SALMI BIBLICI: “DEUS, JUDICIUM TUUM REGIS DA” (LXXI)

SALMO 71: “Deus, judicium tuum regi da”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

CATENA D’ORO SUI SALMI

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 71

Psalmus, in Salomonem.

[1] Deus, judicium tuum regi da,

et justitiam tuam filio regis;  judicare populum tuum in justitia, et pauperes tuos in judicio.

[2] Suscipiant montes pacem populo, et colles justitiam.

[3] Judicabit pauperes populi, et salvos faciet filios pauperum, et humiliabit calumniatorem.

[4] Et permanebit cum sole, et ante lunam, in generatione et generationem.

[5] Descendet sicut pluvia in vellus, et sicut stillicidia stillantia super terram.

[6] Orietur in diebus ejus justitia, et abundantia pacis, donec auferatur luna.

[7] Et dominabitur a mari usque ad mare, et a flumine usque ad terminos orbis terrarum.

[8] Coram illo procident Aethiopes, et inimici ejus terram lingent.

[9] Reges Tharsis et insulæ munera offerent; reges Arabum et Saba dona adducent;

[10] et adorabunt eum omnes reges terræ, omnes gentes servient ei.

[11] Quia liberabit pauperem a potente, et pauperem cui non erat adjutor.

[12] Parcet pauperi et inopi, et animas pauperum salvas faciet.

[13] Ex usuris et iniquitate redimet animas eorum, et honorabile nomen eorum coram illo.

[14] Et vivet, et dabitur ei de auro Arabiæ; et adorabunt de ipso semper, tota die benedicent ei.

[15] Et erit firmamentum in terra in summis montium; superextolletur super Libanum fructus ejus, et florebunt de civitate sicut fænum terræ.

[16] Sit nomen ejus benedictum in sæcula; ante solem permanet nomen ejus. Et benedicentur in ipso omnes tribus terræ; omnes gentes magnificabunt eum.

[17] Benedictus Dominus, Deus Israel, qui facit mirabilia solus.

[18] Et benedictum nomen majestatis ejus in æternum, et replebitur majestate ejus omnis terra. Fiat, fiat.

Defecerunt laudes David, filii Jesse.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXI

Davide nell’ultima sua vecchiezza, consegnando il regno a Salomone, prega Dio per lui. Ma più veramente trasportato dallo spirito di profezia, con elegantissime immagini descrive la venuta di Cristo, la propagazione del suo regno e la rettitudine del suo governo.

Salmo sopra Salomone.

1. Dà, o Dio, la potestà di giudicare al re, e l’amministrazione di tua giustizia al figliuolo del re, affinchè egli giudichi con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri in equità.

2. Ricevano i monti la pace pel popolo, e i colli ricevano la giustizia.

3. Ei renderà giustizia ai poveri del popolo, e salverà i figliuoli de’poveri, e umilierà il calunniatore.

4. Ed ei sussisterà quanto il sole e quanto la luna per tutte quante le generazioni. (1)

5. Egli scenderà come pioggia sul vello di lana e come acqua che cade a stille sopra la terra. (2)

6. Spunterà ne’ giorni di lui giustizia e abbondanza di pace, fino a tanto che non sia più la luna.

7. Ed ei signoreggerà da un mare sino all’altro mare, e dal fiume sino alle estremità del mondo. (3)

8. Si getteranno a’ suoi piedi gli Etiopi, e i nemici di lui baceranno la terra.

9. I re di Tharsis (4) e le isole a lui faranno le loro offerte; i re degli Arabi e di Saba porteranno i loro doni. (5)

10. E lo adoreranno tutti i re della terra, e le genti tutte a lui saran serve;

11. Imperocché egli libererà il povero dal possente; e tal povero, che non aveva chi lo aiutasse.

12. Avrà pietà del povero e del bisognoso, e le anime dei poveri farà salve.

13. Libererà le anime loro dalle usure e dalla ingiustizia; e il nome loro sarà in onore dinanzi a lui.

14. Ed ei vivrà, e gli sarà dato dell’oro dell’Arabia, (6) e sempre lo adoreranno, e tutto il dì lo benediranno. (7)

15. E nella terra il frumento sarà sulla cima delle montagne, e le sue spighe si alzeranno più che i cedri del Libano e moltiplicheranno gli uomini nella città come l’erba ne’ prati.

16. Sia benedetto pei secoli il di lui nome: il nome di lui fu prima che fosse il sole. E in lui riceveran benedizione tutte le tribù della terra; le genti tutte lo glorificheranno. (8)

17. Benedetto il Signore Dio di Israele: egli solo fa cose ammirabili.

18. E benedetto il nome della maestà di lui in eterno; e la terra tutta sarà ripiena della sua maestà; cosi sia, cosi sia. Fine delle laudi di David, figliuolo di Jesse. (9) (10).

(1) Vale a dire, le generazioni vi loderanno notte e giorno, fintanto che dureranno il sole e la luna.

(2) La pioggia abbondante che bagna la terra, opposta a “pluvia”, la pioggia fine.

(3) L’Eufrate, limite estremo del regno di Salomone, è considerato qui come l’estremo del mondo.

(4) Tharsis, Tartessus, colonia fenicia di Spagna, viene considerata tra i paesi marittimi più lontani. – Era verso occidente il paese marittimo più lontano conosciuto dagli Ebrei; di conseguenza, i re delle coste marittime più lontane del lato di ponente.

