SACRO CUORE DI GESÙ (30): IL SACRO CUORE DI GESÙ E LA SUA PASSIONE

[A. Carmignola: Il sacro Cuore di Gesù; S. E. I. Torino, 1929]

DISCORSO XXX.

Il Sacro Cuore di Gesù e la sua Passione.

Christus factus est prò nobis obediens usque ad mortem, mortem autem crucis: Gesù Cristo si è fatto per noi obbediente sino alla sua morte e morte di croce. (Filipp. II, 8) Queste poche parole di S. Paolo, che tengono un posto tanto considerevole nella liturgia della settimana Santa, esprimono concisamente, ma a meraviglia, tutto il libero eccesso di amore, a cui Gesù Cristo si abbandonò sul termine della sua vita per operare la nostra redenzione. Io dico il libero eccesso; perciocché, sebbene non manchi tra i sacri dottori chi pensi, che Gesù Cristo non era libero di riscattare il mondo che morendo sulla croce, molto più deve arriderci la sentenza di coloro i quali insegnano che Dio mandando nostro Signore a redimere il mondo lo ebbe lasciato interamente ed assolutamente libero di scegliere le vie ed i mezzi da ciò. Lo stesso S. Paolo sembra insinuare questa bella dottrina, quando dice (Hebr. XII, 2) che Gesù Cristo, autore e consumatore della fede, proposito sibi gaudio sustinuit crucem, confusione contempta; invece della vita tranquilla e gloriosa, di cui poteva godere, ha voluto soffrire e morire sulla Croce senza far caso dell’ignominia. Epperò è con ragione che S. Giovanni Grisostomo, S. Ambrogio, Ruperto, ed una folla di altri sacri commentatori asseriscono che Gesù Cristo se lo avesse voluto, avrebbe potuto soffrir nulla, e che avendo sofferto tanto sino alla morte di croce, ciò non fece altrimenti che per sua assoluta volontà, anzi per sua libera scelta. Sul momento dell’Incarnazione Iddio proponendogli di salvare gli uomini o patendo per essi o non patendo, godendo anzi ogni sorta di beni, Gesù Cristo fra questi due differenti disegni abbracciò il più sublime. Per tal modo Egli volle adempire l’opera, di cui era incaricato, in tutta la grandezza possibile e segnatamente improntarla di quel carattere che più commuove gli uomini: il disinteresse, l’obblio di se stesso, il pieno ed assoluto sacrifizio.Ed avendo scelto liberamente il disegno più eccellente e più sublime, chi dirà come lo ridusse in atto? Parlando diciò i profeti Mosè ed Elia sopra il Tabor, dice il Vangelo che lo chiamarono un eccesso. Sì – dice S. Bonaventura – con ragione quanto patì Gesù Cristo per noi fu chiamato eccesso, perché fu veramente un eccesso di dolore e di amore, da non potersi mai credere, se non fosse già avvenuto. Egli rimosse tutte le consolazioni e fece intervenire tutte le desolazioni, tutti gli obbrobri, tutti i dolori, concentrandovi tutta la sua anima, tutta la sua mente, tutto il suo cuore, tutte le sue forze! E tutto ciò prò nobis! – O caro Gesù! Qui bisogna fermarsi e cader ginocchioni adorando. Perciocché chi scruterà a fondo la grandezza dell’amor vostro in tutto ciò che avete fatto patendo e morendo per noi sulla croce? La parola amore qui non sembra più sufficiente: ne occorre qualche altra più espressiva. E questa parola, mercé di Dio, esiste; questa parola conservata dalla Chiesa è passata in uso presso al popolo cristiano; è la parola: Passione. La Passione! È il cuore che si fa schiavo di colui che esso ama, che non cerca che questo oggetto, che non vede che lui, che a lui si sacrifica e che, se abbisogna, per lui muore. O Gesù! ecco ciò che voi siete stato per l’umanità! Voi l’avete amata con passione, con la vostra Passione. – Ed ecco, o miei cari, la gran prova di amor del Cuore di Gesù per noi, che piglieremo a ricordare oggi gettando lo sguardo sopra le spine, che lo circondano e sopra la croce, che lo sormonta, quali simboli appunto della sua Passione e Morte. Questa prova ci si manifesta immensa per ogni lato, perciocché avendo avuto il suo teatro in tre luoghi principali, nel Getsemani, innanzi ai tribunali di Gerusalemme, e sul Calvario, il Cuore di Gesù in ognuno di essi si assoggettò per noi ad, un sommo abbassamento e patire.

