SALMI BIBLICI: “BEATI OMNES QUI TIMENT DOMINUM” (CXXVII)

SALMO 127: “BEATI OMNES QUI TIMENT DOMINUM”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS. 

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME TROISIÈME (III)

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 127

Canticum graduum.

[1]  Beati omnes qui timent Dominum,

qui ambulant in viis ejus.

[2] Labores manuum tuarum quia manducabis, beatus es, et bene tibi erit.

[3] Uxor tua sicut vitis abundans, in lateribus domus tuae; filii tui sicut novellæ olivarum in circuitu mensæ tuæ.

[4] Ecce sic benedicetur homo qui timet Dominum.

[5] Benedicat tibi Dominus ex Sion, et videas bona Jerusalem omnibus diebus vitæ tuæ;

[6] et videas filios filiorum tuorum, pacem super Israel.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

 SALMO CXXVII.

Esortazione alla pietà, in vista del gran premio proposto alla virtù.

Cantico dei gradi.

Sommario analitico

1. Beati tutti coloro che temono il Signore, che camminano nelle sue vie.

2. Perché tu mangerai le fatiche delle tue mani, tu sei beato e sarai felice. (2)

3. La tua consorte come vite feconda, nell’interior di tua casa. I tuoi figliuoli come novelle piante di ulivi, intorno alla tua mensa. (3)

4. Ecco come sarà benedetto l’uomo che teme il Signore.

5. Ti benedica da Sionne il Signore, e vegga tu i beni di Gerusalemme per tutti i giorni della tua vita.

6. E vegga tu i figliuoli dei tuoi figliuoli, e la pace in Israele.

(1) Seminare il proprio campo e vedere il raccolto preso da un altro, era una punizione di cui Dio aveva minacciato il suo popolo in caso di infedeltà (Lev. XXVI, 16; Deut. XXVIII, 30-33; Giob. XXXI, 8). “In lateribus” si riferisce più naturalmente alla vigna che alla donna, ma “in circuitu mensa” riferendosi ai figli, il parallelismo richiede che “in lateribus” si riferisca alla donna, ciò che rende preferibile la traduzione “in penetralibus”.

 (2) In senso figurativo, il giusto dell’Antica Legge è figura del Messia, e questo salmo per intero è applicabile a Nostro Signore Gesù-Cristo; e, in effetti, la Chiesa li applica ai vespri della Festa di Dio. – Seduto alla tavola eucaristica, vi mangia il lavoro delle sue mani, il pane che fa venire nei campi e che Egli cambia nel suo Corpo. La Chiesa. Sua sposa, lo rallegra con la sua fecondità, i suoi figli, profumati di olio santo, circondano la tavola e prendono parte al suo festino.

Questo salmo, in cui il salmista vuole eccitare alla pratica del timore del Signore gli esiliati di ritorno alla loro patria, contiene l’elogio delle famiglie virtuose e la promessa che Dio riserva loro nella vita presente. Questa famiglia, di cui è descritta la felicità, è soprattutto la Chiesa, di cui Nostro Signore è lo sposo e che gli dà numerosi figli, che Egli è felice di vedere a tavola (2).

I. Promette la felicità in generale:

1° a coloro che temono Dio,

2° e questo timore fa camminare nelle sue vie (1).

II. Espone in cosa consista la beatitudine:

1° i beni della fortuna;

2° una sposa virtuosa e feconda;

3° dei figli che saranno l’ornamento della casa e la consolazione dei loro genitori (3);

4° la certezza di queste benedizioni per chi teme Dio (4);

5° la felicità di vedere tutti i loro concittadini condividere la loro felicità (5);

6° una lunga serie di figli;

7° la pace su tutto il popolo di Dio (6).

