LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (4)

LA VITA INTERIORE DEL CATTOLICO (4)

Mons. ALBAN GOODIER S.J. (Arcivescovo di Hierapolis)

Morcelliana Ed. Brescia 1935

Traduzione di Bice Masperi

CAPITOLO I

LA VITA IN DIO

3. – Gesù Cristo Uomo.

Può meravigliare che il Cristo e la sua Passione occupino tanta parte dei pensieri, delle parole, della vita stessa di chi, come il Cattolico crede con tutta l’anima e con tutta la convinzione quanto è stato esposto fin qui sul conto di Cristo nostro Signore? “La mia vita è Cristo e la morte mi è guadagno” asserisce San Paolo; e il Cattolico comprende perfettamente il suo pensiero, “Io non conosco che Gesù Cristo, e questo crocifisso” così si esprime in altro luogo; e i Santi gli fanno eco di continuo con un calore che dà alle loro parole l’accento stesso della verità. Dice ancora l’Apostolo: “Vivo, non già io, ma Cristo vive in me” e il Cattolico vorrebbe appropriarsi questa affermazione per farne l’ideale della propria vita. Potranno taluni rimaner stupiti o increduli; per molti Cristo è pietra d’inciampo, per altri scandalo e follia, ma non mancano quelli che sanno, e per costoro Egli è “il Cristo, la forza e la gloria di Dio”. Cristo, figlio di Dio fin da tutta l’eternità, ma insieme vero Figlio dell’uomo nel tempo, nato su questa terra da una donna della nostra stirpe, rimasto vero Dio, ché non avrebbe potuto mutar natura, ma diventato anche vero uomo, questo Cristo è venuto fra gli uomini perché li amava in quanto Dio, mi amava, di un amore eterno. Per me ha vissuto la sua vita umana ed è risuscitato da morte. E perché continua ad amarmi in quanto Dio e in quanto uomo, per me vive tuttora nel cielo dinanzi al Padre comune, “sempre vive a fare intercessione per me”, e quaggiù sulla terra, rinnovando di continuo l’oblazione che per me fece una volta per tutte. Vive in me realmente come io sono in me stesso, e nutre la mia vita della Sua, se io voglio, ogni giorno. Mi chiama fratello, figlio del suo stesso Padre, suo intimo amico, abolendo la distanza che ci separa. Mi fa partecipare alla sua eredità, supplica il Padre per me, uno dei “suoi”, affinchè “ov’Egli è io pure sia” qualunque sia la sentenza che merito. Ogni mio dolore trasforma in gaudio, e ogni mio gaudio in uno ancor più grande. E mi dimostra con metodi, evidenze, argomenti assai più convincenti e decisivi di quelli della ragione umana, eppure da essa ovunque confermati, che tutto ciò è vero e reale, è opera che Dio solo poteva compiere, è amore che Dio solo poteva mostrare, opera e amore ineffabili, ma in tutto degni di Lui. “Dio è fedele”. Tutto questo e più è Cristo per me; come potrebbe non esser l’oggetto primo dei miei pensieri e del mio amore? Che cosa non dovrò essere, che cosa non dovrò fare, che cosa non dovrò sopportare per questo Cristo che si è dato tutto per me, che tanto ha operato e patito per me? Vero è che fintanto che vivrò sulla terra avrò necessariamente da occuparmi di altre cose. Dovrò tenere il mio posto fra gli uomini e assolvere il compito che mi spetta. Il mio amore dovrà necessariamente riversarsi su altri; ma vada pure a tanti quanti si vuole e con tutta la ricchezza  ch’essi mi lasceranno prodigar loro: ciò non potrà che rendermi più simile a Lui, il grande amico dell’umanità. E comunque, i miei pensieri, le mie intenzioni, i miei affetti non potranno arrestarsi in loro: se voglion trovar riposo e soddisfazione debbono andare oltre, perché scoprono Lui che trascende ogni altro essere. Egli si è rivelato e ormai tutto in me deve aver fame e sete di Lui, come il cervo assetato brama le