LA GRAZIA E LA GLORIA (41)

LA GRAZIA E LA GLORIA (41)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

II.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

LIBRO VIII

LA CRESCITA SPIRITUALE DEI FIGLI ADOTTIVI DI DIO. — I SACRAMENTI, E SPECIALMENTE L’EUCARISTIA, SECONDO MEZZO DI CRESCITA.

CAPITOLO III

Altre due caratteristiche del frutto proprio dell’Eucaristia sono: la trasformazione dell’uomo in Gesù Cristo e la carità divina. Come tutti questi effetti siano in realtà un solo e medesimo effetto, al quale partecipa anche il corpo.

1. – Un terzo carattere sotto il quale ci viene costantemente presentato l’effetto principale dell’Eucaristia è che si tratti di una trasformazione del comunicante in Cristo Gesù. Già le parole unione, incorporazione, ci preparano a concepirlo in questa forma: essere così intimamente uniti a Gesù Cristo da entrare come membro nel suo Corpo mistico, non è forse trasformarsi in Lui? Ma sarà dolce per noi sentirlo affermare in questi termini espliciti. Impariamo, allora, dal grande Papa San Leone: « La partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non ha altro effetto che quello di trasformarci in ciò che prendiamo. Nihil aliud agit participatio corporis et sanguinis Christi quam ut in id quod summus, transeamus » (S. Leone M., Serm. 63, de Passione, 12, c. 7). Dionigi l’Areopagita parla di questo mistero in modo ancora più incisivo. Egli aveva insegnato che l’Eucaristia, tra tutti i sacramenti, è la sinassi per eccellenza: infatti, gli altri senza di essa rimangono incompleti. Se essi preparano, tra l’Unità divina e noi, la santa ed intimissima unione che è la nostra gloria, è l’Eucaristia che la completa; e « di conseguenza, i Pontefici, chiamandola sinassi (comunione), l’hanno designata con un nome che le si addice mirabilmente, poiché è tratto dalla natura stessa delle cose » (Dionigi, Areop., de Hierar. eccl., c. 3, § 1. P. Gr., t. 3, pp. 423-424). Come se temesse di averne detto troppo poco: « Chiunque – aggiunge – si accosta al banchetto divino con purezza, ottiene partecipandovi di essere trasformato nella divinità » (Id. Ibid.). Sono espressioni molto audaci, ma nel contesto portano con sé il correttivo necessario per rimanere nei giusti limiti della verità. – La trasformazione dei fedeli in Gesù Cristo è stata promessa a Sant’Agostino da questa parola che ha ascoltato uscire dal tabernacolo poco dopo la sua conversione: « Io sono l’alimento per i forti. Credimi e mangiami. Ma non mi cambierai in te; sarai tu a trasformarti in me » (S. August, Confess, L., VII c. 10). Non vediamo qui una di quelle esagerazioni che possono sfuggire all’entusiasmo degli oratori o all’ardente pietà dei mistici.  I teologi scolastici, il cui linguaggio è il più esatto e il cui pensiero è il meno fluttuante, non hanno temuto di prendere in prestito espressioni simili dai Padri. Testimone San Tommaso d’Aquino: ecco come si esprime nel suo commento alle Sentenze. « La regola per arrivare ad una buona conoscenza dell’effetto proprio di un sacramento è quella di giudicarlo per analogia con la materia del sacramento stesso… Pertanto, poiché la materia del Sacramento eucaristico è il cibo, il suo effetto proprio deve essere analogo a quello del cibo. Ora, il cibo corporeo inizia ad essere trasformato nella persona che lo assume; ed è attraverso questa conversione che ripara le perdite dell’organismo e gli dà la giusta crescita. Ma il cibo spirituale, invece di essere convertito in colui che lo mangia, lo trasforma lui stesso in esso. Da ciò consegue che l’effetto proprio di questo sacramento è la conversione dell’uomo in Cristo, affinché egli possa veramente dire: « Io vivo; non sono io che vivo, ma Cristo che vive in me » (S. Thom. in IV, D 12, q. 2, a. 1. Sol. 1). – Siamo quindi avvertiti che, da