SALMI BIBLICI: “DEUS IN ADJUTORIUM MEUM INTENDE” (LXIX)

SALMO 69: “DEUS IN ADJUTORIUM, meum intende”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 69

In finem. Psalmus David in rememorationem, quod salvum fecerit eum Dominus.

[1] Deus, in adjutorium meum intende;

Domine, ad adjuvandum me festina.

[2] Confundantur, et revereantur, qui quærunt animam meam.

[3] Avertantur retrorsum, et erubescant, qui volunt mihi mala; avertantur statim erubescentes qui dicunt mihi: Euge, euge!

[4] Exsultent et lætentur in te omnes qui quærunt te; et dicant semper: Magnificetur Dominus, qui diligunt salutare tuum.

[5] Ego vero egenus et pauper sum; Deus, adjuva me. Adjutor meus et liberator meus es tu; Domine, ne moreris.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXIX

Orazione di Cristo, che dalla croce prega per la sollecita risurrezione del proprio corpo, e per la salute dei fedeli, suo corpo mistico. L’argomento di questo Salmo è identico a quello del Salmo XXXIX, del quale si ripetono qui gli ultimi sei versetti.

Per la fine: salmo di David in memoria della liberazione ottenuta dal Signore.

1. Muòviti, o Dio, in mio soccorso; Signor affrettati a darmi aita.

2. Sieno confusi e svergognali coloro che cercano l’anima mia;

3. Sieno posti in fuga e svergognati coloro che si pascono dei miei mali; sien volti in fuga subitamente e svergognati coloro che a me dicono: Bene sta, bene sta.

4. Esultino in te, e si rallegrino tutti coloro i quali te cercano; e coloro, che amano la salute che vien da te, dican mai sempre: Glorificato sia il Signore.

5. Io però son povero e mendico; aiutami o Dio.

6. Tu se’ mio aiuto e mio liberatore; Signore, non tardar più.

Sommario analitico

In questo salmo, che è quasi identico alla fine del salmo XXXIX, Davide, figura di Gesù-Cristo, si vede circondato da nemici.

I. – Implora il soccorso di Dio e Lo supplica di venire in suo aiuto:

1° Con questa attenzione vigilante che esigono i pericoli ai quali è esposto; 2° Con tutta la celerità  e la prontezza del suo amore per lui (1).

II. – Egli espone a Dio le ragioni che motivano ed appoggiano la sua preghiera

1° I suoi nemici che a) cercano di togliergli la vita (2), b) nutrono nei loro cuori i disegni più ostili, c) si beffano di lui e lo mettono in derisione (3);

2° I giusti che a) si rallegreranno vedendo le sue vittorie, b) e loderanno Dio per la sua liberazione (4);

3° egli stesso, la sua povertà e la sua miseria;

4° Dio, che è suo aiuto, suo sostegno e suo liberatore (5).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 4.

ff. 1. – Si domandi il soccorso di Dio, perché ci è necessario. – Lo si chieda incessantemente, perché ne abbiamo incessantemente bisogno. – Lo si domandi con grande istanza, poiché si tratta di tutto per noi. – Si preghi Dio affinché si degni di soccorrerci, perché il bisogno è pressante in quanto i nostri nemici si propongono di attaccarci. (Dug.). – Con questo versetto iniziamo ogni ora dell’Ufficio ecclesiastico: 1° noi facciamo così una professione solenne dell’impotenza in cui ci troviamo nel lodare il Signore come si deve senza la grazia ed il soccorso di Dio; 2° noi dichiariamo con questo che il soccorso del cielo ci è necessario in ogni ora del giorno e per ciascuna delle nostre azioni. Riconosciamo così che Dio è l’Autore, il principio, il mezzo ed il fine di ogni bene. Dio – dice San Bernardo – ama essendo carità; Egli conosce come scienza; Egli siede come la sovrana equità; Egli domina come maestà suprema; Egli ci governa come nostro principe, ci protegge come nostra salvezza, non cessa di operare come potenza illimitata, si rivela a noi come verità, ci assiste e ci aiuta come forza (S. Bern., De Consid. Lib. V, c. 1). 

II. — 2-5.

ff. 4. – Ci sono due generi di persecutori, quelli che accusano e quelli che lusingano: una lingua adulatrice è più dannosa che una mano assassina, ecco perché la Scrittura la chiama una fornace ardente. È manifesto essenzialmente che la Scrittura, parlando delle persecuzioni ha detto dei martiri messi a morte: « Dio li ha provati nella fornace come l’oro, e li ha resi come vittime offerte in olocausto » (Sap. III, 6). D’altra parte, notate – secondo un altro passaggio – che la lingua degli adulatori produce gli stessi effetti: « l’argento e l’oro sono provati dal fuoco, e l’uomo è provato dalla bocca di coloro che lo lodano » (Prov. XXVII, 21). La persecuzione è un fuoco, l’adulazione è un fuoco; bisogna che usciate sani e salvi dall’uno e dall’altra (S. Agost.).