I. — Una delle pene maggiori, a cui possa andar soggetto il cuor umano su questa terra, è quella della desolazione. L’essere gravemente afflitti, il sentire perciò un sommo bisogno di venir consolati e il non trovare alcuno che appresti un sì pietoso ufficio è senza dubbio uno dei più inesprimibili tormenti. Epperò il santo Giobbe nell’estrema infelicità, in cui era caduto, non già di questa si lamentava, ma bensì della desolazione, in cui l’aveano lasciato i suoi amici: Ecce non est auxilium mihi in me, et necessarii quoque mei recesserunt a me: (IOB. VI, 13) Ecco, che io non posso prestarmi da me alcun conforto, e i miei più intimi amici ci sono allontanati da me. Or è questa più particolarmente la pena, a cui Gesù Cristo volle assogettarsi sul principio della sua Passione, nell’orto di Getsemani. La notte è calata. È il tempo che Dio preferisce per compiere le grandi opere della sua sapienza, della sua giustizia e del suo amore. Nel cuor della notte egli ha parlato ripetutamente ai patriarchi e ai profeti; nel cuor della notte ha sterminato i primogeniti d’Egitto ed ha preservato il suo popolo da sì gran flagello; nel cuor della notte ha distrutti interi eserciti e deciso della sorte di intere nazioni; nel cuore della notte è disceso dalle sue sedi regali, si è fatto carne ed ha preso ad abitare in mezzo a noi; nel cuor della notte ha vegliato e pregato per il genere umano; e nel cuore della notte dà principio alla sua dolorosa Passione. Compiuta cogli Apostoli l’ultima cena, e data ai medesimi una delle prove supreme dell’amor suo coll’averli per la prima volta e prima di tutti comunicati della sua Carne e del suo preziosissimo Sangue, uscì con essi dal Cenacolo, passò per le vie di Gerusalemme divenute già solitarie e silenziose; traversò il torrente Cedron e si diresse alla montagna degli ulivi, ad un luogo presso il villaggio chiamato Getsemani. Quivi giunto, congedatosi dai discepoli, prese solo con se Pietro, Giacomo e Giovanni, ed entrato con questi in un orto, prese ad assoggettarsi alle sue acerbissime pene. La passione dello spavento, dell’avversione, della tristezza come torrenti impetuosi, a cui si siano rotte le dighe, si rovesciarono sopra del suo spirito affogandolo, stringendolo e martoriandolo gagliardissimamente: Cœpit pavere et toedere; (MARC., XIV, 33) cœpit contristari et mœstus esse. (MATT. XXVI, 37) Ciò che con tanta precisione era stato predetto migliaia di anni innanzi, si andava avverando. Il suo Cuore veniva oppresso dal più affannoso conturbamento, e il timor della morte lo andava sopraffacendo: Cor meum conturbatum est in me, et formido mortis cecidit super me. (Ps. LIV). Ed in vero, la sua prossima morte, e non solo la morte, ma le ignominie incredibili e gli strazi atrocissimi, onde essa sarebbe stata preceduta ed accompagnata si presentavano distintamente al suo spirito. Vedeva il tradimento di Giuda, l’abbandono de’ suoi discepoli, l’umiliante cattura, la moltitudine degli oltraggi, gli schiaffi, gli sputi, la flagellazione a sangue, la coronazione di spine, la condanna di morte, il portar della croce, la crocifissione coi chiodi, gli estremi insulti dei carnefici, la loro barbarie in negargli un sorso di acqua, l’abbandono del suo divin Padre, i dolori ineffabili della sua Madre, i suoi ultimi tormenti; tatto vedeva e tutto ad un tempo lo contristava. Cœpit pavere et tædere; cœpit contristari et mæstus esseMa non era la vista della morte soltanto con tutti gli orrori che la circondavano, che si faceva a travagliare in quegli istanti il Cuore di Gesù Cristo. Ciò che anche più lo tormentava era il peso enorme ed orribile di tutte le iniquità degli uomini, che in quel punto il suo divin Padre faceva gravitare sopra di Lui, affinché si accingesse a compierne l’espiazione: Posuit in eo iniquitatem omnium nostrum. (Is. LIII, 6). Nell’antica legge, in certi tempi dell’anno, il popolo di Dio conduceva al gran sacerdote un timido animale, sopra di cui imponeva le mani e caricava tutti i peccati di Israele cacciandolo poscia nel deserto. Ora questa impotente figura del capro emissario, è divenuta nella persona del Salvatore un’attuale ed efficace realtà. Egli che è l’innocente, il senza macchia, il segregato dai peccatori, egli che non aveva maiconosciuto il peccato, né poteva conoscerlo, per volere di Dio in quel punto, secondo l’energica espressione di S. Paolo, diventaper noi il peccato vivente: Eum, qui non noverat peccatum, prò nobis peccatum fecit. (II Cor. V, 21) Tutte le colpe dell’umanità, commesse dalla prevaricazione di Adamo sino allafine del mondo, tutte ad un tempo si fanno a pesare sull’anima sua; tutte le idolatrie, tutte le superstizioni, tutti i culti a satana, tutte le empietà, tutte le eresie, tutte le incredulità, tutti i sacrilegi, tutte le bestemmie, tutti gli spergiuri, tutte le profanazioni dei giorni festivi, tutte le ribellioni, tutte le violenze, tutti gli omicidi, tutti i ferimenti, tutti gli odi, tutte le vendette, tutti gli scandali, tutte le disonestà, tutti i furti, tutte le rapine, tutte le calunnie, tutti i pensieri e tutti i desideri malvagi, tutti insomma, tutti i delitti del genere umano. E a questo peso ingente che gravita sopra l’anima sua, chi può immaginare il tedio, l’avversione, lo spavento, la tristezza che provava? Cœpit pavere et tendere: cœpit contristare et mœstus esse.Ma ciò non à ancor tutto. Perciocché se Egli è sotto all’orribile peso di tutti i nostri peccati, e se per farne l’espiazione Egli è destinato alla morte più tormentosa, ciò non è altrimenti perché Egli spontaneamente e liberamente lo ha voluto: Oblatus est, quia ipse voluit. (Is. LIII, 7) Ma, o terribile mistero! O spaventevole visione! Non ostante la sua carità infinita, la sua generosità suprema nel mettersi al luogo di tutti gli uomini peccatori e di morire fra i più atroci tormenti per tutti salvarli, molti vi saranno che nella loro malizia renderanno inutile, anzi funesta la sua passione e morte. Gettandolo sguardo nell’avvenire Egli vede chiaramente che la sua croce riuscirà di scandalo ai Giudei e di stoltezza ai gentili; che anche dopo la sua redenzione sarà continuato sulla terra il culto dell’idolatria e si consumeranno i più nefandi delitti; che nel seno stesso della Chiesa sorgeranno uomini perversi a combattere le verità più patenti, a disseminare gli errori, a sedurre interi popoli e a staccarli dal seno di essa; che infine tra gli stessi Cristiani già fatti partecipi delle sue divine grazie e delle sue misericordie, vi saranno non pochi che ingrati e malvagi conculcheranno il suo preziosissimo sangue e andranno ancor essi irreparabilmente perduti. E a questa sconfortevolissima previsione gli occorrono alla mente le espressioni dei profeti e le va ripetendo in fondo al Cuore: Quas utilitas in sanguine meo ? (Ps.XXIX ) A che gioverà il mio sangue? Ahimè, che senza prò mi sono travagliato: In vacuum laboravi, sine causa. (Is. XLIX, 4) Mi sono esinanito sino a prendere la forma di servo, sono nato nella oscurità e nella miseria, stetti nella povertà e nei travagli fin dalla mia giovinezza, ho passato trent’anni nell’umiliazione e nel lavoro; e tutto ciò a che vale? Quæ utilitas? Ho lavorato in vano,ho lavorato invano: in vacuum laboravi, sine causa. Per tre anni di seguito sono passato tra gli uomini facendo del bene e sanando tutti, predicando la mia celeste dottrina e tollerando le fatiche dell’apostolato, vivendo dell’altrui carità, restando senza tetto e senza una pietra dove posare il capo, e soffrendo ogni sorta di disagi; e tutto ciò a che vale? Quæ utilitas? Ho lavorato invano, ho lavorato invano: in vacuum laboravi, sine causa. Ora, eccomi qui preparato agli insulti, ai flagelli, alle spine, alla croce, alla