una parte, l’analogia non è completa. Nella manducazione comune, è l’essere vivente che assimila il cibo e lo rende, da morto che era, partecipe di una vita superiore; qui, invece, è il cibo che trasforma in esso colui che lo ha mangiato. Ho detto che sotto un certo aspetto l’analogia non è completa. Ma da un punto di vista più elevato, la somiglianza è impressionante. Non è forse una legge delle assimilazioni che di due elementi che sono in presenza, spetta al più energico, al più vivace afferrare il più debole? Questa è l’osservazione fatta da S. Alberto Magno sul testo di Sant’Agostino. Quindi, conclude questo Dottore, « poiché questo cibo celeste è incomparabilmente più virtuoso per coloro che lo mangiano, è ad esso che tocca trasformarli in se stesso » (Albert. M., in 1V, D. 9, a. 4, ad 1). Così, nella mescolanza dei popoli, è il privilegio della razza più forte per vigore, numero e genio, di assorbire la più debole nella sua potente unità. Così, per usare un esempio volgare, il fuoco divora il legno e la paglia, e li trasforma in fuoco (Un opuscolo a lungo attribuito a San Tommaso sviluppa a lungo le stesse idee. « Quando il corpo del Signore viene mangiato degnamente dal fedele, non è lui che, come un cibo ordinario, si converte in chi lo mangia; al contrario, è lui che si trasforma spiritualmente in questo cibo divino. Il Signore, infatti, rende il fedele che lo riceve membro del suo corpo, se lo incorpora con l’unione della carità e lo assimila all’immagine della sua sovrana bontà. » –  « Ora, tre considerazioni ci aiutano a capire perché, quando mangiamo il corpo di Gesù Cristo, la conversione non avviene da Lui in noi, ma da noi in Lui. Il primo deriva dalla natura del nostro amore. In effetti, l’amore ha la virtù di trasformare il cuore di chi ama nell’oggetto amato. Poiché è necessario che diventiate simile a ciò che amate. La seconda ragione va ricercata nella virtù preponderante di uno degli elementi che si uniscono. Se si lascia cadere una goccia d’acqua in un grande vaso pieno di vino, essa pure diventerà vino. Così l’immensità della dolcezza e della virtù di Cristo, unendosi al cuore umile e piccolo dell’uomo, se ne impadronisce e lo trasforma in essa; così che nei nostri pensieri, nelle nostre parole e nelle nostre azioni non siamo più simili agli uomini del mondo o a noi stessi, ma a Cristo. – L’influenza dell’innesto ci fornisce la terza ragione. È proprietà del germoglio di un albero eccellente, quando viene innestato su un albero selvatico, convertire con la sua virtù naturale l’amarezza di quest’ultimo nella propria dolcezza e fargli produrre il proprio frutto. In questo modo Cristo, per così dire, innestato nella nostra natura, ne corregge i difetti e le comunica la sua bontà, cosicché noi portiamo attraverso di Lui le foglie, i fiori ed i frutti che Egli stesso produce. » – Opuscul. de sacr. alt., c. 20.). – Questo è ciò che Voi fate, o mio Salvatore, nella santa Comunione, quando nulla ferma la vostra operazione, che è allo stesso tempo così dolce e così forte. In questa misteriosa fusione, non siete Voi a rivestirvi delle mie infermità morali e delle mie debolezze; Dio non voglia! Sono io che divento partecipe delle vostre perfezioni, delle vostre virtù, della vostra vita e infine di tutto Voi stesso, nella misura in cui lo permetta la mia disponibilità a ricevervi. Quando guardo questa sorprendente conversione avvenuta sull’altare, dal pane alla sostanza del vostro corpo e dal vino alla sostanza del vostro sangue divino, vedo in essa un’immagine di ciò che vi degnate fare in me col tocco sacro di questa stessa carne e di questo stesso sangue. Da entrambe le parti, il cambiamento è ugualmente un’opera così alta e grande che solo la forza del vostro amore può bastare. Più felice della materia