(5) I re di Arabia e di Saba, l’Arabia felice; ciò non prova che i magi fossero di questi paesi; il salmo non si applica a loro che “in specie”, ma generalmente a tutti i popoli che vengo alla Chiesa ed al Messia. – Saba designa l’Abissinia, popolata dagli arabi. Così, tutti i popoli più lontani vengono al Messia (Le Hir.). 

(6) Sia che vi fossero miniere d’oro (oggi non ce ne sono più), sia perché piuttosto perché con trasporto, l’oro dell’interno delle terre, arrivava in Giudea (Le Hir.).

(7) L’ebraico tradotto con «  de ipso », significa « propter cum », ed anche « per eum ». – i Settanta dicono: essi pregheranno, « orabunt », invece di « adorabunt ». « Orabunt de ipso » sarebbe l’equivalente di: essi pregheranno nel suo nome, o per i suoi meriti.

(8) Immagine della prosperità sotto il regno del Messia. Un pugno di frumento, seminato anche sulla cima di una montagna, darà delle spighe magnifiche che muovendosi al soffio dei venti, somiglieranno ai cedri del Libano. Dall’altro canto, le città saranno così floride e gli abitanti così numerosi che sembreranno pullulare come l’erba dei campi. – Questi due versetti formano la dossologia che si trova alla fine di ciascun libro.

(9) Secondo san Girolamo, è detto che qui finiscono i cantici di Davide, perché è descritto ciò che deve succedere alla fine dell’epoca di Gesù-Cristo. Ma questa ragione non è meno che letterale. Noi amiamo dire meglio con qualche critico, che queste parti indicherebbero una prima raccolta di Salmi, dati volgarmente sotto il nome di Davide – benché non siano tutti suoi – che ne comprende i primi settantadue. La prima raccolta, che sarebbe stata composta dopo la costruzione del tempio, sarebbe stata completata da un altro, ed in essa sono inseriti altri salmi di autori che vissero prima di Davide, ed un buon numero di salmi inediti dello stesso Davide. 

(10) Il nuovo Testamento non cita questo salmo come profetico, dice M. Schmidt (Rédemption du genre humain); ma come disconoscere questo carattere, tanto più che celebri rabbini gli attribuiscono formalmente questo carattere? – In effetti, la maggior parte dei rabbini più famosi hanno applicato i versetti 16 e 17 ed anche tutto il salmo al regno del Messia. Si può vedere come Drach, Michaelis e Rosen-Müller assicurino che questo salmo contenga dei tratti troppo magnifici per non essere applicati che solo a Salomone. – L’esame del Salmo conferma la stessa verità, ed è sufficiente scorrerlo con attenzione per convincersi: – 1° che questo salmo contenga tratti che non sono affatto verificabili in Salomone; di conseguenza non c’è armonia nel salmo, considerando questo principe come l’oggetto totale e primitivo dello stesso salmo, benché si faccia una continua allusione al suo regno come ad una brillante immagine del regno del Messia; – 2° che tutti questi tratti, al contrario, convengano perfettamente e letteralmente a Gesù-Cristo, che di conseguenza ne è l’oggetto primario. – I. Ammettiamo che si possano applicare i primi 4 versetti a Salomone; ma una volta giunti al 5° bisogna lasciare l’uomo mortale per considerare un regno tanto esteso quanto la durata del sole e della luna, cosa che non può convenirgli. – Il 6° versetto contiene una comparazione che sembra così bene caratterizzare il regno dolce e pacifico di Salomone, ma non si torna a lui che per lasciarlo al versetto 7°, ove ancora si tratta di un regno di pace e di giustizia che deve durare quanto la luna. – Questo principe riappare al versetto 8°, che gli si può applicare, restringendo il senso di « a mari usque ad mare » e di « terminos orbis terrarum », ma non si può affatto riconoscerlo nel 9° versetto, perché quali sarebbero i nemici ai quali avrebbe fatto « mangiare la polvere », egli il cui regno non è mai stato turbato dalla guerra? – il Versetto 11 non può essere applicato a Salomone che con restrizione, ed è di questo avviso lo stesso D. Calmet, che non può applicarlo a questo principe, se non con esagerazione ed iperbole. Non si vedono da nessuna parte poi tutti i re della terra prosternarsi ai piedi di Salomone, come nei versetti 11-15. A maggior ragione non gli si possono applicare queste parole. « ante solem permanet nomen eius … benedicentur in ipso omnes tribus terræ ». – pertanto se si consideri Salomone in un versetto, lo si deve abbandonare al seguente, per riprenderlo poi dopo e lasciarlo nuovamente subito dopo nel seguente, cioè distruggendo tutta l’armonia del salmo, che non può dunque applicarsi a Salomone. – II. Tutti questi tratti al contrario, convengono perfettamente e letteralmente al regno del Messia; dunque bisogna concludere che Egli è l’oggetto primario in senso letterale di questo salmo. Così le diverse qualità del regno del Messia, i due grandi caratteri del Messia, quello di liberatore e di santificatore dei poveri, l’abbondanza di ogni tipo di beni spirituali; infine i tratti ancora più caratteristici del Messia con i quali il Profeta termina questo salmo; l’eternità del suo nome di Figlio che data prima di tutti i secoli; tutte le tribù della terra benedette nella sua Persona, etc.

