenti storici che tali festività, col decorso dei secoli, vennero introdotte una dopo l’altra, secondo che la necessità o l’utilità del popolo cristiano sembrava richiederlo; come quando fu necessario che il popolo venisse rafforzato di fronte al comune pericolo, o venisse difeso dagli errori velenosi degli eretici, o incoraggiato più fortemente e infiammato a celebrare con maggiore pietà qualche mistero della fede o qualche beneficio della grazia divina. Così fino dai primi secoli dell’era cristiana, venendo i fedeli acerbamente perseguitati, si cominciò con sacri riti a commemorare i Martiri, affinché — come dice Sant’Agostino — le solennità dei Martiri fossero d’esortazione al martirio. E gli onori liturgici, che in seguito furono tributati ai Confessori, alle Vergini e alle Vedove, servirono meravigliosamente ad eccitare nei fedeli l’amore alle virtù, necessarie anche in tempi di pace. – E specialmente le festività istituite in onore della Beata Vergine fecero sì che il popolo cristiano non solo venerasse con maggior pietà la Madre di Dio, sua validissima protettrice, ma si accendesse altresì di più forte amore verso la Madre celeste, che il Redentore gli aveva lasciato quasi per testamento. Tra i benefici ottenuti dal culto pubblico e liturgico verso la Madre di Dio e i Santi del Cielo non ultimo si deve annoverare questo: che la Chiesa, in ogni tempo, poté vittoriosamente respingere la peste delle eresie e degli errori. – In tale ordine di cose dobbiamo ammirare i disegni della divina Provvidenza, la quale, come suole dal male ritrarre il bene, così permise che di quando in quando la fede e la pietà delle genti diminuissero, o che le false teorie insidiassero la verità cattolica, con questo esito però, che questa risplendesse poi di nuovo splendore, e quelle, destatesi dal letargo, tendessero a cose maggiori e più sante. – Ed invero le festività che furono accolte nel corso dell’anno liturgico in tempi a noi vicini, ebbero uguale origine e produssero identici frutti. Così, quando erano venuti meno la riverenza e il culto verso l’augusto Sacramento, fu istituita la festa del Corpus Domini, e si ordinò che venisse celebrata in modo tale che le solenni processioni e le preghiere da farsi per tutto l’ottavario richiamassero le folle a venerare pubblicamente il Signore; così la festività del Sacro Cuore di Gesù fu introdotta quando gli animi degli uomini, infiacchiti e avviliti per il freddo rigorismo dei giansenisti, erano del tutto agghiacciati e distolti dall’amore di Dio e dalla speranza della eterna salvezza. – Ora, se comandiamo che Cristo Re venga venerato da tutti i cattolici del mondo, con ciò Noi provvederemo alle necessità dei tempi presenti, apportando un rimedio efficacissimo a quella peste che pervade l’umana società.

Il “laicismo”

La peste della età nostra è il così detto laicismo coi suoi errori e i suoi empi incentivi; e voi sapete, o Venerabili Fratelli, che tale empietà non maturò in un solo giorno ma da gran tempo covava nelle viscere della società. Infatti si cominciò a negare l’impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto — che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo — di ammaestrare, cioè, le genti, di far leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. E a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con altre religioni false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise al potere civile e fu lasciata quasi all’arbitrio dei principi e dei magistrati. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio, riposero la loro religione nell’irreligione e nel disprezzo di Dio stesso. – I pessimi frutti, che questo allontanamento da Cristo da parte degli individui e delle nazioni produsse tanto frequentemente e tanto a lungo, Noi lamentammo nella Enciclica Ubi arcano Dei e anche oggi lamentiamo: i semi cioè della discordia sparsi dappertutto; accesi quegli odii e quelle rivalità tra i popoli, che tanto indugio ancora frappongono al ristabilimento della pace; l’intemperanza delle passioni che così spesso si nascondono sotto le apparenze del pubblico bene e dell’amor patrio; le discordie civili che ne derivarono, insieme a quel cieco e smoderato egoismo sì largamente diffuso, il quale, tendendo solo al bene privato ed al proprio comodo, tutto misura alla stregua di questo; la pace domestica profondamente turbata dalla dimenticanza e dalla trascuratezza dei doveri familiari; l’unione e la stabilità delle famiglie infrante, infine la stessa società scossa e spinta verso la rovina. – Ci sorregge tuttavia la buona speranza che l’annuale festa di Cristo Re, che verrà in seguito celebrata, spinga la società, com’è nel desiderio di tutti, a far ritorno all’amatissimo nostro Salvatore. Accelerare e affrettare questo ritorno con l’azione e con l’opera loro sarebbe dovere dei Cattolici, dei quali, invero, molti sembra non abbiano nella civile convivenza quel posto né quell’autorità, che s’addice a coloro che portano innanzi a sé la fiaccola della verità. – Tale stato di cose va forse attribuito all’apatia o alla timidezza dei buoni, i quali si astengono dalla lotta o resistono fiaccamente; da ciò i nemici della Chiesa traggono maggiore temerità e audacia. Ma quando i fedeli tutti comprendano che debbono militare con coraggio e sempre sotto le insegne di Cristo Re, con ardore apostolico si studieranno di ricondurre a Dio i ribelli e gl’ignoranti, e si sforzeranno di mantenere inviolati i diritti di Dio stesso.

La preparazione storica della festa di Cristo Re

E chi non vede che fino dagli ultimi anni dello scorso secolo si preparava meravigliosamente la via alla desiderata istituzione di questo giorno festivo? Nessuno infatti ignora come, con libri divulgati nelle varie lingue di tutto il mondo, questo culto fu sostenuto e sapientemente difeso; come pure il principato e il regno di Cristo fu ben riconosciuto colla pia pratica di dedicare e consacrare tutte le famiglie al Sacratissimo Cuore di Gesù. E non soltanto famiglie furono consacrate, ma altresì nazioni e regni; anzi, per volere di Leone XIII, tutto il genere umano, durante l’Anno Santo 1900, fu felicemente consacrato al Divin Cuore. – Né si deve passar sotto silenzio che a confermare questa regale potestà di Cristo sul consorzio umano meravigliosamente giovarono i numerosissimi Congressi eucaristici, che si sogliono celebrare ai nostri tempi; essi, col convocare i fedeli delle singole diocesi, delle regioni, delle nazioni e anche tutto l’orbe cattolico, a venerare e adorare Gesù Cristo Re nascosto sotto i veli eucaristici, tendono, mediante discorsi nelle assemblee e nelle chiese, mediante le pubbliche esposizioni del Santissimo Sacramento, mediante le meravigliose processioni ad acclamare Cristo quale Re dato dal cielo. – A buon diritto si direbbe che il popolo cristiano, mosso da ispirazione divina, tratto dal silenzio e dal nascondimento dei sacri templi, e portato per le pubbliche vie a guisa di trionfatore quel medesimo Gesù che, venuto nel mondo, gli empi non vollero riconoscere, voglia ristabilirlo nei suoi diritti regali. – E per vero ad attuare il Nostro divisamento sopra accennato, l’Anno Santo che volge alla fine Ci porge la più propizia occasione, poiché Dio benedetto, avendo sollevato la mente e il cuore dei fedeli alla considerazione dei beni celesti che superano ogni gaudio, o li ristabilì in grazia e li confermò nella retta via e li avviò con nuovi incitamenti al conseguimento della perfezione. – Perciò, sia che consideriamo le numerose suppliche a Noi rivolte, sia che consideriamo gli avvenimento di questo Anno Santo, troviamo argomento a pensare che finalmente è spuntato il giorno desiderato da tutti, nel quale possiamo annunziare che si deve onorare con una festa speciale Cristo quale Re di tutto il genere umano. – In quest’anno infatti, come dicemmo sin da principio, quel Re divino veramente ammirabile nei suoi Santi, è stato magnificato in modo glorioso con la glorificazione di una nuova schiera di suoi fedeli elevati agli onori celesti; parimenti in questo anno per mezzo dell’Esposizione Missionaria tutti ammirarono i trionfi procurati a Cristo per lo zelo degli operai evangelici nell’estendere il suo Regno; finalmente in questo medesimo anno con la centenaria ricorrenza del Concilio Niceno, commemorammo la difesa e la definizione del dogma della consustanzialità del Verbo incarnato col Padre, sulla quale si fonda l’impero sovrano del medesimo Cristo su tutti i popoli.

L’istituzione della festa di Cristo Re

Pertanto, con la Nostra apostolica autorità istituiamo la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re, stabilendo che sia celebrata in tutte le parti della terra l’ultima domenica di ottobre, cioè la domenica precedente la festa di tutti i Santi. Similmente ordiniamo che in questo medesimo giorno, ogni anno, si rinnovi la consacrazione di tutto il genere umano al Cuore santissimo di Gesù, che il Nostro Predecessore di santa memoria Pio X aveva comandato di ripetere annualmente. – In quest’anno però, vogliamo che sia rinnovata il giorno trentuno di questo mese, nel quale Noi stessi terremo solenne pontificale in onore di Cristo Re e ordineremo che la detta consacrazione si faccia alla Nostra presenza. Ci sembra che non possiamo meglio e più opportunamente chiudere e coronare 1’Anno Santo, né rendere più ampia testimonianza della Nostra gratitudine a Cristo, Re immortale dei secoli, e di quella di tutti i cattolici per i beneficî fatti a Noi, alla Chiesa e a tutto l’Orbe cattolico durante quest’Anno Santo. – E non fa bisogno, Venerabili Fratelli, che vi esponiamo a lungo i motivi per cui abbiamo istituito la solennità di Cristo Re distinta dalle altre feste, nelle quali sembrerebbe già adombrata e implicitamente solennizzata questa medesima dignità regale. – Basta infatti avvertire che mentre l’oggetto materiale delle attuali feste di nostro Signore è Cristo medesimo, l’oggetto formale, però, in esse si distingue del tutto dal nome della potestà regale di Cristo. La ragione, poi, per cui volemmo stabilire questa festa in giorno di domenica, è perché non solo il Clero con la celebrazione della Messa e la recita del divino Officio, ma anche il popolo, libero dalle consuete occupazioni, rendesse a Cristo esimia testimonianza della sua obbedienza e della sua devozione. – Ci sembrò poi più d’ogni altra opportuna a questa celebrazione l’ultima domenica del mese di ottobre, nella quale si chiude quasi l’anno liturgico, così infatti avverrà che i misteri della vita di Gesù Cristo, commemorati nel corso dell’anno, terminino e quasi ricevano coronamento da questa solennità di Cristo Re, e prima che si celebri e si esalti la gloria di Colui che trionfa in tutti i Santi e in tutti gli eletti. – Pertanto questo sia il vostro ufficio, o Venerabili Fratelli, questo il vostro compito di far sì che si premetta alla celebrazione di questa festa annuale, in giorni stabiliti, in ogni parrocchia, un corso di predicazione, in guisa che i fedeli ammaestrati intorno alla natura, al significato e all’importanza della festa stessa, intraprendano un tale tenore di vita, che sia veramente degno di coloro che vogliono essere sudditi affezionati e fedeli del Re divino.

I vantaggi della festa di Cristo Re

Giunti al termine di questa Nostra lettera Ci piace, o Venerabili Fratelli, spiegare brevemente quali vantaggi in bene sia della Chiesa e della società civile, sia dei singoli fedeli, Ci ripromettiamo da questo pubblico culto verso Cristo Re. – Col tributare questi onori alla dignità regia di nostro Signore, si richiamerà necessariamente al pensiero di tutti che la Chiesa, essendo stata stabilita da Cristo come società perfetta, richiede per proprio diritto, a cui non può rinunziare, piena libertà e indipendenza dal potere civile, e che essa, nell’esercizio del suo divino ministero di insegnare, reggere e condurre alla felicità eterna tutti coloro che appartengono al Regno di Cristo, non può dipendere dall’altrui arbitrio. – Di più, la società civile deve concedere simile libertà a quegli ordini e sodalizi religiosi d’ambo i sessi, i quali, essendo di validissimo aiuto alla Chiesa e ai suoi pastori, cooperano grandemente all’estensione e all’incremento del regno di Cristo, sia perché con la professione dei tre voti combattono la triplice concupiscenza del mondo, sia perché con la pratica di una vita di maggior perfezione, fanno sì che quella santità, che il divino Fondatore volle fosse una delle note della vera Chiesa, risplenda di giorno in giorno vieppiù innanzi agli occhi di tutti. – La celebrazione di questa festa, che si rinnova ogni anno, sarà anche d’ammonimento per le nazioni che il dovere di venerare pubblicamente Cristo e di prestargli obbedienza riguarda non solo i privati, ma anche i magistrati e i governanti: li richiamerà al pensiero del giudizio finale, nel quale Cristo, scacciato dalla società o anche solo ignorato e disprezzato, vendicherà acerbamente le tante ingiurie ricevute, richiedendo la sua regale dignità che la società intera si uniformi ai divini comandamenti e ai principî cristiani, sia nello stabilire le leggi, sia nell’amministrare la giustizia, sia finalmente nell’informare l’animo dei giovani alla santa dottrina e alla santità dei costumi. – Inoltre non è a dire quanta forza e virtù potranno i fedeli attingere dalla meditazione di codeste cose, allo scopo di modellare il loro animo alla vera regola della vita cristiana. – Poiché se a Cristo Signore è stata data ogni potestà in cielo e in terra; se tutti gli uomini redenti con il Sangue suo prezioso sono soggetti per un nuovo titolo alla sua autorità; se, infine, questa potestà abbraccia tutta l’umana natura, chiaramente si comprende, che nessuna delle nostre facoltà si sottrae a tanto impero.

Conclusione

Cristo regni!

È necessario, dunque, che Egli regni nella mente dell’uomo, la quale con perfetta sottomissione, deve prestare fermo e costante assenso alle verità rivelate e alla dottrina di Cristo; che regni nella volontà, la quale deve obbedire alle leggi e ai precetti divini; che regni nel cuore, il quale meno apprezzando gli affetti naturali, deve amare Dio più d’ogni cosa e a Lui solo stare unito; che regni nel corpo e nelle membra, che, come strumenti, o al dire dell’Apostolo Paolo, come “armi di giustizia”  offerte a Dio devono servire all’interna santità delle anime. Se coteste cose saranno proposte alla considerazione dei fedeli, essi più facilmente saranno spinti verso la perfezione. – Faccia il Signore, Venerabili Fratelli, che quanti sono fuori del suo regno, bramino ed accolgano il soave giogo di Cristo, e tutti, quanti siamo, per sua misericordia, suoi sudditi e figli, lo portiamo non a malincuore ma con piacere, ma con amore, ma santamente, e che dalla nostra vita conformata alle leggi del Regno divino raccogliamo lieti ed abbondanti frutti, e ritenuti da Cristo quali servi buoni e fedeli diveniamo con Lui partecipi nel Regno celeste della sua eterna felicità e gloria. – Questo nostro augurio nella ricorrenza del Natale di nostro Signore Gesù Cristo sia per voi, o Venerabili Fratelli, un attestato del Nostro affetto paterno; e ricevete l’Apostolica Benedizione, che in auspicio dei divini favori impartiamo ben di cuore a voi, o Venerabili Fratelli, e a tutto il popolo vostro.

[Dato a Roma, presso S. Pietro, il giorno 11 Dicembre dell’Anno Santo 1925, quarto del Nostro Pontificato.]