acque. La mente e l’anima l’hanno trovato e non possono più abbandonarlo, ché in Lui solo ormai troveranno la loro pace definitiva. – In verità, una volta incontrato e conosciuto Cristo, Egli diventa il nostro tutto. Vi sono altre belle, buone, desiderabili, degne di essere amate e perseguite, e noi possiamo apprezzarle e coltivarle tutte. Vi sono creature umane ammirevoli, nobili, amabili, degne di quanto di meglio possiamo dar loro e della nostra stessa vita. Anche l’amor di patria ci è lecito e doveroso non meno dell’amore ai fratelli, come lo dimostra in vari cimenti l’evidenza dell’eroismo e del sangue. Ma dietro a tutte queste cose, sopra di esse, sta la figura del nostro Signore ed amico che tutte le trascende e a tutte dà il massimo splendore a cagione della luce su di esse riversa. – Il Cattolico sa leggere il Vangelo. Altri potranno superarlo nella conoscenza tecnica di esso; potranno avere maggiori nozioni intorno alla terra di Palestina, agli usi e costumi degli Scribi e dei Farisei, alla forma delle pietre su cui Cristo passò e intorno all’esatto significato di qualche vocabolo del sacro testo.  Ma Colui che palpita nel Vangelo e ne balza fuori vivo e operante attraverso i secoli, e Chi con noi “ieri, oggi, lo stesso in eterno”, soltanto il vero Cattolico lo conosce e lo può conoscere come uno dei suoi, meglio di quanto non conosca la propria madre; e questa, che pure l’ha istruito, è ben lieta di cedere il poste al Maestro. – E poiché lo conosce, il Cattolico lo segue, ne ascolta ogni parola e la interpreta non a modo proprio ma al modo di Cristo stesso. Medita i suoi detti, cerca il significato ch’Egli vi racchiuse, non quello che desidererebbe lui e che una generazione ipercritica ed egoista suggerisce. Studia la sua vita e in essa riconosce l’ideale dell’umanità, sia o meno in poter suo il raggiungerlo. E quando deve agire, quando si trova di fronte a una decisione da prendere o a un giudizio da dare sulle cose della vita, istintivamente, quasi inconsapevolmente, guarda l’Ideale e si chiede: « Che cosa vorrebbe il Maestro  ch’io facessi? Come vorrebbe che mi comportassi? Qual è il consiglio con cui mi guida? Come avrebbe Egli parlato e agito in questa circostanza”? Poiché Egli è la verità infallibile, e al giudizio umano più è giusto allorché più armonizza con quello di Cristo. – E ancora, se il Cattolico vuol pregare, esulare per un momento da questa valle di lagrime e sospinger lo sguardo alle altezze donde viene l’ aiuto, sollevare la mente e il cuore a Dio e mettersi in contatto Con Lui, istintivamente si avvicina a Gesù. “Nessuno va al Padre se non per me”.  I suoi pensieri si uniscono a quelli di Lui; insieme, “per lo stesso Gesù Cristo Signor nostro”, come la liturgia non si stanca mai di ripetere, essi salgono al trono del Padre che è nel cielo, pregando affinché il suo nome sia santificato, affinché la sua volontà si compia sempre e dovunque. Insieme a Gesù Cristo, sollevando le nostre mani insieme alle Sue, noi meschine creature, cantare la gloria del nostro Dio come merita di esser glorificato, possiamo adorarlo, ringraziarlo e domandargli il nostro pane quotidiano, il perdono delle nostre colpe, la protezione da ogni male e da ogni minaccia, con una fiducia di bambini e di figli. – E quando non si tratta più di pregare, ma di applicarsi al lavoro quotidiano, sia questo per il Signore o per il prossimo, il Cattolico ha dinanzi agli occhi il lavoratore modello, il fabbro di Nazaret che si guadagna la vita fino all’età di trent’anni come un mortale qualunque ed è sottomesso a sua madre e l’ama e la riverisce, e