Sommario analitico

Davide, nella persona di suo figlio Salomone, o secondo altri, Salomone stesso, contempla il regno di Gesù-Cristo, di cui descrive le diverse qualità (3).

I. – Egli fa dei voti per la sua venuta:

1° affinché porti sulla terra la giustizia nei giudizi e la pace nel governo del suo reame (1, 2);

2° perché faccia una giusta ripartizione tra ricompense e castighi (3);

3° per l’eterna durata del suo regno (4).

II. – Descrive la sua discesa dall’alto dei cieli e la sua incarnazione:

1° La sua incarnazione nel seno di una Vergine, sotto la figura della dolce rugiada che cade segretamente sul vello di pecora (5);

.2° I benefici della sua Incarnazione e della sua nascita, l’abbondanza durevole della giustizia e della pace (6).-

III. – Descrive la grandezza del regno di Gesù-Cristo, i beni  che elargirà ai suoi soggetti:

1° la sua estensione in tutte le parti del mondo: Egli sarà riconosciuto dai più barbari tra i popoli, dai suoi nemici abbattuti, dagli omaggi, le offerte, le adorazioni di tutti i re della terra (7-10);

2° I due grandi caratteri del Messia, cioè di liberatore e di santificatore dei poveri, che lo rendono l’oggetto della venerazione e delle benedizioni dei popoli (11-13);

3° L’abbondanza di ogni tipo di beni spirituali, designati sotto delle immagini conformi alle idee degli orientali, e conformi alla natura della loro terra (14-15);

4°  L’eternità del suo nome di Figlio che data da prima dei secoli, tutte le tribù della terra benedette nella sua Persona, le meraviglie così grandi, i prodigi così elevati al di sopra dell’uomo che Dio solo può esserne l’autore, Dio solo, di cui Egli esalta il nome e la maestà (16-19). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff.1. – Il Signore dice Egli stesso nel Vangelo: « Il Padre non giudica nessuno, ma ha rimesso ogni giudizio al Figlio » (Joan. V, 22). È il compimento di questa parola: « Date il vostro giudizio al Figlio ». È nello stesso tempo il Figlio del Re, perché Dio Padre, è il Re per eccellenza (S. Agost.). Uno dei principali caratteri con cui gli scrittori sacri descrivono il regno di Gesù-Cristo, è la giustizia; è in effetti il regno della giustizia che il mondo reclama prima della venuta di Gesù-Cristo. Quel che dominava di più nel mondo antico era l’ingiustizia sotto tutti gli aspetti: ingiustizia dell’uomo in rapporto a Dio, che non era né conosciuto né amato, né servito come doveva essere; ingiustizia dell’uomo rispetto ai suoi simili, la frode, la violenza, l’oppressione, i diritti più sacri calpestati così come le cause più giuste, gli interessi più inviolabili. – Il Figlio di Dio, venendo al mondo, doveva distruggere questa triplice ingiustizia. – Notate che il Profeta, dopo aver detto: « O Dio! Date il vostro giudizio al Re, e la vostra giustizia al Figlio del Re », ponendo in primo luogo il giudizio, ed in secondo la giustizia, ha detto poi, ponendo prima la giustizia e dopo il giudizio, « per giudicare il vostro popolo nella giustizia ed i vostri poveri nel giudizio »; ma questa inversione di parole prova soltanto che il giudizio non ha altro senso che la giustizia. In effetti è costume il chiamare giudizio cattivo ciò che è ingiusto, ma non diciamo giustizia iniqua, una giustizia ingiusta; perché, se la giustizia fosse cattiva, essa sarebbe stata ingiusta, e non si potrebbe più chiamare giustizia. Così ponendo in primo luogo il giudizio ed esprimendolo una seconda volta sotto il termine di giustizia, e ponendo poi in primo luogo la giustizia ed esprimendola una seconda volta sotto il termine di giudizio, il Profeta ci mostra chiaramente che egli chiama giudizio, propriamente parlando, ciò che si ha l’abitudine di chiamare giustizia, cioè ciò che non può esistere in un giudizio cattivo (S. Agost.). Coloro che sono chiamati a governare i popoli devono avere innanzitutto, una grande rettitudine di spirito e di cuore, e giudicare i subordinati, non secondo le prevenzioni o anche secondo i lumi sì limitati dello spirito umano, ma secondo le regole di questa giustizia divina, secondo la quale Dio conduce Egli stesso gli uomini e di cui quella che riluce in noi non è che una scintilla.