morte, eccomi muovere volenteroso incontro a tutto ciò, eppure tutto ciò a che Vale? Quæ utilitas? Ho lavorato invano, ho lavorato invano: in vacuum laboravi, sine causa. A queste riflessioni, l’affanno, lo scoraggiamento, la tristezza si fa in lui sì grave da ridursi ad un’agonia di morte; ed Egli stesso lo dice ai tre discepoli: L’anima mia è afflitta sino alla morte: Tristis est anima mea usque ad mortem. (MATT. XXIV, 38) Ma come mai, o miei cari, Gesù Cristo soffre, e soffre nell’anima sua sino alla morte? In qual modo poteva soffrire se per la unione ipostatica la sua santissima anima aveva sempre la visione di Dio, che, di legge ordinaria, porta seco la esenzione di ogni pena e il godimento di ogni beatitudine?Ah! la ragione di ciò si è, che volendo per nostro amore sottostare alla più spaventosa desolazione, con un miracolo della sua onnipotenza, con un atto sovrano della sua volontà, in quella guisa che già aveva impedito che si diffondesse nel corpo la sua superna dilettazione, per poter patire e morire, la sospese altresì nella sua anima per potere anche in essa attristarsi e dolersi. È per questo che in lui si avvera la parola del profeta: Repleta est malis anima mea: (Ps. LXXXVII) l’anima mia è ripiena di mali; è per questo che le passioni dello spavento, del tedio, della tristezza irrompono sopra di essa; è per questo che Egli con ragione esclama: Tristis est anima mea usque ad mortem. Ma in questa si grave desolazione non sembrerebbe che avrebbe dovuto almeno farsi a consolarlo il suo Padre celeste? E si è mai inteso a dire che un padre abbandoni il suo figlio e potendolo consolare nelle sue afflizioni gli ricusi questa pietà? E per altra parte non è forse il Divin Padre il Dio di ogni consolazione, che si fa a consolare gli stessi uomini in ogni loro tribolazione? Deus totius consolationis, qui consolatur nos in omni tribulatione nostra? Gesù Cristo stesso, sembra ora desiderarla, giacché staccatosi alquanto dai discepoli e gettatosi a terra ginocchioni, per tre volte così lo va pregando: Pater, si possibile est, transeat a me calix iste: (MATT. XXVI, 44) Padre, se è possibile trapassi da me questo calice! Eppure no! nemmeno il suo Divin Padre si fa a consolarlo. È ben sì vero, che spedisce a Lui un Angelo dal cielo; ma questo Angelo non viene già a rimuovere il calice della passione od a scemarne l’amarezza, ma bensì a confortarlo perché lo beva sino all’ultima stilla, essendo stato così stabilito: che non altrimenti la terra sia riconciliata col cielo, non altrimenti si compia il gran mistero della Redenzione: Apparuit illi Angelus de cœlo confortans eum: (Luc. XXII 43) Così che questa apparizione celeste tutt’altro che sminuire il suo dolore ed il suo abbattimento, glielo accrebbe per tal guisa, che cominciò da tutto il corpo a sudar vivo sangue e in tale abbondanza che questo gocciolava e scorreva per terra: Factus est sudor eius sicut guttæ sanguinis decurrentis in terram. (Luc. XXII, 44) Povero Gesù! Ma almeno, almeno, si facessero a consolarlo i tre Apostoli,Pietro, Giacomo e Giovanni? Non li aveva Egli un giorno ripieni di consolazione, sopra la vetta del Tabor? Non erano dunque in dovere di dargli un qualche ricambio? No, neppur essi prestano a Gesù questo pietoso ufficio; che anzi, mentre Egli così soffre ed agonizza a sangue, essi tutt’altro che pensare a Lui, se ne stanno a dormire placidamente, tanto che l’amoroso Signore è costretto a lamentarsene dolcemente col dir loro: E così adunque non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Sic non potuistis una hora vigilare mecum? (MATT. XXVI, 40) Oh abbandono! Oh desolazione! Essa fa veramente totale. E ben con ragione ha potuto dire per essa: Sustinui qui consolaretur, et non inveni: (Ps. LXVIII, 11) No, non ho trovato neppur uno che mi consolasse. Ora qui, o miei cari, fermiamoci un istante e domandiamoci: Per quali ragioni massimamente Gesù Cristo nell’orto del Getsemani ha voluto soffrire questa totale desolazione. Per tre principali: Anzi tutto per espiare quelle desolazioni,in cui noi stessi l’abbiamo lasciato. Egli pieno per noi di amore infinito si è degnato di farsi il nostro amico, il nostro confidente, il nostro compagno, e per mezzo della grazia la nostra vita. Ma noi quante volte ci siamo violentemente staccati dal suo fianco! Ed era forse per andare in una compagnia migliore della sua? Ma quale compagnia vi può essere più bella, più dolce, più onorata e più vantaggiosa di quella di Gesù. Eppure noi abbiamo lasciato di vivere con Lui e abbiamo a Lui la solitudine per entrare nella compagnia de’ suoi nemici, degli empi bestemmiatori della sua grandezza ed ella sua dottrina, cogli oltraggiatori sacrileghi della sua Chiesa, del suo Vicario, de’ suoi ministri, coi derisori superbi della sua legge e della sua misericordia! Oh insensati e maligni che fummo! E potrà essere che a questa riflessione noi vogliamo continuare a vivere insieme cogli avversari di Gesù Cristo e lasciar Lui nell’abbandono e nella desolazione? La seconda ragione per cui nel Getsemani ha voluto sottoporsi a questa pena si fu per dare il grande ed importante ammaestramento del come dobbiamo diportarci allora che nelle nostre afflizioni non riceviamo alcuna consolazione dai parenti e dagli amici e ci sembra di non riceverne neppure dallo stesso Dio. Quanto facilmente in mezzo alle nostre pene leviamo tosto la voce verso il cielo per lamentarcene e per dire talora sconsigliatamente che Iddio medesimo più non si cura di noi e ci ha abbandonati! Ma Gesù Cristo col suo esempio ci apprese che se in tali affanni, anziché lamentarci, noi dobbiamo pregare e ripetutamente pregare, giacché egli ripeté per tre volte al suo divin Padre la stessa preghiera, non dobbiamo tuttavia pretendere che Iddio si acconci alla nostra volontà, ma che invece noi dobbiamo rimetterci interamente alla sua; perciocché lo stesso Gesù Cristo dopo d’aver chiesto ripetutamente, che si allontanasse da Lui l’amaro calice, soggiunse ripetutamente: Verumtamen non mea voluntas, sed tua fiat; (Luc. XXII, 42) per altro, o Divin Padre, non si facciala mia volontà, ma la tua.In terzo luogo Gesù Cristo ha voluto sottostare a questatotale desolazione per nostro infinito amore e vantaggio. Debutidice S. Paolo – debuti per omnia fratribus similari ut misericors fieret; (Hebr. II) Egli dovette essere totalmente simile ai fratelli per diventare con essi misericordioso. Quasi che lasua sapienza infinita non lo avesse ancora persuaso abbastanza delle nostre infermità e miserie, ha voluto aggiungervi la propria esperienza, e provando così Egli stesso quanto sia doloroso nelle afflizioni l’essere da tutti abbandonati, disporsi sempre più efficacemente a sempre farsi Egli il nostro immancabile e potente consolatore. E così è realmente. Il suo Cuore Santissimo ripieno per noi di amore e di compassione sempre si commuove ad ogni nostra lagrima; epperò se tanti e tantiche menano al mondo una vita misera e travagliosa, e come il ferito di Gerico si vedono passar vicino più d’uno che non li cura, venissero ai piedi di Gesù Cristo a raccontargli le loro pene, a mostrargli le loro piaghe, che si vergognano di far conoscere al mondo, oh quale consolazione sentirebbero spargersi sul cuore afflitto. Ma intanto perché non vengono a cercare la consolazione dove si trova di fatto, vivono i giorni più desolati e più tristi quando pure non si abbandonano alla più cupa disperazione e non pongono fine alla loro vita con un esecrabile delitto! Deh! o miei cari, nelle nostre tribolazioni gettiamoci prontamente nelle braccia di Gesù Cristo, affidiamoci interamente a Lui, ed Egli, come ce ne ha fatto fede cogli stessi suoi patimenti, non mancherà di astergere pietoso le nostre lagrime.