Credo

Offertorium
Orémus
Ps II:8.
Póstula a me, et dabo tibi gentes hereditátem tuam, et possessiónem tuam términos terræ.
[Chiedi a me ed Io ti darò in eredità le nazioni e in dominio i confini della terra]

Secreta
Hóstiam tibi, Dómine, humánæ reconciliatiónis offérimus: præsta, quǽsumus; ut, quem sacrifíciis præséntibus immolámus, ipse cunctis géntibus unitátis et pacis dona concédat, Jesus Christus Fílius tuus, Dóminus noster:Qui tecum …[Ti offriamo, o Signore, la vittima dell’umana riconciliazione; fa’, Te ne preghiamo, che Colui che immoliamo in questo Sacrificio, conceda a tutti i popoli i doni dell’unità e della pace: Gesù Criato Figliuolo, nostro Signore, Egli …]

Præfatio
de D.N. Jesu Christi Rege
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui unigénitum Fílium tuum, Dóminum nostrum Jesum Christum, Sacerdótem ætérnum et universórum Regem, óleo exsultatiónis unxísti: ut, seípsum in ara crucis hóstiam immaculátam et pacíficam ófferens, redemptiónis humánæ sacraménta perágeret: et suo subjéctis império ómnibus creatúris, ætérnum et universále regnum, imménsæ tuæ tráderet Majestáti. Regnum veritátis et vitæ: regnum sanctitátis et grátiæ: regnum justítiæ, amóris et pacis. Et ídeo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: [È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che il tuo Figlio unigénito, Gesú Cristo nostro Signore, hai consacrato con l’olio dell’esultanza: Sacerdote eterno e Re dell’universo: affinché, offrendosi egli stesso sull’altare della croce, vittima immacolata e pacífica, compisse il mistero dell’umana redenzione; e, assoggettate al suo dominio tutte le creature, consegnasse all’immensa tua Maestà un Regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt coeli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Communio
Ps 28:10; 28:11
Sedébit Dóminus Rex in ætérnum: Dóminus benedícet pópulo suo in pace.[Sarà assiso il Signore, Re in eterno; il Signore benedirà il suo popolo con la pace]

Postcommunio
Orémus.
Immortalitátis alimóniam consecúti, quǽsumus, Dómine: ut, qui sub Christi Regis vexíllis militáre gloriámur, cum ipso, in cœlésti sede, júgiter regnáre póssimus: Qui
[Ricevuto questo cibo di immortalità, Ti preghiamo o Signore, che quanti ci gloriamo di militare sotto il vessillo di Cristo Re, possiamo in cielo regnare per sempre con Lui: Egli che …]

BAMBINI MORTI SENZA BATTESIMO

Bambini morti senza battesimo.

[G. Bertetti: “Il sacerdote predicatore” – S.E.I. Torino, 1919]

1. Non godranno la gloria celeste. — 2. Non saranno condannati all’inferno. —

3. Godranno una felicità naturale.

  1. NON GODRANNO LA GLORIA CELESTE, salvo che abbiano sofferto il martirio per causa di Gesù Cristo, come i Santi Innocenti… Fuori del martirio, essi non potranno essere elevati alla beatitudine sovrannaturale… La legge di Gesù non ammette eccezioni: « Chi non rinascerà per mezzo dell’acqua e dello Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio » (JOANN., III, 5)… Come non si salvano gli adulti senza battesimo, così non si salvano i bambini. – Ma può accadere che un adulto si salvi col battesimo di desiderio …. non così i bambini che non hanno ancor raggiunto l’uso di ragione… E questo un pensiero che non dovrebbe più lasciare un momento di tranquillità a quei genitori che per loro colpa non « lasciarono che i bambini venissero a Gesù » e li privarono per sempre del regno dei cieli. Gesù ha proferito una tremenda minaccia contro chi danneggerà le anime dei bambini: « Meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da asino e che fosse sommerso nel profondo del mare » (MATTH., XVIII, 6)… E qual danno maggiore si potrebbe recare all’anima d’un bambino, che privandolo della felicità del paradiso!…
  2. NON SARANNO CONDANNATI ALL’INFERNO. — « Né la celeste gloria, né l’eterno supplizio dell’inferno essi avranno dal giusto ed eterno giudice, perché, quantunque non battezzati, mancano di malvagità e di malizia e non di propria volontà subiscono la perdita del battesimo;… non subito è degno di supplizio chi non merita onore e gloria; viceversa, non subito merita onore e gloria chi non è degno del supplizio » (S. GREGORIO NAZIANZENO, or. 40 in s. bapt). — È poi insegnamento di S. Tommaso (S. TH., ‘8up.pl., q. 1, a. 1) che la privazione della vista di Dio è l’unica pena riservata dopo morte al peccato originale; non già la pena del senso, ch’è dovuta soltanto a colpe personali e ch’è proporzionata al diletto che si prova nel commettere la colpa, come dice lo Spirito Santo (Apoc, XVIII, 7): « Quanto s’innalzò e visse nelle delizie, tanto datele di tormento e di lutto »; ora, nel peccato originale, come non c’è nessun’opera, così non c’è alcun diletto, perciò nessun castigo sensibile da soffrire dopo morte”. Queste considerazioni valgano a lenire, per quanto si può, l’angustia di quei genitori cristiani che, senz’alcuna loro colpa, ebbero dei bambini morti senza battesimo; e più valgano le considerazioni seguenti:
  3. GODRANNO UNA FELICITÀ TEMPORALE. — I bambini morti senza battesimo «non si trovarono mai in uno stato di proporzione per la vita eterna, perché, oltrepassando questa ogni facoltà della natura, non era loro dovuta in forza dei principii naturali, e perché essi non poterono avere atti loro propri per conseguire un sì gran bene. Perciò non sentiranno alcun dolore per la privazione della vista di Dio: anzi godranno molto nella partecipazione della divina bontà e delle perfezioni naturali ». Né li angustierà il pensiero che altri bambini, battezzati per opera e per merito d’altri, raggiunsero la felicità soprannaturale: « l’essere premiati senza il concorso dell’opera nostra è una grazia sovrabbondante: perciò la mancanza d’una grazia siffatta non cagiona nei bambini morti senza battesimo una tristezza maggiore di quella che nei sapienti cagioni il fatto di non veder fatte a sé molte grazie che son fatte ad altri simili ». (S. TH., Suppl, q. 1, a. 2). – «Vivranno contenti del loro stato» (S. BONAVENTURA, De damn.): « Meneranno una vita più gioconda e più dilettevole di quella che naturalmente può trovarsi in questo mondo » (LIRANO, in Eccles.) – « Avranno una conoscenza di tutte le cose naturali di gran lunga più estesa di quella che n’ebbero tutti i filosofi insieme» (SCOTO, 1. 2, dist. 33, 1). — «Conosceranno chiaramente e distintamente l’essenza della loro anima e anche, in un modo però meno perfetto, le nature angeliche; loderanno eternamente Dio in riconoscenza della creazione loro e di tutto l’universo ». (LESSIO, De perfect., 13, 2).

Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (13), cap. XXIV

CAPITOLO XXIV.

IMITATORI DEL BUON LADRONE IN OCCIDENTE.

I ladri delle Alpi. — Arresto di S. Martino, sangue freddo del Taumaturgo, suo discorso ad uno dei ladri, conversione subitanea e durevole di costui. — Margherita da Cortona. — Sua origine. — Causa della sua subitanea conversione. — Eroismo della sua virtù. — I due giustiziati della città di Siena.— Loro bestemmie. — S. Caterina. — Conversione istantanea. — Morte edificante. — Il brigante di Napoli.— Sua crudeltà, suo arresto, sua disperazione.— Convertito con l’esempio del Buon Ladrone. — Delicatezza di coscienza. — Assalti del demonio. — Vittoria completa. — Un vecchio peccatore datosi al diavolo. — Bruttato di ogni sorta di delitti. — Convertito da S. Brigida.— Altro a lui somigliante nella persona di Andrea Naddini ricco borghese di Siena. — Giocatore e bestemmiatore. — Convertito da S. Caterina da Siena.— Mandrino.— Sua vita.— Sua conversione.— Sua morte.