ff. 2. – « Per giudicare i vostri poveri nell’equità dei suoi giudizi ». Notiamo questa espressione del salmista: « vostri poveri ». Che significa questa espressione? I ricchi, in qualità di ricchi, essendo alla sequela del mondo, essendo per così dire marcati nel loro spazio, nel regno di Dio vi sono per tolleranza, ma è ai poveri e agli indigenti  che portano il marchio del Figlio di Dio, che appartiene l’esserne propriamente ricevuti. Ecco perché il divin salmista li chiama « i poveri di Dio », perché i poveri di Dio? Li nomina così in spirito, perché, nella nuova alleanza, Egli li ha potuto adottare con una particolare prerogativa (BOSSUET, Eminente dignité des pauvres dans l’Eglise) – Le montagne, le prime ad essere illuminate, fanno scendere in seguito la loro luce sulla distesa delle campagne; le montagne sono, nella Chiesa, gli uomini eminenti per santità e per scienza e che sono capaci di istruire gli altri (2 Tim. II, 2), dando loro, con la loro parola, un insegnamento fedele e, per via loro, un esempio salutare. Le colline, al contrario sono questi uomini che imitano, con la loro obbedienza, l’eccellenza delle montagne. La pace è la riconciliazione che ci avvicina a Dio, e le montagne ricevono questa grazia per trasmetterla al popolo, « tutto viene da Dio, che ci ha riconciliato con Lui per mezzo del Cristo – dice l’Apostolo – e ci ha affidato il ministero della riconciliazione » (1 Cor. V, 17). « Ecco come le montagne ricevono la pace per darla al popolo » (S. Agost.). Le montagne sono più elevate e le colline lo sono di meno. Le montagne vedono, le colline credono. Coloro che vedono ricevono la pace per portarla a coloro che credono, e questi ricevono la giustizia, cioè l’obbedienza che è negli uomini ed in tutte le creature ragionevoli, poiché è la perfezione della giustizia (S. Agost.). – Gli uomini più eminenti per i loro meriti come degni oratori, in uno Stato, così come nella Chiesa, ricevono la pace e la giustizia; essa discende poi sui popoli simbolizzati dalle colline, che sono più basse delle montagne: la pace dei reami e degli Stati dipende molto dalla giustizia di coloro che li governano. – Non si può avere la vera gioia, se non si ha a salvaguardia la pace e la giustizia. La prima cosa, in effetti è come la radice dalla quale tutto esce, ed è la giustizia. La seconda, la pace; la terza la gioia. Dalla giustizia nasce la pace, che uno dei primi frutti della venuta di Gesù-Cristo. La vera giustificazione è stata seguita da una vera pace dell’uomo con Dio, con tutti gli altri uomini e con se stesso. La pace, a sua volta, produce la vera gioia (S. Ces. D’Arles. Hom. XIX.).

ff. 3. – Il Profeta espone le qualità di un Re giusto, soprattutto quelle del Messia, al quale appartiene sovranamente il far giustizia ai poveri, ai piccoli, agli infelici, e distruggere coloro che li opprimono « … ed Egli umilierà i calunniatori ». Ora non si potrebbe meglio applicare che al demonio questo titolo di calunniatore. La calunnia è il suo forte. « … forse Giobbe adora il Signore per nulla? » (Giob. I, 9). Ora Gesù, il Signore, lo umilia, aiutando i suoi con la sua grazia perché essi adorano il Signore gratuitamente e mettendo le loro delizie nel Signore. Egli ancora lo ha umiliato per il fatto che il demonio, vale a dire il principe di questo mondo, non avendo trovato in Lui alcuna colpa (Giov. XIV, 39), l’ha fatto perire con le calunnie dei Giudei, delle quali il calunniatore si è servito come di suoi strumenti. Egli ha umiliato il demonio perché Colui che i giudei avevano messo a morte è resuscitato, ed ha distrutto il reame della morte, che il demonio aveva così ben governato a suo profitto, e per mezzo di un solo uomo, che egli aveva ingannato, aveva coinvolto tutti gli uomini in una simile condanna a morte. Il demonio è stato umiliato perché, se il peccato ha stabilito, per mezzo di un unico uomo, il regno della morte, a maggior ragione, coloro che ottengono l’abbondanza della grazia e della giustificazione, regneranno nella vita eterna per mezzo del solo Gesù-Cristo (Rom. V, 17), che ha umiliato il calunniatore nel momento in cui costui utilizzava, per perderlo, delle false accuse, dei giudici iniqui e dei falsi testimoni (S. Agost.). – « … Ed io ascoltavo una gran voce nel cielo che diceva: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. » (Apoc. XII, 10).

ff. 4. – « E sussisterà come il sole ». Ma che cos’ha di glorioso il durare quanto il sole per Colui per mezzo del Quale tutte le cose sono state fatte, e senza il Quale nulla è stato fatto (Giov. I, 5), a meno che questo profezia non sia stata fatta a causa di coloro che pensano che la Religione cristiana vivrà nel mondo per un certo tempo e poi sparirà? Egli durerà quindi tutto il tempo del sole: finché il sole si leverà e si deporrà; vale a dire finché i secoli compiranno le loro rivoluzioni, la Chiesa di Dio o “Corpo di Cristo” sussisterà sulla terra. Il Profeta dice poi. « Egli sarà prima della luna ». Avrebbe potuto dire : « … e prima del sole »; cioè Egli durerà come il sole ed esisteva prima del sole; ciò che significherebbe: Egli durerà quanto i secoli ed esisteva già prima dei secoli. Ora, ciò che precede i tempi è eterno e lo si deve considerare come veramente eterno ciò che non cambia con il corso dei tempi, come il Verbo, che era fin dall’inizio. Ma il Profeta ha preferito la comparazione della luna, perché questo astro è la figura della crescita e della diminuzione delle cose mortali (S. Agost.). – Il regno del Messia non si limiterà alla durata del sole e della luna; è solo detto: « Egli durerà quanto il sole e la luna, di generazione in generazione, per sottolineare che, durante questa rivoluzione di secoli, eserciterà il suo impero sugli uomini, formando tra essi i suoi eletti, governandoli e conducendoli al termine ove essi regneranno eternamente con Lui ». (Berthier).