II. Il Divin Redentore rifatto appena della totale desolazione, che lo aveva condotto sino agli spasimi dell’agonia, esce dall’Orto, ed è già vicino a lasciarsi cadere nelle mani dei peccatori. Qui è dove comincia la loro ora ed è permesso al principe delle tenebre di esercitare il suo potere; lo stesso Gesù lo disse: Hæc est hora vestra et potestas tenebrarum. (Luc. XXII, 53) Qui è dove prende ad avverarsi la parola profetica di Geremia: che il Salvatore sarebbe stato satollato di umiliazioni, di infamie e di obbrobri: Saturabitur obbrobriis. (Ger. III, 30) Lo scellerato Giuda gli viene innanzi, ed appressando le sue immonde labbra al volto di Gesù lo bacia, e con quel bacio lo tradisce. La bordaglia, che stava lì presso gli si getta addosso furente, lo lega come un vil malfattore, e coi più orribili strapazzi lo conduce in città davanti agli iniqui tribunali. Strascinato da prima innanzi ad Anna già Pontefice, ed interrogato sopra la sua dottrina, Gesù gli risponde: « I miei insegnamenti furono pubblici, e tutti i Giudei li hanno uditi. Interroga dunque costoro e sapranno dirti quello che ho insegnato. » Un vilissimo servo credendo di scorgere in questa dignitosa risposta un disprezzo verso il pontefice, si avvicina al buon Gesù, e con mano sacrilega dà uno schiaffo violento su quella faccia divina, che innamora i Santi, ed abbellisce il Paradiso. Oh certamente che alla vista di tale insulto gli Angioli del Cielo inorridirono e frementi di santo sdegno domandarono a Dio licenza di farne una pronta vendetta; ma il pazientissimo Gesù tollera l’ingiuria atroce con una divina calma, e si limita a rispondere al vile percussore: Se ho parlato male, dimostralo; se bene, perché mi batti? Quale mansuetudine! L’ex-pontefice non avendo trovato alcuna ragione per condannare Gesù eppure volendolo condannato lo mandò a Caifa suo genero e pontefice di quell’anno. Questi con un’assemblea di maligni lo condanna alla morte, sotto il pretesto che ha bestemmiato per aver detto di esser Figlio di Dio. Pronunziata la iniqua sentenza intorno alle due ore dopo la mezzanotte, il buon Gesù rimane per circa quattro ore in mano di una ciurmaglia di soldati e di servi, che ne fanno uno strazio orrendo. Quegli uomini senza cuore, collocato Gesù in mezzo di loro, fanno a gara chi più possa e meglio sappia con stomachevoli e immondi sputi imbrattargli il divin volto. A questi insulti aggiungono le percosse, le derisioni, gli scherni. Gli velano la faccia, gli bendano gli occhi con un sordido panno, e facendone come un loro trastullo lo percuotono dicendo: Indovina chi ti ha percosso. E Gesù riceve quegli sputi, coglie quelle percosse e tace. In quel luogo medesimo a quegli oltraggiatori si aggiunge a disgustare Gesù il più fervido de’ suoi Apostoli. Pietro volutosi introdurre in mezzo a quella sbirraglia mal preparato, vistosi in pericolo nega di essere stato il discepolo di Gesù, anzi giura e spergiura di non averlo mai conosciuto. Povero Gesù! Degli stessi suoi amici chi lo abbandona, chi lo nega, chi lo tradisce! Caifa e i suoi satelliti, avendo pronunziata contro di Gesù la sentenza di morte, avrebbero potuto ottenere di farlo lapidare siccome bestemmiatore. Ma una morte siffatta parve loro troppo mite ed onorevole. Quindi per l’empia brama di vederlo agonizzare e morire sopra un tronco di croce, quale un pubblico malfattore, pensarono di accusarlo presso ai Romani, e farlo condannare da loro. Pertanto fatto giorno e intorno alle sei del mattino, eglino lo conducono al tribunale di Ponzio Pilato, il quale governava la Giudea a nome dell’Imperatore di Roma, e glielo presentano come un ribelle alla civile potestà, e quale un sovvertitore del popolo ebreo contro i Romani. Pilato lo interroga ben tosto, ma dalla calma di Lui, e dalle sue risposte subito si avvede che egli non ha da fare con un ribelle, ma col più pacifico degli uomini, e perciò dice agli accusatori: « Io non trovo in Lui materia di condanna. » Saputo poscia che Gesù è Galileo e per conseguenza soggetto alla giurisdizione di Erode Antipa, lo manda a costui, che già trovavasi in Gerusalemme per cagion della Pasqua. I Giudei ne hanno piacere, perché conoscendo le barbarie di Erode sperano che lo condannerà alla morte. Intanto sono altre ingiurie, altri oltraggi e villanie, che gli fanno per istrada. Chi lo spinge, chi lo tira, chi lo percuote come un vil giumento e peggio, perché è l’odio, è la rabbia dell’inferno che li agita contro di Lui. Erode aveva più volte udito a parlare di Gesù ed era assai curioso di vederlo, non già per udirne gl’insegnamenti e approfittarne, ma per la speranza che avrebbe operato qualche miracolo alla sua presenza. Ma il re impudico, l’empio uccisore di Giovanni Battista s’ingannò. Gesù non solamente non operò miracoli, ma alle molte interrogazioni che gli fece, non rispose parola. Erode e tutta la sua corte lo trattò da stolto, e fattolo coprire con una veste bianca il rimandò a Pilato. La sapienza eterna trattata da pazzo! Quale obbrobrio! Ma eccone altri assai maggiori. Pilato avendo saputo che l’unico delitto dell’innocente Gesù era l’invidia dei Giudei contro di Lui, voleva liberarlo dalle loro mani, o almeno dalla morte. Ma debole e senza carattere qual era, non osando fare ciò con un atto di coraggio e coll’uso di tutta la sua autorità, venne in pensiero di riuscire nel suo intento col saziare in parte la rabbia dei nemici di Gesù. Egli pertanto col suo transigere coll’ingiustizia comincia a far subire a Gesù il più ingiurioso confronto che sipossa immaginare, mettendo la sua vita a pari con quella di un facinoroso. Dovendo, secondo la consuetudine, concedere nell’occasione della Pasqua la libertà di un prigioniero, due egli ne propose alla scelta del popolo: Gesù e un certo Barabba. Sperava Pilato, che la plebe, chiamata a scegliere tra i due, non avrebbe esitato a chiedere la liberazione di Gesù, che sapeva innocente e suo benefattore. Ma intanto quale affronto per Gesù! Chi è Barabba? Un ladro, un assassino, la feccia delle prigioni. E chi è Gesù! Il Figlio di Dio, il Re della gloria, il Creatore del cielo e della terra, il Santo dei santi. Quale afflizione pel Cuore di Gesù nel vedersi posto a sì ignominioso confronto! Quale amarissima pena all’udire Pilato che dice al popolo: Quale di questi due volete voi? Chi più vi piace? Chi vi è più caro, Gesù o Barabba? – Ma non fu tutta qui l’ingiuria che gli si fece. Appena i principi dei sacerdoti e i seniori si avvidero che intenzione di Pilato era di liberare con quel mezzo Gesù, presero a subornare il popolo già raccolto sotto la loggia del pretorio, e ad eccitarlo a domandare la vita di Barabba e la morte di Gesù. Laonde quando il preside fece la proposta, la plebaglia gridò dalla piazza: Libertà a Barabba, morte a Gesù. Ohimè! che ingiustizia di un popolo inferocito! che ingratitudine di  tanti beneficati verso il loro benefattore! che insulto atroce! – Pilato ciò udito, e non sapendo a qual partito appigliarsi per mitigare quella gente furibonda, consegna ai soldati Romani Gesù, perché lo flagellino. Gli strumenti, che si usavano per questo tormento, erano flagelli armati di pungiglioni, di palline di piombo, e per lo più di ossicini di pecora, che ad ogni colpo facevano piaga. Lo strazio n’era orribile. Lo storico Eusebio, descrivendolo adoperato contro alcuni martiri, si esprime in questi termini: Tutti gli astanti inorridivano vedendoli scarnificati sino alle vene, la carne staccarsi dalle ossa, e apparire persino le interiora. A questo strazio fu dunque condannato il buon Gesù. Laonde spogliato delle sue vesti, viene legato ad una colonna, e battuto per un’ora da trenta coppie di manigoldi, che si sostituivano le une alle altre, e si animavano a vicenda alla barbara carneficina. Ohimè! già si aggiunge piaga a piaga, già i flagelli penetrando nel corpo, squarciano e strappano a pezzi la carne; già scorre il sangue da ogni parte; già di sangue sono intrisi i flagelli, di sangue è bagnata la colonna, di sangue irrigata la terra! Secondo le rivelazioni Gesù ricevette più di sei mila colpi. Chi non s’intenerisce a questa considerazione! Chi stenterà ancora a credere alla grande bontà del Cuor di Gesù? Ma dopo la orribile carneficina della flagellazione, i manigoldi istigati dal demonio e dai Giudei, che agognavano di vedere Gesù ucciso in quel tormento, osservando che aveva ancora pressoché sana una parte essenziale del corpo, cioè il capo, cercano un fascio di lunghe, acute e durissime spine, e fattone come una corona gliela pongono sopra la testa e poi con bastoni crudelmente la battono e gliela calcano dentro. Furono circa settanta spine, che si piantarono in quel capo divino; parecchie gli penetrarono fino al cervello, ed altre forato l’osso gli uscirono dalla fronte. Ohimè, quale crudele supplizio! – Ma quei barbari hanno caro di rappresentare Gesù quale re da burla, prendersi gioco di sue pene, schernirlo, insultarlo in ogni più indegna maniera. Laonde dopo avergli cinto la testa con quel doloroso diadema, gli strappano con violenza le vesti di dosso, gli pongono invece uno straccio di porpora a guisa di manto reale, e gli mettono in mano una canna in segno di scettro. Questa nuova ignominia torna dolorosissima, poiché nello spogliarsi gli si riaprono le piaghe, ricevute poc’anzi nella flagellazione, e nuovo sangue sgorga dalle sue sacrate membra. Quella ciurma indegna sfoga poscia tutta la sua crudeltà contro il divino paziente. Di Lui ride come di un folle, gli sputa in faccia, lo percuote con schiaffi, e togliendogli la canna di mano, con essa gli batte, gli calca la corona in capo. Oh! quanto è terribile l a crudeltà dei Giudei e dei pagani insieme congiurati! E quanto continua ad essere grande l’umiltà e la pazienza di Gesù! Ora Pilato, vedutolo in questo stato sì deplorabile, si argomentò di poter muovere a compassione i Giudei e liberarlo almeno dalla morte. Presolo pertanto lo conduce sopra la loggia del palazzo, e lo mostra al popolo dicendo: Ecce homo: Ecco l’uomo. Ei voleva dire: vedete come è ridotto quest’uomo, che voi accusate di aspirare alla sovranità: è finito; questo timore non vi è più. Ora che più poco gli resta di vita, lasciate che vada a morire a casa sua, e non mi obbligate a condannarlo. Ma quando Egli aspettava di strappare da quei forsennati una parola di pietà ode invece un grido di morte più violento: « Toglilo dinnanzi e mettilo in croce. Se tu non lo condanni, ti dichiari nemico di Cesare. » Pilato a queste grida del popolaccio si sente venir meno; e pel timore di essere accusato qual fautore dei ribelli presso l’imperatore Tiberio, per rispetto umano, per amore dell’impiego, tradisce la sua coscienza, e s’induce a condannare alla morte, e morte di croce il più innocente degli uomini, lo stesso Autore della vita. Non appena la sentenza della morte di Gesù fu pronunziata, i soldati si diedero tosto attorno per preparare la croce a Gesù. Verso le undici, essendo questa disposta, i carnefici strappano di dosso alla loro vittima quel lacero manto di porpora, che già si era attaccato alle ferite, e così rinnovano le piaghe, i dolori, gli spasimi con una crudeltà inaudita. Copertolo poscia delle sue vesti i manigoldi gli presentano la croce, sulla quale ha da morire, e che per maggior ignominia e strapazzo Egli deve portare sino al luogo del supplizio. Gesù mira quel legno, lo bacia, se lo stringe con compiacenza al seno; e poi sebbene già sfinito di forze, ormai esausto di sangue, e più morto che vivo, vi sottopone le spalle e in mezzo a due ladroni si avvia al Calvario. In questo stato lagrimevole Egli attraversa una parte di Gerusalemme al cospetto di quel popolo, che sei giorni prima lo aveva acclamato ed accolto come in trionfo. Quale confusione per Gesù l’essere da tutti veduto in quello stato di tanta ignominia! Quale pena al suo sensibilissimo Cuore! Ecco il grande scempio che si fece dell’onore di Gesù davanti ai tribunali di Gerusalemme! Ah che Egli fu ivi veramente il fiore del campo, flos campi, e il verme della terra, vermis et non homo, fiore e verme che da tutti sono senza alcun riguardo calpestati. Ma qui, o miei cari, sostiamo un altro istante, che è tempo, e torniamo a farci una domanda: Perché Gesù Cristo ha voluto essere cotanto vilipeso e schernito? Ah! che ciò fu massimamente per altro, che per confondere la nostra superbia e per apprenderci col più eroico esempio la santa umiltà. Quanti vi hanno, tra gli uomini, abbastanza Cristiani nel resto, che pur non sanno cedere ed umiliarsi in nulla! E credono di scusarsi col dire: Ma qui c’entra la mia stima, ci va il mio buon nome! Eh cari miei! la vera stima, il vero buon nome di un Cristiano non è altro che seguire l’umiltà di Gesù perché in tal guisa il nome esprime esattamente il fatto, e mentre sembrerà di perdere la stima presso gli uomini, si andrà acquistando sempre maggiore presso Iddio. Deh! adunque, o carissimi, risolviamoci di medicare la nostra eccessiva superbia coll’umiltà di Gesù Cristo; e se ora per essere veri Cristiani dobbiamo con lui sottostare a qualche obbrobrio, animiamoci col pensiero, che giorno verrà, in cui parteciperemo alla sua gloria.