ff. 5. – « Che il Signore sia glorificato sempre »; non solo che « il Signore sia glorificato », ma « che sia sempre glorificato ». Voi siete persi, siete lontano da Lui, Egli vi ha chiamato: « … che il Signore sia glorificato ». Egli vi ha ispirato di confessare i vostri peccati, voi li avete confessati, Egli vi ha perdonato: « … che il Signore sia glorificato ». Ma ora voi cominciate a vivere nella giustizia, e vi sembra giusto di glorificarvi a vostra volta. In effetti, quando eravate persi, ed il Signore vi chiamava, voi dovevate glorificarlo; quando avete confessato i vostri peccati ed il Signore ve li ha rimessi, voi dovete glorificarlo; ma ora che, avendo ascoltato la sua parola, voi cominciate ad avanzare, ora che siete giustificati, ora che siete giunti ad un certo grado di eccellenza nella virtù, ed è conveniente senza dubbio che siate anche voi glorificati. No, essi dicono: « che il Signore sia sempre glorificato ». Voi siete peccatori, … che sia glorificato nel chiamarvi; voi confessate i vostri peccati, … che sia glorificato nel perdonarvi; voi vivete secondo giustizia, … sia glorificato nel dirigervi, voi perseverate fino alla fine, … che sia glorificato nel coronarvi. « Che il Signore dunque, sia sempre glorificato ».  Che i giusti lo dicano. Chiunque non lo dice non cerca il Signore. Si: « che il Signore sia glorificato! Che tutti coloro che Lo cercano siano portati da allegria e gioiscano, e coloro che amano la salvezza che viene da Lui dicano: « che il Signore sia glorificato sempre » (Ibid.). in effetti la loro salvezza viene da Lui e non da se stessi. La salvezza inviata dal Signore nostro Dio, è il Salvatore, il Signore Nostro Gesù-Cristo. Ogni uomo che ama il Salvatore confessa di essere stato guarito; ma ogni uomo che si dichiara guarito, dichiara di essere stato malato. « Coloro che amano la salvezza, vengano da Voi, o mio Dio, dicano dunque: che il Signore sia glorificato sempre ». Quale salvezza dunque? Quella che Voi date, e non la loro salvezza, come se salvassero se stessi, né la salvezza che verrebbe da un uomo, come se un uomo potesse salvarli (S. Agost.).

ff. 6. – « Che il Signore sia dunque glorificato », ma voi non lo sarete mai? Non lo sarete in alcuna parte? In Lui io sono qualcosa; in me io non sono nulla; ma se io sono qualcosa in Lui è Lui che è qualcosa e non io. Cosa siete dunque? « … Io sono povero ed indigente ». È Lui che è ricco, è Lui che ha tutto in abbondanza, è Lui che non ha bisogno di niente (S. Agost.). – Quale povertà più grande e più santa che la povertà di colui che, riconoscendo di non avere alcuna forza, alcuna risorsa, è obbligato ad implorare tutti i giorni i soccorsi di una liberalità straniera, e che, comprendendo che la sua vita, la sua esistenza, dipende in ogni istante dal soccorso divino, confessa altamente ed a giusto titolo che egli è il povero di Dio, e grida umilmente ogni giorno con il Re-Profeta; « Io sono povero ed indigente, mio Dio, venite in mio soccorso »? (CASS. Coll. X, c. 11).

SACRO CUORE DI GESÙ (25): “Il Sacro Cuore di GESÙ e gli effetti dell’Eucaristia”

[A. Carmagnola: IL SACRO CUORE DI GESÙ. TORINO, S. E. I. – 1920]

DISCORSO XXV

IL SACRO CUORE DI GESÙ E GLI EFFETTI DELL’EUCARISTIA

Gesù Cristo, o miei cari, nel suo amore infinito per noi colla SS. Eucarestia non solo ha perpetuato quaggiù la sua reale presenza, ma ci ha ancora somministrato un cibo divino, confaciente alla vita divina che vi è in noi. E questo cibo è Lui stesso, vivo e reale quale è in cielo. Senza dubbio nel leggere la vita di certi Santi noi ci sentiamo presi come da una santa invidia riconoscendo la singolar fortuna che essi ebbero durante la loro vita di vedere talvòlta e vagheggiare tra le loro braccia il Bambino Gesù. Ma ravviviamo la fede, esclama il grande Gersone, ed essa nell’Eucarestia ci mostrerà una fortuna assai maggiore. Perciocché per mezzo dell’Eucarestia, sempre che ci piace, noi possiamo anche ogni giorno ricevere, stringere, possedere nel nostro cuore Gesù, immedesimarci con lui, vivere della sua vita. Ed in vero, qual è l’unione che Gesù Cristo fa con noi in questo Sacramento? Essa è più intima, che non sia l’unione di due gocce d’acqua, fatte cadere l’una sopra dell’altra, più intima che non sia l’unione di due stille di cera fusa colate l’una sopra dell’altra, più intima che non sia l’unione di due liquori versati dentro un medesimo vaso. Questa unione è così intima, così stretta, così perfetta, che possiamo paragonarla a quella che avviene tra noi e il cibo che prendiamo, il quale, anche senza che noi ce n’avvediamo, tramuta nella nostra carne, nel nostro sangue, nelle nostre ossa, con questo divario immensamente per noi vantaggioso che nella Santa Comunione, valendo la legge che nel concorso di due sostanze la più attiva trasforma in sé quella che lo è meno, non siamo noi che trasformiamo il pane vivo di G. Cristo nel nostro essere, ma è lo stesso Gesù Cristo che ci trasforma in Lui. Cibus sum grandium, diceva Gesù dal tabernacolo a S. Agostino, cresce et manducabis me: Io sono il cibo delle anime grandi, cresci e potrai mangiarmi: Nec tu mutabis me in te, sicut cibum carnis tuæ, sed tic mutaberis in me: ma tu non cangerai me in te, come il nutrimento della tua carne, tu bensì sarai cangiato in me. Non già, o miei cari, che la Carne di Gesù Cristo si identifichi con la nostra carne ed il suo Sangue si mescoli col sangue nostro. No, la Carne e il Sangue di Gesù Cristo entrando nel nostro petto non fanno altro fisicamente che posarsi per breve tempo sul nostro cuore. Ma benché questa unione fisica non duri che pochi istanti, perché le specie sacramentali, dalle cui sorti essa dipende, scompaiono ben presto nel cieco lavoro dei nostri organi, tuttavia l’unione morale è così stretta e così intima, che Gesù Cristo impossessandosi per amore della nostra vita, del nostro cuore, di tutto il nostro essere, ciascuno di noi può esclamare con l’Apostolo: sembra che sia ancor io che viva, ma no, non son più io, è Gesù Cristo che vive in me: Vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus. (Galat.,II, 20) Quale unione adunque è questa mai! È propriamente l’unione indicata nel libro dei Cantici, in quella espressione così bella e così forte della sacra sposa: Dilectus meus mihi et ego illi: (Gant. II, 16) il mio diletto appartiene a me, ed io appartengo a lui; il mio Cuore è suo, ed il cuor suo è mio: Cor Iesu meum est. (S. Bern.) Ora, tale essendo l’unione che Gesù Cristo fa con noi per mezzo della SS. Eucarestia, potrà essere che non operi in noi degli effetti corrispondenti? Ciò è impossibile. L’alimento divino, il fuoco divino, la vita divina sono “dinami” divine, che producono le più grandi meraviglie. E sono appunto oneste grandi meraviglie, questi portentosi effetti dell’Eucarestia, che io vi invito oggi a considerare perché comprendiate sempre più quanto sia stato grande l’amore del Cuore di Gesù nel trarre fuori dalla sua ferita il Sacramento dell’Eucarestia.