II. — 5-6.

ff. 5. – « Scenderà come pioggia su di un vello di lana ». Davide fa qui allusione all’azione di Gedeone, e ci fa sapere che essa si è compiuta in Gesù-Cristo.  Gedeone aveva domandato a Dio, come segno della sua volontà, che un vello di lana in mezzo ad un’ara, si imbibisse solo di rugiada, mentre l’aia restasse asciutta; e fu così come Gedeone aveva chiesto (Giud. VI, 36-40). Questo vuol dire che il popolo di Israele fu inizialmente questo vello posto in mezzo ad un’aia, cioè in mezzo all’universo. Il Cristo è dunque disceso come una pioggia sul vello, mentre l’aia restava asciutta; ed è per questo che Egli ha detto: « … Io non sono stato inviato che alle pecore sperdute di Israele »  (Matth. XV, 24). È là in effetti che ha scelto la Madre in seno alla quale voleva prendere forma di schiavo per mostrarsi agli uomini; è là che ha formato i suoi discepoli ai quali ha dato un comandamento simile alla sua dichiarazione: « Non andate nelle vie dei gentili, … ma andate prima alle pecore perse della casa di Israele » (Ibid. X, 5-6). Dicendo prima verso quelli, Egli mostrava che in seguito, quando avrebbe avuto luogo il coprirsi di acqua l’intera aia, essi potessero andare verso altre pecore che non appartenevano all’antico popolo di Israele. È così che la pioggia è discesa sul vello mentre l’aia restava ancora asciutta. « Ma ben presto, per la grazia di Gesù-Cristo, mentre la nazione giudaica restava all’asciutto, l’universo intero, in tutte le Nazioni che lo compongono, è stato bagnato dai torrenti della grazia cristiana, versati dalle nuvole che ne erano cariche. Così il salmista ha designato questa stessa pioggia sotto il termine di gocce di acqua che cadono, non più sul vello, ma sulla terra » (S. Agost.). – Ma un gran numero di altri Padri, in particolare S. Ambrogio, san Crisostomo, san Bernardo, hanno visto in questo vello di Gedeone il simbolo della beata Vergine Maria; e in questa pioggia che cade sul vello, la figura del divino Salvatore discendente dal cielo nel suo seno verginale. In effetti: – 1° l’agnello esce come dal seno del vello, e dal seno della Vergine Maria è uscito l’Agnello che toglie il peccato dal mondo (Giov. IV,29), – 2° il vello della pecora figura perfettamente, per il suo candore, la purezza dei costumi e l’innocenza della vita di questa Vergine divina; – 3° Essa è il vello, cioè la lana senza la carne, la lana staccata dalla carne con la mortificazione e la verginità. Il vello, dice S. Pietro Crisologo (Serm. 143), appartiene al corpo, ma essa è estranea alle sofferenze, alle impressioni del corpo; così come la verginità esiste nella carne restando estranea ai vizi della carne. – 4° la Vergine Maria, dice Riccardo di San Vittore (in Ps. LXXI), è il vello che riveste le sue virtù, che protegge e riscalda le anime pure ed innocenti. – 5° Maria è veramente il vello di Gedeone, perché essa ha ricevuto tutta intera la rugiada discesa dal cielo, vale a dire il Cristo. Cosa c’è di più silenzioso e meno rumoroso della rugiada che cade dolcemente su un vello? Essa non colpisce l’orecchio con alcun suono, non rimbalza su alcun corpo circostante, ma senza turbare le pecore, la pioggia penetra il vello interamente, senza violenza, senza alcune separazione del tessuto. Ed è con ragione che Maria è comparata ad un vello: Ella che ha concepito nostro Signore ricevendolo nel suo casto seno, senza che l’integrità del suo corpo verginale ne abbia sofferto il minimo danno (S. AMBR. Serm. 3 de Nativ.). « E come l’acqua che cade goccia a goccia sulla terra … », questa pioggia abbondante che Dio ha riservato come sua eredità, è dapprima discesa dolcemente e senza brusii, senza il concorso dell’azione dell’uomo, nel seno verginale di Maria, ma in seguito essa si è sparsa su tutta la terra con la bocca dei predicatori, non più come rugiada sul vello, ma come pioggia sulla terra, con il rumore che accompagna la predicazione e l’operazione dei miracoli; perché queste nuvole che portano la pioggia nel loro seno, si sono ricordate del comandamento che fu loro dato quando furono inviate: « Ciò che o vi dico nelle tenebre ditelo alla luce » (Matth. X, 27) (S. Bern. Hom. 2 super Missus est.). – Il regno di Gesù-Cristo si stabilisce in un’anima con tutti i caratteri che comprendono le due comparazioni enunciate in questo versetto. È dal cielo che questo Re benefico versa i doni della sua grazia, il mondo non ha parte in quest’operazione tutta divina. Gesù-Cristo si comunica nel profondo del cuore: Egli lo penetra come la rugiada imbibiva il vello misterioso, la cui vista incoraggiò Gedeone. È nelle segrete comunicazioni, ed anche durante il silenzio della notte che l’anima, svincolata da ogni occupazione terrena, riceve le sue salutari influenze. Non si fa tutto con una sola visita dell’Altissimo, ma i doni della sua misericordia si succedono come le gocce di acqua che umettano a poco a poco un terreno arido. Allora tutta quest’opera interiore diviene feconda in buone opere, tutte le sue facoltà concorrono alla gloria di questo Re pieno di bontà, che non disdegna di regnare in un cuore puro, umile, sottomesso a tutte le sue volontà (Berthier). – « La giustizia si leverà nei suoi giorni con l’abbondanza della pace ». Il primo frutto dell’incarnazione e della nascita del Figlio di Dio, è la giustizia considerata o come virtù speciale che rende a ciascuno ciò che gli è dovuto, o come virtù generale, significante la riunione di tutte le virtù. È questo regno di giustizia che reclamava, prima della venuta del Salvatore, il mondo, schiacciato sotto il regno della forza brutale, che opprimeva tutti i diritti più sacri. Il secondo frutto, è l’abbondanza della pace, cioè una pace profonda nella sua natura, universale nella sua estensione ed eterna nella sua durata. Una pace universale regnava in tutto l’universo quando Gesù-Cristo, il Principe della pace, apparve sulla terra; ma non era che una falsa pace. L’uomo, in preda alle sue passioni ingiuste e violente, provava dentro di sé la guerra ed il dissenso più crudele; lontano da Dio, lasciato alle agitazioni ed ai furori del suo cuore, combattuto dalla molteplicità e dalla contrarietà eterna delle sue inclinazioni sregolate, egli non poteva trovare la pace, perché non la cercava che nella sorgente stessa delle sue turbolenze e delle sue inquietudini … Gesù-Cristo scende sulla terra per portare agli uomini questa pace vera, che il mondo fino ad allora non aveva potuto dare loro  (MASSILL. Serm. p. la f. de Noël), la pace dell’uomo come Dio, la pace con gli altri uomini, la pace con se stesso. – Noi non immaginiamo che sia un vantaggio per il Re degli Angeli essersi fatto anche il Principe degli uomini. Il regno che gli piace stabilire su di noi, è la pace, la libertà, la vita e la salvezza dei suoi popoli; Egli non è Re né per esigere dei tributi, né per formare delle grandi armate, ma è Re perché governa le anime, perché ci procura i beni eterni, perché fa regnare con Lui coloro che la carità sottomette ai suoi disordini … Il regno del nostro Principe, è la nostra felicità per cui si degna di regnare su di noi, è la clemenza, è la misericordia e questo non è un accrescimento di potenza, ma una testimonianza della sua bontà (S. Agost. Trait, XL, sur S. Jean, N° 4.). I precetti del Vangelo ben osservati uniranno insieme tutti i popoli, e manterranno tra di essi gli stessi principi di moderazione, di buona fede, di equità e tranquillità. Ciò che il Vangelo non fa, a causa delle passioni che dividono i principi e le Nazioni, Egli lo esegue nelle anime dei giusti. È la che regnano e regneranno sempre la vera giustizia e l’abbondanza della pace; beneficio che non hanno le umane Nazioni: esse non possono regolare che la condotta esteriore, ma non hanno alcun impero sui sentimenti del cuore (Berthier).