III. – Ma se il divin Redentore nel Getsemani si sottomise massimamente ad una totale desolazione, e davanti ai tribunali di Gerusalemme ad un’infinità di obbrobri, sulla cima del Calvario volle provare gli estremi dolori. Perciocché erano bensì stati gravi tutti quelli, che già sino ad ora aveva sofferti, ma i maggiori di tutti furono i dolori della crocifissione e dell’ultima sua agonia. Era circa il mezzodì quando egli arrivava al luogo del supplizio. Ivi cadde un’ultima volta, come per prendere possesso della terra, che doveva bagnare del sangue della redenzione. Appena rialzato i Giudei gli apprestano la bevanda dei condannati. Ma, ahi ritrovato di odio infernale! Anziché dare a lui del vino forte mescolato con mirra, come solevasi cogli altri condannati, affine di farli cadere in una specie di ebbrezza e diminuire in essi il senso del dolore, gli propinano invece una bevanda composta di vino guasto e di fiele, cangiando così in una nuova pena anche questa specie di conforto. E Gesù quasi per soffrire con chi ha risentimenti tutte le pene dell’atroce martirio, gustato appena di quella bevanda, non ne volle più bere. Intanto con furiosa violenza e con immenso suo rossore viene spogliato delle proprie vesti; e qui nuovo tormento. Per la copia del sangue, per la moltitudine delle ferite le vesti si erano di nuovo attaccate al suo lacero corpo, e nello strappargliele si riaprirono un’altra volta le sue piaghe con inesprimibili dolori. – Ma è già disposta a terra la croce, e già è preparato l’altare, sopra cui ha da essere sacrificata la gran Vittima, che deve riconciliare la terra col Cielo. I carnefici comandano a Gesù di stendersi su quel legno, ed Egli ubbidiente piega le ginocchia a terra, china riverente il capo, si corica su quel duro letto di dolore e di infamia, e vi adatta il suo corpo insanguinato. Presenta poscia le mani e i piedi, e quattro manigoldi dato di piglio a grossi chiodi spuntati, con pesante martello, a furia di ripetuti colpi glieli conficcano in croce. Ed ahi! che i chiodi passano da parte a parte, facendo scorrere dalle mani a dai piedi rivi di sangue. Terminata la crocifissione si sente un grido: Leviamo in alto. Ed ecco che la croce si solleva lentamente sotto gli sforzi dei carnefici. Maria; e le pie donne stendono le braccia verso di essa come per rattenerla; ma la croce, già interamente innalzata, cade con tutto il suo peso sulla fossa scavata per riceverla. A quella scossa terribile le mani ed i piedi maggiormente si squarciano, e Gesù manda un lamentevole grido, al quale, di lontano, sul colle del tempio risponde la fanfara delle sacre trombe, che annunziano l’immolazione dell’agnello pasquale. Ma il vero Agnello, che toglie i peccati del mondo, cominciava in un mare di tormenti ad essere immolato sulla croce. Quali dolori abbia in essa sofferti, non vi ha mente umana che possa immaginarli, né lingua che valga a descriverli. Levato in alto, e sospeso a tre chiodi non ha dove poggiarsi, se non sulle squamature delle mani e dei piedi, che per il peso sempre più si dilatano. I suoi muscoli e le sue ossa si stancano ben presto di una posizione così contro natura. Il sangue continua a fluire; il cuore batte dolorosamente e la febbre, la sete, gli affanni si avvicendano per tre ore continue agli estremi insulti de’ suoi crocifissori, e colle sue parole di perdono, di pace, di conforto, di preghiera, di salute, fino a che, chinata dolcemente la testa, manda l’estremo respiro. Così adunque il divin Redentore, assoggettandosi per noi sulla croce agli estremi dolori, ci ha manifestato sino a qual punto il suo cuore Santissimo ci abbia amati. E un amore si grande, non sarà ricambiato da noi con amore? Il profeta Zaccaria parlando delle piaghe, da cui sarebbe coperto Gesù Cristo nella sua passione gli faceva dire : His plagatus sum in domo éórum, qui diligebant me: (ZAC. XIII, 6) queste piaghele ho ricevute nella casa e dalle mani di coloro, che mi dovevano amare. E noi a tutti i dolori, che Gesù ha già sofferto,vorremo aggiungere anche questo di non darci ad amarlo edi continuare a tenerlo confitto e ricoperto di piaghe sulla croce? Ah no, certamente! Gettando lo sguardo sul santoCrocifisso e leggendo ad ogni ferita, ad ogni piaga, ad ogni stilla di sangue la parola amore, risponderemo tutti e per sempre colla stessa parola.Sì, o Cuore Santissimo di Gesù, noi vi amiamo e vi vogliamo amare per tutta la vita. Noi vi amiamo e per vostro amore faremo volentieri il sacrifizio di tutti gli amori terreni.Noi vi amiamo, e per vostro amore perdoneremo volentieri a tutti i nostri nemici. Noi vi amiamo, e per vostro amore osserveremo fedelmente la vostra santa legge. Noi vi amiamo,e per vostro amore porteremo con rassegnazione la croce, che ci avete posto sulle spalle. Noi vi amiamo, e per vostro amore faremo santa la nostra anima e lavoreremo a santificare delle altre. Noi vi amiamo e per vostro amore compiremo d’ora innanzi ogni nostra opera, pronunceremo ogni nostra parola, trarremo ogni nostro respiro, daremo ogni nostro battito.Noi vi amiamo e per amor vostro vivremo e morremo,per potervi poi amare di un amore eterno. Ma voi, o Cuore Santissimo di Gesù, degnatevi di confermare quel che oggi  avete in noi operato mercé la vostra santa benedizione.