Tra gli insigni favori di Dio, bisogna pure annoverar quello d’imbattersi con un santo nel cammin della vita: da un simile avventuroso incontro è dipesa la salute, vale a dire la eterna felicità di una moltitudine di anime, ed anche di molti gran peccatori. L’umile villaggio di Ars può esso pure farne testimonianza, e nel fatto che noi siamo per riferire, come in quelli che esporremo in seguito, brilla luminosamente questa consolante verità. – II gran taumaturgo delle Gallie, s. Martino, portavasi da Poitiers in Pannonia, per rivedere i suoi parenti, e traversando le gole delle Alpi, s’imbatté in una comitiva di briganti. Miracolosamente sfuggito alla scure di uno di quei malviventi, capitò nelle mani di un altro per essere spogliato. Costui strascinò il santo nel fondo della sua caverna, e gli disse : « Chi sei tu che non temi di venire a morire per mano dei ladri? » Martino rispose: « Io sono cristiano, e non solo non temo la morte, ma non fui mai così tranquillo come in questo momento, perché son sicuro che Iddio vien sempre in aiuto dei suoi servi nelle loro necessità. Per te piuttosto io temo la morte eterna, sorte inevitabile di un assassino tuo pari, a meno che non ti converta, e sull’esempio del Ladrone del santo Evangelio, tu non faccia dimenticare le tue passate iniquità con una vita di sincera, benché tarda penitenza. » E per incoraggiarlo, il santo gli promise, quando volesse profittare dei suoi consigli, di ottenergli questa grazia dalla divina misericordia. La parola del coraggioso vescovo fu come una spada che trapassò il cuore dell’assassino, e prendendo per mano il santo, ei lo ricondusse sano e salvo sulla sua strada, e non se ne separò, se non dopo di avere con la più viva insistenza strappata la assicurazione del promesso beneficio. L’uomo di Dio tenne la parola, e per l’efficacia delle sue preghiere, non solo quel masnadiere lasciò il suo scellerato genere di vita, ma abbracciò con ardore la carriera della penitenza, nella quale perseverò fino alla morte [Sulp. Sever., Vita B. Mart., c. IV]. Traversiamo ora le Alpi con s. Martino, e mentre egli segue la sua via per le terre Lombarde, prendiamo noi la via della Toscana. Eccoci al piccolo villaggio di Laviano. Vedete voi quella giovine sì svelta, vanitosa e dotata della più rara bellezza? Malcontenta della sua matrigna ama piuttosto di frequentare le strade del villaggio, che starsi raccolta nelle domestiche mura. A un signore di Montepulciano, ricco proprietario di quella contrada, diede nell’occhio la incauta giovine; e la vanità da un lato, e dall’altro la passione si posero facilmente d’accordo. La giovane Margherita non è più padrona di se: ella già trovasi nella città di Montepulciano, ed abita nel magnifico palazzo del seduttore. Formati appena, tutti i suoi capricci son soddisfatti; le più ricche stoffe sono il suo corredo; nelle sue chiome brillano le gemme più preziose; ella vince nel lusso tutte le grandi dame della città. Ovunque siano feste, si è certi d’incontrarla. Scandalo pubblico, e scandalo di ogni giorno, ella passa nove anni in così reo disordine. Che sarebbe stato mai di lei se la divina misericordia non l’avesse ad un tratto arrestata sul cammino dell’inferno? Un giorno, nel quale a tutt’altro pensava fuorché a mutar vita, il suo drudo parte per la campagna. Venuta la notte non si vede tornare. Margherita n’è inquieta. L’indomani ella si pone alla finestra per spiare se venga colui ch’essa attende. Invece del suo diletto, ella vede il di lui cane che a lenti passi, abbassata la testa, sen viene, e fermasi sull’uscio, rompendo in dolorosi guai. Margherita discende, il fido animale ne prende coi denti la veste, e le fa segno di seguirlo. Esso la conduce così alla distanza di qualche miglio dalla città, e giunto ad un boschetto, fermandosi a raspar la terra, scopre il cadavere sanguinoso del suo sventurato amante, che caduto vittima di un assassino quivi era stato a fior di terra sepolto. – A tale spettacolo, Margherita cade a terra svenuta, e tornata in sé, versa amarissime lacrime, e sotto la impressione della grazia, fa sul momento la irrevocabile risoluzione di cambiar vita. Reduce alla città, ella abbandona le sue ricche vesti, dispone ogni cosa per lasciare ben ordinata la casa, e coperta di una vecchia e nera tonaca abbandona quella città, ch’aveva sì lungamente scandalizzata. Il suo primo atto di ravvedimento si fu di andare a gettarsi ai piedi del suo povero padre, e di domandargli perdono con un torrente di lacrime. Questo primo passo non le bastò; per riparare i suoi cattivi esempi, volle essa farne un altro ben più penoso al suo amor proprio. Nella prossima domenica, mentre tutto il popolo di Laviano era nella Chiesa, ella entrò nel luogo santo, ed ascesa coi piedi nudi, il capo raso, ed una corda al collo presso all’altare, prostrata umilmente, non profferisce una sola parola, ma inonda di lacrime il pavimento del Santuario. Terminata poi la sacra funzione, ella si accosta ad una pia signora che altra volta aveva frequentata. Genuflessa a lei dinanzi, alla presenza di tutto il popolo che non l’aveva riconosciuta, Margherita pronunzia queste parole interrotte da singhiozzi: « Signora, ecco a vostri piedi una scellerata peccatrice che ha disonorato la sua famiglia e la sua patria. Confesso di aver indegnamente disprezzato i vostri consigli, e vi scongiuro di dimenticare i mici trascorsi, dei quali sono profondamente pentita. Deh, perdonate le colpevoli follie dei miei giovani anni, com’io supplico umilmente tutti quelli che sono qui presenti di perdonarmi gli scandali che loro ho dati, e li scongiuro di ottenermi da Dio con le loro preghiere un dolore sempre maggiore, perché io faccia una vera ed esemplare penitenza dei miei innumerabili peccati. » –  Tacque e rimase in ginocchio. Gli spettatori tutti ne erano inteneriti e commossi; e tanta è la potenza dell’umiltà per riabilitare un’anima, che la pietà e una specie di venerazione presero nel cuore di tutti il luogo di ogni altro sentimento. Le istanze della dama non valsero a far rilevare Margherita da quell’umile posizione. Silenziosa, immobile, ella prolungò quell’atto eroico fino a che rimase alcuno in quella Chiesa. – Rilevatasi appena, abbandonò Laviano per non tornarvi più, e si recò nella città di Cortona. Ivi tutta sola, in un meschino tugurio, per lunghi anni visse di lacrime, di austerità e di elemosine, e in ultimo di abbondanti consolazioni, di quelle consolazioni, delle quali il buon Pastore si piace di colmare le pecorelle smarrite che tornano all’ ovile; né mai si avverò meglio questa sentenza: il pentimento essere fratello dell’innocenza. Non solamente Margherita divenne una gran santa, ma il fu a segno di operar miracoli; ed il suo corpo conservato intatto già da tre secoli, continua sempre, come quello della pura vergine Teresa, a spandere una celeste fragranza [Vita etc., di F. Marchese, passim.] – Scendiamo ora a Siena, poco lontana da Laviano. In questa città ci attendono due nuovi imitatori di Disma; due vecchi peccatori condannati a supplizi eccezionali per la enormità dei loro misfatti. Già si conducevano al supplizio, e legati su di una carretta, il carnefice lacerava loro le carni con dei pettini arroventati. Nessuno aveva potuto indurli a confessarsi; e simili ai ladroni del Calvario, non cessavano di bestemmiare Dio e quanto vi ha di più santo. La perla del suo secolo, la giovane santa Caterina da Siena era allora presso una sua amica, l’abitazione della quale si trovava sul passaggio di quegli sciagurati. Avvicinandosi a quella, li scorse l’amica di Caterina, e la scongiurò di domandare al Signore la salvezza di quei disperati. Si pose tosto in orazione la Santa, e domandò al divino Maestro di poterli in ispirito accompagnare fino al luogo del supplizio. I suoi voti vennero esauditi. Giunto alla porta della città il tristo corteggio, il misericordioso Salvatore, tutto coperto di piaghe e di sangue, apparve ai due ostinati, chiamandoli al pentimento e promettendo loro il perdono. Mutati in un momento come Disma, chiedono con istanza un confessore, e dando segni di profondo dolore confessarono a quello i loro peccati. Da quel momento le loro bestemmie, come quelle del Buon Ladrone, si cambiarono in benedizioni al Dio delle misericordie, e come Disma, non hanno alcuna ripugnanza di riconoscere che son ben meritevoli della punizione cui vanno incontro, e di ogni più crudele tormento. Tutto il popolo è stupefatto di un cambiamento sì subitaneo ed inaspettato. Gli stessi carnefici rimettono della loro fierezza, e più non osano moltiplicar le ferite a coloro che veggono a tal segno ravveduti e pentiti. Vanno essi pertanto alla morte come ad un festino, ripieni di fiducia, che quel momentaneo supplizio gli metterà tosto al possesso di una felicità compiuta e senza termine [Vita s. Cather. Senen. Ap. Sur. 29. Aprii, p. 939. edit.]. – Par superfluo il far qui notare i tratti di rassomiglianza che passano tra la conversione di questi due malfattori e quella del Buon Ladrone: e potremo conchiudere che la misericordia di Nostro Signore è eternamente la stessa. E poiché siamo in Italia, facciamo una corsa fino a Napoli, e la nostra conclusione vi si troverà confermata da un fatto non meno memorabile. L’anno 1558 fu condotto nelle prigioni di quella città un famoso brigante. Quest’uomo era già da ventotto anni il terrore del paese. Carico di ogni delitto, esso era alla testa di una banda di masnadieri che poneva agli agguati sulla pubblica via, e venuto il momento, la guidava in persona all’assalto dei passeggeri, ai quali non si contentava di rubare la borsa, ma gioiva di toglier puranco la vita con raffinamento di crudeltà. – Conosciutosi appena il suo arresto, alcune sante persone della città di Napoli si posero all’impegno di strappare a satana una simile preda. L’impresa era tanto più difficile, dacché lo sciagurato era caduto nel più profondo abisso della disperazione. Per ritrarvelo, non si rinvenne che un mezzo, e si fu quello di porgli innanzi gli occhi l’esempio del Buon Ladrone. Al pensiero del suo simile perdonato in sul punto di morire ei sente rinascere in cuor suo la speranza. Uno dei più zelanti religiosi di s. Camillo de Lellis, il P. Girolamo Uccello, insiste su quel consolante esempio, visita del continuo il condannato, e diviene 1’invidiabile strumento della sua conversione. « Padre, gli disse un giorno quel feroce brigante, io voglio confessarmi, sono già trentotto anni che non l’ho fatto. » – « Io son qui tutto per voi, risponde il santo religioso. » Alla richiesta del penitente, egli presta pazientemente l’orecchio per quattro giorni consecutivi all’ accusa di scelleratezze, delle quali un sol uomo non pare poter esser capace; e di tempo in tempo, il novello Disma chiede di prender fiato non tanto per riposarsi, quanto per ricercare nella sua memoria ciò che può essergli sfuggito. Fatta la sua confessione colla maggior diligenza ed un’eguale pietà, egli si sente tutto pieno di speranza, e sull’esempio del Buon Ladrone impiega in atti di pietà e di religione il poco tempo che gli resta di vita. Per finire di purificarlo, il demonio, di cui sì lungamente era stato lo schiavo obbediente, gli apparve sotto forma visibile, e duramente lo percosse, come altravolta ebbe fatto a s. Antonio, e lo tormentò con un tremito convulsivo dì tutta la persona. La calma finalmente gli fu resa, sopravvenne la morte; ed il brigante del Lazio divenne il fortunato ladro del paradiso: Paradisum feliciter prædatus. [Annal. Cleric. Regai. Ministr. infirm. n. 22. an. 1558]. – Dall’oriente prendemmo le mosse per la ricerca dei miracoli della divina misericordia, ed è pur là che noi vogliamo terminare. Ma prima di abbandonare l’Occidente, citiamo ancora alcuni esempi della rapidità, con la quale la tenerezza del nostro Padre celeste opera sopra i più grandi peccatori, qualunque sia la specie delle loro iniquità. – La illustre principessa di Svezia, Santa Brigida, riferisce il seguente fatto. « Eravi un uomo di mondo, grande per la sua prosapia, che era fra le più illustri della terra, ma più grande ancora per le sue ricchezze e per i suoi vizi. All’età di sessanta anni mai erasi egli confessato, né accostato mai alla mensa eucaristica. Colpito da una mortale infermità, egli era per esser sepolto nell’inferno. Io il feci avvertire dal mio confessore del prossimo gravissimo pericolo ch’egli correva, e sulle prime egli finse di aver perduta la parola: poi disse che non aveva bisogno di confessarsi, avendolo già fatto con assai frequenza. Con questa bugiarda risposta lo sciagurato deluse per due o tre volte la pia sollecitudine del sacerdote. Allora, profondamente commossa dal misero stato di quell’uomo, apertamente gli feci dire per parte di Nostro Signore: Voi siete posseduto da sette demoni, ed ecco perché avete vissuto nell’abitudine dei sette peccati mortali. In questo stesso momento, satana è nel vostro cuore in luogo di Dio, e bentosto esso farà di voi la sua vittima per tutta l’eternità. – Non vi è tempo a perdere; pentitevi al più presto, e Dio vi perdonerà. « L’avvertimento commuove quel cuore di bronzo, e ne fa scaturire una fontana di lacrime. Quale speranza, domandò egli al sacerdote, può mai restare ad un miserabile mio pari? Quando i vostri peccati, rispose il ministro di Dio, fossero infinitamente più enormi e più numerosi, io ve ne prometto con giuramento ed in nome di Dio il sicuro perdono, purché dal vostro canto non più indugiate a fare ciò che è debito vostro di fare. « Confortato da questa promessa, l’infermo piangendo e singhiozzando rispose così: Io ho disperato della mia salute, perché mi son dato al demonio: Homagium feci Diabolo, che mi ha parlato un grandissimo numero di volte. Per questo motivo giunto all’età di sessanta anni mai mi son confessato né comunicato; e quando gli altri sì comunicavano, io allegava dei pretesti per astenermene. Ora, Padre mio, ve lo confesso, io non ricordo di aver mai versato lacrime, come quelle che verso in questo momento. – « Avendo così parlato, ei si confessò ben quattro volte in quel medesimo giorno, e purificato da questa ripetuta confessione, ricevé con grande amore il corpo santissimo di Gesù; e sei giorni appresso spirò dolcemente l’anima pieno di fermissima confidenza nella misericordia di Dio. » 1, S. Brìgid. Revel. lib . VI. c. XCVII; Blosius, In monile, c . II.] – Nel nostro secolo d’invasione satanica, quante volte un sacerdote, che abbia fatto lungo esercizio del suo ministero, non si trova esposto all’incontro di simili casi? Intendiamo parlare di peccatori che muoiono impenitenti, per essersi dati a delle pratiche infernali, o per avere indirettamente dato al demonio la padronanza della loro anima, abbandonandosi senza ritegno a tutte le concupiscenze. Arrivano essi al termine della vita, senza alcuna speranza, duri di cuore al pari del marmo, freddi come il ghiaccio, e talvolta con la bestemmia sul labbro. Faccia Iddio che il precedente esempio e quello che segue, siano per essi, come per il sacerdote, una ragione per non mai disperare. – L’anno di Nostro Signore 1370 viveva in Siena un borghese chiamato Andrea Naddini. Ricco di beni temporali, ma povero di virtù, pieno di vizi e coperto di delitti, passava egli la sua vita a giuocare ed a bestemmiar Dio ed i santi che detestava. All’età di quarant’anni venne assalito da mortale infermità che ben presto lo ridusse agli estremi. Buon numero di religiosi e di pie donne vennero a visitarlo, ed il suo parroco fece quanto era mai possibile per indurlo a ricevere i Sacramenti. Ma l’infelice che da moltissimi anni non aveva neppur messo piede in una chiesa, e che era abituato a disprezzare preti e frati, respinse, come un vero disperato, qualunque esortazione. – Fra Tommaso Domenicano, confessore di s. Caterina, informato di quanto avveniva nella casa dell’infermo, va a trovare quell’ammirabile eroina, e le raccomandò di pregare col più gran fervore per quell’anima vicina a perdersi. La Santa si pose tosto a piangere e supplicare; ma Nostro Signore le disse: « I peccati di quel bestemmiatore son giunti fino al cielo. Senza parlare degli altri, egli ha spinto la sua empietà fino a gettar al fuoco un quadro, nel quale Io con mia Madre ed alcuni santi era rappresentato. Le fiamme dell’inferno sono un conveniente castigo per un tal sacrilegio. » Afflitta, ma non scoraggiata Caterina, divorata com’era dalla sete della salvezza delle anime, non cessò dal piangere sulla sorte di quel peccatore; raddoppiò le preghiere inondando di lacrime i piedi del suo Crocifisso. Quegli ch’era venuto dal cielo in terra per salvare tutto ciò ch’era perduto, Gesù lasciasi piegare da tanta e sì amorosa insistenza: apparisce ad Andrea coricato sul suo letto di morte, lo esorta a confessare i suoi peccati, e gli promette, se il facesse, di perdonargli tutto. A quelle parole, il moribondo ritrova tutte le sue forze, e con voce sonora esclama: « Io vedo Nostro Signor Gesù Cristo, Egli vuol ch’io mi confessi. Si corra dunque a cercarmi un sacerdote. » Indicibile è la gioia degli astanti, e si corre alla ricerca del santo ministro; giunto il quale, Andrea si confessa, amaramente piangendo; detta poi il suo testamento, e subito dopo felicemente varca il terribile passaggio dal tempo all’eternità. [Vita s. Catri. Sin., ubi supra.]. Anche una volta, questo esempio dimostra quanto grande è la grazia che ci dà Iddio, allorché sul cammino della vita ci fa incontrare un santo. Preghiamo pertanto il Padre delle misericordie d’inviare presso ai peccatori moribondi qualcuno dei suoi amici privilegiati, che preghino espressamente per essi. – Prima di abbandonar l’Occidente, abbiamo da ricordare un ultimo fatto. Crederemmo di meritarci rimprovero se lo passassimo sotto silenzio, mentre anch’esso prova con la più consolante chiarezza la inesauribile bontà di Dio verso i più grandi peccatori, e la rapidità con cui la sua grazia agisce sui cuori più induriti e ribelli. – Tutti sanno chi fosse Mandrino, uno dei più famosi briganti dei tempi moderni; ma da pochi per quanto crediamo è conosciuta la sua morte. Nato nel 1714 a Saint-Etienne-Saint-Geoire villaggio del Delfìnato da un padre disertore, che dai suoi più giovani anni lo addestrò al furto, Luigi Mandrino bentosto sorpassò il suo maestro. – Ai venti anni, egli era già a capo di una masnada di banditi. In sulle prime fu fabbricante di moneta falsa, poi contrabbandiere in grande, poi ladro brigante, quindi incendiario, e finalmente assassino. Con la sua banda composta di quaranta in cinquanta uomini a cavallo, ei viveva or nelle caverne, ora sulle montagne e fra le rovine di abbandonati castelli. Nel corso di quindici anni riempì la Francia intera del grido delle sue gesta; portò il terrore, l’assassinio, il saccheggio in molte delle nostre province, rubando fin le casse dello stato, lottando spesso con la forza armata e sfuggendo a tutte le sue persecuzioni. Una tal vita doveva aver pure il suo termine. Tradito da uno dei suoi, Mandrino fu arrestato di notte tempo, e legato da capo a piedi fu condotto, anzi trascinato a Valenza, ov’egli giunse il 10 di maggio 1755. La fama del suo arresto attirò un gran concorso di popolo. Da ogni parte si veniva per vedere questo famoso brigante, nel quale si pensavano alcuni di trovar qualche cosa di grande, quasiché esser vi potesse della grandezza nel delitto. Vero si è che Mandrino era grande della persona, di gagliardìa non comune, e dotato di una gran presenza di spirito, e d’ingegno fertile in ripieghi ed espedienti. A tutto questo egli aggiungeva un’audacia che non conosceva ostacoli, e non indietreggiava innanzi a qualsivoglia pericolo. Non si richiese gran tempo per la istruzione del suo processo, essendo ogni cosa ben nota e provata. Sin dalle prime, gli fu presentato un confessore, ch’egli rifiutò. La malvagità dominava ancora in quell’anima di ferro. Andò poi a visitarlo un Gesuita che gli fece travedere la sua prossima fine. L’ora della misericordia era suonata; e il Dio delle misericordie che aveva convertito Disma sulla croce, convertiva Mandrino sulla rota del supplizio. Quell’uomo sì feroce divenne docile, senza che cessasse di essere fiero. Era però entrato nel suo cuore il rimorso; confessò i suoi delitti e pianse. – Il 26 maggio montò sul palco, che riguardò senza orgoglio e senza debolezza. Volgendosi al popolo, sollevò gli occhi e le mani al cielo, e disse: « Or ecco la fiacche tu mi preparavi, maledetta passione dell’oro. Io vissi nel delitto, e muoio nell’obbrobrio. Io versai il sangue innocente, e vado ora a versare il mio. Possa il mio nome infausto essere dimenticato insieme con i miei delitti, e possa espiar questi col mio dolore ed il mio supplizio » – Dopo queste parole, Mandrino non trattenne il pianto, e fece piangere tutti gli astanti. Egli rese umili grazie al suo confessore, abbracciò il suo carnefice, e si adagiò sul letto doloroso del supplizio che l’aspettava. « Ah! gridò egli versando amare lacrime, qual momento è questo, mio Dio, e come avrei dovuto prevederlo! » Gli furono rotte le braccia, le gambe, le cosce e le reni. Egli morì cogli occhi rivolti ai cielo. [Régley, Vie de Mandrin, p. 145, in 12. Chambéry, 1755].