I. — Miei cari, ciò che vale ad operare la nostra santificazione è la grazia di Dio. E per mezzo dell’Eucarestia, nella Santa Comunione noi ne siamo riempiuti. O sacrum Convivium – canta la Chiesa – in quo Christus sumitur… mens impletur gratia! Ma qual è propriamente la grazia di questo Sacramento? Quali sono gli effetti che esso produce in coloro che lo ricevono? Risponde S. Tommaso: Ogni effetto che l’alimento materiale produce nella nostra vita corporale, lo produce l’Eucarestia nella vita spirituale, vale a dire ripara, sostiene, aumenta e diletta. Ed anzitutto ripara. Come il nostro corpo va soggetto aperdite per le forze deleterie, che agiscono in lui, così l’anima nostra. Il peccato opera in essa delle alterazioni analoghe a quelle che le malattie producono nel nostro corpo: e sebbene se ne sia guariti per mezzo di una santa confessione, rimangono tuttavia le sue conseguenze, una debolezza, una prostrazione di forze, una facilità a ricadervi come chi si trova nello stato di convalescenza. Or bene non è certo ufficio proprio della Eucarestia di restituirci la vita perduta per il peccato, anzi in colui, che osasse cibarsene in istato di peccato, renderebbe sempre più profondo il sonno della morte, perché il peccatore, mangiando la carne di Gesù Cristo, mangia il suo giudizio e la sua condanna; ma se il peccatore si è purificato nel lavacro della Penitenza e si accosterà alla mensa eucaristica, questo pane divino, venendo in lui, riparerà le perdite di grazia e di forza spirituale a cui fu assoggettato per il peccato, lo rinforzerà e gli renderà sempre più remoto il pericolo di ricadere nella colpa grave. Ma non è la colpa grave soltanto, che cagioni in noi delle perdite; anche le colpe veniali, che con tanta facilità commettiamo ogni giorno e più volte al giorno, sebbene non distruggano in noi la divina carità, ne scemano tuttavia l’ardore e ci dispongono a poco a poco alla colpa grave. Ebbene l’Eucarestia compie anche qui la sua opera di riparazione. Questo pane, afferma S. Ambrogio, è il rimedio alle quotidiane infermità. Iste panis quotidianus sumitur in remedium quotidianæ infirmitatis.Ma con ciò rimangono pur sempre presso di noi e con noi medesimi i nemici dell’anima, che sempre ci assaltano pertogliercene la vita. Il demonio nostro implacabile nemico sempre si aggira d’intorno a noi, cercando di divorarci. Il mondo con le sue vanità, con le sue massime e persino con le sue minacce porge, ahi! troppo valido aiuto all’opera di satana. E sventura vuole che a questi nemici esterni si aggiungano dei nemici interni, vale dire le nostre passioni, che a guisa di furie si scagliano continuamente contro di noi per cooperare con satana e col mondo a far la nostra rovina. Ora, contro queste tre sorta di nemici, sempre congiurati ai nostri danni, dove troveremo noi la forza per resistere e vincere? Nella Santissima Eucaristia. La carne ed il sangue di Gesù Cristo – dice S. Giov. Crisostomo – mette in fuga ed allontana da noi il demonio, poiché al solo vedere nelle anime nostre Colui, che atterrò il suo impero, si sente ripieno di sgomento. Oh! la Comunione ci tramuta in leoni spiranti fiamme d’un coraggio divino, sicché non è più il demonio che sia terribile a noi, ma noi siamo terribili al demonio. La SS. Eucaristia ci sostiene nella lotta contro il mondo.Venga pure contro di noi con le sue vanità, con le fragili bellezze delle creature, con le lusinghe dei suoi amori caduchi! Se l’Eucaristia ciba di spesso le anime nostre, il nostro cuore non pena e non tarda a dissipare le illusioni, e a togliere anzi argomento da questi assalti mondani a stringersi sempre più fortemente al suo unico vero bene. Venga pure il mondo contro di noi con le sue massime e con le suo derisioni, ma dall’Eucaristia scenderà nell’anima nostra tale una forza che ci farà respingere sdegnosamente quelle sue perversi massime e ci indurrà benanche a sfidare il mondo tutto, se con le sue dicerie varrà a distoglierci dall’operare il bene. Venga infine contro di noi con le stesse minacce e con le persecuzioni e con le violenze. Temeremo perciò? Non appena si cominciò a predicare e spargere per il mondo la nostra santa Religione, i potenti della terra si scagliarono tosto contro di lei per farla perire. E per il corso di tre secoli sparsero rivi di sangue. Il Cristiano scoperto nella professione della sua fede veniva tratto davanti ad un preside, che così l’interrogava: Chi sei tu? — Sono Cristiano.