rende servigi agli abitanti del suo villaggio. Oppure vede il maestro affaticato dalle peregrinazioni attraverso le colline della Galilea e della Giudea, il viandante che conobbe la fame, la sete, il sonno e non ebbe ove posare il capo, e che, una volta al meno, fu “triste fino alla morte”. – Quando s’incontra con altri e ha occasione di parlare e di trattar con loro, il Cattolico non può dimenticare tutto ciò ch’è inerente alla loro umana natura, ma può anche ricordare che, come Cristo dimora e vive in lui, così dimora o desidera dimorare nel cuore di queste altre sue creature. E quindi, parlare e trattar con esse e servirle, è trattare con Cristo e servir Lui. “Ogni volta che farete ciò al minimo di questi, lo farete a me” è l’incentivo che ha dato origine alla lunga teoria dei martiri della. carità, all’esercito permanente della Chiesa di Dio. – Così, in Gesù Cristo suo Signore e suo ideale si accentrano i pensieri del Cattolico, come tutti i suoi affetti. Poiché se fra noi, uomini di buon volere, conoscere un buono significa amarlo, quanto più ciò sarà vero per Gesù Cristo, Colui che nessuno poté convincer di peccato e del quale la folla, contemplandolo, disse che faceva bene tutte le cose, Colui che i nemici stessi non poterono a meno di chiamare “Maestro buono”. Egli è la Bellezza, la Bontà, la Verità per essenza. Mite ed umile, perché tutti possano avvicinarlo come uno dei loro, in Lui tutte le perfezioni della divinità si uniscono alle attrattive dell’uomo perfetto. L’ha dimostrato in ogni azione della sua vita sulla terra, ce lo dimostra ancora ogni giorno, sol che vogliamo leggere “i segni” con esattezza. “Chi di voi mi convincerà di peccato?” – “Io sono la luce del mondo; chi segue me non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. – “Io sono la via, la verità, la vita”. – “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e Io vi ristorerò”. “Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me che sono mansueto e umile di cuore e troverete riposo alle anime vostre”. “ Chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete”. Queste parole che risuonarono nel cortile del Tempio o per le vie della Giudea hanno echeggiato nei secoli. Ora, come allora, cade ogni accusa lanciata contro di Lui, convinta di falsità al solo venir pronunciata. I testimoni non sono andati d’accordo; l’unica imputazione trovata sufficiente per condannarlo a morte è ch’Egli “si è detto Figlio di Dio”. Ora, come allora, le moltitudini lo seguono, mentre alcuni privilegiati attirati e ammessi alla sua intimità esperimentano in modo ineffabile la verità di ogni sillaba della sua promessa. – E davvero ha mantenuto la promessa, e non ci ha lasciato orfani: è ritornato a noi, e con noi rimane fino alla consumazione dei secoli. Solo chi sa il segreto del suo fascino può parlarne; gli altri, quelli che non sanno, che non hanno mai minimamente capito che cosa sia il Cristo, come potranno osar di negare o ripudiare ciò di cui nulla conoscono? Che i seguaci di altre dottrine a quelle si attengano, e noi non potremo che rispettarli per ciò, disposti anche ad ascoltarli con deferenza. Ma che non si azzardino, in forza della loro dottrina, a dettar dogmi su ciò di cui, secondo la loro stessa confessione, sono affatto profani. — Ne sutor ultra crepidam. — Ché non mancano i veri intimi di Cristo, quelli che conoscono Lui direttamente e non solo ciò che di Lui si dice; e li troviamo in ogni ceto, dal più umile al più alto, fra gli intelletti più ottusi e i più dotti. Se la diversità degli aderenti e l’universalità del consenso son prove di