III. — 7-19.

ff. 7-10. – Tale è l’estensione del regno di Gesù-Cristo: da un mare all’altro e fino alle estremità della terra, dove non finisce, perché si estende fino al cielo. –La durata del regno di Gesù-Cristo, non è limitato dalla durata del mondo, ma si estende a tutta l’eternità. – Trionfo di piacere quando vedo in Tertulliano che già ai suoi tempi, così vicini alla morte del nostro Salvatore e dall’inizio della Chiesa, il nome di Gesù era già adorato per tutta la terra, e che in tutte le province del mondo che erano conosciute, il Salvatore vi aveva un numero infinito di soggetti. « Noi siamo, dice con risonanza questo gran personaggio, quasi la maggior parte di tutte le città»(AD SCAP., N° 2). I Parti, invincibili dai Romani, i Traci antinomi, come li chiamavano gli antichi, gente insofferente ad ogni sorta di leggi, hanno subito volontariamente il giogo di Gesù. I Medi, gli Armeni, i Persiani e gli Indiani più lontani; i Mauri e gli Arabi, e queste vaste province dell’Oriente; l’Egitto e l’Etiopia, e l’Africa più selvaggia; gli Sciti, sempre erranti; i Sarmati, i Getutei e le barbarie più inumane sono state domate dalla modesta dottrina del Salvatore Gesù. L’Inghilterra, i cui bastioni rendevano inaccessibili i luoghi ai Romani, era stata affrontata. Cosa dirò dei popoli della Spagna e delle bellicose nazioni dei galli, paura e terrore dei Romani, e dei fieri Germani, che si vantavano di non temere null’altro che il cielo che cadesse sulle loro teste? Essi sono venuti a Gesù, dolci e semplici come degli agnelli, a chiedere umilmente perdono, pressati da un timore rispettoso. Roma stessa, questa città superba che si era per tanto tempo inebriata del sangue dei martiri di Gesù, Roma, la padrona, ha abbassato la testa ed ha portato tanto onore alla tomba di un povero pescatore più che ai templi del suo Romolo.  Non c’è impero così vasto che non sia racchiuso in qualche limite. Gesù regna dappertutto, dice il grave Tertulliano (AD JUD., N° 7), nel libro contro i Giudei dai quali ho disegnato quasi tutto ciò che sto dicendo dell’estensione del regno di Dio. Gesù regna dappertutto, egli dice, ed è adorato dappertutto. Davanti a Lui la condizione dei re non è migliore di quella degli infimi schiavi. Sciti o romani, greci o barbari, tutto è uguale davanti a Lui, Egli è uguale per tutti, è il Re di tutti, è il Signore ed il Dio di tutti (BOSSUET. Circonc. Royauté de Jésus-Christ.) – (FÉNÉLON,  Serm. pour la féte de l’Êpiph., I part.). « … I re di Tarsi e delle isole gli offrono dei doni ». Predizione dei doni che i Re Magi offrono a Gesù-Cristo appena nato. – I Magi – dice S. Gregorio Magno – riconoscono in Gesù la triplice qualità di Dio, di uomo e di re: essi offrono al Re l’oro, a Dio l’incenso, all’Uomo la mirra. Ora – egli prosegue – ci sono degli antichi eretici che credono che Gesù sia Dio, che credono ugualmente che Gesù sia un uomo, ma si rifiutano assolutamente di credere che il suo regno si estenda dappertutto … Essi non erano irreprensibili nella loro fede, ed il Papa san Gregorio inflisse la nota di eresia a coloro che, facendosi un dovere di offrire a Gesù l’incenso, non volevano aggiungere l’oro. Costa caro alla terra, costa caro alle Nazioni il non flettere il ginocchio davanti al Nome ed alla regalità di Gesù. Sono allora altre genuflessioni che occorre fare. La lingua che rifiuta di aprirsi per proclamare e confessare la potenza del Re Gesù, a quale silenzio umiliante non è condannato? « … Ed ora Signore, noi non abbiamo neanche il diritto ed il potere di aprire la bocca, e noi, la vecchia Francia cattolica, la regina della Nazioni, noi siamo diventati un soggetto di confusione e di obbrobrio per tutti coloro che vi servono e vi onorano ». (Dan. III, 33) – (MGR PIE, sur l’étendue univ. de la royauté de Jésus-Christ. TOM. VIII, p. 621).