— Qual è il tuo nome? — È quello di Cristiano. — Qual èil Dioche adori? — Gesù Cristo, morto sulla croce per la salvezza degli uomini. — L’imperatore ti comanda di adorare gli dèidella Patria. — Ma io non adoro che Gesù Cristo. — Folle, se non ubbidisci ti farò morire. — Sia pure: potenza della terra,tu potrai bene qualche cosa sopra questo mio corpo di terra, ma nulla potrai sopra dell’anima mia, la quale libera dagl’inciampi di questa creta se ne volerà diritta in seno al suo Dio. — E il Cristiano veniva condannato a morire. Talora lo si decapitava senz’altro, ma il più delle volte era fatto passare prima fra i più atroci tormenti. Taluni erano distesi e legati sopra di un cavalletto ed ivi battuti con verghe di ferro fino a che le carni saltassero loro via; a tanti altri così distesi le carni si strappavano a brani a brani con tenaglie infuocate; a tali altri si apriva il ventre e se ne estraevano a poco a poco le viscere che si andavano avvolgendo attorno ad una ruota. Tali altri erano gettati in caldaie di olio, di pece bollente, o di piombo fuso. Tali altri racchiusi dentro un toro arroventato; tali altri distesi sopra graticole infuocate; tali altri rivestiti di pelle di animali erano gettati nella campagna in pasto ai cani; tali altri venivano lanciati nel circo ad essere divorati dalle belve feroci; tali altri caricati sopra una nave senza cibo di sorta erano spinti in alto mare a morire di fame; tali altri altrimenti ancora erano fatti perire. Ma pure in mezzo a patimenti così atroci imprecavano forse ai loro persecutori, o per lo meno si lamentavano delle loro pene? Ah! tutt’altro: essi erano lieti e sorridenti sino all’ultimo istante, e talora trovavano persino la forza di scherzare coi loro persecutori; come un S. Lorenzo, che disteso sopra una graticola infuocata ad un certo punto si volge al tiranno e gli dice: « Da questa parte sono già arrostito abbastanza; di grazia, fammi voltare dall’altra. E poi di lì a non molto: Ora sono un arrosto bell’e fatto: se vuoi cibarti di me, lo puoi fare. »Ebbene, o miei cari, donde mai i martiri, talora vecchi cadenti, tal altra deboli donzelle, tal altra teneri fanciulli, traevano tanta forza, tanto coraggio? Ah! miei cari, anche presentemente si possono visitare in Roma, e in altre città, le catacombe, o luoghi sotterranei, dove essi di nottempo si recavano per assistere ai santi misteri. Ivi sulle tombe dei martiri, divertite in are sacrosante, un Sacerdote, un Vescovo, un Pontefice, celebrava il santo Sacrificio della Messa. Ed arrivato il momento solenne della Comunione, all’invito che ne ricevevano, avreste veduto quei Cristiani sfilare a due a due, andarsi ad inginocchiare davanti al ministro di Dio e ricevere devotamente il pane dei forti. Qualche volta ne avreste veduto altresì qualcuno, che dopo d’aver ricevuto la comunione stendeva ancora dinnanzi al sacerdote un candido lino. Era undirgli: « Padre santo, a casa vi sono degli Infermi, dei vecchi che qui non han potuto venire; in fondo alle prigioni stanno stivati i nostri fratelli nella fede, e tutti costoro bramano ancor essi di ricevere questo Pane: deh! datelo qui a noi che noi lo porteremo anche a loro, per renderli contenti, per farli felici. » E perciò appunto si costumava allora di lasciare che i Cristiani portassero alle loro case l’Eucaristia, perché potendo da un momento all’altro essere catturati e condotti al martirio avessero in pronto questo cibo di fortezza, giacché, come nota S. Cipriano, nessuno era riputato abile al martirio, se prima non era stato armato dalla Chiesa di questo Pane dei forti. Ecco, o miei cari, donde i primitivi Cristiani traevano l’eroico coraggio per vincere i più aspri tormenti e confessare col loro sangue la fede di Gesù Cristo. E d ecco dondelo trarremo anche noi per combattere vittoriosamente il mondo, le sue lusinghe, le sue insidie, i suoi scherni, le sue battaglie, le sue persecuzioni. O giovani, che mi ascoltate, è a voi che in questo istante rivolgo massimamente la parola, perché siete voi i più combattuti dal mondo. Ricordatevi bene, che è nella Comunione soprattutto che sta riposto il gran mezzo e il gran segreto della vittoria. Se voi vi ciberete sovente e bene di questo Pane Eucaristico, mentre il mondo con lo scherno tenterà di commuovervi, di abbattervi, di calpestarvi, voi con la forza meravigliosa, che vi verrà da questo Pane, sarete voi che commoverete, abbatterete, calpesterete il mondo. Fu un giovane della vostra età che nella forza di questo Pane, ottenne sopra il mondo una delle più splendide vittorie. Tarcisio, con l’Eucaristia serrata al cuore, piuttosto che cedere agli eccitamenti dei compagni, che lo invitavano al gioco, alla brutalità dei pagani che volevano scrutare i sacri misteri, si lasciò togliere la vita. Ma perdendo la vita del tempo egli guadagnò quella dell’eternità. Deh! o giovani, che la progenie dei Tarcisii tra di voi rifiorisca. Ma oltrochè da questi nemici esterni, siamo noi travagliati dalle nostre prepotenti passioni, dal nostro orgoglio, dalla nostra cupidigia, dalla nostra carne? S. Cirillo Alessandrino c’insegna che stando Gesù Cristo dentro di noi per la S. Comunione, raffrena il loro ardore corroborando contro di esse la nostra pietà. E come non fiaccare la nostra superbia davanti ai prodigiosi abbassamenti di Gesù nella SS. Eucaristia? Come non distaccare il cuore dai beni terreni nel possesso del vero ed unico bene? Come non castigare e mondare la nostra carne nel mangiare il frumento degli eletti e nel bere il vino che germina i vergini ? O