inerte, transustanziata dal ministero dei vostri Sacerdoti, mi è dato di conoscere il vostro beneficio e di goderne. – Tuttavia, so che se in me, come in essa, avviene una conversione che supera tutto ciò che la mia intelligenza potesse sospettare, la vostra parola mi avverte di non eguagliare ciò che è solo simile. Io conservo la mia sostanza e non cesso di essere me stesso nel diventare Voi; mentre la sostanza stessa degli elementi materiali si trasforma totalmente nella vostra sostanza. Ma se la conversione del pane è maggiore, sotto questo aspetto, di quella che avviene nei vostri fedeli, quest’ultima ha il privilegio di essere il fine a cui tende la prima, e di essere incomparabilmente più duratura grazie alla nostra fedeltà, sostenuta dalla vostra grazia. Essa ha questo ulteriore privilegio che nel Sacramento, sia prima che dopo la celebrazione dei misteri, c’è sempre lo stesso aspetto esteriore: la stessa forma, la stessa dimensione, lo stesso colore e lo stesso sapore; tanto che all’occhio umano non c’è nulla che distingua un’ostia consacrata da una non ancora consacrata. Ma, o Dio, se siamo veramente trasformati dalla partecipazione della vostra carne sacra, Voi producete, non solo nella parte più intima della nostra natura, ma persino nel nostro essere esteriore, “un non so che” che vi rivela e dice agli uomini che Voi siete l’unico che ha il potere di trasformarci, che vi rivela e dice agli uomini che siamo vostre membra e che d’ora in poi viviamo della vostra vita. –  Entriamo ancora di più nella contemplazione di un frutto sì mirabile. I Padri, illuminati dallo Spirito di Dio, ci invitano a farlo, quando ci mostrano, nella comunione del corpo e del sangue di Gesù Cristo, il complemento della sua divina incarnazione. « Mangiami, bevimi; per la tua natura divenuta la mia, ti ho portato nella mia Persona fino alle altezze del cielo; ed ecco, Ti unisco a me nell’umile dimora in cui tu abiti. Io ho le tue primizie lassù, ma non sono state sufficienti a soddisfare il tuo desiderio; ebbene! Eccomi quaggiù con te, unendo e mescolando la mia sostanza alla tua sostanza » (S. J. Crisostomo, hom. ad popul., 2. P. Gr., t, 49, p. 45). Così parla Gesù Cristo in San Giovanni Crisostomo; così parla anche il grande Vescovo di Poitiers, quella gloria della nostra Gallia, Sant’Ilario; e più tardi, San Cirillo  di Alessandria (S. Hilar., de Trinit,, L. VIH, n. 13-17; S. Cyrill. Al, Com. 1. Joan. XV, L. P. Gr., t. 74, p. 331 sqq. Cfr. Lessium, De perfect. di. L, XII, n. 75, 108, cfr. alibi passim). Non è certo che questi Dottori abbiano immaginato un’altra unione ipostatica che non sia quella del Verbo con la natura individuale che ha assunto nel grembo della Vergine immacolata. Ma a loro piace guardare a Gesù Cristo, nell’unione del capo con le membra, come ad una Persona di cui ciascuno di noi è parte, secondo la misura della sua grazia. Egli è ai loro occhi l’uomo Cattolico, che racchiude nella sua unità la varietà universale dei giusti; ed è soprattutto all’Eucaristia che attribuiscono questa trasfusione dei fedeli in Gesù Cristo, il Verbo incarnato.

2. Siamo giunti all’ultima carattere che riveste del Sacramento dell’altare, considerata in relazione al suo frutto. È il principio e l’alimento della carità divina. Partendo dall’amore infinito di Dio per l’uomo, dove potrebbe esso finire meglio che nell’amore dell’uomo per il suo Dio? Il Signore aveva detto nella sua vita mortale: « Sono venuto a portare il fuoco sulla terra. E cosa desidero se non che si infiammi? » (Luca, XII, 49). Questo è ciò che Egli fa in modo molto efficace nell’Eucaristia. Lui, il carbone ardente, entra con l’incendio di amore che lo consuma, nel profondo del nostro essere attraverso la Santa Comunione. Un serafino toccò una volta le labbra di Isaia con un carbone misterioso, e