ff. 11-13. – « Perché Egli libererà il povero dalle mani del potente ». Davide predice qui uno dei caratteri principali del grande Re atteso da Israele, che libererà il povero dalla servitù sotto la quale era stato ridotto dai potenti. La generazione presente si è talmente identificata con la menzogna, e le contro-verità più manifeste sono talmente accreditate tra di noi, che si è esposti ad essere accusati di paradosso richiamando semplicemente i principi del Cristianesimo su questa materia. Ciò nonostante, non è vero che la grande legge dell’eguaglianza degli uomini e della loro divina fraternità era stata come abrogata sotto l’impero dell’idolatria, che non era affatto che il regno della forza ed il trionfo della materia?  E in effetti, dappertutto e sempre, fuori dal Cristianesimo, la schiavitù sarà un fatto inevitabile, e nello stesso tempo una conseguenza dell’ordine sociale. Il Figlio di Dio scende sulla terra e prende forma di schiavo; Egli trasmette a tutti gli uomini di tutti i paesi e di tutti i secoli questa parola, fino ad allora sconosciuta: « … Padre nostro, che siete nei cieli »; e con questa parola Egli ristabilisce sulla terra una fraternità spirituale che produrrà prima o poi, tra le sue conseguenze, il ritorno della fraternità primitiva nella grande famiglia degli uomini. Si, secondo la parola di Gesù-Cristo, un giorno verrà in cui « il Figlio libererà gli schiavi, ed allora essi saranno veramente liberi, perché saranno affrancati dalla verità ». Questa opera di affrancamento, di emancipazione non sarà l’opera di un giorno: essa si opererà insensibilmente con la forza delle idee ed il progresso dei princìpi evangelici (Mgr PIE. Disc. T. I.er, p. 75).- Due grandi caratteri del Messia, quello del liberatore e del santificatore, vengono a liberare i poveri. Nostro Signore Gesù-Cristo ha cominciato il corso delle sue predicazioni evangeliche col proclamare beati i poveri; Egli si era applicato questa profezia di Isaia: « lo Spirito del Signore è su di me, Egli mi ha consacrato con la sua unzione per evangelizzare i poveri »; (Luc. IV, 17); ed in effetti i poveri sono per Lui, come per i suoi Apostoli e per tutti gli operai evangelici animati dal suo spirito, il principale oggetto del loro zelo apostolico. – Egli salva le anime dei poveri richiamandoli alla conoscenza della verità, rendendoli ricchi nella fede ed eredi del regno che Egli ha promesso a coloro che ama (Giac. II, 5); Egli li salva perché, per sua grazia, essi useranno santamente del loro stato, e troveranno preziose risorse nella povertà più grande, facendo un tesoro della stessa povertà. – Come il peccatore è stato liberato dalle usure con la redenzione che gli ha meritato Gesù-Cristo? È – dice S. Agostino, la cui osservazione sembra inizialmente sottile, ma che si trova vera ed anche necessaria quando la si medita – è, dice questo santo dottore, che il peccato consumato in un momento, ed il cui frutto è sì poca cosa per colui che lo commette, è punito con una pena eterna. È una usura che la giustizia divina trae dalla temerità e dall’ingratitudine del peccatore. Gesù-Cristo ce ne ha liberato, e nello stesso tempo dalla iniquità che era la causa di questa usura. Non si può abbastanza considerare qual sia il prezzo del sangue e del nome dei Cristiani; il loro sangue è costata la vita di un Dio, il loro nome è stato consacrato nella Persona di un Uomo-Dio. Questo sangue e questo nome sono rispettabili agli occhi di Dio stesso, che rispetta il nome dei Cristiani, perché vi vede il carattere di Gesù-Cristo, il suo unico Figlio. « Il Profeta dice che questi sono i poveri di cui soprattutto il sangue ed il nome sono preziosi agli occhi di Dio ». Quanta forza e sentimento in questa espressione! Egli ha detto, più in alto, che i re e le Nazioni Lo adoreranno e Lo serviranno; ma, quando viene a parlare ai poveri, agli umili, ai piccoli, Egli cambia in qualche modo il tono, e dice che il Messia stesso li rispetterà e li onorerà (Berthier). Questo perché il povero è ben diverso agli occhi della carne ed agli occhi della fede! Cosa c’è di più disprezzabile agli occhi della carne, di un povero spoglio di tutto, abbandonato da tutti, mentre agli occhi della fede, il nome di questo povero appare onorevole davanti a Dio stesso.