26 OTTOBRE 1958: Habemus Papam atque [postea, A.D. MCMXCI] SUCCESSOREM ejus!

Habemus Papam atque [postea-1991] SUCCESSOREM ejus!… 

“… si quis ergo dixerit, non esse ex ipsius Christi Domini institutione seu iure divino, ut Beatus Petrus in primatu super universum Ecclesiam habeat PERPETUOS SUCCESSORES; aut Romanum Pontificem non esse beati Petri in eodem primatu successorem: ANATHEMA SIT“. [C. A. Pastor Æternus – Con. Vatic. 1871]

“Combattete, figli della luce, voi, piccolo numero che ci vedete, perché ecco il tempo dei tempi, la fine delle fini. La Chiesa sarà ECLISSATA , il mondo sarà nella costernazione.” …

“… Il Santo Padre soffrirà molto, Io sarò con lui fino alla fine, per ricevere il suo sacrificio. I malvagi attenteranno diverse volte alla sua vita senza poter nuocere ai suoi giorni; ma né lui né il suo SUCCESSORE … vedranno il trionfo della Chiesa di Dio”. [Messaggio della SS. Vergine a La Salette, 1846 – Impr. Mons. Zola, Vescovo di Lecce]

“Ahimè me! Sono in arrivo giorni tristi per la Santa Chiesa di Gesù Cristo. La Passione di Gesù sarà rinnovata nella maniera più dolorosa nella Chiesa e nel suo Capo Supremo. In tutte le parti del mondo ci saranno guerre e rivoluzioni, ed una grande quantità di sangue sarà versato. Angosce, disastri e povertà saranno grandi, dal momento che si susseguiranno malattie pestilenziali, carestie, ed altre disgrazie.Mani violente si poseranno sul Capo Supremo della Chiesa Cattolica; vescovi e sacerdoti saranno perseguitati, e saranno provocati scismi, e regnerà la confusione in mezzo a tutte le classi sociali. Arriveranno tempi così particolarmente cattivi, che sembrerà come se i nemici di Cristo e della sua santa Chiesa, fondata con il suo Sangue, stiano per trionfare su di essa. … Sarà operata una generale separazione: il grano vagliato, e l’aia spazzata. Le società segrete lavoreranno per produrre una grande rovina, ed eserciteranno uno straordinario potere monetario, attraverso il quale molti saranno accecati ed infettati dai più orribili errori; tuttavia, tutto ciò deve avvenire. Cristo dice, “chi non è con me è contro di me, e chi raccoglie lontano da me, disperde”. Gli scandali saranno diffusi dappertutto, ma guai a coloro per cui essi avvengono! Sebbene la tempesta sarà terribile, e molti si allontaneranno al suo passaggio, tuttavia, non potrà scuotere la ROCCIA su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa … “Portæ inferi non prævalebunt”. – “Le pecore fedeli si riuniranno insieme, e in unione di preghiera opporranno una potente resistenza ai nemici della Chiesa Cattolica. Sì, sì, il gregge diventerà piccolo. Molti di voi vedranno quei tempi ed i giorni tristi che porteranno grandi mali …. una grande confusione regnerà tra i principi e le nazioni. L’incredulità di oggi sta preparando quei mali orribili.” [Prof. Del vescovo G. Wittman – “THE CHRISTIAN TRUMPET; PREVISIONS AND PREDICTIONS ABOUT IMPENDING GENERAL CALAMITIES, THE UNIVERSAL TRIUMPH OF THE CHURCH, THE COMING OF ANTICHRIST, THE LAST JUDGMENT, AND THE END OF THE WORLD.” COMPILED BY PELLEGRINO, PP. 57-58, 1873).

GREGORIO XVII IL “MAGISTERO IMPEDITO” – CHIESA, FEDELI, MONDO – III –

GREGORIO XVII

IL MAGISTERO IMPEDITO:

CHIESA – FEDELI – MONDO -III-

Ortodossia –III-

[Lettera pastorale del 5 agosto 1962; «Riv. Dioc. Genovese», 1962, pp. 208-248].

Lo scandalo della Incarnazione

Ecco di che si tratta. Il Verbo di Dio si è fatto uomo. L’umanità intera di Gesù Cristo è stata accolta e sostenuta in unione sostanziale (ipostatica) dalla divina Persona del Figlio eterno del Padre. In Cristo c’è Dio e l’uomo, c’è la divinità perfettissima e la umanità anche materiale coi suoi limiti e le sue imprescindibili caratteristiche. L’umanità è accolta. Questo ha scandalizzato molti eresiarchi antichi: hanno avuto torto, perché hanno messo a Dio limiti i quali sarebbero andati bene soltanto per loro. Ma questo in altra forma continua a scandalizzare molti moderni, per nulla ritenuti eresiarchi e per nulla coscienti di esserlo. Ecco come avviene lo scandalo che, in definitiva, abbiamo giustamente chiamato nel titolo «lo scandalo della Incarnazione». – Il binomio delle cose divine ed umane in Cristo, nella Incarnazione, costituisce norma suprema, tipo e legge per tutto il rimanente della Rivelazione e della costituzione della Chiesa. Dappertutto sono presenti i due elementi, umano e divino, nella Chiesa, nei Sacramenti, nel Sacrificio. Ossia dappertutto, come in Gesù c’è una umanità completa, c’è elemento materiale. Come Gesù Cristo uomo ebbe fame, sete, sonno, stanchezza, collasso di forze, morte, così il ritmo di questa umanità, perfetto e armonioso tra le luci e le ombre, si distende e si stempera nel rimanente. Come si deve accettare la umanità di Gesù Cristo, si deve accettare la umanità del rimanente. Respingerla nel rimanente è finire col respingere la divina logica della Incarnazione. Si può aver pena che Gesù si sia addormentato in barca e si può averla perché può sembrare a tutta prima una diminuzione di dignità. Ma è così; debbo accettarlo e debbo anche capire di riflesso, se non mi riesce direttamente, che non c’è alcuna diminuzione di dignità, ma solo rivelazione commovente di amore. Per lo stesso motivo debbo accettare che nella Chiesa, umana e divina insieme, ossia con lo stesso ritmo analogico, qualcuno dorma, qualcuno abbia collassi, qualcuno muoia, qualcuno riveli macerazioni e disfacimenti che si convengono alla morte. Debbo accettare che gli strumenti umani dei quali si serve l’opera evangelizzatrice in qualche momento abbiano tutti i segni caratteristici delle cose umane, soggette al caldo, al freddo, alla infezioni, alla paralisi. Non ho il diritto di esigere diversamente, anche se abbiamo il dovere di agire in senso contrario. – Si tratta infatti soltanto di accettare la logica della Incarnazione, la quale ci impone di accettare l’umanità in Cristo e in tutto il resto, con le conseguenze che ebbe in Cristo e con le conseguenze analogiche e diverse che ebbe nel rimanente. Se non si accetta questo, non si accetta la logica di Cristo Dio e uomo, si disdegna la umanità, si entra nella luciferiana vanità delle cose perfette, come se si fosse noi perfetti e come se le vicende di questo mondo potessero esserlo. Forse si manterrà l’ossequio di Cristo; ma che ossequio è mai questo che, se avesse intelligenza sufficiente, ipocritamente dovrebbe arrivare a rinnegarlo? Chi osserva bene la storia, si potrà accorgere che la gnosi si è scandalizzata della Incarnazione per la presenza della umanità e della materia in Gesù Cristo. La gnosi, questa gnosi, è risorta tante volte in modi diversi. Nel Medioevo ha tentato di sovvertire la filosofia instillandole lo scandalo dell’uso dei sensi e cioè della conoscenza sensibile e della evidenza immediata attraverso i sensi per spingerla a partire, nelle sue elucubrazioni, da una quota più alta della terra. Uno dei meriti maggiori di san Tomaso d’Aquino è di avere sbarrato, in certo senso per sempre, la via a questa infiltrazione gnostica. Egli comincia sempre press’a poco così: Apparet et sensu constai…. Lo stesso giansenismo tra le altre malefatte vanta anche quella di avere insinuato che malamente la umanità si avvicina alle cose divine. Oggi siamo ad una situazione analoga: lo sdegno che la Chiesa sia anche umana, che Dio abbia lasciato anche in essa il gioco della libertà e per conseguenza delle umane passioni… Si strappano le vesti, si sentono coperti di vergogna e, dacché i comunisti hanno reso di moda la autocritica, si rifugiano in essa, dando alla Chiesa, alle autorità, ai preti, ai cattolici la colpa di tutto; e credono di essere veritieri e generosi, mentre sono soltanto dei fuorviati nel giudizio. – Bisogna accettare che la Chiesa sia anche umana, come bisogna accettare che Gesù Cristo sia anche un uomo. Ma come non è ammesso scandalizzarsi della umanità di Cristo, non è ammesso scandalizzarsi della umanità della Chiesa, ed è ora di finirla con tutta la patologia masochista di taluni cattolici, i quali vanno a gara nel dir male della Chiesa, opera di Cristo, strumento necessario della salvezza. Non è né serio, né cattolico, né giusto l’impiegare di proposito tempo, risorse ed ingegno per illustrare tutte le pecche della umanità della Chiesa, quando ciò serve soltanto ad aumentare il coro vociferante degli increduli e dei laicisti, e a diminuire la capacità della stessa per la salute delle anime. – Un tale indirizzo non può spiegarsi se non con l’intenzione almeno subcosciente di spezzare una autorità, barriera di verità e di legge, allo scopo di conseguire, non diremmo una libertà, ma una licenza che Gesù non ammette. – È qui dove la nuova gnosi scopre le sue batterie ed è l’unico punto dove diventa sincera. Essa accoglie l’istinto fatiscente della mondana depravazione e vuole arrivare alla dissoluzione dell’autorità. La umanità della Chiesa, la scoria umana che consegue il suo umano aspetto sono un grande pretesto. Esse sono assunte anche come fondamento di una doppiezza, perché generalmente l’azione di scalzare l’autorità è accompagnata dalla ricerca, magari spasmodica, del «potere». Rivela il suo carattere tardo, perché non comprende che al concetto di autorità si sostituisce una cosa sola, la violenza. Ed è per questo che abbiamo usato in contrapposto il termine «potere». La nuova gnosi è entrata nella cultura e nella storia. Si diletta a disfare i Santi ed è felice quando può scrivere un libro in cui crede di dimostrare che un Santo è degno di stima minore di quella goduta prima, od in cui le riesce di far vedere che un grande Papa era più o meno un sovrano ambizioso di potere o che la pietà di certe popolazioni è superstizione e stupidità. Ha piacere di distruggere, e così si trova situata piuttosto tra i pedissequi di Sartre che tra i seguaci di Cristo. – Noi dobbiamo sempre proporre ai fedeli la via della santità, dobbiamo a quella richiamarli senza reticenze. Questo fa parte della nostra sincerità verso di loro, perché il mandato ricevuto da Cristo è questo e non altro. Se lo accantoniamo, noi non siamo più veramente fedeli verso il Salvatore, né sinceri verso le anime a noi commesse. E per questo motivo che nel 1958 vi abbiamo indirizzato una pastorale assai lunga dal titolo: “L’impegno ascetico della parrocchia”. Non c’è dubbio che per richiamare sempre i fedeli a salire verso la vita moralmente e soprannaturalmente più perfetta occorre essere in una situazione che non ci conduca al ridicolo, occorre cioè della coerenza. Ma si tratta di un dovere netto. È chiaro dobbiamo chiedere tutto, ed inculcare la disistima dei compromessi. Per compiere il dovere di inculcare sempre e coerentemente ai nostri fedeli il dovere della «ascesi verso Dio», noi dobbiamo fortemente escludere dalla nostra vita anche la più piccola ombra di mondanità. Se noi riveliamo i difetti comuni agli uomini spiritualmente incolori o deviati o depravati, non assolveremo mai il nostro compito. Questo è certamente fondamentale e non finiremo di ripeterlo. La partecipazione ai comuni appetiti, ai comuni intrallazzi, ai comuni, anche se non disonesti, piaceri, alle comuni mollezze, ci toglie il carattere virile della nostra missione. L’incontro sul piano dei difetti e del comportamento mondano è sempre e solo servito al male. Esistono degli uomini di fede, i quali per fortuna vanno a cercare oggi i «lontani» là dove generalmente sono spensierati e facili di costume. Ma questi uomini sanno che proprio per questo la loro vita deve essere singolarmente e rilevatamente austera. Vorremmo infine si considerasse che, ai punti ai quali siamo giunti nella lotta tra lo spirito e la materia, sarà solo una guerra totale dello spirito che potrà avere ragione. E la «guerra totale» è la stessa fatta dagli Apostoli; formare dei cristiani capaci anche del martirio e creare sempre più serrata la rete di anime che vivono a tutti gli effetti e in tutte le conseguenze la vita cristiana. A tutti diamo tutto, ma ai fermenti capaci di moltiplicare la vita diamo la prima e la suprema attenzione. Il dare tutto a tutti finirà col cambiare il volto anche esterno delle cose, il dare, soprattutto a singoli di speciale elezione ed a gruppi di maggiore consistenza e coraggio, faciliterà la fermentazione cristiana della massa. Non tutti ricevono allo stesso modo. – Dunque, né attraverso l’insegnamento, né col silenzio, né col compromesso noi possiamo ammettere che si abbiano due coscienze, una privata ed una pubblica; che si abbiano due morali, una per sé ed una per gli altri; che si ammetta il tipo di vita in cui non può assolutamente resistere l’ordinamento divino della famiglia, dell’amore che lo genera, della resistenza al peccato; che si accetti, come fosse cessata la umana debolezza, ogni forma di esperimento nel piacere; che si perda il tempo; che non si santifichi pienamente la festa e non si dia al Signore la prima parte di tutto. Chi vorrà seguirà e chi non vorrà non seguirà; ma a questo modo avremo fatto il nostro dovere ed avremo almeno salvato la patente e netta distinzione tra il bene ed il male, tra la virtù ed il peccato. – Questo volevamo dire e qui riassumiamo. Esistono delle negazioni che direttamente attaccano la ortodossia. Esistono dei comportamenti generali, dei quali in un processo sarebbe difficile provare il delitto di eresia o di ribellione alla legittima autorità della Chiesa, ma che in realtà sono identici a quelli che promanano formalmente dalla eresia. A modo loro, certo, ma senza dubbio sono lesivi della ortodossia. Abbiamo voluto attirare l’attenzione su alcuni comportamenti che riguardano il nostro dovere verso i fedeli «ut fidelis quis inveniatur» (l Cor. IV, 2). Ciò per dimostrare che tali comportamenti «in facto» non salvano l’ortodossia e a poco a poco finiscono coll’inoculare incoscientemente gli errori e le eresie formali. Il cammino del male può essere duplice: dall’intelletto agli atti, ma anche dagli atti all’intelletto. Non basta guardarsi soltanto dal primo.

