DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (24)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (24)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

TESTI SPIRITUALI

Ultimi consigli di vita interiore (**)

(**) In questa risposta, scritta l’11 settembre 1906 (qualche settimana prima di morire) ad una amica d’infanzia, traspare tutta la sua esperienza della vita interiore, formulata alla maniera dei Santi: con la semplicità del Vangelo.

« Voglio rispondere alle tue domande ».

« Ecco che finalmente Elisabetta viene, con la matita, a porsi vicino alla sua Fr… cara; dico: con la matita, perché col cuore ti sono sempre vicina, e da tanto tempo ormai, non è vero? e sempre restiamo strettamente unite l’una all’altra. Come sono belli i nostri promessi incontri della sera! Sono come il preludio di quella comunione che si stabilirà fra le anime nostre dal cielo alla terra. Mi sembra di starmene reclinata su di te come una mamma sulla sua figlioletta prediletta. Alzo gli occhi, guardo il Signore, poi li abbasso ancora su di te, e ti espongo ai raggi del suo amore. Non gli dico nulla, ma Egli mi comprende anche meglio senza parole, e preferisce il mio silenzio.

Mia figliola cara, vorrei essere santa per poterti fin d’ora aiutare quaggiù, in attesa di farlo lassù, in cielo. Che cosa non vorrei soffrire per ottenerti quella forza, quelle grazie di cui hai bisogno!

Voglio rispondere, ora, alle tue domande. Parliamo prima di tutto dell’umiltà. Ho letto su questo argomento delle parole magnifiche. Un pio autore dice che « nulla può turbare l’umile; esso possiede la pace inalterabile, perché si è sprofondato in un tale abisso, che nessuno andrà a cercarlo così in basso ». Dice ancora che « l’umile trova la più saporosa dolcezza della sua vita nel sentimento della propria impotenza di fronte a Dio ». Ma l’orgoglio, sai, non è un nemico che si possa atterrare con un bel colpo di spada. Senza dubbio, certi atti di umiltà eroica come ne vediamo nella vita dei Santi, lo colpiscono, se non mortalmente, in modo almeno da indebolirlo di molto; ma bisogna farlo morire ogni giorno. « Quotidie morior », diceva san Paolo, « io muoio ogni giorno » (1 Cor. XV, 31). Questa dottrina del « morire ogni giorno a se stessi» è divenuta legge per ogni anima cristiana, dal momento che Gesù ha detto: « Se qualcuno vuol seguirmi, prenda la sua croce e rinneghi se stesso » (S Matteo XVI, 24); sembra così austera, ed è di una soavità ineffabile, se si considera qual è il termine di questa morte. È la vita; la vita di Dio che si sostituisce alla nostra vita di miserie e di peccati. E proprio questo voleva dire san Paolo quando scriveva: « Spogliatevi dell’uomo vecchio e rivestitevi del nuovo, secondo l’immagine di Colui che lo ha creato » (Col. III, 20). Questa immagine è Dio stesso. E ricordi come Egli esprime formalmente questa Sua volontà nel giorno della creazione, quando dice: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza »? (Gen. I, 26).

Oh, credimi; se pensassimo di più alla nostra origine, le cose della terra ci sembrerebbero così puerili, che non potremmo più stimarle. San Pietro, poi, scrive in una delle sue epistole che « siamo fatti partecipi della natura Divina » (II S. Piet. I, 4). E san Paolo ci raccomanda di « conservare salda sino alla fine questa base » (Ebr. III, 14), inizio del suo Essere, che Egli ci ha dato.

L’anima che ha coscienza della sua grandezza entra in quella santa libertà dei figli di Dio (Rom. VIII, 21), di cui parla l’Apostolo, cioè supera tutte le cose ed anche se stessa.

Mi sembra che l’anima più libera sia quella che più si dimentica; e se mi si chiedesse il segreto della santità, direi: non fare nessun conto di sé, rinnegare il proprio io, sempre. Ecco un buon sistema per uccidere l’orgoglio: farlo morire di fame. L’orgoglio è amore di noi medesimi; ebbene: l’amore di Dio cresca tanto e sia così forte da estinguere ogni altro amore in noi.