Spiegazioni e considerazioni

I. — 1

ff. 1. – Non è sufficiente avere il timor di Dio, occorre ancora camminare nelle sue vie; è per questo che il salmista riunisce due cose: il timore e le opere. Ce ne sono molti invero, nei quali la fede è perfetta, ma la vita è criminosa, e che sono i più infelici degli uomini (S. Chrys.). – Tre specie vi sono di timore: il primo tutto umano, si trova in coloro che temono di fare il male per paura che arrivino tribolazioni dal mondo; il secondo ha il suo principio nelle minacce dell’inferno e delle pene eterne; coloro che hanno questo timore si astengono dal peccare per evitare la dannazione; essi temono Dio, ma non amano ancora la giustizia; la terza specie di timore che è il timore casto, consiste nel fatto che si teme più di perdere il Signore che tutti gli altri beni, qualunque essi siano (S. Agost.). – Questo timore solo ispira di camminare nelle vie di Dio, nella sua legge e nei suoi precetti; perché essa procede dall’amore, ed il Signore ha detto: « Se voi mi amate, osservate i miei Comandamenti; » ed ancora: « colui che ama i miei Comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama; » ed infine: « colui che non mi ama non osserva la mie parole. » (Giov. XIV). –  Ora quali sono le vie di Dio, se non quelle conformi alle ispirazioni della virtù? … Il Salmista chiama queste vie, le vie di Dio, perché esse conducono sicuramente al cielo fino a Dio; e non è detta la via, bensì “le vie”, per insegnarci che esse sononumerose. Dio le ha moltiplicate: Egli ci ha aperto un gran numero di vie per renderci la scelta più facile (S. Chrys.). – Bisogna esaminare queste vie numerose, alfine di poter trovare quella che è buona ed arrivare, con gli insegnamenti di diversi dottori, ad entrare nella via unica della vita eterna. Queste vie sono nella Legge, sono nei Profeti, sono nei Vangeli, sono negli Apostoli, sono nel compimento di diversi precetti, e coloro che camminano in queste vie, temendo Dio,  sono beati. (S. Hilar.).

II. — 2-6

ff. 2. – Il Profeta si rivolge a tutti indistintamente; ma poiché tutti non sono che uno nel Cristo, continua al Singolare: « Tu mangerai il lavoro delle tue mani » … Ma come siamo numerosi, e siamo uno? Perché noi siamo legati a Colui del quale siamo membri e del Quale la testa è in cielo, perché vi giungano anche le membra. (S. Agost.). Dio fa la stessa promessa al giusto, per bocca di Isaia: « Dite al giusto che tutto va bene per lui, ditegli che egli gusterà il frutto delle sue virtù. » (Isai. III, 10). – Questo nutrimento non è un nutrimento corporale, è un alimento spirituale destinato a nutrire la nostra anima nel corso di questa vita; queste sono le buone opere della castità, della misericordia, della penitenza, della pace, in mezzo alle quali bisogna lavorare e lottare contro i vizi e le debolezze dei nostri corpi. Ora, è nell’eternità che noi dobbiamo raccogliere il frutto di questi lavori; ma bisognerà mangiare prima quaggiù il lavoro di questi frutti eterni, bisogna nutrire la nostra anima nel corso di questa vita mortale, ed ottenere con questo nutrimento il pane vivente, il pane celeste di Colui che ha detto: « Io sono il pane vivente disceso dal cielo. » (S. Hilar.). – Per coloro che comprendono male questo versetto, sembra che queste espressioni siano poste al rovescio, e che dovrebbe avere: Tu mangerai il frutto dei tuoi lavori. Molti in effetti mangiano il frutto dei loro lavori. Un uomo lavora alla sua vigna: egli non mangia il suo lavoro, ma egli mangia ciò che nasce da questo lavoro. Cosa dunque vogliono dire queste parole: « … tu mangerai i lavori delle tue mani »? Noi lavoriamo presentemente, il frutto del nostro lavoro verrà più tardi; ma, perché i nostri stessi lavori non siano senza piacere, in ragione della speranza di cui San Paolo ha detto: « Noi ci rallegriamo nella speranza, e siamo pazienti nella tribolazione, » (Rom. XII, 12), i nostri lavori medesimi ci causano al presente gioia, e noi ci rallegriamo per la speranza. se dunque il nostro lavoro ha potuto già costituire il nostro nutrimento  e rallegrarci, che sarà dunque il frutto di questo lavoro quando lo mangeremo? Che dice il Profeta nel salmo precedente? « Voi che mangiate il pane di dolore. » Questo lavoro delle mani è il pane di dolore. » Se non lo si mangia, il Profeta non gli avrebbe dato il nome di pane; e se questo pane non avesse alcuna dolcezza, nessuno lo mangerebbe. Con quali dolcezza piange e geme colui che prega! Le lacrime della preghiera hanno più dolcezza di tutti i piaceri del mondo. (S. Agost.). – I lavori dei frutti sono le prove con le quali l’uomo è esercitato in questo mondo perché possa pervenire al frutto dell’eternità; perché la marcia nelle vie di Dio è laboriosa, il cammino che conduce alla vita è stretto. Ma questo lavoro è ricompensato dai frutti dell’immortalità, quando l’uomo è seduto a questa tavola magnifica ove si nutre del pane celeste. (S. Gerol.) – Quanti che mangiano i lavori delle proprie mani! Essi leggono la Sacra Scrittura e non si nutrono delle parole della fede; essi ascoltano la voce dei predicatori, ma dopo averla ascoltata, si ritirano più vuoti di prima; essi mangiano ma non sono sazi perché nello stesso tempo in cui ascoltano la parola del Signore, desiderano e ricercano i beni e la gloria del secolo (Dug.).