verità, la verità di Gesù Cristo e della Chiesa da Lui fondata balza evidente al disopra di ogni altra. E gli intimi son quelli che esperimentano il suo amore e lo ricambiano, che lo hanno sempre presente allo sguardo e si sentono guidati dalla sua mano e sanno di non essere nell’illusione. Una sola parola loro sul conto del Maestro val più di tutte le negazioni e dei vani tentativi di giustificarle da parte di chi non sa quello che si dice e perciò dev’essere perdonato, di chi non si è mai avvicinato a Lui e perciò va compatito, di chi si trova separato da Lui da duemila anni di storia, non essendo ancor riuscito a trovarlo qual è, se pure non lo consideri come un semplice mito. – Il Cattolico degno del suo nome sa “in chi ha creduto” e vive alla sua presenza e in sua compagnia. Ascoltiamo San Bernardo, scelto a caso fra i tanti che gli rendon testimonianza, poiché fu uno di “color che sanno”: “Signore, fa che col tuo aiuto possiamo seguirti, che per mezzo tuo possiamo venire a Te, poiché Tu sei la Via, la Verità, la Vita. Tu ci sei Via col tuo esempio, Verità con la tua promessa, Vita coi doni che ci elargisci. Tu hai detto che sei la Via che dobbiamo percorrere, la Verità che dobbiamo cercare, la Vita in cui dobbiamo rimanere; la Via che non conosce deviazione, la Verità che non conosce errore, la Vita che non conosce morte; la Via diritta, la Verità infallibile, la Vita eterna, la Via larga e spaziosa, la Verità forte e universale, la Vita dilettevole e per sempre gloriosa. – Ascoltiamo Santa Teresa. Sebbene il suo linguaggio trascenda l’esperienza della maggioranza, pure il Cattolico ne comprende ogni parola e vi consente. La sua opera per la gloria di Dio è ostacolata, sembra che tutto l’avversi e l’accusi, ma la certezza di Gesù Cristo, oggettivamente reale per lei quanto essa lo è a se stessa, è una perenne consolazione nelle sue pene e un incoraggiamento nelle difficoltà e una inesauribile sorgente di forza. Ecco come esprime ciò che Cristo è per lei e per ogni Cattolico, a ciascuno nella propria misura: “Sola com’ero, senza un amico che mi consigliasse, non potevo né pregare né leggere; ma rimanendo per ore ed ore turbata di mente e afflitta di spirito a cagione della gravità delle mie pene, incominciavo a temere di essere in balia del demonio e mi domandavo che cosa mai potessi fare per liberarmi. Pareva che nessun raggio di speranza mi arridesse né dalla terra né dal cielo, nulla all’infuori di una sola certezza che non mi abbandonò mai fra tutti i miei timori e pericoli, che Gesù Cristo mio Signore sicuramente sapeva il peso della mia afflizione. “O mio Signore Gesù Cristo, che amico fedele Tu sei, e come potente! Poiché quando vuoi esser con noi Tu lo puoi, e lo vuoi sempre purché noi siamo disposti ad accoglierti. Che tutto il creato ti lodi e ti benedica, o Signore dell’universo! O se io potessi percorrere il mondo intero proclamando ovunque con tutte le mie forze che amico fedele Tu sei per chiunque ti voglia essere amico! Mio diletto Signore, tutto passa e tutto vien meno; ma Tu, il Signore di tutto, non vieni mai meno, Tu non passi. Ciò che fai soffrire a quelli che ti amano è sempre troppo poco. Come benevolmente e nobilmente, (alla lettera: da vero signore) con quale tenerezza e soavità riesci a trattare e a provare le anime che son tue! Se si potesse esser ben certi di non amare nulla e nessuno all’infuori di Te! Si direbbe, mio dolce Signore, che Tu voglia mettere alla prova con flagelli e torture l’anima che ti ama, sol perch’essa comprenda, quando l’hai ridotta all’estremo, le sconfinate proporzioni dell’amor tuo”.