Dice sant’Agostino che in noi abbiamo due città: quella di Dio e quella dell’« io »: in proporzione dell’affermarsi della prima, sarà demolita la seconda. Un’anima che vivesse di fede sotto lo sguardo di Dio, che avesse quell’« occhio Semplice » di cui parla Gesù nel Vangelo (S. Matt. VI, 22)), cioè quella purezza d’intenzione che mira a Dio solo, una tale anima mi pare che vivrebbe anche nella umiltà: saprebbe riconoscere i doni ricevuti da Lui, perché l’umiltà è verità, ma non si approprierebbe nulla, riferendo tutto a Dio, come faceva la Vergine santa. I movimenti di orgoglio che senti in te non divengono colpevoli se non quando la volontà se ne fa complice: altrimenti, potrai soffrire molto, ma non offenderai il Signore. Le colpe di questo genere che ti sfuggono come tu dici, senza neppure rifletterci, denotano certamente un fondo di amor proprio; ma questo, mia povera cara, fa parte in qualche modo del nostro essere. Quello che il Signore vuole da te, è che non ti fermi mai volontariamente in un pensiero di orgoglio qualunque esso sia, e che tu non compia mai un atto ispirato da questo stesso orgoglio, perché faresti male; ma se anche tu dovessi poi riconoscere di avere agito così, non scoraggiarti, perché l’irritarsi è ancora segno di orgoglio; deponi invece la tua miseria ai piedi del Maestro come faceva la Maddalena, e chiedigli che te ne guarisca; gli piace tanto vedere che l’anima riconosca la propria impotenza! Allora, come diceva una grande santa, « l’abisso dell’immensità di Dio si trova di fronte all’abisso del nulla (Sant’Angela da Foligno).

Figliola mia, non è orgoglio pensare che tu non vuoi saperne di una vita facile; anch’io ritengo che il Signore vuole davvero che la tua vita si svolga in una sfera dove si respira aria divina. Credi; sento una compassione profonda per le anime che non vivono più in su della terra e delle sue volgarità; mi sembrano schiave, e vorrei dir loro: Scuotete il giogo che pesa su di voi; perché vi trascinate con cotesti lacci che vi incatenano a voi stesse ed a cose inferiori a voi? Io ritengo che i felici, quaggiù, siano quelli che sanno tanto disprezzare e dimenticare se stessi, da scegliersi in retaggio la croce; quando sa trovare la gioia nel dolore, che pace deliziosa! « Io completo nella mia carne ciò che manca alla Passione di Gesù Cristo per il suo corpo che è la Chiesa » (Col. I, 24): ecco ciò che formava la felicità dell’Apostolo. Questo pensiero non mi abbandona mai; e ti confesso che provo una gioia intima e profonda nel vedere che Dio mi ha scelta per associarmi alla passione del suo Cristo. Questa via del Calvario che salgo ogni giorno mi sembra piuttosto la strada della beatitudine. Hai visto mai quelle immagini rappresentanti la morte che miete con la falce? È quanto accade in me; e la sento che si avvicina. La natura ne freme di pena, talvolta; e ti assicuro che, se mi fermassi lì, non esperimenterei che la mia viltà nel dolore; ma questo è lo sguardo umano, e subito « apro l’occhio dell’anima al lume della fede »; questa fede mi dice che è l’amore che mi consuma lentamente, che mi distrugge; e allora provo una gioia immensa e mi abbandono a Lui come sua preda.

Per raggiungere la vita ideale dell’anima, io credo che sia necessario vivere nel soprannaturale, cioè non agire mai « naturalmente ». Bisogna sapere e pensare che Dio è in noi, nell’intimo del nostro essere, e agire sempre con Lui; allora non si diventa mai volgari, neppure compiendo le azioni più ordinarie, perché non si vive in queste cose, ma si oltrepassano. Un’anima soprannaturale non discute mai con le cause seconde, ma si volge a Dio solo; e come è semplificata la sua vita, come si accosta a quella degli spiriti beati, come è sciolta da se stessa e da qualsiasi cosa! Tutto, per lei, si riduce all’unità, a quell’« unico necessario » (S. Luc. X, 42) di cui il Maestro parlava alla Maddalena; ed allora è veramente grande, veramente libera, perché ha « racchiusa la sua volontà in quella di Dio ».  Come appaiono spregevoli le cose visibili, quando si contempla la nostra predestinazione eterna! Ascolta san Paolo: « Quelli che Dio ha predestinati, li ha anche voluti conformi all’immagine del Figlio suo ». Ma questo non è ancor tutto; ed egli ti dirà che tu sei anche nel numero dei predestinati: « Quelli che ha predestinati, li ha pure chiamati ». È il Battesimo che ti ha resa figlia di adozione, che ti ha segnata col suggello della santissima Trinità. « E i chiamati li ha anche giustificati ». Quante volte sei stata giustificata anche tu dal sacramento della penitenza e da tutti quei tocchi di Dio nella tua anima, che ti hanno purificata senza che neppure te ne accorgessi! « Coloro che ha giustificati, poi, li ha anche glorificati » (Rom. VIII, 28-30). È ciò che ti attende nell’eternità; ma ricordati che il nostro grado di gloria corrisponderà al grado di grazia nel quale Dio ci troverà in punto di morte. Lasciagli dunque compiere in te l’opera della tua predestinazione, e segui san Paolo che ti dà un programma di vita: « Camminate in Gesù Cristo, radicati ed edificati in Lui, fortificati nella fede e crescendo in essa sempre più con rendimento di grazie » (Col. II, 6-7).