questo tocco consumò tutti i resti dell’iniquità nel cuore del Profeta (Is. VI, 6). Cosa non dobbiamo aspettarci da questa carne di Gesù Cristo, tutta ardente e bruciante, quando l’abbiamo nelle nostre stesse viscere? Il cuore di Gesù è così vicino al mio cuore che il battito dell’uno e dell’altro mi arriverebbero all’orecchio, se potessi sentirlo, e questo mio povero cuore rimarrebbe forse senza calore e senza amore? Non è il fuoco che devo biasimare, ma l’ostacolo che si frappone alla sua azione, la mia resistenza e le mie infedeltà. Se mi chiedo perché il mio divino Maestro abbia riservato all’ultima cena la predicazione più pressante del comandamento dell’amore, l’istituzione che Egli ne fa della santa Eucaristia si presenta come la risposta a questa domanda. Egli ha voluto darci in una sola volta queste due cose che sono l’anima della Legge evangelica: il precetto dell’amore, questo nuovo precetto, il suo precetto come lo chiama Lui, e il Sacramento che contiene e conferisce ogni virtù nell’osservarlo. – Noi abbiamo visto che il singolare privilegio dell’Eucaristia è quello di trasformarci in Colui che vi si dona. E non è questo se non l’effetto della carità? « In virtù di questo Sacramento – scrive il Dottore Angelico – avviene una certa trasformazione dell’uomo in Cristo per mezzo della carità…. E questo è il suo frutto proprio » (San Tommaso, IV, D. 12, q. 2, a. 2. Sol. 1). Chi non sa che l’amore ha questo potere di trasformazione? San Tommaso lo afferma e lo spiega proprio nel luogo da cui ho tratto la mia ultima citazione. « Il proprio della carità è che essa trasforma colui che ama nell’oggetto del suo amore, perché produce l’estasi, cioè come un’uscita da se stessi per passare in ciò che si ama. La sua vita diventa la nostra vita; i suoi gusti e le sue preferenze, i nostri gusti e le nostre preferenze; i suoi interessi, i nostri interessi; le sue volontà, la nostra. Ecco perché San Paolo non ha vissuto della propria vita, ma solo della vita di Gesù Cristo: è perché egli era posseduto dalla divina follia dell’amore. – Io ho letto nelle Vite dei Santi i favori concessi dal Maestro divino ad alcune anime privilegiate. Egli ritirava il cuore degli uni per immergerlo nel suo cuore, e lo restituiva loro bruciante come il ferro uscito dalla fornace; ad altri aprì il petto per sostituire il suo cuore al loro cuore con un misterioso scambio; a volte era questo stesso cuore che mostrava loro come se fosse incastonato nel suo, in modo che questi due cuori sembrassero formare un unico cuore. (Ho raccontato queste comunicazioni divine nel mio lavoro sulla “Devozione al Sacro Cuore di Gesù”, per spiegarne meglio la natura e il simbolismo. L. III, c, 2). Sono simboli toccanti e misteriosi, in cui possiamo leggere ciò che, in misura maggiore o minore, il Sacro Cuore di Gesù fa in ogni fedele che lo riceva con la giusta preparazione, il Sacramento della carità divina. – Ora, notiamolo con maggiore attenzione, perché questa proprietà dell’Eucaristia è meno evidenziata, « la cosa di questo Sacramento, cioè l’effetto da esso prodotto e da esso significato, è la carità, non solo in quanto all’abitudine, ma anche quanto all’atto » (S. Thom.., 3 p., q 79, a. 4). Quando il santo vecchio Simeone accolse tra le sue braccia il bambino che la Vergine Madre era venuta ad offrire nel tempio; quando Gesù e Giovanni Battista si incontrarono, entrambi ancora chiusi nel grembo delle loro madri, non ci fu forse un brivido nel cuore del vecchio e del precursore, causato dalla visita o dal contatto del Dio fatto uomo? Come allora, penetrando per amore con la sua carne nella nostra carne, questo non farebbe scaturire la fiamma luminosa dell’amore? Un carbone che brucia non porta con sé solo la virtù di riscaldare più tardi il materiale in cui è