La Chiesa e la vita pubblica

Entriamo in un campo delicato nel quale l’ortodossia «di fatto» – almeno quella – può facilmente cadere. Vogliamo soltanto che i nostri sacerdoti abbiano in proposito alcune idee molto chiare, affinché non accada di loro che diventino anche in buona fede avversari sia nell’ordine intellettuale, sia nell’ordine pratico della ortodossia cattolica. Di quanto verremo dicendo, abbiamo posto le premesse nel primo capitolo di questa nostra lettera. Neppure intendiamo qui avventurarci nella funzione storica della Chiesa, fatto ben rilevato ed evidente. Vogliamo soltanto richiamare i sani e solidi principi che regolano i rapporti tra la Chiesa e quei suoi figli i quali entrano nella vita pubblica, siano o non siano qualificati rappresentanti dei Cattolici. Per un cattolico l’ordine è uno, la coscienza è una come Dio è uno. Un cattolico non può ignorare che mai gli è concesso di fingere che Dio, che Gesù Cristo non esista. La ragione di questo è che i motivi obiettivi sono permanenti e valgono tanto per gli individui che per le comunità. E le ragioni della certezza di Dio sono obiettive. Pertanto il rispetto alla legge divina naturale o rivelata per un cattolico precede ogni altra considerazione, la orienta ed anche la limita. Per lui vale la parola di Pietro: «Se sia giusto innanzi a Dio obbedire piuttosto a voi anziché a Dio, giudicate voi» (At. IV, 19); su di lui incombe preciso e inderogabile l’avvertimento di Gesù Cristo: «Chi dunque mi avrà riconosciuto davanti agli uomini, lo riconoscerò anch’io davanti al Padre mio che è nei cieli; chi poi mi avrà rinnegato davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre» (Mt. X, 32)! – Ciò significa che in nessun caso per lui una questione può essere trattata indipendentemente dalla morale e dalla verità di Dio. E per restare su questa unica e non discutibile posizione egli deve affrontare ogni difficoltà ed accettare ogni evento. Naturalmente chi non è cattolico o chi, pur cattolico, non ha sentimenti e idee degni della fede nella quale è nato ed è stato battezzato, ripudierà talvolta queste affermazioni, accettando invece proposizioni laiciste che ne sono il contrario. Ma questo farà per una deformazione soggettiva. La obiettività delle cose resta sempre quella che si è detta: Dio esiste, ha creato, è Signore, è sommo legislatore, ogni cosa deve essere soggetta in cielo e in terra alla sua volontà. Resterà, per i singoli che contestano il dominio di Dio sulle cose pubbliche, la questione personale se e come siano essi responsabili del loro errore ed eventualmente della loro colpa obiettiva. “Singuli videant”. Resterà la questione delle collettività che accettano un tale modo di pensare offensivo alla divina Presenza ed alla divina Provvidenza; quando si tratta di collettività la questione delle responsabilità diventa difficile a decifrarsi per la molteplicità dei fattori anche inconsci che vi giocano. Non dobbiamo qui occuparci di questo. – Se non si può ammettere mai da un cattolico una idea agnostica nella vita civile e tanto meno un contegno agnostico, vuol dire che non sono accettabili:

a) il concetto di una coscienza civile perfettamente disgiunta e indipendente o parallela ad una coscienza morale. Pertanto non sarà ammissibile il caso di compiere in nome della coscienza civile quello che fosse condannato dalla coscienza morale. Questo non significa che si debba escludere il criterio della superiorità del bene comune, perché tale superiorità del bene comune rispetto al bene privato, nei suoi giusti limiti, è perfettamente ammessa dalla legge morale. Nessuno pertanto può accusare il cattolico che agisce sempre secondo la legge morale di diventare insensibile di fronte alle esigenze del bene comune;

b) il criterio machiavellico nel reggimento della pubblica cosa. Il criterio machiavellico consente al reggitore la menzogna, l’inganno ed anche la sopraffazione, strumenti ritenuti necessari per governare gli uomini e per ottenere pertanto un bene comune. Tale criterio viene anche impropriamente chiamato «ragione di Stato». Il criterio machiavellico è immorale; è ritenuto furbizia e si rivela sempre debolezza; ha per fondamento il pessimismo. Infatti parte dal presupposto che gli uomini siano talmente stupidi e talmente malfatti che non possano essere guidati se non impiegando con loro la falsità, l’inganno e la sopraffazione. – Nessuno può negare, a parte i meriti letterari, che Machiavelli abbia fatto la più raffinata interpretazione della capacità di impostura e di inganno e che questa porti a lui l’elogio della raffinatezza, ma non quello della grandezza. Il criterio machiavellico è il rimedio dei deboli. Esso diviene per taluni accettabile dopo che con maggiore o minore forzatura sono riusciti a trovare una certa tranquillità sull’errore prima denunciato e pertanto dopo che sono riusciti a credere nella esistenza di una coscienza civile, indipendente da quella morale. Con questo non occorre altro per essere perfettamente machiavellici. – Il Cattolico pertanto sa che nella vita pubblica deve avere uno stile, il quale lo differenzi, sia per il coraggio delle sue condizioni in privato ed in pubblico, sia per la moralità della sua condotta, in ogni affare individuale o d’interesse comune. Vi possono essere le situazioni difficili della vita pubblica. Non autorizzano, neppur esse, ad andare contro la coscienza morale. Esse sono: i casi in cui si deve subire, anche avendo usato di tutte le proprie possibilità, ed allora varrà ricordare che la vittima in quanto tale non può avere colpa; i casi in cui la scelta sta tra il male maggiore e il male minore, fermi restando, però, la osservanza delle leggi morali sulla cooperazione ed il principio del duplice effetto; i casi in cui si deve tener conto del diritto della libertà altrui, fermo rimanendo che il diritto e la libertà altrui non possono mai esigere azioni in compossibili con la legge di Dio. – La impossibilità per un cattolico (e per ogni uomo che sia anche solo nella verità naturale) di ammettere un concetto agnostico dello Stato e della vita pubblica indica anche i limiti nei quali può essere applicato il concetto democratico. La democrazia sta sotto e non sopra la legge di Dio, come tutte le forme possibili di umana convivenza. In essa può essere oggetto di decisione democratica solamente quello che Dio ha lasciato alla libera disponibilità degli individui e della collettività, non altro. È un errore (il quale ricade in quello sopra denunciato della coscienza civile al tutto indipendente) il credere che alla disponibilità democratica sia aperto qualunque oggetto. Oltre che errore è pericolo per la democrazia stessa, perché ad uccidere le umane esperienze non esistono malattie più mortali delle loro stesse esagerazioni. La falsità del principio agnostico e la affermazione del suo contrario hanno una importante conseguenza per il cattolico che entra nella vita pubblica. Egli deve accettare tutto il diritto pubblico della Chiesa e prima ancora il diritto divino sopreminente sul quale esso si fonda. – Altra cosa è che egli venga a trovarsi, come reggitore, in posizione tale da poter sempre ed in tutto corrispondere ai postulati di questo diritto. Infatti può darsi il caso in cui egli sia limitato da situazioni giuridiche e da situazioni di fatto contro le quali non può nulla; può darsi il caso che urgere oltre un certo limite il diritto della Chiesa finisca col diventare per circostanze accidentali più un danno che un vantaggio. Ma egli deve avere nell’animo il pieno rispetto di quel diritto che deriva dalla istituzione di Cristo e deve restare nella imposizione coraggiosamente operativa di rispettarlo quando ciò gli è possibile; riflettendo che in questo non gli sarebbero giovevoli davanti a Dio né le debolezze, né il calcolo del proprio interesse. Finalmente egli deve accettare l’azione magisteriale della Chiesa. E prevedendo tale conclusione che noi abbiamo dedicato una parte della nostra lettera a questo argomento. Determinare se qualcosa è morale o meno, se corrisponde o meno alla legge di Dio, per il cattolico che intende stare con Gesù Cristo appartiene al magistero ecclesiastico. La Chiesa non interviene a giudicare direttamente e per sé dell’aspetto politico nell’esercizio del potere, ma a giudicare della conformità o meno di quello alla verità e alla legge divina. – Secondo quel giudizio il cattolico deve regolare la sua coscienza e la sua azione. Egli sa benissimo che non esistono due leggi, una per lui ed un’altra per chi non ha come lui il dono integro ed operante della fede. Sa che la legge divina obiettivamente obbliga tutti allo stesso modo, che tuttavia Dio tollera la libertà anche abusata degli uomini, dalla quale oltre le colpe, e spesso prima delle colpe, nascono gli errori. Sa che questi, colpe ed errori, fanno velo all’intelletto e creano situazioni penose di dissidio e di difficoltà, tra le quali egli può e deve dar prova della sua fedeltà, della sua forza, della sua resistenza e della sua capacità di merito. Tutto questo è difficile e dimostra che la vita pubblica e soprattutto l’esercizio del potere esigono una preparazione spirituale, in cui vigoreggi la capacità di rinuncia. Tutto può decadere quando entrano nell’esercizio della vita pubblica e del potere l’ambizione e l’interesse personale.

Il vero cattolico di fronte agli «altri»

Per «altri» qui intendiamo coloro che, pur battezzati ed anche qualche volta praticanti, nella vita pubblica (e spesso non solo in quella) si comportano come chi aderisce a principi teorici e pratici discordanti in qualunque modo dalla dottrina cattolica. Va da sé che, per il momento, non ci occupiamo in alcun modo di situazioni particolari. Qui trattiamo unicamente di principi. Solo appresso dovremo formulare la ipotesi di situazioni contingenti. Ecco dunque i princìpi che devono guidare il vero cattolico. La fede non la si impone a nessuno. Pertanto non sono ammissibili coercizioni quanto all’atto di fede; esso è, deve rimanere sempre atto libero, per dare così vero onore a Dio. Il fatto solo che non si possa da noi uomini, imporre l’atto di fede implica che si debba accettare come fatto che esistano uomini privi di fede. Il che ha ovviamente delle conseguenze giuridiche e pratiche. – La fede la si può e la si deve predicare a tutti ed anche i laici hanno in questo un dovere di collaborazione con la Chiesa, della quale sono membri e nella cui famiglia vivono. Ciò lo si ottiene anzitutto con la professione aperta della propria fede. Non si esclude affatto che in talune situazioni gravi e penose come quelle persecutorie si possano dare ragioni valide per tacere e ritirarsi, come quando non è possibile fare di più, o quando il tentare «oltre» diventerebbe più un danno che un vantaggio ai fini della Chiesa e della salvezza delle anime. Ma le situazioni gravi e penose alle quali alludiamo sono, lo si ritenga bene, casi piuttosto estremi e non debbono vedersi realizzate quando invece è solo questione di interesse o di paura. I mezzi giuridici e non giuridici, ma onesti, che sono possibili per condurre la propria azione nella direzione indicata dalla propria informata coscienza cristiana, debbono essere usati coraggiosamente. – La fede obbliga ad avere principi ben chiari nei rapporti cogli altri e pertanto indica da quale angolo si debbano vedere i problemi umani e sociali. Essi vanno sempre inquadrati nella finalità che hanno le cose terrene e nella misura definita da Cristo con le parole: «Ama il prossimo tuo come te stesso» (Mt. XIX,19). La dottrina cristiana spinge a considerare l’autorità e conseguentemente il potere come un servizio e non come un personale godimento. – La fede, con la chiarezza della legge divina, obbliga ad accorgersi: che la politica è il punto di confluenza di tutte le maggiori ambizioni e passioni, dove tutto facilmente può venire dirottato ben lontano dalle esigenze del bene comune, non esclusi modi apparentemente leciti per chi superficialmente giudica. Essa, la fede, severa con le ambizioni e le passioni, indicatrice di un distacco del cuore dai beni terreni, mette in guardia chi sente cattolicamente, perché non cada nella tentazione, la quale ha rovinato molti e nei secoli ha dato alla Chiesa i guai peggiori. Questa considerazione conduce ovviamente a ponderare con chiara precisazione qualunque collaborazione, non per escluderla sempre, ma per restare a questo proposito nella norma morale e per evitare quel facile inganno, che sempre è latente ove le illusioni degli uomini superano la loro capacità e spingono le loro ambizioni.