Giovanni, Apostolo prediletto, come mai ti conservasti così puro se non toccando la carne di Gesù Cristo, posando la tua testa sopra del suo Cuore? E tu, o Maddalena, che eri pure lo scandalo della Palestina, come altrimenti ti sei purificata cotanto da diventare l’oggetto delle speciali attenzioni di Cristo, se non toccando la sua carne, baciando i suoi piedi puri e sacri? Ma queste meraviglie, operate durante la vita di Gesù, non hanno cessato dopo. Abbandonando il mondo, Egli ci ha lasciato la sua carne, tutta satura dei profumi dell’umiltà, della povertà, della castità e di qualsiasi altra cristiana virtù. E chi vuol rialzarsi dall’abisso, in cui è caduto sotto l’impero delle passioni, chi vuol resistere ad esse sempre vincitore, si accosti alla sacra mensa, e nel cibarsi della carne di Gesù Cristo si adergerà e si rafforzerà. Questo è il sublime convegno dove le Maddalene piangenti non potranno temere di essere respinte e guardate con disprezzo dai Giovanni innocenti, dove tutti castiticheremo il nostro corpo, angelizzeremo il nostro spirito, informeremo tutto il nostro essere a sentimenti verginali e celesti. Anzi, cosa mirabile a dirsi! La carne di Cristo unendosi alla carne nostra ed avvivandola di sé, ne suggellerà gli elementi e nel giorno supremo ricomponendola spirituale e gloriosa, attraverso di lei fatta più chiara di terso cristallo risplenderà, divenuto la sua vita, la sua gloria, la sua felicità in eterno! Ma Gesù Cristo divenuto cibo delle anime nostre non vuol essere da meno del cibo dei nostri corpi; epperò riparando le nostre perdite, sostenendoci contro i nostri nemici, accresce ancora in noi la vita spirituale, spronandoci efficacemente a far passi da gigante nella via della giustizia e della santità. La legge del Cristianesimo è per eccellenza legge di perfezione. Gesù Cristo ha parlato chiaro: « Siate perfetti, Egli ha detto, come è perfetto il mio Padre Celeste. » E quando l’Apostolo S. Paolo ha soggiunto: « Questa è la volontà di Dio, che vifacciate santi; » non è stato che l’eco fedele del divin Maestro. Ora sapete voi quali siano tra i Cristiani coloro che attendono seriamente a praticare questa legge? Coloro, i quali si cibano sovente, e bene della SS. Eucaristia. Sì, sono essi, a ciascun dei quali si possono applicare le parole del Salmista: Beatus vir, cuius est auxilium abs te; ascensiones in corde suo disposuit: beato l’uomo che da te, o Signore, riceve l’aiuto, anzi il generatore dell’aiuto, perciocché è desso che ha stabilito di salir sempre più in alto. Sì, sono essi che se ne vanno di virtù invirtù. Ibunt de rirtute in virtutem, (Ps. LXXXIII, 6) che sifanno sempre più umili, sempre più pazienti, sempre più mortificati, sempre più casti, sempre più caritatevoli, sempre più ardenti nell’amor di Dio, sempre più santi. È la forza arcana dell’Eucaristia che li spinge, che dice a ciascun di loro con tutta l’efficacia: Ascende superius; più in alto, più in alto sempre. – E finalmente il cibo della SS. Comunione arreca alle anime nostre un ineffabile spirituale diletto. Ah! io so bene che se fossero qui ad ascoltarmi certi uomini al tutto mondani e miscredenti, a questa asserzione sogghignerebbero di compassione, dicendo: E che razza di diletto può mai recare quella particola di pane che si va lì a ricevere nella vostra Comunione? Ma qui sarebbe propriamente il caso di ripetere le parole dell’Apostolo: Animalis homo non percipit ea quæ sunt spiritus Dei; l’uomo animalesco, che non vive che in mezzo!alle cose del mondo e ai piaceri del senso, del tutto ignaro e dimentico delle cose di Dio, no, non capisce che vi possa essere uno spirituale diletto nel ricevere la Santa Comunione! Ma se noi ne domandassimo qualche cosa ai Santi, che con tanta frequenza e con tanto fervore vi si accostavano, ben ci risponderebbero che non vi ha sulla terra maggior diletto di questo, e che qui nella Santa Comunione si prova davvero il paradiso anticipato. Ma anche senza rivolgerci ai Santi, certo che se nel corso della nostra passata vita abbiamo fatto delle buone Comunioni, noi medesimi potremo rendere testimonianza di questa certissima verità, perciocché allora anche noi abbiamo provate tali dolcezze da dover esclamare fuori di noi per la felicità, in cui ci trovavamo immersi: O Signore quanto è dolce, quanto è soave il vostro spirito: O quan suavis est, Domine, Spiritus tuus!Napoleone invitati un giorno taluni de’ suoi generali a indovinare quale fosse stato il giorno più bello della sua vita; dicendo uno quello della vittoria dellePiramidi, e un altro quello della vittoria di Marengo, e un terzo quello della vittoria di Austerlitz; no, soggiunse egli, nessuno di voi ha indovinato; il più bel giorno di mia vita è stato il giorno della mia prima Comunione. Ecco adunque la grazia efficacissima, che il Cuore di Gesù arreca nell’anima nostra per mezzo dell’Eucaristia. E considerando una tal grazia non dobbiamo dire un’altra volta: Sì, il Cuore di Gesùci ha dato qui una prova suprema dell’amor suo?