Sì, figliolina dell’anima mia, cammina in Gesù Cristo; hai bisogno di questa via larga e spaziosa; non sei fatta, tu, per gli angusti sentieri della terra. Sii radicata in Lui, quindi sradicata da te; cioè, ogni volta che incontri il tuo io, contrarialo e santificalo. Sti edificata in Lui, molto in alto, al di sopra di tutto ciò che passa, lassù dove tutto è puro, tutto è luminoso. Sti ben ferma nella fede, non agire che secondo la luce di Dio e mai le tue impressioni o la tua fantasia; credi che Egli ti ama, che vuole aiutarti nelle tue lotte e difficoltà; oh sì, credi al suo amore, al suo « amore troppo grande » (Efes. II, 4), come dice san Paolo. Nutri la tua anima dei grandi pensieri di fede che ci rivelano le nostre vere ricchezze e il fine per cui Dio ci ha creati. Se vivrai di queste verità, la tua pietà non sarà una esaltazione nervosa, come temi, ma sarà soda e vera; è così bella la verità, la verità dell’amore! « Egli mi ha amato e si è dato per me » (Gal. II, 20). Ecco, bambina mia, che cosa vuol dire essere veraci nell’amore. E poi, finalmente, cresci nell’azione di grazie; è l’ultima parola del programma e non ne è che le conseguenze. Se camminerai radicata in Gesù Cristo, forte nella. tua fede, vivrai nella azione di grazie, nella dilezione dei figli di Dio.

Mi domando come è mai possibile che non sia lieta sempre, in qualsiasi pena, in qualunque dolore, l’anima che ha sondato l’amore che c’è « per lei » nel cuore di Dio. Ricordati che « Egli ti ha eletta in Lui, prima della creazione, perché tu sia pura e immacolata al suo cospetto, nell’amore » (Ef. I, 4): è ancora san Paolo che te lo dice. Quindi non temere la lotta, la tentazione. « Quando sono debole — esclamava l’Apostolo — allora sono forte perché la virtù di Gesù Cristo si trova in me » (I Cor. XII, 9).

Che cosa penserà la nostra reverenda i Madre quando vedrà questa lunga lettera? Ella non mi permette quasi più di scrivere, perché sono di una debolezza estrema, e ad ogni momento mi sento mancare. Ma sarà forse l’ultima lettera della tua Elisabetta; ci son voluti molti giorni per scriverla, e questo ti spiegherà la sua incoerenza; eppure, stasera, non so ancora decidermi a lasciarti. Sono le sette e mezzo; la comunità è in ricreazione, ed io sono qui, nella solitudine della mia celletta, e mi sembra di essere già un po’ in paradiso; sono qui, sola con Lui solo, portando la croce con Lui, il mio Maestro diletto. La mia gioia cresce in proporzione delle mie sofferenze; se tu sapessi quale dolcezza si cela in fondo al calice preparato dal Padre dei Cieli!

A Dio, Fr… cara; non posso continuare; ma nei nostri silenziosi incontri, tu sentirai, tu comprenderai tutto quello che non potrò dirti. Ti abbraccio, ti amo come una mamma ama la sua figliolina. Addio, mia piccola cara. Che all’ombra delle sue ali Egli ti custodisca da ogni male ».

Suor Maria Elisabetta della Trinità

« Laudem gloriæ »

Questo sarà il mio nome nuovo in cielo…

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