Le formazioni che agiscono nel campo civile con ispirazione cattolica

L’argomento ha non pochi contatti teorici e pratici con la l’«ortodossia». Ha tuttavia bisogno di una importante premessa, che meriterebbe una trattazione a parte e che qui ora non affrontiamo, ma della quale neppure possiamo tacere. Una comunità politica, fatta di Cristiani Cattolici, dopo quello che si è detto sopra, dovrebbe essere, naturalmente e chiaramente, in privato e in pubblico, di impronta cattolica. Questo sarebbe il frutto della logica e della coerenza di ogni anima cristiana, di molte anime cristiane, nonché il frutto della necessità per lo Stato di non essere agnostico. Dunque la società tipicamente cristiana può esistere anche se per la comune legge, che non conosce cose perfette in questo mondo, potrà avere difetti marginali. Questa «società cristiana» sorge e nasce con perfetta spontaneità dalle anime sinceramente cristiane. La naturalezza di questo è tale che, se si volesse dire altrimenti, ci si incontrerebbe fatalmente in una contraddizione. Di ciò abbiamo voluto avvertire, non tanto per difendere la società naturalmente cristiana del Medio Evo, ma perché appaia in quale considerazione debba tenersi la asserzione – così spesso difesa da pubblicazioni italiane periodiche sedicenti di ispirazione cristiana, senza ombra di resistenza da parte di altre più pudiche pubblicazioni – secondo la quale non si può concepire in clima di libertà una «società cristiana». La asserzione è dunque falsa. Ma c’è di più: è ipocrita, perché si può ritenere venga espressa così per ottenere effetti interessanti. La questione sarà sempre, per una societas Christiana, che lo sviluppo del senso cristiano, dall’individuo alla somma degli individui, ossia alla loro comunità politica, avvenga naturalmente senza coartazioni indebite. La societas Christiana può esistere e sarebbe utile a tutti che esistesse. La vera ragione per cui la si vuol negare, rompendo la logica della propria fede, è la paura che la societas Christiana dipenda dalla Chiesa. – Quando la società è naturalmente cristiana non occorrono associazioni politiche che si distinguano per la ispirazione cristiana. A questo punto è doverosa un’altra affermazione. In una società che non fosse tipicamente cristiana, per la mescolanza delle vane religioni o per la parziale apostasia di molti credenti, si potrebbe ipotizzare uno stato di onestà nei supremi princìpi per i quali prevalessero i dettami del diritto naturale nella conformazione politica ed anche nella vita politica. Quando non c’è miseria questo di fatto accade, almeno qualche volta. In tal caso è possibile non sia necessaria, per difendere la libertà della Chiesa e della religione, una associazione politica di Cattolici come tali. In realtà quando in uno Stato esiste il vero rispetto delle libertà dei cittadini e della libertà di associazione, difese entrambe dagli aspiranti alle «signorie», esistono ragioni per una sufficiente anche se non perfetta libertà religiosa e possono mancare ragioni veramente cogenti per associazioni politiche cattoliche qualificate, siccome accade in qualche nazione. Le associazioni politiche di ispirazione cattolica sono sorte per difendere la libertà religiosa e, spesso, la libertà della Chiesa od almeno la dottrina sociale della Chiesa, in ambienti che erano guidati o da dottrine avverse alla religione o da principi laicisti. Se non ci fossero state esagerazioni persecutorie e schemi laicisti, probabilmente sarebbe mancata la ragione per cui sono sorti dei partiti cattolici. E vero che il bisogno di contrapporsi ad un concetto illuministico ed asociale dello Stato ha avuto la sua parte, e non disprezzabile, nel condurre ad inquadramenti politici; tuttavia non è poi certo se, con quella sola ragione, gli inquadramenti politici sarebbero sorti. Sono sempre le azioni che suscitano azioni in direzione contraria, quando non rimangono nel giusto equilibrio. Questo bisognava pur dire, perché all’inizio delle formazioni politiche cattoliche sta sempre una ispirazione profondamente religiosa e la netta volontà di difendere, in un ordine più cristiano, il diritto e la libertà delle anime e della Chiesa. – Quali allora i principi che regolano la linea morale di associazioni in campo civile che o sono di aperta ispirazione cristiana (cristiana in Italia vuol dire cattolica), o si presentano come polarizzatori e rappresentanti dei cattolici, soprattutto militanti? L’azione in campo civico (se si vuole: politico) in quanto tale, per sé, non è di competenza ecclesiastica. Da questo principio si possono trarre tutte le ovvie e legittime conseguenze, a patto che si contemperino coi principi egualmente veri che seguono.  L’azione in campo civico non può prevalere né sulla verità né sulla legge morale. – L’azione in campo civico ha sempre un aspetto che pone un collegamento chiaro col Magistero ecclesiastico. Si tratta dell’aspetto morale anzitutto: su questo aspetto, e cioè sulla conformità o meno di una azione politica rispetto alla legge divina, è competente a giudicare la Chiesa ed il suo giudizio vincola la coscienza dei fedeli se viene  dato in forma sufficiente e conveniente a creare il vincolo. Si tratta poi dell’aspetto ideologico, di quello cioè in cui una azione politica o diviene accettazione di una determinata dottrina o diviene appoggio diretto od indiretto alla medesima. In tal caso può accadere che non sta più salva la posizione mentale dei Cattolici rispetto alla sacra dottrina della Chiesa ed anche per questo caso il magistero della Chiesa può esprimere il suo giudizio nel campo dottrinale o di sua competenza. – C’è finalmente o può esserci nel fatto politico un terzo aspetto al tutto concreto e pratico ed è il collegamento tra il medesimo e certi o probabili danni della religione e della Chiesa. Questa ha il diritto di difendersi ed ha il diritto di indicare ai suoi figli quello che ritiene pericoloso. I suoi figli non possono negarle né il diritto né la capacità di giudicare delle azioni o delle conseguenze di azioni ai suoi danni. – Gli atti della Chiesa, nella sua competenza, hanno valore per la coscienza di tutti e singoli i fedeli e possono spingere tale valore fino a creare la obbligazione di coscienza. Una formazione rappresentativa di Cattolici in campo civile (e pertanto anche politico) proprio in forza della sua ispirazione cristiana e cattolica ha doveri maggiori. Questo non ha bisogno di essere dimostrato, perché è noto a tutti che la legge cristiana, fondata su una divina rivelazione, domanda qualcosa di più della semplice legge naturale e perché qualunque collegamento, fosse pur solo ideale, con realtà superiori impone una perfezione maggiore. Ciò significa che ogni orientamento deve essere volto al «meglio» e mai al «peggio». Questi doveri maggiori vanno ben considerati sia nell’aspetto negativo che nell’aspetto positivo. Per mantenere una esposizione «ascendente» cominciamo dall’aspetto negativo. Dal punto di vista negativo una formazione cattolica in campo civile deve sempre evitare qualunque azione disonesta, qualunque prevalenza di interesse personale su interesse pubblico, qualunque «personalizzazione» della propria attività; le ragioni sono tutte nella morale cristiana; deve evitare qualunque impiego di mezzi illeciti, compresi tutti gli espedienti machiavellici, e pertanto qualunque concorrenza con chi batte vie riprovevoli. La ragione di questo è non meno evidente di quella detta prima. La collaborazione al male sta tra i mezzi illeciti e per i particolari rimandiamo i nostri confratelli agli ordinari testi di teologia morale: là ce n’è abbastanza! Dal punto di vista positivo una formazione di Cattolici in campo civico: deve far prevalere i «motivi ideali» su quelli di interesse anche immediato; deve tendere a realizzare nella giustizia la coesistenza di tutte le categorie e pertanto non può svolgere una lotta di classe: deve realizzare la concordia con la virtù e non soltanto coll’interesse o la convenienza, educando uomini a servire e non ad essere serviti; deve avere nel massimo grado il senso di responsabilità del vero bene comune. Infine, deve avere sempre presente che, per quanto autonoma nel suo aspetto meramente politico, non può considerare tale autonomia in modo lesivo della verità e della legge di Cristo, né può dimenticare che il proprio comportamento (anche per malizia di interpretazione altrui) deve evitare che cadano sulla Chiesa responsabilità sconvenienti o ingiuste o addirittura lesive del supremo bene delle anime, per il quale è stata costituita la Chiesa stessa. Nei confronti della Chiesa, anche ove mancassero ragioni giuridiche di interferenza della medesima in materie estranee alla diretta competenza sua, resta sempre la dignità della «maestra» e della «madre»; i rapporti stabiliti dalla forza magisteriale e dalla vera autorità materna non stanno nei parametri di un discorso politico e non defraudano le libertà politiche, ma tutti capiscono che trascendono queste cose e su queste cose irradiano per ragioni soprannaturali. Ecco dunque la Chiesa e il mondo. Il mondo per agitarsi ha le sue ragioni culturali, politiche, economiche, sociali e tecniche. Le ultime tendono a prendere un primato. Esse sono vicinissime alla materia, della quale si avvalgono, e possono raggiungere la forza indiscutibile e straripante della materia stessa. Sulla cultura prevale certamente ormai la rete materiale dei mezzi diffusivi che pongono la suggestione dei popoli in poche mani, frettolose e spesso partigiane. L’imitazione del mondo e la tentazione di riuscirgli graditi porta ad esercitare una immorale pressione sulla verità, dato che il mondo tende, nella sua corsa affannosa, a sostituire la verità col «fatto». E pertanto la verità, la ortodossia possono contare poco quando l’orgoglio, il piacere, l’interesse e il vuoto portano a considerare piuttosto l’utile del «fatto» che il dovere della «verità».  Il mondo dà segni in cui si scorge la noia del suo asservimento alla materia ed alla luogotenente della medesima, la tecnica! La Chiesa non travierà mai. Noi possiamo traviare. E meglio rimanere cittadini della «città superna». Sant’Agostino al tramonto di una grande giornata del «mondo», scriveva i ventidue libri del De civitate Dei. È tempo di riprendere quel grande discorso.

[Fine]

 

 

GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO – CHIESA, FEDELI, MONDO (II)

GREGORIO XVII

IL MAGISTERO IMPEDITO:

CHIESA – FEDELI – MONDO – II –

Ortodossia III

[Lettera pastorale del 5 agosto 1962; «Riv. Dioc. Genovese», 1962, pp. 208-248].

Sincerità verso i fedeli

Si domanda: dobbiamo continuare a proporre ai fedeli tutto quello che è nel messaggio di Cristo, con tutto quello che in esso sotto la garanzia e la guida di un legittimo Magistero vivo può essere via via inteso o da esso dedotto o con esso connesso obiettivamente? Questo dobbiamo farlo mantenendo la stessa distinzione netta e fermissima che ha fatto Gesù Cristo tra verità ed errore, tra bene e male, tra Dio e mammona, qualunque possa essere la reazione a questa netta fermezza e a questa chiarezza? Dobbiamo accettare tutta la logica di immutabilità dinamica che è nella Rivelazione? Dobbiamo continuare ad esigere la stessa morale, con la stessa distinzione dal mondo, con la croce, la povertà di spirito, la umiltà, la obbedienza? Dobbiamo ancora affermare che «niente serve all’uomo, se guadagna anche tutto il mondo, ma reca danno all’anima sua» (Lc. IX, 25), stabilire così un principio di assoluto primato contro tutto e tutti, se occorresse, della parola di Dio, della opera di Dio, del Regno di Dio? – Oppure tutto questo dobbiamo aggiustare, decurtare, rammollire od anche solo dire sottovoce, pudicamente, per non guastare l’orgia delle intelligenze e dei costumi, per adattarsi al mondo, per poter dialogare con il blasfemo, per presentare un volto dolce ed accessibile al messaggio di Cristo? Questa la domanda. Essa riguarda l’ortodossia globalmente intesa. È evidente, e pertanto siamo nell’argomento di questa lettera. Tale domanda sembrerà a molti inutile, perché la questione messa nei suoi chiari e duri termini non ammette per un Cattolico che una risposta: «no». Ma basta diluirla, basta farla filtrare attraverso stati d’animo, con evocazioni emotive e con la perenne garanzia di una sorta di amore verso i fratelli, perché sembri diversa nella forma (e per questa sia palliata), sia invece identica nella sostanza (e in tale modo venga di fatto accettata). Fin dalla prima nostra lettera sull’Ortodossia, noi abbiamo messo i nostri sacerdoti in guardia contro questo modo sottile di comportare gli errori. Un’altra volta siamo a quello stesso punto. Del resto non c’è bisogno di giustificare: i fatti parlano. Gli elogi di molti vanno a coloro che sanno rendersi graditi ai «lontani», senza tener conto che spesso per rendersi graditi bisogna mentire. La questione della salvezza delle anime non è questione sentimentale che possa essere posta e risolta in termini emotivi, accomodanti e a tutti i costi concilianti. Qui sta l’errore: essa va posta nei termini di fede, di penitenza e di rinuncia nei quali l’ha posta Gesù Cristo. La sincerità verso i fedeli ci obbliga a predicare a loro con estrema chiarezza e continua ripetizione le verità dure che ha insegnato nostro Signore Gesù Cristo e che noi dobbiamo portare a tutti. Notate bene: anzitutto, sempre, chiaramente. Perché Gesù Cristo ha portato verità dure, per l’intelletto. Enumeriamo le più salienti.

Il mistero trinitario. Gesù, anche prima di darne la sintesi e la formula, siccome accade in Matteo XXVIII, ne ha parlato continuamente, perché è continuo il riferimento al Padre, a sé Figlio e – almeno da un certo punto nei discorsi – allo Spirito Santo. Non aveva importanza per Gesù che il continuo richiamo al Padre nei discorsi degli ultimi tempi suoi mandasse veramente in bestia i suoi oppositori. Più andavano in bestia e più ne parlava. E strano che taluni non sentano la significazione del dramma continuo che accompagna questi discorsi! Il mistero della Trinità lo si penetra attraverso un raffinamento della intelligenza e dei suoi strumenti, mai lo si esaurisce; ma tanto più lo si intende quanto più si arriva a vedere che tutto il rimanente della rivelazione cristiana non ha significato senza il mistero trinitario.

La incarnazione del Verbo. Essa, con quello che la contorna, è il fatto più interessante di tutta la storia umana. Lasciando le porte aperte per la buona volontà che intende sottrarsi al terrore delle contraddizioni, questa verità fa veramente curvare la schiena. Gesù Cristo ne ha fatto il motivo continuo, il punto di riferimento, la pietra di saggio per provare la fede di quelli che voleva beneficare, per provare la convinzione dei discepoli. Non aveva importanza che quella verità spezzasse qualcosa, soprattutto in un ambiente dove erano proibite tutte le rappresentazioni antropomorfiche della divinità e dove Egli si presenta invece «uomo». Gesù non ha posto il problema di rendere la verità «dolcificata» e «passabile»; ha pianto su Gerusalemme, ma non ha ritirato o ridotto i termini della Rivelazione ed ha annunciato come castigo l’eccidio del suo popolo e a distruzione della città e del tempio.

La redenzione attraverso la Croce. Gli apostoli e i discepoli (essi sono stati i soli a sentirne parlare) si torcevano ad udire le profezie della passione, che si incalzavano come a non lasciarli tranquilli e ad impedire che si costruissero i termini di un comodo avvenire. Il dramma della Croce si stende su tutto il pellegrinaggio terreno del Redentore, ne diviene il fatto caratteristico che ha, come bene illustra la lettera agli Ebrei, un tratto eterno, anche per la rinnovazione eucaristica.

La rigenerazione. Gesù ne parlò chiaro a Nicodemo (cfr. Gv. III, 5-7), il quale diede prova di capire poco. Su questo punto il discorso si fa sempre più esplicito e più grave, passando attraverso la trattazione di Cafarnao (cfr. Gv. VI, 27 sgg.) ed arrivando al grande discorso dell’ultima cena. Come Nicodemo ha dimostrato (lui, uomo piuttosto fine, intelligente, intuitivo e probabilmente più colto di altri discepoli), tutti debbono avere provato una certa vertigine ad udire parlare del mistero della rigenerazione e della grazia. Ma Cristo non ha avuto riguardi nel mettere una posta fondamentale e nell’invitare l’uomo a raccogliere tutte le sue forze per arrivare a porre un atto di fede. Quell’atto fa valicare il cosmo e tutte le cose che il cosmo può insegnare o mostrare, anzi tutto un ordine», che è ben più grande del cosmo stesso. Dietro al mistero della rigenerazione si vedono i Sacramenti, il Battesimo.

L’Eucarestia. Una attenta lettura del discorso eucaristico di Cafarnao, preparato intenzionalmente dal miracolo della moltiplicazione dei pani, dal discorso sulla fede e sulla azione della grazia da parte del Padre, rivela per le sue ripetizioni e i suoi rincalzi lo stato d’animo di coloro che lo ascoltarono: si torcevano veramente, dichiarano secco che è un discorso duro quello che intendevano; se ne vanno; c’è aria drammatica di sommossa, al punto che — evidentemente non erano del tutto immuni neppur essi dallo stato d’animo della folla – Gesù ai discepoli pone il problema di fiducia. In extremis la professione di Pietro, stupenda eppur rivelatrice, salva la posizione dei discepoli che si sono sentiti dire – questa volta – non «venite», ma «volete andarvene anche voi?» (Gv. VI, 67). Per capire qualcosa di più di questo mistero la teologia ha lavorato mille anni!

Il giudizio finale e la dannazione eterna. I capitoli del Vangelo dedicati a questa verità, in un certo senso conclusiva, sono tra i più difficili e pare portino con sé il travaglio ed il freddo del supremo contestato destino degli uomini liberi e peccatori. La immagine dell’inferno eterno resta ferma, irremovibile ed implacabile al punto stesso in cui possono cessare l’amore e la obbedienza perfetti e totali degli uomini verso chi li ha creati e redenti. Che l’inferno costituisca un mistero nessuno lo può negare, come tutto rimane mistero la vita di Dio e la incarnazione. Ma che esso sia un termine di grandezza, senza del quale si sminuirebbe tutta la rimanente grandezza di questa Rivelazione, nessuno vorrà negarlo, se capisce qualcosa.