II. — Ma Gesù Cristo non pago di operare per mezzo dell’eucaristia queste meraviglie individuali, nello stesso Sacramento ci anima alla pratica delle più belle virtù sociali. O carità cristiana, che aneli a formare un cuor solo ed un anima sola di tutti gli uomini del mondo non è propriamente lì nel Sacramento dell’amore che si accendono le tue vampe? Non è lì che ingeneri la vera uguaglianza, la fraternità, la pazienza, il perdono, la compassione, il sacrifizio, l’eroismo? Non è lì che fai emettere questo grido sublime: Impendam et super impendar ipse prò animabus. (II Cor. XII, 15) Io darò tutto il mio, e per di più sacrificherò me stesso per la salute delle anime? Sì, è lì anzitutto dove si genera la vera eguaglianza e la fraternità cristiana. Indarno si grida nel mondo: Abbasso le distinzioni! in quel giorno che la dinamite le avesse atterrate, sorgerebbero più forti e più manifeste di prima. Ma qui nel Sacramento dell’Eucaristia, senza che si emetta questo grido, tutte le distinzioni scompaiono: principi e sudditi, capitani e soldati, padroni e servi, ricchi e poveri, tutti sono eguali, tutti sono fratelli, tutti sono figli di un medesimo padre e si cibano ad una medesima mensa. Il celebre Turenna si accostava in un giorno di festa alla Comunione insieme col suo servo. Il quale attentissimo all’etichetta, giunto da presso alla balaustra, fatto un inchino al suo padrone gli disse: « Vossignoria, passi. » Ma Turenna gli rispose con prontezza: « Vossignoria è rimasto alla porta: qui dinnanzi al Signore che stiamo per ricevere non c’è né prima dopo; va innanzi a me. » Ah! miei cari, questa parola: « Va innanzi a me » talora così turpe in bocca ad un signore e ad una signora, quando la dicono al servo od alla fantesca per coprire qualche grave fallo che stanno per compiere, o che già hanno compiuto; questa parola qui in bocca a questo eroe è sublime, ma pur non è altro che la conseguenza della vera e fraterna eguaglianza che regna al banchetto Eucaristico. E lì, dove si ingenera la pazienza, che per amor della pace induce a soffrire i più gravi affronti, i trattamenti più duri. O mariti inumani e spergiuri! Voi vi meravigliate di vedere quelle mogli che da voi tradite, da voi oltraggiate e persino da voi spietatamente battute, pure tentano in mille modi di nascondervi le lagrime, di cui esse hanno il cuore pieno e di parere dinnanzi a voi liete, serene, tranquille ; voi vi meravigliate di saperle a tutta prova sempre amanti, sempre fedeli, sempre generose, non ostante che conoscano i vostri tradimenti. Ma volete voi sapere il segreto di questa loro longanimità? Eccolo: il Sacramento d’amore. È qui che vengono a piangere e a sfogarsi; qui dove vengono a chiedere che si alleggerisca la loro croce, qui dove vengono a pregare per voi, dove dicono a Gesù con tutto l’impeto della loro anima straziata, che vi tocchi il cuore, qui fino a che un giorno questo vostro cuore si spezzi, e veniate a questa stessa mensa a frammischiare le vostre lagrime di pentimento con le loro lagrime di consolazione; ma è di qui per intanto, che esse si alzano con una forza ch’esse medesime non sanno spiegare e che fa loro ripetere : «Andiamo, andiamo allegramente a soffrire. » O uomini miscredenti e malvagi, non arrivate almeno a tale stoltezza da proibire alle vostri mogli di recarsi in chiesa! In quel giorno in cui esse non verranno più dinnanzi a questi altari cominceranno a pensare se non sia meglio compensarsi altrimenti del vostro abbandono e delle vostre infedeltà. Ma andiamo innanzi. – È lì nella Santa Eucaristia, dove si ingenera la generosità del perdono. Spinti forse da umani riguardi voi vi siete recati ai piedi di un confessore col cuore tuttora pieno di astio, di odio, di bramosia di vendetta contro di chi aveva ferito il vostro onore e commesse in vostro danno le più gravi ingiustizie. Il ministro di Dio ha dovuto far prova di tutta la forza persuasiva della sua parola per indurvi al perdono: vi ha minacciati pur anche di mandarvi inassolti delle vostre colpe. E solo allora, benché a stento, avete promesso di perdonare. Ma in seguito vi siete recati alla Comunione: avete ponderato alla generosità dell’amore di un Dio per voi, che da voi tante volte villanamente offeso, non solo vi ha perdonati, ma vi ha abbracciati, compenetrati di se medesimo, colmati di grazie e di benedizioni celesti, ed allora sotto l’azione potente del Sacramento dell’amore avete detto con maggior risolutezza e con tutta la padronanza sul vostro onore oltraggiato: Sì, perdono anch’io, e se oggi troverò il mio nemico, gli muoverò incontro e gli bacerò la fronte. È lì, nell’Eucaristia, dove si ingenera la compassione per i sofferenti, ma non quella compassione sterile che fa dare uno sguardo alle altrui miserie e poi lascia tirare innanzi, ma quella compassione efficace, operosa, sollecita che fermandosi sul luogo del bisogno fa cercare prontamente il soccorso. Un giorno un povero prete camminando per le strade di Parigi s’imbatte in poveri bambini esposti, vicini a morire: ed egli li piglia in grembo, li porta a casa, trova loro delle madri. È il B. Vincenzo de Paoli che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda l’istituto delle Figlie della carità. Un giorno un giovane di mondo, convertito a Dio nell’ascoltare una predica, trova per istrada giacente nell’abbandono un povero infermo ricoperto di piaghe, ed egli se lo carica sulle spalle, lo porta all’ospedale, e lo cura con amore paterno. È S. Giovanni di Dio che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda l’istituto dei Fatebenefratelli. Un giorno un umile frate si commuove alla vista degli orfanelli, che son lasciati in abbandono per le strade, e dei moretti che se tengon nero il corpo, sono capaci d’esser fatti candidi nell’anima e stabilisce di rivolgere ad essi i palpiti del suo cuore. È Lodovico da Casoria, che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda l’istituto dei frati Bigi. Un giorno un buon canonico vede per via dei vecchi, che tremanti per età e per malattia a stento si reggono sul bastone, stendendo la mano ai passanti, ed egli se li piglia con sè e li ricovera a casa sua. È il beato Cottolengo, che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda la Piccola ossia l’immensa Casa della Divina Provvidenza. Un giorno un giovane prete si reca a confessare nelle prigioni di Torino, e si avvede con pena