I MAGGIO: FESTA DI S. GIUSEPPE LAVORATORE

Dagli Atti del papa Pio XII

La Chiesa, madre provvidentissima di tutti, consacra massima cura nel difendere e promuovere la classe operaia, istituendo associazioni di lavoratori e sostenendole con il suo favore. Negli anni passati, inoltre, il sommo pontefice Pio XII volle che esse venissero poste sotto il validissimo patrocinio di san Giuseppe. San Giuseppe infatti, essendo padre putativo di Cristo – il quale fu pure lavoratore, anzi si tenne onorato di venir chiamato « figlio del falegname » – per i molteplici vincoli d’affetto mediante i quali era unito a Gesù, poté attingere abbondantemente quello spirito, in forza del quale il lavoro viene nobilitato ed elevato. Tutte le associazioni di lavoratori, ad imitazione di lui, devono sforzarsi perché Cristo sia sempre presente in esse, in ogni loro membro, in ogni loro famiglia, in ogni raggruppamento di operai. Precipuo fine, infatti, di queste associazioni è quello di conservare e alimentare la vita cristiana nei loro membri e di propagare più largamente il regno di Dio, soprattutto fra i componenti dello stesso ambiente di lavoro. – Lo stesso Pontefice ebbe una nuova occasione di mostrare la sollecitudine della Chiesa verso gli operai: gli fu offerta dal raduno degli operai il 1° maggio 1955, organizzato a Roma. Parlando alla folla radunata in piazza san Pietro, incoraggiò quell’associazione operaia che in questo tempo si assume il compito di difendere i lavoratori, attraverso un’adeguata formazione cristiana, dal contagio di alcune dottrine errate, che trattano argomenti sociali ed economici. Essa si impegna pure di far conoscere agli operai l’ordine prescritto da Dio, esposto ed interpretato dalla Chiesa, che riguarda i diritti e i doveri del lavoratore, affinché collaborino attivamente al bene dell’impresa, della quale devono avere la partecipazione. Prima Cristo e poi la Chiesa diffusero nel mondo quei principi operativi che servono per sempre a risolvere la questione operaia. – Pio XII, per rendere più incisivi la dignità del lavoro umano e i princìpi che la sostengono, istituì la festa di san Giuseppe artigiano, affinché fosse di esempio e di protezione a tutto il mondo del lavoro. Dal suo esempio i lavoratori devono apprendere in che modo e con quale spirito devono esercitare il loro mestiere. E così obbediranno al più antico comando di Dio, quello che ordina di sottomettere la terra, riuscendo così a ricavarne il benessere economico e i meriti per la vita eterna. Inoltre, l’oculato capofamiglia di Nazareth non mancherà nemmeno di proteggere i suoi compagni di lavoro e di rendere felici le loro famiglie. Il Papa volutamente istituì questa solennità il 1° maggio, perché questo è un giorno dedicato ai lavoratori. E si spera che un tale giorno, dedicato a san Giuseppe artigiano, da ora in poi non fomenti odio e lotte, ma, ripresentandosi ogni anno, sproni tutti ad attuare quei provvedimenti che ancora mancano alla prosperità dei cittadini; anzi, stimoli anche i governi ad amministrare ciò che è richiesto dalle giuste esigenze della vita civile. (Div. Off.)

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(A. Carmagnola: S. Giuseppe – Ragionamenti; tip. e libr. Sales. Torino, 1896)

RAGIONAMENTO XVI.

S. Giuseppe e la fiducia nella divina Provvidenza.

Se vi ha una verità che sia molto inculcata nelle sacre scritture è certamente quella che ci dice esistere la Divina Provvidenza. Nel libro dell’Ecclesiaste (V. 5) si legge: « Guardati bene dal dire dinnanzi al tuo Angelo: non vi è Provvidenza, affinché non accada che Iddio sdegnato del tuo parlare distrugga tutte le opere delle tue mani ». Nel libro della Sapienza (VI. 8) sta scritto: « Signore, tu hai fatto il piccolo ed il grande ed hai egual cura di tutti » . Salomone nel libro dei Proverbi (XVI. 23) asserisce che tutte le cose, anche quelle che si chiamano fortuite, dipendono da Dio e sono regolate dalla sua Provvidenza: « Si gettano le sorti nell’urna; ma il Signore è quegli che ne dispone » . E in cento altri passi è ripetuta questa grande verità, la quale d’altronde ci è predicata dalla stessa ragione: poiché se Iddio ha creato il mondo e gli uomini che in esso vi sono, è certo altresì che non ha abbandonato il mondo e gli uomini a sè, ma di tutto piglia amorevole cura. Eppure è questa una delle verità viemaggiormente contestata e questo grido blasfemo è quello che si va maggiormente ripetendo dagli uomini: Non vi è Provvidenza: Non est provvidentiaE qui lasciando da parte che molti mettono fuori questo grido considerando il disordine apparente che regna nel mondo per una apparente prosperità dei malvagi ed oppressione dei buoni; che molti altri lo metton fuori nell’apparente disordine che talora vi ha nelle stagioni, nei grandi avvenimenti e simili, io parlo solamente di coloro i quali sol perché non sono da Dio assecondati in tutti i loro desideri, sol perché son lasciati da Dio nello stato di infermità, sol perché Iddio non li toglie da quella condizione povera in cui si trovano e talvolta per i suoi giustissimi fini oltre al non prosperarli li lascia anche qualche poco soffrire, si levano su e più sdegnosamente di tutti gridano: No, la provvidenza non c’è: Non est provvidentia! Non c’è la provvidenza? Ebbene ci faccia vedere questa sera S. Giuseppe, quanto sia ingiusto questo grido: sì, ci faccia egli toccare conmano che la Provvidenza esiste e che la esperimentano tutti coloro che fiduciosamente, come ha fatto egli, si abbandonano in lei.

PRIMA PARTE.