ff. 14, 15. – Gesù-Cristo, doveva riscattare con la sua morte, le anime dei poveri, cioè di coloro che erano interamente spogli di ricchezze naturali, e soprattutto della grazia, ma questa morte stessa doveva essere in Lui la sorgente di una nuova vita immortale che Gli ha attirato i rispetti, le adorazioni, le benedizioni, le ricche offerte dei popoli convertiti. Il Profeta descrive in seguito la fecondità della Chiesa ed i frutti della predicazione evangelica, dopo la Resurrezione di Gesù-Cristo. La terra sarà ricoperta dai frutti della parola di Dio; li si vedrà anche là ove regna ordinariamente la sterilità, sulle sommità delle montagne, il frumento su queste sommità aride, oltrepasserà l’abbondanza e l’altezza dei cedri del Libano, ed in questa città di cui è già stato detto: « … è da Sion che uscirà la legge, e la parola del Signore da Gerusalemme, i credenti saranno numerosi come l’erba dei campi ». È ciò che S. Luca ci insegna essersi compiuto: « … E la parola di Dio cresceva ed il numero dei discepoli aumentava sempre di più » (Act. VI), (Bellarm.). – Ci è pure permesso, con un gran numero di pii interpreti, fare una predizione dell’Eucarestia, che è il sostegno, l’appoggio per eccellenza (firmamentum); vale a dire il pane solido, sostanziale dell’anima. È così che la scrittura chiama il pane, « firmamentum panis » (Ps. CIV, 16); « baculus panis, » (Lev. XXVI, 26), e del pane dice che « consolida il cuore dell’uomo » (Ps. CIII, 15). Il pane dell’Eucaristia consolida le montagne. Cioè gli uomini eminenti in santità. La divina semenza del Vangelo, così come la santa Eucaristia, producono il loro frutto, ma un frutto che si eleva al di sopra dei cedri del Libano, perché essendo un frutto tutto celeste, si eleva fino al cielo ed oltrepassa tutto ciò che sembra essere più elevato nel secolo.

ff. 16-19. – « Che il suo Nome sia benedetto in tutti i secoli; il suo Nome dimora da prima del sole ». il sole significa il tempo, il suo Nome dimora dunque eternamente; perché l’eternità precede il tempo e non si saprebbe limitare. « E tutte le tribù della terra saranno benedette in Lui ». In effetti è in Lui che si compie la promessa fatta ad Abramo; perché secondo l’osservazione dell’Apostolo, Dio non dice: « e ai tuoi discendenti », come se si trattasse di molti, ma « … alla tua discendenza, come a uno solo, cioè Cristo » (Galat. III, 16). Ora ecco la promessa fatta ad Abramo: « Tutte le tribù della terra saranno benedette in Colui che nascerà da te ». (Gen. XXII, 18). « Questi non sono i figli secondo la carne, dice San Paolo, ma i figli della promessa, che sono contati nella posterità ». (Rom. IX, 6). « Tutte le nazioni Lo esalteranno ». esse Lo esalteranno perché esse saranno benedette in Lui; esse Lo esalteranno, non dandogli maggiore grandezza, perché Egli è per se stesso ogni grandezza, ma lodandoLo e proclamandone la grandezza. È così che tutti noi esaltiamo la grandezza di Dio, è così che egualmente diciamo: « sia santificato il vostro Nome », benché il suo Nome sia sempre infinitamente santo. – « Benedetto sia il Signore, Dio di Israele ». Dopo aver completato tutte le meraviglie che Egli viene a portare, il Profeta, nel suo entusiasmo, canta un inno e benedice il Signore Dio di Israele. È il compimento della profezia data a questa donna sterile, figura della Chiesa: « e Colui che l’ha liberata, il Dio di Israele, sarà nominato il Signore di tutta le terra » (Isaia, LIV, 5). « Solo Egli compie dei prodigi », perché solo Lui è l’Autore dei prodigi compiuti dagli altri. – « Che il suo Nome glorioso e maestoso sia benedetto nell’eternità », e tutta la terra sarà piena della sua gloria: « Così sia ». Voi l’avete ordinato, Signore, ed è così. È così fino a che il reame, che è cominciato dal fiume, si estenda fino alle estremità dell’universo (S. Agost.).