che non pochi delinquenti sono giovanissimi di età, e là sono andati a finire perché non ebbero chi si pigliasse cura di loro, ed egli risolve d’impiegare la sua vita a pro della gioventù. È il servo di Dio D. Giovanni Bosco che animato dal fuoco dell’Eucaristia fonda la Congregazione Salesiana. Un giorno… ah! miei cari, io non la finirei così presto, perché questo un giorno, che segua le più grandi creazioni della carità cristiana, è un giorno che dura da diciannove secoli e che è cominciato in quel giorno così memorando, in cui Gesù Cristo ha detto: Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo; prendete e bevete, questo è il mio Sangue: inebriatevi di amore. » Sì, inebriatevi di amore, perché se non sarete ebbri dell’amore che si beve nell’Eucaristia come fareste voi, o giovani! e delicate donzelle, a rinunziare alla casa, ai parenti, alle caste gioie della famiglia, alle comodità, per andarvi a rinchiudere negli ospedali, negli asili, negli ospizi, nei maniconi, nelle prigioni ad essere per venti, per trenta, per quarant’anni per tutta la vita le tenere madri dei bambini, dei trovatelli, degli orfani, dei poveri, dei vecchi, degli infermi, degli appestati, dei sordomuti, dei ciechi, degli epilettici, dei mentecatti, dei carcerati? Come mai vi aggirereste sempre liete, sempre sorridenti, sempre felici in mezzo a tante miserie, a tanti gemiti, a tante piaghe, a tanto sozzure, a tanti rantolìi di morto, e non di rado in mezzo a tante imprecazioni, a tanti insulti, a tanti oltraggi lanciati contro di voi stesse? In un ospedale uno di questi Angeli terreni si accosta al letto di un infermo, e giusta le prescrizioni del medico gli offre per cibo un uovo. — Come? esclama infuriato l’infermo, a me un uovo soltanto? — e trattolo dalle mani di chi glie l’offriva glielo sbatte in faccia. E la donzella china il capo, si asciuga e tutta umile si ritira. Ma di lì a pochi istanti, come se nulla fosse stato, ritorna all’infermo, e credendolo rabbonitogli offre un uovo una seconda volta. Ma una seconda volta l’uomo villano ripete la scena di prima. Povera suora! che farà ella a questo ripetuto insulto? Come la prima volta china la testa, si asciuga e va senza dir parola. E passata una breve ora appena, già sì ritorna tutta sorridente dallo stesso infermo, quale tosto che la scorge, avvampa di sdegno, digrigna i denti e tratto dal letto il braccio lo scuote in segno di minaccia. Ma la donna non impaurita si avanza e in accento supplichevole: Figliuolo, si fa a dirgli, là al tuo paese, in Turchia, non hai una madre? non hai una sorella? ebbene io ti voglio bene come una sorella; ti voglio bene come una madre… A queste parole, al vezzo di compassione, con cui le accompagna, il turco si leva su, si poggia sul gomito… e i malati attorno già gridano che si vada a liberare la suora, ma l’infermo come stordito la fissa da capo a piedi e grida: Pel Dio di Maometto! tu non sei una creatura: tu sei un angelo. E chi ti ha insegnato a fare così? La donna gli mostra il Crocefisso che aveva sul petto. Ma se avesse potuto più ancora che l’immagine gli avrebbe mostrato la realtà, che la mattina alla Comunione, aveva albergato dentro al petto. S. Vincenzo de Paoli glie l’aveva detto: « Figlia mia, per essere caritatevole bisogna mangiare la carità. » E la Signora Le Gras se ne cibava ogni giorno. – Finalmente, per tacere di altro, è lì nell’Eucaristia che si ingenera l’eroismo dell’apostolato. Ecco quel giovane sacerdote! Egli dice addio alla patria, ai parenti, agli amici, sale sopra una nave e parte. Dove vai, o generoso? Dove vado? Vado a sacrificarmi per amore di Gesù Cristo in prò’ delle anime. Al di là dei mari, nelle terre più lontane, in alcune isole perdute in mezzo all’oceano vi sono ancora dei popoli che giacciono nelle tenebre e nelle ombre di morte. Essi mi stendono le mani, mi chiamano con voci supplichevoli, ed io vado. Impendam et super impendar ipse prò animabus. Ma non sai che i più gravi pericoli ti attendono? Pericoli nei viaggi, pericoli nei fiumi, pericoli nelle foreste, pericoli nei monti, pericoli nelle solitudini, pericoli nei deserti, pericoli nelle città, pericoli da per tutto? E dunque andrai innanzi? – Sì, io vado innanzi, perché mi sprona la carità di Gesù Cristo, ed io confido che questa carità non si estinguerà mai nell’anima mia: perché io porto meco un altare ed una croce. E nell’alto del mare, in mezzo alle foreste, sulle sabbie del deserto, io ergerò questo altare, vi pianterò sopra la croce e colla virtù della parola divina vi farò scendere il Corpo e il Sangue di Cristo, mangerò quel Corpo, beverò quel Sangue… ed allora griderò con. S. Paolo: Omnia possum in eo qui me confortat!Oh meraviglie! Oh portenti! Oh effetti dell’unione di Gesù Cristo con noi nella S. Comunione. Io so bene che gli avversari della fede cattolica si fanno qui a gridare all’esagerazione e per far vedere che tutto ciò non è il frutto salutare dell’Eucaristia, fra l’altro mettono pure innanzi delle donne buone e benefiche come la suora di carità ed anche più, senza che pure frequentino la Comunione; dei ministri protestanti che vanno anch’essi in lontani paesi per portarvi la parola della Bibbia. Ma, miei cari, pare a voi la stessa cosa la bontà esterna, apparente, ipocrita, e la bontà interna, vera, reale del cuore? Pare a voi la stessa cosa la beneficenza, l’elemosina, la carità legale, fatta per vanità e talvolta come frutto d’un veglione in maschera, e la carità cristiana, santa, perfetta, scaturita dall’abnegazione e dal sacrificio? Pare a voi la stessa cosa il missionario protestante, che coperto dalla bandiera britannica, pagato dalle società bibliche di belle sterline, accompagnato dalla moglie, provveduto di tutti i conforti della vita dà ai selvaggi delle bibbie, e il missionario cattolico, che bisognevole sempre della carità cristiana, in mezzo ai più gravi pericoli e disagi, dà agl’infedeli se stesso? Ah! si dica quel che si vuole, si adoperino ben anche le menzogne e le calunnie, ma sarà pur vero sempre che gli spettacoli di eroismo che si hanno nella Chiesa Cattolica dove vi è l’alimento, il fuoco, la dinamo eucaristica, non si veggono altrove; e che questi spettacoli, no, non sono immaginazioni, non sono finzioni oratorie, ma realtà palpabili, che durano da diciannove secoli, e che a volerle negare, sarebbe lo stesso come negar la luce del sole in pien meriggio.