nascosto: entrando, lo infiamma. Così la Santa Eucaristia non solo produce la carità come principio d’amore, ma la attiva, la stimola e la mette in atto. E questa è la ragione più profonda per cui la negligenza e le distrazioni deliberate nella ricezione di questo Sacramento sono più colpevoli di quanto lo sarebbero altrove, perché esse si oppongono direttamente all’effetto attuale che deve naturalmente produrre (S. Thom, Ibid., a. 8 in corp. et ad 4). – E questo frutto della carità è così certo che i migliori teologi, seguendo il Dottore Angelico, lo indicano come loro causa prossima della maggior parte degli effetti secondari attribuiti all’Eucaristia. Se in certe circostanze rimette, in via eccezionale, anche il peccato mortale; se purifica l’anima dalle colpe leggere; se estingue o diminuisce il debito della pena temporale contratto per i peccati già perdonati; se è fonte di fervore, di gioia spirituale e di santi desideri; se inebria, per così dire, con la dolcezza della bontà divina, secondo le parole del Cantico: Mangiate, bevete, inebriatevi, miei diletti (Cant., V, 1. Cf. S. Thom., 3 p., q. 79. a. 1, ad 3 a. 6, ad 3); se purifica la nostra carne e modera gli ardori della concupiscenza, se, dico, produce tutti questi effetti, è principalmente perché, per sua natura, è il principio e lo stimolo della carità. – Tuttavia, le persone veramente pie non devono cogliere l’occasione in questa dottrina di rimproverarsi oltre misura, le divagazioni ostinate che possono, nonostante i loro sforzi, sfuggire alla loro debolezza. Indubbiamente, per il momento, esse ostacolano il frutto attuale della Carità. Quando l’attenzione è focalizzata su oggetti estranei, come possiamo produrre gli atti? Ma, dice S. Alberto Magno, a proposito di una difficoltà simile, il pane celeste è dotato di volontà. « Panis iste voluntarius est ». Esso può quindi riservare la pienezza della sua azione. Questi moti d’amore che Egli non suscita in voi, perché la vostra infermità non è pronta a riceverli ora, saprà produrli in un momento più opportuno, quando la vostra anima si sarà calmata e sarà in grado di volgersi più attentamente verso di Lui (È qui che bisogna ammirare la sicurezza della dottrina che si trova ovunque in San Tommaso d’Aquino. Ai suoi tempi, molti teologi ritenevano che qualsiasi peccato veniale, almeno se commesso nell’atto della Comunione, ne impedisse totalmente il frutto. S. Bonaventura sembra essere stato troppo influenzato da questa opinione. Si sono affidati ad una parola di Sant’Agostino che richiede che la manducazione dello spirito si accompagni e ravvivi la manducazione sacramentale. Al che S. Tommaso risponde: « Colui che si accosta al sacramento con un atto presente di peccato veniale, pur non mangiando attualmente il corpo del Signore per mezzo dello spirito, lo mangia abitualmente, poiché vive della vita della grazia: per questo riceve l’effetto abituale ma non l’effetto attuale. » – 3 P., q. 79, a. 8, ad 1; col, a. 1 ad 2). – Questi, dunque, sono i principali frutti che la Santa Eucaristia produce nelle anime. Diciamo meglio: il frutto principale, il frutto proprio. Perché, in fin dei conti, non si tratta che di uno stesso frutto, presentato in forme diverse e da punti di vista diversi per fare più luce su di esso. Infatti, non si può concepire la carità senza la trasformazione, di cui è in qualche modo l’operatrice, né la trasformazione senza l’unione, né queste tre cose senza vita soprannaturale e divina. E questo è ciò che nostro Signore ci fa capire molto chiaramente, nel sesto capitolo del Vangelo secondo San Giovanni, con queste ed altre formule simili: Io sono il pane della vita; chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me; chi ne mangia vivrà grazie a me e – secondo un’interpretazione molto comune – per me.