La Divina Provvidenza nel grande avvenimento della fuga e della dimora in Egitto della Sacra Famiglia risplende anzitutto per la cura che si prese della medesima durante il suo viaggio. In quella medesima notte in cui S. Giuseppe ricevette dall’Angelo l’ordine di fuggire, egli colla sua Sposa e col Bambino uscì di Betlemme e die’ principio al lungo e gravosissimo viaggio. La stagione era fredda, e per maggior precauzione nel traversare la Palestina bisognava prendere le strade più abbandonate, epperò anche più incommode. Che affanno! Che pena per Maria! la quale ad ogni tronco che vede, ad ogni sterpo che tocca, ad ogni muoversi dei palmizi agitati dal vento si pensa d’essere sopraggiunta da qualche soldato di Erode. E che martirio al cuor di Giuseppe! Egli era il custode di Gesù e di Maria, il mallevadore della loro vita. Era proprio a lui, che l’Angelo aveva detto : Prendi il Bambino e la sua madre e fuggi nell’Egitto; epperò era proprio su di lui che pesava tutta la responsabilità di un tanto e sì difficile incarico. E questo  suo martirio era accresciuto ognor più dai disagi del cammino e delle sofferenze alle quali doveva andar soggetto colla sua sposa. Quanti giorni avran dovuto camminare tra vortici di sabbia, senza poter trovare una sorgente di acqua per bagnare le loro labbra! Quante volte avranno dovuto aprirsi il cammino in mezzo a cespugli intricati: quante volte trovarsi sull’orlo di scogli dirupati con grave pericolo della vita! Quante notti poi avranno dovuto posare le loro stanchissime membra sul nudo terreno! Con tutto ciò S. Giuseppe memore dell’avvertimento del reale salmìsta: Iacta super Dominum curam tuam: Getta nel seno del Signore la tua ansietà (Salm. LIV, 22), si abbandonava interamente alla Divina Provvidenza, in lei metteva ogni sua fiducia, persuaso e certo che la Divina Provvidenza durante tutto quel lungo e difficile cammino non avrebbe mai lasciato di proteggerli e specialmente Maria SS. e il Bambinello Gesù. E colui il quale riposa del tutto sulla divina Provvidenza, vive certamente all’ombra della sua protezione: Qui habitat in adiutorio Altissimi, in protectione Dei cœli commorabitur(Salm. XC. 1). Il Signore agli Ebrei che camminavano nel deserto alla conquista della terra promessa mandò una nube che di giorno li riparava dagli ardori del sole e di notte fattasi tutta luminosa li rischiarava nel viaggio; al santo Profeta Elia, che fuggiva l’ira di Gezabele, mandò un Angelo; a confortarlo nel deserto e a dargli pane ed acqua che lo resero atto a camminare per quaranta dì e quaranta notti fino al monte santo dì Dìo, Oreb; al giovane Tobia mandò un arcangelo per compagno nel viaggio di Eages, ed ai Santi Magi una stella miracolosa, perché li guidasse a Betlemme; infine il Signore medesimo promise di guidare ne’ suoi passi il giusto, che in Lui si affida, per mezzo degli Angeli e pigliarsi cura del suo viaggio, perché nulla gli accada di sinistro: Angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis; in manibus portabunt te, ne forte offendas ad lapidem pedem tuum(Salm. XC). Or è egli possibile che il Signore anche in questoviaggio della Sacra Famiglia non abbia fatto meravigliosamente risplendere la sua divina Provvidenza? Oh sì, senza alcun dubbio. Epperò possiamo ben ritenere quel che pensano molti Santi, che cioè durante quel viaggio gli Angeli si fecero guide visibili della Sacra Famiglia e loro difesa in mezzo ad ogni pericolo. E la vista degli Angeli doveva certamente per S. Giuseppe tornare di grandissimo conforto; benché alla fin fine il massimo conforto gli proveniva dall’avere insieme con sé quel Gesù, il quale sebben Bambino e sofferente nella sua umanità era tuttavia il Dio forte e potente. Molte sono le meraviglie che pii scrittori raccontano essere avvenute durante quel viaggio, ma lasciandole tutte da parte, perché non abbastanza provate, mi contento di accennarne una nella quale, oltre alla maggior certezza che di essa si ha per essere ammessa dagli scrittori più dotti, risplende altresì in modo particolare la divina Provvidenza. Entrando adunque la Sacra Famiglia in una folta selva, d’un tratto una frotta di uomini armati si presentò ad intercettare loro il cammino. Era una banda di ladroni, i quali solevano assalire i viandanti, e la cui fama spaventevole si estendeva molto lontano. Pensate, come a quell’incontro gelasse il sangue a Maria ed a Giuseppe. Ogni resistenza era inutile: non restava altro che sollevare gli occhi al cielo e confidare nella divina Provvidenza. Ma ecco che il capo di quei ladroni, fattosi innanzi per vedere con chi aveva a trattare, alla vista di Giuseppe sì semplice, senz’armi, dimessamente vestito in compagnia di una giovine sposa dalla quale traspariva una bellezza di paradiso, con un Bambinello che non gli pareva del mondo, si sentì commosso nel fondo del cuore; e preso di riverenza per quella famiglia che riconosceva al tutto sovrumana, ben lungi dal far loro alcun male, stese la mano a Giuseppe, ed a lui ed alla sua sposa offerse ospitalità e riposo nella sua medesima tenda. Quindi provvedutili di cibo e bevanda, nel rilasciarli volle egli stesso accompagnarli e guidarli per buon tratto di cammino. Or bene quel capo dei ladroni si chiamava Disma; e la tradizione ci dice, che trent’anni dopo fu preso dai soldati e condannato ad essere crocifisso. Fu messo in croce sul Calvario al fianco di Gesù; ed ivi veggendo le meraviglie che avvenivano durante l’agonia del Redentore, pentito sinceramente de’ suoi enormi peccati, confessò Gesù Cristo per vero Dio, lo pregò di volersi ricordare di lui, e Gesù perdonandolo gli disse: Oggi sarai meco in Paradiso. Oh quanto è ammirabile la divina Provvidenza! E quanto grande ricompensa diede il Signore ad un ladrone per un piccolo atto di carità usato verso di Gesù, di Maria e di Giuseppe. – Ma è tempo che ci rechiamo col pensiero in Egitto, dove dobbiamo immaginare essere arrivati al fine i nostri santi viaggiatori. Io non istò a questionare intorno al luogo dove si fermò ad abitare la Sacra Famiglia: dirò solo che la più probabile opinione si è che siasi fermata in un villaggio per nome Matarie presso di una città assai importante per nome Eliopoli: di fatti a Matarie si mostrano ancora presentemente ai pellegrini cristiani molte memorie della dimora che vi fecero Gesù, Maria e Giuseppe. Ma lasciando, dico, ogni cosa a tale riguardo, vengo senz’altro a parlare del modo cori cui anche qui risplendette la divina Provvidenza per la Sacra Famiglia. Certamente da principio per S. Giuseppe e per Maria la vita là dovette essere dura. Essi si trovavano là senza aver conoscenza alcuna, tra gente per nulla ospitale, che parlava una lingua diversa dalla loro, senza sapere a chi rivolgersi per aiuto. Inoltre il disagio della povertà doveva loro farsi sentire ogni giorno più, poiché se è vero che dai Santi Magi avevano ricevuto dell’oro, a quel tempo e nei bisogni della vita e nel fare altrui carità l’avevano già tutto impiegato. Ma che perciò? – Un giorno il Divin Redentore predicando alle turbe in quel celebre discorso, che fu detto della montagna, diceva loro: « Non prendetevi affanno su di quello onde alimentare la vostra vita, né di quello onde vestire il vostro corpo. Gettate lo sguardo sopra degli uccelli dell’aria, i quali non seminano e non mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce. Non siete voi assai più di essi? E perché vi prendete pena pel vestito? Considerate come crescono i gigli nel campo: essi non lavorano e non filano. Eppure Io vi dico, che neppur Salomone con tutta la sua splendidezza fu mai vestito come uno di questi. Se adunque in tal modo Iddio riveste un’erba del campo, che oggi è e domani è gettata nel forno, non vestirà molto più voi, o uomini di poca fede? Non vogliate adunque andarvi dicendo: Che cosa mangeremo e che cosa berremo? con che cosa ci vestiremo? Che tutte queste cose, di cui avete bisogno, sa benissimo il vostro Padre. Cercate adunque in primo luogo il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date per giunta ». (Matt. VI). Or bene, quantunque S. Giuseppe non avesse ancora intesi questi grandi insegnamenti dal labbro benedetto di Gesù, per la sua santità li aveva tuttavia già tutti scolpiti nel fondo del cuore e li metteva perfettamente in pratica. Epperò sebbene nei primi giorni della sua dimora in Egitto si trovasse in grandi angustie, non tanto per sé, quanto per la sua sposa e per Gesù, confidato in Dio che non l’avrebbe costretto a limosinare il pane, cominciò a recarsi di porta in porta a cercare lavoro, e sebbene gli toccassero molti rifiuti e fors’anche umilianti disprezzi, riuscito tuttavia a trovarne qualche poco, riprese i suoi fabbrili strumenti ed animosamente si diede alla fatica. E Maria a sua volta, valente siccome era nei lavori dell’ago e del ricamo, ancor ella ne fece ricerca ed avendone trovato, mentre non desisteva dalle cure necessarie al Bambinello Gesù, lavorava assiduamente ancor essa, occupando talvolta persino qualche parte della notte. E così con quei lavori, che certamente per la maestria singolare con cui erano fatti sia da Giuseppe, che da Maria, venivano ogni giorno più accrescendosi, ricavavano degli onesti guadagni, sufficienti a provvedersi quanto loro occorreva e pel vitto e pel vestito, e per tal modo toccavano con mano che la divina Provvidenza non lascia mai in abbandono chi in essa si confida. Che bell’esempio e che grande ammaestramento è questo per noi! Per noi, che tanto facilmente ci lamentiamo della divina Provvidenza da arrivare talvolta sino al punto di pensare che il Signore non si ricordi di noi! Ah miei cari, che insensatezza è mai la nostra in queste parole! Iddio è padre, amorosissimo padre. E come possiamo noi credere che Egli non pensi ad aiutarci nei nostri bisogni, a soccorrerci nelle nostre necessità? Un padre che ami davvero i suoi figli che cosa non è disposto a fare per non lasciar loro mancare il necessario? Si racconta che un padre, non avendo più nulla da dare ai suoi tigli, che pativano lafame, si aperse con una lama ilpetto e poi invitò i suoi figli a cibarsi del sangue che ne spicciava fuori. Ciò è per nulla incredibile quando si rifletta attentamente la forza che ha l’amore per i suoi figli nel cuore di un padre. Ora se un padre terreno farebbe tanto per i figli suoi, Iddio, Padre nostro celeste, il quale è onnipotente, tralascerà Egli di disporre le cose in modo che non abbiamo mai a mancare di ciò che strettamente ci abbisogna? Che se la sacra Scrittura attribuisce occhi a questo Dio di bontà egli è per significare che vigila del continuo sopra di noi; se gli attribuisce orecchi è per significare che ascolta sempre i nostri gemiti e le nostre preghiere, e se gli attribuisce mani è per significare che le distende misericordiosamente verso di noi per sollevarci dalle nostre miserie, dalle nostre infermità, dai bisogni nostri. No, no, Iddio non ci dimentica: « Vi porterò nelle mie braccia, dice Egli per mezzo di Isaia; vi stringerò al mio seno, vi accarezzerò sulle mie ginocchia, come una madre accarezza il suo figlio. può ella dimenticare il suo Bambino? No certamente. Ma pure se una madre arrivasse io non mi dimenticherò mai di voi ». – Oh, se fossimo ben convinti di queste verità, quanto saremmo più tranquilli e più felici. Persuasi che Dio ci ama, si ricorda di noi, pensaal nostro bene, noi riconosceremmo in ogni caso della nostra vita la sua mano benedetta; anche in mezzo alle tribolazioni crederemmo con viva fede che Iddio dispone tutto per il vero nostro bene, e che quando Egli lo creda perciò opportuno ha mille mezzi per trarcene fuori. Epperò che calma! che placidezza di spirito sarebbe mai sempre la nostra! L’anima che, ad esempio di S. Giuseppe si affida interamente nella divina Provvidenza, al pari di Lui riposa e s’addormenta soavemente tra le sue braccia, come un bambino nelle braccia di sua madre; ella prende per divisa le parole di Davide: In pace in idipsum dormiam et requiescam(Salm. IV, 9). Io riposo tranquillamente in pace, perché tutta la mia speranza è riposta nella divina provvidenza. Il Signore mi conduce e perciò niente mi mancherà (Sal. XXII); guidato dalla sua mano ed all’ombra della sua protezione io trionferò di tutti i miei nemici e non avrò timore di alcun male. La misericordia del Signore mi accompagnerà in tutti i giorni della mia vita, affinché io abiti nella casa di Lui per tutta l’eternità. Oh! facciamo di imitare San Giuseppe nella confidenza i n Dio e riconosceremo a tutta prova che anche per noi risplende la divina Provvidenza.