III. — Ma da ultimo, o miei cari, Gesù Cristo nell’Eucaristia, oltre all’averci dato la grazia per operare la nostra santificazione, oltre all’averci animati a praticare le più belle virtù sociali, ci ha dato per soprappiù un pegno sicurissimo della eterna gloria. Udite ancora per poco. Uno fra i doni più grandi ed ammirabili, che Iddio ci ha fatto, è senza dubbio quello della parola. Per mezzo della parola l’uomo si mette in intima relazione col suo prossimo; manifesta agli altri i suoi pensieri, i suoi affetti, i suoi desiderii. Per mezzo della parola l’uomo insegna, persuade, convince. Per mezzo della parola l’uomo consiglia, eccita, sprona, accende. Per mezzo della parola l’uonmo consola, rianima, conforta. Oh quante cose buone e belle l’uomo può compiere per mezzo della parola! Ma fra tutte ve n’ha una che è la più grande, la più importante, la più solenne di tutte, ed è quella che si chiama per eccellenza dar la propria parola: ciò che vuol dire attestare altrui che la propria parola è verace e che si manterrà certamente la promessa che si è fatto altrui per salvare l’onore della propria parola. Con tutto ciò io domando: si accetta da tutti indistintamente per prova di una qualsiasi promessa l’altrui parola? Ed accettandolo anche solo da quelle persone che per la relazione e la conoscenza che ne abbiamo fatto, crediamo non vengano meno alla parola data, ne restiamo noi del tutto sicuri? No, o miei cari, ed ecco il perché nell’umana società la parola non essendo il più delle volte sufficiente a rendere altrui sicuro dell’adempimento di una promessa, si è istituito quel contratto che si chiama pegno, quella donazione cioè che si fa altrui di un oggetto prezioso ad assicurarlo quanto più è possibile che si manterrà la promessa fatta. Or bene, anche Gesù Cristo ha fatto agli uomini delle promesse, delle grandi promesse. E tutte queste grandi promesse che Gesù Cristo ha fatto all’uomo, per quanto possano parere molteplici e varie, si compendiano poi e si riducono tutte ad una sola, espressa in quelle parole indirizzate un giorno da Dio al suo servo Abramo: Ego merce tua magna nimis. (Gen. XV, 1) Io sarò un giorno la vostra grande mercede. Senza dubbio la promessa di Gesù Cristo, essendo la promessa di un Dio, è una promessa indefettibile. Non eravi dunque bisogno che Egli ne desse sicurtà per mezzo di un pegno. Tuttavia Egli, nella sua bontà infinita per noi, credette di darcelo. E qual è questo pegno che ci assicura dell’eterna gloria del cielo, dell’eterno possedimento di Dio, se saremo quaggiù ossequenti al suo divino volere? Cantiamolo ancora allegramente con S. Tommaso, o dirò meglio con la Chiesa, che ha fatto sue le parole di S. Tommaso: O sacrum Convivium in quo Christus sumitur… et futuræ gloriæ nobis pignux datur. O sacro Convito, nel quale si riceve un pegno della futura gloria. Si, l’Eucaristia è il pegno della nostra futura gloria. Ed oh quale pegno! L’oggetto medesimo che ci è promesso: Gesù Cristo, il suo Corpo, il suo Sangue, la sua Anima, la sua Divinità; il Padre, il Figliuolo, lo Spirito Santo, Iddio; con questo solo divario, che ora nell’Eucaristia come pegno si dona sotto il velo delle specie sacramentali, mentre in cielo si darà a noi e noi lo possederemo disvelatamente. Dubitate voi forse che l’Eucaristia sia questo gran pegno della nostra futura gloria? Temete che la Chiesa nel chiamarla: pignus futuræ gloriæ, si sia lasciata trascorrere ad un eccesso di linguaggio in qualche momento di religioso entusiasmo? Via, via questi dubbi, via questi timori. La Chiesa nel dirci che l’Eucaristia è il pegno della nostra futura gloria non ha fatto altro che dirci quello che aveva già detto Gesù Cristo medesimo: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno.» Oh amore veramente infinito del Cuore di Gesù per noi! E che altro mai di più grande poteva Egli darci, che non ci abbia dato nella S. Eucaristia? E quale eccitamento maggiore di questo potremmo noi avere a corrispondere ad un sì gran dono? – Ci racconta la sacra Scrittura come il profeta Elia essendo perseguitato a morte dall’empia Gezabele, si salvò fuggendo nel deserto. Ma ivi, stanco del cammino ed annoiato della vita, si gettò per terra e si addormentò. Allora Iddio per consolarlo, gli mandò un Angelo, il quale messogli daccanto del pane ed un vaso di acqua, lo svegliò o gli disse: Elia, sorgi e mangia: Surge et comede. Elia mangiò e bevette, ma adagiatosi ripigliò sonno. Se non che l’Angelo nuovamente destatolo, gli ordinò che mangiasse di bel nuovo, perché gli restava ancora a fare un lungo cammino. Il profeta alzatosi mangiò una seconda volta e fortificato da quel pane camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio Oreb: Ut ambulavit in fortitudine cibi illius quadraginta diebus et quadraginta noctibus, usque ad montem Dei Horeb. (III Reg. XIX) Oh noi fortunati,se a somiglianza di Elia, in questo travaglioso deserto delmondo, assecondando gli amorosi inviti di Gesù Cristo stessoe del suo angelo visibile, la Chiesa, mangeremo di frequentee bene il pane dell’Eucaristia. Nella fortezza di tal cibo cammineremo anche noi con sicurezza al monte santo di Dio, alla gloria eterna del cielo!E voi, o Cuore Sacratissimo di Gesù, siate lodato, ringraziato e benedetto le mille volte per l’amore immenso, che ci avete dimostrato nel darci per cibo spirituale delle nostre anime il vostro medesimo Corpo. Deh! che vi abbiamo sempre a ricevere con fede viva, con ferma speranza, con ardente carità! Che abbiamo sempre a provare gli effetti meravigliosi di un tanto Sacramento, affinché per mezzo di esso vivendo ora della stessa vostra vita, possiamo poi un giorno godere della vostra felicità.