La Chiesa. È una società immessa ab extrinseco nell’ordine terreno; è fatta condizione di ogni salvezza; dei diritti suoi non deve dir grazie a nessuno; lasciando a tutti la responsabilità terribile di non riconoscerglieli, è compaginata di cose divine, indefettibili e di uomini defettibili e tuttavia essa è la «sua», di Cristo. Se ci sono «chiavi divine» per aprire un arcano tesoro ed un altro ordine, esse sono date a questa Chiesa, e quello che la Chiesa legherà o scioglierà sarà legato o sciolto dal cielo. Dobbiamo dire che qui non è stata usata alcuna diplomazia umana, nessun attutimento, e neppure è stato tenuto conto del fatto che spesso gli uomini dormono e fraintendono. La verità qui è colpo diretto inderogabile. – Molti potranno trovare a ridire su questo o sul quel fatto di uomini accaduto nella Chiesa, anche nei suoi alti gradi, potranno comportarsi dinanzi ad essi come se fossero sconvolti. Stiamo tranquilli; lo sconvolgimento è assai più grande a sentirci dire quello che ha detto Gesù Cristo a proposito della Chiesa. Che, se il primo sconvolgimento non è incommensurabilmente più grande del secondo, ciò è segno che non leggono il Vangelo e non lo intendono anche leggendolo ed anatomizzandolo. Bella novità che gli uomini lasciati liberi da Cristo si servano della libertà medesima e facciano anche del male! Quello che sconvolge, se mai, è il fatto che a tali uomini nel volgere dei tempi, Dio abbia messo nelle mani cose divine! Le difficoltà non possono farle gli uomini col loro corto metro, le deve fare Iddio col suo metro infinito. Ma è Dio! Qualche eresiarca ha dimostrato spavento della curia romana, strumento pur necessario ad un uomo, che deve essere e fare il Vicario di Cristo restando uomo, come se la curia fosse la bestia dell’Apocalisse! Nessuno può negare che uno strumento umano possa anche in qualche momento sentire il caldo e il freddo, come accade persino ai metalli. Ma la cosa che sconvolge è che Gesù Cristo abbia dato a Pietro un potere tale e, munendolo di un carisma e di tutta la grazia, lo abbia lasciato libero di combinare quello che ha combinato nell’atrio del principe dei sacerdoti, lo abbia lasciato libero di avere in qualche momento paura e di sentire il peso di tutto, obbligandolo da uomo a servirsi di tutti gli strumenti dei quali si debbono servire gli uomini per fare qualcosa. Certo gli ha dato il dono dei miracoli, ma non per i suoi comodi. Sanno questo taluni letterati che si scandalizzano di Dio? Non è un buon gioco per loro. Qui le cose umane non possono vedersi altro che da una travatura divina. Certo, coloro che hanno servito i potenti piuttosto che Gesù Cristo non hanno avuto tempo, vivendo con una fede comoda e assopita, di vedere la travatura divina ed esserne sostenuti più che da ogni altra ragione umana. – Ora guardiamo il quadro di queste verità dure. Gesù sapeva che per aderire veramente alla fede, se era necessaria la grazia, era necessario si rispettasse l’ordine di natura, e cioè il modo col quale gli uomini arrivano raziocinando a delle convinzioni certe. Per questo il Salvatore ha trattato dei prerequisiti alla fede e li ha ampiamente forniti, anzitutto esterni (siccome domanda la natura umana) e non solo per allora, ma per tutti i tempi (cfr. Mt. XXVI,17 sgg.). Gesù ha voluto ci fossero delle dimostrazioni accessibili ed esaurienti, ma che imponevano pazienza, sforzo, lavoro, studio, umiltà e spesso purezza di cuore (cfr. Gv. III,19-21). Non ha elargito la evidenza immediata delle verità rivelate. Tra la evidenza immediata (che non è stata concessa) e lo sforzo razionale per arrivare alla fede ci sta in mezzo il «merito» della fede, quanto la possibilità di non raggiungere la fede ed anche di perderla. In questo breve tratto sta il vero dramma degli uomini, almeno il dramma fondamentale. Il percorso razionale verso la fede può essere tutto coperto, ma occorrono strumenti di precisione senza leghe dubbie e senza scorie infiltrate. La lega dubbia e la scoria infiltrata compromettono la prosecuzione del cammino e fermano generalmente il motore. – Il problema della fede è il problema di compiere un cammino, di usare uno strumento di precisione, di non pretendere che un’automobile di cartone divori una salita e, finalmente, di insistere sul motore. Molti non lo fanno e si lamentano a torto. È in questo modo che Dio ha conciliato, perché fossimo anche noi liberi e meritevoli nell’atto di fede, la crepuscolarità della nostra cognizione e la luce della verità, la stessa libertà nostra e la pienezza della convinzione. – In talune pubblicazioni si direbbe che si ha paura della apologetica. Ma è Gesù Cristo che l’ha voluta, come elemento di questo magnifico incontro, tra la luce e le tenebre, tra la libertà e la obbedienza intellettuale, tra la fede (pur sempre atto di intelletto) e la coscienza di un uomo che, credendo, sa di non essere irragionevole. La ragione per la quale si cerca di tacere dell’apologetica sta nel fatto che già si è slittati, almeno in qualche modo, nel soggettivismo filosofico, nel relativismo idealistico. Questo lascia la porta aperta a pensare e dire e fare quello che si vuole. Ma, premesso ciò, Gesù Cristo ha enunciato verità dure. Diciamo «dure» per significare che sono superiori alla portata della nostra intelligenza. Si tratta di verità che potremo in qualche modo intendere, ma non comprendere; penetrare, ma non esaurire. Lo sforzo di ridurle, a mezzo di un trattamento istintivo e sentimentale, ad essere extra razionali è lo sforzo autentico per rinnegarle. Guardiamo bene in faccia Cristo; con Lui non si gioca. Per dire queste cose, Gesù Cristo ha accettato: il ripudio del suo popolo, lo strazio del medesimo, il deicidio, la croce. – Questa croce ha dato alla sua Chiesa da portare come segno delle genti fino al giorno in cui la medesima non lo precederà per l’ultimo giudizio. – Noi dunque cercheremo di tarpare queste verità per instaurare un dialogo più umano con quelli che non obbediscono interamente a Dio? Noi, ai quali è stato dato l’ordine di «predicare sopra i tetti» (Mt. XX, 27), ci lasceremo cogliere da un falso pudore e, per questo, cercheremo di raccomandare tali verità alla cultura umana, affinché le protegga, o le affideremo ai giullari di una fantasiosa letteratura perché ne diventino i desiderati accomodatori? Gesù ha lasciato distruggere Gerusalemme… – Le verità dure per la debolezza umana sono quelle che riguardano i costumi e che domandano un comportamento totale, degno di figli adottivi di Dio. – La verità più dura è una verità generale. Nessuna norma, nessuna ragione, nessuna istanza terrena può prevalere sulla legge data da Cristo; nessuna ragione umana o di Stato o di famiglia o d’altro può limitare comunque la obbedienza dovuta a Dio. Non c’è posto per un’altra legge che non sia subordinata a quella di Cristo; non c’è posto per una coscienza morale civile, che sia parallela e indipendente da una coscienza morale cristiana. Vogliate meditare bene i seguenti testi: «Non sono venuto a mettere la pace, ma la spada. Perché sono venuto a dividere l’uomo dal padre e la figliola dalla madre e la nuora dalla suocera sua; e nemici dell’uomo (saranno) i suoi famigliari. Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me e chi ama il figliolo o la figliola più di me non è degno di me; e chi non prende la sua croce e non viene dietro di me non è degno di me. Chi avrà Trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduta la sua vita per amor mio la ritroverà» (Mt. X, 34-39).

«Se dunque la tua mano o il tuo piede ti è causa di peccato, mozzalo o gettalo via da te; meglio è per te entrare alla vita monco o zoppo, che aver due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno. E se il tuo occhio ti è causa di peccato, cavatelo e gettalo via da te, meglio è per te entrare alla vita con un occhio solo, che averne due ed essere gettato nella Geenna del fuoco» (Mt. XVIII, 6-9).

Questi testi non sono che un saggio. Sono chiari e rivelano una fermezza che è costante. Altra verità dura è pure una verità generale. Gesù Cristo domanda una perfezione, la domanda interiore, la domanda estesa ai più piccoli atti dell’uomo ed alle loro sfumature, tanto che siamo invitati tutti ad essere «perfetti come il Padre che sta nei Cieli» (Mt. V, 48), tanto che « . . . ogni parola oziosa che gli uomini dicono, di questa parola renderanno conto nel giorno del giudizio» (Mt. XII,36). Si tratta di una verità che sta sotto tutto il discorso della montagna, per tacere di altri innumerevoli testi neotestamentari. – La legge dell’amore è sublime, ma è una verità dura, perché sostanzia l’amore a Dio con la osservanza della sua parola (cfr. Mt. VII, 21-23) e cioè lo vuole «concreto», perché lo collega all’amore del prossimo, dimostrando chiaramente che non ama Dio chi non ha amato i fratelli (cfr. Mt. XXV, 40); perché garantisce l’amore del prossimo con la misura stessa con la quale possiamo amare noi stessi e con la inderogabile ed assoluta legge del perdono. Prima di essere una poesia ed una infinita commozione, la carità è una cosa incredibilmente seria. Chi non perdona, non sarà perdonato. E facile dirlo, non è altrettanto facile farlo. Eppure è necessario. Si legga la stupenda sintesi che san Paolo fa della carità nella seconda Lettera ai Corinti al capitolo XIII e si avrà la testimonianza di tutto questo: la carità non è elemento ad uso puramente romantico o decorativo. – Il distacco del cuore dai beni terreni, dei quali il più vicino quaggiù siamo noi stessi, si realizza con l’umiltà e la semplicità, che ne sono inscindibili, alla base di tutta la vera e solida costruzione morale. Gesù ha detto: «Beati i poveri in spirito perché di questi è il regno dei cieli» (Mt. V, 3); «Non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e ruggine corrodono e dove i ladri perforano e rubano; accumulate invece tesori in Cielo dove né tignola né ruggine corrodono e dove i ladri né perforano, né rubano… Nessuno può servire a due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure all’uno si attaccherà e l’altro disprezzerà. Non potete servire a Dio e a Mammona… Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt. VI, 19-33). La penitenza, il sacrificio, la rinuncia e la croce, il tutto riassunto nella proposizione ed esaltazione continua della croce stessa, danno una qualificazione necessaria ed inconfondibile alla morale evangelica ed è per questo che «la porta è stretta ed angusta è la strada» (Mt. VII, 14). Su questo sfondo autentico e forte si vedono tutte le altre virtù morali, alle quali danno carattere, qualificazione e sostegno le virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Nessuno può dubitare della preminenza che nella Rivelazione cristiana hanno queste virtù teologali. Abbiamo parlato solamente dei precetti e non abbiamo parlato dei consigli evangelici. Fatta anche questa precisazione, si capisce perché la morale cristiana non è una dilettazione cerebrale, non è una costruzione letteraria e soprattutto non è una cosa umanamente comoda. Con questa sua potenza, presentando agli uomini una ascesa ardua e faticosa, fa loro intendere che sono chiamati a cose grandi ed eterne. – Il pretendere di far passare come abbastanza comoda la morale cristiana è ingiuriosa deformazione. Al popolo dobbiamo dire quello che Cristo ci ha incaricato di dire e non dobbiamo né correggere, né attenuare nulla sulle labbra di Dio. Questa è la sincerità dovuta al popolo fedele. – Anche qui cerchiamo di guardare il quadro generale, per non essere fraintesi od accusati di una severità eccessiva. Questa legge divina è accompagnata da tre grandi cose: la speranza della felicità eterna, la azione della grazia, la sovrannaturale provvidenza. Dio chiede lo sforzo, ma resta Padre per accompagnare in modi anche mirabili, per sostenere e per donare le condizioni con le quali si alimenta la letizia. Anche qui si può verificare e si dovrebbe verificare sempre quello che accadde in Cristo sofferente, Salvatore nostro e nello stesso tempo «tipo supremo» della nostra vicenda terrena. In croce Egli sperimentò il dolore in una misura che nessuno ha mai lontanamente eguagliato. Nello stesso tempo ebbe la visione beatifica nella sua anima umana. Queste due operazioni simultanee sono state possibili perché Egli non ebbe solo la scienza sperimentale (legata al corpo e da questo coartata ad una sola operazione, siccome la esperienza nostra dimostra), ma ebbe anche la scienza infusa e la scienza beatifica, entrambe non coartate dalla presenza del corpo. Questa coesistenza della pace e della lotta, del dolore e del gaudio in Cristo sofferente sono uno degli aspetti più interessanti della passione in Lui. Ma sono anche la rivelazione di quello che, fatte le proporzioni ed in senso meramente analogico, può accadere nell’anima di coloro che lo servono. In essi l’azione della grazia, la illuminazione dello Spirito Santo può arrivare a rendere in qualche senso possibile la pace interiore e la letizia anche coi maggiori dolori, ed ordinariamente, nei veri servitori di Dio, stempera la vita affaticata e sofferente con una luce di conforto e di suprema presenza. Allora cambia sfondo e tono alla peregrinazione terrena. – La morale che abbiamo voluto chiamare «dura» non è dunque né tristezza, né una condanna, né una ossessione, né una esagerazione; è solo la prova dell’amore e la condizione del balzo verso l’Infinito, soprannaturalmente inteso. Come prima, parlando delle verità «dure» per l’intelletto, abbiamo fatto osservare che Cristo ha provveduto ad una documentazione capace di risolvere i problemi razionali di fronte alla fede, così ora dobbiamo una seconda volta invitare a vedere la compitezza divina. Infatti, accanto alla legge ferma e poderosa, Dio ha messo altre cose, ha donato un intero quadro. Per tal modo quello che, visto da solo, può essere chiamato «duro», visto nel quadro appare luminoso e grande. Ma nessuno ha diritto di stare a suo agio nel «quadro», se non accetta le verità dure. Lutero volle il quadro e non le verità dure: gli è accaduto quello che tutti sanno. Pertanto il «quadro» non autorizza nessuno a tacere delle verità «dure». Sarebbe insincerità verso dei fedeli, anzi sarebbe inganno perpetrato contro di essi. – A questo punto sorge un quesito che bisogna affrontare e risolvere con equilibrio e con chiara fermezza. Esso può formularsi così: i fedeli sono oggi sotto una continua azione frastornante quanto all’equilibrio, allettante quanto ai beni e ai piaceri sensibili, anzi materiali, debilitante quanto a tutte le loro riserve spirituali. – Per la prima azione, tende ad apparire loro strano quello che dovrebbe essere pacifico e normale; per la seconda azione, si attua la perenne tentazione della materia contro lo spirito con ogni mala ed ovvia conseguenza possibile; per la terza causa, si ha la vera usura quale consegue, nella capacità e nella azione, al peccato e al disordinato uso sia dei beni interni che dei beni esteriori. Ne viene una situazione di abituale difficoltà con riflessi sulla fede, sulla osservanza della legge di Dio, sulla ordinaria ascesi delle anime, sullo stato emotivo irrazionale che abbiamo voluto intenzionalmente chiamare nel titolo «situazione depressa». – È perfettamente inutile negare una tale situazione e sottrarsi con insinceri espedienti ai problemi che essa pone. Bisogna freddamente prenderne atto e meditare. Sarebbe perfettamente stolto impaurirsi di questa situazione depressa, che risponde ad un particolare tornante della storia, perché nel Vangelo Gesù Cristo su queste avventure, su quella finale, ha parlato crudamente, ma ha anche assicurato che sarebbe stato «ogni giorno con noi fino alla consumazione dei secoli» (Mt. XXVIII,20), e che «cielo e terra passeranno, ma le sue parole non passeranno» (Lc. XXI,33). – Le epoche di maggiore difficoltà diventano così con certezza le epoche di maggiore grazia e di maggiore gloria. Il che è accaduto, in forme diverse, altre volte. – Fin qui una constatazione. Essa però pone, come abbiamo detto, il quesito. Eccolo. Non dobbiamo, noi, indirizzarci a questa gente sbattuta e talvolta sbalordita dal parossismo, dalla fretta e dalla suggestione moderna, con una tattica nuova, la quale faccia sintesi della dottrina con termini preferibilmente nuovi e più generici, tali da permettere interpretazioni più elastiche e pertanto meno forti per la debolezza umana; sfumi talune parti più difficili e meno simpatiche a stati d’animo artificiali; ponga nel silenzio le verità che a qualche titolo possono sembrare più dure e meno digeribili; faccia una ripulitura del patrimonio dottrinale e storico, dando la colpa ai teologi di affermazioni che potrebbero sembrare troppo precise o troppo ingombranti e ciò per averle, essi, arbitrariamente introdotte nel patrimonio comune, giungendo quindi ad una maggiore semplificazione? Alla grave domanda bisogna dare una risposta seria. Per poterla dare abbiamo fatto delle premesse che il benigno lettore, a questo punto, farà probabilmente bene a rileggersi. Tuttavia bisogna pure, prima di rispondere, fare delle considerazioni, le quali restringano il campo della risposta e impediscano che essa appaia equivoca e superficiale. Nell’esibire qualsiasi proposizione e pertanto nel fare qualsiasi catechesi, niente vieta che ci si attenga a:  una gradualità nelle cose e nel tempo; a una esigenza di «traduzione», per cui le cose da dirsi, senza alterazione, vengono presentate nella forma più rispondente ad un ingegno letterario, ad un ciclo culturale, a specifiche situazioni psicologiche, via via mutanti; e infine a un «ordine» congegnato coll’intendimento di raggiungere un determinato onesto scopo. Su questo non si può ragionevolmente discutere, perché queste sono norme elementari di metodo, valevoli sempre ed ovunque, a seconda delle circostanze in cui si applicano. E per questo che resta buona regola sapere usare tempestivamente il linguaggio letterario, il linguaggio psicologicamente attivo, il contegno saggiamente rispondente alle esigenze del momento in cui si vive. – Veniamo alla risposta sui quesiti esposti. Essa è e deve essere pienamente negativa. Su questo punto non si può rimanere in alcun modo con delle esitazioni, le quali sarebbero colpevoli. Vediamo partitamente. –