ff. 3, 4. – « La tua sposa sarà come una vigna fertile. » La fecondità di una sposa e la moltitudine dei figli sono sempre rappresentati, nei libri santi, come effetti della benedizione di Dio. Tuttavia Dio non accorda sempre ai suoi servitori fedeli una famiglia numerosa. – Così i giusti che furono privati delle gioie del matrimonio, o le cui spose restarono sterili, non furono per questo privati della felicità della fecondità; Dio ne accordò loro una di altro genere e ben più elevata. – Gesù-Cristo, per primo, il capo di tutti i giusti e di tutti i santi, non ha avuto né sposa né figli secondo la carne, ma ha avuto per sposa la Chiesa ed una moltitudine di figli spirituali … Ma chi sono coloro per cui la Chiesa è come una vigna fertile, dal momento che vediamo entrare nelle mura di questa Chiesa degli uomini sterili? Noi vediamo entrare in queste mura un gran numero di uomini che si danno al vino, degli usurai, dei venditori di cattiva fede. È questa la fertilità di questa vigna? È questa la fecondità di questa sposa? No di certo, ma sono al contrario essi le spine che invadono la vigna; ma essa non è coperta di spine dappertutto. Essa è fertile, ma in qual distretto? « Nei lati della sua casa » … Ora noi chiamiamo i lati della sua casa, coloro che sono attaccati al Cristo. In coloro che non si attaccano al Cristo, essa è sterile (S. Agost.). – I giusti, quantunque vergini, non sono privati, sull’esempio di Gesù Cristo, loro capo, dall’avere una posterità numerosa; essi sono non soltanto i padri di coloro che generano alla fede ed alla penitenza, ma ancora le loro madri, pregando e gemendo per essi. (Dug.). – Questa sposa, è la saggezza di cui Salomone diceva: « Io l’ho amata, l’ho cercata nella mia giovinezza, ho chiesto di averla in sposa. » – Questa sposa dell’uomo che teme Dio, che circonda i lati della sua casa come una vigna feconda, si slancia su tutti i lati delle nostre opere. Per questa casa, bisogna intendere il domicilio della nostra anima che ognuno di noi purifica con il timor di Dio camminando nelle sue vie per farne un’abitazione degna dello Spirito-Santo. I figli che nasceranno da questa unione dell’anima con la sapienza, saranno giovani virgulti di olivo, intorno alla nostra tavola. Il salmista non dice: intorno al banchetto, ma “intorno alla vostra tavola”, cioè della tavola del Signore, ove prendiamo il nostro nutrimento, cioè il pane vivente di cui la virtù è di comunicare a coloro che lo ricevono la vita che contiene. (S. Hilar.). – Sia la nostra anima ritirata in se stessa, fedele a Dio, attenta a piacergli: questa sarà la sposa che farà la felicità dei nostri giorni; essa sarà feconda in buone opere, riempirà tutto il nostro interno di pensieri santi, che saranno come i nostri figli … tale è la famiglia di coloro che cercano il Signore. (Berthier).