3. – Possiamo credere che a questi effetti sull’anima corrispondano analoghi effetti sul corpo? Sì, senza dubbio, e dobbiamo spiegarle brevemente, perché anch’esse confanno al nostro tema. La prima è un’unione molto intima di questo corpo con il sacro Corpo di Gesù Cristo. Non dimentico ciò che abbiamo mostrato in una delle pagine precedenti: l’unione sacramentale non ha altra durata che quella delle specie sacramentali. Ma oltre a questa unione fugace, ce n’è un’altra che, contratta nella Comunione, persiste dopo di essa. San Paolo, parlando del matrimonio cristiano, raccomanda agli sposi di « amare la propria moglie come il proprio corpo »: infatti, in virtù del sacramento che li unisce, « sono due in una sola carne » (Efesini V., 28, 31). Esiterei a fare questo paragone, o mio Salvatore, se dovessi basarmi sui miei pensieri. Ma tante volte ho sentito i Padri affermare che la comunione della tua sacra carne mi rende concorporeo (concorporeus), non solo con i fedeli, miei fratelli e sorelle, ma con Voi e che non posso fare a meno di riconoscere nelle loro espressioni un grande mistero. È scritto: « Il corpo della sposa non è in suo potere, ma in quello dello sposo » (I Corinzi VII, 4); e come ho già meditato, ogni anima che porti in sé la grazia è una sposa per Gesù Cristo. Quindi, il mio corpo, se ho la felicità di possedere la sua grazia nel mio cuore, appartiene a Gesù Cristo: gli appartiene attraverso il Battesimo, dove l’alleanza è stata stipulata con impegni reciproci; esso gli appartiene in modo più perfetto attraverso il dono reciproco che si fa nell’Eucaristia. La sposa, una volta che i giuramenti sono stati scambiati davanti agli altari, appartiene allo sposo; ma chi non sa quale forza dia alla loro unione la consumazione del loro patto? Così la Comunione stringe e perfeziona l’unione del nostro corpo con il Corpo del Signore. Questo è il mio corpo, prendetelo, dice Gesù. E i fedeli che la ricevono per goderne, rispondono a loro volta accettandola e con il dono di sé che l’accompagna. A voi anche il mio corpo con tutte le sue membra e tutto ciò che sono. « Il mio amato è mio e io sono del mio diletto » (Cantici II, 16.). L’unione principale avviene attraverso lo spirito; ma poiché l’unione dei corpi è il principio di questa unione spirituale, deve esserne anche la conseguenza. Sì, queste membra del Cristiano, santificate dal contatto più intimo con la carne di Gesù Cristo, diventano in modo più speciale le membra di questo stesso Salvatore: sono ossa delle sue ossa e carne della sua carne. Io non faccio che ripetere, in forma abbreviata, le forti espressioni dei Padri e dei Dottori. Leggiamo S. Efrem, S. Giovanni Crisostomo, S. Lorenzo Giustiniani, Teodoreto sul Cantico, S. Giovanni Damasceno e molti altri, e vedremo se stia esagerando! (S. Giovanni Crisostomo, hom. 10 in Efesini, n. 3; S. Giovan. Damas. de F. Orth, L. IV, c. 13; S. Efrem cujus hæc verba sunt: “Est anima nostra sponsa sancta facta immortalis sponsi, nuptiarum autem copulæ sunt divina mysteria” de Extr. Jud. et Compunct.; S. San Lorenzo. Justin, de Triumph. Christi agone; Teodoreto in Cant., L. II, ecc. Cfr. Franzel, de Euchar, tesi 19; Bossuet, Meditazione sull’Ultima Cena, 24° giorno.). – C’è da meravigliarsi se a questi corpi, che sono diventati suoi attraverso la comunione della sua carne, Gesù Cristo prometta la vita; non questa vita che deve presto passare sotto il soffio della morte, ma una vita senza fine, gloriosa come quella del suo stesso corpo? « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno » (s. Joan, VI, 55). I Cristiani sono sempre stati profondamente penetrati di questa virtù vivificante dell’Eucaristia. Potrei chiamare a testimoniare gli Uffici liturgici di ogni rito e di ogni nazione: dappertutto si ritrovano, nella celebrazione dei funerali, le promesse di resurrezione attribuite dal Salvatore alla comunione del suo divin corpo e del suo sangue divino. Questa persuasione era talmente viva, che a volte portava ad abusi e persino ad errori. – Il terzo Concilio di Cartagine condannò una strana usanza che era stata introdotta in alcune parti dell’Africa. Si depositava sulla lingua dei morti un’ostia consacrata, la Vita, come veniva chiamata, per essere nel cadavere consegnato alla decomposizione, un seme vitale, un germe di resurrezione (S. August., de Peccat. mer. et rem., L I, c. 24; col. Conc. Carth. III, c. 6). Questo è stato l’abuso. Eccone l’errore: basandosi sulla parola