a) – I termini volutamente nuovi (perché come tali possono essere intesi «altrimenti» dalle verità esposte), i termini intenzionalmente generici, le interpretazioni elastiche (per poter non differire da posizioni deformi) sono sempre altrettanto intenzionalmente e almeno potenzialmente degli oltraggi alla verità di Dio. C’è di più: costituiscono un aver vergogna di quello che ha detto e fatto Gesù Cristo, un irrazionale tentativo di correggere Dio stesso. Talune modulazioni generiche e sfuggenti possono essere certamente usate, quando non si intende «diluire» la verità, ma, si intende, usando una tattica, arrivare a presentarla intera e nuda come è in se stessa, prendendo le precauzioni occorrenti a che non si finisca col declassare la verità, prima di averla detta.

b) – Sfumare le parti più difficili e meno simpatiche a certi stati d’animo, o prima o poi diventa tradimento alla verità. Che se la sfumatura è solo tattica prudente e consiste nel dire solo in parte o dire successivamente, potrà essere usata come «metodo», per arrivare alla pienezza della proposizione.

c) Il silenzio su qualche verità ci metterebbe subito in contrasto coll’Evangelo: «Insegnate loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato…» (Mt. XXVIII,20). Il silenzio momentaneo può essere tattica e gradualità. Il silenzio intenzionale è deformazione del messaggio evangelico.

d) Circa la ripulitura del patrimonio dottrinale e storico, si è già anticipata la risposta nel capitolo primo di questa lettera. Nulla c’è da ripulire. Infatti le opinioni personali dei teologi valgono quanto loro, ossia quanto gli argomenti che adducono, e nessuno mai è stato obbligato a seguire l’opinione personale di un teologo fino a che questa è rimasta personale. Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti! Quindi per questo aspetto niente da ripulire, ma piuttosto sufficiente scienza per accorgersi che si tratta di opinioni personali discutibili e per nulla certe e definitive. Detto questo, è altrettanto giusto affermare che questo lavoro di opinioni costituisce il mezzo delle «ipotesi di lavoro» col quale si fa progredire la scienza teologica, perché sia sempre maggiore la intelligenza della verità divina, più feconda, più utile alle circostanze e più capace di generare maggiore ammirazione verso la eterna saggezza in essa manifestata. – Accade talvolta che una proposizione passa dal livello delle opinioni personali a quello del consenso comune, il quale porta in causa il Magistero infallibile della Chiesa, oppure al livello diretto dello stesso Magistero. Questo non è soltanto solenne, ma ordinario, anche di tutti i giorni. E per questo che ci siamo fatti premura di parlare della Chiesa e del Magistero «vivi». Dunque anche qui niente da ripulire. – Il concetto che qui si debba ripulire suppone l’idea erronea che il Magistero della Chiesa sia solamente solenne, che non esista un vero Magistero Ordinario, che si debba bruciare tutto il trattato de locis theologicis, che la Chiesa sia un museo di cose divine e non un organismo vivo a tutti i titoli ed a tutti gli effetti. Le quali idee erronee menano dritti dritti fuori della ortodossia. – La conclusione è chiara e deve venire, appoggiata come è ad un motivo di fedeltà all’Evangelo, prima di qualsivoglia altra considerazione contingente: noi dobbiamo dare ai fedeli la verità, tutta la verità, soltanto la verità, siccome è nel mandato divino, e dobbiamo darla con tutta la chiarezza e fermezza con la quale l’ha data Gesù Cristo, sacrificando noi per trovare le migliori procedure di merito, ma mai tacendo o riducendo e mettendo sotto diversa luce il contenuto della Rivelazione. Dobbiamo darla, finalmente con quella giusta e controllata ricchezza che da sé ha saputo trarre nel corso dei secoli. – Abbiamo sentito che taluno ha radiato dalle prediche degli esercizi quella relativa al peccato, perché ritiene la questione del peccato una questione patologica e psicoanalitica; quella relativa all’inferno eterno, perché è cosa incompossibile con la mentalità moderna. Questo non è accaduto, che noi sappiamo, nella nostra diocesi, ma è accaduto. Ci sono molte ragioni per dimostrare che tali motivi addotti non esistono; ma ne basta una sola: questo è sotto la condanna di Cristo. Del resto, nessuna età ha avuto tanta paura come la nostra, e la vera ragione per cui non si vuol parlare dell’inferno è che lo si sente piuttosto vicino. – Di fronte ad una «situazione depressa», quale era quella del suo stesso popolo, succube di passioni e di sette, irretito dalla posizione economica e politica, Gesù Cristo non ha attutito nulla ed ha scelto di fronte alla posizione negativa i criteri estremi: per sé la croce, per i1 popolo giudeo il rigore della giustizia. Non è dunque sulla linea della verità che si va incontro alle situazioni depresse transigendo o tacendo di essa. Incontro alle situazioni depresse si agisce in un altro modo, come Lui: si va in Croce! Nessuno si spaventi: non sarà questione del patibolo, sarà questione di maggiore sacrificio da parte nostra. Non da parte della verità. – Del resto: è poi vero che il popolo desidera che noi facciamo degli attutimenti o delle riduzioni, mettiamo il silenziatore su questa o quella verità, cerchiamo di limare i margini della legge di Dio? Neghiamo che il popolo voglia questo. Infatti, chi è il popolo? La risposta è difficile, perché le manifestazioni che lo rivelano sono eterogenee e per dire: «Questo vuole, questo dice il popolo», bisogna scegliere una linea mediana, ossia i momenti in cui di esso non parla la passione, l’indettamento, a sciocca imitazione, la leggera avventura, la infatuazione boriosa e presuntuosa; ma solo la umanità semplice, compresa della serietà ielle cose e della profondità del dolore. Per sapere, adunque, in una questione come questa, non ci si può rivolgere a cerchie ristrette e cerebrali, ad interessati, forse neppure a inchieste e statistiche. Il «momento» in cui il popolo è tale probabilmente viene reso dalla «casistica» paziente e continuata. Ecco perché la questione è difficile, impone pazienza e prudenza, accortezza e indipendenza da mode e da pose. – Questi «momenti» sono spesso su opposte chine. Osservate i ladri: quando sono in vena e in possibilità di rubare (stato attivo) dicono: «Non è vero settimo non rubare». Gli stessi quando sono in stato di debolezza (situazione passiva) e stanno per venire essi derubati affermano: «Settimo, non rubare». Sono i diversi «momenti»; nel primo non li posso ascoltare, nel secondo, sì. – Abbiamo dovuto più volte occuparci di questioni morali gravi ed abbiamo visto padri inferociti per la penosa e colpevole situazione di qualche figlia; abbiamo davanti alla mente i casi in cui avremmo potuto osservare a questi padri: «Avete dunque cambiato parere; prima dicevate che tutto questo era lecito, ora che siete voi i colpiti (situazione passiva) dite il contrario». In un momento parlavano male, in un altro momento parlavano bene. Se ci fosse un pericolo comune, grave, terribile, imminente, si chiuderebbero forse molti luoghi di incontrollato divertimento e si riempirebbero in domenica e fuori di domenica le chiese. E già successo tante volte. Sono diversi ì momenti… – Naturalmente, se io vado a scegliere i momenti in cui parla la piccola cerchia, la passione, la suggestione, la paura, non saprò probabilmente mai che cosa veramente vuole o pensa il popolo. Sappiamo tutti benissimo che, davanti ad uomini i quali nella umiltà e nella rinuncia servono veramente Dio ed i fratelli, il popolo non ha mai da obiettare. Sono i momenti diversi… In alcuni è esso, il popolo, in altri è una folla, una passione che urla, un piacere che seduce… – Il popolo lo trovo più facilmente ad un funerale che ad un matrimonio, più nell’umile casa guidata da un saggio ordine che al caffè. Perché popolo e opinione pubblica, nel senso moderno, non sempre coincidono. Forse raramente. – Attenti dunque a dire «Il popolo esige, il popolo vuole…». Mettetevi, al giovedì santo, davanti al pretorio di Pilato e poi vedete – a sentire quella folla che chiede crucifigatur — quale effetto vi fa questo modo di parlare: il popolo vuole… Attenti, qui si sbaglia facilmente. Una volta in sacra visita un parroco ci disse: «Qui il popolo non vuol sentir parlare di Azione Cattolica». Sul momento abbiamo taciuto. Siamo tornati anni dopo nello stesso posto ed osservavamo una costruzione che stava sorgendo sul terreno della Chiesa. Domando: «che è quella?». – Risposta: «La sede delle associazioni; il popolo se la fa da sé». Infatti non avevano chiesto un soldo alla curia. – Riprendiamo ora opportunamente il filo del discorso. Che vuole il popolo?

Vuole che ci mostriamo con la nostra faccia. E per nostra faccia, con una precisazione impressionante, testimone di quello che hanno filtrato secoli di catechismo, intende quella del Vangelo. Non vuole sapere di imbellettamenti e, peggio, di chirurgie plastiche. Mal diranno, contraddiranno, insulteranno talvolta; ma se vedranno che riduciamo i toni per paura delle loro paure, faranno di peggio: ci disprezzeranno. Il rachitismo è oggetto di pietà, mai stimolo d’avanguardia e trofeo di potenza. Questo lo capiscono tutti, meno i cerebrali insipienti.

Cerca i coraggiosi. E i coraggiosi li individua in quelli che sanno superare anzitutto i propri interessi ed affrontano, così, liberi, i loro rischi. Non ammira i soldati che vanno all’avanzata solo dopo che le artiglierie hanno ucciso tutto il nemico. Ha ancora tanta umanità per capire il valore di chi salta sull’argine e, dove un dovere chiama, offre il proprio petto all’avversario. Ricordiamo, subito dopo l’ultima guerra, qualche paese dalla situazione spirituale penosissima in cui tutto fu cambiato per qualche atto di coraggio di un sacerdote. – Questa è capitata a noi. In una libera conversazione religiosa con un gruppo di persone molto istruite e per nulla appartenenti ad associazioni cattoliche, qualcuno volle far dello spirito facendoci entrare sul tema dell’inferno e dei diavoli. Si accettò l’argomento. Quella notte nessuno di quella brava gente andò a dormire. Il fatto si ripeté diverse volte e ha per noi tolta ogni credibilità alla asserzione che ai nostri giorni sia difficile parlare dell’inferno. Ma più profonda restò la convinzione che in genere, per chi non ama sinceramente e concretamente Dio, manca il coraggio di guardare nell’abisso della sua verità; il coraggio, diciamo, non la voglia.

Vuole sentire la nostra convinzione. Tutti sanno che la convinzione è la dote essenziale, dal punto di vista apostolico, della predicazione. Generalmente essa, quando è viva, è capace di far perdonare anche altri difetti. La retorica è spregevole per la nostra gente, perché è il segno che denuncia nel modo più sicuro la mancanza di convinzione o la convinzione senza colore.

Vuole sentire la parola di Cristo e non pretende che quella parola sia fatta su misura. Preferisce sapersi peccatore che trattato come un debole al quale non si può dire la verità. – Quand’anche tutte queste ed altre ragioni non esistessero, non cambierebbe la entità del dovere di annunciare Cristo come è, di scandalizzare col mistero della Croce, di irritare con la verità dell’amore e della misericordia divina, di eccitare reazioni col mistero Trinitario e col mistero dell’inferno, di ottenere anche canzonature col dogma della santissima Eucaristia. – Da trent’anni noi ci occupiamo di catechizzare gente soprattutto lontana. Abbiamo avvicinato ed avviciniamo tutti i ceti di persone, soprattutto i più difficili; miscredenti assopiti, coltissimi. Riteniamo che un ministero di oltre trent’anni abbia il diritto di dare la sua testimonianza. Ebbene, essa è questa: l’aver sempre detto con assoluta chiarezza tutta la verità e la verità più dura senza molti fronzoli ci ha fatto toccare con mano che questo era quello che si attendeva e quello che ci ha permesso di ringraziare umilmente la divina bontà. Dietro le apparenze più scoraggianti, abbiamo prima o poi sempre trovato fame e sete della verità intera, del dogma, della sua profondità, dei suoi aspetti solenni ed assoluti; se abbiamo trovato difficoltà, non gravi peraltro, ciò è accaduto con gente di fede, ma intellettualmente male indirizzata. – Esiste una letteratura che insinua affermazioni contrarie a quelle qui espresse. Abbiamo preso la penna in mano per dir al nostro clero: guardatevene, credete a Cristo e non a gente la quale per non aver obbedito ai Papi, ai Vescovi, al genuino senso della Tradizione cristiana e dei Santi si è vista sfuggire le anime, ha constatato terribili vuoti e non ha avuto né la onestà, né la umiltà, né in definitiva la intelligenza di capire che lo scempio delle anime non è il frutto della verità assoluta. Hanno invece creduto che lo scempio delle anime fosse il frutto di uno sbaglio di Dio e tentano miseramente di correggere l’assurdo errore. E questa tremolante ed equivoca metodica ha generato i cristiani che contestano a Gesù Cristo il fatto di essere veramente il Re dei re ed il Signore dei signori, raccomandandogli di farsi sufficientemente moderno, popolare e democratico. La incerta fede – non d’altro si tratta – ha permesso a sedicenti cristiani di affermare che esistono due verità, due coscienze e due ordini, uno cristiano e l’altro anodino, perfettamente paralleli e compossibili anche se intrinsecamente contradditori. Poiché questo è dato di leggere anche in questi giorni, nei quali con l’animo amareggiato scriviamo, facendo appello al coraggio antico, alla integrità dei tempi migliori ed alla piena sudditanza verso il Romano Pontefice e la Chiesa. [Continua … ]