ff. 5, 6. – Il Profeta sembra voler prevenire i dubbi che si possono opporre sulla certezza delle benedizioni di Dio. Si – riprende in questo versetto – è così che sarà benedetto colui che teme il Signore. Se noi abbiamo della diffidenza, solo da noi essa può giungere. – « Che il Signore vi benedica da Sion. » Senza dubbio voi notate già queste parole: « Così sarà benedetto l’uomo che teme il Signore; » forse i vostri occhi si porteranno già su coloro che non temono il Signore, e voi apprezzerete nelle loro dimore delle spose feconde e numerosi figli intorno alla tavola paterna; io non so fin dove sarà deviato il vostro pensiero. « Vi benedica il Signore; » sì, ma « … da Sion ». non cercate le benedizioni che non vengano da Sion. Ma dunque, fratelli miei, il Signore non ha benedetto coloro che possiedono questi beni? Là certamente c’è una benedizione del Signore; perché se non è una benedizione del Signore, chi potrebbe prendere una sposa se Dio non voglia? Chi potrebbe essere in buona salute se Dio non volesse? Chi potrebbe essere ricco se Dio non lo volesse? Questa benedizione non viene da Sion. « Vi benedica il Signore da Sion e vi faccia vedere i beni di Gerusalemme che ivi sono realmente. » In effetti, questi beni non sono quelli di Gerusalemme. Volete essere certi che questi beni non siano quelli di Gerusalemme? Dio ha detto anche ai suoi uccelli: « … crescete e moltiplicatevi. » (Gen. I, 22). Volete considerare come un gran bene ciò che è stato dato anche agli uccelli? Senza dubbio, è la parola di Dio che vi ha dato questo bene della famiglia, chi lo ignora? Ma se voi lo ricevete, sappiate usarne, e pensate al modo in cui nutrirete i figli che vi sono nati, piuttosto che pensare a vederne nascere altri. La felicità non consiste nell’avere dei figli, ma nell’avere figli virtuosi; se ne avete, lavorate per allevarli; se non ne avete, rendete a Dio azioni di grazie, Forse sarà per voi una minore sollecitudine, e tuttavia non sarete causa di sterilità per la Chiesa nostra madre; forse per voi nasceranno spiritualmente da questa madre dei figli che saranno come una giovane pianta di ulivo intorno alla tavola del Signore. vi consoli dunque il Signore, « e vi faccia vedere i beni che sono realmente di Gerusalemme, » perché questi beni lo sono realmente. Perché lo sono? Perché essi sono eterni. Perché sono eterni?  Perché è là che il Re ha detto: « Io sono Colui che sono. » (Es. III, 14). Quanto ai beni temporali, essi sono e non sono, perché non hanno stabilità; essi vengono e vanno. I vostri figli sono ancora piccoli, voi carezzate questi bambini ed essi vi carezzano; ma essi restano così? Voi sognate che essi si facciano grandi, desiderate che raggiungano un’altra età; ma badate, quando giunge una stagione della loro vita, l’altra è già morta; quando giunge l’età della ragione, la prima infanzia è già morta; quando viene l’adolescenza, la seconda infanzia è morta; quando viene la giovinezza, è morta l’adolescenza; quando giunge la vecchiaia, è morta la giovinezza; quando viene la morte, ogni età è morta. Desiderate tante età diverse, desiderate di vedere tante età prima di morire. Tutte queste cose non sono dunque realmente. Ma allora i vostri figli nascono per vivere sulla terra, o piuttosto per cancellarvene e rimpiazzarvi? Perché i figli, quando nascono, sembrano dire ai loro genitori: andiamo, pensate ad andarvene; a noi dunque tocca giocare il nostro ruolo quaggiù; perché tutta questa vita di prova del genere umano non è che una successione di ruoli, secondo questa parola del Profeta: « Ogni uomo vivente non è che vanità. » (Ps. XXXVIII, 6). E tuttavia, se riceviamo con tanta gioia dei figli che devono succederci, quanto più noi dobbiamo gioire nell’aver dei figli con i quali vivremo eternamente. Tali sono i beni di Gerusalemme, perché essi lo sono realmente (S. Agost.) – Asteniamoci dal credere che la sola ricompensa di coloro che temono Dio sia la potenza dei beni della terra, una sposa, dei figli, la prosperità negli affari domestici: queste sono delle ricompense accessorie e sopraggiunte. I beni primari ed essenziali, sono innanzitutto il timore di Dio, virtù che porta con sé la sua ricompensa, ed in seguito questi beni ineffabili « … che l’occhio non ha visto, che orecchio non intese, che il cuore dell’uomo non ha compreso. » – « Tutti i giorni della vostra vita. » Il più gran sigillo che Dio sia l’Autore di questi doni, è che essi saranno al riparo da ogni avvenimento triste, da ogni disastro, da ogni vicissitudine (S. Crys.). – E fra quanto tempo vedrete i beni di Gerusalemme? « Tutti i giorni della vostra vita. » Se dunque la vostra vita è eterna, voi vedrete eternamente i beni di Gerusalemme. Al contrario, questi beni temporali, se li vogliamo chiamare beni, voi non li vedrete per tutti i giorni della vostra vita; perché voi vivrete ancora quando avete lasciato il vostro corpo. La nostra vita continua, il nostro corpo muore alla verità, ma la vita della nostra anima non muore mai. Gli occhi non vedono più, perché colui che vede per mezzo degli occhi è partito; ma in qualche luogo si trovi colui che vedeva con gli occhi del corpo, ora vede qualche cosa (S. Agost.). – « Pace su Israele. » A che potranno servire tutti gli altri beni senza la pace? Il Profeta promette dunque qui il primo di ogni bene, quello che ne garantisce il possesso, cioè la pace ed una pace perpetua.  (S. Chrys.). – Non si tratta di una pace come la stabiliscono gli uomini tra loro, pace infedele, instabile, mutevole, incerta; non è neanche la pace che un uomo può avere con se stesso, perché l’uomo lotta contro se stesso, e lotterà fino a che abbia domato tutte le cupidigie. Qual è dunque questa pace? Una pace che l’occhio non ha visto, che l’occhio non ha inteso. Qual è allora questa pace? Quella che viene da Gerusalemme, perché Gerusalemme significa “visione di pace”. (S. Agost.).