di Gesù Cristo: Chi mangia la mia carne ha la vita eterna, alcuni interpreti fuorvianti pretendevano di assicurare la salvezza eterna ad ogni Cristiano che avesse ricevuto una volta la Comunione in modo degno; come se fosse impossibile perdere per colpa propria il diritto acquisito nel Sacramento, se lo si fosse santamente ricevuto. (S. Thom, Supplem., q. 99, a. 4, ad 2). – Affinché tutti gli effetti dell’Eucaristia sull’anima abbiano il loro analogo nel corpo del comunicante, dobbiamo ancora trovare un frutto che corrisponda alla carità. Se si trattasse solo di ciò che produce nei Santi, particolarmente privilegiati da Dio, non sarebbe difficile trovarlo. Chi non ha letto del tremore del cuore, delle fiamme che si accendono nel petto al contatto con la carne di Gesù, della deliziosa dolcezza che la stessa carne lascia alle labbra socchiuse per riceverla, delle estasi e dei rapimenti in cui il corpo, seguendo il movimento dell’anima, sale con essa verso il suo Dio? Ecco la carità tradotta, per così dire, nel corpo per virtù della divina Eucaristia. Ma stiamo cercando effetti meno straordinari e più comuni. Ora, una di quelle che troviamo più spesso riportate negli scritti dei Santi è la placazione della lussuria e la vittoria sulle sue tendenze disordinate. Come avverrebbe questo? Innanzitutto, con l’aumento della carità, perché è legge che quanto più l’amore di Dio si impadronisce del governo della nostra vita spirituale, tanto minore è la forza e l’influenza delle passioni malvagie in noi. Nate dalla ribellione dell’uomo contro Dio, si direbbe che esse siano morte dove la carità perfetta abbia ristabilito pienamente il regno di Dio. È a malapena possibile vedere che in rare occasioni respirino ancora. So che questo trionfo completo non sia frequente; ciò che è infinitamente più frequente è la vittoria della carità nella lotta ed il progressivo indebolimento della resistenza. – L’Eucaristia, questo vino che fa germogliare le vergini, non conduce forse più direttamente alla stessa meta? Questo è il segreto di Dio. Solo Lui può dirci se non ci sia una virtù che, uscendo dal suo corpo, agisca immediatamente sul nostro per moderare il suo pericoloso ardore. Senza dubbio, ha fatto questa meraviglia più di una volta. È secondo una legge costante che l’Eucaristia produca un tale effetto? È possibile almeno dubitarne (Suar. de Euchar., D. 64, S. 1). Tuttavia, non è improbabile che il Sacramento del corpo e del sangue del Signore eserciti questo influsso immediato sul corpo, nella misura in cui la bontà divina lo ritenga utile al fine principale, cioè alla santificazione dei fedeli. L’Estrema Unzione non ha effetti simili per il sollievo corporeo degli infermi? In ogni caso, la presa di possesso che Gesù Cristo fa di tutti noi attraverso la Comunione santificata ricevuta, ci dà un titolo speciale alla protezione che ci salvaguarda dagli attacchi del nostro grande nemico domestico. Ciò che non permise mai in quella carne di Maria che un giorno sarebbe stata la sua carne, non permetterà che prevalga nella nostra, dal momento che il Sacramento la unisce così strettamente alla sua. – Perciò non c’è arma migliore per vincere la lotta contro lo spirito impuro che la Comunione frequente e ricorrente. « Chi dunque – si chiede San Bernardo – sarà in grado di spezzare i furiosi assalti di questo mostro? Chi potrà guarire questa ulcera e questa cancrena della nostra povera natura? Abbiate fiducia: avete l’aiuto della grazia; e per darvi una certezza maggiore di successo, Dio mette a vostra disposizione il Sacramento del corpo e del sangue del Signore. E questo Sacramento ha due effetti ugualmente mirabili su di noi: diminuisce i nostri sentimenti negli attacchi più lievi, e toglie ogni consenso in quelli più gravi » (S. Bernardo, Serm. de Cœna Domini, n. 3). Questa carne di Gesù Cristo è una rugiada che scende dal cielo. « La rugiada non rinfresca forse il caldo torrido del giorno? » (Ecclesiastico, XVI, 16.2). « Il sacro Eulogio, che dovrebbe liberarci dalla morte, è ancora un rimedio efficace per le nostre malattie. Il Cristo, una volta che sia in noi, calma nelle nostre membra la legge della carne, vi mortifica le passioni moleste, vivifica il nostro amore per Dio e cura tutti i nostri mali » (S. Cyrill. Alex, L. IV in Joan., VI, 57. P. Gr., vol. 73, p. 585).

LA GRAZIA E LA GLORIA (42)

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

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