SECONDA PARTE

Sì, esiste la Divina Provvidenza, ma è certo che alle volte lascia di manifestarsi, massime con quelli che ne sono indegni e non si fanno ad implorarne l’aiuto. Se si vuole poter sentire la Divina Provvidenza, bisogna anzi tutto a somiglianza di S. Giuseppe rendersene degni colla santità della vita. – Vi sono taluni i quali vivono malamente, commettono sempre gravi peccati, non vanno quasi mai in chiesa, non aprono mai la bocca per dire un po’ di preghiera, se nominano il santo Nome di Dio e di Gesù Cristo non è che per bestemmiarlo, insomma non si danno mai pensiero di Dio e vivono come se Iddio non fosse, e poi quando Iddio fa loro sentire che c’è, mandando ai medesimi qualche privazione o disgrazia, allora vengono fuori a gridare: E come ci può essere la Provvidenza, se noi siamo così sventurati? Oh deliranti! E costoro che non pensano punto a Dio pretendono poi così superbamente che Iddio si prenda la più amorosa cura di loro e li preservi da ogni male? Ei conoscano anzi tutto la loro mala vita, se ne pentano sinceramente, ne chiamino a Dio perdono, si mettano con impegno a ripararla, ed allora potranno non dico pretendere, ma sperare che il Signore li tratti con maggior bontà. Ma fino a tanto che essi rimangono nella loro mala vita, lamentandosi della Divina Provvidenza, non fanno altro che aggiungere peccato a peccato e rendersi sempre più indegni degli aiuti del Signore. Ma oltreché allo studiare di rendersi degni della Divina Provvidenza, conviene altresì implorarla incessantemente da Dio, e specialmente in quelle circostanze della vita in cui se ne ha maggior bisogno. Egli è certo che S. Giuseppe in tutte le diverse necessità in cui venne a trovarsi non tralasciò mai di levare gli occhi al Cielo per pregarlo a mandargli il suo aiuto. E così dobbiamo far noi, pregare e pregare con fervore. Venire soprattutto come Giuseppe in compagnia di Gesù, di Maria, qui davanti ai loro altari e disfogar loro tutto il nostro cuore, manifestar loro tutti i nostri bisogni, fare lo stesso con San Giuseppe, ed allora quel Dio il quale ha detto: domandate e riceverete: cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto, potrà essere che non esaudisca le nostre preghiere e non ci tolga dall’infermità, dalla miseria, dalla privazione in cui ci troviamo? « Oh! chi chiede, riceve, chi cerca, trova, e a chi picchia, sarà aperto. Quando un figliuolo domanda al padre del pane, il padre gli darà forse un sasso? E se un pesce, gli darà forse invece del pesce una serpe? E se chiederà un uovo, gli darà uno scorpione? Se adunque voi, che siete cattivi, diceva Gesù Cristo stesso, sapete del bene dato a voi far parte ai vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo spirito buono a coloro che glielo domandano (Luc. XI, 9 – 13) ». – Che se ad ogni modo, non ostante le nostre preghiere, il Signore sembrasse fare il sordo, e non farci sentire la sua Divina provvidenza in quel modo che piacerebbe a noi, ravviviamo la nostra fede e riconosciamo che in ciò appunto, nel lasciarci inesauditi, usa il Signore verso di noi la sua provvidenza, essendoché il non esaudirci nei nostri desideri sarà cosa sommamente utile alla salvezza dell’anima nostra. Ed allora più che mai richiamiamo alla mente la sentenza del Vangelo: Cercate innanzi tutto il regno di Dio e la sua giustizia, ed il resto vi sarà dato per giunta: quærite primum regnum Dei et iustitiam eius, et hæc omnia adiicientur vobis(Matt. IV, 33).

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